lunedì 6 aprile 2026

Nel nome del padre

Franca Bruera
Paul Nizan, nel nome del padre, profilo d'un traditore della propria classe

il manifesto, 5 aprile 2026

Quando nel 1933 Paul Nizan pubblicò il suo primo romanzo Antoine Bloyé, la sua postura d’autore engagé si era già da qualche tempo configurata attraverso articoli apparsi per lo più su riviste marxiste, nonché nei due saggi di forte impianto polemico, Aden Arabie (1931) e I cani da guardia (1932). «Fratello di sinistra di Breton, di Drieu, persino di Céline», come ricordava Rossana Rossanda nel corposo e stimolante saggio che accompagna la prima edizione italiana dei Cani da guardia (1970, La Nuova Italia), nel 1927 Nizan era confluito nel Partito comunista francese insieme ai filosofi Georges Politzer e Henri Lefebre d’un lato, e ai giovani surrealisti André Breton, Louis Aragon e Paul Eluard. Diversamente da loro, che ben presto avrebbero preso le distanze dal partito, Nizan scelse la strada dell’adesione incondizionata (fino alle sue dimissioni del settembre 1939). Nel quadro di un impegno che intendeva come dispositivo di formazione e di disciplina etico-politica, la denuncia del colonialismo di Aden Arabie e la polemica serrata contro l’attività filosofica del suo tempo nelle pagine dei Cani da guardia si configuravano come autentici strumenti di lotta intellettuale e politica. «I giovani che debuttano nella filosofia  – scriveva – si accontenteranno ancora per molto di lavorare contro gli uomini»?

Per Nizan era fondamentale prendere le distanze da ogni forma di pensiero che riducesse l’uomo alla sola dimensione borghese, negandone la complessità storica e sociale. E la sua esperienza di transfuga di classe lo autorizzava in qualche modo a sferrare un  attacco virulento alle filosofie tradizionali, che tendevano a presentare come universali valori in realtà storicamente situati e legati agli interessi della borghesia.

Percorrendo retrospettivamente le proprie origini e collocandole simbolicamente nel campo dei dominati, Paul Nizan, che proveniva da un ambiente borghese, aveva scelto consapevolmente – di schierarsi contro di esso. È in questa prospettiva che prende forma Antoine Bloyé, esempio paradigmatico della tensione simultanea tra tentazione autobiografica, impegno politico e riflessione ideologica. La recente edizione italiana (traduzione di Danilo Cainelli, Ago edizioni, pp. 430, € 22,00) arricchita dall’articolo di Goffredo Fofi Paul Nizan: l’antiborghese e da un’accurata prefazione di Massimo Raffaeli, restituisce con efficacia la complessità di un’opera in cui il percorso finzionale del protagonista si intreccia con un’ampia riflessione sulla condizione storico-sociale del proletariato e della borghesia tra Ottocento e Novecento e con l’implicito richiamo dell’autore alla propria figura paterna, evidenziando, in filigrana, le tensioni e i conflitti che ne hanno plasmato l’esperienza di rinnegamento del suo ceto.

Il romanzo racconta la storia di Antoine, giovane di origini proletarie che, grazie alle sue capacità intellettuali, riesce a lasciare il proprio ambiente d’origine per entrare nel mondo borghese. Ed è proprio questa ascesa a costituire il cuore del racconto, che tra ambizioni personali e legami con le proprie radici, traccia il progressivo processo di alienazione del personaggio, che arriverà a non riconoscersi più nella propria identità, nei propri valori e nella propria provenienza. Antoine vivrà una completa perdita di sé fino alla fine della sua vita, morto «imprigionato nel suo io», come osserva Massimo Raffaeli, «nell’angustia del provincialismo piccolo-borghese che a lungo lo ha allettato».

Il racconto si configura come una ricostruzione retrospettiva condotta dal figlio di Antoine Bloyé e si apre significativamente con la descrizione dei funerali del protagonista: un incipit che, sottraendo al testo ogni effetto di suspense, coniuga il percorso di crescita e maturazione del personaggio alla forma narrativa dell’inchiesta. La narrazione biografica che racconta la vita e le emozioni di Antoine Bloyé, tipico del romanzo di formazione, si coniuga infatti con una molteplicità di altri piani discorsivi dando vita a una scrittura ibrida che tiene assieme elementi letterari, sociologici, storici e politici. Passaggi dedicati allo sviluppo economico delle città industriali francesi si alternano a rilevazioni quantitative sull’economia capitalista, a informazioni sulla distribuzione delle imprese in Francia, a considerazioni sulle trasformazioni della vita cittadina e rurale nel quadro dell’espansione del capitalismo: un intreccio di osservazione sociale e racconto individuale di taglio marxista che riflette l’intento di Nizan di situare l’esperienza personale del protagonista all’interno delle condizioni materiali e storiche della società francese dell’epoca.

Il motivo del tradimento, sia ideologico sia di classe, costituisce il filo conduttore di Antoine Bloyé, incarnato nel protagonista che si autodefinisce «traditore» per la sua complicità con la borghesia antagonista della classe operaia. Attraverso questa figura Nizan realizza una personaggio letterario costruito sull’immagine del padre, integrando esperienza personale e riflessione sociale.

Didier Eribon, in  La Società come verdetto (l’Orma, 2025) ha proposto un’analisi attenta del romanzo accentuandone la dimensione autobiografica e chiamando in causa nella sua prosa caustica il ruolo fondante della figura paterna, il cui passaggio da operaio a ingegnere era stato determinante per permettere al figlio di intraprendere un percorso di studi culminato all’École normale supérieure, in compagnia di Jean-Paul Sartre e Raymond Aron. Nizan ha avvertito la necessità di indagare le origini del malessere profondo generato da questa condizione che, secondo la sua prospettiva di lettura convintamente marxista, si radica nel tradimento di classe e nella complessità dei legami sociali che plasmano l’esperienza individuale. Ben prima di Eribon, Sartre aveva già individuato la centralità del rapporto tra Nizan e il padre nella genesi di Antoine Bloyé, di cui aveva parlato nella lunga prefazione all’edizione di Aden Arabie del 1960. L’analisi di questa relazione permetteva di restituire allo scrittore la dignità intellettuale e morale dopo anni di diffamazioni alimentate a seguito delle sue dimissioni dal Pcf nel 1939. Le accuse lo dipingevano come traditore, come spia, interpretando il tema del tradimento, così centrale nei suoi scritti, come una prova della sua presunta colpevolezza. Louis Aragon, nei Comunisti, l’aveva ritratto nel personaggio di Patrice Orfilat, traditore trotskista, riflettendo la posizione ufficiale del partito. «L’annientamento del compagno Nizan – scriveva Sartre – era stato deciso». E nonostante una pallottola lo avesse colpito alla nuca in guerra, causandone la morte a soli 35 anni durante l’offensiva tedesca a Dunkerque, questa eliminazione, concludeva Sartre, «non soddisfaceva nessuno: non bastava che avesse cessato di vivere, bisognava che non fosse mai esistito».


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