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martedì 7 luglio 2026

Graham Greene e la spia

 

scrittori e spie, amicizie e misteri

Guerra fredda. Un acuto saggio di Robert Verkaik cerca di indagare l’ambigua amicizia che legò sempre lo scrittore Graham Greene e la celebre spia Kim Philby, che dall’Inghilterra passò con i sovietici

Federico Varese
Il Sole 24ore, 7 luglio 2026

Che cosa può legare per quasi mezzo secolo uno dei più grandi romanzieri inglesi del Novecento e il più celebre traditore della storia dello spionaggio britannico? È questa la domanda che si pone Robert Verkaik in The Writer and the Traitor, un elegante esercizio narrativo che mette in parallelo due vite destinate a intrecciarsi per tutta la Guerra fredda: quelle di Graham Greene e Kim Philby.

Philby, uno dei “Cambridge Five”, fu un funzionario dei servizi segreti britannici dal 1940 al 1951, per poi scappare a Mosca nel 1963. Diverse opere del Novecento sono state ispirate, direttamente o indirettamente, dal suo tradimento: La talpa (1974) di John le Carré, Il fattore umano (1978) di Graham Greene e, forse, Il terzo uomo (1949), oltre a Il quarto protocollo (1984) di Frederick Forsyth. Meno noto è che Greene, collega di Philby nell’MI6 (il servizio segreto estero) durante la Seconda guerra mondiale, continuò a frequentarlo e a difenderlo anche dopo il suo smascheramento. Scrisse una prefazione sorprendentemente affettuosa al libro di memorie di Philby, My Silent War (1968), e andò a trovarlo più volte a Mosca. Per quale motivo Greene rimase fedele all’amico è il mistero che Verkaik cerca di svelare.

Greene e Philby avevano molto in comune. Entrambi furono profondamente segnati dall’esperienza delle public schools. Greene fu vittima di bullismo a Berkhamsted, la scuola diretta dal padre, e rimase segnato dal tradimento di quello che considerava il suo migliore amico. Philby entrò alla Westminster School grazie a una borsa di studio, non appartenendo al mondo privilegiato della maggior parte dei suoi compagni. Da studenti universitari furono entrambi attratti dal comunismo; entrambi lavorarono per The Times; nutrirono una passione per il rischio e condussero una vita sentimentale tumultuosa, costellata di amanti, rapporti mercenari e divorzi. La doppia vita era per loro un’abitudine consumata prima di entrare a far parte del Servizio Segreto di Sua Maestà.

Greene conobbe Philby nel 1943, quando andò a lavorare nella Sezione V dell’MI6, dove Philby era il capo ufficio. Verkaik lascia intendere che Greene sospettasse del doppio gioco di Philby già nel 1944, alla vigilia dello sbarco in Normandia. Per questo motivo si sarebbe dimesso all’improvviso e avrebbe poi cercato di avvertire Philby che era prossimo ad essere identificato come il “terzo uomo” del trio che comprendeva anche Guy Burgess e Donald Maclean, fuggiti a Mosca nel 1951. Lo strumento scelto dallo scrittore sarebbe stato niente di meno che il film Il terzo uomo, sceneggiato da Greene, diretto da Carol Reed e interpretato da Orson Welles e Alida Valli.

Pur avendo accesso agli archivi da poco aperti dei servizi di informazione, lo stesso Verkaik ammette che non vi siano prove che Greene sospettasse di Philby nel 1944. Alcuni capitoli del libro raccontano la genesi del film Il terzo uomo, girato a Vienna nel 1949. Durante i viaggi preparatori per il film, Greene incontrò una spia sovietica, Peter Smolka, che aveva conosciuto Philby quando questi era stato nella capitale austriaca nel 1934. Sembra che Smolka abbia fornito allo sceneggiatore l’idea centrale della trama di quello che diventerà il film noir per eccellenza. Eppure Vienna non fu scelta per alludere a Philby, bensì per iniziativa del produttore Alexander Korda; ed è del tutto implausibile che Greene avesse bisogno di un film per avvertire l’amico. Durante una pausa delle riprese, lo scrittore tenne persino una conferenza a Bruxelles nella quale mise apertamente in guardia l’Occidente dal pericolo stalinista. Nella novella, il racket criminale di Harry Lime è paragonato a uno «Stato totalitario», mentre i sovietici sono descritti in termini tutt’altro che benevoli.

Nonostante le due ipotesi principali di Verkaik rimangano tali, tra le pagine del libro emergono diversi aspetti cruciali per capire il rapporto tra i due uomini, la natura dello spionaggio e dell’arte di Greene. Durante il periodo in Sierra Leone (1941-1943) e poi al suo ritorno a Londra, Greene ebbe diversi conflitti con i colleghi e Philby lo difese di fronte ai superiori. Più che elusive affinità nel loro passato scolastico, sembra verosimile che Greene avesse conservato un grado di fedeltà a Philby per questi appoggi, e si dimise nel 1944 perché la vita d’ufficio, con la sua disciplina, non faceva per lui. C’è di più: la tensione tra il servizio di spionaggio interno (MI5) e quello esterno (MI6) era fortissima e Greene diffidava, come Philby, dei suoi colleghi del ‘5’. Non a caso, l’inchiesta contro Philby partì proprio dall’odiatissimo MI5. Le trincee dove i burocrati combattono le loro guerre di carta possono essere foriere di rapporti umani duraturi.

