lunedì 16 febbraio 2026

La mostra dei Macchiaioli a Milano


Maurizio Cecchetti
I Macchiaioli, tra politica e metafisica. Il manifesto delle idee risorgimentali

La Stampa, 16 febbraio 2026

A distanza di oltre un secolo dalla impietosa “Buonanotte” che il giovane Roberto Longhi dava a Giovanni Fattori e a tutto il nostro Ottocento, la mostra che si è aperta a Milano qualche giorno fa, negli spazi di Palazzo Reale, ci fa capire che quel secolo di scomunica ha avuto la sua sentenza finale in Cassazione nel 2013. Guy Cogeval, all’epoca presidente del Museo d’Orsay e dell’Orangerie, tagliò, a quasi quarant’anni dall’ultima retrospettiva parigina, il nastro d’inaugurazione per una retrospettiva dedicata ai Macchiaioli dove però ci si chiedeva ancora, con un po’ di perfidia, se questi pittori fossero Des Impressionnistes italiens. Con domande come questa finisce che prevalgono sempre le asimmetrie e la subordinazione di Fattori, Lega, Signorini e compagnia al mito impressionista.
Da
 allora, dall’Ottocento che fu in sé un secolo rivoluzionario, molto è cambiato oggi nella lettura dei Macchiaioli. In primo piano, oggi è salito il rapporto stretto linguaggio dell’arte e rappresentazione sociale e politica che domina questi pittori, spesso anche patrioti e partecipi delle guerre d’indipendenza come Altamura, Lega, Signorini. Questa mostra si candida a esserne un manifesto, frutto di alcuni decenni di studi d’archivio. I pittori fiorentini ebbero nel Caffè Michelangiolo, al 21 di via Cavour, il loro quartier generale dove una lapide recita: «In questo stabile ebbe sede il Caffè Michelangiolo geniale ritrovo d’un gruppo di liberi artisti che l’arguzia fiorentina soprannominò Macchiaioli le cui opere nate tra le lotte politiche e gli eroismi guerrieri del Risorgimento nazionale perpetuarono il lume della tradizione pittorica italiana rinnovandone gli spiriti».
Animati di un senso anarchico e sociale, essi furono però pittori fino in fondo, nella “macchia” essi impastavano arte e speranze sociali, con Diego Martelli che li incontrava e che oltre a essere il loro testimone italiano lungo la Senna era anche amico di Degas, che conobbe i pittori fiorentini fermandosi varie volte nella città.
Il Caffè Michelangiolo non fu soltanto un ritrovo di artisti ma anche un luogo dove circolarono le idee mazziniane
 che segnano le parentesi fittizie della mostra (1848-’72). La speranza rivoluzionaria fu dunque, come scrive scrive oggi Francesca Dini, «solo una magnifica illusione»? La futura capitale italiana provvisoria del Regno d’Italia per sei anni, Firenze, in realtà non è la corrispondente immagine di una esperienza regionale, dove i Macchiaioli parlano una «toscanità fiera e vernacolare», poiché questi artisti affondano la loro cultura nell’humus attorno all’Antologia, la rivista diretta da Giovan Pietro Vieusseux fin dal primo numero nel 1821. Alla radice c’è l’intenzione di alimentare le condizioni per far nascere la Nazione, e in questo, nelle iconografie giocano una chiara carta politica le anticipazioni di spicco di Luigi Mussini e il richiamo a Dante e al Rinascimento, con sviluppi coevi fra Milano Venezia e Roma, dove Firenze coi Macchiaioli aspira a cambiare la realtà.
Aperta da qualche giorno fa a Palazzo Reale e curata oltre che da Dini e Mazzocca anche da Elisabetta Matteucci (catalogo 24 Ore Cultura),
 la rassegna è intitolata in modo essenziale e laconico I Macchiaioli, senza aggettivazioni; in realtà, nelle sue premesse, Francesca Dini non manca di ricordare il pregiudizio che ha pesato a lungo sui pittori fiorentini (anche a livello di quotazioni di mercato, oggi più equilibrate). E come sia stata Milano nel Novecento a rilanciarne il peso. E così la mostra attuale di Milano ha dalla sua una chiara impostazione – e chissà che non sia anche una scelta dettata dai nostri tempi di smarrimento sociale – dove corre in sottofondo l’analisi delle condizioni “politiche” nelle quali si dibattè una pittura che ebbe in Giuseppe Mazzini come mentore rivoluzionario, innestandosi sull’eredità di figure come Dante e Lorenzo il Magnifico. La mostra tenta dunque una sintesi ideale della forma classica ereditata fin dal Rinascimento, congiungendola, forse anche per restituire dignità alle plebi del Risorgimento, con un realismo nel quale le iconografie sommano fermenti e proteste sociali, sentimento del lavoro, paesaggi campestri e vita familiare, guerra civile, ricerca della libertà e democrazia, imprese militari che Fattori più di tutti traduce in un sentimento tragico della vita e della morte. Fino all’epica visione nel quadro dei Mille con Garibaldi a Palermo, che chiude la mostra: si sente come ogni movimento o azione dipendano in questa pittura da una stasi interna che blocca l’evento nell’istante decisivo.
Metafisica e realismo, sono dunque le due cifre dei macchiaioli.
 La nostra pittura è solidificante come la pietra dura, semplice e forte come quella di Masaccio e Piero. Tacche o macchie come segno modernissimo nella sintesi paradossale della forma-colore colta in Piero da colui che li aveva sbeffeggiati, Roberto Longhi. I paesaggi di Odoardo Borrani vivono di una “calma grandezza” goethiana, quelli di Vincenzo Cabianca e Giuseppe Abbati sono intarsiati nella luce, le acquaiole di Signorini incedono della semplicità fiera di esistenze scavate nel colore. I soldati di Fattori, abbandonati nei bivacchi, reduci da una battaglia, malconci e rassegnati in una silenziosa presenza, che è anche un’accusa alla politica dei notabili. In occasione della mostra di Parigi del 2013, Giancarlo de Cataldo scrisse che il quadro di Signorini che ritrae Mazzini sul letto negli ultimi istanti di vita è «come il requiem di una Italia che avrebbe potuto essere ma non fu… rivoluzione mancata». Un anticipo delle tesi sviluppate da un pungente saggio di Raffaello Giolli, curato postumo nel 1961 da Claudio Pavone, La disfatta dell’Ottocento, peraltro oggi molto poco letto.



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