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domenica 29 giugno 2025

L'avvento dello strutturalismo

 


Michel Onfray
Teoria della dittatura
traduzione di Michele Zaffarano
Ponte alle Grazie, Milano 2020

Il Sessantotto segna la fine del dominio gollista-comunista e la sua sostituzione con il tandem liberal-libertario. Prima del Sessantotto, la filosofia era globalmente marxista; dopo il Sessantotto, diventerà strutturalista e decostruzionista. La formula marxista filosovietica viene insomma sostituita da una formula neoliberale e atlantista. Volendo parlare per personaggi: il Sartre normalista che lasciava de Gaulle di stucco con la sua Critica della ragione dialettica (1962) cede il posto a un altro normalista, Bernard-Henri Lévy , autore di un libro come La barbarie dal volto umano (1977) che così tanto rallegra Valéry Giscard d'Estaing...

Lo strutturalismo è una delle metamorfosi del platonismo, un pensiero cioè che considera l'idea più vera della realtà. Parliamo della tabula rasa di Barthes in materia di linguistica e di linguaggio, di quella di Lévi-Strauss in ambito antropologico, di quella di Lacan sul terreno della psicologia, di quella di Althusser nel settore della storia, di quella di Derrida nel campo della verità, di quella di Foucault nella sfera della sessualità, di quella di Deleuze per quanto riguarda la razionalità.

Il materialismo dialettico sfuma a favore di un nichilismo decostruzionista. Ecco che si scopre che la lingua è fascista, che la civiltà giudaico-cristiana viene messa ai margini, che il soggetto cosciente scompare sotto l'inconscio letterario, che le masse e il proletariato non fanno più la storia, che la verità di ognuno si trasforma nella verità tout court, che la marginalità sessuale diventa norma e che lo schizofrenico viene assunto a prototipo della ragion pura.

Sono, queste, alcune delle linee di forza del gauchismo culturale in cui viviamo grazie al post-Sessantotto. E quali sono gli articoli di fede di questo gauchismo? Distruggere il linguaggio, fallocratico portatore degli stereotipi di classe e di genere; accelerare il processo del crollo della civiltà giudaico-cristiana e celebrare qualsiasi cosa contribuisca alla sua perdita; negare la natura umana, la biologia, l'anatomia e la fisiologia in nome di un corpo concettuale che viene decretato più vero del corpo reale; abolire la libertà, la scelta e la responsabilità individuale in nome dei determinismi sociali e sociologici; offrire alle minoranze razziali, sessuali, culturali e religiose il ruolo di autori avanguardisti della Storia; smantellare una volta per tutte la verità una e unica a tutto vantaggio di un prospettivismo in cui ogni cosa vale qualsiasi altra cosa; mandare in frantumi l'immagine patriarcale della coppia monogama a profitto della meccanica raggelata di concatenazioni egotistiche; mettere in causa la ragione ragionevole e ragionante e ratificare il discorso del metodo del pazzo.

L'ideologia strutturalista soddisfa gli Stati Uniti. È del resto proprio negli USA che questo pensiero si trasforma in French Theory! Il pensiero sessantottino soddisfa lo Zio Tom perché è critico nei confronti del blocco sovietico - che comunque scompare nel 1991... Aureolato del prestigio ottenuto in un paio di campus oltreoceano, questo pensiero rientra in Francia dopo aver vinto una guerra ridicolmente inconsistente. A importare non sono tanto i giochi verbali della teoria francese, quanto il fatto che quest'ultima è capace di sviare dal marxismo culturale, dal comunismo politico, dalla rivoluzione proletaria e dalla minaccia sovietica: è tutto quello che le si chiede.









sabato 4 gennaio 2025

Vattimo postmoderno




Pier Francesco StagiGianni Vattimo (1936-2023). In memoriam, in Nuovo giornale di filosofia della religione, n. 2, 2022, Università di Urbino


