Franca Bruera Paul Nizan, nel nome del padre, profilo d'un traditore della propria classe il manifesto, 5 aprile 2026
Quando
nel 1933 Paul Nizan pubblicò il suo primo romanzo Antoine
Bloyé, la sua postura d’autore engagé si era
già da qualche tempo configurata attraverso articoli apparsi per lo
più su riviste marxiste, nonché nei due saggi di forte impianto
polemico, Aden Arabie (1931) e I cani da
guardia (1932). «Fratello di sinistra di Breton, di Drieu,
persino di Céline», come ricordava Rossana Rossanda nel corposo e
stimolante saggio che accompagna la prima edizione italiana dei Cani
da guardia (1970, La Nuova Italia), nel 1927 Nizan era
confluito nel Partito comunista francese insieme ai filosofi Georges
Politzer e Henri Lefebre d’un lato, e ai giovani surrealisti André
Breton, Louis Aragon e Paul Eluard. Diversamente da loro, che ben
presto avrebbero preso le distanze dal partito, Nizan scelse la
strada dell’adesione incondizionata (fino alle sue dimissioni del
settembre 1939). Nel quadro di un impegno che intendeva come
dispositivo di formazione e di disciplina etico-politica, la denuncia
del colonialismo di Aden Arabie e la polemica
serrata contro l’attività filosofica del suo tempo nelle pagine
dei Cani da guardia si configuravano come autentici
strumenti di lotta intellettuale e politica. «I giovani che
debuttano nella filosofia – scriveva – si
accontenteranno ancora per molto di lavorare contro gli uomini»?
Per
Nizan era fondamentale prendere le distanze da ogni forma di pensiero
che riducesse l’uomo alla sola dimensione borghese, negandone la
complessità storica e sociale. E la sua esperienza di transfuga di
classe lo autorizzava in qualche modo a sferrare un attacco
virulento alle filosofie tradizionali, che tendevano a presentare
come universali valori in realtà storicamente situati e legati agli
interessi della borghesia.
Percorrendo
retrospettivamente le proprie origini e collocandole simbolicamente
nel campo dei dominati, Paul Nizan, che proveniva da un ambiente
borghese, aveva scelto consapevolmente – di schierarsi contro di
esso. È in questa prospettiva che prende forma Antoine
Bloyé, esempio paradigmatico della tensione simultanea tra
tentazione autobiografica, impegno politico e riflessione ideologica.
La recente edizione italiana (traduzione di Danilo Cainelli, Ago
edizioni, pp. 430, € 22,00) arricchita dall’articolo di Goffredo
Fofi Paul Nizan: l’antiborghese e da un’accurata
prefazione di Massimo Raffaeli, restituisce con efficacia la
complessità di un’opera in cui il percorso finzionale del
protagonista si intreccia con un’ampia riflessione sulla condizione
storico-sociale del proletariato e della borghesia tra Ottocento e
Novecento e con l’implicito richiamo dell’autore alla propria
figura paterna, evidenziando, in filigrana, le tensioni e i conflitti
che ne hanno plasmato l’esperienza di rinnegamento del suo ceto.
Il
romanzo racconta la storia di Antoine, giovane di origini proletarie
che, grazie alle sue capacità intellettuali, riesce a lasciare il
proprio ambiente d’origine per entrare nel mondo borghese. Ed è
proprio questa ascesa a costituire il cuore del racconto, che tra
ambizioni personali e legami con le proprie radici, traccia il
progressivo processo di alienazione del personaggio, che arriverà a
non riconoscersi più nella propria identità, nei propri valori e
nella propria provenienza. Antoine vivrà una completa perdita di sé
fino alla fine della sua vita, morto «imprigionato nel suo io»,
come osserva Massimo Raffaeli, «nell’angustia del provincialismo
piccolo-borghese che a lungo lo ha allettato».
Il
racconto si configura come una ricostruzione retrospettiva condotta
dal figlio di Antoine Bloyé e si apre significativamente con la
descrizione dei funerali del protagonista: un incipit che, sottraendo
al testo ogni effetto di suspense, coniuga il percorso di crescita e
maturazione del personaggio alla forma narrativa dell’inchiesta. La
narrazione biografica che racconta la vita e le emozioni di Antoine
Bloyé, tipico del romanzo di formazione, si coniuga infatti con una
molteplicità di altri piani discorsivi dando vita a una scrittura
ibrida che tiene assieme elementi letterari, sociologici, storici e
politici. Passaggi dedicati allo sviluppo economico delle città
industriali francesi si alternano a rilevazioni quantitative
sull’economia capitalista, a informazioni sulla distribuzione delle
imprese in Francia, a considerazioni sulle trasformazioni della vita
cittadina e rurale nel quadro dell’espansione del capitalismo: un
intreccio di osservazione sociale e racconto individuale di taglio
marxista che riflette l’intento di Nizan di situare l’esperienza
personale del protagonista all’interno delle condizioni materiali e
storiche della società francese dell’epoca.
Il
motivo del tradimento, sia ideologico sia di classe, costituisce il
filo conduttore di Antoine Bloyé, incarnato nel protagonista
che si autodefinisce «traditore» per la sua complicità con la
borghesia antagonista della classe operaia. Attraverso questa figura
Nizan realizza una personaggio letterario costruito sull’immagine
del padre, integrando esperienza personale e riflessione sociale.
Didier
Eribon, in La Società come verdetto (l’Orma, 2025)
ha proposto un’analisi attenta del romanzo accentuandone
la dimensione autobiografica e chiamando in causa nella sua prosa
caustica il ruolo fondante della figura paterna, il cui passaggio da
operaio a ingegnere era stato determinante per permettere al figlio
di intraprendere un percorso di studi culminato all’École normale
supérieure, in compagnia di Jean-Paul Sartre e Raymond Aron. Nizan
ha avvertito la necessità di indagare le origini del malessere
profondo generato da questa condizione che, secondo la sua
prospettiva di lettura convintamente marxista, si radica nel
tradimento di classe e nella complessità dei legami sociali che
plasmano l’esperienza individuale. Ben prima di Eribon, Sartre
aveva già individuato la centralità del rapporto tra Nizan e il
padre nella genesi di Antoine Bloyé, di cui aveva parlato nella
lunga prefazione all’edizione di Aden Arabie del 1960.
L’analisi di questa relazione permetteva di restituire allo
scrittore la dignità intellettuale e morale dopo anni di
diffamazioni alimentate a seguito delle sue dimissioni dal Pcf nel
1939. Le accuse lo dipingevano come traditore, come spia,
interpretando il tema del tradimento, così centrale nei suoi
scritti, come una prova della sua presunta colpevolezza. Louis
Aragon, nei Comunisti, l’aveva ritratto nel personaggio di
Patrice Orfilat, traditore trotskista, riflettendo la posizione
ufficiale del partito. «L’annientamento del compagno Nizan –
scriveva Sartre – era stato deciso». E nonostante una pallottola
lo avesse colpito alla nuca in guerra, causandone la morte a soli 35
anni durante l’offensiva tedesca a Dunkerque, questa eliminazione,
concludeva Sartre, «non soddisfaceva nessuno: non bastava che avesse
cessato di vivere, bisognava che non fosse mai esistito».
Jean-Louis Jeannelle "1966, un anno meraviglioso", di Antoine Compagnon: l'emergere di nuovi intellettuali Le Monde, 12 gennaio 2026
Nel 1966, pubblicazioni prestigiose si susseguirono, infuriarono dibattiti intellettuali e personalità affermate affrontarono critiche. Aragon abbracciò le tendenze del tempo nel suo romanzo in corso di realizzazione, Blanche ou l'oubli (Gallimard, 1967). Ma André Malraux, allora Ministro degli Affari Culturali, stava vivendo un periodo di esilio politico. Il film di Jacques Rivette, La Religieuse, fu censurato senza il suo contributo, eppure fu lui a essere preso di mira. E rifiutandosi di nominare Pierre Boulez come direttore musicale, Malraux si isolò più che mai.
Jean-Paul Sartre, da parte sua, divenne l'uomo da abbattere per mano dei principali esponenti dello strutturalismo: Claude Lévi-Strauss e Michel Foucault, il cui *Le parole e le cose* (Gallimard) fu uno dei bestseller dell'anno. All'esistenzialismo come filosofia dell'esperienza vissuta, le figure influenti dell'epoca opposero la pratica del concetto.
Sia in termini di pubblicazioni che di controversie, l'anno scelto per la sua eccezionalità ma anche per affinità dall'accademico Antoine Compagnon nel 1966, l'anno meraviglioso si distingue come decisivo nella teoria letteraria (Figure , di Gérard Genette, Seuil), nella psicoanalisi (Scritti , di Jacques Lacan, Seuil), nella letteratura ( Il vice-consul , di Marguerite Duras, Gallimard), o anche nel cinema ( Au hasard Balthazar , di Robert Bresson)…
Ramificazioni
Ma è sufficiente questo per qualificare il 1966 come "mirifico ", traduzione di quello che Compagnon definì "annus mirabilis" durante il suo seminario al Collège de France nel 2011? Siamo nel regno dei superlativi, ma su quali basi? L'elenco di testi e date è certamente sorprendente, ma da solo non giustificherebbe l'impresa. Manca l'elemento essenziale: le connessioni che si intrecciano tra gli eventi registrati, che questo brillante saggio svela gradualmente. Ad esempio, il contesto sociologico del periodo, con la corsa all'università: si superava la soglia dei 400.000 studenti e l'istruzione superiore vantava 25.000 insegnanti, contro i 2.000 della Liberazione – tutti componenti di quelli che Compagnon chiama "i nuovi intellettuali ".
Ancora più significativa è la profonda interconnessione dei vari dibattiti. Si prenda, ad esempio, la celebre controversia tra Raymond Picard, studioso di Racine alla Sorbona, e Roland Barthes, semiologo e massimo rappresentante della "nuova critica" (che pubblicò Critique et Vérité quello stesso anno con Seuil). Il sociologo Pierre Bourdieu aveva perfettamente ragione a individuare, dietro l'apparente rivalità tra il detentore del "monopolio del commento legittimo" e il "portavoce degli esegeti modernisti", una "complicità strutturale" di posizioni, in cui le rivalità sul piano teorico nascondevano un'oggettiva solidarietà sul piano pratico.
Ma Compagnon trova l'unità più sorprendente nella scomparsa dell'uomo come soggetto completo, padrone dei propri pensieri e delle proprie scelte, una nozione proclamata da Lévi-Strauss, Foucault e Louis Althusser. La dissoluzione dell'uomo fu uno dei progetti più radicali dell'epoca, portato avanti a favore delle invarianti strutturali. Eppure, nel 1966, gli studenti situazionisti di Strasburgo diffusero un opuscolo che invocava il "godimento senza vincoli ". Si trattava di un programma completamente diverso, che avrebbe trionfato due anni dopo.
Da segnalare, dello stesso autore, l'edizione tascabile di "Litérature pays!", Folio, "Actuel", 192 p., €7,10.
Simone de Beauvoir, La forza delle cose, traduzione di Bianca Garufi, Einaudi, Torino 1966 [1963]
In marzo [Boris Vian] diede un party; quando arrivai tutti avevano già bevuto parecchio; Michelle, sua moglie, con i lunghi capelli biondi lisci come seta sulle spalle, non faceva che sorridere (p. 64) [Nelson Algren] Aveva una grande affezione per Michelle Vian che chiamava Zazou e che gli faceva coscienziosamente da interprete anche quando il calore della conversazione ci trascinava. (p. 178) Era primavera, la sua allegria mi conquistò. Ce ne andammo in macchina, nel Mezzogiorno, Sartre, Bost, Michelle ed io. Michelle si era separata da Boris e Sartre, che l'aveva sempre trovata molto attraente, si era legato intimamente con lei. Io le volevo bene, tutti le volevano bene, perché non era invadente. Gaia e un po' misteriosa, discreta e sempre presente, era una compagna deliziosa. (p. 251) Ripartii poco dopo. Sartre era in Italia per tre settimane con Michelle, e ci andai anch'io con Olga e Bost (p. 252)
Massimo De Feo, Boris Vian, il manifesto, Alias, 10dicembre 2016
Nel
suo romanzo La schiuma dei giorni (1947) dedicato a Michelle Léglise,
Vian prende bonariamente in giro Sartre chiamandolo Jean-Sol Partre e
cambiando titoli ai suoi libri, come La nausea che diventa Il vomito.
Sartre pare non se la prese, anzi fu tra i primi a riconoscere le
qualita’ letterarie di Vian, ma i rapporti tra i due si fecero piu’
rari dal momento in cui, nel 1949, il matrimonio di Vian ando’ a
rotoli e Michelle Léglise divenne l’amante di Sartre. Vian ebbe
una seconda moglie, Ursula Kübler, una ballerina svizzera nelle
compagnie di Maurice Béjart e Roland Petit, conosciuta nel 1950 a un
cocktail da Gallimard e sposata nel 1954.
Michelle Léglise Vian
13 dicembre 2017
12 giugno 1920, Bordeaux (Gironda) - 13 dicembre 2017, Parigi
Jazz Hot n°682, Inverno 2017-2018
Michelle Léglise Vian è morta mercoledì 13 dicembre 2017 a Parigi, all'età di 97 anni. Giornalista, traduttrice e attivista femminista, era la prima moglie di Boris Vian.
Nata nel 1920 (lo stesso anno di Boris), cresciuta rigorosamente da genitori ex insegnanti e molto attaccati al decoro, Michelle Léglise fu educata al Lycée Lamartine (Parigi (XI), di fronte all'appartamento di famiglia al 98 di rue du Faubourg Poissonnière. Nel luglio del 1940, la famiglia Léglise fuggì da Parigi e finì a Capbreton. Fu in questa piccola città delle Landes che Michelle incontrò i fratelli Vian, che si erano rifugiati anche lì . Insieme a "Le Major", alias Jacques Loustalot - immortalato da Boris Vian in diversi scritti - perlustrarono le feste a sorpresa del luogo. Alain, il fratello minore di Boris, era molto popolare con Michelle, ma all'inizio dell'anno scolastico a settembre, fu Boris che trovò a Parigi, nel quartiere degli Champs-Élysées. Boris continuò i suoi studi di ingegneria all'Ecole Centrale des Arts et Manufactures, situata ad Angoulême. La giovane donna era affatto Le feste a sorpresa organizzate dai Vian a Ville-d'Avray. I due giovani si sposarono il 3 luglio 1941 a Saint-Vincent de Paul, a Parigi. Il loro primo figlio, Patrick, nacque il 12 aprile 1942.
Nella Parigi occupata, la piccola famiglia Vian viveva nell'appartamento dei suoceri in rue du Faubourg-Poissonnière e si recava a Ville d'Avray quasi ogni fine settimana. Boris si guadagnava da vivere – troppo poco per i suoi gusti – come ingegnere all'Afnor. Michelle lavorava come freelance per diverse cifre in un'ampia gamma di pubblicazioni. Entrambi appassionati di jazz, lingua inglese e cultura americana, rovistavano tra i librai di seconda mano alla ricerca di romanzi americani di prima edizione e assistevano a numerosi concerti. Dopo la Liberazione, divennero dei veri e propri "tour operator" per soldati americani e musicisti americani desiderosi di scoprire Parigi. Fu Michelle a fornire a Boris Vian il suo primo lavoro freelance, nel 1945, per una newsletter dal titolo sobrio Les Amis des Arts. Fu anche lei a battere a macchina i suoi primi scritti, Trouble dans les Andains , Vercoquin et le Plancton e, naturalmente, L'Ecume des jours . Fu anche con i loro due nomi che pubblicarono le loro prime traduzioni per la "Série Noire" di Gallimard nella primavera del 1948: La signora del lago e Il grande sonno di Chandler. Boris gli deve una solida conoscenza dell'inglese, grazie al romanzo "ABC Murder" di Agatha Christie ( il lettore non ha un dizionario, ma deve dedurre il significato di una parola incrociando le diverse occorrenze).
Michelle ha altre aspirazioni oltre a essere una casalinga. Assiste a concerti jazz, si presenta alle inaugurazioni, dibatte con il team di Les Temps Modernes , posa per il cartellonista Brénot, presta i suoi lunghi capelli a una pubblicità L'Oréal, pubblica recensioni cinematografiche ed è coinvolta in tutte le avventure di Saint-Germain-des-Prés. I coniugi Vian invitano a cena a casa loro in diverse occasioni Sartre, Beauvoir, Camus, Merleau-Ponty, Pontalis, Astruc, Queneau, ecc.
Il 16 aprile 1948 nacque Carole, la secondogenita della coppia, mentre la separazione si stava gradualmente disgregando. L'anno successivo, Michelle divenne l'amante di Jean-Paul Sartre, di cui rimase amica intima e collaboratrice fino alla morte, avvenuta nel 1980.
Nonostante le crescenti difficoltà coniugali, Michelle e Boris continuarono a vedersi e a scriversi, in parte perché avevano due figli e anche perché erano profondamente legati sul lavoro. Si scambiavano informazioni sulla vita parigina quando uno dei due era rifugiato a Saint-Tropez, si correggevano reciprocamente i testi e le traduzioni e si davano consigli professionali.
Quando Boris Vian lasciò la casa di Rue du Faubourg Poissonnière, portò con sé dischi jazz e i suoi libri di Queneau e Aymé, ma le lasciò quasi tutti i suoi manoscritti. Il divorzio fu finalizzato nel settembre del 1952. Boris ora viveva con la ballerina Ursula Kübler, che sposò nel 1954. Michelle continuò le sue pubblicazioni, in particolare su Les Temps Modernes , dattilografò i testi di Sartre e divenne politicamente attiva all'ombra del filosofo.
Negli anni '60 e '70, è coinvolta in tutte le battaglie al fianco di Sartre e Simone de Beauvoir: scende in piazza e tiene comizi per difendere i prigionieri politici, i poveri e gli svantaggiati, sostiene il popolo irlandese, i lavoratori migranti spagnoli, i lavoratori della Renault, gli ebrei dell'URSS... Le telecamere li filmano mentre vendono La Cause du peuple ai lavoratori della Renault a Billancourt, un giornale della sinistra proletaria di cui Sartre aveva appena assunto la direzione nel maggio 1970. Michelle è stata anche una delle 343 firmatarie del Manifesto per l'aborto, scritto da Simone de Beauvoir e pubblicato su Le Nouvel Observateur il 5 aprile 1971 (anche Ursula Vian-Kübler è stata una delle firmatarie).
Nel 1993, vendette il manoscritto de L'Ecume des jours alla BNF, il cui acquisto fu finanziato dalla vendita delle raccolte di Apostrophe di Bernard Pivot. Ancora oggi, la maggior parte dei manoscritti del primo periodo di vita di Boris Vian è conservata alla BNF perché erano stati conservati da Michelle.
Negli ultimi anni, siamo stati indotti a fare appello alla sua favolosa memoria per chiarire alcuni dettagli che ci erano sfuggiti nella stesura delle note per l'edizione Vian della Pléiade. Così, ci ha recitato per esteso la poesia Les Djinns di Victor Hugo quando le abbiamo chiesto il significato di "il gin Funèbre Fils (di Tréport)", la giocosa riscrittura di Vian di "Djinns funèbres / Fils du trépas" nel suo primo romanzo pubblicato, Vercoquin et le plancton. Michelle era presente alla festa di presentazione dei romanzi di Vian nella collezione de La Pléiade, nell'ottobre 2010; uscendo, ci ha confessato di essersi divertita molto, ma che era stata comunque meno divertente di una serata con Duke Ellington...
Simone de Beauvoir La force de l'âge, 1960 traduzione di Bruno Fonzi
Da diversi mesi sentivamo parlare di un poeta sconosciuto che Cocteau aveva scoperto in prigione e che considerava come il più grande scrittore dell'epoca; per lo meno, così l'aveva qualificato in una lettera indirizzata, nel luglio 1943, al presidente della XIX sezione penale davanti alla quale doveva presentarsi a giudizio Jean Genet, già condannato nove volte per furto. Barbezat intendeva pubblicare nell'"Arbalète" un frammento delle sue opere in prosa e qualche sua poesia; sua moglie, Olga la bruna, andava ogni tanto a trovarlo in prigione; da lei avevo appreso la sua esistenza e qualche particolare della sua vita. Era stato raccolto appena nato dalla pubblica assistenza e affidato a una famiglia di contadini; la maggior parte della sua infanzia era trascorsa nelle case di correzione; aveva compiuto una quantità di furti e scassi di qua e di là, ed era pederasta. In prigione, aveva letto; aveva composto versi e poi scritto un libro. Olga Barbezat diceva di lui cose meravigliose. Io mi lasciavo abbagliare meno che in gioventù; il delinquente di genio mi sembrava un personaggio un po' convenzionale; conoscendo la passione di Cocteau per lo straordinario e per la scoperta, sospettavo che esagerasse le cose. Pure, quando apparve nell'"Arbalète" l'inizio l'inizio di Notre-Dame-des-Fleurs, ne fummo presi; Genet aveva subito visibilmente l'influenza di Proust, di Cocteau, di Jouhandeau, ma aveva una voce sua, inimitabile. Era ben raro, adesso, che una lettura potesse rinfrescare la nostra fede nella letteratura: quelle pagine ci fecero riscoprire il potere delle parole. Cocteau aveva visto giusto: era sorto un grande scrittore. Avevamo saputo che era uscito di prigione. Un pomeriggio di maggio, mi trovavo al Flore con Sartre e Camus, si avvicinò al nostro tavolo: "Siete voi Sartre?", domandò bruscamente. I capelli rasati, lo sguardo di sfida, trovammo che aveva l'aria di un duro. Si sedette, ma si trattenne solo un momento. Tornò, e cominciammo a vederci assai spesso. Un duro, lo era sul serio; trattava senza riguardi questa società dalla quale era stato escluso fin dai suoi primi vagiti. Ma i suoi occhi sapevano sorridere, e sulla bocca gli si attardava lo stupore dell'infanzia; era facile parlare con lui: ascoltava, rispondeva. Mai lo si sarebbe preso per un autodidatta; nei suoi gusti, nei suoi giudizi, v'era l'audacia, la parzialità, la disinvoltura di coloro per i quali la cultura è sottintesa, e un notevole discernimento. ... Alla base della sua intesa con Sartre vi fu questa libertà che nulla poteva intimidire, e la loro comune avversione per ciò che poteva impacciarla: la nobiltà d'animo, le morali eterne, la giustizia universale, i paroloni, i grandi principi, le istituzioni e gli idealismi. ... Quando facemmo la sua conoscenza stavamo progettando una nuova fiesta; io l'avrei volentieri invitato, ma Sartre mi obiettò che non ci si sarebbe divertito; effettivamente, perdersi per qualche ora nell'alcool e nel frastuono era cosa che si addiceva a dei piccoli borghesi solidamente sistemati in questo mondo; Genet non aveva alcuna inclinazione per queste dissipazioni: lui si era perduto prima, e ci teneva a sentirsi sotto i piedi la terraferma.
Il materialismo dialettico sfuma a favore di un nichilismo decostruzionista. Ecco che si scopre che la lingua è fascista, che la civiltà giudaico-cristiana viene messa ai margini, che il soggetto cosciente scompare sotto l'inconscio letterario, che le masse e il proletariato non fanno più la storia, che la verità di ognuno si trasforma nella verità tout court, che la marginalità sessuale diventa norma e che lo schizofrenico viene assunto a prototipo della ragion pura.
Sono, queste, alcune delle linee di forza del gauchismo culturale in cui viviamo grazie al post-Sessantotto. E quali sono gli articoli di fede di questo gauchismo? Distruggere il linguaggio, fallocratico portatore degli stereotipi di classe e di genere; accelerare il processo del crollo della civiltà giudaico-cristiana e celebrare qualsiasi cosa contribuisca alla sua perdita; negare la natura umana, la biologia, l'anatomia e la fisiologia in nome di un corpo concettuale che viene decretato più vero del corpo reale; abolire la libertà, la scelta e la responsabilità individuale in nome dei determinismi sociali e sociologici; offrire alle minoranze razziali, sessuali, culturali e religiose il ruolo di autori avanguardisti della Storia; smantellare una volta per tutte la verità una e unica a tutto vantaggio di un prospettivismo in cui ogni cosa vale qualsiasi altra cosa; mandare in frantumi l'immagine patriarcale della coppia monogama a profitto della meccanica raggelata di concatenazioni egotistiche; mettere in causa la ragione ragionevole e ragionante e ratificare il discorso del metodo del pazzo.
