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venerdì 18 settembre 2026

Questioni di tattica



La Rivoluzione liberale
23 novembre 1922

QUESTIONI DI TATTICA.


La nostra opposizione al fascismo non é un agitarsi inquieto di spiriti nevrastenici o femminilmente emozionati. Possiamo considerare le cose con serenità, possiamo maturare anche un problema di tattica. La nostra è un'antitesi di stile, che non sente neppure il bisogno di discutere il discorso di Mussolini. La questione riguarda qualcosa di più profondo che il colpo di Stato e la crisi Ministeriale. Noi non combattiamo, specificamente, il Ministro Mussolini, ma l'altra Italia. Sappiamo di dover lavorare a lunga scadenza. Se fossimo deputati ci dimetteremmo. Ci raccoglieremmo nel silenzio. Possiamo continuare a parlare solo perché ci rivolgiamo a un pubblico intelligente, tra amici, e non ci si può fraintendere o attribuire falsi scopi.

    Sappiamo e ci auguriamo che Mussolini non cada troppo presto, che la sua esperienza percorra tutta la parabola. Non condividiamo, odiamo decisamente le opposizioni che si vengono timidamente accennando nel campo parlamentare. I socialisti combatteranno Mussolini per avere tra qualche mese Baldesi al ministero e poter gareggiare con le cooperative fasciste nella richiesta di sovvenzioni allo stato e di concessioni di lavori pubblici. I democratici reagiranno in nome delle vecchie clientele, in nome dei vecchi metodi giolittiani; cercheranno di impedire con ogni sorta di transazione i chiarimenti e le responsabilità nette.

    Saremo inesorabilmente contro queste sopravvivenze parassitarie, anche se dal nostro atteggiamento dovesse trarre vantaggio Mussolini.Vogliamo che l'esperienza si compia in tutta la sua logica di intransigenza. Che Mussolini non possa trovare un alibi, che non possa attribuire ad altri la responsabilità del suo insuccesso. Alla nostra opposizione silenziosa il governo non potrà rimproverare quelli che saranno effetti delle sue colpe.

    Non abbiamo fiducia in Mussolini e nei suoi collaboratori. Abbiamo voluto affermarlo nettamente. Ognuno a suo posto. Avremmo preferito evitare all'Italia povera e immatura questo esperimento disastroso. Ma ora che non si può tornare indietro vogliamo trarne tutti i vantaggi possibili per l'esperienza del paese.

    Se il popolo è ineducato e non ha il senso della libertà anche Mussolini può essere utile, non col risanare il bilancio (compito a cui altri uomini si richiedono), ma coll'insegnare concretamente, a chi lo sapeva solo dai libri, che cosa sia la tirannide. La reazione blanda di questi giorni rincrudirà: la dittatura sarà la dittatura; chiediamo le elezioni coi mazzieri, non solo in Puglia, ma a Torino e a Milano. Non vogliamo che l'esperimento Mussolini sia la continuazione del riformismo giolittiano. Il paese ha bisogno di una prova. Se sarà degno della libertà la conquisterà anche attraverso cinque anni di dittatura. Il fascismo non deve assumere nessuna maschera democratica; non deve riuscire soltanto a raddoppiare le clientele e segnare il momento di palingenesi della piccola borghesia.

    La nostra opposizione è così intransigente che ci rifiutiamo di esaminare i programmi e di collaborare colla critica. Combattere Mussolini per sostituirgli tra sei mesi Nitti, Cocco Ortu, Orlando o Giolitti, no e poi no. Le nostre sono antitesi integrali: restiamo storici, al di sopra della cronaca anche senza essere profeti, in quanto lavoriamo per il futuro, per un'altra rivoluzione.


La Redazione.


domenica 26 aprile 2026

La festa al di là del teatrino


Marco Mondini Il 25 aprile e il cane di Pavlov Fb

"Non possiamo organizzare il seminario il 25 aprile" dico al collega tedesco che insiste per ficcare in quella settimana la riunione del progetto di ricerca "è festa!". "Festa di cosa?" mi risponde cortese, passando inopinatamente al suo italiano stentato che sembra sempre uscito dai Due colonnelli di Totò. "Ma della Liberazione!" "Liberazione da chi?" "Da voi".

