sabato 14 febbraio 2026

Meloni l'africana


Il discorso del cancelliere tedesco Friedrich Merz alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco (13 febbraio 2026) ha segnato un punto di svolta nelle relazioni transatlantiche e, di riflesso, ha messo in evidenza le complessità dell'asse con l'Italia. Al di là della pur innegabile sintonia registrata in occasione del recente vertice intergovernativo a Roma tra Merz e Giorgia Meloni (gennaio 2026), il discorso di Monaco ha evidenziato visioni divergenti sulla gestione dei partner europei "difficili". Merz ha criticato apertamente il principio dell'unanimità nell'UE e leader come Viktor Orbán, con cui l'attuale governo italiano mantiene invece un dialogo costante, definendo "inutili" i viaggi solitari del capo del governo ungherese a Mosca.

Lorenzo De Cicco
Meloni l'africana diserta il vertice di Monaco: imbarazzo per il gelo Ue su Trump
la Repubblica, 14 febbraio 2026

ADDIS ABEBA – Una volta fu l’influenza, era il 2023. Gli anni dopo vaghi intoppi di agenda. Stavolta è un vertice Italia-Africa, a ridosso del summit annuale dell’Unione africana. Risultato: a Monaco di Baviera, alla conferenza sulla sicurezza che riunisce i leader di mezzo continente e tutti i big Ue, anche stavolta Giorgia Meloni dà forfait. E dire che l’invito degli organizzatori quest’anno era stato particolarmente premuroso: secondo fonti tedesche, alla premier era stato offerto un posto di grande prestigio, il discorso sul podio subito dopo il cancelliere Friedrich Merz. Anche i temi di discussione sono pressanti. Ma niente, Meloni non c’è. E così mentre il grosso dei leader continentali discute di Ucraina e dei rapporti ingarbugliatissimi tra Usa e Ue, la presidente del Consiglio mette tra sé e il summit bavarese oltre 7mila chilometri di distanza: alle cinque di pomeriggio locali, le tre in Italia, atterra all’aeroporto di Addis Abeba. Viene accolta da una scolaresca etiope con le bandierine tricolore, una banda suona l’inno, alcuni ragazzi fanno un balletto, il primo ministro di qui, Abiy Ahmed Ali, si gode la scena con un sorrisone e occhiali da sole alla Macron.

L’assenza dal panel tedesco rende più facile, per Meloni, il tentativo di dissimulare l’imbarazzo per le ultime sortite di Merz, che ieri proprio da Monaco ha certificato davanti a microfoni e taccuini la «frattura» tra le due sponde dell’Atlantico, la stessa frattura che la premier italiana in ogni occasione sostiene invece di voler rammendare, per preservare «l’unità dell’Occidente». Altro smarcamento: il leader di Berlino ha preso nettamente le distanze dalla cultura Maga, mentre Meloni nei suoi interventi alle convention Usa ha rimarcato una sintonia di vedute con l’agenda trumpista, per esempio sulla lotta alla cosiddetta “ideologia woke”. Dalla cerchia della premier non commentano le parole del cancelliere, apprese in aereo. Imbarazzo palpabile, all’indomani del vertice in Belgio che ha sancito la convergenza dei governi di Berlino e Roma. Tocca al vicepremier Antonio Tajani provare a dare da Monaco, un po’ alla democristiana, la linea italiana: «Possono esserci differenze, le alleanze si aggiornano, ma va mantenuta la bussola dell’unità dell’Occidente. Mi pare che anche Merz abbia detto questo». Insomma.

Meloni dribbla le questioni, in attesa di una possibile trasferta in Usa il 19 febbraio, per una nuova riunione del Board of peace: si attende un invito da Washington. Intanto in Etiopia la premier si immerge nel vertice Italia-Africa, cornice celebrativa del suo piano Mattei, a cui partecipa il segretario Onu, António Guterres, ma non la presidente della commissione Ue, Ursula von der Leyen. Due settimane fa, fonti italiane assicuravano la partecipazione di rappresentanti di Bruxelles: invece no, “VdL” va a Monaco, mentre ad Addis Abeba la bandiera dei 27 la porta il cerimoniale italiano. Meloni, che oggi sarà ospite al summit annuale dell’Unione africana, arriva in Etiopia con un massiccio seguito di manager di grandi aziende pubbliche e private, da Giuseppe Zafarana di Eni al presidente di Acea, Fabrizio Palermo. Si parla di affari, ma anche di diplomazia: a sorpresa alla cena di gala del vertice “Italia-Africa” viene invitato l’ambasciatore del Venezuela in Etiopia, Eddy José Cordova Corcega. «Mi ha invitato l’ambasciata italiana - spiega - Tra Meloni e il mio governo non ci saranno problemi, tante aziende italiane vogliono investire da noi».

