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domenica 11 gennaio 2026

Iran, un paese in ostaggio

Alessia Melcangi 
Iran, piazze frammentate e regime compatto: il crollo degli Ayatollah non è vicino
La Stampa, 11 gennaio 2026

Le immagini che arrivano da Teheran sono ormai familiari: strade occupate, proteste spontanee, slogan urlati contro il regime. Non è una scena nuova per chi conosce la recente storia del Medio Oriente, e non lo è nemmeno per la Repubblica islamica dell’Iran, che da decenni alterna ondate di rivolta e cicli di repressione. Questo Paese ci ha mostrato più volte, con una chiarezza dolorosa, due verità parallele: da un lato, la tenacia con cui la sua popolazione torna a sfidare il nizam; dall’altro, la capacità dello stesso sistema di rispondere con una brutalità feroce, puntuale, metodica.

In Iran oggi è tornata la piazza. Ancora una volta. Prima i bazaarì, il ceto degli influenti commercianti travolti dall’ennesima svalutazione del rial; poi studenti, lavoratori, giovani delle grandi città; infine, le aree periferiche, dove il disagio economico si intreccia a rivendicazioni etniche e religiose. È l’ennesimo ciclo di mobilitazione degli ultimi venticinque anni, ma questa volta la Repubblica islamica appare più fragile. Più esposta. Il punto nuovo è che il regime arriva a questo passaggio dopo una sequenza di sconfitte e umiliazioni: la crisi dell’“asse della resistenza”, i proxy indeboliti, la guerra dell’estate scorsa contro Israele hanno mostrato tutti i limiti della celebre “deterrenza iraniana”. Il regime, oggi, non è semplicemente repressivo: è stanco, talmente incancrenito da non riuscire a offrire risposte politiche o economiche e, principalmente, incapace di leggere la realtà di ciò che accade dentro e fuori.

Tuttavia, il nodo decisivo resta un altro: la tenuta dei sistemi di sicurezza. Basij e Pasdaran, che vengono da quelle classi popolari che la Repubblica ha elevato, protetto, garantito, hanno tutto l’interesse a difendere lo status quo. E, soprattutto, provano un risentimento profondo verso quel ceto urbanizzato che guida le proteste politiche guardando a Occidente. Per molti giovani basij, aggredire le ragazze che si tolgono il velo non è solo obbedienza: è rivalsa. Per questo l’apparato resta sorprendentemente compatto. Le proteste, invece, non lo sono, almeno al momento. In Iran appaiono oggi tre movimenti distinti: quello economico, generalizzato e rabbioso, che reclama cambiamenti, ma non per forza sistemici; quello etno-religioso delle periferie (i baluci, gli arabi sunniti, i curdi), difficile da trasformare in mobilitazione nazionale, probabilmente manipolato da attori esterni; e quello politico, ciclico, radicato nelle élite urbane che chiedono la caduta del regime. Non emerge ancora un coordinamento, una leadership che sintetizzi il malcontento. Gli slogan pro-monarchia, che fanno sperare oltreoceano Reza Pahlavi, figlio dello scià, a malapena iraniano, appaiono come un gesto di sfregio verso un regime che demonizza il passato monarchico. C’è poi un elemento raramente colto dalla superficie: la crescente secolarizzazione della società iraniana. Paradossalmente, l’Islam al potere ha prodotto milioni di persone che non si definiscono più musulmane. Le moschee si svuotano, la pratica religiosa arretra, i giovani prendono distanza da un’ortodossia trasformata in apparato di controllo. La Repubblica islamica ha fatto dell’ortoprassi – il velo, le norme morali, la disciplina quotidiana – il nucleo della propria sopravvivenza.

Per questo Khamenei non può cedere: abbandonare quella rigidità significherebbe svuotare il regime delle fondamenta che lo sostanziano. Motivo per cui il sistema combina dogmatismo ideologico a feroce repressione.