Il collega smette di sorridere e propone di slittare a maggio.
Mi è successo tanti anni fa, in epoca politicamente più felice. Ma già all' epoca erano chiari i sintomi di quella messa in scena che trasforma ogni anno il 25 aprile in un teatrino dei burattini. Con un copione stantio. Qualche politico o militante di un partito di destra, o estrema destra o populista alla qualunque (ne abbiamo a iosa, da infelici scelte per le massime cariche istituzionali a ex generali in cerca di visibilità) lancia la sua prevedibile e sempre uguale provocazione. Lo fa sempre, in un momento compreso tra il 23 aprile e questa mattina. Qualcosa del tipo "noi" ci battevamo per l'onore. Noi abbiamo diritto...noi e la pacificazione. E i partigiani però non erano degli stinchi di santo...
Poiché a destra s'ode uno squillo, a sinistra puntuale risponde lo squillo uguale e contrario. L'indignato da copione, la pasionaria più o meno intellettuale, replica a tono.uguale e contrario con parole sempre uguali: il rigurgito del fascismo eccetera eccetera.
Ora, è più o meno.dai tempi di Almirante, e cioè dai primi vagiti della Repubblica, che i figli o nipoti a vario titolo del regime fascista scassano i cabasisi, direbbe Camilleri, con il rancore fuori posto e mai sopito di chi non ci sta a essere la parte perdente della Storia. Agli eredi delle brigate nere e dei bei vecchi tempi andati quando c' era il Tribunale speciale e tutto era in ordine, non sfiora il dubbio che gli sarebbe potuta andare peggio. Come ha scritto, tra gli altri, Tony Judt, è un mezzo miracolo se in tutta Europa, nella primavera '45, le Resistenze armate deposero le armi limitando le ondate di violenza e di vendetta. Considerato che fascisti e collaborazionisti dei tedeschi a vario titolo avevano occupato, ucciso, perseguitato, bruciato, sterminato per anni. E che, per limitarci ai danni di casa nostra, l'unico risultato di chi aveva scelto la strada "dell' onore", per dirle con i ragazzini di Salò, era stato di svendere il paese ai tedeschi, regalandogli inopinatamente Trento e a Trieste e facendosi trattare come sguatteri per due anni, mentre i soldati del Terzo Reich massacravano allegramente altri italiani.
Ad Almirante e ai suoi andò bene. Non solo non finirono tutti contro un muro, ma la Repubblica permise loro di rientrare nella vita politica, fondarsi un partito e rompere le scatole brontolando per ottant'anni. Cercando di quando in quando, Tambroni insegna, di rientrare nella stanza dei bottoni. Sono i mali della democrazia, diceva già Popper.
Non paghi di tanta fortuna, i figliocci delle brigate nere non hanno mai perso comunque occasione di mugugnare ogni sacrosanto 25 aprile, ricorrendo alla più consueta delle loro armi dai tempi gloriosi del duce: la frottola.
"È una festa di sinistra!" "È una festa di comunisti!"
Ma il 25 aprile venne istituito come festa nazionale il 22 aprile 1946, con un decreto luogotenenziale del futuro monarca Umberto II per solennizzare la liberazione dell'Italia. Per ricordare insomma che gli italiani non avevano aspettato armi al piede di essere graziosamente liberati, ma avevano imbracciato il fucile ed erano morti e avevano ucciso per riguadagnarsi, per quello che potevano, la propria dignità dopo un quarto di secolo di schiavitù. La festa precedette la Repubblica. Ne fu, in molti modi, la culla e il laboratorio ideale. A sfilare, come l' anno prima per le vie di Milano liberata, furono generali dell' esercito leali come Cadorna, ufficiali di complemento della Grande guerra come Parri, capi banda partigiani ferocemente anticomunisti, e insieme a loro compagni di lotta da Pertini a Longo con cui si sarebbero metaforicamente scannati nelle aule parlamentari.
E sì, fu fin dall' inizio una festa che generava spaccature, non sorprendentemente in un paese che continuava a vivere l'eredità tossica della guerra civile. Altro regalino al suo popolo di sua eccellenza il cavaliere Benito Mussolini. Ma questa è un' altra storia.
Il 25 aprile è nato, e rimane, come una festa di patria, nel senso più profondo del saluto alla terra dei padri tornata libera, o almeno con un futuro da costruire. Da costruire, certo, molto diversamente dal passato, perché la Resistenza fu anche il sogno di un paese nuovo, migliore. Non è una festa di sinistra. Non è una festa bolscevica. È la commemorazione del riscatto. Di tutti gli italiani.
Un giorno, quando questo paese sarà in grado di fare i conti con il proprio passato, lo stanco teatrino dei pupi che va in onda ogni 25 aprile si spegnerà. Il nipotino di Almirante in cerca del quarto d'ora di notorietà la smetterà di rivendicare onori e gloria per i camerati caduti (tradendo il proprio paese) e la vezzosa pasionaria di turno la smetterà di invocare l'unità antifascista come se fossimo nell' estate del '44. E forse faremo un passo avanti, finalmente.

lunedì 16 marzo 2026

Figli di nessuno

   

Guido Picelli (Parma, 9 ottobre 1889 – Algora, Spagna, 5 gennaio 1937) 

                                        Noi siam nati chissà quando chissà dove allevati dalla pubblica carità senza padre senza madre senza un nome e noi viviam come gli uccelli in libertà.

Figli di nessuno per i boschi noi viviam ci disprezza ognuno perché laceri noi siam ma se c'è qualcuno che ci sappia ben guidar - e ben guidar figli di nessuno anche il digiuno saprem lottar. Noi viviam fra i boschi e sulle alte cime e dagli aquilotti ci facciam comandar ma il nemico nostro dai confini scaccerem - e scaccerem e l'Italia bella noi la saprem - noi la sapremo liberar. Figli di nessuno per i monti noi viviam ci disprezza ognuno perché laceri noi siam ma se c'è qualcuno che ci sappia ben guidar - e ben guidar figli di nessuno anche il digiuno saprem lottare.

I "Figli di nessuno" erano nel genovese le squadre d'azione che avevano l'incarico di contrapporre alla violenza fascista azioni di rappresaglia; nel luglio 1921 confluirono negli Arditi del Popolo.

V'è una lezione del ritornello leggermente diversa:

"Figli di nessuno
per i monti noi andiam
ci disprezza ognuno
perché laceri noi siam
ma se troviam qualcuno
che ci sappia che ci sappia dominar e comandar  
figli di nessuno - anche a digiuno saprem sparar"
(Pardo Fornaciari)

Da "La musica dell'altra Italia", sito non più online.

venerdì 27 febbraio 2026

Jean-Luc Mélenchon rilancia

 

Morte di Quentin Deranque: a Lione, Jean-Luc Mélenchon denuncia una "trappola" tesa dall'estrema destra e conferma il suo sostegno alla Jeune Garde

Il leader della France Insoumise ha chiesto lo scioglimento del collettivo Némésis, sostenendo che i suoi attivisti erano stati usati come "esca per attirare simpatizzanti antifascisti e poi provocare scontri".
Richard Schittly
Le Monde, 27 febbraio 2026

Due settimane dopo la morte dell'attivista di estrema destra Quentin Deranque, 23 anni, per mano di membri del movimento antifascista a Lione il 14 febbraio, Jean-Luc Mélenchon ha contrattaccato giovedì 26 febbraio durante una manifestazione a sostegno di Anaïs Belouassa-Cherifi e Florestan Groult, rispettivamente candidati sindaco e metropolita di Lione de La France insoumise (LFI).

