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venerdì 28 agosto 2026

I ribelli di Santa Libera

Federico Fornaro
Santa Libera rabbia partigiana

il manifesto, 28 agosto 2026

A quindici mesi dalla fine della guerra, i partigiani non avevano ricevuto l’annunciato riconoscimento della loro qualifica ai fini militari e amministrativi; per i reduci e per le famiglie dei caduti non si era vista alcuna forma di assistenza; poco o nulla si stava concretizzando di quei rivoluzionari cambiamenti annunciati dalla Liberazione. La crisi economica mordeva e in tutto il Paese i disoccupati si contavano a milioni.

Prendendo a pretesto la sostituzione del capo della polizia ausiliaria di Asti con un ex ufficiale della polizia dell’Africa orientale, tre gruppi di ex partigiani astigiani decisero di non rimanere in sterile attesa di una rivoluzione democratica che non arrivava. Presero la decisione di tornare ad armarsi e tornarono sulle colline dove avevano combattuto.

Nacque così, ottanta anni fa, la breve ma intensa avventura dei «Ribelli di Santa Libera», che presero il nome dalla frazione di Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo, nelle Langhe teatro dei romanzi di Beppe Fenoglio. Si insediarono il 20 agosto 1946, non prima di aver fatto incetta di vettovagliamento e armi dalla caserma della polizia ausiliaria di Asti.

UNA STORIA raccontata con documentata passione da Laurana Lajolo nel suo I ribelli di Santa Libera. Storia di un’insurrezione partigiana. Agosto 1946, pubblicato per la prima volta nel 1996 per le edizioni del Gruppo Abele e recentemente uscito in una seconda edizione dall’editore Baima-Ronchetti.

I promotori della ribellione erano giovani operai di Asti che avevano combattuto in prevalenza tra le file di Giustizia e Libertà e delle brigate garibaldine; pochi di loro si erano poi iscritti al Pci e al Psiup. Erano mossi da un profondo senso di ingiustizia e rabbia e volevano continuare la loro battaglia ideale anche con quelle armi che avevano gelosamente conservato, non rispettando l’ordine di consegnarle entro il 7 giugno 1945.
Alla guida dei ribelli c’era Armando Valpreda, nome di battaglia Armando, un giovane di 23 anni, combattente di Giustizia e Libertà e segretario provinciale dell’Anpi di Asti, che anni dopo avrebbe ricordato così le motivazioni del loro gesto: «Noi non ritenevamo possibile risolvere i problemi del nostro paese con le chiacchiere e i compromessi politici. I risultati presentati dai politici al potere erano ben lontani dal placare la nostra sete di libertà, di giustizia, di uguaglianza e di progresso sociale».

La notizia della ribellione armata di Santa Libera rapidamente si diffuse non solo ad Asti e Cuneo, ma varcò i confini piemontesi e nazionali, piombando sui tavoli del ministero dell’interno e della stessa presidenza del Consiglio. Assente De Gasperi, impegnato nelle complesse trattative della Conferenza di pace di Parigi, con funzioni di capo del governo vi era il vicepresidente, il socialista Pietro Nenni. Socialista era anche il sottosegretario agli interni, Corsi. Ancora più coinvolto nella vicenda era Palmiro Togliatti nella sua duplice veste di segretario del Pci e di ministro della Giustizia, che il 22 giugno 1946 aveva fortemente voluto il «Decreto presidenziale di amnistia e indulto per reati comuni, politici e militari avvenuti durante il periodo dell’occupazione nazifascista», accolto con freddezza dai partigiani e che aveva iniziato ad aprire le porte del carcere a molti fascisti.

ECCO DUNQUE accorrere a Santa Libera, dove si erano acquartierati circa duecento ribelli armati, non soltanto frotte di inviati dei giornali, ma anche diverse delegazioni di emissari di partito e comandanti partigiani, tra cui Davide Lajolo, il comandante garibaldino Ulisse e Cino Moscatelli, il mitico comandante comunista della Val Sesia. I giornali e i partiti della destra spingevano per un immediato intervento delle forze di polizia e dell’esercito, se necessario, per porre fine a questa insurrezione armata contro i poteri dello Stato, reato per il quale all’epoca era in vigore la pena capitale.