L'ideologia strutturalista soddisfa gli Stati Uniti. È del resto proprio negli USA che questo pensiero si trasforma in French Theory! Il pensiero sessantottino soddisfa lo Zio Tom perché è critico nei confronti del blocco sovietico - che comunque scompare nel 1991... Aureolato del prestigio ottenuto in un paio di campus oltreoceano, questo pensiero rientra in Francia dopo aver vinto una guerra ridicolmente inconsistente. A importare non sono tanto i giochi verbali della teoria francese, quanto il fatto che quest'ultima è capace di sviare dal marxismo culturale, dal comunismo politico, dalla rivoluzione proletaria e dalla minaccia sovietica: è tutto quello che le si chiede.
Anna M. Verna,Scrittrici a Parigi, Luciana Tufani editrice, Ferrara 2019
Il rapporto con l'Unione Sovietica e il Partito Comunista è [un] tema portante di Les Mandarins [il romanzo di Simone de Beauvoir, premio Goncourt 1954]. Robert Dubreuilh [Jean-Paul Sartre] con il raggruppamento SRL [RDR, di fatto, Rassemblement Démocratique Révolutionnaire] vuole formare una sinistra non anti-comunista ma indipendente, nella illusoria speranza che l'Europa e la Francia possano avere un ruolo nel nuovo scenario politico. Quando Scriassine gli chiede di denunciare i campi di lavoro forzato sovietici Robert Dubreuilh rifiuta di farlo, inizialmente col pretesto che non è certo che i campi esistano veramente, poi esprimendo la propria posizione nei confronti del Partito e di ciò che l'URSS rappresenta: essa "è la nostra sola speranza, è il paese della Rivoluzione e della vittoria contro i nazisti. Nulla deve essere detto contro quel Paese". Scatenando una campagna contro l'URSS, spiega Robert Dubreuilh, "perderemmo ogni possibilità di collaborare con i Comunisti che ci considererebbero nemici. La funzione che l'SRL cerca di [svolgere] è quella di una minoranza critica esterna al Partito, ma alleata con lui, se ci si rivolgesse alla maggioranza per combattere i comunisti su un punto qualsiasi, non saremmo più trattati solo come opposizione ma come nemici, perché avremmo cambiato di campo". Scriassine è il personaggio dei Mandarini che dà voce a Arthur Koestler: ungherese, militante sionista, iscritto al partito comunista tedesco, prigioniero dei franchisti, era diventato anticomunista e avverso all'Unione Sovietica di Stalin. In Zéro et l'Infini e Yogi et le Commissaire (1945-1946), sulla base delle informazioni che già si avevano sul lavoro forzato e i processi politici, denunciò il regime sovietico. "Les Temps Modernes" con una serie di articoli di Merleau-Ponty (raccolti in Humanisme et Terreur) e di Beauvoir, confutarono Koestler. Merleau scriveva: "Non si tratta di sapere se i campi esistono: esistono. La domanda da porsi è: essi servono, sono giustificabili? Sono campi di lavoro forzato, non di sterminio come quelli nazisti e si possono perfino considerare essenziali a quel sistema produttivo" e in ogni modo la questione, come dice chiaramente Dubreuilh nel romanzo, non era "di modificare il regime sovietico, ma soltanto di agire in Francia sull'idea che ci si fa dell'URSS". Beauvoir in Pour une morale de l'ambigüité (1947) argomentando sulla relazione tra fini e mezzi rispose lungamente a Koestler [per poi concludere]: "senza crimine e senza tirannia non ci può essere liberazione dell'uomo e d'altra parte sarebbe colpevole lasciare il movimento liberatore irrigidirsi in un momento che non è accettabile solo passando nel suo contrario, bisogna impedire alla tirannia e al crimine di installarsi trionfalmente nel mondo". [Alla fine fu la stessa Beauvoir a smentire se stessa proprio nei Mandarini, quando in risposta a Dubreuilh che rifiutava la denuncia dei campi di lavoro forzati in nome di una fedeltà alla "causa degli uomini", fece dire a Anne: "ammettiamo pure (...) ma cosa ci autorizza a pensare che la causa dell'URSS faccia ancora tutt'uno con la causa dell'umanità? Mi sembra che l'esistenza dei campi ci costringa a rimettere in questione l'URSS intera".
Jean Birnbaum, "Perché gli intellettuali sbagliano", di Samuel Fitoussi, e "Aron, Critica di Sartre": sulla tendenza degli intellettuali a deviare dalla retta via Le Monde, 16 aprile 2025
"Perché gli intellettuali sbagliano", di Samuel Fitoussi, L'Observatoire, 272 p., 22 €, digitale 15 €.
“Aron, una critica a Sartre”, presentato e curato da Perrine Simon-Nahum, Calmann-Lévy, “Bibliothèque Raymond Aron”, 476 p., € 26,50, digitale € 18.
Che dovremmo diffidare degli intellettuali, del loro conformismo consueto, della loro codardia intrattabile, è una delle lezioni che avremmo potuto imparare dal XX secolo . Dopo essere fuggita dalla Germania nazista, la filosofa Hannah Arendt era decisa a evitarla di nuovo. Davanti ai suoi occhi, così tante grandi menti si erano affrettate a schierarsi al potere di Hitler, così tanti prestigiosi scrittori avevano smesso di rendere omaggio ai paria! «Ho vissuto in un ambiente intellettuale », ricordò nel 1964, « ma conoscevo anche altre persone e potevo vedere che seguire la corrente era, per così dire, la regola tra gli intellettuali, mentre non era così in altri circoli (...). Parlo al passato... ma oggi sono molto più illuminata.»
Siamo gli stessi sessant'anni dopo? Nulla è meno certo, dato il diffuso pregiudizio secondo cui gli intellettuali sarebbero immuni dai pregiudizi. Dimentichi del passato, ci opponiamo a questa spiacevole osservazione: non solo gli intellettuali hanno opposto poca resistenza all'oppressione, ma spesso sono stati in prima linea nel peggio.
Nel suo nuovo libro,Pourquoi les intellectuels se trompent, il saggista Samuel Fitoussi non si limita a rivisitare un fallimento morale già ampiamente documentato. La sua ambizione è di descriverne le motivazioni sempre presenti ponendo la seguente domanda: come mai uomini e donne la cui vocazione è quella di mescolare testi e concetti sono soggetti, più di altri, a illusioni le cui conseguenze collettive si rivelano talvolta disastrose?
Patologie del ragionamento
Per cercare di rispondere a questa domanda, l'editorialista del Figaropropone una vivace sintesi che attinge non solo a riferimenti noti (George Orwell, Raymond Aron, Jean-François Revel), ma anche a tutta una letteratura anglosassone meno nota ai lettori francofoni, specializzata nello studio dei bias cognitivi. A partire da queste molteplici fonti (teorie economiche, studi di casi psicosociologici, ecc.), egli mette in luce alcune patologie del ragionamento proprie degli intellettuali: più si è istruiti, più si tende ad adottare posizioni estreme; più sei informato, più è probabile che le tue opinioni siano polarizzate; più sei istruito, più facilmente ti convinci che gli altri stanno sviluppando argomentazioni parziali; Quanto più sei agile, tanto più elastica è la tua malafede, che ti consente di atterrare sempre in piedi...
I laboratori mondiali
Così, la capacità di neutralizzare ogni nuova informazione filtrandola attraverso un a priori ideologico spiega una delle arti in cui eccellono molti intellettuali: non vedere ciò che è davanti ai loro occhi. Riprendendo qui una questione cara a Charles Péguy (che non cita), Samuel Fitoussi sottolinea che questa cecità ha senza dubbio meno a che fare con l'ignoranza che con l'intelligenza. "Avevo occhi per vedere e una mente allenata a distorcere ciò che vedevano", riassunse nel 1954 lo scrittore Arthur Koestler, che aveva visitato l'Unione Sovietica vent'anni prima e non aveva notato nulla di allarmante. Di fronte all'orrore dei crimini stalinisti, maoisti o nazisti, quanti intellettuali, accademici o giornalisti raffinati hanno ceduto al piacere della negazione?
Tra gli intellettuali, questo piacere colpevole può rivelarsi irrimediabile. Una volta che decidono di guardare altrove, è difficile per loro ammettere il loro errore. "Al di là degli intellettuali, tutti coloro che vivono delle proprie idee (scrittori, politici, giornalisti, ecc.) hanno molto da perdere cambiando idea ", nota Fitoussi in uno dei passaggi più stimolanti del suo saggio.
Per un individuo la cui reputazione sociale è in gran parte indistinguibile dalle sue idee, il prezzo da pagare può essere esorbitante: mettere in discussione il conformismo politico a cui aderisce significa minacciare il suo benessere personale ed esporsi al rifiuto dei suoi pari – oh cari colleghi! Oh compagni della certezza! Simmetricamente, e questa è una ragione in più per non farsi scrupoli, il costo sociale dell'errore è molto basso, in questi ambienti più che altrove, come dimostrano i numerosi intellettuali la cui aura resta intatta anche se hanno detto sciocchezze sui più diversi argomenti.
Anche in questo caso Samuel Fitoussi potrebbe fare di meglio. Travolto dal suo slancio, egli stesso tende ad affrettare un po' le cose, in particolare quando denigra in massa i pensatori della "decostruzione" o quando prende in giro personaggi come Roland Barthes e Michel Foucault. Naturalmente, queste cose non dovrebbero sfuggire alle critiche, ma il modo in cui l'autore le evoca suggerisce che non le ha lette con sufficiente attenzione.
E poi gli intellettuali e i giornali di cui denuncia gli errori sono quasi tutti di sinistra. Tuttavia, se ci scervelliamo, dovremmo riuscire a trovare alcuni autori e pubblicazioni di destra che hanno sbagliato strada. Ad esempio, durante la guerra civile spagnola (1936-1939), gran parte della stampa conservatrice non volle avere nulla a che fare con i crimini di Franco. Ed è stato un onore per uno scrittore di destra come Georges Bernanos denunciare questa cecità, anche se ciò ha significato alienarsi i suoi ex compagni realisti.
Così, quando Samuel Fitoussi sopprime Jean-Paul Sartre (1905-1980) e gli preferisce Raymond Aron (1905-1983), lui stesso una firma di Le Figaro , sembra dimenticare due aspetti importanti: da un lato, Aron non ha mai esitato a esprimere i suoi disaccordi con la sua stessa famiglia politica; D'altro canto, se fu un critico così forte di Sartre, è perché condivideva con lui un intero mondo di testi ed emozioni. Lo capiva in ogni senso della parola.
Etica del dialogo
Per verificarlo, leggeremo la raccolta di testi intitolata Aron critique de Sartre , contenuta nella preziosa “Bibliothèque Raymond Aron” delle edizioni Calmann-Lévy. Ideato e presentato dalla filosofa Perrine Simon-Nahum, questo volume unisce interviste e conferenze al corposo saggio Storia e dialettica della violenza , in cui la sociologa offre una risposta alla Critica della ragione dialettica della filosofa (Gallimard, 1960). La lunghezza e la profondità di questa risposta basterebbero a dimostrare quanto Aron stimasse il "piccolo compagno" , con il quale non smetteva mai di dibattere. Ben consapevole del fatto che Sartre insulta chiunque esprima un'opinione diversa dalla sua, Aron insiste comunque nel discutere equamente le sue tesi. Più che le questioni teoriche in questione (l'esistenzialismo sartriano tra filosofia della libertà e giustificazione del terrore), è questa etica del dialogo che qui ci interessa.
Sartre e Aron si conobbero molto giovani, all'École Normale Supérieure, dove condivisero lo stesso "turno". Per lungo tempo hanno avuto insieme degli scambi appassionati . Erano "i quattrocento colpi della discussione intellettuale!" Epoi un giorno la conversazione si interruppe. Solo Aron cercò di inseguirla. Questo approccio si basava su una cultura comune, in particolare su un rapporto molto forte con il marxismo, verso il quale Aron riconosceva il suo debito. Ma dal momento in cui Sartre aveva radicalizzato le sue posizioni e i suoi metodi, un simile sforzo richiedeva anche una decisione: non abbassarsi mai a usare le armi dell'avversario, quelle della polemica disonesta.
Quando Sartre fa una caricatura delle tesi di Aron e gli attribuisce discorsi assurdi o odiosi, quest'ultimo ironizza ( «Ho a sua disposizione un riassunto dell'Essere e del Nulla in dieci righe, nello stesso stile» ) e continua a esporre nei dettagli la dottrina del rivale. Allo stesso modo, Aron può citare (come fa Fitoussi) le parole con cui Sartre legittimava le atrocità dello stalinismo o del maoismo. Ma non si tratta mai di indulgere nel sarcasmo: "Non ho la minima intenzione di guadagnare punti provocando un sorriso a spese di un filosofo capace di enormità ", ammonisce l'uomo che ha sempre celebrato il virtuosismo letterario di Sartre, così come la sua "straordinaria fertilità" teorica .
Ed eccoci di nuovo al punto di partenza. Certamente, la potenza intellettuale di Sartre ha prodotto opere ammirevoli. Ma lo portò anche a sbagliare molto spesso, fino a diventare la figura emblematica di quegli chierici che negavano i crimini totalitari e gettavano il sospetto su ogni dissidente. Agli occhi di queste persone arroganti, Raymond Aron era visto nella migliore delle ipotesi come un codardo e nella peggiore come un traditore che "faceva il gioco" del capitalismo, dell'imperialismo e del fascismo.
Chiudendo la bella raccolta Aron critica Sartre, cogliamo tuttavia la radicalità che portava con sé la sua umiltà. Combattente della resistenza fin dall'inizio, considerava il dubbio un punto di forza. Professore severo, aveva abbastanza senso dell'umorismo da non prendersi troppo sul serio. Teorico di alto livello, era determinato a esaminare la realtà senza pregiudizi, in altre parole a "non aver paura dei fatti" . In un momento in cui i pericoli si stanno nuovamente accumulando, speriamo che gli intellettuali abbiano imparato la lezione di Aron e ne abbiano il coraggio. Altrimenti tutte le loro belle idee rischiano, ancora una volta, di alimentare un pericoloso pasticcio ideologico. E poi "tutta la cucina sporca ricomincerà", come disse Karl Marx.
Estratto
«Le credenze comuni servono spesso a unire un gruppo; il loro contenuto è secondario. Un'idea (le tasse dovrebbero essere aumentate) unisce un gruppo, l'idea opposta (le tasse dovrebbero essere abbassate) ne unisce un altro. Ecco perché, come scrive Steven Pinker, chi professa la fede nella teoria dell'evoluzione non sempre esprime un'opinione scientifica; spesso esprime "la sua fedeltà a una sottocultura laica e liberale, in contrapposizione a una sottocultura religiosa e conservatrice" (…) . Ma allora, perché aderire a idee false dimostra efficacemente lealtà al proprio gruppo? Perché invia un segnale: sono più leale al gruppo che alla realtà. Un segnale che non trasmette adesione a idee valide. (…) Da questo punto di vista, sono le credenze irrazionali a unire meglio i gruppi: quanto meno sono plausibili, tanto più ogni persona è tentata di rinunciarvi, e tanto più chi non vi rinuncia dimostra di anteporre la lealtà al gruppo a ogni altra cosa.»
Perché gli intellettuali sbagliano, pagine 192-194
"Avevo vent'anni, non permetterò a nessuno di
dire che questa è la più bella età della vita." Scritto nel 1931, ma
dimenticato per molto tempo dalla cultura ufficiale, questo diario di
viaggio di Paul Nizan esprime la necessità di opporsi alla miseria del
mondo rifuggendo dalla chiusura autoreferenziale del sapere. Ogni
pagina sprigiona l’esperienza viva di un intellettuale che, trovandosi a
contatto con una terra aliena, trova le ragioni di una critica
permanente alla subdola civiltà occidentale. Rivolto ai ventenni, “Aden
Arabia” è un invito a non restare calmi, a vivere il tempo con una
proficua inquietudine.
J’avais
vingt ans. Je ne laisserai personne dire que c’est le plus bel âge de
la vie. Tout menace de ruine un jeune homme : l’amour, les idées, la
perte de sa famille, l’entrée parmi les grandes personnes. Il est dur
d’apprendre sa partie dans le monde.
À quoi ressemblait notre monde ? Il avait l’air du chaos que les
Grecs mettaient à l’origine de l’univers dans les nuées de la
fabrication. Seulement on croyait
y voir le commencement de la fin, de la vraie fin, et non de celle qui
est le commencement d’un commencement. Devant des transformations
épuisantes dont un nombre infime de témoins s’efforçait de découvrir la
clef, on pouvait simplement apercevoir que la confusion conduisait à la
belle mort de ce qui existait. Tout ressemblait au désordre qui conclut
les maladies : avant la mort qui se charge de rendre tous les corps
invisibles, l’unité de la chair se dissipe, chaque partie dans cette
multiplication tire dans son sens. Cela finit par la pourriture sans
défense.
Alors très peu d’hommes se sentaient assez clairvoyants pour
débrouiller les forces déjà à l’œuvre derrière les grands débris
pourrissants.
On ne savait rien de ce qu’il eût fallu savoir : la culture était
trop compliquée pour permettre de comprendre autre chose que les rides
de la surface. Elle se consumait en subtilités dans un monde rangé de
raisons et presque tous ses professionnels étaient incapables d’épeler
les textes qu’ils commentaient. L’erreur est toujours moins simple que
le vrai.
On avait besoin d’A. B. C. composés de ce qu’il y avait
réellement d’important. Mais au lieu d’apprendre à lire, ceux qu’un
tourment sincère empêchait quelquefois de dormir, imaginaient des
conclusions qui reposaient toutes sur l’étude des décadences comparées :
conclusions par l’invasion des barbares, le triomphe des machines, les
visions à Pathmos, les recours à Genève et à Dieu. Comme tout le monde
était intelligent !
Mais ces malins avaient la vue trop basse pour regarder
par-dessus leurs lunettes plus loin que les naufrages. Et les jeunes
gens avaient confiance en eux.
Condamnations sans appels, sentences impératives : « vous allez
mourir ». Les gens de mon âge, empêchés de reprendre haleine, oppressés
comme des victimes
à qui on maintient la tête sous l’eau, se demandaient s’il restait de
l’air quelque part : il fallait pourtant les envoyer rejoindre entre
deux eaux leurs familles de noyés.
Comme l’on me classait parmi les intellectuels, je n’avais jamais
rencontré d’autres êtres que des techniciens sans ressources : des
ingénieurs, des avocats, des chartistes, des professeurs. Je ne peux
même plus me souvenir de cette pauvreté.
Des hasards scolaires, des conseils prudents m’avaient porté vers
l’École Normale et cet exercice officiel qu’on appelle encore
philosophie : l’une et l’autre m’inspirèrent bientôt tout le dégoût dont
j’étais déjà capable.
Pendant des années, j’ai entendu rue d’Ulm et dans les salles de
la Sorbonne des hommes importants qui parlaient au nom de l’Esprit.
C’étaient de ces philosophes qui enseignent la sagesse dans des
revues, écrivent des ouvrages de références et de bonnes raisons. Ils
entrent dans les corps savants, ils convoquent des congrès pour décider
des progrès que l’Esprit a faits dans une année et de ceux qui lui
restent à faire. Ils ont des rubans à leurs revers comme de vieux
gendarmes retraités. Ils inaugurent des plaques de marbre, sur des
maisons natales, sur des maisons mortuaires, à des carrefours
hollandais. Ces commémorations leur font voir du pays. Ils vivent
presque tous dans les quartiers de l’Ouest de Paris : à Passy, à
Auteuil, à Boulogne, quartiers tranquilles, pas de bruits, peu d’hommes,
les filles n’y sont pas réglées avec un an de retard. Ce sont les Sages
du XVIe arrondissement.
Cependant, ils présentent des idées bien dressées, des théories
aux dents limées sur la psychologie, sur la morale, le progrès : ces
abstractions montraient déjà la corde au temps de Jules Simon ou de
Victor Cousin : elles
font encore bon usage. Ils sont bonhommes, ils disent que la vérité
s’attrape au vol comme un oiseau naïf. Ils lancent des messages sur la
paix et la guerre, sur l’avenir de la démocratie, sur la justice et la
création de Dieu, sur la relativité, la sérénité et la vie spirituelle.
Ils composent des vocabulaires, parce qu’ils ont découvert tous ensemble
une proposition importante : les problèmes n’existeront plus quand les
termes en seront convenablement définis. Alors, ils tomberont en
poussière : ni vu ni connu, les poser sera les résoudre. Les philosophes
seront simplement les chiens de garde du vocabulaire et les historiens
de ce Moyen âge où les mots avaient plusieurs sens. En attendant, ils
apprennent à mettre de côté les pensées dangereuses pour le jour où
leurs poisons seront évaporés : la raison a le temps, elle les
retrouvera à son heure qui ne coïncide pas avec l’heure des hommes.
Ils font ainsi de la philosophie, qui demande en somme assez de
propreté et de soins pour qu’il soit honorable d’y consacrer des vies
soustraites à la comptabilité et à la société de Jésus.
Et quel langage ! Ils montrent tant de bons tours, de proverbes,
de figures que je ne sais même plus si, à force de silences avertis par
les métaphores du sommeil, d’entretiens avec les passants attardés sur
les places, dans les casernes, les débits, les usines, je retrouverai le
sens des paroles droites et des simples inventions des hommes.
Parmi eux un grand penseur : Léon Brunschwicg. Cachant mieux son
jeu, avec plus d’as dans ses manchettes. Une précision d’horloger des
pensées, une adresse relevant de l’art de l’illusionniste faisaient
d’abord croire à un philosophe : mais on ne trouvait à la fin qu’un
Robert Houdin qu’on pouvait mesurer, de qui on pouvait compter les
mensonges. Ce petit revendeur de sophismes avait un physique de vieux maître
d’hôtel autorisé sur le tard à porter ventre et barbe. La ruse sortait
du coin de ses yeux, guidait dans l’espace gris les courts mouvements de
ses mains doucereuses de marchand juif lançant avec des clins d’yeux
des bons mots comme les décrets de la raison, suggérant à chaque
discours : laissez-moi faire, tout va s’arranger, je répare tout dans
les âmes et dans les sciences. Puis saluant au parterre. Quel appétit
caché de places, de repos et d’honneurs! quelle terreur sincère de la
vérité qui menace, de celle qui aurait pu par exemple attenter à
l’argent de cet homme riche! Les disciples rangés autour de lui se
tenaient prêts à relever au-dessus de son cadavre le drapeau mercenaire
de l’idéalisme critique.
Cependant des hommes travaillaient à la chaîne. Cependant des policiers marchaient dans les rues, des hommes mouraient en Chine.
Ainsi faisait-on ce qu’on pouvait pour nous cacher l’existence
charnelle de nos frères afin que nous fussions vraiment armés pour les
tâches de curés auxquelles nous étions destinés. La bourgeoisie gave ses
intellectuels dans des mues pour qu’ils ne soient pas tentés d’aimer le
monde. Ainsi vivions-nous à la pauvre vitesse du sommeil : chacun sait
que ce sont les grandes vitesses qui coûtent cher. Nous tournions comme
l’on nous avait appris à tourner, occupés à de petits jeux de
construction enseignés par tous ces fonctionnaires. Il y avait un peu
partout des gens dans les campagnes et les banlieues : mais nous, nous
regardions pour faire comme eux nos maîtres et nos pères tristement
accroupis dans les coins, se relevant parfois pour faire rire leurs
patrons, leur livrer une commande d’illusions, d’arguments ou de
justifications. Bouffons, complices : métiers de l’esprit. De temps en
temps, ils priaient qu’on fût patient, le monde allait prochainement
être sauvé.
II
FIGUREZ-VOUS :
nous voilà lâchés à vingt ans dans un monde inflexible, munis de
quelques arts d’agrément : le grec, la logique, un vocabulaire étendu
qui ne nous donne même pas l’illusion d’y voir clair. Nous sommes perdus
dans leur galerie des machines où tous les coins mal éclairés
dissimulent des rencontres sanglantes, guerres aux colonies, terreur
blanche aux Balkans, assassinats américains applaudis par toutes les
mains françaises : la terrible hypocrisie des hommes au pouvoir n’arrive
pas à voiler la présence des malheurs que nous ne comprenons pas : nous
savons seulement qu’ils sont là, qu’il arrive des malheurs quelque
part. Ne nous dites pas que c’est pour notre bien. Ne vous contentez pas
d’accuser le destin de faire éternellement le geste de Pilate.