Mentre i legami di LFI con la Jeune Garde , il gruppo disciolto a cui presumibilmente appartenevano i sospettati, sono stati denunciati da sinistra all'estrema destra, il leader del movimento "insoumis" (indomito) ha condannato una "trappola " , "tesa deliberatamente dall'associazione Némésis da giovani donne che, come dicono loro stesse, vengono usate come esca per attirare attivisti antifascisti e poi per provocare scontri perché legate a gruppi di estrema destra a Lione". Ha ricevuto una standing ovation da una sala gremita della Bourse du Travail (Borsa del lavoro).

"Dobbiamo esaminare tutto", ha insistito, ricordando i precedenti contatti tra Némésis e attivisti di estrema destra, rivelati da L'Humanité. Per Jean-Luc Mélenchon, questo gruppo ha deliberatamente creato le condizioni per la rissa iniziale e ha quindi contribuito alla genesi della tragedia. "Volevano un incidente affinché apparissero persone armate, con casco e mascherate. (...)  Un'organizzazione criminale!" ha denunciato, chiedendo lo scioglimento di Némésis. Questo scioglimento è stato chiesto anche da Sandrine Runel, deputata del Partito Socialista per il dipartimento del Rodano e candidata alle elezioni comunali di Lione nella lista della coalizione di sinistra (esclusa La France Insoumise) guidata dal deputato del Partito Verde e sindaco in carica, Grégory Doucet.

Riguardo alla Jeune Garde (Giovane Guardia), un gruppo fondato da Raphaël Arnault, divenuto deputato (LFI) per il Vaucluse nel 2022, Jean-Luc Mélenchon ha inviato messaggi contrastanti. Ha chiaramente condannato l'attacco, riferendosi a "questi giovani che hanno perso la calma e si sono abbassati a picchiare un uomo a terra fino a farlo morire, e le cui vite sono distrutte tanto quanto quelle dei genitori di questo giovane ". Ma ha cercato di minimizzare qualsiasi illecito collettivo da parte del gruppo antifascista. "La Jeune Garde non ha mai, in nessun momento, voluto la morte di nessuno, perché il suo addestramento non include l'omicidio ", ha affermato il leader dell'LFI. E ha ribadito il suo sostegno al movimento: "La richiesta di scioglimento della Jeune Garde è infondata (...), non è un'organizzazione criminale".

Rispondendo all'attesa di un suo commento in materia, Jean-Luc Mélenchon ha riconosciuto i suoi legami con il gruppo e con Raphaël Arnault: "Non avremmo mai avuto un simile rapporto e un simile accordo con loro [se fossero stati un'organizzazione criminale] , arrivando persino a proporre al loro leader di candidarsi e diventare membro del parlamento". Raccontando la tragedia e ricordando i numerosi crimini razzisti in attesa di giudizio, il leader di La France Insoumise ha cercato di scaricare la colpa morale sui movimenti di estrema destra, colpevoli di provocazione ai suoi occhi, arrivando persino a deridere la fuga e il ritardo nella richiesta di aiuto con questa osservazione feroce: "I fascisti abbandonano il loro compagno a terra".

Ha anche criticato i media per oltre quarantacinque minuti, prima di fare commenti dubbi sulla pronuncia del nome del pedofilo americano Jeffrey Epstein: "A meno che non si tratti del caso [epstain] . Ah, intendevo [epstine] , scusa. Suona più russo, [epstine] , non è vero? Quindi ora direte [ennstine] invece di [ennstain] , [frankenstine] invece di [frankenchtaine] . Bene, ecco fatto, vero? Tutti capiscono come si dovrebbe fare..."

Attivisti galvanizzati della France Insoumise

In questo clima tossico a Lione, Jean-Luc Mélenchon ha invitato alla calma. "Quando inizia una lotta, non si sa mai come andrà a finire, ed è per questo che vi dico: niente combattimenti!", ha dichiarato il fondatore di La France Insoumise (LFI), riferendosi a una "barriera" che non deve essere oltrepassata nella lotta antifascista. Ha drammatizzato le sue dichiarazioni, arrivando persino a suggerire la possibilità di un attentato contro di lui. Ha esortato: "Non ci sarà vendetta".

Sebbene gli attivisti della "France Insoumise" fossero stati destabilizzati dalla tragedia, sentendosi ostacolati nella loro campagna da minacce ed esitazioni nel distribuire volantini, sono stati visibilmente galvanizzati dalla visita di Jean-Luc Mélenchon. Rivolgendosi a più di 2.000 persone che sventolavano bandiere, l'ex senatore si compiacque di invocare la memoria di Jean Moulin, "il Moulin del giugno 1940 ", che aveva rifiutato il giogo nazista, sacrificando la propria vita ancor prima dell'appello del generale de Gaulle. Il pubblico ha apprezzato l'iniziativa, alzandosi in piedi più volte e scandendo con fervore lo slogan del raduno: "Siamo tutti antifascisti" [in italiano].

Jean-Luc Mélenchon non ha dimenticato di rispondere a Grégory Doucet. Durante il dibattito su BFM-TV mercoledì sera , il sindaco uscente di Lione ha posto "alcune condizioni" per una potenziale alleanza con La France Insoumise (LFI) al secondo turno delle elezioni comunali, in particolare il rifiuto di qualsiasi candidato coinvolto in episodi di violenza. "Siamo noi a stabilire le condizioni. (...) Siamo noi, e solo noi, ad aver reso possibili le candidature congiunte alle elezioni legislative nel corso della storia della sinistra. (...) Cambiate tono quando ci parlate ", ha ribattuto Jean-Luc Mélenchon.

https://www.lemonde.fr/politique/article/2026/02/27/mort-de-quentin-deranque-a-lyon-jean-luc-melenchon-denonce-un-traquenard-de-l-ultradroite-et-confirme-son-soutien-a-la-jeune-garde_6668447_823448.html


domenica 15 febbraio 2026

Gobetti e lo Stato nascente

Antonio Carioti (a cura di)
Piero Gobetti, Il liberalismo della rivoluzione
Corriere della Sera La Lettura, 25 gennaio 2026

Morì in esilio a Parigi cent’anni fa appena ventiquattrenne, il 16 febbraio 1926, indomito e isolato. Ma il torinese Piero Gobetti — editore, studioso, giornalista — resta un punto di riferimento importante. Abbiamo invitato a discuterne Ersilia Alessandrone Perona, curatrice del carteggio gobettiano; Giuseppe Bedeschi, professore emerito di Storia della filosofia alla Sapienza di Roma; e Paolo Soddu, docente dell’Università di Torino. Come primo punto abbiamo evocato la visione gobettiana del conflitto come motore del progresso.