La dirigenza comunista premette su Nenni perché non vi fosse una simile prova di forza contro partigiani mossi da rivendicazioni largamente condivise a sinistra, come testimoniato dalle decine di attestazioni di sostegno che iniziarono a giungere a Santa Libera da gruppi partigiani di molte regioni, molti dei quali pronti a seguire il loro esempio di ritorno in collina e in montagna.

Nenni si disse pronto a ricevere a Roma una delegazione dei ribelli con una mossa che si rivelò decisiva per risolvere pacificamente una vicenda che più passava il tempo e più rischiava di rappresentare la miccia per una rivolta più ampia e assai più difficile da contenere. Sfruttando l’assenza di De Gasperi, che al suo ritorno fu molto critico per la gestione della crisi, il leader socialista riuscì a far accettare ai rappresentanti dei ribelli una serie di interventi legislativi che andavano nella direzione da loro indicata in un’articolata piattaforma rivendicativa elaborata a Santa Libera. Si andava dal riconoscimento delle qualifiche gerarchiche partigiane, all’equiparazione dei partigiani ai militi volontari e relativo trattamento economico dei militari, oltre all’estensione delle pensioni di guerra ai partigiani e alle famiglie dei caduti e anche le vittime politiche e ai loro famigliari e a un nuovo provvedimento per l’immissione nell’organico di polizia di partigiani in servizio.

Infine, nessuna conseguenza giudiziaria per i protagonisti della ribellione armata, che il 27 agosto 1946, al loro ritorno da Santa Libera furono accolti ad Asti da una folla festante. «Noi rientriamo nella legalità non per paura di rappresaglie – disse Armando in piazza – Abbiamo capito che la nostra insistenza sarebbe stata scambiata per un tentativo di abbattere il governo democratico, di sabotare cioè la vittoria del popolo. (…) Il nostro non è stato un gesto di sedizione, ma un appassionato appello rivolto a chi di dovere per soddisfare le nostre legittime richieste».

https://www.gazzettadasti.it/2026/08/27/belveglio-domenica-30-agosto-la-presentazione-del-libro-ribelli-santa-libera/

domenica 16 agosto 2026

De Gaulle al cinema, un successo

Kim Willsher
"Lo spirito di resistenza": il film biografico su de Gaulle si rivela un successo a sorpresa tra i giovani francesi

The Guardian, 16 agosto 2026

Il 18 giugno 1940, Charles de Gaulle , allora un giovane ufficiale dell'esercito poco conosciuto, sedeva in uno studio della BBC a Londra e lanciò il suo famoso appello alla resistenza francese contro l'occupazione nazista e il suo governo fantoccio di Vichy.

Agli occhi del primo ministro britannico Winston Churchill, De Gaulle era una spina nel fianco arrogante, ostinato e ribelle per lui e per gli alleati, ma il francese non smise mai di credere nella grandezza della Francia e nella necessità della resistenza.

Ora, un nuovo film biografico in due parti, basato su una biografia di De Gaulle scritta da un autore britannico, si è rivelato un inaspettato successo estivo nei cinema francesi e ha regalato ai giovani del paese un nuovo vecchio eroe.

La Battaglia di Gaulle, in uscita nelle sale cinematografiche del Regno Unito il 28 agosto e il 19 settembre, ha già attirato un pubblico di 5 milioni di persone dalla sua uscita a giugno, rivaleggiando con i blockbuster hollywoodiani Spider-Man: Brand New Day e The Odyssey. E non solo perché le sale cinematografiche sono state rifugi climatizzati dalle ondate di calore che si sono susseguite.

La storica francese Alya Aglan, professoressa all'università Panthéon-Sorbonne di Parigi e coautrice del bestseller De Gaulle, Francia e il mondo, ha affermato: "Nella storia della Francia abbiamo sempre avuto un 'uomo provvidenziale', qualcuno che è arrivato al momento giusto e ha trasformato una situazione di debolezza in una posizione di forza.

"L'entusiasmo dei giovani per il film deriva dalla scoperta di aspetti di una storia a loro sconosciuti: quella di un uomo che ha conosciuto fallimenti, esitazioni, difficoltà e che ha incarnato lo spirito di resistenza rimanendo fedele a se stesso contro ogni avversità, anche a costo di apparire a volte ridicolo."

Un'immagine dalla prima parte de La Bataille de Gaulle – L'age de Fer. Fotografia: TCD/Prod.DB/Alamy

"C'è emozione, ci sono informazioni che non conoscevano e che risuonano con i giovani di oggi, soprattutto in vista delle elezioni presidenziali in cui ci troveremo in una situazione di forte divisione."