Chacun trouve au fond de ses réveils tous les désordres du temps
je ne sais combien de fois réduits à la médiocre échelle d’une
inquiétude privée. Il y a en nous des divisions, des aliénations, des
guerres et des palabres. On peut nous dire que c’est l’époque de la
conscience malheureuse : cela ne nous empêche pas de craindre pour notre
peau, de souffrir des mutilations qui nous attendent : après tout, nous
savons comment vivent nos pères. Maladroitement, malheureux comme les
chats qui ont la fièvre, les chèvres qui souffrent du mal de mer. Où
était placé notre mal ? dans quelle partie de notre vie ? Voici ce que
nous savons : les hommes ne vivent pas comme un homme devrait vivre.
Nous ne sommes pas satisfaits d’avance des métiers
auxquels on nous dresse avec promesse de maigres salaires. Nous avons
peur de ce qui va nous arriver : la belle jeunesse ! Comment demander
des secours à des hommes ? Où sont-ils cachés ? Tout nous écarte d’eux :
le devoir, la famille, la patrie, le respect, l’argent. C’est trop,
d’ennemis pour notre force. Je sais aujourd’hui que ce sont des
fantômes, des reflets dix mille fois tordus que nous prenions au sérieux
à cause de nos bonnes intentions : mais j’y ai mis le temps.
Voici : nous allons entrer dans une prison dont nous n’arrivons
pas à imaginer dans tous ses détails le régime. Quel jeune homme pensant
à une prison devine ce qui se passe dans chaque cellule : ce n’est pas à
vingt ans qu’on sait mettre la main sur les choses particulières, sur
les événements. Mais nous en pressentons assez pour étouffer. Nous ne
sommes pas malades d’illusions : des diminutions et des contraintes
réelles menacent et nous ne savons pas les dénombrer. En vain
vouliez-vous nous faire croire aux conflits candides de la liberté et du
déterminisme, de la prédestination et de la grâce, de la maturité et de
la puberté : s’il ne s’agit que de ces mots, nous ne sommes pas plus
bêtes que vous : nous saurions faire des thèses ou prêcher dans les
chaires. Mais il y a des réalités déchirantes derrière vos sentences.
Mais nous sommes faibles, l’impuissance est en nous, nous sommes
dressés à l’esclavage docile depuis notre enfance confortable : nul
moyen de dépister en nous les sources de l’espoir, nous ne sommes pas
sourciers. Nul moyen de comprendre que nous souffrons du désœuvrement de
nos besoins humains. Nos maîtres paraissent inébranlables, les machines
qui laminent toutes les existences trop bien jointes pour être brisées.
Mais si nous ne faisons rien, le chômage va durer toute la vie. Que
nous arrive-t-il ? que ne nous
arrive-t-il pas ? Il est dur d’être une boussole affolée par un orage
ou une aurore boréale, tournant vers les points cardinaux, dans une
ombre traversée de sonneries, de feux, de cris, où la folie montre
parfois un visage avenant. La folie fait la belle.
Notre enfance y est bien pour quelque chose : les édredons de
plume de la vie provinciale, nos premières communions, les glycines de
l’été quatorze ne nous ont pas préparés à l’apparition de la guerre. La
mort de nos cousins et de nos frères, la licence donnée par l’absence de
nos pères, les objets meurtriers de nos aînés ont fourni au désordre de
mystérieux aliments : c’était celui de l’enfance miraculeusement
soustrait aux complots pacifiques de l’ordre : la guerre nous a permis
de vivre. Pas d’autre contrainte que l’obligation de se découvrir devant
les morts et les drapeaux. Dans les nuits de raids, enflammées par les
bombes, les sirènes, les hurlements des chiens dans les caves, les
incendies, les enfants s’amusaient : tranquillité des parents.
Comptant sur les misères du temps pour former des cœurs héroïques
et l’amour de la vertu, les professeurs et les mères ont pris peu de
soins pour nous habituer aux valeurs morales qui coulèrent à pleins
bords entre quatorze et dix-huit. Ils ont pensé qu’elles iraient de soi
dans l’air civique et guerrier qu’on respirait dans les préfectures les
plus lointaines du midi. Grâce à une erreur si grossière, à l’âge viril,
nous ignorons bien des drames : mais on se met trop tard à nous
enfoncer dans la tête les Lois comme des réclames sur la vérole :
comment y croire, nous n’y voyons que des chaînes effrayantes pour un
homme, des chaînes qui nous entaillent la vie. Être un homme nous paraît
la seule entreprise légitime : nous sommes désespérés en découvrant que
tant de beaux devoirs auxquels il fallait nous faire croire dix ans
plus tôt ne laissent rien debout
dans l’amour de la vie. Aimer la vie que ces devoirs nous font ?
Assemblez des familles provinciales, des prospectus, des examens, des
jeunes filles bien élevées, des putains accoudées sur de faux marbres,
des avenues noires, des leçons à trente francs l’heure et la table
kantienne des jugements, vous êtes des hommes, voilà de quoi combler
votre jeunesse.
Ces journées des dupes se déroulent dans la fausse lumière de
foire nationale du lendemain de la guerre : elles ont commencé avec le
matin de l’armistice, la seule fête des rues que j’aie vue. Une grande
expiration tenue des années au fond des poumons, des désirs de sexe et
de boisson, le droit naturel d’allumer toutes les lampes qu’on voulait,
d’insulter les anciens ennemis, le jour enfin où j’embrassai boulevard
Montmartre devant la boucherie en gros du Matin la première bouche de ma
vie. Les combattants vidés de toute leur guerre entretiennent cette
flamme aussi fidèlement que le gaz imbécile sous l’Arc-de-Triomphe :
éclatants de l’orgueil insolent d’avoir été forcés aux sacrifices, ils
exploitent devant nous les morts nationaux. Dans ces cadavres glorieux
tout est bon pour une sinistre charcuterie qui débite publiquement tous
les morceaux des morts. Ils vivent selon l’ordre militaire qu’ils rêvent
de maintenir dans une nation déréglée, entourée des ennemis qu’ils lui
inventent tous les jours : tous les cœurs sont imprégnés par eux d’une
sale odeur de combat, de bivouac et de permission de détente. Derrière
ce déballage d’idéal patriotique qui séduit quelques adolescents de
bonne famille s’organisent l’industrie française et la petite guerre
civile contre les ouvriers qui ne mangent pas les morts. Nous y pensons
encore faiblement, mais ces gens-là sont pour nous les défenseurs
bruyants de la loi, les prophètes de nos devoirs. Rien ne nous concerne
dans ces fables : nous cherchons quelque chose
de réel à nous mettre sous la dent : ils nous arracheraient le pain de
la bouche. La faim et la faiblesse corrompent nos paroles et nos
premières actions : les livres qu’on nous donne ont l’air écrits dans
des allées de cimetière. Les partis nous font des propositions en plein
jour. Les messages que nous lançons nous retombent sur le nez. Faisons
quelque chose. Mais quoi ?
Ce que font les esclaves désœuvrés. On se divertit, on boit en
bandes : nuits consolatrices. On entre dans des cinémas : il y a au
moins la chaleur animale, les femmes dont on touche les genoux et qu’on
accompagne. Dans ces cuves sonores pleines d’éclairs blancs, les hommes
vont s’oublier : ils sortent hébétés par les songes et vont se perdre
dans les cubes où se déroule ce que M. Bergson ose encore appeler la vie, avec ce robinet éternel dans un coin. Nous faisons comme les hommes.
Nous connaissons encore des femmes. Je vais en retrouver une qui
tient un des tristes petits bars de la rue Saint-Jacques : son mari
séché par les vents de l’Argentine circule entre Paris et Londres
absorbé par des trafics que les codes commerciaux ne définissent pas : à
ses retours il enfonce des flèches tricolores dans une cible de paille.
Cette jeune femme purifiée des alluvions de sa ville natale n’est qu’un
corps ennuyé sur les frontières d’un désert, mais ses genoux écartés,
les ciseaux noirs et blancs de ses cuisses suffisent provisoirement à
l’amour de la liberté, dans ces années où une bouche humide peut seule
nous sortir de nos habitudes. Je me perds dans un pays sans contours
fermé par les grands pans verticaux de la nuit.
Tout cela dure des mois et des mois : on veut nous faire croire
que c’est la croissance, mais nous savons qu’il n’y a pas de raisons
pour que cette vie finisse, puisque tous les hommes vivent comme nous,
tournant comme
des chauves-souris. Comme nous ignorons nos compagnons de révolte dans
le fond des campagnes et les hôtels meublés de Billancourt, nous ne
pensons qu’à fuir. Eux restent là, plus durement esclaves, parce que
leur servitude est aussi celle du corps, la fatigue des reins, le manque
de viande et d’air. Ils savent, ils annoncent leur guerre. Mais nous du
fond de notre bourgeoisie comment deviner que les fondements de notre
peur et de notre esclavage sont dans les usines, les banques, les
casernes, les commissariats de police, tout ce qui est pays étranger.
Chacun veut assurer son évasion par ses propres moyens.
III
IL y avait des quantités d’échappatoires : que de portes pour n’aller nulle part !
Les uns allaient demander à Dieu et à ses prêtres de les recevoir
et de leur expliquer ce qui n’allait pas. Ils s’occupaient à apprendre
Notre Père aux enfants dans les patronages. Ils étaient vite au chaud,
prenant l’humiliation pour la prière, la ruine de l’homme pour sa
sainteté. Cela permettait aux plus intelligents de se livrer à une
certaine sorte de poésie : Dieu continuait son vieux métier en se
laissant accommoder à toutes les recettes. Naissance de bons dieux,
apparitions de saints gagnés à des poètes qui auraient bien voulu qu’on
les prît pour des Jongleurs de Notre-Dame. Immense pureté, refuges,
indulgences. Des poètes ouvraient des bureaux de conversion. Rimbaud
était tiré malgré ses derniers défenseurs du côté de la sacristie de
Saint-Sulpice ; les curés pour être salués par la jeunesse expliquaient
que la prière et la
poésie
sont les faces d’un acte unique. Ce Janus bifrons laissait place à
toutes les déclarations sur la pureté et l’impureté de la poésie, sur
l’inspiration, la conversion et l’inversion.
D’autres flambés jusqu’à la peau par les lumières de Paris
s’habituaient à mourir dans les trous, assiégés par les images femelles
qui s’étaient terrées un peu partout au sortir de la guerre : gens de
loisir, ils vivaient dans un état horrible de fausse naïveté encore
nommée poésie, simplement enfoncés dans le mal dont ils n’essayaient pas
de regarder les raisons. Alors renaissait le phénix pelé romantisme :
on allait porter l’objet littéraire à la température d’un dieu docile à
la fréquente communion. Ce mal du siècle confortable comme le
spiritisme, dernier asile où crevaient en paix dans l’odeur de renfermé
des châteaux abandonnés par les grands-pères. Ce sérieux d’enfants
malades arrive-t-il à faire crouler les murs percés de meurtrières par
où des quantités d’yeux les regardent, ces murs le long desquels ils
n’arrivent pas à grimper ? Après tout voilà d’autres bouffons des
bourgeois, tourmentés par le retour d’âge et les avertissements que
chaque jour leur apporte de leur déclin. Toute cette réalité poétique
aide les industriels français, les académiciens, les policiers, les
séminaristes, les socialistes français à empêcher de mourir leur classe
bien aimée. Espérons pour le dernier honneur de l’homme que les poètes
ne se doutaient de rien.
Il y avait d’autres portes qui menaient vers les grands hommes :
on se baignait dans leurs vies, on trempait dans leur gloire comme dans
le cinéma, comme dans un carême à Notre-Dame. Ils étaient à la mode ; on
se mettait dans leur peau en s’endormant, on se mettait à genoux dans
leurs chapelles expiatoires si calmes, où l’on ne pense pas aux cours de
la Bourse, aux grèves, aux assassinats, aux armées, aux mariages convenables,
aux devoirs conjugaux. Saint Thomas ramassait des disciples au sang
pauvre dans les familles bien élevées autour de Sainte-Croix de Neuilly
et de l’Institut Catholique. De même Kant, Pascal, Descartes, Louis XIV.
Il y avait l’ironie, si convenable, comme un notaire. Elle était
au moins conforme au passé de la France, elle était patriotique : la
pudeur, vertu de ces petits Français. Elle n’effraye personne, elle
n’est pas si négative qu’elle en a l’air, elle n’interdit pas de faire
des carrières applaudies jusque dans le quartier Malesherbes. On peut
arriver, sous cette étiquette de sceptique si honorable depuis Montaigne
et Huet.
Reste la fuite réelle : cela arrivait ; les faits divers
annonçaient quelquefois des suicides. Alors des jeunes gens d’une
correction américaine organisaient des enquêtes : le suicide est-il une
solution ?
Quelques-uns ayant frappé à toutes ces portes voyaient fondre les
raisons glacées qu’ils avaient malgré tout de rester à l’attache.
Faisant appel à des souvenirs de lectures et aux jeux collectifs de
l’enfance, ils pensaient tout d’un coup qu’on voyage. Dans ces années
molles où le dégoût, où l’impatience d’être des hommes montaient dans
tous les corps comme des accès de fièvre, une force centrifuge
irrésistible attirait les hommes les moins pesants de l’Europe loin de
ce nombril de la terre qu’était peut-être Paris. Ils volaient du côté où
les dernières chances paraissaient accrochées à la rose des vents : le
prétexte des aventures garantissait la confiance qu’ils ne pouvaient
s’empêcher malgré tout de conserver à la vie. L’aventure était
l’attention merveilleuse qu’ils portaient à leur avenir. Il y avait une
grande part de naïveté dans ces entreprises qui avaient rarement une
signification commerciale ; mais cette naïveté a des excuses : des
écrivains, des philosophes promettaient merveille
des voyages. C’était un mot où pendaient bien des ornements littéraires
et moraux. Les souillures de la morale gâtaient tout.
Pas de voyages en Europe : nous en étions venus à regarder cette
mince bande de territoires, ce surjeon de l’Asie comme un bloc, comme la
masse de notre pays natal. On parlait d’elle comme d’un être unique,
voué aux malheurs d’un unique destin : il y avait notre patrie,
l’Europe, et nous. C’était d’elle qu’il était important de se
débarrasser. Ailleurs reposaient les autres continent, chargés des
forces, des vertus, des sagesses absentes de notre province. Tout valait
mieux qu’elle et qu’elle tout entière. Et en effet l’ombre des cartels
allemands, des milices fascistes, des textiles anglais, des bourreaux
roumains, des socialistes polonais était aussi noire et froide que celle
du comité des Forges et des usines de Saint-Gobain : mais nous n’en
savions rien. Nous pensions vie intérieure quand il fallait penser
dividendes, impérialisme, plus-value. Saisissez que nous étions en proie
au vague des passions, que nous étions emportés dans un tourbillon
d’apparences sentimentales. Notre éducation avait été assez mal faite,
assez artificiellement conçue pour que nous pensions sans rire à la
Justice, au Bien, au Mal : nous vivions dans le ciel, après tout. Mais
toutes nos forces nous tiraient du côté de la terre.
Franchissons donc les frontières de cette presqu’île limitée par
des mers et les poteaux frontières de la Russie. Condamnons cette
taupinière avec ses tas de scories. Les professeurs eux-mêmes, complices
patients des poètes, parlaient de son déclin, les philosophes
décrivaient la décadence de l’Occident. Comment savoir que la décadence
véritable du monde était manifestée partout, dans les fabriques
américaines, dans les guerres coloniales, les comptoirs africains ?
Comment savoir que tout pouvait recommencer un jour, que tout recommençait dans les assemblées soviétiques, dans les mouvements ouvriers ?
Notre conclusion était vide, parce que l’on nous avait accoutumés
à penser à l’Orient comme au contraire de l’Occident : alors au moment
que la chute et la pourriture de l’Europe étaient des faits absolument
simples et clairs et distincts, la renaissance et la floraison de
l’Orient n’appartenaient pas moins à l’ordre des évidences. Il
renfermait le salut et la nouvelle vie des européens, il avait des
remèdes et de l’amour de reste. On usait un peu partout avec imprudence
des analogies antiques et de l’histoire officielle des religions ; on
ornait l’Asie de toutes les vertus humaines que l’Occident achevait de
perdre depuis tantôt trois cents ans et ne réclamait plus que dans la
colonne d’agonie des quotidiens anglais. L’esprit de la civilisation
planait sur l’Inde, la Chine nous semblait plus merveilleuse qu’à Marco
Polo. Qui donc nous aurait révélé de bonnes raisons brutales, de bonnes
raisons humaines, de nous intéresser à l’Asie : les grèves à Bombay, les
révolutions et les massacres en Chine, les emprisonnements au Tonkin.
Et non Bouddha.
Il y avait aussi l’Amérique. L’Europe avec son maigre compte de
terres, sa pauvreté d’hommes et de pétrole, sa misère d’événements
paraissait une vieille femme agonisante entre deux héros : l’Asie héros
de la sagesse, l’Amérique, héros de la puissance.
L’Afrique, l’Océanie étaient encore des réservoirs débordants de
poésie que n’utilisaient guère que des marchands de curiosités et des
poètes à l’inspiration appauvrie.
Tout cela marquait simplement la paresse et l’impuissance des
gens d’Europe à faire quelque chose pour eux-mêmes ; et les autres
continents fournissaient quelques-uns des mondes imaginaires que tous
les hommes inventaient dans la nuit pour oublier les vérités de leur purgatoire et décorer d’illusions, leur indigence et leur écrasement.
IV
QUE contenait encore le nom du voyage ? Qu’y avait-il dans cette boîte de Pandore ?
La liberté, le désintéressement, l’aventure, la plénitude, tout
ce qui faisait défaut à tant de malheureux et n’était possédé qu’en
rêve, comme les femmes par les adolescents catholiques. Il contenait la
paix, la joie, l’approbation du monde, le contentement de soi-même.
On faisait un sort à des exemples devenus vénérables, Stevenson,
Gauguin, Rimbaud, Rupert Brooke. Beaucoup d’écrivains étaient employés
dans la diplomatie, et le nombre et la vitesse des trains
internationaux, le développement des lignes de navigation mettaient le
déplacement à la portée de tous.
Les Parisiens sédentaires comme des moules se sentaient émus par
les affiches du P.-L.-M., par les sifflets des trains sous le pont de
l’Europe comme les courtisans de Louis XVI par un bêlement de mouton et un tableau de Watteau : ils pensaient à des voyages comme les habitants du xviiiesiècle
étaient malades du désir de la campagne, des archipels bienheureux et
allaient à Ermenonville lire les écrits champêtres de Rousseau.
Nous possédons une tradition rarement interrompue de l’espace
géographique, favorisée par les expéditions maritimes et que le
développement républicain de l’instruction gratuite et obligatoire a
contribué à rendre populaire. Tous les instituteurs encouragent à
l’amour des pays étrangers. Cette tradition est
aussi
répandue que l’utilisation du suffrage universel. Elle remonte aussi
loin qu’aux débuts de la Renaissance : c’était un temps où les gens
commençaient à en avoir assez, où ils étaient passionnés par des
histoires de paradis terrestres perdus et retrouvés, par des anecdotes
morales sur les bons sauvages. Ils en croyaient Christine de Pisan
racontant du fond du Moyen âge :
Je fus au pais de Brachyne
Ou les gens sont bons par nature
Et ne font pechie ne leidure
Christophe Colomb aperçoit sur l’Atlantique, avant même d’arriver
dans sa fausse Amérique, les présages du monde des merveilles : il
débarque aux îles : voici, en attendant les massacres, le vrai lieu de
la vie humaine partout ailleurs corrompue. On décrit pendant des siècles
des voyages imaginaires, comme Platon décrit les îles des Bienheureux,
on se croit autorisé à placer le paradis terrestre quelque part dans le
monde : c’est une contrée qui a longitude et latitude, la route en est
perdue mais une exploration heureuse peut faire retrouver ses
coordonnées. Béatitude et joie relèvent de la géographie. Cela continue
au xviiie siècle :
en attendant la Révolution, les utopies sont voyageuses. Nous en sommes
toujours là : des garçons de quatorze ans étouffés par la vertu de la
famille, dégoûtés des têtières au crochet sur les fauteuils, des ronds
de sparterie sous les semelles, fracturent les tiroirs ordonnés de leurs
parents. Des bourgeois mécanisés par l’existence ont leur digestion
troublée par le nom des Îles sous le Vent et des Îles Paradis, par
l’Astrolabe et la Zélée. On en trouve d’assez candides pour partir vers
les îles d’Océanie, vers le centre africain. Les intellectuels ne sont
pas plus malins que les enfants et les bijoutiers.
Seulement la terre connue, arpentée, cadastrée, les gens d’Europe
l’ont mise en coupe : on est partout volé comme dans un bois ; les
paradis sont des entreprises commerciales de cobalt, d’arachides, de
caoutchouc, de coprah ; les sauvages vertueux sont des clients et des
esclaves. Les curés de tous les dieux blancs se sont mis à convertir ces
idolâtres, ces fétichistes, à leur parler de Luther et de la Vierge de
Lourdes, à leur révéler les culottes de chez Esders. Avec l’Eucharistie
arrive le travail forcé du Brazzaville-Océan. Ainsi sont réduits au
silence ceux-là mêmes de qui nos pères attendaient des secrets. Tout va
bien : la prière et l’absinthe entrent dans le jeu, le cours des valeurs
coloniales monte dans les bourses civilisées. Ceux qui abordent en
dépit de tous les mauvais signes à Tahiti et aux Marquises y trouvent
des missionnaires, si bons pour les lépreux, de grandes filles molles
syphilitiques, des trafiquants grecs aux dents cariées, des
sous-officiers alcooliques qui rêvèrent pour leur retraite d’être
policiers à Saïgon.
Reste à conjuguer au futur les dernières utopies, à les enfoncer
dans le brillant avenir du temps, à inventer enfin pour la consolation
des populations urbaines les uchronies de la vie intérieure.
Mais il faudra parler aux hommes des actions présentes qui sont ici et en ce temps, et les mettre en train.
Ainsi, il y avait dans ce temps cruel dont je parle des hommes
qui voulaient vraiment fuir les niches où les fixaient des chaînes de
causes auxquelles ils ne comprenaient presque rien. Ils le voulaient
sans hypocrisie, sans docilité à des mots d’ordre littéraires : ils
n’étaient pas tous des intellectuels adonnés aux délices de leurs
raisonnements abstraits. Ni des amateurs oisifs qui aiment les paquebots
des croisières ruineuses ni des commerçants anonymes. Ces fuites
étaient naturelles
comme des crimes, des mariages, des suicides qui sont en tel et tel
nombre dans un pays. Les pouvoirs connaissaient assez bien ces désirs
pour les utiliser aux fins les plus brutales de leur activité le
recrutement des marins et des militaires de carrière, la paix sanglante
de leurs expériences coloniales. Les affiches de racolage à la porte des
gendarmeries, des casernes, des mairies exploitaient avec une ruse
grossière le désir que des paysans, des ouvriers, des employés pouvaient
avoir d’échapper à leur vieille peau : elles promettaient avec la
certitude de la nourriture et du lit, les plaisirs des tropiques, la
facilité des femmes de couleur, séduisaient les cœurs par des artifices
enfantins qu’inspirait une connaissance élémentaire mais efficace des
tentations humaines.
Comme tout le monde, ces voyageurs avaient vécu de ces années où
on est mené par des puissances méthodiques, où on ne comprend goutte à
ses passions, à ses mouvements, ses mots, au travail, à l’amour. Tout
est commandement militaire, règlement sur la discipline. Comme tout le
monde, victimes de diables qui ne laissent pas de marge aux plus simples
vagabonds humains. Des voix qui les amollissaient au milieu de leurs
tâches, comme le vent du mois de mars, leur ordonnaient d’aller à la
rencontre des événements, de les mettre au défi de toujours échapper.
Les événements ne venaient pas à domicile, les événements n’étaient pas
un service public comme le gaz et l’eau. Il y a des routes, des ports,
des gares, d’autres pays que leur chenil : il suffit un jour de ne pas
descendre à sa station de métro. Ils savaient cela avec une précision
plus ou moins éclairée, mais ils étaient tous de la même bande honteuse
qui connaît son état de disette quand elle sort de son travail éternel. À
quels jeux employer si tard dans la journée la vacance insolite des
mains, la liberté de la promenade des prisonniers ? Où sont les femmes, ou les amis introuvables, ces choses aussi simples que l’eau et que le pain ?
Alors ils partaient vers des accidents obscurs, que personne ne
prévoyait, plus merveilleux que des comètes, en l’an 1000, et qui
feraient d’eux des hommes. Tout ce qu’ils voyaient bien était les
manques de leur vie, leur agitation d’ombres en proie à d’horribles
humiliations.