ERSILIA ALESSANDRONE PERONA — Mi sembra una concezione sempre valida. Non c’è possibilità di avanzamento sociale senza un confronto critico serrato tra opinioni diverse. Gobetti considera irrinunciabile il valore della lotta in ogni campo. Tant’è vero che il sottotitolo del suo libro La rivoluzione liberale è appunto Saggio sulla lotta politica in Italia.

Da dove deriva questa impostazione?

ERSILIA ALESSANDRONE PERONA — Dall’insegnamento di Luigi Einaudi, convinto a sua volta della necessità che le parti antagoniste si confrontassero anche ferocemente. Non a caso Gobetti pubblica nel 1924 il libro Le lotte del lavoro come primo volume di una serie delle opere di Einaudi che poi non riesce a realizzare. E fa uscire sul suo settimanale «La Rivoluzione Liberale» l’introduzione del volume, scritta dallo stesso Einaudi e intitolata La bellezza della lotta. L’uso del termine «bellezza» mi pare eloquente.

GIUSEPPE BEDESCHI — Gobetti ha una visione pessimistica della storia d’Italia, ispirata ad Alfredo Oriani. Secondo lui, la mancanza della Riforma religiosa protestante aveva determinato l’immaturità etica e politica degli italiani. La rivoluzione delle coscienze avviata da Martin Lutero e Giovanni Calvino, a suo avviso, aveva generato il capitalismo moderno. Invece in Italia si era affermata la Controriforma cattolica, che aveva fiaccato moralmente il nostro popolo.

E il Risorgimento?

GIUSEPPE BEDESCHI — Gobetti lo giudica un fallimento, un moto abortito, al quale era rimasta estranea la grande maggioranza degli italiani. Ne era derivato il cancro del trasformismo, che a suo parere aveva colpito le forze di governo, ma anche i socialisti: il Psi di Filippo Turati non era stato un elemento di rottura e conflitto, ma aveva agito in senso collaborativo e corporativo, a forza di accordi sottobanco. Nell’opera dello statista liberale Giovanni Giolitti, Gobetti vede «la piccola politica trascinata alla giornata». E considera Turati un personaggio «mediocre», anzi «il più formidabile diseducatore dell’Italia moderna», che aveva ridotto i proletari a «mendicanti», impedendo che «assurgessero a personalità di lottatori».

Dunque, secondo Gobetti, in Italia un vero conflitto politico non c’era mai stato?

GIUSEPPE BEDESCHI — La sua è una posizione nettamente rivoluzionaria. Non a caso è in rapporti strettissimi con Antonio Gramsci, che gli affida la critica teatrale sull’«Ordine Nuovo», quando da settimanale lo trasforma in quotidiano. Gobetti ammira molto i comunisti torinesi e il movimento dei consigli operai. A sua volta Gramsci, dopo la morte dell’editore, scrive che Gobetti, pur non essendo comunista, aveva capito il ruolo centrale del proletariato nella società contemporanea.

PAOLO SODDU — Va considerata la crisi irreversibile del sistema politico sorto dopo l’unità d’Italia. Essa porta all’ascesa del fascismo, movimento totalitario deciso a sopprimere la dimensione del conflitto, nella quale invece Gobetti, sulla scorta di Einaudi, vede la fonte primaria dello sviluppo sociale.

Ma perché invece apprezza i comunisti?

PAOLO SODDU — Ha un rapporto importante con Gramsci. Eppure, ha notato di recente Pietro Polito, Gobetti ha pubblicato nelle sue edizioni opere di autori socialisti, liberali e cattolici, persino fascisti, ma nessun libro di un comunista.

ERSILIA ALESSANDRONE PERONA — Tuttavia nel 1925 Palmiro Togliatti gli propone di pubblicare nelle sue edizioni la traduzione del rapporto della Delegazione sindacale inglese sulle condizioni della Russia. L’ipotesi poi sfuma, ma non per ragioni ideologiche.

PAOLO SODDU — Il fatto è che il giovane torinese considera il Partito comunista un movimento allo stato nascente, che a Torino, con i consigli operai e l’occupazione delle fabbriche nel settembre 1920, persegue una svolta epocale: non più solo parlare della rivoluzione, ma realizzarla. Senza dubbio Gobetti in quella fase scambia Torino per l’Italia, ma il suo richiamo al primato della lotta mi pare senz’altro attuale.

Perché?

PAOLO SODDU — In un mondo sempre più vario e multiforme, oggi il conflitto viene visto da quasi tutti i sistemi politici come un pericolo, da limitare se non da sopprimere, mentre costituisce un lievito per il progresso e lo sviluppo della convivenza.

ERSILIA ALESSANDRONE PERONA — La grande crescita industriale di Torino, durante e dopo la Prima guerra mondiale, causa forti tensioni sociali, alla testa delle quali ci sono i socialisti. Gobetti, nato nel 1901, da adolescente è interventista, quindi ostile al neutralismo del Psi. E viene da una famiglia di piccoli commercianti, il che lo porta a deprecare come «teppismo» gli assalti ai negozi durante i moti per il carovita del 1919. Non gli piace inoltre il «socialismo dei professori», intellettuali di sinistra che attirano le sue ironie. Tuttavia Gobetti segue con interesse il settimanale socialista torinese «Il Grido del Popolo», che traduce articoli di Vladimir Lenin e Lev Trotsky, esaltando la rivoluzione sovietica. E sin dal 1920 l’editore torinese dichiara che ammira le doti di Gramsci come polemista.

Come si spiega questa apparente contraddizione?