Eppure nessuna amicizia è assoluta e incondizionata, e non lo fu neppure quella tra Greene e Philby. Ad esempio, lo scrittore era consapevole di essere stato usato da Philby, quando questi fece di tutto per impedire che gli Alleati firmassero una pace separata con i nazisti, che a quel punto sarebbero stati liberi di concentrarsi sull’Unione Sovietica. È molto probabile che i viaggi di Greene a Mosca dopo il 1963 servissero ad entrambi: il traditore voleva mantenere contatti con il suo vecchio mondo e carpire informazioni, mentre lo scrittore usava il suo ex capo come fonte per i suoi romanzi e, forse, per raccogliere a sua volta dati utili da girare a MI6.

Greene aveva una dedizione totale a un’idea di letteratura ancorata alla storia politica e ispirata a persone e fatti reali. Condivideva con John le Carré l’idea che lo scrittore fosse lui stesso una spia che “osserva, ascolta, analizza e serve la letteratura senza farsi alcuno scrupolo”.

Il libro di Verkaik non offre facili certezze, pur ricostruendo con efficacia il mondo dell’intelligence britannica negli anni del secondo conflitto mondiale e della Guerra fredda. Alla fine, il vero mistero non è perché Greene rimase fedele a Philby, ma che cosa significasse quella fedeltà. Come spesso accade nei romanzi di Greene, amicizia, interesse personale e doppio gioco convivono in un equilibrio precario che solo la morte risolve per sempre.

Robert Verkaik
The Writer and the Traitor: Graham Greene, Kim Philby and the Great Betrayal
Headline Publishing Group, pagg. 384, £22



lunedì 6 aprile 2026

Nel nome del padre

Franca Bruera
Paul Nizan, nel nome del padre, profilo d'un traditore della propria classe

il manifesto, 5 aprile 2026

Quando nel 1933 Paul Nizan pubblicò il suo primo romanzo Antoine Bloyé, la sua postura d’autore engagé si era già da qualche tempo configurata attraverso articoli apparsi per lo più su riviste marxiste, nonché nei due saggi di forte impianto polemico, Aden Arabie (1931) e I cani da guardia (1932). «Fratello di sinistra di Breton, di Drieu, persino di Céline», come ricordava Rossana Rossanda nel corposo e stimolante saggio che accompagna la prima edizione italiana dei Cani da guardia (1970, La Nuova Italia), nel 1927 Nizan era confluito nel Partito comunista francese insieme ai filosofi Georges Politzer e Henri Lefebre d’un lato, e ai giovani surrealisti André Breton, Louis Aragon e Paul Eluard. Diversamente da loro, che ben presto avrebbero preso le distanze dal partito, Nizan scelse la strada dell’adesione incondizionata (fino alle sue dimissioni del settembre 1939). Nel quadro di un impegno che intendeva come dispositivo di formazione e di disciplina etico-politica, la denuncia del colonialismo di Aden Arabie e la polemica serrata contro l’attività filosofica del suo tempo nelle pagine dei Cani da guardia si configuravano come autentici strumenti di lotta intellettuale e politica. «I giovani che debuttano nella filosofia  – scriveva – si accontenteranno ancora per molto di lavorare contro gli uomini»?

Per Nizan era fondamentale prendere le distanze da ogni forma di pensiero che riducesse l’uomo alla sola dimensione borghese, negandone la complessità storica e sociale. E la sua esperienza di transfuga di classe lo autorizzava in qualche modo a sferrare un  attacco virulento alle filosofie tradizionali, che tendevano a presentare come universali valori in realtà storicamente situati e legati agli interessi della borghesia.

Percorrendo retrospettivamente le proprie origini e collocandole simbolicamente nel campo dei dominati, Paul Nizan, che proveniva da un ambiente borghese, aveva scelto consapevolmente – di schierarsi contro di esso. È in questa prospettiva che prende forma Antoine Bloyé, esempio paradigmatico della tensione simultanea tra tentazione autobiografica, impegno politico e riflessione ideologica. La recente edizione italiana (traduzione di Danilo Cainelli, Ago edizioni, pp. 430, € 22,00) arricchita dall’articolo di Goffredo Fofi Paul Nizan: l’antiborghese e da un’accurata prefazione di Massimo Raffaeli, restituisce con efficacia la complessità di un’opera in cui il percorso finzionale del protagonista si intreccia con un’ampia riflessione sulla condizione storico-sociale del proletariato e della borghesia tra Ottocento e Novecento e con l’implicito richiamo dell’autore alla propria figura paterna, evidenziando, in filigrana, le tensioni e i conflitti che ne hanno plasmato l’esperienza di rinnegamento del suo ceto.

Il romanzo racconta la storia di Antoine, giovane di origini proletarie che, grazie alle sue capacità intellettuali, riesce a lasciare il proprio ambiente d’origine per entrare nel mondo borghese. Ed è proprio questa ascesa a costituire il cuore del racconto, che tra ambizioni personali e legami con le proprie radici, traccia il progressivo processo di alienazione del personaggio, che arriverà a non riconoscersi più nella propria identità, nei propri valori e nella propria provenienza. Antoine vivrà una completa perdita di sé fino alla fine della sua vita, morto «imprigionato nel suo io», come osserva Massimo Raffaeli, «nell’angustia del provincialismo piccolo-borghese che a lungo lo ha allettato».