A questo punto gli scenari possibili si giocano su due tavoli: la capacità dei manifestanti di individuare una piattaforma comune, resistente, che li unisca e li coordinil’abilità del regime di differenziare la risposta. Non è semplice: il governo conta poco, i centri decisionali sono molteplici, gli equilibri interni rigidi. Un primo scenario è quello di una Repubblica islamica capace di introdurre riforme concrete: sospendere l’arricchimento dell’uranio, frenare gli sprechi, reindirizzare almeno parte delle risorse oggi assorbite dai proxy regionali verso il risanamento dell’economia. Significherebbe distinguere tra proteste politiche da reprimere e rivendicazioni economiche da accogliere, e rivelerebbe una lucidità istituzionale che il sistema non ha mai dimostrato. In una fase post-Khamenei, invece, il potere potrebbe passare ai Pasdaran, facili ad abdicare alla rigidità morale degli ayatollah, alleviando il controllo sulla quotidianità, per consolidare un sistema di censura politica più rigido, protetto da un apparato di sicurezza che rimarrebbe il vero baricentro del potere. Infine, il terzo scenario – e il più realistico – è quello di “un cambio di regime senza cambiare il regime”: un maquillage che prolunga l’agonia senza modificare le strutture di potere. Così l’Iran rimane sospeso in una contraddizione feroce: una società che cambia rapidamente e un regime che non può permettersi di cambiare. La domanda, allora, rimane la stessa: quanto può durare un regime che esiste solo per evitare la propria fine?

domenica 21 dicembre 2025

Il giorno della tolleranza zero


Niccolò Zancan
Migliaia con Askatasuna, poi la marcia di Torino si conclude in guerriglia
La Stampa, 21 dicembre 2025

Nessuno ha detto niente lungo il percorso. Non c’è stata una parola d’ordine, una chiamata alle armi. Ma già in via Vanchiglia, vedevi cambiare alcune persone accanto a te. Ragazzi in abiti diversi: giacche cerate, impermeabili, sciarpe nere, guanti. Si trascinavano dietro dei bidoni carichi di pietre. Alle 16.31, il rapper Willy Peyote si è staccato dal corteo per andare a vedere cosa succedeva all’orizzonte. Tutti avevamo la stessa curiosità. In corso Regina Margherita, ma ben prima del centro sociale Askatasuna, sgomberato per ordine del governo, un muro di poliziotti in tenuta antisommossa e mezzi pesanti bloccava la strada con il cannone dell’idrante già puntato sull’arrivo del corteo. Segnavano un limite. Era chiaro che sarebbe stato il giorno dello scontro totale.

I ragazzi con gli impermeabili sono passati nelle prime file, il cannone ha incominciato a sparare ancora prima di uno slogan, di un tentativo, di una provocazione.

Il momento di tensione tra la polizia e gli antagonisti del centro sociale Askatasuna durante la manifestazione 

 

Il tutto ha avuto un che di ovvietà. I ragazzi preparati alla battaglia sono andati avanti anche sotto l’acqua. A quel punto è partita una carica: manganellate dalla polizia, sassi e bottiglie dalle retrovie. Poi una pioggia di lacrimogeni: lacrimogeni sparati in ogni direzione, per più di venti lunghissimi minuti. Per fortuna molti avevano capito quello che sarebbe successo: via i bambini del quartiere, via gli anziani sostenitori di Askatasuna, via le famiglie solidali e i politici di Alleanza Verdi e Sinistra. A fronteggiare i poliziotti sono rimasti quelli più interessati alla battaglia, non pochi a dire la verità. Undici agenti sono rimasti feriti. C’era rumore di pietre, esplosioni e ferraglia. L’aria è diventata irrespirabile nel raggio di centinaia di metri.

Ieri le vecchie leve di Askatasuna erano al fianco delle nuove, in una specie di passaggio di consegne. Alla partenza del corteo, davanti a Palazzo Nuovo, sede dell’Università di Torino, Stefano Millesimo, 25 anni - uno degli indagati - ha detto: «Noi vogliamo attraversare liberamente le strade di questo quartiere. Non ci stiamo alla militarizzazione del governo. Questo è sempre stato un quartiere aperto, che unisce e non divide».