ERSILIA ALESSANDRONE PERONA — Gobetti esordisce nel novembre 1918 con «Energie Nove», una piccola rivista d’impronta patriottica che al tempo stesso cerca il confronto con i giovani socialisti intellettualmente più vivaci. Non mancano gli scontri: Togliatti a un certo punto bolla Gobetti come «un parassita della cultura». Ma prevalgono la curiosità e l’attenzione reciproca. Quando nel febbraio 1920 chiude «Energie Nove», Gobetti dichiara: «Siamo dei sorpassati». Vuole andare oltre l’interventismo democratico, ha sete di novità.

Ma perché si appassiona al bolscevismo?

ERSILIA ALESSANDRONE PERONA — Trotsky e Lenin influiscono molto su di lui. La lettura dei loro scritti lo convince che essi hanno instaurato in Russia lo Stato liberale. Ancora all’inizio del 1925 rifiuta un articolo proposto alla «Rivoluzione Liberale» da un esule russo che assimilava comunismo e fascismo per il loro comportamento repressivo. Gobetti respinge il paragone, perché in Urss vede «un mondo in formazione e sforzi di nuove classi dirigenti». Trotsky gli appare «uno statista di grandezza innegabile». Considera i bolscevichi, al di là delle loro colpe, «protagonisti di storia e non semplicemente di imprese di polizia».

GIUSEPPE BEDESCHI — Gobetti definisce i consigli operai torinesi «il primo movimento religioso d’Italia». E appoggia calorosamente l’occupazione delle fabbriche. Quanto alla Russia, mentre i socialisti democratici come Karl Kautsky in Germania e Turati in Italia criticano i bolscevichi, Gobetti ne difende l’opera in quanto «esaltazione di liberalismo». Sono parole sconcertanti, perché la teoria liberale si è sempre affermata come protezione dei diritti individuali. Ma il fatto è che tale concezione classica risulta del tutto assente in Gobetti.

Si era convertito al marxismo?

GIUSEPPE BEDESCHI — Assolutamente no. Anzi, da buon allievo di Einaudi, apprezzava il capitalismo come civiltà del risparmio e dell’impresa. Tuttavia era convinto che, quanto meno in Italia, i privati non fossero più all’altezza di gestire la società industriale. Dovevano quindi essere sostituiti dalla classe operaia e dai suoi dirigenti. Può apparire un paradosso, ma Gobetti affidava ai lavoratori la funzione storica di salvare il capitalismo. Per questo riteneva che si dovessero appoggiare le lotte degli operai, anche a costo di accettare un periodo di dittatura del proletariato. Mi pare una posizione assai poco liberale.

Gobetti va accantonato?

GIUSEPPE BEDESCHI — È una personalità di altissimo livello intellettuale, ma bisogna collocarlo nel suo tempo, senza farne un idolo, perché in realtà ha poco da insegnarci.

PAOLO SODDU — Quando muore, Gobetti non ha neppure 25 anni. E aveva vissuto in una fase storica dominata da uno stile politico radicale che accomuna quasi tutte le forze in campo. L’editore torinese cerca — sbagliando, come accade a tutti — d’interpretare i movimenti profondi della società. Mostra un grande interesse per la rivoluzione sovietica come momento di rottura e di trasformazione radicale. Tuttavia è altrettanto attento al Partito popolare: considera la formazione guidata da don Luigi Sturzo, di cui pubblica molti scritti, una novità enorme nel panorama politico italiano.

Ma qual è il suo intento?

PAOLO SODDU — Dare al liberalismo un contenuto democratico che in Italia fino a quel momento era stato debole, se non assente. Perciò guarda a Francesco Saverio Nitti e a Giovanni Amendola, dei quali pubblica i testi, anche se con loro si trova spesso in dissenso. Molto significativo è anche il suo ruolo nell’incoraggiare l’Unione goliardica per la libertà, sorta dopo il delitto Matteotti, che è una sorta di Cln studentesco in anticipo sui tempi, dove convivono tutte le componenti che daranno vita alla Costituzione antifascista: liberali come Enzo Storoni, cattolici come Ezio Vanoni, socialisti come Rodolfo Morandi, futuri comunisti come Giorgio Amendola e futuri azionisti come Ugo La Malfa.

Come si spiega però il suo duplice apprezzamento per il capitalismo e il bolscevismo?

PAOLO SODDU — Riflette il carattere duale di Torino, dove ci sono Gramsci e i consigli di fabbrica, ma anche il Lingotto fatto costruire da Giovanni Agnelli, che Gobetti elogia come moderno capitano d’industria. La sua lettura degli eventi è d’altronde un’opera in costruzione, che si conclude quando diventa irreversibile l’avvento del regime fascista. A Gobetti non rimane allora che l’esilio a Parigi, dove vorrebbe riprendere l’attività di editore, ma muore in solitudine il 16 febbraio 1926. Quanto all’Urss, va ricordato che all’epoca è ancora aperta la lotta per la successione a Lenin, che solo più tardi terminerà con l’affermazione di un pieno totalitarismo sotto Iosif Stalin.

Passiamo al fascismo, che Gobetti definisce «l’autobiografia della nazione». È un’interpretazione utile, tenendo conto che movimenti analoghi a quello di Benito Mussolini sorgono in tutta Europa?

ERSILIA ALESSANDRONE PERONA — Quella formula gobettiana è stata definita «folgorante metafora». E ha avuto un successo indiscutibile. Però l’idea che l’ascesa di Mussolini fosse la rivelazione di antiche tare storiche italiane sembra ricadere più nell’ambito morale che storiografico. Bisogna capire se il concetto di «autobiografia della nazione» sottende un’interpretazione del fenomeno fascista o è una forma retorica in senso alto, uno strumento di lotta politica.

Da dove viene quell’espressione?

ERSILIA ALESSANDRONE PERONA — Si riferisce al malcostume morale del popolo italiano, ma comprende anche una critica rivolta al Risorgimento per i suoi esiti insoddisfacenti. Va rilevato peraltro che la formula gobettiana, molto affascinante, viene ripresa da Carlo Rosselli e altri antifascisti, ma solo fino all’avvento del nazionalsocialismo hitleriano. L’instaurazione in Germania di un regime assimilabile al fascismo, ma che nulla aveva a che fare con la specifica storia d’Italia, indusse a mettere da parte la definizione di «autobiografia della nazione» e a focalizzarsi sul carattere totalitario delle due dittature.