Il était temps pour eux, il allait être trop tard, d’ouvrir des
yeux capables de voir le monde, de mettre la main sur un animal charnel,
sur des objets à trois dimensions, de vivre soudain une telle journée
qu’ils seraient assurés que la vie en général n’est pas le songe
irrémédiable de leurs déserts. Ils se dirigeaient à tâtons, vers une
découverte, une invention substantielle, comme celle de la sainte Croix,
qu’ils ne désiraient même pas clairement, parce qu’ils s’étaient
toujours endormis, éveillés dans une ombre si noire que leurs désirs
n’étaient pas nommés, comme un couteau, comme un chien, comme Dieu.
J’attends parmi eux, nous sommes des émigrants. Je ne juge pas,
toute la méthode pour bien penser est aux orties, je tremble
d’inquiétude. La porte s’ouvre. On parle autour de moi du départ, on me
fait des recommandations, je respire dans un vertige que je devais
trouver agréable. On me dit adieu, je file comme un mort.
V
JE
me trouve un matin dans la lumière rougeâtre du mois d’octobre sur le
pont d’un petit cargo neuf qui lève l’ancre, dans un dock de la Clyde, à
Paisley. Le soleil au-dessus de la gelée blanche ressemble
à
l’étendard du Japon. Dans les champs les meules sont glacées, les tiges
d’herbe sont probablement cassantes comme du verre filé.
La mer d’Irlande descendue, l’île de Lundy doublée, l’Europe
tombe dans le sillage comme une bouée. Entre Swansea et le cap Saint
Vincent, l’Amin coupe les eaux de l’Atlantique dans les coups de
vent et les grains de la saison : derrière les vitres de la chambre des
cartes on voit les paquets de mer éclater contre la roue du gouvernail,
le corps de l’homme de quart, ils font sonner la cloche de timonerie. Au
centre des froids humides de la mer, les mouettes soustraites au vent
planent au-dessus du pont,
pendues à des fils invisibles. La nuit les malles battent les parois de
la cabine, la vaisselle accrochée au plafond de l’office perd une tasse,
une assiette. Les couchettes craquent.
Dans un mouvement monotone, les promontoires de l’Espagne et du
Maroc, les hauts lieux, la ruche guerrière de Gibraltar, Ceuta, Cadix,
Algésiras, le mont Ida apparaissent comme des avertissements : on les
suit des yeux jusqu’à ce qu’ils ne soient plus qu’une ligne de fumée
plate sur l’horizon : on les commente longtemps à la table vernie du
carré. Trois, quatre navires par jour paraissent peupler ce désert.
Port-Saïd passé avec ses femmes à vendre, ses garçons à acheter,
ses juifs syriens, ses eaux jaunes, les paquebots couleur d’abeille de
la Peninsular et de la British India, grouillants de coolies, de
charbon, le bateau perd de vue le dôme de verre de la Compagnie du
Canal, traîne jusqu’à Suez entre les sables, voit le Sinaï, tombe en mer
Rouge.
Le thermomètre monte chaque jour, les soleils tournent, les
jours, les nuits finissent par se fondre au sein d’une lumière terne et
éclatante qui aveugle tous les yeux, l’Amin longe parfois des falaises rouges et jaunes coupées de rares accidents, les repères blancs
d’un tombeau de saint homme, d’une maison écroulée. On se croirait dans
la planète Mars : ce sont les limites marines du désert.
Les poissons volants filent sous l’étrave comme des grenouilles. À
l’approche de certaines côtes volent dans la mâture des oiseaux
singuliers.
Les péninsules s’étalent sur l’eau comme des mains et on voit
dans le lointain les hautes épines dorsales de ces morts. La mer est
bombée comme une tortue, ses volutes se défont et respirent avec un
bruit de vapeur. La mer a des mouvements d’animaux en gelée, elle
gonfle, étire, rétracte, souffle un protoplasme vitrifié. Elle ne
ressemble pas à une femme capricieuse, mais à la plus primitive des
bêtes.
Des palmiers bas sur pattes comme des bassets, des grues
métalliques, des toits rouges apparaissent un matin. Cette apparition
est l’escale de Port Soudan. Le long des quais des bandes de requins se
retournent maladroitement sur le dos et quêtent de la nourriture comme
des ours, éblouis le soir par le feu du projecteur ils dansent des
ballets de guêpes : ils ressemblent à tous les autres animaux.
Les employés des douanes britanniques montent la garde entre les
parois de longs couloirs bordés de caisses d’essence, à l’orée desquels
on aperçoit des rideaux de paille blanche et rouge, un ciel noir habité
par des nébuleuses torrides, des vautours et des lampes à arc.
On essaie de descendre à terre : les forçats avec leurs gros
boulets empierrent les rues, arrosent des arbres de cinquante
centimètres. Des Soudanais vendent des porte-cigarettes en ivoire, des
colliers pour les femmes, des fouets de cuir. Quand on a bu les coudes
sur des tables de tôle, on rentre pour ne plus voir les fonctionnaires
jouer au bridge sous les vérandas de leurs maisons des femmes à côté
d’eux. Alors il est impossible
de soutenir le poids des airs aigres doux que joue à longueur de soirée
l’opérateur du sans-fil : il tente d’attirer pour ses compagnons de
chaîne des fantômes écossais capables de peupler le creux des mers
tropicales. Je ne suis pas là pour des séances de spiritisme.
Accroupis à l’arrière, les lascars de l’équipage parlent à voix basse, à toute vitesse, tard dans la nuit.
Les ailes du ventilateur, ce hanneton, chassent comme des
feuilles les cartes du mort étalées sur la table, des mains humides de
sueur les ramassent parmi les brins de rafia, les taches d’huile,
l’urine des moutons débarqués.
On repart au milieu de la grande rue marine de la mer Rouge, loin
de cette lourde escale où l’on est déjà envahi par l’état tropical.
L’état tropical, une fureur inépuisable et quelquefois un grand
dérèglement sexuel.
Le matin du trente-quatrième jour une pyramide violette qui monte
la garde se hisse sur le dos de l’Océan Indien. Elle augmente de minute
en minute comme les plantes que les fakirs font pousser rien qu’en les
regardant. Jeu de pavillons. Le pilote et le docteur arrivent, les
machines marchent au ralenti. On découvre des maisons qui prennent peu à
peu la taille des terriers où habitent les hommes, une ville à l’ombre
de rochers éclatés. L’ancre tombe, une fumée de sable s’épanouit dans la
mer.
Je suis arrivé. Il n’y a pas de quoi être fier.
P. NIZAN.
(À suivre).
VI
AU
bout d’un mois de mer, de coups de vent, de haltes, de secrets
chuchotés sous les vents je commence à comprendre des parties de ce
voyage. Qu’est-ce qui lui arrive ? C’est une fusion de ses légendes,
avec ce peu d’eau grise du printemps, ces légendes sur le bienfait du
départ, sur les bénéfices du départ, sur les bénéfices d’inventaire, car
il paraît que les voyages sont un inventaire. Duhamel me l’a dit quand
j’allais prendre le train, je me demandais si je ne ferais pas mieux de
donner mon billet à un pauvre. De ces légendes sur le salut, sur la
liberté censée courir les mers, sur les gentilshommes de fortune. Encore
dois-je laisser de côté le pavillon noir, je ne sais pas ce qu’il vaut
après tout, je n’ai tué personne.
Je suis tranquille derrière mes stores de roseaux, mes colonnes
carrées, sur un fauteuil taillé par un forçat. Pensons à mon départ.
J’avais peur, mon départ était un enfant de la peur. Quand je regarde de
cette latitude abritée les années où j’ai eu vingt ans et dix--
neuf
ans comme on a la grippe et la typhoïde, avec le même plaisir, je vois
une sale peur engendrant tout ce qu’un cœur peut sécréter de fausseté et
d’erreurs. Je ne suis pas plus fin qu’un autre : j’ai fui. Le premier
mouvement de la peur est de fuir. On peut insulter cette lâcheté, les
insultes n’empêcheront pas les jeunes gens de prendre les lézards pour
des sauriens sortis de la préhistoire. Le jour où les sirènes lâchent
leurs aigrettes de vapeur et leurs cris d’accouchées sur les échos des
docks, ils attendent en échange de ce qu’ils abandonnent une liberté
inconcevable des forces nues, et restées nues depuis Adam.
Mais quels cadeaux fait l’océan quand les jours ont passé, quand
on a coupé tant de fuseaux horaires qu’on s’embrouille dans ses calculs
si l’on veut savoir ce que font vos amis à Paris, s’ils dorment ou s’ils
mangent ?
On peut dire qu’on est hors d’atteinte, matériellement
invulnérable. Il ne faut pas chercher midi à quatorze heures : cela
signifie quelque chose de tout à fait simple et important, que les
armatures de l’ancien esprit sont perdues : il faudra lui en trouver
d’autres et la découverte ne va pas de soi.
Les armatures de l’esprit sont des objets en bois, en métal, en
protoplasme, en verre, en tissu, des cubes, des sphères, des vivants,
des boîtes, des moteurs, des apparitions visibles, des formes qu’on
touche, des airs bruyants. Soudain on cesse de tomber toutes les cinq
minutes sur des chevaux, sur des journaux, des automobiles, des joues de
femmes, des bâtiments corinthiens, des personnages décorés de la croix
de guerre, des rayons de bibliothèque, des tickets de métro, de tomber
sur sa vie.
On fut aussi un corps : provisoirement il vous reste. Mais provisoirement : il faut l’empêcher de s’échapper.
Quels limbes, quel oubli, quelle respiration, quelle
atmosphère de tables tournantes, il y a des fantômes de tous les côtés,
le grand être blanc d’Arthur Gordon Pym vous attire. Quand les savants
iront dire que les sirènes sont des dugongs, je leur rirai au nez,
puisque c’est vrai : il y en a à tous les coins des vagues, dans toutes
les cachettes de l’écume, et aussi Nausicaa, voire les Lotophages, voire
Circé et ses merveilleux charmes. Impossible d’entendre les voix des
machines parlantes de la famille, de saluer les gens avec lesquels on
avait un commerce de colère, de méfiance, d’hypocrisie. On dort : les
idées, les pressentiments usés jusqu’à la trame, les ruses attachées aux
objets des départements français s’enfoncent comme les derniers îlots
du pays de Galles au fond d’une distance qu’on n’aurait pas le courage
de franchir deux fois.
Personne enfin pour réprouver ces omissions et ces absences :
essayez donc d’oublier vos souvenirs civiques et filiaux, vos devoirs
fraternels, dans vos arrondissements et vos sous-préfectures.
Tous les aliments qui nourrissent l’homme d’une autre manière que
les albumines et les hydrates de carbone, tous les détails de son
régime sont renouvelés. Les alentours n’ont plus de squelettes. Des
surfaces qui glissent, des pans qui se décalent, se rident, s’enroulent
vers le zénith, une boule se dilatant par surprise à l’intérieur de
laquelle se passe un échange de fumées, de fusions, de signaux, d’ondes
électriques. Où accrocher les vieilles habitudes terribles ?
Plus de solides que ce navire moins solide qu’on ne croit,
poisson facile à délivrer de ses repères. Sur les planches de la terre
tout est lié à des objets résistants assez fidèles pour qu’on ne
regrette pas d’avoir appris à l’école la géométrie dans l’espace et la
mécanique des solides. Les jambes mêmes n’ont pas de soucis avec des
histoires d’équilibre. Tout est soudain perdu.
Tout à coup le corps doit se mettre à l’étude de ses mouvements,
il a un an, il faut qu’il invente sa position chaque fois que le vent
tourne, en même temps qu’il perd sa peau au grand soleil des tropiques.
Il pèle et il tombe : où l’esprit trouverait-il le temps de penser à
mal.
On ne pense plus qu’à des événements simples mais essentiels
quand les membres et les yeux rencontrent un nombre dérisoire d’objets à
formes régulières : un pont tremblant de vibrations et de vagues, deux
mâts, une antenne, un compas, une machine Diesel.
Quant au fameux secret caché dans les navires, celui qui les
habite ne le trouvera pas. Un escalier de fer glissant d’huile avec des
marches coupantes comme des os descend dans le gros ventre de la cale.
Où mène-t-il vraiment ? se demande-t-on les premières nuits ; au-dessous
du niveau de la mer qui n’existe d’ailleurs pas plus que le niveau
d’une poitrine, d’une hanche ? vers les fosses ? pourrait-on continuer
vers ces refuges d’extraordinaires poissons avec des abdomens soufflés
et des yeux au bout d’antennes, vers les pavillons rouges et verts des
algues ? Ce serait changer d’air dans des sortes de prairies pour
hippocampes, araignées de mer, anémones. Mais on arrive dans une étable
de fer bouillant, secoué par les coups des machines, le pouls de la
vapeur. C’est le monde, avec ses fermetures à droite et à gauche, ses
planchers, ses plafonds, il y a des piliers de métal rouge, des tuyaux,
des membrures comme à l’intérieur d’un thorax, des ruisseaux avec des
arcs-en-ciel de pétrole, des lampes qui se balancent comme des pendules.
Espérez-vous monter jusqu’à Saturne en poussant à bout l’escalier de la
tour Eiffel ! Haut et Bas. Ne pas renverser : le monde n’est qu’une
caisse. Il faut penser sérieusement qu’on ne peut pas monter dans le
ciel, descendre sous les eaux sans
avion, sans scaphandre et ces violations mécaniques ne durent qu’un
temps. Voilà en somme une signification de la vie humaine : les hommes
ont à tenir compte des renseignements sur la densité, sur la direction
de la pesanteur : cela ne les empêche pas de vivre, cette fatalité n’a
réellement pas plus d’importance pour leur bonheur que le fait d’avoir
quatre membres et une tête seulement : ils finissent même par en retirer
du plaisir. L’expansion de l’homme et son enrichissement ne sont
peut-être pas naturellement illimités.
Le fond d’un bateau, comme les parois du monde, limite toutes les
fantaisies. Le corps vit au-dessus des cales dans une indolence et une
impatience sans destination.
Tout cela dessine les figures diverses de la paresse et de l’oubli.
Mais l’oubli n’est pas l’autre nom de la liberté. Revenons, la
liberté compte seule. Sur les quais européens de Glasgow où, — c’était
le temps de la grève charbonnière, — les hommes ne mangeaient pas tous
les jours à leur faim, il était question de miracles, d’événements, de
ce qui serait une rupture et la promesse de véritables réincarnations.
J’avais l’impression que la vie humaine se découvre par révélation :
quelle mystique. Mais les gens de mon âge vivaient dans l’attente de
n’importe quoi, des célèbres coups de foudre de l’aventure : bonnes
histoires de nos gardiens.
Les événements ne se rencontrent pas aux tournants des routes,
les virages ne sont pas des mines d’or, il n’y a pas une route vide
comme dans la plaine champenoise, et monotone, sans villages, et puis
soudain quand personne n’y pense, quand rien ne sert de présage,
derrière un pan de rocher, ce que l’on attendait et qui n’a pas de nom. M. Barnstaple passa seul un samedi après midi sur une telle grande route.
Ceux qui font des découvertes, ceux dont on dit en repassant
l’histoire de leur existence qu’ils n’étaient pas nés pour rien,
trouvez-les parmi les hommes prudents, les sédentaires, qui savent
rester éveillés patiemment, qui demeurent longtemps quelque part et
chassent avec précaution : le vrai s’abat dans un affût, ce n’est pas
une carte qu’on retourne un soir dans un jeu de hasard où tout coup peut
être gagnant. Si vous voulez vivre il faudra retrouver la persévérance.
Vous voulez vivre et vous filez comme des morceaux d’astres dans votre
nuit. Il faudra une attention de vos jours et de vos nuits : pendant que
vous dormez, tous les êtres peuvent mourir.
Les voyageurs sont condamnés à ne voir des maisons où
vieillissent les hommes sédentaires que des murs de toutes les couleurs,
avec des curiosités simplement architecturales. Je fus ce voyageur :
circuler sur de petits vapeurs écaillés, sur des dhows indigènes de l’un
à l’autre bord de ce profond canal des enfers, rebondir sur les
remparts de l’Afrique et de l’Arabie, ces mouvements du désordre
n’imitent pas longtemps les allures de la liberté. On sent une espèce de
boule de métal qui tourne à l’intérieur de la vie : elle heurte les
organes, plus on remue, plus elle les blesse.
Les fenêtres sont fermées devant les voyageurs parce qu’ils se
croient obligés de conseiller le départ et le voyage partout où ils
vont : tout le monde sait naturellement qu’ils sont les ennemis de ceux
qui savent séjourner longtemps dans une même chambre, les êtres sont
fermés comme des globes étanches. Ils continuent à avancer en attendant
le bonheur de la bienveillance du hasard comme si ce mélange de causes
embrouillées était un dieu qui distribue des récompenses : mais un homme
entêté, chez qui l’attachement
volontaire à un lieu et à un genre particulier d’action, une méthode
constante ne détruisent pas les passions, peut être puissant sur ces
causes et les démêler. Il faut donc, pour demeurer, pour dire ma demeure
sans rougir, aimer la puissance véritable. Les vrais voyageurs et les
vrais évadés sont impuissants.
Il n’y a que de maigres vérités dans les expressions
proverbiales, mais quand on dit aux enfants que les alouettes ne tombent
pas rôties dans la bouche, on leur communique une sentence efficace,
cette pensée simple que les événements ne tombent pas du ciel.
Les voyageurs ne possèdent plus pour assurer leur vie que la
surface du corps, la peau avec ses organes du chaud et du froid, la vue,
l’odorat, l’ouïe. Ils ne quittent pas le désœuvrement pour rencontrer
l’amour lui-même, les femmes leur sont interdites. Elles ne courent pas
les routes : pas de vivants plus attachés et plus patients que les
femmes qui poursuivent en bougeant à peine des actions très profondes
dont elles ne savent presque rien, je connais une femme qui ne sait pas
qu’elle a des ovaires et qui a des enfants. Ils couchent parfois avec
celles qu’ils trouvent à portée de leurs mains, troublées par chance et
ouvertes comme l’on dit que les juments en chaleur étaient fécondées par
les vents, mais elles ne les suivent pas, elles sont trop absorbées
dans leurs travaux éternels. Ils ne les possèdent pas ni ne sont
possédés, ils n’ont qu’un usufruit des corps hostiles à ces impatients.
Quelle patience eût-il fallu pour gagner et connaître cette femme assise au soleil dans le jardin de Gezireh, le long du Nil.
Voyageurs, devenez de plus en plus vides et tremblants, malades
de l’agitation de votre mal, vous aurez beau jeu de vous rassurer en
répétant que vous êtes libres, que cela au moins ne vous sera pas
enlevé. La liberté de la mer et des chemins est tout à fait imaginaire :
au commencement des voyages, elle ressemble à la liberté parce qu’elle
est comparée à l’esclavage horrible de la vie qui précédait la mer. Mais
voici ce qu’elle est : une licence de certains mouvements physiques,
plus de contrainte à des gestes que d’autres ont voulus. Une aisance
inconnue. Les routes de terre et de mer ont une faible densité
d’habitants et ceux qui vivent sur elles ne sont pas gens à prescrire et
à défendre tel ou tel mouvement. Les membres peuvent réellement se
mettre à l’air, se donner de l’air : nul geste qui soit encombrant, ou
inconvenant, ou obscène, pas de foule que le coude puisse heurter, aucun
de ces gestes honteux que font les êtres de la foule, comme de presser
sournoisement les hanches si larges d’une femme, de se regarder à la
dérobée dans tous les miroirs des rues pour contrôler son personnage,
comme de cracher vite et en se détournant dans un mouchoir. Vous pouvez
uriner librement dans la mer : nommerez-vous ces actes la liberté ?
La liberté est un pouvoir réel et une volonté réelle de vouloir
être soi. Une puissance pour bâtir, pour inventer, pour agir, pour
satisfaire à toutes les ressources humaines dont la dépense donnera la
joie.
Les voyageurs sont comme les autres tirés de toutes parts par les
puissances qu’aucun objet ne satisfait, par l’amour sans amant,
l’amitié sans ami, la course sans parcours, le moteur sans mouvement, la
force qui n’a jamais d’actualité : il n’y a pas d’objet, de dessein,
d’occasion. Libres comme les sages qui paralysent une par une les
parties de l’humanité et qui appellent sagesse cette mutilation : il est
grandement temps de n’être plus stoïques, vous n’aurez pas de ciel où
rattraper le temps.
Fuir, toujours fuir pour ne plus penser que vous êtes mutilés ?
Je n’invente pas des contes littéraires : j’ai connu un
soldat de coloniale envoyé aux sections spéciales du cap Saint-Jacques,
qui disait à ses juges empesés de galons : « Je ne peux pas ne pas
céder aux crises qui me prennent, à ces fugues qui sont les seules
fautes que vous ayez à me reprocher. Il faut que je fuie. C’est la seule
explication que je puisse donner de ce que vous appelez mon inconduite
habituelle. »
Je suis donc en mer. Je pense ces choses sur la mer pour lui
rendre justice, être juste contre elle. Il y a cette absence, ces
disparitions, ces éclipses des humains attirés par l’accostage du navire
comme des hannetons par une lampe, le soir à la campagne, puis
disparus, fondant dans le tremblement de chaleur des quais de corail.
Il y a une grande existence identique et pesante, un monde posé
contre nous, sans visage, écrasant les battements du cœur qu’on écoute.
La mer et les déserts, l’élément mobile comme le feu et l’élément
apparemment immobile, ces êtres sans voix, sans bouche, sans regards,
défigurés par les brûlures ne conspirent même pas contre l’homme, elles
ne sont pas de son parti, ils ne sont pas ses adversaires : à peine
parvient-il à les penser à force de mesures par la géométrie et les
calculs qui traitent d’étendues inflexibles : la science est simplement
ce qui nous empêche de nous sentir perdus. Mais les images, les désirs,
les idées tombent les unes après les autres comme des mouches tuées par
les approches de l’hiver.
Liberté ?
Et les marins qui voyagent comme un menuisier scie des grumes ? Il y a encore les marins qui sont humains parfois.
Le capitaine Blair produit des actions réelles quand il faut, il
monte sans y penser jusqu’à une espèce de sublime professionnel, sans se
dire que le moment est venu d’être sublime. J’ai connu un poète qui
avait été
pilotin ; il sauvait son âme éternelle chaque fois qu’il lançait un
seau d’eau sur les planches du pont, le matin à cinq heures. Blair
commande. Il lutte contre les sautes de vent, l’arrivée des grains, les
courants, se méfie des lignes de récifs. Il va régulièrement d’incident
en incident sans aucune complaisance pour lui-même, sans aucune idée
lyrique des océans. Il connaît qu’il arrive des moments où il ne faut
pas se tourner les pouces, mais décider et ordonner parce que tout
dépend de la vitesse et de la sûreté d’un petit nombre de mouvements. Il
est beau à voir : on l’imagine criant au directeur et au propriétaire
de sa compagnie, comme le patron de la Tempête « Silence, vous autres ! À
vos cabanes ! » Quand son bateau est neuf comme l’Amin, Blair
apprend à connaître un objet : savoir comment les pompes à mazout
fonctionnent, comment cette carcasse obéit aux tours du gouvernail à
vapeur, comment elle se comporte à la lame. Il écoute les bruits du
navire comme un cœur, jusqu’à le connaître comme une femme, jusqu’à s’en
dégoûter comme d’une vieille épouse.
Il est complet quand il fait un métier d’homme qui a des ennemis
dans les cartes, les couleurs des fonds, les directions colorées des
eaux. Alors il a autant de corps que l’équipage a d’unités. Il faut voir
aussi un contremaître de chaudronnerie commandant son équipe devant la
presse à emboutir les grosses pièces, ou encore un chirurgien qui opère.
Sans aucune analyse qui les sépare de leur action. Blair est ainsi,
vivant tout le temps que dure son acte : mais il n’en sait qu’un, c’est
son malheur. Le reste du temps, il n’y a pas tous les jours des
tempêtes, des ports difficiles, il s’emmerde, il regarde son cargo comme
une cellule, il n’arrive pas à se consoler en traitant la mer de
putain. Les sentiments de la mer le secoueraient de son rire écossais :
c’est une matière instable difficile à
traiter, dure à comprendre, c’est un mauvais cheval. Elle peut tuer
d’une mort humide et pourrie celui qui l’oublie à la seconde où il faut
se souvenir de ses façons. Blair ne descend même pas à terre pour
contempler les paysages : il a fait vingt-cinq ou trente fois escale à
Massaouah et il ne cherche pas à savoir que c’est la plus belle baie du
monde avec son cirque de montagnes, ses eaux jaunes et plates qui
traînent des rivières de sable jaune, des amas d’herbes comme l’Amazone,
et les débris de cet arbre que j’appelle le Flamboyant. Il sait
seulement que la navigation n’est pas commode : son action est dirigée
là où elle possède tout son efficace.