Da pochi giorni è cambiato il questore di Torino. È cambiato anche il modo di gestire l’ordine pubblico. Quello di ieri è stato il giorno della tolleranza zero, per i cultori del genere un bel giorno. Ma a vederlo dalla strada è stato un giorno molto pericoloso, in cui si sono viste anche delle crepe nel patto sociale che tiene insieme una comunità. Lacrimogeni fino alle finestre delle case. Una donna in sedia a rotelle che attraversava quella nube di gas. Un ragazzo che vomitava sorretto da un amico. Cittadini rabbiosi, urlavano contro i poliziotti: «Vigliacchi!». «Fascisti!» «Vi paghiamo noi lo stipendio!». «Dovete farvi schifo quando vi alzate alla mattina».

La battaglia si era spostata nelle vie limitrofe, bloccando ogni accesso al quartiere. Un quartiere che da tre giorni vive in condizioni speciali: c’è chi deve chiedere il permesso alla polizia per entrare e uscire da casa sua. Tutto è successo dopo Largo maresciallo Berardi, vittima delle Brigate Rosse. All’altezza del gasometro del vecchio quartiere operaio di Vanchiglia. Impossibile avvicinare il centro sociale Askatasuna, ora murato e chiuso.

Le reazioni della politica sono arrivate immediatamente. Il ministro Salvini: «Da una parte donne e uomini in divisa, che difendono la legalità. Dall’altra parte i soliti violenti, figli di papà frustrati e falliti. Lo sgombero di Askatasuna è solo l’inizio. Ruspe sui centri sociali covi di delinquenti». Il ministro Tajani: «Quello che è accaduto è la dimostrazione che Piantedosi ha fatto bene a ordinare lo sgombero. Se il centro sociale diventa il luogo dove si organizzano gli attacchi alle forze dell’ordine è giusto che il governo abbia preso una decisione ferma».

Il sindaco di Torino Lo Russo, che con Askatasuna aveva cercato di dialogare e adesso non sa cosa fare: «Desideriamo condannare con fermezza gli episodi di violenza che si sono verificati durante il corteo di oggi, esprimendo solidarietà e vicinanza alle forze dell’ordine coinvolte nei disordini, ai commercianti e a tutte le cittadine e i cittadini che hanno vissuto disagi, peraltro a pochi giorni dal Natale». La vicesegretaria della Lega Sardone: «Feccia rossa». Il sottosegretario Delmastro di Fratelli di Italia: «Ecco l’orrido volto di Askatasuna». A chi conviene lo scontro totale?

martedì 16 settembre 2025

Una rabbia senza sbocco

Clémence Mary
Myriam Revault d'Allonnes: "La rabbia popolare si scontra con un governo incapace di fronteggiatla"

Libération, 16 settembre 2025

"Uno Stato è democratico se non cerca di eliminare i conflitti, ma piuttosto di inventare procedure che permettano loro di esprimersi e di restare negoziabili". Questa frase del filosofo Paul Ricoeur (1913-2005), scritta nel 1985, fa senza dubbio oggi ridere amaramente il suo ex assistente, Emmanuel Macron. Mentre il Presidente ha appena nominato il quinto Primo Ministro del suo secondo mandato, la rabbia sociale attende il suo secondo turno il 18 settembre .

Dopo i gilet gialli, il movimento per le pensioni e lo scioglimento dell'Assemblea Nazionale, come possiamo ripensare l'articolazione tra rabbia popolare, movimenti sociali e crisi istituzionale? Ex allieva e amica intima di Paul Ricœur, la filosofa Myriam Revault d'Allonnes ha dedicato numerosi libri alla democrazia e ha denunciato "Lo spirito del macronismo" nel 2021.

Per la pensatrice politica, il modo di governare di Emmanuel Macron ha mantenuto la confusione attorno all'idea di compromesso e di disaccordo, una confusione che non consente più di trasformare le emozioni individuali in questioni politiche, bloccando di fatto la capacità della democrazia di risolvere determinati conflitti.

Cosa ne pensa dello slogan "Blocchiamo tutto", che è stato la parola d'ordine del 10 settembre?