Ma la formula gobettiana è poi riemersa.

ERSILIA ALESSANDRONE PERONA — Sì, ma soprattutto come suggestione morale più che come chiave d’interpretazione del regime.

GIUSEPPE BEDESCHI — La diagnosi del fascismo formulata da Gobetti s’inquadra nella sua critica di tutta la storia d’Italia: vale poco un Paese che, scrive lui, «crede alla collaborazione delle classi» e «rinuncia per pigrizia alla lotta politica». Così Mussolini diventa un corruttore prima che un tiranno, la prova vivente che gli italiani — sono parole di Gobetti — «hanno animo di schiavi». E il fascismo è la sintesi delle malattie nazionali: retorica, cortigianeria, trasformismo.

Come combatterlo allora?

GIUSEPPE BEDESCHI — Promuovendo nuove élite rivoluzionarie, espresse essenzialmente dalla classe operaia. Perciò Gobetti era ostile alle correnti antifasciste democratiche, che a suo avviso volevano tornare all’Italia giolittiana, sperando magari di addomesticare Mussolini e farlo rientrare nei loro compromessi. In questa analisi scompaiono del tutto le responsabilità del socialismo massimalista, che agitando il mito della rivoluzione aveva spaventato le classi medie, spingendole verso il fascismo.

Il problema è quindi l’antigiolittismo di Gobetti?

GIUSEPPE BEDESCHI — Non solo. Anche Amendola era antigiolittiano, ma voleva incardinare la nuova democrazia sui ceti medi, mentre Gobetti puntava sulla classe operaia. Ma c’è un altro punto poco considerato dagli studiosi. Tra gli ispiratori della visione gobettiana non c’è solo Oriani, ma anche Giovanni Gentile.

Un ideologo del fascismo?

GIUSEPPE BEDESCHI — Gobetti è un grande ammiratore del filosofo siciliano. Sull’«Ordine Nuovo» di Gramsci, l’editore torinese riconosce a Gentile il merito di avere insegnato a tutti che «la filosofia è una visione della vita, una fede, un’armonia morale», insomma «la vera religione degli uomini», fondata sul «culto sovrano della verità». Questo influsso su Gobetti è molto significativo, in quanto tutto si può dire di Gentile tranne che fosse un liberale.

PAOLO SODDU — Però Gobetti, proprio nel definire il fascismo «autobiografia della nazione», si riallaccia ad autori di ben altro orientamento, come Gaetano Salvemini e Giustino Fortunato. Quell’espressione, molto efficace sul piano giornalistico, segnala in realtà un problema di portata europea: la fragile precarietà dei processi di trasformazione del liberalismo in democrazia.

Ma perché il fascismo nasce in Italia?

PAOLO SODDU — Dopo la Prima guerra mondiale viene a galla l’incapacità delle culture politiche di promuovere un’evoluzione del sistema in termini democratici. Tentano di farlo Nitti e Amendola: a quest’ultimo, che nel 1956 aveva dipinto come un conservatore, lo storico Giampiero Carocci ha riconosciuto nel 1999 la volontà di realizzare in forma democratica l’ingresso delle masse nello Stato, scopo perseguito invece da Mussolini attraverso la dittatura.

Gobetti pone lo stesso problema?

PAOLO SODDU — Quando parla di «autobiografia della nazione», constata che i tentativi di allargamento delle basi dello Stato sono falliti, nonostante le promesse che avevano accompagnato il corso della Grande guerra. Nel libro La rivoluzione liberale Gobetti analizza le culture politiche del suo tempo alla ricerca di novità, trasversalmente diffuse nei vari partiti, che potessero prefigurare una soluzione della crisi diversa da quella imposta da Mussolini. Ma l’esito va in direzione opposta: è il fascismo che attua la socializzazione politica degli italiani attraverso lo strumento rigido e pervasivo del partito di massa, un modello ingombrante poi ereditato dalla Repubblica democratica.

Qui risiede la specificità nazionale del regime littorio?

PAOLO SODDU — I Paesi liberal-democratici che erano riusciti a integrare le masse resistettero ai totalitarismi, che s’imposero invece nelle realtà — come l’Italia e la Germania — dove a quel problema non erano state fornite risposte efficaci.

Ma l’intransigenza predicata da Gobetti non finisce per essere un ostacolo alle transazioni necessarie per far convivere forze d’indirizzo opposto?

ERSILIA ALESSANDRONE PERONA — Per il giovane torinese è indispensabile schierarsi nettamente contro il fascismo, senza illudersi di poter trattare con Mussolini. In questo consiste la sua intransigenza, che però non preclude affatto il confronto fra culture politiche diverse. La rivista gobettiana «La Rivoluzione Liberale» ospita le opinioni più varie, spesso avverse alle idee del direttore. Anche il catalogo dei libri da lui pubblicati dimostra un’estrema apertura mentale, in campo politico come in quello letterario. Gobetti vuole essere un editore di opposizione e di avanguardia, è attento a ogni novità: al teatro, ma anche alle correnti artistiche emergenti, come l’Espressionismo tedesco.

Ciò testimonia il suo liberalismo?

ERSILIA ALESSANDRONE PERONA — Credo di sì. In tutta la sua opera come organizzatore di cultura si esprime un indirizzo liberale, che Gobetti vuole rielaborare e allargare in senso rivoluzionario.

GIUSEPPE BEDESCHI — L’esaltazione dell’intransigenza non tiene conto del fatto che la politica è l’arte del compromesso, della costruzione di alleanze. Gobetti non se ne cura. Non vuole accordarsi con i socialisti riformisti, che a suo avviso si propongono di tornare al passato. Guarda invece alle avanguardie operaie, rappresentate soprattutto dai comunisti. Questo è un punto molto debole della concezione politica di Gobetti, ma non toglie nulla alla sua eccezionale sensibilità culturale. Basti pensare che, con grande intuito, fu il primo a riconoscere il talento letterario di Eugenio Montale, del quale pubblicò nel 1925 la raccolta di poesie Ossi di seppia.