I due film, entrambi della durata di quasi tre ore e con un budget di produzione fino a 80 milioni di sterline, sono tratti dalla biografia di De Gaulle del 2018 intitolata "A Certain Idea of ​​France: The Life of Charles de Gaulle" di Julian Jackson, professore di storia alla Queen Mary University di Londra.

La prima parte, L'Âge de fer (L'età del ferro), ripercorre il viaggio di De Gaulle a Londra nel giugno del 1940 e la fondazione delle forze della Francia Libera per combattere i nazisti, mettendo in evidenza la battaglia di Bir Hakeim, in cui 3.700 soldati della Francia Libera resistettero nel deserto libico contro 37.000 soldati nazisti guidati da Erwin Rommel per 16 giorni, consentendo all'Ottava Armata britannica di ritirarsi. La seconda parte, J'écris ton nom (Scrivo il tuo nome), copre il resto della guerra fino alla liberazione della Francia nel 1944.

Diretto da Antonin Baudry, diplomatico francese ed ex consigliere ministeriale, il cast comprende Simon Abkarian, che ha interpretato il cattivo Alex Dimitrios in Casino Royale di James Bond, nel ruolo del generale de Gaulle, e il pluripremiato attore shakespeariano britannico Simon Russell Beale nel ruolo di Winston Churchill.

Il secondo film, J'écris ton nom, ripercorre la storia di De Gaulle fino alla liberazione della Francia. Foto: TCD/Prod.DB/Alamy

Baudry ha dichiarato alla radio francese di voler che i film "parlassero ai giovani... e affrontassero i temi della guerra, della resistenza e dell'impegno".

Dopo la prima uscita, il film biografico sembrò un flop; ma per attirare un pubblico più giovane, la casa di produzione Pathé organizzò delle proiezioni di gruppo condotte dall'influencer di YouTube e Instagram Inoxtag, offrendo ai giovani spettatori l'opportunità di incontrare Baudry. Anche le amministrazioni locali offrirono biglietti gratuiti agli studenti e la notizia si diffuse rapidamente.

Fuori da un cinema del centro di Parigi la settimana scorsa, Alex, studente di economia aziendale, e i suoi amici hanno detto di aver apprezzato il film. "Ne avevamo sentito parlare sui social media e abbiamo deciso di vederlo", ha detto Alex. "A scuola ci insegnano la storia della Francia Libera e di De Gaulle, ma c'erano molte cose che non sapevo. È stato interessante vedere come gli studenti parigini abbiano risposto all'appello alla resistenza di De Gaulle".

Simon Abkarian nel ruolo di Charles de Gaulle in L'Age de fer. Fotografia: TCD/Prod.DB/Alamy

Lo storico Henry Rousso, specialista della seconda guerra mondiale, ha affermato: "Ci sono pochissimi film nel cinema francese che possono essere definiti 'epopee' storiche e questo è uno di questi. Il regista è riuscito forse perché si tratta di una delle più grandi epopee della storia francese."

“De Gaulle fu un personaggio eccezionale durante la sua vita e lo rimane ancora oggi per i francesi, in un momento in cui non esiste una figura politica equivalente.”

Non tutti sono altrettanto entusiasti. Arnaud Teyssier, storico e biografo di De Gaulle, ha liquidato il film biografico definendolo una "striscia a fumetti" che non rendeva giustizia al soggetto.

«Il film non è privo di grande fascino: ha avuto un budget elevato, una buona distribuzione ed è basato su una biografia giustamente rispettata. Ma la delusione è altrettanto grande», ha scritto sulla rivista Le Point .

Simon Russell Beale interpreta il primo ministro britannico Winston Churchill (a sinistra). Foto: TCD/Prod.DB/Alamy

"De Gaulle... con il suo atteggiamento sfuggente, è molto più complesso da ritrarre rispetto a Churchill, per il quale basta un attore corpulento che snocciola una battuta dopo l'altra fumando sempre un sigaro", ha scritto Teyssier.

Nathalie Cieutat, vicedirettrice generale della distribuzione di Pathé Films, ha affermato che le ricerche della società hanno dimostrato che "è il tema della resistenza ad aver reso il film particolarmente popolare tra i giovani".

