giovedì 26 febbraio 2026

Schiavi dell'algoritmo


Roberto Ciccarelli
Riders, la procura di Milano smonta anche il sistema Deliveroo

il manifesto, 26 febbraio 2026

La procura di Milano ha emanato ieri un decreto di controllo giudiziario nei confronti di Deliveroo Italy S.r.l., con l’ipotesi di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro di 3 mila rider a Milano e di 20 mila in Italia. Lavoratori che sono retribuiti con paghe da fame e trattati da schiavi. Il 73% dei rider ha percepito cifre inferiori a 1.245 euro lordi al mese, una soglia al di sotto della povertà. L’intervento della procura è arrivato dopo quello analogo su Foodinho-Glovo e sancisce di fatto che il sistema delle consegne di cibo a domicilio (food delivery) in Italia è sotto inchiesta per «caporalato digitale» ed è destinato a essere trasformato per via giudiziaria in mancanza di un vero intervento legislativo. Quanto a Deliveroo, l’azienda si è detta pronta a collaborare con le autorità.

LA MINISTRA del lavoro Marina Calderone ieri era casualmente a un question time alla Camera e ha assicurato che il governo è impegnato a «contrastare caporalato digitale e sfruttamento del lavoro». Con risultati insoddisfacenti, a quanto pare di capire. Calderone ha sostenuto che l’esecutivo è impegnato a recepire la direttiva europea sul lavoro di piattaforma che contiene la «presunzione legale di subordinazione». Il rider sarà considerato un dipendente, a meno che l’azienda non provi il contrario.

L’ONDA D’URTO non sembra fermarsi alle piattaforme: le inchieste milanesi potrebbero coinvolgere anche i marchi della ristorazione e della distribuzione. La Procura ha notificato una «richiesta di consegna» documenti a 7 multinazionali leader della grande distribuzione organizzata e dei fast food: McDonald’s, Burger King, Carrefour, Esselunga, Poke House, Crai Secom e Kfc (Original Bucket srl) per vagliare i loro modelli organizzativi 231 e verificare se siano realmente idonei a impedire lo sfruttamento lungo tutta la filiera. Su disposizione del pubblico ministero Paolo Storari i carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro hanno acquisito organigrammi e attività di «audit» presso queste società per verificare se i sistemi di controllo interni siano idonei ad impedire il reato. L’azione ricalca lo stile di indagine già utilizzata per i grandi gruppi della moda come Armani e Dior. L’ipotesi è che chi beneficia economicamente della consegna a domicilio non possa ignorare le condizioni di sfruttamento di chi materialmente la esegue.

NEL CASO DELLA MODA i giudici milanesi hanno fatto emergere la cecità interessata delle grandi aziende dinanzi a catene di subfornitura dove i laboratori cinesi o conto-terzisti locali sfruttavano manodopera in nero o sottopagata. Nel caso delle piattaforme di “delivery” il committente dovrebbe essere ugualmente responsabile del rispetto dei diritti fondamentali lungo tutta la filiera. In entrambi i casi la visione è la stessa: lo sfruttamento non è un reato isolato, ma una distorsione del “libero mercato” che altera la concorrenza e calpesta i principi di solidarietà sociale sanciti dall’articolo 36 della Costituzione sulla dignità dei lavoratori.

COME PER GLOVO, anche nel caso di Deliveroo l’indagine non si è limitata alla polizia giudiziaria, ma ha fatto ricorso all’inchiesta sociologica per comporre una narrazione corale che squarcia il velo sulla quotidianità dei ciclo-fattorini, in maggioranza cittadini stranieri. Un rider nigeriano ha descritto una giornata lavorativa senza fine: «Inizio il servizio, loggandomi all’app, alle ore 11 del mattino e finisco alle ore 22. Lavoro 7 giorni su 7 per circa 11 ore al giorno, la mia paga non è sufficiente. Per tale motivo svolgo un secondo lavoro come facchino in un hotel per 5 giorni a settimana delle ore 23 sino alle 7. Purtroppo devo inviare circa 600 euro alla mia numerosa famiglia che vive in Nigeria».