PAOLO SODDU — Infatti Montale ricordava Gobetti a ogni anniversario. Senza dubbio la politica è l’arte del compromesso, ma l’intransigenza non esclude la possibilità di concludere accordi. Segnala semmai la chiarezza delle posizioni sulla base delle quali ci si confronta con gli altri. È ciò che distingue un sano metodo liberale dal trasformismo.

Ma Gobetti non esagera?

PAOLO SODDU — Alcuni suoi interventi sono forse di una durezza eccessiva, specie nei riguardi del socialismo riformista, mentre non tiene conto che i comunisti erano allora una componente assai minoritaria del movimento operaio. Tuttavia è anche vero che la politica italiana ha praticato spesso compromessi al ribasso. Una cosa è il riconoscimento dell’altro, ben diverso è piegarsi a ogni transazione pur di conservare il potere.

In definitiva Gobetti si può considerare un autentico liberale?

PAOLO SODDU — È interessante vedere che cosa pensavano di lui i suoi avversari, che lo avevano più volte percosso. Quando muore a Parigi, il giornale fascista che usciva in Francia, «La Nuova Italia», esprime un giudizio ripreso anche dal «Popolo d’Italia» mussoliniano. «Gobetti — scrive — porta con sé nella tomba le deleterie illusioni di chi crede ancora nella possibilità, per il liberalismo democratico, di fare opera utile al Paese». Insomma, i fascisti vedevano in lui la volontà di aprire il pensiero liberale alla dimensione democratica. Certo Gobetti fu antigiolittiano, ma lo furono molti altri liberali, primo fra tutti Einaudi. Il connotato fondamentale dell’opera gobettiana consiste nel tentativo di modernizzare la politica in Italia e nello sforzo di capire, non sempre riuscendoci, il senso della novità totalitaria che si manifestava in quegli anni.



giovedì 18 dicembre 2025

Il 18 dicembre 1922 a Torino

Massimo Novelli
Quei primi martiri antifascisti

la Repubblica, 18 dicembre 2025

A Porta Susa, davanti alla lapide della piazza quasi all’angolo con via Cernaia, oggi si ricordano le vittime della strage di Torino perpetrata fra il 18 e il 20 dicembre del 1922 dalle squadracce fasciste, decise a piegare a ogni costo il movimento operaio cittadino avverso al regime di Mussolini. Il pretesto per la rappresaglia omicida fu uno scontro a fuoco avvenuto la sera del 17 in Barriera di Nizza tra un militante del Pci, il tranviere Francesco Prato, e un gruppo di fascisti, durante il quale morirono due camicie nere.

In realtà, come sarebbe poi stato ampiamente dimostrato, il fascismo torinese aveva in animo da tempo di stroncare l’opposizione di sinistra. I fatti della Barriera di Nizza, se non proprio provocati ad arte, innescarono comunque una miccia già preparata. I caduti ufficialmente furono undici, ma gli stessi caporioni neri ammisero allora che i morti erano stati più di venti, forse trenta: socialisti, comunisti, anarchici, sindacalisti, ma pure cittadini che non avevano niente a che fare con l’attività politica o sindacale, trucidati soltanto perché qualcuno li aveva indicati come sovversivi. Morirono, tra i tanti, il segretario della Fiom Pietro Ferrero, il segretario del sindacato ferrovieri Carlo Berruti, il fattorino simpatizzante comunista Matteo Chiolero, l’ex brigadiere dei carabinieri Angelo Quintagliè (colpevole di avere deplorato l’uccisione di Berruti), l’oste Leone Mazzola (non faceva politica, ma un anonimo, però, lo aveva bollato come acceso comunista). Oggi si ricorda anche che fu incendiata la Camera del Lavoro e che, oltre ai morti, si contarono decine di feriti. Tuttavia la memoria non è sempre stata onorata. Anzi, in un’occasione, è stata calpestata. E la giustizia, almeno in quel caso, fu farsa atroce dopo il dramma.

Torino, 19 novembre 1971. Trentun anni fa. Davanti alla lussuosa clinica Fornaca, in corso Vittorio Emanuele, un reparto di bersaglieri del ventiduesimo reggimento di fanteria della divisione Cremona dà l’estremo omaggio, con gli onori militari, all’ex luogotenente generale della Milizia Piero Brandimarte, deceduto all’età di 78 anni. Un centinaio di persone partecipa alle solenni esequie, tra gagliardetti della Milizia, degli Arditi d’Italia e di varie associazioni combattentistiche. La città e l’Italia, del resto, hanno dimenticato chi è stato Brandimarte. E neppure quanto scrive, quel giorno, La Stampa - «il nome di Brandimarte è legato a uno dei periodi sanguinosi della vita di Torino: la strage del dicembre 1922» - sembra scuotere la coscienza dei torinesi. Eppure non sarebbe stato difficile ricordare quanto accadde tra il 18 e il 20 dicembre del ’22 e soprattutto rammentare il ruolo che ebbe in quella fosca vicenda il celebrato ex luogotenente della Milizia.

Torino, 19 dicembre 1922. La rappresaglia fascista non è ancora terminata, ma il console della Milizia Piero Brandimarte, intervistato da un cronista del quotidiano milanese Il Secolo, dichiara testualmente: «In seguito al vigliacco attentato contro i nostri, abbiamo voluto dare un esempio necessario, perché i comunisti comprendano che non impunemente si attenta alla vita dei fascisti e alla compagine del Fascio. Questa rappresaglia la ritengo giusta. Noi abbiamo colpito senza pietà chi ci aveva provocati...».