Il racconto si configura come una ricostruzione retrospettiva condotta dal figlio di Antoine Bloyé e si apre significativamente con la descrizione dei funerali del protagonista: un incipit che, sottraendo al testo ogni effetto di suspense, coniuga il percorso di crescita e maturazione del personaggio alla forma narrativa dell’inchiesta. La narrazione biografica che racconta la vita e le emozioni di Antoine Bloyé, tipico del romanzo di formazione, si coniuga infatti con una molteplicità di altri piani discorsivi dando vita a una scrittura ibrida che tiene assieme elementi letterari, sociologici, storici e politici. Passaggi dedicati allo sviluppo economico delle città industriali francesi si alternano a rilevazioni quantitative sull’economia capitalista, a informazioni sulla distribuzione delle imprese in Francia, a considerazioni sulle trasformazioni della vita cittadina e rurale nel quadro dell’espansione del capitalismo: un intreccio di osservazione sociale e racconto individuale di taglio marxista che riflette l’intento di Nizan di situare l’esperienza personale del protagonista all’interno delle condizioni materiali e storiche della società francese dell’epoca.

Il motivo del tradimento, sia ideologico sia di classe, costituisce il filo conduttore di Antoine Bloyé, incarnato nel protagonista che si autodefinisce «traditore» per la sua complicità con la borghesia antagonista della classe operaia. Attraverso questa figura Nizan realizza una personaggio letterario costruito sull’immagine del padre, integrando esperienza personale e riflessione sociale.

Didier Eribon, in  La Società come verdetto (l’Orma, 2025) ha proposto un’analisi attenta del romanzo accentuandone la dimensione autobiografica e chiamando in causa nella sua prosa caustica il ruolo fondante della figura paterna, il cui passaggio da operaio a ingegnere era stato determinante per permettere al figlio di intraprendere un percorso di studi culminato all’École normale supérieure, in compagnia di Jean-Paul Sartre e Raymond Aron. Nizan ha avvertito la necessità di indagare le origini del malessere profondo generato da questa condizione che, secondo la sua prospettiva di lettura convintamente marxista, si radica nel tradimento di classe e nella complessità dei legami sociali che plasmano l’esperienza individuale. Ben prima di Eribon, Sartre aveva già individuato la centralità del rapporto tra Nizan e il padre nella genesi di Antoine Bloyé, di cui aveva parlato nella lunga prefazione all’edizione di Aden Arabie del 1960. L’analisi di questa relazione permetteva di restituire allo scrittore la dignità intellettuale e morale dopo anni di diffamazioni alimentate a seguito delle sue dimissioni dal Pcf nel 1939. Le accuse lo dipingevano come traditore, come spia, interpretando il tema del tradimento, così centrale nei suoi scritti, come una prova della sua presunta colpevolezza. Louis Aragon, nei Comunisti, l’aveva ritratto nel personaggio di Patrice Orfilat, traditore trotskista, riflettendo la posizione ufficiale del partito. «L’annientamento del compagno Nizan – scriveva Sartre – era stato deciso». E nonostante una pallottola lo avesse colpito alla nuca in guerra, causandone la morte a soli 35 anni durante l’offensiva tedesca a Dunkerque, questa eliminazione, concludeva Sartre, «non soddisfaceva nessuno: non bastava che avesse cessato di vivere, bisognava che non fosse mai esistito».

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venerdì 6 febbraio 2026

Askatasuna, un gioco stanco

Marta Barone
Scontri a Torino, la domanda è: cosa possiamo fare?

la Repubblica Torino, 6 febbraio 2026

E quindi? La settimana scorsa è andata com’è andata. La sensazione che più mi ha irritato è stata quella dell’inevitabilità: come se tutti, volenti o nolenti, partecipassimo a una recita collettiva i cui ruoli sono precostituiti, decisi a tavolino, uno spettacolo in cui ci sono prima i buoni, tutti “bellissimi” (credo di aver letto cento volte l’aggettivo in cento “analisi” diverse), tutti pieni di ottime intenzioni, poi i cattivi di ambo le parti che rovinano tutto, e poi tutti, di tutti i ruoli, finito lo spettacolo, finita la propria performance, a casa.

A casa a giustificare immediatamente tutto quello che è successo, in una serie di pose vittimistiche e autoconsolatorie che raccontano prima di tutto a noi stessi di come noi, noi buoni e giusti, siamo stati sequestrati, siamo stati male interpretati, la violenza è prima di tutto dalla parte avversa. Derivazione obbligata: o sono infiltrati oppure “hanno solo reagito”. Mi ha colpito che molte delle persone che erano in piazza (con me, perché ci sono andata, già irritata) abbiano espresso soprattutto delusione. Mi sono chiesta: davvero non pensavano che ci sarebbe stato il solito gioco, con una posta più alta del solito perché c’era la necessità della rivalsa? Che cos’è, se non appunto vendetta, rivalsa, sceneggiata muscolare?

A chi serve? Perché non riusciamo nemmeno a concepire di dire: questa è violenza gratuita, inutile, feroce, puro estetismo dello scontro, feticcio del feticcio? Chi crediamo (io penso sia questo il punto) di tradire? Sembra che, anche solo a pensarlo, si passi dalla parte della repressione. Secondo me anche questo è un gioco stanco. In questo senso, il comunicato di Askatasuna (pur scritto in lingua dannunziana, con involontari effetti comici) che si prendeva tutta la responsabilità gloriosa della “fine del corteo” è stato onesto; più onesto di tutte le reazioni di negazione. Quello che dobbiamo chiederci è a cosa serve la negazione se non a noi per sentirci meglio, per sentirci nel posto giusto. Cosa è successo la settimana scorsa? Non lo sappiamo precisamente, sappiamo soltanto che c’è un decreto delirante che avanza, e non abbiamo ottenuto nulla. La domanda da farsi – forse – è: cosa vogliamo? Che cosa possiamo fare? Dobbiamo per forza delegare la nostra angoscia all’estetica del bruto contro il bruto, virtualmente, peggiore? Davvero è tutto inevitabile, o addirittura forse desiderabile?