Ricordando Gianni Vattimo, non si può fare a meno di mescolare filosofia e memoria, pensiero e vita, perché Vattimo fece fin da giovane della sua vita la ragione della sua ispirazione filosofica. Il primo ricordo che ho di Vattimo risale al 1992, quando entrando nel suo studio a Palazzo Nuovo all'Università di Torino, si poteva notare dietro alla sua scrivania un grande poster, Top of the World, dove erano rappresentate le 10 montagne più alte del mondo; dietro alla passione tutta piemontese per la montagna e le scalate, c'era una indubbia ironia, rivolta al fatto che proprio in quegli anni Vattimo era asceso a una fama internazionale, tale da poter essere annoverato tra i più significativi filosofi internazionali. Fuori dalle beghe di scuola italiane, era negli Stati Uniti e in Francia considerato un maître à penser a livello dei grandi maestri dell'epoca, Derrida, Ricoeur, Rorty, Putnam, così come lo sarà in seguito  nell'America Latina; meno in Germania, dove l'ermeneutica era legata alla declinazione fenomenologica, che ne aveva dato Gadamer e che era lontana dall'ermeneutica vattimiana, che si presentava come una forma di dissoluzione postmetafisica della verità (Esistenza, storia e linguaggio in Heidegger,1963;  Schleiermacher, filosofo dell'interpretazione, 1968; Introduzione ad Heidegger, 1971). [...]

Il Vattimo noto ed apprezzato negli Stati Uniti e in Francia era una variante "debole", più
urbana, della decostruzione derridiana, una sua forma più classica e comprensibile, meno 
presa dalle acrobazie verbali del filosofo francese (
Il soggetto e la maschera, 1974; Le avventure della differenza, 1980; Il pensiero debole, 1983). 




Postmodernism, Stanford Encyclopaedia of Philosophy, 2015 (2005)

Hermeneutics, the science of textual interpretation, also plays a role in postmodern philosophy. Unlike deconstruction, which focuses upon the functional structures of a text, hermeneutics seeks to arrive at an agreement or consensus as to what the text means, or is about. Gianni Vattimo formulates a postmodern hermeneutics in The End of Modernity (1985, in English 1988 [1985]), where he distinguishes himself from his Parisian counterparts by posing the question of post-modernity as a matter for ontological hermeneutics. Instead of calling for experimentation with counter-strategies and functional structures, he sees the heterogeneity and diversity in our experience of the world as a hermeneutical problem to be solved by developing a sense continuity between the present and the past. This continuity is to be a unity of meaning rather than the repetition of a functional structure, and the meaning is ontological. In this respect, Vattimo's project is an extension of Heidegger's inquiries into the meaning of being. However, where Heidegger situates Nietzsche within the limits of metaphysics, Vattimo joins Heidegger's ontological hermeneutics with Nietzsche's attempt to think beyond nihilism and historicism with his concept of eternal return. The result, says Vattimo, is a certain distortion of Heidegger's reading of Nietzsche, allowing Heidegger and Nietzsche to be interpreted through one another (Vattimo 1988 [1985], 176). This is a significant point of difference between Vattimo and the French postmodernists, who read Nietzsche against Heidegger, and prefer Nietzsche's textual strategies over Heidegger's pursuit of the meaning of being.

On Vattimo's account, Nietzsche and Heidegger can be brought together under the common theme of overcoming. Where Nietzsche announces the overcoming of nihilism through the active nihilism of the eternal return, Heidegger proposes to overcome metaphysics through a non-metaphysical experience of being. In both cases, he argues, what is to be overcome is modernity, characterized by the image that philosophy and science are progressive developments in which thought and knowledge increasingly appropriate their own origins and foundations. Overcoming modernity, however, cannot mean progressing into a new historical phase. As Vattimo observes: “Both philosophers find themselves obliged, on the one hand, to take up a critical distance from Western thought insofar as it is foundational; on the other hand, however, they find themselves unable to criticize Western thought in the name of another, and truer, foundation” (Vattimo 1988 [1985], 2). Overcoming modernity must therefore mean a Verwindung, in the sense of twisting or distorting modernity itself, rather than an Überwindung or progression beyond it.