Questo slogan mi ha colpito perché un blocco è, prima di tutto, un blocco, una paralisi. La parola sembra contraddire la dinamica democratica. Il 10 settembre, lo sciopero chiedeva, ad esempio, di bloccare le stazioni degli autobus o di radunarsi e, allo stesso tempo, di restare a casa!

È proprio venendo fuori, in un modo o nell'altro, che si gioca l'espressione pubblica. È un po' come se non sapessimo più cosa inventare per far risuonare voci, proteste che non trovano più ascolto.

Questa collezione un po' eterogenea riflette un certo disordine. Il movimento avrebbe potuto anche avere lo slogan "Sblocchiamo tutto"; sarebbe stato quasi più logico!

Cosa deduce da questo sul legame tra rabbia popolare, movimento sociale e crisi politica?

Non possiamo unire le tre cose insieme. C'è una rabbia fondamentale che si basa sulla forza motrice essenziale del senso di ingiustizia. La rabbia è essenzialmente un sentimento politico e può portare a trasformazioni istituzionali assumendo un'espressione collettiva: oggi si scontra con un potere incapace di affrontarla.

Quindi, la crisi democratica è, in questo momento, soprattutto una crisi dell'esecutivo, legata a un modo di governare verticale e personale. L'equilibrio dei poteri, come definito da Montesquieu, non è più sostanzialmente rispettato.

Esiste una sproporzione tra le azioni del potere esecutivo, legislativo e giudiziario, con alcuni tentativi di minare lo stato di diritto. La relativa debolezza del potere legislativo non è legata alla composizione tripartita dell'Assemblea Nazionale, ma alla volontà dell'esecutivo.

Quando il Nuovo Fronte Popolare (NFP) vinse le elezioni legislative, anche se era ben lontano dall'aver ottenuto la maggioranza assoluta, la cosa logica sarebbe stata che il Presidente rispettasse questo risultato, anche se ciò significava che il governo formato avrebbe dovuto affrontare la censura.

Uno degli elementi della rabbia era che i cittadini sentivano che i loro voti non erano stati rispettati e che il loro potere era stato loro tolto.

Come possiamo spiegare che la cinghia di trasmissione tra rabbia ed espressione politica sia così confusa?

Uno dei problemi è la dicotomia che si instaura tra l'espressione delle emozioni e delle passioni da un lato e quella che viene chiamata "ragione politica" dall'altro, ridotta a una razionalità manageriale e puramente organizzativa. Come possiamo porre rimedio al dualismo oggi imperante tra razionalità politica da un lato ed emozioni dall'altro, come se queste ultime fossero solo frutto di cecità o di incomprensione di una necessità "politica" a cui bisogna sottomettersi per essere "ragionevoli"?

Questo dualismo si basa su un'analisi carente. Credo che una certa forma di sensibilità alimenti la ragione pubblica. Ma a quali condizioni costituisce la forza motrice di un'azione pubblica efficace?

Da tempo, i movimenti politici e sociali generano proteste legate al vissuto, alle soggettività e alla percezione della sofferenza e dell'ingiustizia sociale. Tuttavia, non hanno trovato un'adeguata espressione politica e non sono riusciti a integrarsi nel processo democratico di lungo periodo.

Altri movimenti recenti sono riusciti a portare nella sfera pubblica temi precedentemente considerati "non politici", come il cambiamento climatico e le lotte LGBT. #MeToo, nato da esperienze vissute, ha portato la natura politica del dominio maschile nel mainstream. Non è rimasto un ammasso di proteste o rabbia individuale.

I gilet gialli, tuttavia, hanno denunciato un'ingiustizia concreta, incarnata nel prezzo del carburante...

Il movimento dei Gilet Gialli non è riuscito ad affermarsi come tale nella sfera pubblica, poiché era guidato da un'estrema sfiducia venata di populismo nei confronti del potere, delle "élite" e dei meccanismi istituzionali. Ha dato origine a eccessi, ma anche a risultati positivi come le liste di reclami e le assemblee cittadine.