Tous ces marins se morfondent à périr, Blair, qui pense à ses
enfants morts, Beaton, Hiddleston l’ingénieur qui ne rêve que d’un
embarquement sur un paquebot, comme un fonctionnaire veut monter d’une
classe. Tous ces marins diffèrent moins qu’on ne pourrait le croire des
voyageurs de commerce qui font une région française dans une six chevaux
Renault.
Je vous dis que tous les hommes s’ennuient.
VII
Aden, Makalla, Mascate sont au nombre de ces enfers que mentionnent les dictons des marins.
MAIS
seule l’expérience pouvait apprendre à celui que je fus qu’un mouvement
dans l’immense matière anonyme ne remédie pas à des désordres qui n’ont
aucun rapport avec ses dimensions : l’étendue ajoute même les siens.
Les plus clairvoyants des voyageurs se rendent compte à leur
première escale de la vérité des voyages. Partis pour Singapour, pour
les îles Marquises, ils la découvrent avant d’avoir vu passer les Lacs
Amers. L’entêtement ou des nécessités étrangères à leur volonté, à leurs
vœux peuvent seuls les contraindre à un itinéraire où il ne leur reste
plus à attendre que des malheurs.
Moins clairvoyant, oubliant le vertige même auquel j’avais voulu échapper, je vécus à Aden, « ville célèbre et ancienne ».
Samson, dans sa Géographie, en 1683, écrit de beaux
contes : « Zibit, près l’extrémité de la Mer Rouge est belle, bien
bâtie, riche et d’un grand négoce en drogues, épiceries et parfums. Elle
a été capitale d’un royaume dont le Turc s’est emparé il y a près de
six-vingt ans, comme il fit en même temps d’Aden, en faisant pendre le
roy de celle-cy au mast de son navire et couper la tête à l’autre. Aden
est la plus belle ville et la plus agréable de toute l’Arabie : elle est
fermée de murailles du côté de la mer et de montagnes du côté de la
terre. Dessus ces montagnes il y a plusieurs châteaux en très belle vue.
Elle a bien six mille maisons. Elle est assise au dehors de la mer
Rouge et au commencement de la grande mer. » Quelle impatience lorsque
je lisais à Paris des histoires sur la ville où je devais vivre, trois
ou quatre mois avant mon départ : de ma chambre j’entendais les enfants
crier dans la rue d’UIm : « chat perché » disaient-ils. Les taxis
changeaient de vitesses. Les coqs de la rue Rateau chantaient la pluie à
deux heures de l’après-midi. Un loriot restait des heures se balançant
comme un imbécile à la pointe d’un fusain, un merle sifflait la première
mesure de la Marseillaise. J’étais enragé, j’attendais la nuit pour courir dans les rues de la montagne Sainte-Geneviève.
Et voici ce lieu si beau qu’il fait mourir.
Aden est un grand volcan lunaire dont un pan a sauté avant que
les hommes fussent là pour inventer des légendes sur l’explosion de
cette poudrière. Ils ont fait la légende après : le réveil d’Aden dont
les galeries conduisent à l’enfer annoncera la fin du monde.
Un tronc de pyramide recuit et violacé dans un monde bleu,
couronné de forts turcs en ruines ; une pierre entourée de vagues
concentriques, lâchée par l’oiseau Roc au bord de l’Océan Indien ; un
terrain d’aventures pour Sindbad le Marin, lié à la grande péninsule arabique par un cordon ombilical de salines et de sables, sous un atroce soleil que les hommes ne sont pas arrivés à prier.
C’est entouré de déserts d’eau couverte de méduses qui amènent
des poissons, des couteaux, des casques, des bâtons : entre Ras Marshag
et Kor Maksar s’étendent des bancs de coquilles et de squelettes de
poissons insolites comme des nervures desséchées de feuilles. « Lors du
changement de la mousson… dit Reclus, des milliers de poissons morts de
toute espèce sont rejetés par la vague sur les côtes de Périm et
d’Aden. »
Des déserts de pierre ouvrent le Yémen au pied d’un massif rouge
flottant presque toujours entre des nuées de lessive. Ce massif cache
les champs de l’Arabie heureuse, les jardins et les palais de Sana, les
populations serrées de plus d’une ville légendaire.
Des chemins de ronde fortifiés dominent les passes taillées dans
le rocher entre la ville indigène et la ville britannique, il y a des
tunnels noirs où circule l’odeur d’ammoniaque des excréments, des
villages de tombeaux, des villages de maisons, des citernes de métal
pleines de pétrole, des casernes regardant la mer, des hangars d’avion,
des clubs, des missions, poussière de la chrétienté en morceaux, une loge maçonnique, ce qu’il faut au bonheur.
Les chemins pierreux portent des chameaux qui traînent des tonnes
d’eau, des voitures de vidange, des autos américaines conduites par des
somalis à turban, des soldats anglais et hindous, des peuples mélangés.
Aden fut toujours marché et place forte : emporium, vetissumum oppidum
Aden, dit Claude Morisot en 1663.
Aden bourdonne comme un grand animal rugueux couvert de mouches
et de taons, roulé dans la poussière. Les ruelles du Bazar serrent des
foules entre les murs des échoppes, les pièces de soie sortent des
métiers à mains comme de beaux serpents de couleur, les changeurs
banyans assis, en redingotes luisantes, sur le pas de leurs portes font
rouler d’une main à l’autre des piles de roupies, de souverains et de
ces dollars Marie-Thérèse avec lesquels les Anglais achetèrent vers 1839
les environs de la presqu’île.
Accroupis à la porte de petits cafés enfumés, les hommes
bienheureux fument des pipes à eau, raniment leurs charbons. Ils ont
quelquefois le dos recouvert de ces ventouses faites d’une corne de
chèvre, qui aspirent le mauvais sang des maladies. Le café tient une
place extraordinaire. C’est un des lieux où l’on atteint la béatitude.
On peut lire les récits des vieux voyageurs : les cafés au moins ne
changent pas. Niebhur qui fut en Arabie vers le milieu du XVIIIe siècle les décrit :
« On n’y voit pas d’autres ornemens que des nattes de paille étendues
par terre ou sur des banquettes de maçonnerie. Sur le foyer de la
cheminée, il y a des pots à caffé de cuivre bien étamés en dedans et en
dehors avec bon nombre de tasses. On ne sert pas d’autres
rafraîchissemens dans ces cabarets orientaux qu’une pipe de tabac à la
turque ou à la persane et du caffé
sans lait ni sucre. Ainsi on n’y a aucune occasion de faire de la
dépense ni de s’enyvrer : les Arabes étant aussi sobres dans ces
tavernes qu’ils l’étoient anciennement lorsqu’ils ne buvaient que de
l’eau… Ils n’aiment pas la promenade et ils restent souvent des heures
entières à la même place qu’ils ont d’abord prise sans dire un mot à
leurs voisins. Ils s’assemblent par centaines dans ces caffés. J’avoue
que j’ai peu fréquenté ces maisons. Les marchands d’Europe qui
séjournent dans les villes d’Orient n’y vont pas du tout. Les autres
voyageurs ont encore moins envie de passer des soirées entières colés à
la même place surtout quand ils n’espèrent pas d’entendre quelque chose
qui les amuse. »
Les somalis y font en criant des parties sans fin de dominos : tous les nègres ressemblent aux gens de Marseille.
Les enfants de l’école musulmane crient leurs versets dans leurs
classes ouvertes comme des boutiques, ils n’en sont pas troublés. Des
mendiants circulent. Partout on conclut des marchés muets : il y a un
code de signaux faits par les doigts qui se touchent sous un pan
d’étoffe : les cris arrivent après la conclusion de l’affaire.
Sur cette vie s’épanouit l’odeur rance, beurrée, poivrée,
parfumée d’encens, de bois aromatiques, cette odeur magnifique,
inoubliable de l’Orient.
Les blancs et les banyans cachés dans leurs tanières hygiéniques
travaillent sous les ailes des ventilateurs dans leurs bureaux où des
indigènes silencieux marchent pieds nus entre les tables ; les machines à
écrire inscrivent sans relâche un petit nombre de signes noirs.
L’existence des gens de nos pays consiste à les combiner, les défaire,
les recombiner. C’est un jeu de fous. Dehors sous les chutes de soleil,
des troupeaux de moutons descendent vers les docks, têtes noires, têtes rouges, portant leurs grosses queues courtes pleines de graisse.
Dans le grand port ouvert entre Steamer Point, et Ma’ala, il y a
un grand mouvement de navires : les paquebots de la P. and 0., des
Messageries Maritimes s’ouvrent une voie dans un taillis de cargos
dépeints, de pétroliers, de vedettes, de boutres aux châteaux coloriés
comme des caravelles, d’un bleu, d’un vert si beau dont les reflets
grouillent sur la mer comme des couleuvres. Sur ces paquebots montent
pendant les heures d’escale les femmes et les hommes de la colonie : les
femmes vont chez le coiffeur, les hommes vers le bar.
Le pétrole coule entre deux eaux dans de gros tuyaux articulés
comme des serpents de mer, les seuls authentiques. Il va nourrir les
réservoirs des navires.
Aden, il n’y a pas si longtemps, était une station de
charbonnage ; les chaudières à mazout ont amené à leur suite des
citernes noires de l’Anglo-Persian et de l’Asiatic Petroleum, des
bureaux, des docks, des intrigues qui trouble et le cœur des petits
souverains indigènes devenus marchands d’huile et acheteurs d’essence
pour autos. Un peu partout se propage une petite guerre pour les
concessions.
Dans les entrepôts de Ma’ala et de Somalipura les sacs de sucre
et de riz, les balles de cuir de bœuf et de peaux de chèvres, les
caisses d’essence timbrées d’un ours, d’une gazelle, montent jusqu’aux
toits de tôle ondulée. Les manœuvres arabes travaillent et chantent les
airs du travail dans l’étuve calcinée des magasins. Ils ne savent plus
leurs gestes si le rythme est absent.
La sagesse des nations approuve tant de détours, de contrats, de
pesées, d’esclavages profitables. Mais qu’en pense la Sagesse qui
n’appartient pas aux nations ?
Quelle drôle d’idée d’avoir pris racine sur ce rocher. Partout
ailleurs les humains s’accrochent aux points d’eau entourés d’arbres et
de champs qu’on irrigue. Mais dans ce pays sans fontaines ils boivent la
précipitation de rares pluies, et les eaux distillées de l’Océan
Indien. Des navires ramènent des cargaisons d’eau puisées dans le canal
d’eau douce à Suez. Les orages que les habitants titubants de sommeil
contemplent de nuit comme une procession, emplissent parfois les cuves
profondes des citernes de Cléopâtre plus mystérieuses que les catacombes
de Rome.
Les hommes sont faits pour les ancrages : c’est en tous lieux
leur sagesse, c’est ici une folie noire et volontaire. Ils savent bien
partir sur les plus longues routes de leur globe aplati comme les melons
d’eau : à peine débarqués aux escales, ils se cramponnent au moindre
tas de sable. Ces perceurs de murailles perforent les rochers pour y
faire des trous, menés par des desseins obscurs. Ces desseins, vous les
nommez ici guerre, commerce et transit : croyez-vous que ces mots
excuseront tout jusqu’à la fin des temps ?
VIII
DANS
cette mixture de l’Orient et de l’Empire britannique, je sentais chaque
semaine, chaque soirée s’accélérer un vertige dont je n’avais pas prévu
l’existence surprenante.
C’est le vertige même des hommes qui viennent de détruire leurs
habitudes et qui n’ont pas tout perdu dans cette victoire à la Pyrrhus.
Je m’apercevais que je n’avais pas acquis d’habitudes incurables,
j’étais propre. J’avais des habitudes de traduction, de déchiffrement,
d’analyse logique,
quelques
coutumes de l’intelligence. Mais mes actions ne marchaient pas avec des
béquilles. Les seuls groupes qui m’avaient accueilli étaient scolaires,
universitaires, familiaux : tout cela était profondément inutile pour
quelqu’un qui tombait du lycée dans des histoires de pétrole et
l’existence mauvaise des grandes personnes.
Je me cherchais en vain des obligations, ces habitudes que
personne ne comprend, ces dieux imaginaires dont l’ombre s’étend sur
tous les cœurs.
Par hasard j’étais sans chaînes et sans tribu dans une foule où
chaque passant reconnaissait les siens, et pouvait échanger des rites
contre des rites, des mots de passe et des mots de ralliement.
Cet échange militaire fournit aux hommes une de leurs illusions
du bonheur et toutes les illusions de la vie, de la défaite, de la paix
et de la guerre. Il les empêche de se rendre compte tous ensemble, et
tout d’un coup qu’ils marchent dans leur existence comme des chiens dans
un jeu de quilles.
Pour moi, rien de prescrit, rien d’interdit, ni viande, ni vin,
ni vêtement, ni femme de telle ou telle caste, ni modestie, ni débauche.
Personne à adorer, à fléchir en priant, à remercier par des offrandes.
Dans cette absence des dieux et des anges, j’étais dépouillé des
symboles de la piété et des lois, des catéchismes, des cultes, des mots
d’ordre. Les actes ne me semblaient pas plus moraux que le mouvement des
feuilles dans un arbre. Je vivais dans la nature, les hommes en
faisaient partie sans transfiguration. Un vautour était un vautour, une
vache était une vache, le triangle maçonnique un triangle, le drapeau du
consulat de France une étoffe. Je ne devais pas porter une coiffure en
forme de sabot de vache, un turban de la longueur d’un linceul : il faut
saisir qu’un casque de liège ne concilie aucun peuple, aucune
divinité, qu’un costume de toile blanche est simplement celui qui
absorbe le moins les rayons : l’européen colonial ne saisit pas les
larges limites que lui découvrirait l’intelligence de ses vestons tissés
mécaniquement et réduits à des fonctions véritablement physiques.
Enfin je flottais dans une mer de prescriptions, de codes et de machinations religieuses comme un poisson entre deux eaux.
Les autres vivaient par clans, par religions, par couleurs de
peau, par nations, par clubs, par maisons de commerce, par régiments.
Ils passaient leur temps à inventer des subdivisions, des cloisons, des
échelons sur lesquels ces singes montaient et descendaient. Ils se
regardaient aussi comme des détachements en campagne. Dire que ces fous
auraient pu aimer des hommes, qu’ils n’étaient faits que pour cela ! Les
arabes haïssaient les juifs, les membres de l’Union Club méprisaient
ceux de l’International Club qui admettait les ingénieurs italiens des
salines, les fabricants grecs de cigarettes dont aucun officier de
l’artillerie britannique ne saurait parler sans rire.
Il y avait un jeu inextricable de distances sociales où tout ce
monde se glissait et se reconnaissait avec une dextérité merveilleuse,
des degrés hiérarchiques au bas desquels se trouvaient sans doute les
juifs humbles et crasseux qui habitent autour de la synagogue où ils
vont se consoler de bien des affronts en priant le dieu des vengeances,
les épaules entourées d’un thaless poétique comme la nuit. Au sommet de
la pyramide il y avait l’agent de la Peninsular, deux ou trois
commerçants puissants dans la Mer Rouge, les officiers, le Gouverneur,
et dans le Crescent, à Steamer Point, la statue assise de la grosse
reine Victoria avec ses joues pendantes, ses petits yeux coincés
d’ivrognesse.
On comprend bien des choses si l’on sait que chacun de ces hommes
devait être enterré selon les rites de sa bande, avec tout ce qu’il
peut y avoir de prières : catholiques, juives, puritaines,
presbytériennes, méthodistes, parsies, jaines, musulmanes. Il y avait
des morts qu’on déposait dans un lit de rochers, d’autres qu’on brûlait,
d’autres qu’on abandonnait à la cuisson du soleil et au bec courbe des
vautours.
IX
JE
vois d’ici Aidrus road, montant vers la grande mosquée Aidrus blanche
et verte, du haut de laquelle le prêtre crie la prière vers les quatre
vents de l’horizon au commencement du matin : les autres mosquées
répondent des quatre coins de Crater endormi. Les chèvres couchées
devant les portes, les indigènes couchés sur leurs bancs de ficelles
comme des morts habillés de blanc commencent à remuer faiblement. La rue
se termine divisée par les éperons de rocher, se dissipe en sentiers
qui s’enfoncent dans la montagne vers les baies, les carrières, les
abattoirs et la Tour du silence, résidence des morts.
Il y a un trafic de passants, de fêtes, de ces enterrements
arabes glapissants qui trottent comme des champions de marche. Et toute
la journée courant dans la poussière riche de débris les coolies,
traînant des charrettes chargées de peaux séchées, et leur chant de
travail sans couplets. De grandes filles somalies passent, riant aux
hommes des deux yeux, un pan de leur voile de saintes vierges entre les
dents. Les indiennes offrent leurs puissants bras nus, des surfaces
brunes et élastiques de chair entre leur jupe et le corselet étroit qui
bande leurs omoplates et leurs seins. Les deux Américaines de la rue
marchent avec
une gazelle derrière leurs talons. Tous les hommes et toutes les femmes inconnus.
D’une très profonde cour intérieure monte l’odeur des peaux
grillées au soleil des hauts plateaux abyssins, sur la pierraille des
somalilands, dans ces pays dont les noms feraient travailler
l’imagination d’un enfant assis sur les bancs d’une école primaire :
Berberah, Ogaden, Dunkali, Harrar, Mogadiscio, Addis Abeba.
Et le bruit de beurre fondu des grains de café sur les claies des trieuses.
Dans cette maison de blocs noirs plus puissante entre Suez et le
Kenya qu’un ministère d’Europe, il y a le chef, des directeurs, une
bande de femmes et d’employés londoniens qui ont le vertige d’être si
loin du tramway d’Eléphant and Castle, de leurs banlieues de jardins
maigres, de leurs trains électriques roulant entre huit et neuf vers
Cannon Street et London bridge. Des gens comme tous les enfants de
l’Europe.
Le maître de la firme est un de ces hommes dont le poids empêche ceux qui le connaissent de s’endormir sans arrière-pensée.
Il possède ce que les trois quarts des personnages les mieux
doués du sens de l’importance n’ont même pas : des adresses
télégraphiques à Bombay, à New-York, à Marseille, à Londres, un code
télégraphique privé. Son pavillon rouge et vert flotte sur des bateaux
qui transportent ses marchandises. Sa volonté a l’air de peser sur
l’avenir des tanneries et du commerce international des gants de peau.
Des agents règnent en son nom dans les ports de la Mer Rouge, dans les
bourgs de l’Abyssinie, en plein moyen âge. Son nom est un mot de passe
aussi loin qu’à Sana du Yémen et qu’aux frontières du Choa. Il parle
haut aux sultans indigènes qui vivent dans les oasis de l’intérieur et
les états de l’Hadramut.
Il y a de faux hommes d’action : il est l’un d’eux. Il vous dit :
« J’ai constamment vécu d’une manière totale, ma vie est une suite
ininterrompue d’actions, de batailles données et gagnées. Cette contrée
où je suis arrivé pauvre et orgueilleux il y a plus de vingt ans porte
les cicatrices de mon action. Elle témoigne pour moi. Elle me
reconnaît. » Ainsi, il ment et il se ment.
Pas un seul de ces actes n’a ajouté une parcelle au pauvre qu’il
fut et qu’il est demeuré. Il est inachevé, comme un chantier abandonné
derrière des palissades brillantes d’annonces. Faut-il prendre pour
l’action ses reflets ? N’importe quel humain est divisé entre les hommes
qu’il peut être et il a laissé vaincre celui pour qui la vie consiste à
faire monter et descendre les cours des cuirs abyssins, et ceux du café
sur le marché de Djibouti ou de Dire Daoua, celui qui est vendeur et
acheteur de signes : dans l’histoire d’un sac de café, vous ne trouverez
que deux actions, faire pousser un arbre et boire une tasse. Combattre
des êtres de raison comme des firmes, des syndicats, des corporations de
marchands appellerez-vous cela des actions. Je veux détester et battre
tel homme particulier, cette figure de traître que je vois, ce patron,
cet avoué, ce chef de bataillon, cet empêcheur de faire l’amour. Sortez
de la vie avec vos imitations, avec vos trompe-l’œil qui ne comptent pas
dans l’établissement de la vie charnelle, de la justice, de la joie,
avec vos fabrications de haine, de défaillance et de colère, vos
diminutions et vos images dans l’eau.
Voilà un homme né d’un ventre de femme dont tous les gestes ont
été déroulés au fond d’un ciel intelligible, du firmament des changes,
des escomptes, cieux cruels au-dessus des bonnes têtes humaines : ils ne
descendent vers elles que pour les corrompre et les assécher. Ces
gestes formaient dans la mémoire de
ceux qui l’avaient connu une espèce de guirlande glaciale qui entourait
les souvenirs qu’on avait de lui. Le passé dont il tirait une excessive
fierté se réduisait au nombre de lakhs de roupies dont pouvait le
créditer la National Bank of India.
Croyant agir et préméditer ses actes à son gré il faisait après
tout le jeu de forces qui ne tiraient pas de lui leur puissance, et dont
les sources, s’il avait perdu le temps de les chercher, auraient pu lui
paraître mystérieuses et chargées d’une signification finalement
révoltante.
Manier des taux de devises, se pencher sur la valeur du thaler et
de la livre comme sur la courbe de température d’un enfant malade,
hâter la marche d’un navire pour s’assurer d’un fret, ces songes creux
composaient l’idée qu’il se faisait de l’action, les jours où il n’avait
pas besoin de séduire autrui.
Il pensait à sa liberté, il parlait d’elle, comme s’il avait été
dupe des sentiments qu’il avait inspirés à plus petit que lui : l’envie,
le respect de ceux qui lui disaient sincèrement qu’il était libre. Mais
la méduse se croit libre, les banquiers, les marchands se croient
libres : ils ont aussi cette folie-là, ils ne valent pas mieux que les
vagabonds. Assis derrière leurs tables, ornées d’un code Bentley, d’un
Broomhall, — leurs employés sont debout de l’autre côté de la table —
ils font les malins, ils dictent, ils réfléchissent : oubliant que les
dictées et les malices sont montées de loin par dix télégrammes
chiffrés, par des lettres qui ont fait du chemin pour les atteindre. Ils
n’y comprennent rien.
B… était donc le porte-voix d’ondes innombrables qui ne
trouvaient en lui que de prévisibles échos. Il ne faut pas confondre un
homme libre avec un baromètre enregistreur, une machine de Morin et un
phonographe. Que de maux peut causer cette confusion
lorsqu’il n’est pas question d’enregistrer des chiffres mais des
sentences de la sagesse morale, des décisions politiques. Ce qui m’a le
plus dégoûté de mes frères c’est de les voir vivre comme des vers : les
vers ne comprennent rien à l’attraction universelle, les hommes à leur
bon dieu, à leurs désirs, à leurs opérations : tout plane sur eux, ils
inventent ce qui plane.
Il ne fallait pas beaucoup de génie ni ces grandes ardeurs qu’il
pensait éprouver pour résonner sous l’afflux de tant de voix. Les échos
les plus décoratifs ne sont pas des modèles de vertu ; redoubler des
sons, quel nom faudra-t-il donner à cette opération passive ? Entraîné
dans la ronde des capitaux et des échanges dont personne ne pouvait
arrêter le mouvement sans cesse accéléré de rotation, il commandait des
esclaves attachés à la même roue, échos moins sensibles qui devaient
recueillir sa voix avant de résonner à leur tour.
Heureusement, il n’était pas tranquille. Il y avait autour de lui
comme une atmosphère de présages mortels qui l’empêchait de voir
arriver les jours avec joie. Il attendait quelque chose de funeste, il
ne croyait pas à ses propres projets. Pas de répit, de relâche : la
pompe aspirante, qui vidait sa vie, continuait à monter et à descendre
comme une respiration fatale. Il allait, de plus en plus souvent jusqu’à
dire qu’il abandonnerait tout un jour, laissant ses stocks de cuir, ses
réserves d’essence, ses piles de registres et ses classeurs. Mais ces
matières, ces registres étaient devenus sa matière : la fuite l’aurait
tué.
Qui l’aurait dénoncé ? qui lui aurait demandé des comptes au nom
des hommes vidés à son service, devenus des mannequins empressés à
plaire et tremblants ? Au nom de ses propres enfants écrasés par lui.