La lapide che dal 1946 ricorda la strage del 18 dicembre 1922 in quella che oggi è piazza XVIII Dicembre a Torino
La lapide che dal 1946 ricorda la strage del 18 dicembre 1922 in quella che oggi è piazza XVIII Dicembre a Torino 

Come Pietro Ferrero, anarchico, che con i fatti della Barriera di Nizza non c’entrava niente ma che tutti conoscevano come il leader indiscusso degli operai metallurgici. Il segretario della Fiom venne prelevato dai fascisti davanti alla Camera del Lavoro. Era solo e disarmato. Fu circondato. Cominciarono a picchiarlo: calci, bastonate. Poi lo legarono per un piede a un camion e lo trascinarono fino al monumento a Vittorio Emanuele II. Secondo alcune testimonianze, gli strapparono gli occhi e lo evirarono.

Torino, 24 giugno 1924. Alle domande di un giornalista de Il popolo di Roma, che gli chiede se nella strage di Torino agirono elementi irresponsabili, Brandimarte risponde: «Macché, si è trattato di pura e semplice rappresaglia ufficialmente comandata e da me organizzata. Si voleva infliggere una lezione tremenda al sovversivismo torinese e la lezione è stata efficace». «Ma i morti quanti furono?», incalza il cronista. «Noi possediamo l’elenco di oltre tremila nomi di sovversivi. Tra questi tremila ne abbiamo scelti 24 e i loro nomi li abbiamo affidati alle nostre migliori squadre, perché facessero giustizia. E giustizia è stata fatta… I morti furono 22, perché due sono scampati alla fucilazione».

Bologna, 30 aprile 1952. La Corte d’assise d’Appello di Bologna assolve Brandimarte Piero per insufficienza di prove dal concorso negli omicidi di Carlo Berruti, Leone Mzzola, Giovanni Massaro, Matteo Chiolero, Andrea Chiomo, Pietro Ferrero, Ermidio Andreoni, Matteo Tarizzo, Cesare Pochettino, Evasio Becchio. Il giorno prima, il 29, aveva affermato nella sua deposizione davanti ai giudici: «I fatti di Torino non furono da me organizzati. Noi non li mettemmo in movimento, cercammo anzi di spegnere l’esasperazione. Ci furono vittime, è spiacevole, ci furono colpevoli, è certo, ma questi colpevoli vanno cercati tra i violenti che agivano da isolati».

Torino, 19 novembre 1971. Ventisette giovani bersaglieri al comando di un ufficiale, soldati della Repubblica nata dalla Resistenza, salutano per l’ultima volta, con tutti gli onori, il generale Piero Brandimarte, già luogotenente della Milizia fascista. Le cronache non ci dicono se, quel giorno, a Torino ci fosse nebbia come il 18 dicembre 1922.

lunedì 10 novembre 2025

La peste della propaganda putiniana


Giulia Ricci
No all'evento filo-Putin a Torino. D'Orsi: "Io censurato" Solidarietà di Barbero al docente
La Stampa Torino, 10 novembre 2025

Un contro-dibattito con il giornalista filo-Putin Vincenzo Lorusso, Moni Ovadia e Alessandro Di Battista. Ad organizzarlo è il docente Angelo D’Orsi, che incassa anche la solidarietà dello storico Alessandro Barbero.

Tutto nasce dall’organizzazione di un convegno, da parte degli anti-fascisti dell’Anppia, intitolato “Russofilia-russofobia-verità”, location il Polo del ’900. La polemica dei Radicali, la presa di distanza dell’associazione a livello nazionale e l’intervento dell’eurodeputata dem Pina Picierno (seguito da quello del leader di Azione Carlo Calenda) hanno però spinto il centro culturale a cancellare l’evento. A creare scalpore la partecipazione di Lorusso (in collegamento dal Donbass), lo stesso che consegnò all’ambasciatrice russa a Roma Maria Zakharova una petizione contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. E che lavora per un’agenzia stampa che, secondo Reporters senza frontiere, riceverebbe finanziamenti dal Cremlino «come strumento di propaganda».

Le reazioni

La decisione ha prima provocato le reazioni politiche di FdI e M5S. «Un gesto che evita di confondere la libertà di parola con la libertà di propaganda, due categorie che ogni tanto si intrecciano in modo creativo», commenta il consigliere regionale Roberto Ravello. Gli eletti M5S in Comune Andrea Russi e Valentina Sganga, insieme ad Alberto Unia a Palazzo Lascaris, invece attaccano: «Grave l’annullamento della conferenza. Il Polo del ’900 rappresenta un presidio pubblico di memoria e di democrazia: per questo è fondamentale che ogni scelta sia spiegata in modo trasparente e coerente con i suoi principi».

Nuova location

Ma ad alzare le barricate è soprattutto D’Orsi, che dopo aver lanciato l’idea di un mailbombing contro il sindaco Stefano Lo Russo (che, in realtà, avrebbe solo preso atto della decisione del Polo), attacca il centro culturale e annuncia un contro-convegno, sempre il 12 novembre alle 21 ma al circolo Arci La Poderosa: «Gramsci scriveva che i censori sono innanzi tutto stupidi. La conferenza si farà lo stesso, ma il pubblico sarà moltiplicato. E interverranno, sia per solidarietà verso il sottoscritto, sia per esprimere il loro dissenso sull’accaduto, e la loro preoccupazione per la deriva para-fascista in Italia, oltre a Lorusso anche Di Battista e Ovadia». Non solo. Ad intervenire è anche lo storico Barbero: «Esprimo a D’Orsi totale solidarietà; sono costernato che una cosa del genere sia potuta accadere a Torino e al Polo del ’900».

«La peste della propaganda»

Picierno, però, prova a fare chiarezza: «L’evento annullato prevedeva la presentazione del libro di Lorusso, “De Russophobia”, con prefazione di Zakharova, oggi sanzionata dall’Unione europea. Spostare il focus sulla presunta “censura” nei confronti del professor D’Orsi è a sua volta una manovra di propaganda». Lo storico, infatti, «il 17 novembre presenterà un altro volume al Polo. Difendere i luoghi istituzionali e culturali del nostro Paese dalla peste della propaganda putiniana - conclude la dem - significa proteggere il perimetro stesso della nostra democrazia».