Mentre la Francia si avvicina a quelle che si preannunciano come elezioni presidenziali molto combattute il prossimo anno , che secondo gli attuali sondaggi potrebbero sfociare in una battaglia tra l'estrema destra del Rassemblement National e l'estrema sinistra di France Insoumise, Aglan ha affermato che la figura di De Gaulle ha una risonanza particolarmente attuale.

«Quando i francesi sono divisi e si trovano di fronte all'estrema destra e all'estrema sinistra, e non sanno per chi votare quando non desiderano né l'una né l'altra, vorrebbero avere la possibilità di scegliere un uomo o una donna provvidenziali che possano salvarci da scelte così terribili», ha affermato.

“De Gaulle infonde speranza perché ha resistito e in questo momento tutti stanno pensando a come resistere.”

giovedì 25 giugno 2026

Marc Bloch. La cerimonia


Franck Johannès
Marc Bloch fa il suo ingresso nel Pantheon in un momento toccante di comunione repubblicana
Le Monde, 24 giugno 2026

Comodamente insediato nel firmamento degli storici, Marc Bloch deve aver tirato un sospiro di soddisfazione. Il suo ingresso al Panthéon, martedì 23 giugno, si è trasformato in un commovente momento di comunione repubblicana, osservato con attenzione dalla sua famiglia, che egli amava sopra ogni altra cosa. Testi toccanti, interpretati alla perfezione dagli attori Jacques Gamblin e Lou de Laâge – lui tutto vestito di nero, lei tutta in chiaro – con una scenografia semplice, avvolti dalla malinconica Pavana del compositore Gabriel Fauré. Persino gli ordini militari, sempre un po' ridicoli, non lo turbavano; Marc Bloch ha sempre nutrito rispetto per l'esercito.

Martedì a Parigi faceva caldo come durante la terribile estate del 1940, ma la piazza e l'area intorno al Panthéon erano gremite di una folla festante che applaudiva la lenta processione dei cenotafi di Marc Bloch e di sua moglie Simonne. Una donna reggeva un cartello con la scritta "Grazie!"e 700 scolari ben educati osservavano il feretro dell'uomo che la loro insegnante aveva descritto loro per settimane."Credo nei giovani", scrisse Marc Bloch al figlio maggiore nel 1942. "Personalmente, non ho particolare rispetto per l'età."

È sepolto a Les Fougères, a Bourg-d'Hem, nella sua casa nella regione della Creuse. Simonne morì poco dopo di lui, sotto falso nome, e nessuno sa dove riposi. Nei cenotafi, i Bloch hanno collocato felci, copie delle sue medaglie militari – a cui era molto affezionato – lettere, una poesia dedicata alla moglie, il suo testamento del 1941 e una pagina della sua Apologia della storia.

La coppia è stata sepolta nella cripta 13 del Pantheon, dove già riposano Missak e Mélinée Manouchian, Maurice Genevoix e Josephine Baker. Si tratta della"cripta Macron", dove sono sepolte queste figure, onorate durante i due mandati del Presidente della Repubblica, insieme a Simone Veil e Robert Badinter.

L'omaggio al grande storico – il primo a essere sepolto nel Panthéon dal 1791 – si è articolato in sette quadri commemorativi, a partire dalla fine. Si è iniziato con "Schiavo n. 14", il quattordicesimo dei 28 corpi allineati, colpito alla schiena dai tedeschi in un campo vicino a Lione il 16 giugno 1944. Fu identificato molto più tardi dalla figlia Alice grazie alla cravatta e a un pezzo dei suoi occhiali. Il secondo quadro ha ripercorso il percorso dello storico attraverso le due guerre mondiali, dal suo battesimo del fuoco come sergente Bloch, a 28 anni nel 1914, al suo innegabile coraggio fisico (Croix de Guerre e quattro encomi) e alla sua ascesa al grado di capitano – un traguardo raro per un civile.

"Il piccolo mega"

Fu richiamato alle armi nel 1938, all'età di 52 anni, un incarico che avrebbe potuto evitare vista la sua età e i suoi sei figli. Dopo la sconfitta, nella Rennes occupata, abbandonò l'uniforme, indossò una giacca e con notevole compostezza prese il treno per raggiungere la sua famiglia nella regione della Creuse. Fu lì che scrisse il suo libro più noto, "La strana sconfitta", pubblicato postumo, un'analisi senza compromessi della codardia che portò alla guerra.