martedì 21 ottobre 2025

Fulmini e ceneri. Macron


Nathalie Segaunes
La fine del mandato di Emmanuel Macron: anatomia di una caduta

Le Monde, 21 ottobre 2025

Non è mai troppo presto per raccontare la fine di un regno. A diciotto mesi dalla fine del mandato di Emmanuel Macron, Louis Hausalter, giornalista politico di Le Figaro , ci offre un resoconto meticoloso e fluido di una potenza in agonia, il cui leader indiscusso ne ha accelerato il tramonto.

Incaricato di monitorare l'Eliseo, Louis Hausalter fa risalire "l'inizio della fine" alla disastrosa decisione di sciogliere l'Assemblea Nazionale il 9 giugno 2024. Il Presidente della Repubblica ha forse cercato, attaccando il suo stesso campo, di portare al potere il Raggruppamento Nazionale? Quella sera, Emmanuel Macron ha chiarito ai dirigenti del campo presidenziale che preferiva che Jordan Bardella arrivasse a Matignon ora piuttosto che essere scortato sulla scalinata da Marine Le Pen nel 2027. "La coabitazione è meglio della successione ", ha dichiarato ai suoi luogotenenti terrorizzati.

Ma la colpa originaria di questa disgregazione va senza dubbio ricercata più indietro, nelle elezioni presidenziali del 2022, sostiene il nostro collega. Una campagna farsa, un programma ridotto a due proposte (riforma degli istituti professionali e delle pensioni), un candidato alla presidenza che appare solo brevemente, tra un vertice sulla guerra in Ucraina e un appello a Vladimir Putin. Rieletto grazie a un ritornello pigro, "io o il caos", Emmanuel Macron non si degna di impegnarsi nella campagna legislativa, è lento a decidere tra Catherine Vautrin ed Elisabeth Borne per Matignon, e si ritrova a circa quaranta voti dalla maggioranza all'Assemblea Nazionale. Ma non cerca mai di formare una coalizione per governare. E sprofonda nella depressione, inebriato dall'impresa della sua rielezione e incapace di scrivere il futuro.

Neolingua e bicchieri di whisky

Louis Hausalter non esclude che i germi di questo declino, che ha fatto sprofondare la Francia in una crisi senza precedenti, fossero presenti già nel 2017. Ricorda questa maggioranza arrogante e settaria che si sta insediando sui banchi dell'Assemblea Nazionale e nei ministeri. Questi tecnocrati del "nuovo mondo" che impongono il loro neolinguaggio ("nazione start-up", "energie liberate", "arresti domiciliari", "processo", metodo "dal basso", ecc.) e i loro acronimi opachi (leggi ELAN, Egalim, ZAN, ZFE, ecc.). Il trasferimento di amici su scala industriale. La danza dei cortigiani che vengono a distrarre il presidente con un bicchiere di whisky. Le voci di una relazione bollente con un'attrice iraniana. Il narcisismo di Emmanuel Macron, la sua ossessione per il controllo, il suo rapporto schizofrenico con i giornalisti, che lo spinge sia a tenere la stampa a distanza sia a convocarla a ogni occasione per registrare le sue dichiarazioni. "Non può vederci, ma gli piace parlare con noi", riassume l'autore.

Dietro coloro che ora si proclamano suoi successori (Édouard Philippe, Gabriel Attal, Gérald Darmanin), l'ex ministro di François Hollande, lui stesso tradito, crede di vedere i volti del tradimento. Un classico. "Il presidente non ha successori ", si dice all'Eliseo. E a ragione: Emmanuel Macron spera di risorgere dopo la sua morte politica, contando su un'ipotetica nostalgia tra i francesi per il suo talento oratorio e la sua impeccabile conoscenza dei temi. Come i suoi predecessori che hanno lasciato l'Eliseo troppo giovani, vorrà tornare nel 2032. "Non è il dubbio, è la certezza che rende folli ", diceva Nietzsche.

https://www.lemonde.fr/politique/article/2025/10/21/la-fin-de-mandat-d-emmanuel-macron-anatomie-d-une-chute_6648740_823448.html




venerdì 25 aprile 2025

Giuda, storia e leggenda


Marco Cicala, Giuda, identikit di un traditore
la Repubblica Venerdì, 18 aprile 2025

 Giusto cinquant’anni fa, 1975, l’italo-ungherese Mario Brelich, singolare figura di traduttore, giornalista e scrittore appassionato di temi biblici, pubblicava per Adelphi un libro altrettanto singolare, L’opera del tradimento. Nel romanzo-saggio, l’autore ridava vita all’infallibile cavalier Auguste Dupin, detective dilettante, ma più sagace di qualsiasi poliziotto, protagonista di (purtroppo soli) tre racconti scritti da Edgar Allan Poe nella prima metà dell’Ottocento. Antesignano di Sherlock Holmes, Le Chevalier risolve i casi dandoci dentro di induzione e deduzione. Però Brelich metteva la sua ratio inesorabile davanti a una sfida quasi sovrumana: misurarsi con il mistero bimillenario di Giuda, l’apostolo-delatore che consegnò Gesù ai suoi carnefici. Chi era? Quale fu il suo vero movente? Agì per sete di guadagno? Doppiogiochismo? Vendetta? Era forse animato da un’idea di messianismo politico-rivoluzionario che il Cristo aveva frustrato? Come andarono effettivamente le cose?