While Vattimo takes post-modernity as a new turn in modernity, it entails the dissolution of the category of the new in the historical sense, which means the end of universal history. “While the notion of historicity has become ever more problematic for theory,” he says, “at the same time for historiography and its own methodological self-awareness the idea of history as a unitary process is rapidly dissolving” (Vattimo 1988 [1985], 6). This does not mean historical change ceases to occur, but that its unitary development is no longer conceivable, so only local histories are possible. The de-historicization of experience has been accelerated by technology, especially television, says Vattimo, so that “everything tends to flatten out at the level of contemporaneity and simultaneity” (Vattimo 1988 [1985], 10). As a result, we no longer experience a strong sense of teleology in worldly events, but, instead, we are confronted with a manifold of differences and partial teleologies that can only be judged aesthetically. The truth of postmodern experience is therefore best realized in art and rhetoric.

The Nietzschean sense of overcoming modernity is “to dissolve modernity through a radicalization of its own innate tendencies,” says Vattimo (Vattimo 1988 [1985], 166). These include the production of “the new” as a value and the drive for critical overcoming in the sense of appropriating foundations and origins. In this respect, however, Nietzsche shows that modernity results in nihilism: all values, including “truth” and “the new,” collapse under critical appropriation. The way out of this collapse is the moment of eternal recurrence, when we affirm the necessity of error in the absence of foundations. Vattimo also finds this new attitude toward modernity in Heidegger's sense of overcoming metaphysics, insofar as he suggests that overcoming the enframing lies with the possibility of a turn within the enframing itself. Such a turn would mean deepening and distorting the technological essence, not destroying it or leaving it behind. Furthermore, this would be the meaning of being, understood as the history of interpretation (as “weak” being) instead of a grounding truth, and the hermeneutics of being would be a distorted historicism. Unlike traditional hermeneutics, Vattimo argues that reconstructing the continuity of contemporary experience cannot be accomplished without unifying art and rhetoric with information from the sciences, and this requires philosophy “to propose a ‘rhetorically persuasive’, unified view of the world, which includes in itself traces, residues, or isolated elements of scientific knowledge” (Vattimo 1988 [1985], 179). Vattimo's philosophy is therefore the project of a postmodern hermeneutics, in contrast to the Parisian thinkers who do not concern themselves with meaning or history as continuous unities.

sabato 6 dicembre 2014

Paul Valéry sulla vivacità impura di Stendhal

Alfonso Berardinelli
Il puro Valéry vedeva in Stendhal vaudeville e operetta
Il Foglio, 6 dicembre 2014


Stendhal, tutt'altro che puro, appassionò Valéry fino a fargli perdere la bussola con cui amava orientarsi nei propri pensieri e nelle proprie emozioni. Così, "vivace e brillante" nella sua "incantevole caricatura" della vita sociale e politica della Francia di Luigi Filippo, Stendhal tende al "vaudeville". Anche La certosa di Parma, osserva Valéry, ogni tanto fa pensare all'operetta, cosa di cui non ci si deve scandalizzare: "Appassionato di opera buffa, probabilmente Stendhal andava pazzo per i romanzi brevi di Voltaire, imperiture meraviglie di leggerezza, abilità e diabolica fantasia. In quelle opere veloci e crudeli in cui la satira, l'opera lirica, il pamphlet, l'ideologia si mischiano insieme in un ritmo infernale, in quelle favole che costituirono gli scandalosi piaceri della fine del regno di Luigi XV" si sentono già le operette immancabilmente allegre di un secolo dopo.
Per fortuna Stendhal conservò sempre ciò che aveva ricevuto dal Settecento, il secolo in cui era nato, cioè "il dono inestimabile della vivacità. La greve prepotenza e la noia non conobbero mai un avversario più pronto di lui (...) Si sarebbe divertito (e in fondo lusingato) se gli avessero fatto intravedere, come in una boccia di vetro, tutto il suo avvenire accademico (...) avrebbe visto le sue formule diventare tesi, le sue manie trasformarsi in precetti, le sue battute trasformarsi in teorie, sistemi dottrinali nascere da lui e infiniti commenti essere dedotti dalle sue brevi massime (...) Ne è nato tutto il contrario di quello che lui era, il contrario della sua libertà, della sua fantasia, del suo gusto dell'opposizione".
Quando leggo queste cose (o le grandi satire anticulturali di Molière) non riesco a non pensare alla noiosa pedanteria e a tutto quel prepotente teorizzare su tutto, a quella mania di costruire castelli filosofici e imbastire analisi semiologiche a tappeto su ogni autore che si diffuse come un'epidemia nella cultura francese tra Lacan, Barthes, Foucault, Derrida, Baudrillard e anche il sociologo Bourdieu: tutto uno "spirito di sistema che ha fatto del francese colto una lingua da laboratorio. 