HA RACCONTATO Ghafoor Khan: «Mi collego appena esco di casa, lavoro circa 9-10 ore al giorno, faccio circa 50 km al giorno in bicicletta, mando circa 300 euro alla mia famiglia in Afghanistan». Ahmadzai Yarkhan ha descritto il ricatto: «Non posso rifiutare le consegne perché ho bisogno di soldi per la mia famiglia, se non accetto l’ordine non guadagno e l’app mi penalizza». La pressione lo costringe a pedalare «fino a 150 km» al giorno per raggranellare appena «dieci consegne». Amad Shakeel ha descritto gli effetti dei turni estenuanti che iniziano alle 10 e terminano alle 23: «Lavoro circa 12 ore al giorno, faccio circa 15-16 consegne, i guadagni variano molto, ma solitamente sono intorno ai 1.000/1.200 euro al mese». Ahmad Aftab conferma di non avere alternative al lavoro «7 giorni su 7», distribuito sui turni 9-15 e 18-23, per poter sostenere genitori e fratelli in Pakistan. I casi di Munawar Adil e Miah Ruhan confermano come le consegne siano monitorate con una precisione chirurgica al minuto e come i volumi abbiano superato i 100 ordini al mese per singolo rider.

QUESTE TESTIMONIANZE sulle condizioni degradanti del lavoro di piattaforma evidenziano, per i giudici, come la libertà del lavoratore sia annullata dall’eterodirezione esercitata dall’azienda tramite la sua piattaforma. I redditi modestissimi sono annientati dal bisogno alimentare e dall’obbligo di rimesse estere. In queste condizioni il rischio d’impresa. è scaricato interamente sulle spalle dei rider. Questo accade in un’azienda come Deliveroo, che aveva un volume d’affari superiore ai 239 milioni di euro e utili per 3,5 milioni nel 2023.

AL CENTRO DEL SISTEMA c’è l’algoritmo «Frank», a suo modo celebre in tutta Europa e studiato nelle inchieste sociologiche. Nella storia recente del lavoro digitale era già emerso in una sentenza a Bologna nel 2020. Oggi i giudici milanesi lo descrivono come l’apice di un neo-taylorismo digitale che esercita un potere disciplinare invisibile ma totale. Attraverso una metrica punitiva («rejected») ogni scelta del rider viene registrata. Scivolare ai margini del sistema significa essere condannati all’invisibilità e, infine, al «de-platforming». È qui che la procura milanese ha identificato il sintomo di una subordinazione di fatto. Frank non è un software logistico, né solo un supervisore implacabile, ma un caporale digitale.

LA PROCURA ha nominato come amministratore giudiziario di Deliveroo Massimiliano Poppi e mira a garantire il rispetto delle norme e la regolarizzazione dei lavoratori che prestavano attività al momento dell’avvio del procedimento. L’obiettivo è non erogare più retribuzioni sotto la soglia di povertà e s’intende ribadire un principio: a prescindere dalla qualificazione del rapporto — subordinato, etero-organizzato o autonomo — la tutela della dignità conforme alla Costituzione deve essere sempre garantita.

CONFRONTANDO le due inchieste, emerge la logica comune: se in Glovo l’indagine sui file roadrunner.db ha svelato come il punteggio di eccellenza annulli l’autonomia premiando solo chi aderisce a ritmi massacranti, in Deliveroo è la natura punitiva di Frank a trasformare il rifiuto di un ordine in una sanzione invisibile verso l’espulsione. Da questi elementi è possibile ricomporre il quadro storico. Il taylorismo classico frammentava il lavoro manuale in fabbrica; il taylorismo digitale applicato a Deliveroo e Glovo sviluppa un’eterodirezione invisibilizzata: il datore di lavoro scompare dietro l’interfaccia e il controllo è più asfissiante. La piattaforma decide percorsi, tempi e priorità. Le indagini evidenziano inoltre come gli algoritmi sfruttino lo “stato di bisogno” dei migranti, e degli italiani, costretti ad accettare condizioni degradanti. Infine il regime sanzionatorio. In questo mondo non esiste un licenziamento formale, ma un falso automatismo che nega l’accesso ai turni redditizi se il lavoratore non si conforma alla massima efficienza richiesta.




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