Il aurait répondu que son cœur était pur. Tous les
meurtriers vont d’abord se laver les mains. Il aurait étalé la grandeur
de son œuvre : dix millions de peaux de toutes catégories embarquées
par an, des comptoirs dessinant les bornes d’un royaume, des mouvements
provoqués à distance à Grenoble, à Mazamet, quatre navires à la mer.
Belle balance pour pencher en faveur d’un homme. Mais je vois Mazamet
tassée au pied de la Montagne Noire, avec ses eaux dans les prés, ses
garages, son record du nombre d’autos par mille habitants, son milliard
d’affaires par an, le sourire de ses hôteliers, ses noirs faubourgs
pleins de laveurs de peau. Je vois le dos courbé des vendeuses de chez
Perrin, les manœuvres somalis arrachés à leurs villages et à leurs
troupeaux pour être insultés par tous les blancs de Djibouti.
Mr B… n’était pas absolument à l’abri des morsures de la vie
intérieure : on peut imaginer que Ford a des rêves, que Poincaré
s’invente des univers lorsqu’il est las de falsifier des pièces
diplomatiques.
Ce maître de firme conservait des traces d’une adolescence
sentimentale troublée par le goût de la gloire et une sorte d’ambition
poétique. Il cherchait la conversation des femmes et aimait qu’elles lui
jouent des pièces de Chopin conformes à une vue traditionnelle de
l’amour. Il faisait parfois des pèlerinages à Stratford, à Bayreuth, il
se mettait le front dans les mains en écoutant Siegfried, en pensant à
l’Androgyne des Thermes, aux vitraux de Saint-Nazaire de Carcassonne. Il
oubliait les colonnes de ses comptes pour chercher dans les livres des
inventions conformes à ce qui restait en friche dans les marges de sa
vie. Bien que sa vie fît tout pour démentir un pareil jugement, il était
de ceux qui se composent des retraites avec les débris scrupuleux du
temps. Il souffrait sincèrement de n’être pas un homme et cherchait à en
créer une image. Il y avait des moments où il était donc vulnérable :
mais quel spectacle de le voir revenir, comme un homme qui s’éveille à
son gré, dans le présent des marchés, rejetant les amas de ses nuages.
Comme s’il utilisait aussi ces repos pour refaire ses forces dans de
profondes retraites, il reparaissait plus dur et plus armé contre les
hommes. Il redevenait le fantôme impitoyable que son existence réelle
avait établi. D’ailleurs je l’ai vu employer les éléments de ses rêves
pour attirer à lui, au service de ses profits, ceux qui résistaient
moins aux apparences sentimentales d’un homme avec lequel ils étaient en
droit d’espérer des relations humaines, qu’aux formules fatales des
conversations commerciales et des contrats d’engagement. Il laissait
entrevoir à quelques-uns de ses employés une vie de l’esprit, les
plaisirs de la conversation, le souverain bien d’une éthique de l’action
et d’une moralité des affaires : ces jeunes hommes tentés se montraient
conciliants sur le taux de leur salaire.
Il me proposait de fixer ma fuite loin d’Europe à Aden, m’offrant
pour l’âge mûr une puissance qui n’eût différé de la sienne qu’en
degré. Voici : si vous fuyez, si votre fuite réussit au sens où les
hommes des villes entendent le succès, vous serez Mr B… Vous serez Mr B…
partout. C’est le dernier terme qui vous est proposé. Mais renoncez à
être des hommes.
J’avais découvert une autre vie qui formait un pendant presque
parfait à la vie de Mr B… Sur l’Esplanade à Crater, près de chez
Pallonjee Dinshaw, il y avait une boutique qui était un musée. Il
contient un petit nombre d’épaves laissées par les passages des hommes,
des monnaies, des tombeaux, des inscriptions dont on voudrait percer le
secret comme un adolescent veut pénétrer celui des aventures de jeunesse
de son père. Les voir, cela suffit pour penser à Ophir, comme Napoléon.
Pour le reste, on est chez Bouvard et Pécuchet, collectionneurs. Le
gardien du musée
était un ancien sergent de l’armée britannique. Quarante années d’Aden.
Déchu aux yeux anglais, jusqu’à fumer les cigarettes en cornet des
indigènes, porter une foutah, faire l’écrivain public pour les Arabes.
Assis devant sa porte, il regardait couler un petit filet intarissable
d’ennui. Il ne connaissait plus personne dans son comté d’Angleterre qui
portât encore son nom : aucune raison d’aller voir des arbres sous
lesquels ne marchent pas des visages de connaissance. Il se saoulait
tous les soirs, craignant la folie et défendu de ses coups par l’alcool.
Il était comme une pierre rouge, en dehors des courants où presque tous
les hommes s’arrangent pour nager. Personne parmi les Européens ne
savait qu’un Anglais avait trouvé ce gîte, ou cette noyade corps et
biens. On lui avait refusé la faveur de prendre part à cette comique
petite guerre anglo-turque autour d’Aden, il ne s’en consolait pas, ce
refus lui avait signifié sa faiblesse. Le désir de tirer des balles
perdues du côté des avant-postes turcs avait été son dernier rêve au
sujet de l’action. Il perdait ses souvenirs sans se débattre comme un
vieux corbeau perd des plumes : tel est le dernier fruit de l’amour des
voyages. On comprend trop facilement les clefs qui ouvrent ces deux
vies, si semblables, si également éloignées de la vie humaine. Inutile
de chercher là où ils ne sont pas les secrets qui combinent les destins.
Tous les êtres accrochés à Mr B… comme les poissons pilotes à leur squale mouraient de la même mort que lui.
Que faire parmi ces gens-là ? Que faire des jeunes femmes
anglaises ? Elles ont des yeux de verre si bien limités qu’on peut être
amené à croire que ces prunelles voient. Puis un jour on se dit
simplement « c’est vivant » comme les bonnes gens devant le Scribe
accroupi, au Louvre, le dimanche.
Que faire des officiers anglais, des fonctionnaires anglais avec
leurs aventures de hiérarchie. Ils portent des couleurs de régiment, de
collège comme des décorations : pas moyen qu’ils se perdent en faisant
le tour du monde dans n’importe quel sens, sur n’importe quel méridien.
Il y aurait des chances pour que quelqu’un les reconnaisse, même chez
les Barbares au Pôle Nord, en Espagne. Les autres pays habités par des
hommes sont pour eux de drôles de corps, des espèces de planètes
écartées de l’orbite de l’Empire qui était parfois entré en contact avec
elles, à Crécy, à Waterloo, sur la Somme. Ils croient que l’Empire,
c’est la paix, que les yeux de Margaret Bannermann, les records de Lord
Burghley compensent pour le Jour du Jugement les hautes maisons
mortelles de la ville d’Edinbourgh, les grèves charbonnières et
l’existence même de Sir Henry Deterding, ils sont guidés par
l’ignorance, les proverbes patriotiques, le respect du pétrole et de la
bonne tenue à table, par la poésie romantique.
Il y avait les Hindous, les Arabes, les Noirs impénétrables. Je
n’avais pas dix ans à perdre pour fixer ma vie parmi eux et d’abord les
connaître. Tout compté, tout pesé, je vis parmi les Européens. Ce sont
les maîtres des hommes qu’il faut combattre et mettre à bas. Les belles
connaissances viendront après cette guerre.
P. NIZAN.
(À suivre).
X
LA
nouveauté des terres et des figures épuisées, les couleurs devenues
ordinaires, les tableaux affaiblis, il n’est plus impossible de chercher
à comprendre Aden.
Aden est un nœud qui boucle bien des cordes : il ne fallait pas
beaucoup de mois pour épuiser le pittoresque de cet Orient et saisir les
forces qui tiraient les ficelles et serraient fort ce nœud. C’est une
croisée de plusieurs chemins maritimes, ces chemins jalonnés de phares
et d’îlots hérissés de canons, une des mailles de la longue chaîne qui
maintient autour du monde les profits des marchands de la Cité. Relâche
pleine de signaux meurtriers, pendant de Gibraltar.
L’année était justement le temps où les dépôts de troupe de
l’Europe prêtaient leurs soldats pour aider à la civilisation des
Chinois. Économie mal ordonnée commence par les autres.
Il y avait promesse de révolution du côté de l’embouchure divisée
des fleuves du Kouang Toung : alors les navires passaient vers les
terres jaunes de l’Asie,
les transports de troupes, les destroyers à museaux de requins
s’ancraient en face du bâtiment gothique de la douane, les hommes
d’équipage prenaient le frais le soir sur la plate-forme des
porte-avions. À Aden les bataillons sortaient de leurs casernes comme
des guêpes d’un guêpier, le silence prenait ses quartiers au club du
Second Régiment de Devon que je voyais de ma fenêtre : finies les band
nights où l’orchestre jouait le God Save the King et la Marseillaise
qui allaient éveiller des échos dociles et ignobles dans le cœur des
négociants en café et en pétrole. On lisait les dépêches de l’Eastern
pour avoir des nouvelles de la Chine.
Ces accessoires suffisent peut-être à indiquer la portée de la vie des hommes à Aden.
Voici ce qu’il y avait à comprendre : Aden était une image
fortement concentrée de notre mère l’Europe, c’était un comprimé de
l’Europe. Quelques centaines d’Européens ramassés dans un espace
raccourci comme un bagne, 5 milles de long, 3 milles de large,
reproduisaient avec une extraordinaire précision les dessins qui
composent à une plus large échelle les lignes et les rapports de la vie
dans les terres occidentales. Le levant reproduit et commente le ponant.
On a sous les yeux une sorte de plan qui traduit fidèlement son
modèle, comme les portulans de la Renaissance et les dessins symboliques
que composent patiemment les moines des monastères bouddhistes. Tout
est décanté jusqu’à l’essence, tout ce qui allongeait la solution
évaporé.
Il demeure un résidu impitoyable, descriptible et sec.
Le petit nombre d’hommes engagés dans les courroies de
transmission de cette machine encore complexe, permet de saisir la
signification de l’existence européenne si souvent dissimulée par la
multitude
des acteurs et par l’entrecroisement de leurs trames. Comprendre les
lois de cette machinerie, la source de sa force motrice, paraît
réellement important à un jeune homme qui commence maladroitement, après
un petit nombre de vagabondages sans portée, à entrevoir le but vers
lequel il n’appartient qu’aux hommes de marcher. Ces gens jouent leurs
rôles au milieu de petits drames anecdotiques qui représentent à la
manière des pièces d’ombre les mouvements exemplaires de la vie des
hommes civilisés : ces rôles sont régis par des habitudes et des
passions faiblement réveillées, par la vie, ce jeu si simple de coutumes
tristement consenties. On voit déjà à cette place la justesse de la
comparaison stoïcienne du théâtre, bien qu’il faille éclairer ces
stoïciens magiques et profonds.
Les habitants d’Aden comme ceux de Londres et de Paris — ce sont
d’ailleurs les mêmes plantes dans une serre où la température leur
permet de grossir — paraissent, s’arrêtent, marchent, pleurent,
disparaissent, sont éclipsés sans rime et sans raison. On n’aperçoit pas
d’abord les prétextes des entrées et des sorties, des sonneries
derrière les portes, des entretiens, on devine simplement que des plans
et des forces étrangères alimentent l’action et détiennent les clefs de
ces apparences mobiles. Elles se montrent donc aux regards comme les
grandes personnes remuent devant la critique des enfants. On assiste à
leur existence, il est même facile de reproduire les gestes qu’elles
font pour tenter de les comprendre, on saisit presque sur-le-champ
qu’ils n’emporteront jamais un tel assentiment qu’il soit possible d’en
attendre un seul atome de contentement ou de joie.
Finalement on pénètre ce spectacle abstrait où les figurants
n’ont guère que deux dimensions, cette pénétration n’offre pas de
difficultés bien que le sens du drame et la fable soient composés de tous les contresens à propos de la vie.
Ces hommes étaient les pièces de rechange d’un mécanisme
invisible qui ralentissait le dimanche, à cause de la religion, et que
grippaient parfois les accidents périodiques et violents des crises
économiques, tout cet amas boulonné, sans soupapes, vibrant comme un
édifice de tôle. Dans toutes les villes du monde il y a des hommes qui
attendent le jour où ils verront sauter le couvercle et éclater les
volants.
Groupés sous des raisons sociales, ils ne cessaient pas d’être en
proie à la cérémonie guerrière du commerce international, ils faisaient
penser à des nègres qui dansent dans la nuit pleine des esprits et des
reflets jusqu’à tomber.
C’étaient des victimes, comme Emmanuel Kant, de cette ordonnance
horrible qu’est un emploi du temps : ils ne l’avaient même pas, comme
Kant, inventé, Kant avait au moins une porte de sortie, personne ne
l’empêchait d’en inventer un autre, et sept par semaine.
Six heures : lever, douche. Sept heures ; premier déjeuner. Huit
heures : bureau. Midi : second déjeuner. Une heure : sieste. Deux
heures : bureau. Cinq heures : promenade, club. Sept heures et demie :
dîner. Dix heures : sommeil.
Cela ressemble aux tableaux d’instruction affichés dans les
bureaux des colonels, des censeurs, des directeurs de prison. Comme
cette partie de plaisir durait pour chacun d’eux deux étés et trois
hivers, cherchez après le sommeil et le bureau le loisir et l’heure
d’être un homme. Ils n’avaient même pas le cinéma, le samedi soir, ils
couraient sous les coups d’un fouet qu’ils n’avaient jamais vu.
On peut comprendre que la Révolution a des raisons plus méthodiques, mais point de raison plus belle que celle-ci : il faut des loisirs pour être un homme. Cette raison se trouve même dans Platon, ce conducteur d’esclaves.
Chaque seconde du temps qu’ils passaient, qui les passait,
subissait la pression du marché mondial : partout les hommes la
subissent et ne subissent qu’elle, mais après tant de dérivations dans
des canaux et des tuyauteries où sa force paraît se dissiper comme une
vapeur, qu’ils gardent et communiquent l’illusion de l’indépendance et
même de l’autonomie. À Aden, cette pression était immédiatement
présente, elle se passait d’intermédiaires, il faut comprendre que la
vie était dégagée des faux ornements que lui avaient ajoutés des siècles
de civilisation morale décédés, des idées engendrées par le besoin des
illusions et les nécessités hypocrites des luttes sociales. Comme ces
gens comptaient revenir un jour dans leur pays natal, ils prenaient
patience et réservaient l’usage des illusions pour la date de leur
retour. Ils étaient sûrs qu’elles ne leur feraient pas défaut, Ils
pensaient que le malheur de leur vie n’aurait qu’un temps. Les
travailleurs arabes et somalis étaient encore trop dociles pour qu’il
fût nécessaire de découvrir et d’inventer des raisons capables de
justifier à tous les yeux leur exploitation méthodique. Ils gardaient
ces raisons pour les ouvriers de l’Europe. Comme les illusions leur
paraissaient inutiles, ils ne leur consacraient pas les quelques
instants de répit que pouvaient leur laisser des journées si chargées.
Il n’y avait pas d’autre presse que celle des dépêches d’agences ;
personne n’avait le courage ni le besoin de lire les journaux européens
qui s’entassaient sous bande dans les coins des chambres. Pas de
théâtres, pas d’éditeurs, de bibliothèques, si ce n’est les grammaires
anglaises, les arithmétiques et les livres pieux des Missions. Pas de
discours, pas de philosophies, tout décor était oublié et provisoirement
aboli. Pas de loisirs pour la paresse, pas de loisirs pour l’amour :
dans ce trou étouffé où il fallait bien vivre coude à coude, — il y
avait 580 habitants au mille carré — on ne trouvait aucun des espaces
solitaires où des amants sont assurés d’être méconnaissables. D’ailleurs
il y avait une femme pour trois mâles. Pas de musiques, ni de fêtes
foraines : quel blanc eût été admis à des frairies de Ramadan, à cet
étrange carnaval hindou où les plus graves vieillards s’aspergent
d’encre, où les portes austères sont ornées de symboles obscènes.
Quand on essayait de parler des Beaux-Arts et de la question
sociale, cela sonnait si faux et si vain que toutes les voix se
taisaient. On sentait qu’il était inutile de prendre ces déguisements au
sérieux, ils paraissaient déplacés comme des obscénités à un repas
d’évêques.
La vie des hommes étant réduite à son état de pureté extrême, qui
est l’état économique, on ne courait jamais le risque d’être trompé par
les miroirs déformants qui la réfléchissent en Europe : l’art, la
philosophie, la politique étant absents faute d’emploi, il n’y avait
aucune correction à faire. On voyait les fondations de la vie
d’occident, les hommes étaient mis à nu comme des modèles anatomiques.
Pour la première fois je voyais des gens qui n’exigeaient pas, qui ne
justifiaient pas une philosophie des vêtements.
Aucune concession à l’amour de l’art, rien à chanter, rien à
risquer, rien à peindre, pas de poèmes à lire et à écrire. Les seuls
accidents sincères de leurs journées étaient les dépêches de l’Eastern
Telegraph Company, agents anonymes des puissances lâchées sur les
marchés de l’Europe et des États-Unis. Tous les cœurs étaient suspendus à
ces ondes électriques qui circulaient sous des tas de mer à une vitesse
dont aucun actionnaire de la Shell ne cherchait à se représenter
le taux. Ces hommes qui ouvraient le dimanche matin les sacs de
courrier apportés par la malle des Indes étaient ancrés là pour gagner
plus d’argent que chez eux, dans les capitales de leurs comtés, dans
leurs préfectures françaises, c’est-à-dire pour leur âge mûr et leur
vieillesse le pouvoir d’attendre la mort sans rien faire, sauf peut-être
du jardinage ou du golf.
À cinq heures après-midi, comme ils vivaient à la cadence fixée
par le soleil, ils sortaient de leurs abris et essayaient de s’imaginer
qu’il y avait des rivières dans le monde. Toute la journée, à Aden, il y
a au centre du ciel blanc la présence du soleil, les rochers éclatent, à
la première défaillance d’attention les hommes peuvent être foudroyés,
mais vers le bout de la journée le soleil se dirige vers le sémaphore du
Shamshan. Une sorte d’armistice est conclue et une moitié des rues est
délivrée. Les ombres s’allongent comme des tiges dans le fond des
ravins, les ventilateurs font leurs derniers tours comme une hélice au
moment de l’atterrissage.
Ils abandonnaient alors les classeurs où dorment les contrats,
les copies de lettres, les codes, les connaissements, les
chartes-parties.
À Crater, sur l’Esplanade, étaient assemblés, autour du terrain
de football, les Arabes de l’Hadramut, du Yémen, les Hindous de toute
caste, les noirs de la côte africaine, mêlés aux fantassins de Sa
Majesté. L’orchestre du régiment punjabi jouait parfois. Les jours de
sabbat, les jeunes Juifs se déniaisaient, n’osant pas encore raser leurs
papillotes, mais seulement porter les vestons clairs qu’ils
revêtiraient définitivement un jour sur les trottoirs de la place
Mehemet Ali et à l’entrée du Mouski, au Caire.
Les autos partaient vers les lieux arrosés, vers le jardin de l’oasis de Sheikh Othmann, vers Fisherman’s
bay, vers le club de Gold Mohur où nageaient les femmes blanches de la
colonie séparées des requins par des grilles. De rares couples montaient
vers le phare isolé de Ras Marshag. Les gens allaient voir dans les
crevasses du volcan quelques arbres à fleurs de pommier gonflés d’eau
comme des choux, et le lendemain d’orages dérisoires, des prés de lys
blancs. Ils montaient encore au-dessus des citernes voir un grand banyan
exilé avec des cargaisons dans ses agrès, de martinets aux pattes
courtes qui y dormaient le soir.
Les billards résonnaient dans les clubs, on buvait, on jouait aux
cartes au milieu des airs de danse à Steamer Point. C’étaient leurs
maigres heures de suspension d’armes. Ils essayaient alors de faire
quelque chose pour leurs corps : comme ils étaient pour la plupart
Anglais ils savaient heureusement comment s’y prendre. Leurs corps
recevaient une ou deux heures d’existence, mais non les corps italiens,
les corps français, trop prudents pour se mouvoir.
C’étaient aussi les heures où ils cédaient après tout aux illusions. Ils parlaient comme M. B…
de leur action. C’est un mot qui fait rêver tous les hommes car c’est
la chose qu’ils n’ont pas. Ils essayaient de se faire croire qu’ils
agissaient. Ils finissaient par le croire. Ils étaient donc poétiques :
être poétique c’est avoir le besoin d’illusions. Ils développaient cette
illusion avec les ressources de l’intelligence, leur vieille servante
maîtresse. Ils en faisaient la théorie.
Mais ils ne trompaient pas. On sentait bien qu’ils n’aimaient pas
leur vie. Ils avaient beau se forcer : l’amour ne venait pas. Ils
continuaient à vivre en pensant à ce qu’ils avaient fait, à ce qu’ils
avaient à faire, le temps passait. Ils tenaient debout à force de tics.
Ils étaient bien dressés ; leurs parents pouvaient être fiers d’eux,
leurs patrons aussi. Ils n’avaient pas l’air
humain, ils ressemblaient plutôt à des sacs de son : si on leur avait
ouvert le ventre — c’était le seul service à leur rendre — de la
poussière aurait coulé. Ils se vantaient pourtant d’avoir possédé des
femmes, reçu des blessures de guerre : impossible d’imaginer la sortie
de ces liquides vivants : le sperme, le sang, par des fentes de leur
peau.
Les objets de leur volonté n’existaient pas : c’étaient des
essences abstraites impossibles même à personnifier pour les faire
entrer dans une prosopopée, le bilan, la balance, le crédit, la
circulation du capital, le succès commercial, le devoir professionnel.
Couchez-vous avec le Capital ? avez-vous le Capital pour ami ? Ces
entités les occupaient, emplissaient les minutes : elles volaient tout
le temps autour d’eux. Ils étaient abstraits. Ils exécutaient toutes les
consignes qui ne concernent pas les hommes comme les ordres secrets
d’un vice dont ils ne pouvaient pas guérir. Ils disaient pourtant : la
vie, malgré tout, ils pensaient : vivons. Premier cri du réveil, dernier
soupir de la veille. Mais il aurait fallu pour que cela fût possible
qu’ils guérissent de leurs mauvaises habitudes, de leur digestion, de
leur respiration, de leurs mariages, de leurs écritures, de leurs
langages. Qu’ils soient transformés depuis les fondations. Mais ces
maniaques mouraient à petit feu au service de capitaux anonymes.
Ce qu’il y avait peut-être de plus terrible, c’était de les voir
dormir. Ils dormaient la nuit et ils dormaient après leur repas comme
des serpents qui digèrent. Je les voyais sous les galeries de la maison
endormis dans leurs fauteuils cannés. Ils reposaient enfin arrivés dans
un port accueillant, dans une rade sûre, dans le seul bonheur de la
journée, défaits, dénoués, la joie posée sur le sommet de l’épaule, le
cou plissé, les mains à la traîne, avec des gouttes de sueur roulant sur
leur front. Traversés par des rêves qu’on voit, leurs faces déballées
parcourues par des ondes, dernières volutes des lames de fond envoyées
par les régions humaines, qui les soulevaient comme les insectes
soulèvent les animaux morts dans les fossés. Ils bourdonnaient, se
retournaient. Ils essayaient de reparaître dans le jour avec les
trouvailles du sommeil, de ne pas les oublier. Mais ils les laissaient
retomber, ils revenaient les mains vides plus tristes que les femmes
avortées. Le sommeil est pour un vivant le désintéressement le plus
semblable à celui de la mort : il était pour eux la pointe même de
l’attention, l’extrême de leur effort, tout ce qu’ils pouvaient
connaître des réclamations de l’homme.
Que de fois j’aurai répété le mot homme. Mais qu’on m’en donne un
autre. C’est de ceci qu’il s’agit : énoncer ce qui est et ce qui n’est
pas dans le mot homme.
Que faire de ces êtres de verre où l’on voit passer jusqu’aux
songeries ? Ce sont les fous de cristal d’Edgar Poë. Mais du verre, cela
se brise. Ils sont encore comme les poissons transparents des grands
fonds. Mais des poissons, cela se pêche.
Parce qu’ils sont nombreux et collés les uns sur les autres on
commence par les croire impénétrables : beaucoup de transparence fait de
l’ombre. C’est l’histoire du mica. Il suffit de trouver les plans de
clivage.
On m’a toujours laissé croire que les hommes avaient de
l’épaisseur, je trouve qu’il y a quelque chose qui les empêche d’être
opaques comme de vrais hommes, comme ceux dont on parle par exemple dans
l’Histoire, dans la poésie. L’homme ne sera-t-il donc jamais qu’un
personnage historique ?