La gente ora ricorda che questa espressione non fu ascoltata e che il governo era impegnato principalmente in manovre comunicative. La riforma delle pensioni, un movimento sociale organizzato, esprimeva anche rivendicazioni non solo corporative, ma soprattutto esistenziali, sul significato e il valore del lavoro, sul posto che occupava nell'esistenza.

L'ingiustizia subita, la percezione palpabile di crescenti disuguaglianze, tornano a essere una questione cruciale. Non si tratta di un'astrazione, ma di qualcosa di concreto; quando si dice: "Il 15 del mese non posso più riempire il carrello della spesa al supermercato" o "Non posso portare i bambini in vacanza", si tratta di un problema reale che dovrebbe trovare una soluzione politica.

La democrazia muore quando la disuguaglianza diventa intollerabile. La proliferazione di queste proteste, alcune diffuse e disorganizzate, altre altamente strutturate, non ha ottenuto alcun risultato e ha rafforzato non solo la sfiducia, ma anche l'odio verso la politica.

Dobbiamo dare la colpa all'unico modo di governare, quello di non ascoltare le proteste, oppure è un segnale che la Quinta Repubblica sta perdendo vigore ?

È più profondo. Si dice che la Quinta Repubblica abbia una certa flessibilità istituzionale e che si possa dare ampio margine di manovra al potere del Parlamento. È un regime che consente la coabitazione, anche se la Francia non ha la cultura del compromesso e delle coalizioni come in Germania.

Ma l'approccio di Emmanuel Macron all'esercizio del potere in questa Quinta Repubblica ha profondamente danneggiato un esercizio democratico già difficile. Si è detto tutto sul suo esercizio verticale del potere e sulla sua ostinazione egoistica. La sua ostinazione nell'esercizio verticale del potere sta contribuendo alla caduta in crisi istituzionale.

La nomina di Sébastien Lecornu fa parte di una serie di nomine che puntano tutte nella stessa direzione. Ma c'è di più: ciò che stiamo vivendo oggi sono le conseguenze della confusione e della depoliticizzazione opera del macronismo, della sua incomprensione o ignoranza della cosa pubblica.

Nel 2012 ha scritto questo libro, The Endless Crisis . È questa la situazione in cui siamo immersi ?

In un certo senso, possiamo dire che la democrazia è in crisi permanente. Questo non è negativo; è addirittura positivo, perché è un processo di costante messa in discussione e invenzione nel quadro di un certo numero di principi. Questa inventiva è integrata nella dinamica democratica. Tuttavia, le esigenze economiche e sociali, legate alla crescente percezione di disuguaglianze e precarietà, non riescono più a farsi strada.

Quanto ai compromessi, essi presuppongono un esercizio di conflitto che Macron afferma di ignorare, mentre in realtà sta compiendo scelte sociali. Quando i socialisti propongono la tassa Zucman, si impegnano in un progetto sociale diverso da quello della destra. Questo deve essere compreso per poter giungere infine a compromessi.

Se l'ingiustizia è la forza trainante delle forze di sinistra, perché i movimenti sociali sono così inefficaci?

In materia di pensioni, i sindacati hanno preso in mano la situazione e si sono organizzati: i risultati si sono visti! Più di recente, i negoziati sulle pensioni, in cui la CFDT era disposta a fare concessioni a condizione che venisse introdotta la questione della difficoltà, si sono scontrati con il rifiuto del Medef, e la CFDT ha abbandonato il tavolo.

Non sono solo i partiti a rifiutare il compromesso; la colpa è del potere economico e delle politiche neoliberiste. Emmanuel Macron rifiuta di sentire parlare della tassa Zucman, che certamente non risolverebbe tutti i problemi, ma almeno la sua valutazione metterebbe in luce la questione dell'uguaglianza di fronte alle tasse e ai tributi pubblici.

In che modo le forze di sinistra potrebbero affrontare meglio questa ingiustizia?