Pur affrontando l’enigma quasi si trattasse di un crime, il testo di Brelich riapriva interrogativi su cui credenti e non continuano ad arrovellarsi. Perché «la figura di Giuda da sempre si presenta come un problema teologico, morale, esistenziale, storico» ricorda lo studioso Lucio Coco nell’introduzione a un altro volume – questo appena tradotto in italiano dalle edizioni Edb – Giuda Iscariota. L’apostolo traditore, di Sergej N. Bulgakov, teologo russo (da non confondere col romanziere Michail, quello di Il Maestro e Margherita), nonché amico del filosofo Pavel Florenskij. Risalenti agli anni 30-40 dell’esilio parigino cui l’aveva costretto la Rivoluzione d’ottobre, le dotte riflessioni del sacerdote ortodosso arricchivano la vastissima bibliografia sulla personalità sfuggente del discepolo infedele, l’uomo che con il proprio libero tradimento avrebbe permesso alla missione salvifica del Cristo di compiersi attraverso il sacrificio sulla croce e la resurrezione.

«In una delle mie librerie ho cercato di sistemare non foss’altro che i romanzi dedicati al personaggio. Non è facile, sono moltissimi» sorride il cardinale Gianfranco Ravasi, teologo, ebraista, biblista fra i più autorevoli. Lo incontriamo a Roma, nei suoi uffici di via della Conciliazione, perché ci aiuti ad orientarci almeno un po’ nel labirinto-Giuda.

Limitandoci al 900: Paul Claudel, Roger Caillois, Max Brod, Borges, Nikos Kazantzakis, Amos Oz, in Italia Mario Pomilio, Giuseppe Berto… Come mai tanto interesse nei confronti dell’Iscariota da parte di scrittori così diversi e non sempre caratterizzati da sensibilità religiosa?

«Credo dipenda dal fatto che Giuda incarna un paradosso. Nella visione teologica, il discepolo che tradisce ci pone davanti al problema di due libertà: la sua, individuale, e quella di Dio. Un Dio che interviene nella Storia e nel mondo affinché si adempia la prospettiva della redenzione, ma che al contempo ha creato l’uomo libero. Questi due livelli formano un nodo complicato, dove la libertà del piano divino risulta prevalente, prevaricante».

Da qui il tentativo di alcuni autori di riabilitare Giuda come soggetto agente di un disegno che lo sovrasta e alla fine lo sconfigge?

«In certi scrittori si avverte in effetti l’idea di giustificarlo o quantomeno di accordargli delle attenuanti. Nel romanzo Il quinto evangelio, per esempio, Mario Pomilio gli faceva dire: “La verità è che io non fui il traditore: fui piuttosto la vittima di un curioso piano di salvezza, esteso a tutti gli uomini, che per esplicarsi perfettamente doveva escludere me”».

Razionalmente parlando, se Giuda è vittima o strumento del piano divino la sua sarebbe una libertà per così dire “a responsabilità limitata”. E la colpa del tradimento si farebbe più problematica.

«È questa aporia, questo aspetto se vogliamo enigmatico della questione, ad aver affascinato, penso, filosofi e scrittori come l’agnostico Borges che le dedica un racconto della raccolta Finzioni. Con il problema di Giuda ci troviamo in un intreccio complesso, situato tra antropologia, dimensione umana, e soteriologia, dimensione della salvezza».

Tornando sul piano storico: proviamo a tracciare un identikit dell’uomo-Giuda. Età?

«Direi sulla trentina, tendenzialmente coetaneo di Gesù».

Il nome ebraico “Giuda” era alquanto diffuso, mentre l’appellativo "Iscariota" potrebbe contenere qualche indizio sul personaggio.

«Forse indicava la provenienza dal villaggio di Kariot, nella Palestina meridionale. Ma vi si è vista pure una deformazione del termine sicario, cioè un ribelle alla dominazione romana. Secondo altre interpretazioni ish-karja designerebbe invece un “uomo della falsità” o più oscuramente un “tintore”. Tra gli esegeti si predilige tuttavia la chiave del riferimento topografico. Va notato comunque che nella narrazione evangelica Giuda è l’unico tra gli apostoli a non provenire dalla Galilea, il solo originario della Giudea».

Quasi lo si volesse presentare preventivamente come un elemento eccentrico in seno al gruppo?

«Possibile. Tra gli apostoli esistevano del resto divisioni molto nette».

Per inquadrare la figura dell’Iscariota dobbiamo inseguirla attraverso i quattro Vangeli canonici, che però sono testi ellittici. Ci danno parecchio filo da torcere.

«Non sono la biografia di Gesù né un manuale storico o un verbale di polizia! L’uso meramente storiografico di quelle scritture è errato di sua natura. Ciò non significa naturalmente che l’approccio storico non sia legittimo o che vada trascurato. Ma i Vangeli costituiscono un genere particolare. Non siamo in presenza di un coacervo di miti, tesi o leggende teologiche, ma di una storia accaduta, che viene interpretata in chiave teologica e dove i personaggi diventano anche degli emblemi. I Vangeli – dal greco euanghélion, “lieta notizia” – sono testi finalizzati all’annuncio e alla catechesi».