XI
QUAND on veut changer d’air à Aden, on peut se diriger vers Lahej, dans les terres, ou vers Djibouti.
Si l’on va du côté de Lahej, c’est pour voir de l’herbe.
Les autos marchent en tanguant dans le désert, elles se lancent
pour franchir des collines de sable qui les saisissent comme des
ventouses. Des Arabes dans les haltes donnent des feuilles à leurs
chameaux agenouillés. On passe près d’une colline de tessons qui passe
pour témoigner du passage d’Albuquerque, c’était en 1519. Au bout de
quelques heures des arbres se lèvent, on arrive en vue de Lahej, ville
de poussière avec ses maisons de poussière, des palmiers de poussière.
Le palais du sultan est un bâtiment de corail gris : il a un toit
plat à balustres, des files de fenêtres, des attiques, des colonnes
corinthiennes. Dans le jardin des paquets de feuilles de tabac sèchent
sur des ficelles. Il y a des boules de verre dépoli, pour y lire
l’avenir, comme dans la grande banlieue près de Paris.
On entre. En haut d’un escalier nu, un grand Arabe en veston de
soie rayée, rouge et jaune, vous prie d’attendre dans la salle
d’audience. C’est un grand salon dans la pénombre, les volets sont
fermés contre le soleil. Aux murs pendent les photographies couleurs et
grandeur naturelle du père et de l’oncle du sultan régnant. Les tapis
qui viennent de Paris, sont roulés et ficelés dans un coin comme si le
sultan était au bord de la mer ou donnait le soir même une sauterie
en l’honneur des dix-huit ans de son fils qui a des lunettes d’acier et
des boutons comme un élève de l’École normale de Saint-Cloud. On boit
du café poivré dans ces tasses de faux Chine que des Arméniens, des
Syriens vendent aux escales sur le pont des paquebots d’Extrême-Orient.
On est assis sur des canapés recouverts de velours Napoléon III,
sur le bord, par respect : c’est un prince régnant. Arrive ce dernier,
grand homme noir, l’air rusé et cruel des nervis du vieux port à
Marseille. La conversation ne compromet rien, il ne vous dira pas ce
qu’il pense des Wahabites et de l’Iman de Sana. Finalement on est
autorisé à circuler librement sur le territoire de sir Abdul Karim,
Knight Commander of the Bath, qui se retire.
Alors on va voir l’herbe. La route, parallèle au petit chemin de
fer de Lahej à Aden, est bordée de mureaux de pierre recouverts de
mottes sèches, comme dans le Morbihan, le Westmorland.
On entre dans une région pleine de dattiers, de goyaviers, de
papayers, d’orangers, de grenadiers, on traverse des champs de bananiers
de Chine hauts comme des enfants de quinze ans. Le sol est un feutre
humide fait de plantes grasses. Autour des champs circulent des canaux,
entre des berges surélevées comme dans le delta du Nil. L’eau y coule.
Dans le fond du tableau, on revoit agrandies les montagnes du Yémen,
soudain au fond d’un ravin rouge plus large que le val de Loire coule le
fil d’un fleuve à moitié mort.
Quelle joie ! Voilà des prairies avec de l’herbe bourguignonne,
des champs aux couleurs piémontaises. Les plus compassés s’étendent sur
les graminées, presque tremblants de voir après des semaines de pierres,
des paysans, de l’eau douce qu’on écluse, comme dans les Géorgiques.
Ils se penchent sur le disque
d’un puits. Malheureusement quelqu’un retourne du pied le cadavre blanc
d’un serpent, pendant le déjeuner au milieu des citronniers des aigles
tombent du ciel comme des pierres et dérobent les os qu’on lance aux
chiens dont la mâchoire ne mord que le vent et une plume perdue.
Sur les chemins, on croise des bandes de travailleurs qui
reviennent du champ. Nus ils portent seulement une foutah serrée par une
ceinture de cuir brodé où pend un couteau recourbé dans une gaîne
d’argent. Un gros fil noir est entouré à leur cheville. Un lépreux assis
au bord de la voie écarte les mouches du soir avec un geste doucereux
de machine.
Impossible de voir des hommes plus en ruines que les sujets du
sultan : les ouvriers que j’ai vus sortir des mines de bauxite sur la
route d’Aix-en-Provence, couverts de terre rouge, respiraient la force
et la joie auprès d’eux. Vingt mille êtres mènent cette vie de
purgatoire pour que ce marquis de Carabas indigène puisse regarder ses
prés verdir à l’ombre des avions militaires anglais, puisse se regarder
en paix dans ses boules de verre et voyager au Caire, à Londres et à
Paris. En allant vers Lahej, on pensait à l’herbe, aux femmes qu’on
voudrait renverser sur elle après plusieurs mois de chasteté, mais voici
qu’il faut demander à l’herbe les mêmes comptes qu’aux cheminées
d’usine de Saint-Ouen.
Orient, sous tes arbres à palmes des poésies, je ne trouve encore qu’une autre souffrance des hommes.
Un autre jour, je pars pour Djibouti sur le bateau à moteur Halal. Le Halal
est un vieux rouleur de Mer Rouge dans les quatre cents tonneaux,
alourdi par ses mâts de charge, avec une cheminée maigre à l’arrière. Le
capitaine Mac Lean le laisse marcher tout seul, ce n’est pas un de ces
bateaux à caprices qu’il faut surveiller pendant tous les quarts, il
file tout seul vers la côte des Somalis comme ces chevaux de maraîchers qui conduisent vers les Halles leur maître endormi sur les choux.
Mac Lean dort, raconte des histoires de femmes, boit un coup à
toutes les calebasses qui pendent aux agrès autour de sa cabine. À une
heure toujours fixe il change de costume blanc, met un casque et des
souliers propres : le Halal arrive en vue de Djibouti. On voit au
fond de la baie de Tadjoura la côte basse de madrépores. On aperçoit au
fond du pays comme sur un tableau de Vinci des étages bleus de
montagnes couronnées de nuages, le commencement de l’Abyssinie.
Le navire sur ses ancres, les allèges emplies de balles de cuir
arrivent, montées par des somalis brillants et crieurs, ils se mettent à
danser autour de la coque un ballet déréglé et sans poids, ils plongent
tout nus, attrapent un bout de corde entre les dents, grimpent par la
chaîne de l’ancre, laissent sur le pont la trace mouillée de leurs longs
pieds. Mac Lean marche déjà sur le môle, échange ses connaissements
avec le directeur du comptoir et file vers les filles et les cafés. Le
nom du navire signifie : Pur.
Djibouti n’a aucun passé. C’est une sous-préfecture du Midi qui
date de quarante ans. Cet âge a suffi pour que le lavis rose des maisons
commence à s’écailler, pour que des arbres se mettent à avoir l’air
d’arbres dans le jardin du gouverneur.
Même vie qu’à Aden, ornée du débraillé, des coups de gueule de
l’Europe du Sud grecque, française, italienne. À Aden il y a des clubs
fermés, on ne peut jamais voir par les fenêtres ce qui s’y passe. À
Djibouti il y a des cafés, la belote détrône le bridge, les hommes
parlent des femmes. Quelle surprise pour un Français d’y retrouver les
détails qui font que la France est la France et porte sur le même corps d’autres
vêtements que l’Angleterre. Je suis chez moi place Ménélik, assis à une
terrasse de café dans le style de Montélimar, d’Avignon, devant une
station de fiacres avec des tentes à franges, comme à Périgueux. Chez
moi, en voyant à la porte du commissariat de police le commissaire
insulter un indigène de sa voix d’ancien adjudant de coloniale. Chez moi
au tennis, en parlant au président du tribunal qui porte une barbe
radicale socialiste, un ventre du sud de la Garonne, à sa femme taillée
sur le modèle dont sont faites dans la métropole les femmes de colonels
et les matrones de la rue Paradis. Chez moi devant la poste, me
demandant comment le directeur a si vite acheté une auto. Chez moi, sur
le plateau du Serpent, en voyant les jeunes filles se promener avec un
bandeau autour des cheveux comme à Quiberon, en apprenant de qui la
femme du directeur des chemins de fer est la maîtresse. Chez moi, enfin,
en découvrant dans la boutique d’un épicier grec, sous des piles de
boîtes de thon de chez Amieux, le texte grec de Prométhée enchaîné,
d’Œdipe à Colone.
Le même ennui sans formes qu’à Aden, mais en manches de chemise
retenues par les élastiques des coiffeurs, mais avec le goût des
vermouth-cassis, des mandarins-curaçao. Tous ces hommes aussi tournent
en rond, heurtés aux murs invisibles de leur destin, faisant aux mêmes
heures les mêmes mouvements que les Anglais de la côte d’Asie, filant en
auto le soir vers le jardin d’essai d’Ambouli où vont se consoler des
couples dont les partenaires sont toujours des pièces de rechange. C’est
la nuit, on tient une femme sans nom contre soi, les maigres arbustes
de la steppe défilent, les chameaux leur broutent la cime : comme ces
arbustes ont des formes et des proportions d’arbres faits, on se
croirait dans un paysage préhistorique, les chameaux grands comme des
iguanodons.
Comme les Français ont l’habitude de parler de l’amour bien
qu’ils n’y soient pas plus soumis que les Anglo-saxons, Djibouti possède
un quartier réservé. Dans le village indigène d’où les somalis ont
défense de sortir après dix heures du soir, s’ouvrent des rues pareilles
aux autres, avec ces pauvres huttes de roseaux qu’emporte la moindre
crue de la rivière, ces tas d’arêtes de poissons. Elles débordent de
l’odeur de la graisse de mouton rance mêlée à des parfums.
On arrive au bout de ces voies, le moteur au ralenti ouvre dans
le silence qui écoute de toutes ses oreilles une source d’orage. De
toutes les portes des filles sortent en courant comme des folles
délivrées des charmes qui les retenaient dans le noir ; elles sautent
devant le radiateur en se tenant les mains, elles crient de leurs voix
aiguës de chanteuses, elles s’appellent, ce sont de grandes filles très
jeunes couvertes de gros bijoux. Leur peau ointe reluit faiblement à la
lueur des phares et au reflet rouge de leurs cabanes. Des mains se
posent comme une patte d’animal sur votre cou, il faut partir ou se
laisser prendre, se plonger dans les vagues d’un amour enfoncé dans
l’étuve de la nuit. Ces descentes sont la dernière ressource des hommes
perdus : si vous allez dans un pays noir, renoncerez-vous jamais au
souvenir de ses petites filles admirables. Et cette perdition vaut mieux
que vos sales habitudes vertueuses, vous feriez aussi bien d’être
toxicomanes.
Enfin quand il est temps de revenir aux bureaux d’Aden, on pense que ce n’était vraiment pas la peine de les quitter.
XII
IL n’y avait absolument rien à faire : c’est la phrase la moins favorable aux hommes.
Pas une miette de réalité, pas une démarche qui pût servir à
quelque chose. Un ennui inefficace parmi des compagnons habitués par les
années à tout ce qui n’existe pas. Des ombres engendrées par toutes
sortes de faims : dans les famines où l’on manque de pain, il y a aussi
des hallucinations. Alors, faire bon ménage avec l’ennui, mourir de
cette mort ? Il n’y a pas d’autre choix : comme on ne veut pas encore
mourir — on croirait offenser quelqu’un — on tombe dans l’ennui, on
s’installe parmi ces animaux savants qui n’ont plus qu’à s’aimer avec
une ardeur hypocrite, qui se trompe vraiment d’adresse.
C’est le moment de la descente dans la Nekuia. Il faut bien
passer par toutes les étapes d’Ulysse, qu’on doive revenir ou non dans
l’Ithaque natale. Il y a pour tous les hommes une région des pensées
vaines, des idées qui n’en sont pas, des vivants qui sont des morts.
Lorsque tout ce qui est au monde paraît interdit, la vie intérieure
arrive, on n’attendait plus qu’elle. On convoque ses propres ombres qui
rabâchent et prophétisent.
Je tombe à la contagion, il y a des microbes de tous les vices.
Ce n’est pas assez d’avoir saisi l’essence et les ressorts d’une vie
inhumaine pour être protégé contre les maux qu’elle donne. Je vis comme
une ombre parmi les autres ombres, tout passe avec des pas de coton au
milieu des pierres de la fièvre.
Rien qui se passe, rien qui presse. J’oublie que j’ai su
m’apercevoir du temps. Si l’on sent qu’il y a un écoulement du temps,
c’est qu’on vit mal mais qu’on
vit. Quand on vit bien, il ne s’écoule pas : il est possédé. Mais il y a
un arrêt du temps, je ne pense plus à lui : personne ne peut prévoir le
jour où il se remettra en mouvement.
Parler ? Il faut avoir à qui parler et de quoi dire. Je pense que
je suis le siège d’extraordinaires avertissements de ce qui est pour le
regard émoussé d’un vivant le plus grand ennui, la mort. Je ne suis pas
plus fort que les autres : je me vois mort mais incomplètement, je me
représente une existence dégradée : allons je n’ai pas fait beaucoup de
progrès depuis Achille. Enfin je prends cet état pour un avertissement
continu de ma mort. Je trouve cet état horrible, la mort me dégoûte si
elle est vraiment cela, si elle est moins la négation de tout ce qui va
venir qu’une disposition encore humaine comme la maladie, le froid, la
douleur physique. Je me sens mort : l’indifférence est mûre. Je ne peux
pas appeler ces semaines que je vis autrement que : mort, c’est tout ce
qu’un vivant peut penser quand il veut approcher d’aussi près qu’il le
peut de la signification du néant. La véritable mort est ce qu’elle est,
ce que la vie n’est pas, ce qu’est l’état d’un homme quand il ne pense
rien, quand il ne se pense pas, quand il ne pense pas que les autres le
pensent. Je n’en suis pas là : au fond rien n’est perdu. Mais mon
illusion est effrayante.
J’ai fait le faraud au commencement. Je me disais : je suis
réconcilié avec mon corps, je suis refondu au milieu de cette plénitude
des gestes qui me sont permis dans la solitude. Mais un corps peut
perdre son temps aussi bien qu’un esprit : il peut gâcher les chances
qu’il a d’être uni à tout l’ensemble des idées. Il faut qu’il ait des
objets pour compagnons, sinon il n’a rien à faire, il est tout seul, il
ne sait plus que faire de ses grands muscles, il laisse l’esprit en
faillite : quand il a oublié le souffle des maigres vents parisiens, le
renversement matinal de la brise de mer, la contexture de la gelée, les
plantations de sel et de cristaux qui protègent les vitres, les prés et
les rivières, les bouts du monde dont il avait l’habitude, il est
désœuvré. À Aden mon corps a encore moins à faire qu’à Paris. Il ne
trouve rien : posé sur des sables gris, des ponces volcaniques, en face
de criques ouvertes comme au commencement du monde, fréquentées par les
raies, les requins, les poissons arc-en-ciel. Cette mer baigne des
rivages décharnés, les squelettes de ces êtres que l’occident appelle
collines, promontoires, vallées. Qu’est-ce que le corps peut faire de
cet amas éclatant de minéraux cassés et la nuit venue de la compagnie de
Bételgeuse, de la Croix du Sud ?
Lorsqu’il ne reste plus des éléments de l’univers mystérieusement
décantés que des vapeurs décolorées, une lie de marées et de pierres,
je découvre que mon corps est perdu, je ne peux même pas me servir de
lui, à défaut de l’amour et des actions humaines.
Alors la pensée se
met à ruminer le passé, l’avenir, les pouvoirs inconnus qui sont
peut-être les siens, ce qui est désormais impossible mais qui aurait pu
être et qui ne fut pas, ce qui est encore en sa puissance. Cette vie
selon les choses possibles est la récolte de l’ennui. C’est une
existence où n’a lieu aucune opération, aucune pensée réelle de cette
faculté de penser. Une pensée c’est ce qui est actuel, dans l’actualité
sont réunies une présence immédiate et quelque activité : une pensée
comporte des objets qui sont placés à un certain moment, en un certain
lieu ; elle dirige toutes ses ressources vers eux et les met en œuvre en
leur honneur. Une pensée a envie de quelque chose. Elle veut une fin.
Quand je vais me promener sur les pentes du volcan, je suis tout
seul, je suis malheureux comme les pierres. Je passe devant des grottes
de lave pleines de
chauves-souris, je marche sur des pistes bordées de pierres peintes en
blanc, au fond des ravines où poussent des épines et des rues
empoisonnées, dans leurs nids de grands vautours infatigables me
regardent passer. La nuit arrive, comme un nuage ou comme un oiseau, au
sommet du Djebel Shamshan le soleil descend au milieu d’une solitude de
glaces : c’est l’heure où l’on peut ramasser sans se brûler les doigts
les morceaux de lave, les pierres plates ou des jeux de cristaux imitent
des fougères fossiles. Je suis perdu, je veux retrouver les hommes qui
ne m’attendent pas sous les lumières d’Aden, qui ne sont pas là. Le
cratère est une grande urne où la nuit s’entasse et accumule les
ingrédients mystérieux de ses opérations magiques. Les pavillons du
sémaphore échangent leurs derniers signaux avec les navires qui
surgissent encore du côté de Little Aden que les marins appellent les
Oreilles d’Âne. L’ombre froide comme du mercure est pleine de faces
invisibles, de conventions secrètes, de drogues destinées à la magie
sympathique. Elle bat comme un cœur. Je ne suis pas sauvé du jour sans
pitié, je n’ose pas espérer dans cette nuit qui est d’une étendue énorme
autour du volcan refroidi par elle, morte, circonscrit par les images
de la lune dans la mer.
Je veux à peine penser à la figure actuelle de la vie qui me
mène. Elle ne comprend la présence d’aucun objet matériel ou humain : un
objet de pensée est aussi bien l’amour d’une femme qu’un arbre. Tout
est absence. Montrez-moi mes outils, mes animaux, mes besoins, mes
hommes, des champs, des armes. J’aurais seulement un champ, tout serait
arrangé, ou encore, un métier réel entre les mains. J’ai des objets qui
sont mes esclaves, ces choses vidées des vieilles habitudes, ceux qui ne
veulent pas d’inventions ou de joie : des meubles, des porte-plumes, des taxis, des dents, des lunettes, des habits, des mains, des portes.
Il faut faire quelque chose pour les objets. Quelle source de
désespoir et d’ennui dans les objets que nous ne connaissons que trop
bien. Ils jouent dans les existences humaines un rôle aussi important
que les hommes. Penser à eux est une charité bien ordonnée.
Il arrive à tout le monde de rencontrer sans aucune préméditation
des apparitions singulières : à Bourg-la-Reine j’ai vu dans une
bonbonne un melon qui avait grandi là, plus merveilleux que les quatre
mâts mis en bouteille par les retraités de la marine sur les remparts de
Belle Île en Mer. Des opticiens égarés dans le siècle ornent leurs
vitrines de verre d’écaille et de métal de signes plus vains que les
lentilles poétiques qui répandent une lumière propice à toutes les
métamorphoses sur les trottoirs des pharmacies : ce sont des crânes
blancs aussi purs que des sphères célestes, atlas démodés de l’esprit
qui portent sur le front pour tatouage le nom : phrénologie.
L’imagination des photographes décore les cuisses des modèles de
dentelles noires et de jarretières ornées de figurines, de devises,
d’attributs qui aiguillent tous les cœurs vers les régions les moins
habitables de l’amour, aussi bien que les cœurs transpercés de la vierge
des Douleurs et les fleurs de sainte Thérèse de Lisieux.
Ces îlots délivrés ont perdu toute communication avec les
quantités incalculables de matière façonnée à toutes fins utiles, plus
de ponts, plus de manettes, évadés du cercle où s’agite l’esclavage des
récipients, des instruments ils ne sauraient servir aux usages consacrés
par la sagesse des nations. Leur laideur, leur pauvreté n’empêche pas
de les reconnaître pour les membres d’un monde où les objets et leurs
maîtres vivent en liberté. Le fait qu’ils sont conçus par des
fonctionnaires retraités n’interdit pas de les identifier aux
dessins de Léonard de Vinci et aux poèmes de Rimbaud, détournés de leur
destin jusqu’à tomber au rang d’un canon ou d’un drapeau : ils
permettent d’entrer dans l’univers où les choses n’exigent pas
d’instructions spéciales sur le mode d’emploi, où les actions
correspondantes n’entraînent aucun apprentissage, aucun dégoût, aucune
mesure prophylactique, aucune sanction. Malheureusement, à douze ans,
les hommes connaissent par cœur tout ce qui les suivra. Il s’agit de
chercher les objets qui n’obligent pas à des dressages, à des actions
étalonnées dans les bureaux des poids et mesures. Il faut tout espérer
d’une vie où l’invention, la nouveauté, des objets capables d’éveiller
tout ce qui n’a jamais servi composeraient un mélange plus joyeux que
tous ceux de Platon. Toutes les ressources de l’homme, de son corps, de
ses instincts, de ses beaux arts seraient utilisées, on s’apercevrait de
l’existence de l’humanité. En attendant, vivons dans notre pauvreté,
sous les coutumes des objets, les manies de nos frères, personne n’est
content. Pourtant nos frères peuvent être les plus naïfs et les plus
multiples de nos choses.
À Aden ce désœuvrement est terrible, on est privé de tout, même des semblants de l’art, de la philosophie.
Alors c’est la frivolité du passé, les poussières d’un avenir
formé des habitudes et des systèmes, la folie qui combine les éléments
de la pauvreté, celle qui ne comporte pas de melons en bouteille, de
saisons en enfers, de femmes sans famille. Jeu d’échecs où le vivant
perd les parties au bénéfice des morts. Le pressentiment obscur que le
nombre de ces combinaisons indigentes est malgré tout infini conduit à
ce que l’on ne saurait nommer que désespoir. Toutes les légendes du vide
sont d’ailleurs la vie conforme à l’intelligence et à l’ancienne
philosophie. La vie intérieure est intelligente. Le désespoir se flatte quelquefois d’une subtilité dérisoire.
L’intelligence est une vieille maniaque qui triture les déchets,
fabrique des nouveautés avec les ordures des états détruits ; elle
arrange des parties égales, sans aucune hiérarchie de portée, de
proportions, ni d’attraits. Le fait qu’elle les contemple d’une manière
toujours identique à elle-même les réduit à cette égalité. Elle a deux
devises : A est égal à B ; cela m’est égal. La vérité sort de la bouche
des calembours. Elle s’occupe quand son maître ne trouve rien à faire,
parce qu’il lui faut toujours marcher et parler toute seule : quelle
vie ! Ce maître la regarde marcher comme un paralytique voit sauter et
trembler son bras. Il n’y a aucune raison pour que cela finisse. Le
maître ne veut rien, alors il ne rencontre jamais un objet dont
l’intelligence lui dise qu’il est réellement important et capable de
repousser tous les autres, pour elle la rencontre de telle ou telle
pensée est indifférente, elle est trop pure pour indiquer un choix, elle
est un miroir qui ne préfère aucune des images qu’il porte, le lieu de
toutes les pensées possibles. Elle se moque de tout : elle se plaît
aussi bien aux opérations de l’analyse qu’aux figures de tous les mondes
possibles, qu’aux vies possibles pour un homme. Toutes les sortes
d’algèbre sont le seul rêve qu’elle supporte : l’algèbre de Leibniz
énonce toutes les recettes de la vie intérieure, tout ce qui fait
oublier les dégradations de la vie extérieure. Avec ses pauvres signaux
elle ne propose rien, elle n’a de goût à rien, elle envahit tout l’être
et l’homme rongé par elle conclut finalement de l’échec nécessaire de la
raison à la défaite universelle des hommes : cette généralisation est
la dernière limite de la raison et son opération la plus parfaite. Il ne
reste plus qu’à continuer à penser d’une nouvelle façon à la mort.
Quand toutes les apparences de la vie ne semblent
comporter aucune raison de choisir, quelques-uns inventent des
descriptions réconfortantes de la mort. Au delà de cette ligne de
partage des eaux, ils s’efforcent à deviner des réserves d’événements
que l’intelligence renonce à comprendre et l’imagination à pressentir.
Cédant aux illusions fatales de l’ennui ils finissent par admettre une
nouvelle sorte de vie composée du jeu des parties les moins connues de
l’univers et des métamorphoses dont serait capable l’intelligence enfin
délivrée de ce corps qu’elle regarde comme un empêcheur de danser. Une
vie où l’exercice total de l’intelligence ne serait plus borné par les
exigences et l’ennui du corps qui aime la vie de la chair et de la
présence. Plus loin encore il leur arrive de penser à des anges.