Il seguente ritratto si concentra sulla famiglia Bloch, ebrei alsaziani non praticanti che scelsero la cittadinanza francese dopo la sconfitta del 1870. Raffigura l'imponente figura del padre, Gustave Bloch, professore all'École Normale Supérieure, soprannominato "il grande mega", un'allusione sia allo scheletro di un enorme megaterio che si ergeva nell'atrio della scuola, sia alla considerevole circonferenza della vita del rispettato professore. Marc, che divenne"il piccolo mega", eccelse in tutte le discipline, conseguendo presto l'agrégation in storia e geografia e poi il dottorato in letteratura. Nel 1919 sposò Simonne Vidal, una giovane donna benestante della borghesia ebraica.

I soldati circondano i cenotafi di Marc Bloch e di sua moglie, Simonne Bloch, durante la cerimonia commemorativa al Pantheon di Parigi il 23 giugno 2026.

La cerimonia si è rapidamente allontanata dal ruolo di Simonne. Sebbene abbia certamente incoraggiato e revisionato le opere del suo amato marito e cresciuto i loro sei figli, in definitiva si sa poco di lei, se non che fu il grande amore di Marc Bloch. Vincent Delerm e Anne Sila hanno cantato la bellissima " Ballade triste", che lui aveva scritto per lei nel 1943:"La strada a volte era difficile / Il fardello a volte era pesante per noi / Ma eravamo in due, amore mio". Proprio la mattina del suo arresto, le scrisse:"Perdonami per essere stato così lontano".

Simonne, come lui, non aveva dubbi sul formidabile contributo intellettuale di Marc Bloch. Con il suo alter ego, Lucien Febvre, e la Scuola delle Annales, rivoluzionò la metodologia storiografica. Bloch non vedeva alcun motivo per elencare le date principali delle battaglie o scrivere biografie, ed era appassionato di sociologia, economia, paesaggi e mentalità. La sua opera principale rimase a lungo appannaggio degli specialisti.

Contrario alla presenza del Rassemblement National

La cerimonia ha infine sottolineato il profondo attaccamento di Marc Bloch alla Francia e, in quanto uomo di sinistra, alla democrazia. "Sono ebreo", scrisse Marc Bloch in "Strange Defeat ", " se non per religione, che non pratico, né per altra, almeno per nascita. Non ne traggo né orgoglio né vergogna, essendo, spero, uno storico abbastanza competente da non ignorare che le predisposizioni razziali sono un mito e la stessa nozione di razza pura un'assurdità particolarmente palese  (...) Affermo le mie origini solo in un caso: quando mi trovo di fronte a un antisemita."

Aggiunge inoltre che la Francia è la sua patria nel cuore. "Ci sono nato, ho bevuto alle sorgenti della sua cultura, ho fatto mio il suo passato, respiro bene solo sotto il suo cielo e, a mia volta, mi sono sforzato di difenderla al meglio delle mie possibilità."

Emmanuel Macron, che ha celebrato la sua sesta sepoltura al Panthéon, ha chiuso la serata con un discorso piuttosto pregevole, una lunga condanna del regime di Vichy e dell'antisemitismo, che non poteva che compiacere la famiglia Bloch. Quest'ultima si era infatti opposta con veemenza alla presenza del Rassemblement National, partito fondato in particolare da ex membri delle Waffen-SS.

Il Presidente della Repubblica, che naturalmente difende anche la propria posizione, ha sottolineato lo "spirito di sconfitta"che pervade "la nostra vita pubblica" ."Sono stati pochi a riaccendere le braci di ciò che siamo e a salvare l'onore e l'anima della Francia", ha affermato il Capo dello Stato, rendendo omaggio con una bella frase all'"erede dell'Illuminismo" che, nella Resistenza,"scelse l'esercito delle ombre".

E, cosa ancora più insolita, Emmanuel Macron ha ricordato che durante i tre mesi di prigionia nelle mani della Gestapo, sanguinante, con i polsi rotti e sottoposto sette volte al waterboarding, lo storico aveva parlato, come la maggior parte dei membri della Resistenza. Aveva fatto i nomi di persone già note o che si erano rifugiate a Londra, come rivelato dallo storico tedesco Peter Schöttler. Marc Bloch era anche un uomo di 57 anni, debilitato dall'artrite, che avrebbe detestato che la sua vita venisse glorificata. Voleva che sulla sua lapide fosse incisa la scritta "Dilexit veritatem  " ("Ha amato la verità").