Anche se gli evangelisti non ce lo raccontano tutti nello stesso modo, Giuda entra in scena con la chiamata all’apostolato. Subito ci viene svelato che tradirà. Poi però nel racconto stranamente si eclissa…
«Sì, ma fra i dodici non è l’unico di cui sappiamo poco. Alcuni non riusciamo a identificarli con esattezza. Si pensi a Bartolomeo o all’altro di nome Giuda, Giuda Taddeo…».

In Giovanni ritroviamo l’Iscariota a ridosso dell’ultima Pasqua di Cristo, nell’episodio della cena di Betania. E qui apprendiamo qualcos’altro su di lui.

«Ci viene detto che all’interno della comunità apostolica Giuda ricopriva una funzione non proprio secondaria: teneva la cassa del gruppo. Una sorta di economo, di tesoriere, colui che doveva gestire le eventuali donazioni da destinare ai poveri».

Proprio sul tema delle donazioni, vediamo Giuda muovere a Cristo un rimprovero che ce lo mostra come un apostolo intransigente.

«Giuda argomenta che il costo del balsamo con cui Maria, sorella di Lazzaro, ha profumato Gesù avrebbe potuto essere devoluto ai poveri. Ma Giovanni precisa subito: “Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro”».

Un manigoldo.

«Non c’è da sorprendersi, tra pubblicani, prostitute, peccatori, discepoli un po’ raccogliticci, Gesù era in cattiva compagnia! Ad ogni modo, presentandolo come un ladro, Giovanni sottolinea l’ipocrisia di Giuda. E questo in contrasto con una scena, quella di Betania, dove ritroviamo una dimensione importante della figura di Gesù. L’atto della donna che lo unge col balsamo è infatti in linea con quei gesti di gratuità, di generosità, di delicatezza, di tenerezza che il Cristo evangelico esalta sempre. È l’eccesso del dono che risuona nel “Va’ e vendi tutto ciò che hai” e che rimanda anche a un aspetto originale, rispetto al contesto ebraico, nella concezione dell’amore. Gesù ha sempre assunto il principio del Levitico “Ama il prossimo tuo come te stesso”, però lo rompe, va oltre. Nell’ultima sera della sua vita terrena, scrive Giovanni, Cristo afferma che non c’è amore più grande di quello di colui che dà la vita per la persona che ama. L’amore supera perciò i confini del “te stesso”».

Benché i contorni del patto delatorio tra Giuda e i sacerdoti  non siano chiarissimi, tre evangelisti ci informano che esso avvenne in cambio di denaro. Ma soltanto Matteo quantifica il conquibus nelle celebri trenta monete d’argento. Cifra abbastanza irrisoria. Dunque il movente economico non regge...

«Direi di no. La quantità delle monete potrebbe essere un rinvio ai trenta sicli d’argento di un passo del profeta Zaccaria. No, il tradimento sembra motivato soprattutto dalla frustrazione di un apostolo che, equivocando, ha visto in Gesù una figura messianica di tipo politico. Cristo è un personaggio che attira le folle e che, nella visione di alcuni, dovrebbe mettersi a capo di un movimento. Mentre il suo orizzonte è più alto».]

Qualcuno ha avvicinato la reazione vendicativa di Giuda a quella di un amante deluso.

«La delusione è certamente una categoria. Se è accompagnata dal tradimento genera amarezza, rimorso, solitudine. Il deluso non può celebrare la propria vittoria».

Nei Vangeli si evoca anche l’intervento di Satana. Se Giuda ne fosse preda non sarebbe totalmente padrone delle proprie azioni.

«Giovanni scrive che Satana “entrò in lui” mentre Giuda era seduto con Gesù all’ultima cena. Ma, come diceva Dario Fo, “Non è sempre tutta colpa del Diavolo”. Qui torniamo alla questione della libertà di cui parlavamo all’inizio. La figura di Satana è quella del tentatore. Anche Cristo è tentato da Satana, la cui funzione è di mettere in azione il movimento della libertà. Giuda è colui che ha consapevolmente accettato la tentazione, ossia uno stimolo che non dev’essere per forza vincente».

Il riconoscimento, l’arresto. Gesù è acclamato dalle folle. Il suo volto dovrebbe essere noto. Può dunque apparire curiosa la necessità di farlo riconoscere con un bacio. Forse la pattuglia di sbirri capitanata da Giuda non aveva presente la fisionomia dell’uomo che doveva catturare?

«È difficile districarsi sul piano fattuale. Ma, rimanendo nel campo delle ipotesi, non si può escludere che nel contesto storico di Gerusalemme la conoscenza di Gesù fosse circoscritta all’ambito del potere clericale giudaico, quello a cui Cristo dava più fastidio, e del potere politico. Quanto al bacio, potrebbe essere stato una sottolineatura narrativa dell’evangelista per accentuare la doppiezza del discepolo che consegna il suo maestro con un gesto apparentemente fraterno».

Nella cerchia degli apostoli qualcuno mette istintivamente mano alla spada. Gesù girava con una scorta armata?

«Nelle norme giudaiche era legittimo, magari per chi andava in posti poco sicuri come i deserti, portare con sé una spada. È plausibile che Pietro o qualcun altro al seguito ne avesse una».

Per far scattare l’operazione i sacerdoti attendono un’occasione propizia. Perché la individuano proprio nella Pasqua?

«C’è una ragione di natura politica: a Pasqua il governatore Pilato, che detestava gli ebrei e se ne stava per lo più nella sua villa di Cesarea marittima, è presente a Gerusalemme. La seconda ragione è forse legata alla classe dirigente giudaica, la quale voleva che il processo e la condanna di Gesù avessero un forte impatto sulla popolazione, nonché ovviamente sui suoi seguaci».