A sera, presentandosi davanti ai giornalisti accompagnata dal presidente dell’Angola, Joao Lourenco, e dal capo della commissione dell’Unione africana, Mahmoud Ali Youssouf, Meloni non prende nemmeno una domanda dai cronisti, anche italiani, giunti fin qui. Dunque parla solo di quello che vuole, del suo «rivoluzionario» piano Mattei. Niente su Merz, niente sugli Usa, niente sull’Ucraina. Lontana da Monaco e dai problemi che affrontano i suoi colleghi Ue.


Veronica De Romanis
Ma gli italiani vogliono una Ue più forte
La Stampa, 11 febbraio 2026

Quando nel dibattito pubblico si parla di “Europa” e, purtroppo, spesso in termini negativi, viene quasi sempre presentata come “altro da noi”. Un’entità estranea, esogena. Ciò ci consente, in un certo senso, di considerarci sempre innocenti e l’Europa sempre colpevole. Allora, chiariamo subito un punto: per l’Italia, l’Europa coincide con Giorgia Meloni. È lei che siede al tavolo a Bruxelles insieme agli altri leader, che ci rappresenta e prende decisioni in base alla sua linea. Come ha spiegato diverse volte, a suo avviso serve “meno Europa, ma migliore”.

Tradotto: minore integrazione e maggiore potere agli Stati nazionali. Questa impostazione, in realtà, non sembra rispecchiare affatto ciò che desiderano gli italiani. È sufficiente leggere i sondaggi condotti dal Parlamento europeo per convincersene. Dai risultati dell’ultima rilevazione, quella del novembre 2025, emerge chiaramente che gli italiani vorrebbero attribuire all’Unione europea un ruolo più forte. Nello specifico, il 91 per cento (novantuno!) - tre punti sopra la media europea - ritiene che gli Stati membri, Italia compresa, dovrebbero essere più uniti per affrontare le attuali sfide globali. Un obiettivo che, secondo la stragrande maggioranza degli intervistati, richiede più risorse finanziarie e più poteri decisionali a livello europeo.

In sostanza, gli italiani vogliono “più” Europa, non “meno”. E il motivo è presto detto. In un mondo in cui vi è una crescente incertezza, ci si sente sicuri insieme a chi condivide valori comuni, come gli europei. Tra questi vi è la tutela della democrazia che, sempre secondo il sondaggio, rappresenta il valore più importante. I dati del sondaggio sono molteplici e tutti vanno nella stessa direzione: gli italiani chiedono meno dipendenza dagli Stati Uniti e più integrazione con l’Europa, ossia l’opposto di ciò che Meloni porta a Bruxelles. Da dove potrebbe partire, dunque? Visto che il governo sembra avere particolarmente a cuore il settore bancario, almeno quello italiano, si potrebbe lavorare per il completamento dell’Unione bancaria.

Ai leader più reticenti - ossia a coloro che non vogliono istituire un altro fondo comune volto a tutelare i conti bancari europei sotto i centomila euro (il cosiddetto terzo pilastro) - Meloni potrebbe offrire in cambio la ratifica del Meccanismo europeo di Stabilità (Mes). In questo modo si creerebbe uno strumento potente per circoscrivere il contagio finanziario in caso di crisi sistemica. Così verrebbe garantita protezione per tutti, in particolare per i piccoli depositanti, proprio coloro ai quali Meloni promette di “mettere in sicurezza i risparmi”.

L’Europa è il luogo dove questa promessa può diventare realtà. E, allora, come chiedono gli italiani, occorre andare avanti con il progetto comune. Serve volontà politica e, soprattutto, prontezza nel prendere decisioni con chi condivide questo progetto. Ci sarà? La riluttanza della premier a rinunciare al diritto di veto non lascia ben sperare.

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