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Dans Variété II, Paul Valéry écrit : « Ses motifs favoris, Napoléon, l'amour, l'énergie, le bonheur, ont engendré des volumes d'exégèses. Des philosophes s'y sont mis. [...] Une sorte d'idolâtrie naïve et naïvement mystérieuse vénère le nom et les reliques de ce briseur d'idoles. [...] Tout le contraire de lui-même, de sa liberté, de son caprice, de son goût de l'opposition est né de lui. »



lunedì 4 marzo 2013

Non c'è vigore senza fede e coraggio

Sì, capisco, la fede non fa parte del vocabolario a cui siamo abituati. Esiste da ultimo la visione che ha preso il posto della teoria, e sono poi la stessa cosa, più o meno. Ma la fede, che c'entra? C'entra, perché, in un mondo in rapido mutamento, sei portato a fronteggiare altre coscienze, altri modi di essere, che non puoi né trascurare del tutto né incorporare come se nulla fosse. Sono coscienze e modi di essere che danno uno scossone alle tue certezze, vere o presunte. E allora devi sapere prima di tutto chi sei, avere una buona dose di fermezza ontologica. Insomma avere la fede, per usare un linguaggio di tipo religioso. Una cosa che il partito democratico non ha mai avuto in misura sufficiente, se è vero che ancora oggi, 4 marzo 2013, Ilvo Diamanti può scrivere: "Il centrosinistra, per ricominciare, non deve guardare gli altri, non deve guardare indietro. E neppure avanti. Deve guardarsi dentro" (L'illusione del Cavaliere e la "rismonta" del Pd, la Repubblica).  Che poi non vuol dire affondare nelle tenebre dell'introspezione, ma provare a rileggere il mondo a partire da una chiara idea di se stessi.
E qui veniamo a quanto ha scritto Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera di oggi:
"Senza vigore non si campa e non si vince. E se uno non ce l'ha, non se lo può dare. [...] senza vigore nessun soggetto può pensare di affrontare il travaglio del "riposizionamento", unica strategia per sopravvivere e riprendere a crescere. Per riposizionarsi serve anzitutto intelligente conoscenza e accettazione della realtà, anche quando essa a prima vista non piace; e serve soprattutto cambiare, differire da se stessi, "esporsi all'altro della vita" come dice Derrida".
Poi De Rita dice anche un'altra cosa su cui non sarei tanto d'accordo. Dice: "E' la realtà in essere che è costituente, non i pensieri, le tradizioni, gli interessi, le identità di cui molti di noi fanno ritenzione securizzante". Non esageriamo. La realtà richiede una lettura, e per leggere ci vuole un lettore, insomma non si può fare a meno di un soggetto e di una coscienza soggettiva. E allora si torna al tema della fede, dell'ubi consistam, accennato in apertura.
Certo se il soggetto chiamato a interpretare il mondo non si sa aprire, e prima ancora non sa rimettersi in discussione, non c'è lettura che tenga, il mondo viene riportato sempre allo stesso ordine di categorie mentali, il gatto si morde la coda. Per questo in un post precedente avevo richiamato la metis greca, che ha a che vedere con la saggezza orientale. Bisogna avere il coraggio di lasciarsi andare senza avere troppa fretta di tornare in noi stessi: la metis (“fiuto”) è la capacità di trarre vantaggio dalle circostanze, di «scoprire i fattori “portanti” in seno alla situazione per lasciarsi trasportare da essi» (François Jullien, Ripensare l'efficacia in Cina e in Occidente, Laterza 2008, p. 15). Questo richiede prima ancora che vigore, fede e coraggio. Non bisogna aver paura di perdersi. Solo chi ha rischiato di perdersi ha la possibilità di ritrovarsi in una posizione più adeguata alla realtà che lo circonda.

giovanni carpinelli