In Matteo, Giuda si ripresenta dai sacerdoti in preda al rimorso, ma quelli lo mollano: “A noi che importa?”. È la traiettoria abbastanza tipica di un esecutore scaricato dai propri mandanti.

«Ne ha tutto l’aspetto. Ci si potrebbe chiedere come mai avessero scelto proprio lui. Era forse un soggetto più debole degli altri, che si sarebbe prestato meglio a quella manovra? Avevano raccolto informazioni infiltrandosi nel gruppo degli apostoli? Di certo Giuda viene strumentalizzato e si rende conto di essere stato usato». 

Sempre in Matteo, si impicca.

«Mentre negli Atti degli apostoli gli viene riservata una morte più atroce. Giuda “precipitando in avanti, si squarciò e si sparsero fuori tutte le sue viscere”. Forse si tratta del rimando a un passo biblico del Libro della Sapienza circa il destino dei malvagi».

Ma non c’è solo il tradimento di Giuda. Assaliti dalla paura, gli apostoli abbandonano Gesù e fuggono. Pietro lo rinnega, anche se poi se ne pentirà. I Vangeli non sono testi auto-apologetici, altrimenti avrebbero omesso queste circostanze, diciamo, imbarazzanti.

«È vero. Ci mostrano quella apostolica delle origini come una comunità fortemente umana, fragile. Soprattutto di fronte all’evento capitale della resurrezione, che li coglie increduli. Nelle ultime frasi del vangelo di Matteo si dice che dinanzi al Cristo risorto i discepoli si prostrarono, ma che “Essi dubitarono”. Essi. Non alcuni di essi, come era stato tradotto in un’edizione della Cei, poi corretta».

Nel 1978 fu ritrovato un manoscritto in lingua copta, forse risalente al IV secolo, il cosiddetto Vangelo di Giuda. Venne pubblicato nel 2006, forse non casualmente in pieno “effetto Dan Brown”. Di che si tratta?

«È un apocrifo di orientamento gnostico, espressione di un cristianesimo di nicchia, che sente il bisogno di concepire la fede in maniera separata, raffinata, esoterica, provocatoria, e legge Giuda come il depositario di un cristianesimo alternativo. La pubblicazione del testo è stata accompagnata da un grande battage mediatico, ma per quanto interessante non penso che sia tra gli apocrifi più significativi».

A proposito di provocazioni, magari a suo modo lo era anche quella di don Primo Mazzolari che in una grande omelia del 1958 chiamò Giuda “fratello nostro”. Come a dire: non giudicatelo, non andatelo a cercare tanto lontano, Giuda siamo noi.
«Il proverbio non recita forse: “Quando punti il dito per giudicare qualcuno, guarda la tua mano: altre tre dita sono puntate verso di te”?».

venerdì 5 settembre 2014

Paul Nizan, un ribelle al tempo del comunismo

Cesare Pianciola
recensione
Paul Nizan, La cospirazione, Baldini & Castoldi, 1997
L'Indice 1998, n.3

La promozione 1924 dell'Ecole Normale, classe di Lettere: nella fila davanti Nizan è il secondo da sinistra, Sartre il quarto, Raymond Aron il quinto.