En six mois je passe par ces étapes mortelles. Heureusement mon
corps désœuvré malgré lui mes instincts ne s’accommodent pas des
calculs, de l’art pour l’art. Ils ne sont pas comblés de me savoir enfin
intelligent, enfin méprisable.
Je hais cette vie. Je commence à désirer un état humain qui soit
complètement le contraire de l’abstraction irrespirable. Je m’efforce de
me peindre des hommes libres, voulant être réellement et non en songe,
comme des chrétiens et des banquiers, tout ce qu’il est donné à l’homme
d’être.
Je vois tous les jours la puérilité de la peur qui nous possédait
à Paris : les actions qu’on nous proposait conformément au rang de nos
familles, à la civilité puérile et honnête, aux fonctions abstraites du
monde bourgeois étaient tellement absurdes et vaines, que nous pensions
que toutes les actions sont éternellement stériles comme les bonnes
sœurs qui boivent de la tisane pour faire couler leurs seins, que la
nuit noire est l’unique décor où meurent les hommes. Nous avions dans
notre sommeil des rêves qui auraient dû nous
détromper, mais nous voyions nos maîtres assez puissants pour interdire
aux rêves de faire leur entrée au grand jour. De là des évasions qui
paraissaient fatales, nous ne nous apercevions pas que tout le monde
était bien content de nous voir partir, que tout le monde nous y
encourageait. Tous ces donneurs de conseil rateront leur mauvais coup de
bien peu : qui donc ne donnait pas de louanges aux diverses
incarnations de la retraite, à la profondeur, à la confession, à
l’introspection, à certaine poésie, au jeu de billard, aux religions, au
cinéma, aux romans d’aventure, aux journaux policiers, aux raids
d’aviation ? On plaçait haut dans la civilisation les romanciers des
aventures intérieures, les psychologues de la conversion, on félicitait
les jeunes gens et les petits employés de se faire des mondes
imaginaires : cela s’appelait par exemple le temps retrouvé. On
suggérait que le bouddhisme même est charmant. Pendant ce temps-là nos
maîtres étaient bien tranquilles, quand vous pensez à retrouver le temps
perdu vous ne mettez rien en danger. Fuir signifiait qu’on renonçait à
regarder de près le monde qu’on fuyait, qu’on renonçait à demander des
comptes le jour où on aurait compris. Allez jouer et laissez les grandes
personnes tranquilles. Il y avait un plan merveilleusement établi pour
faire oublier les maux présents et leurs remèdes. Toute recherche
présente met en péril l’ordre. Vous vous croyez innocent si vous dites :
j’aime cette femme et je veux conformer mes actes à cet amour, mais
vous commencez la révolution. D’ailleurs votre amour ne réussira pas.
Quel péché si vous réclamez la liberté et si vous annoncez que vous
voulez faire quelque chose pour elle ! Vous serez rejeté : revendiquer
un acte humain c’est attaquer les forces maîtresses de tous les
malheurs. Ces réclamations présentes sont simples : le jour où je me
suis mis à y penser, je me prenais pour Colomb, pour Newton,
elles sont d’ailleurs plus importantes que l’histoire de l’œuf et le
calcul des fluxions. Car elles prophétisent la ruine du monde. Si
quelqu’un va sur une place de Paris déclarer qu’il faut que les hommes
vivent comme des humains, qu’ils ont le droit, depuis le temps que la
terre est solidifiée, de faire comme les plantes qui vivent comme des
plantes, il sera couvert sous des tas noirs de policiers. Elles sont
simples : puisqu’il suffit de renvoyer les fables à ceux qui les
inventent et de laisser prospérer les puissances qui ne demandent qu’à
exister sans fournir toutes les cinq minutes des justifications
dialectiques.
Va-t-il falloir me contenter d’imaginer seulement la vie humaine
de mon lit, hors du temps, retomber dans les farces intérieures ? Qu’on
ne me demande pas comment elle est faite ni à quoi elle ressemble ? Je
ne l’ai pas accomplie, je tâtonne, c’est comme lorsqu’on veut attraper
le soir à la campagne un pigeon qui vole dans le colombier. Mais je sais
qu’elle est là, qu’il faut écarter ses voiles. Le désert des pierres et
des pensées s’efface. J’annonce qu’il y a malgré les faux prophètes des
objets et des actes aussi naturels que les chevaux, qui sont situés
dans des temps et dans des lieux accessibles aux mouvements humains. Les
plus grandes ruses de ce que vous appelez votre âme ne sauraient même
les imiter. Ils rejettent aux fous que vous êtes ce qui n’est que
possible. Il va falloir par exemple manier des outils, s’occuper des
vivants, annuler les morts, connaître enfin nos corps, tuer nos ennemis,
inventer des objets, faire marcher des enfants, rire, apprendre le
monde.
L’action met en avant de bien autres complices que toutes vos
algèbres, des pouvoirs, des besoins, des possessions. Tout doit viser à
la conciliation de ces complices naturels dont vous essayez d’étouffer
les voix
avec beaucoup de ruses et de savantes précautions, sous toutes les
tentures de la bonne logique et de la sainte morale des affaires. Ils
sont plus faciles à aimer que vos récits de bourgeois et de traîtres ne
l’ont laissé entendre. Ils sont si près de nous que les langues ne
savent pas les nommer : ils n’ont pas encore intéressé les relations
humaines.
Avais-je besoin d’aller déterrer des vérités si ordinaires dans
des déserts tropicaux ? Je vis en rentrant que bien d’autres les avaient
vu passer dans le cœur de la Seine. Je ne regrette rien : elles
crevaient les yeux, elles se manifestaient dans une lumière si éclatante
que je suis assuré de ne jamais les perdre. Je fus trop près de ma fin,
pour les tenir pour des erreurs de jeunesse. Personne ne me fera croire
que la croissance explique tout.
Les chances que j’avais de les rencontrer dans les murs du
cinquième arrondissement me paraissent encore maigres. On s’apprêtait à
jeter sur moi tant de couvertures : j’aurais pu être un traître,
j’aurais pu étouffer.
XIII
Qu’on
ne me refasse plus le tableau séduisant des voyages poétiques et
sauveurs, avec leurs fonds marins, leurs monceaux de pays et leurs
personnages étrangement vêtus devant des forêts, des montagnes, des
cimes couvertes de neiges éternelles et des maisons de trente étages.
Je sais à quoi m’en tenir sur les départs dont on parlait en
France entre 1920 et 1927, images déteintes de la vieille mort
chrétienne au monde, renonciations au monde contre les promesses les
plus solennelles du bon dieu, qui parlait d’un recréation, de nouvelles
arènes
où toute la vie serait complètement restituée. Profusion de visions, de
surprises, d’incidents révélés. Abondance de divinité.
Et je suis retombé sur les gens qui m’avaient effrayé. C’est ce que veut dire l’expression retomber de Charybde en Scylla.
Récifs pour récifs, j’aime mieux la terre.
On pourrait tirer de là une raison sans cesse renaissante d’avoir peur et de faire éternellement le juif errant.
Mais je suis un Français paysan : j’aime les champs, j’aime même
un seul champ, je m’en contenterais pour le reste de mes jours pourvu
qu’il y passe des voisins, Je ne veux pas connaître l’absence d’espoir
des vagabonds : cela aussi j’ai su ce que c’était sur les côtes de la
Mer Rouge, de l’Océan Indien, dans le delta du Nil et ailleurs. Il
fallut de temps en temps me défendre des voyages en regardant Aden comme
mon champ, bien que cet effort fût un défi au bon sens.
Je rejette les navigations et les itinéraires. On a toujours
l’impression qu’on est debout au sommet de quelque chose, qu’on a autour
de soi de grandes pentes presque verticales au bas desquelles on
roulera, au bas desquelles on se perdra. Tout vous est arraché, les
escales arrivent, on descend sur des quais, on espère posséder une
ville, des habitants. Pensez-vous. Le bateau repart, vous avez, une fois
encore, perdu une place humaine, avec une belle occasion de rester
tranquille. C’est le vrai voyage, où l’on referme, comme un coupable
dans I’Hadès, ses bras étendus sur de la fumée de navires, des
brouillards de lumière. Le voyage est une suite de disparitions
irréparables.
Renonçons à conquérir des archipels désirables, producteurs de
pétrole et d’épices, où la poésie place de très hautes femmes debout
dans des robes de couleur, des sœurs d’Ariane ramassent les fruits de
mer et guettent
les descendances de Thésée. En 1926, j’ai entendu des gens de commerce
parler avec une émotion véritablement sincère de l’entrevue de Salomon
et de la reine de Saba, du royaume de Balkis et de la Côte des Aromates.
Ils croyaient que ces royaumes sont à leur porte, et se permettaient
d’espérer qu’un archéologue sensible aux éléments fantastiques de sa
science se mît à la recherche d’Ophir, « entre Aden et Dafar ».
Mais moi, je ne me condamnerai pas à l’enfer des voyages,
qu’Ariane meure en paix. Mes ennemis ne peuvent pas compter sur cette
naïveté de ma part.
Enfin on peut tirer des clartés profitables de cette proposition
rudimentaire que les hommes sont partout, même dans les capitales du
désert. J’ai fait bien des milles marins pour saisir pourquoi mes
compatriotes que je devais aimer me faisaient peur. Quelle simplicité,
il y a des femmes sensibles, des enfants, et même des hommes
respectables comme des médecins, des notaires, qui se promènent seuls la
nuit. Pour des quantités de raisons, profondes ou légères, qui ne me
regardent pas actuellement. Il peut leur arriver d’apercevoir un arbre,
un arbre qui n’est qu’un arbre, avec des branches et des feuilles, un
tronc, une écorce, un aubier, avec des nids, des oiseaux de nuit, et
peut-être une ombre, s’il y a de la lune. Ils peuvent le prendre pour un
spectre qui en veut à leur âme, ou un bandit qui va violer la femme,
voler l’homme, enlever l’enfant, ils peuvent fuir comme si un train
arrivait sur eux. Mais ils pourraient aller voir de près et savoir
qu’une branche déformée par la nuit n’est qu’une branche sur laquelle il
ne serait pas plus défendu de monter que sur une branche de jour.
J’ai fait tous mes détours pour retomber finalement sur la
branche qui m’avait fait si peur. Je veux dire que je retrouve les
ombres redoutables que je fuyais
et je vois que ce sont des hommes dont le nombre seul risque d’être
dangereux. Je les mesure de près, ils ont les mêmes dimensions et les
mêmes formes qu’en France. Mais la nuit qui les rendait redoutables,
cette nuit de légendes, de savoirs, de mots et de beaux arts est
dissipée par le soleil, qui dessèche jusqu’aux morts. Qu’ils sont de peu
de poids ! Qu’il m’est facile de saisir pourquoi je craignais d’être
pareil à eux !
Voilà le prix des escales. Il n’y a qu’une espèce valide des
voyages, qui est la marche vers les hommes. C’est le voyage d’Ulysse,
comme j’aurais dû savoir, si je n’avais pas fait mes humanités pour
rien. Et il se termine naturellement par le retour. Tout le prix du
voyage est dans son dernier jour.
Quant à la poésie, que les derniers éléments minéraux des voyages coulent dans l’oubli des mers.
L’espace ne contient aucun bien pour les hommes. Il y a des
écrivains qui parlent des leçons des paysages, ils font semblant de
croire que les pierres et le ciel se livrent à une mimique qui fait
d’eux des instituteurs. En échange les hommes peuvent imiter les
attitudes et les vertus morales d’une ville, d’un territoire, d’une zone
de végétation : sérénité, intelligence, grandeur, désespoir, volupté.
Mais les voyageurs sérieux ont fait peu de cas de cette
rhétorique : les voyages de Montaigne sont secs, ceux de Descartes sont
dénués de tout, à peine s’intéressent-ils aux hommes.
Un homme n’est pas un œil qui apprend ce qu’il regarde, une
oreille qui écoute. L’espace n’est pour rien dans les complications que
des siècles de culture ajoutent à ses diverses parties. Il ne dit mot,
il est prêt à tout ce que les hommes feront de lui. C’est un réceptacle,
une cire, il ne faut pas prendre des empreintes humaines pour des
propriétés de la cire vierge.
Quand on a dit qu’il y a des paysages où l’on crève de froid,
d’autres où l’on se dessèche de chaud, et qu’il n’est possible de vivre
facilement qu’entre les deux, il n’y a plus grand chose à ajouter sur la
poésie de la terre. Les territoires ne sont pas des associés, ni des
professeurs de morale, ni des missionnaires préchant ici l’ordre, là le
désordre : tout est en nous. Ils ne persuadent rien. Ce lyrisme est tout
à fait vide de matière.
Les hasards vous ramèneront seulement à l’ordre et au désordre
des troupeaux humains qui sont dans les paysages et vous serez forcés de
juger, d’aimer, de détester, de céder, de résister : l’homme attend
l’homme, c’est même sa seule occupation intelligente. Alors on ne
confondra pas le bien-être rural avec une communion, les mélanges de
couleurs avec les inspirations de la grâce efficace : il ne faut pas se
croire sauvé parce qu’on est heureux de voir des blés verts : les
familles qui descendent le dimanche à Nogent-sur-Marne épuisent tout ce
qui peut dans la nature émouvoir réellement un cœur.
Parlez-moi aussi longtemps que vous voudrez de ce que l’homme
fait sur ces scènes tournantes et il y a des chances pour que je vous
comprenne. Un jugement humain est seul intelligible, même s’il s’agit de
la terre : les paysages mélancoliques sont ceux où les enfants meurent
de faim, les paysages tragiques sont ceux que traversent des files de
gendarmes casqués et des convois de canons, les paysages exaltants ceux
où n’importe qui peut embrasser une femme sans trembler de froid ou de
peur. Je ne comprends que ceci, que les pays offrent des résistances
inégales aux désirs et à la joie. Si je peux vivre en homme dans les
quatre éléments, tout pays me sera bon : que je respire d’abord. L’amour
de la beauté pourra bien m’envahir lorsque je serai vieux. Mais vous me
faites rire avec vos
révélations naturelles et vos magasins de symboles. Pourquoi, sans
espoir dans le commerce humain, irais-je m’enfermer dans la nature, lui
accorder une confiance refusée aux vivants ? Un refus de l’amour, de
l’amitié, de la victoire, un parfait désespoir peuvent conclure par
cette retraite : cette sagesse qui ne comporte plus aucun espoir dans
l’homme est celle d’Épicure, lorsque tout paraissait condamné, ce héros
fit la part du feu. Pourquoi voulez-vous me voir absolument désespéré,
me livrant aux mouvements du ciel ? Je vous donnerai plus de fil à
retordre que vous ne pensez.
Quand j’eus saisi les hommes, je n’eus que le retour dans la
tête, impatient comme un cheval avec ses gros yeux noirs et ses pieds
anxieux. Je voyais mon temps se perdre, cette chose qui m’appartient.
Mais comme les hommes, je n’en suis pas riche : je mourrai. L’isolement
où j’étais m’interdisait toute action efficace, toute lutte, qui eût été
d’un poids dérisoire dans une ville qui n’était qu’un reflet simplifié
des villes de l’Occident. Je soupçonnais aussi qu’en Europe je ne serais
pas si seul.
L’Europe, une souche qui a laissé tomber un peu partout des
racines adventives comme un figuier banyan : attaquons la souche
d’abord.
XIV
Trop
lentement au gré de mon impatience, je reviens. J’allais dire, je
remonte, nous croyons penser à l’univers, nous ne pensons qu’aux cartes
et, pour aller du sud au nord on lit la mappemonde de bas en haut. Dans
le ciel cela ne veut rien dire. Le nord est dans tous les sens.
C’est encore un voyage freiné tous les jours par les
vents,
les embarquements et les débarquements de marchandises. Entre Massaouah
et Djeddah il faut marcher contre une tempête aveuglante et blanche au
milieu des brûlures de l’air remué, la vitesse descend à cinq nœuds, je
mange des bananes de Chine, cadeaux d’un marchand arabe de Hodeidah, je
sens l’odeur des moutons dans la cale, je suis ivre d’impatience et de
fureur, va-t-on lancer jusqu’aux vents contre moi ?
Les villes à moitié enfouies sous les sables, tassées derrière
les lignes de madrépores font des signaux d’appel aussitôt annulés.
C’est un film horrible de promptitude et d’éclipses qui laisse des
souvenirs consumés.
Zeilah est l’un des ports de la côte britannique des Somalis. On
dit qu’elle fut aussi un port de la reine de Saba. Elle est bâtie à
soixante milles environ vers le sud est de Djibouti.
Ce n’est qu’une bourgade qui dépasse le niveau de la mer comme un
radeau : du pont des navires, c’est une sorte de mirage usé : ce n’est
point une de ces hautes apparitions de soleil qui dominent la plaine des
eaux à la façon de grandes galères couvertes de pavillons, de
clochetons, de mâts, mais une image érodée par le sable, les vents et le
soleil.
Comme la haute mer est séparée du rivage visible par un de ces
hauts fonds insidieux dont on suit les détours sur les instructions
nautiques, les bateaux restent au large : les passagers descendent
d’abord sur un petit boutre indigène penché sur l’eau même si le vent ne
souffle pas, avec ces marins noirs accroupis à l’avant, impatients de
toucher la côte de leurs mains. Puis le boutre racle le fond. On est
porté dans une chaise par deux grands Somalis qui débrouillent les
couloirs du fond comme un écheveau familier. De jeunes garçons courent
et la mer jaillit, ils crient douchés
par l’eau de cuivre qui ruisselle sur leur peau de ce beau noir à
reflets rouges du pays. Leurs cris qui filent vers le ciel ne retombent
plus.
Le sol est comme un mortier de poissons morts : chaque pas écrase
des arêtes, des coquilles, soulève une poussière mêlée d’écailles.
Un cri d’enfant, une querelle de vieille femme, un bêlement de
mouton qu’on égorge derrière un muron, nul bruit de pas, nul chuintement
de feuilles, pas de chants, de disputes, un silence sans frontières,
tombe du ciel comme une pluie de cendres lancées par un volcan plus
lointain qu’un appel d’alouette.
On voit des groupes dormir sur des places vides. Dans dés pièces
blanches démeublées, des commerçants désœuvrés achètent et vendent
quelques peaux. Ils fument ces cigarettes à l’Éléphant, aux Ciseaux, que
Wills fabrique pour les gens de couleur, et qu’un blanc ne fume pas.
Les hommes de Zeilah se nourrissent-ils de pierres ? Se sentent-ils
oubliés au bord de leur désert ? Vivent-ils sous la terre pour habituer
leurs corps au grand poids de la mort ?
À Hodeidah, dans les entrepôts, à l’extrémité de longs couloirs,
derrière des vantaux travaillés, sont effondrées les collines
verdoyantes de café où, comme dans un bain froid les membres perdraient
leur sueur. Les petites juives descendues de leurs montagnes de Sana
trient ce café. Elles sont couvertes de toiles bleues et passées, elles
mordent dans le vent du désert le bout mouillé d’une étoffe rouge et
noire. Sous leur crasse, qu’elles pourraient inspirer de désir, faute de
temps ces désirs se désagrègent au soleil.
On est en avril : c’est le moment où les pèlerins montent vers
Yembo et Djeddah, ports de Médine et de la Mecque. On croise du côté de
Loheyah des transports chargés de gens de la Malaisie et de l’Inde qui
voient la sainteté au bout de leur voyage. Ils possèdent des suites
d’enfants à bonnets dorés, des malles de métal peintes à fleurs, des
parapluies de coton. Il leur faut du loisir pour attendre le bon plaisir
des quarantaines, des bureaux, des douanes, des médecins égyptiens à la
politesse sifflante. Assemblés sous les hangars en plein vent des ports
ils monnayent des fortunes de patience. Au milieu de Djeddah pleine de
pans de murs écroulés, d’amoncellements de gravats et de déblais, du
côté du tombeau de la Grand’Mère et de la porte de la Mecque attendent
pareillement les caravanes de chameaux tout chargés et les Fords
sordides qui datent des premières comédies de Mac Sennett. Tout est
espoir dans une torpeur de maladie. Les pèlerins endurent tout, les
brutalités, les délais, les vols des entrepreneurs de pèlerinage. Il
manque les bidons bleus, les Bernadettes de plâtre, les médailles de la
Vierge, les polytechniciens brancardiers, on se croirait à Lourdes.
Des drapeaux pendent comme des peaux le long des hampes, ce sont
les pavillons des consulats d’Europe, des pays qui possèdent des sujets
musulmans. On pense à une Genève de l’Islam : le drapeau rouge des
Soviets accepte pour une fois la compagnie meurtrière de l’Union Jack.
Cependant les consuls dorment derrière leurs balcons fermés et ajourés
dans tous les coins de cette ville sans glace où le sirop de violettes a
la température d’une potion.
Dans le port, entre deux rangées de coraux, le yacht blanc du roi Ibn Séoud achève de rouiller sur une eau de sulfate de cuivre.
Patience, sommeil sont les deux mots de passe de ces terres
inconsolables décorées de merveilles sinistres et d’hommes de mauvais
augure. Un poème arabe fait dire à l’Arabe : « Je suis le fils de la
patience ». Cet Orient sèche au soleil comme les poissons échoués, comme
les morts dans l’air sans germes du désert. C’est une corruption
stérile. Des habitants dont le nombre paraît immense au milieu de ces
solitudes minérales remuent faiblement. Conduits par des activités dont
le sens s’est complètement évaporé, ils se laissent couler vers la mort,
assis sur des pierres tombées de leurs maisons. Ils sont dans une
espèce de béatitude muette dont ils sortent pour parler à toute vitesse,
pour signer de moment en moment des papiers de commerce.
Un Européen n’arrive pas à séparer, dans les idées qu’il peut
former de la vie, les gestes humains des apparitions rafraîchissantes
des végétaux, des rivières et des machines. Une inquiétude que les
meilleures raisons ne sauraient dissiper saisit ce petit-fils de paysans
et d’artisans devant une existence consacrée à des tâches inexplicables
qui ne se mesurent pas en dernier ressort à la croissance d’une
moisson, à la production d’un outil, devant des loisirs qui ne
comportent pas normalement la marche dans un jardin.
De sa vie à celle des plantes le plus facile et le plus constant
des échanges est institué : le mouvement des saisons qui n’ont pour lui
qu’une réalité végétale lui sert de repères. Ses divertissements, ses
repos sont saisonniers, ses fêtes religieuses mêmes. Il connaît des
travaux et des plaisirs pour les quatre saisons. L’habitant des villes
n’est pas exclu de ces lois, il lui suffit de voir les feuilles des
marronniers, pousser, les cerises paraître chez les fruitiers. Il sait
dominer les forces modestes de ses climats : il entretient donc
l’illusion d’une nature docile et peut-être complice, assujettie à ses
propres destins. Sur les bandeaux tempérés de la terre, il se croit
libre parce qu’il triomphe.
L’Européen est encore mécanicien. L’invention, l’usage et
l’intelligence des instruments, des machines occupent les heures qui ne
sont pas rattachées finalement
à un sol capable de productions. Chacune de ces opérations lui prouve
aussi son pouvoir. Il ne forme aucune idée naturelle de la fatalité. Ces
gestes pourront encore sauver les gens d’Europe.
Mais sur les zones du désert, les hommes n’entretiennent que des
rapports mystérieux ou trop simples avec une terre qui ne participe pas
aux générations utiles à la vie. Elle est un espace pour des marches
uniformes, un objet pour une contemplation monotone. Entre la presqu’île
du Sinaï et l’île de Socotora, il faut accepter une nature où les
hommes sont véritablement étranges : ils n’y peuvent rien, leurs
souhaits, leurs désirs n’ébranlent pas la permanence du désert. Les
incidents du climat, les tempêtes de sable, les orages prennent une
violence telle qu’elle exclut toute tentative humaine de résistance ou
d’utilisation. Par excès de vent, faute de blé, faute de rivières on ne
trouve pas de moulins. Sur cette impuissance se fonde la croyance dans
la fatalité. Un homme qui peut en même temps aimer une chute d’eau et
monter sur elle une turbine ne croira jamais que toutes choses sont
écrites.
Alors ces villes perdues communiquent une sorte de maladie de la
paresse. Reniées, oubliées, elles se consument, la vie prend les
déguisements de la mort. Ne parlez pas aux gens de l’Europe du kief, du
nirvana. Ils vous diront de laisser les morts tranquilles.
La Méditerranée finit par reparaître, peuplées de tous les noyés antiques.
Le cercle bouclé, je vis un matin le château d’If, et devant des
collines blanches, Notre-Dame de la Garde. J’étais servi : les premiers
emblèmes venus à ma rencontre étaient justement les deux objets les plus
révoltants de la terre : une église, une prison.