Credo che un giovane, a meno che non si specializzi in letteratura francese contemporanea, di Paul Nizan non sappia oggi neppure il nome. Eppure in Italia i suoi scritti ebbero una certa risonanza. Nel 1961 Mondadori pubblicò nella traduzione di Daria Menicanti, ora riprodotta, Aden Arabia, tagliente pamphlet del 1931 riproposto da Maspero con la premessa di un appassionato saggio di Sartre sul compagno di studi al liceo e all'Ecole Normale.
Sartre rievocava, contro il se stesso di allora, refrattario alla politica, la figura dell'amico, che nel 1927, a ventidue anni, era tornato da Aden, dove aveva toccato con mano lo sfruttamento colonialistico, con una volontà intransigente e totalizzante di impegno ("Che si abbia il coraggio di essere grossolani! [...] Vivrò tra i nemici [...] Non bisogna temere di odiare"). Si era iscritto al Pcf, diventandone uno degli intellettuali di maggiore prestigio, collaboratore dei quotidiani e delle riviste del partito, e condividendone le scelte politiche e la fedeltà all'Unione Sovietica, fino alle dimissioni nel 1939, sconvolto dal patto Molotov-Ribbentrop e dall'invasione della Polonia. A questo punto venne orchestrata una campagna di denigrazione nei suoi confronti ("l'informatore della polizia Paul Nizan", scriveva Maurice Thorez sulla stampa clandestina) e ci fu una damnatio memoriae, nella quale si distinsero Louis Aragon e il filosofo Henri Lefebvre. Nizan era morto trentacinquenne il 23 maggio del 1940 durante la ritirata di Dunkerque.
Bisognerà aspettare il 1978 perché "L'Humanité" inizi una timida riabilitazione. Ma intanto Nizan era diventato un autore ristampato e letto nella "nuova sinistra", anche se, come sottolinea De Luna nella postfazione, per la maggior parte dei militanti di quest'ultima, a differenza di Nizan, era tutto il movimento in atto che doveva abolire lo stato di cose presente, e veniva generalmente rifiutato un modello precostituito di nuova società. Come scrisse Rossana Rossanda nel 1970, presentando presso La Nuova Italia I cani da guardia, feroce attacco del 1932 all'idealismo dei professori dell'Università francese, "la milizia di Nizan è una milizia datata", inscritta nel contesto della Terza Internazionale tra le due guerre.
In Italia comunque una "fortuna improvvisa e perfino eccessiva, concentrata (anzi congestionata) nel breve periodo1970-1974 (Bellocchio) ci fu, come attestano gli studi (Franco Fé, Paul Nizan un intellettuale comunista, Savelli 1973) e le traduzioni, tra cui spicca illibro più bello e vivo di Nizan, quell'Antoine Bloyé (Bertani 1973, ed. orig. 1933) che racconta in modo dolente e preciso la biografia del padre, che "tradisce" la sua classe d'origine diventando un dirigente tecnico delle ferrovie, trasmette la sua infelice al figlio e lo impegna inconsapevolmente nel "tradimento" inverso.
I temi della fedeltà e del tradimento, dell'infelicità dei giovani e della vischiosità delle famiglie ("Che cosa potente e inflessibile è mai una famiglia! E' tranquilla come un corpo, come un organismo che si muove appena e respira quasi in sognosino al momento del pericolo, ma è pieno di segreti, di risposte latenti e di un furore e di una rapidità biologiche...") sono al centro anche di La cospirazione, storia delle astratte ribellioni di cinque giovani della generazione romantico-surrealista degli anni Venti. 
"Sensibili al disordine, all'assurdo, agli scandali logici piuttosto che alla crudeltà, all'oppressione", decidono di dare vita alla rivista "La guerra civile", mettono in atto un grottesco piano di sottrazione di documenti militari in vista di una rivoluzione che pensano imminente e falliscono, non perché la cospirazione sia stata scoperta, ma perché perdono per strada le ragioni della congiura con cui hanno cercato di mettersi fuori dall'ordine stabilito e di rendere impossibile il ritorno nella normalità ("un giovane si crede così poco stabile nella vita che vuole incatenare violentemente l'avvenire..."). 
Dei tre personaggi principali, Bernard Rosenthal, l'inventore della cospirazione, invece di portarla avanti si innamora ciecamente della cognata Catherine, ma quando questa rientra in seno alla ricca famiglia borghese e lo abbandona, si uccide, nell'inutile tentativo di riscattare con la nobiltà della tragedia il fallimento di una vita; Serge Pluvinage, figlio di un funzionario di polizia, pieno di rancore verso i compagnia a cui per nascita e doti si sente inferiore, cede alla "spaventosa fatalità" che lo riporta nel mondo del padre, denuncia e fa arrestare un dirigente del partito comunista che vive in clandestinità, sapendo che "il tradimento è irrimediabile come la morte". Philippe Laforgue sfiora anche lui la morte e, attraverso il crudele rito di passaggio della malattia, alla fine, in pagine molto alte e serrate, sicongeda da un'adolescenza prolungata artificialmente dagli studi e "rinasce" uomo, con l'amara consapevolezza dell'irrealtà irresponsabile degli anni trascorsi.
La cospirazione uscì nel 1938, ebbe un buon successo e un importante premio letterario; nello stesso anno uscì La nausea di Sartre, che le dedicò una bella recensione (si può leggere in Che cos'è la letteratura?, Il Saggiatore, 1995), nella quale, dietro gli "eroi irrisori" del romanzo, che a tratti sembrano unicamente espressione della loro famiglia e della loro classe", ritrovava "la personalità amara e cupa di Nizan".
Non c'è bisogno di prendere tante cautele e tante distanze, come fanno Bellocchio e De Luna in questa riedizione. Il libro è certo lontano e non è la cosa migliore di Nizan, ma non lascia indifferenti incontrare quella "personalità amara e cupa" e imbattersi in frasi come questa: "Ancora non sapevano quanto il mondo sia pesante e molle, come poco assomiglia a un muro che si voglia gettare a terra [...] ma piuttosto a un ammasso gelatinoso senza capo né coda, a una specie di grossa medusa con gli organi ben nascosti. Nizan, al di là e contro le sue pretese certezze, ha ancora qualcosa da dirci.



Nizan ⟨niʃã´⟩, Paul. - Scrittore francese (n. Tours 1905 - m. durante la ritirata di Dunkerque 1940). Compagno di studî di J.-P. Sartre al liceo Henri IV e all'École normale supérieure, iscritto dal 1927 al Partito comunista, con cui ruppe all'epoca del patto Molotov-Ribbentrop (1939), collaborò all'Humanité (1935), a Ce soir (1937) e ai Cahiers du bolchévisme (1938). Tra i suoi saggi, oltre al celebre Aden Arabie (1931; trad. it. 1961), ispirato a un viaggio ad Aden che N. aveva compiuto nel 1925 in preda a una profonda crisi esistenziale, vanno ricordati il pamphlet contro la cultura accademica Les chiens de garde (1932; trad. it. 1970), Les matérialistes de l'antiquité (1936; trad. it. 1972) e le Chroniques de septembre (1938; trad. it. 1975), dedicate agli accordi scaturiti dal Convegno di Monaco. Il suo impegno si riflette anche nei romanzi: Antoíne Bloyé (1935; trad. it. 1972); Le cheval de Troie (1935; trad. it. 1973); La conspiration (1938; trad. it. 1961); l'ultimo, La soirée à Somosierra, è andato perduto. Osteggiato dagli intellettuali comunisti dopo la sua morte, fu riscoperto nel 1960 grazie alla riedizione di Aden Arabie presentata da J.-P. Sartre. (Treccani)