La soluzione non è dirottare il movimento sociale disorganizzato, ma creare una consapevolezza collettiva. Durante le proteste dei Gilet Gialli, uno degli elementi positivi è stato che persone isolate si sono radunate attorno alle rotatorie e hanno iniziato a parlare tra loro. Anche se non ha portato a nulla, è da questi scambi e dalla loro pluralità che dobbiamo partire. #MeToo ha proceduto in questo stesso modo orizzontale.

Nel 2017, il macronismo è stato presentato come la terza via, la novità, una forma di disimpegno rispettabile...

Quando diciamo "né di destra né di sinistra", intendiamo assolutamente di destra, perché l'esperienza della contraddizione è insita nella democrazia. L'errore più grave del macronismo è stato quello di introdurre una perdita di orientamento e una grande confusione tra ciò che costituisce un compromesso politico e l'indistinzione tra opzioni di fatto opposte.

Scendere a compromessi basati sul realismo politico per costruire coalizioni non equivale a evitare il disaccordo. È anche a causa di questa confusione che il macronismo ha profondamente danneggiato l'esperienza democratica.

L'abolizione dell'articolo 49.3, come proposto da Olivier Faure, ripristinerebbe la fiducia nei governi?

Il cosiddetto "parlamentarismo razionalizzato" contiene ogni sorta di disposizioni che non sono illegali, come l'articolo 49.3, ma il cui uso improprio può avere effetti catastrofici e contravvenire allo "spirito" della democrazia.

L'eliminazione dell'articolo 49.3 è una possibilità, a condizione che sia accompagnata dal ripristino di autentici dibattiti in seno al Parlamento.

Un nuovo scioglimento, o addirittura le dimissioni di Macron, potrebbero risolvere alcuni dei problemi ?

Il primo scioglimento è stato una terribile stupidità e un errore politico di estrema gravità. Scioglierlo di nuovo rischierebbe di riprodurre gli stessi risultati, con il rischio di un fronte repubblicano meno efficiente e di un numero ancora maggiore di voti per la RN, poiché è verso di essa che si riversa gran parte del malcontento disorganizzato e della sofferenza sociale strumentalizzata contro l'immigrazione, gli stranieri, ecc. Quanto alle dimissioni del Presidente della Repubblica, non è molto grave.

Quindi il problema non è solo istituzionale?

Possiamo certamente riflettere sui metodi di rappresentanza, e forse passare al sistema proporzionale sarebbe interessante, perché l'attuale sistema di voto pone problemi irrisolvibili. Ma non sono a quel livello. I conflitti democratici vengono risolti solo per dar luogo ad altri conflitti, a causa della permanente indeterminatezza democratica.

I cittadini possono certamente accettare questa incertezza, a patto che abbiano il loro ruolo di cittadini da svolgere e, soprattutto, che si riconoscano come tali. Sono perplesso dall'idea di una "crisi di rappresentanza". Il problema non è essere rappresentati, al passivo, ma rappresentarsi come cittadini.

Le elezioni non sono una delega di potere conferita a qualcuno che agisce al posto mio. Affidando la propria voce ai rappresentanti, i cittadini si rappresentano come cittadini attraverso le loro azioni, senza sentirsi privati ​​dei propri diritti. L'attuale senso di ingiustizia si accompagna a un senso di disconnessione tra i rappresentanti e coloro che rappresentano.

Tutto questo è confuso: rabbia popolare, malcontento sociale e crisi politica formano ormai un nodo inestricabile. Non sappiamo più come uscirne, e la confusione concettuale e intellettuale sta peggiorando la situazione.

Ad esempio, credere che lo stato di diritto sia contrario alla sovranità popolare è assurdo, perché è proprio esso a garantire la sovranità del popolo.


mercoledì 12 marzo 2025

Masaniello vittorioso

 


La vicenda di Masaniello (1620-1647) è ampiamente conosciuta: un umile pescatore, nel 1647 capeggia una rivolta popolare contro il governo spagnolo di Napoli, che ha come motivo scatenante l’imposizione di una tassa sulla frutta. La rivolta ha successo e Masaniello diventa il dittatore popolare, obbedito in tutto dal popolo napoletano e che negozia con il viceré spagnolo, il Duca d’Arcos. Un tentativo di assassinio da parte di banditi al soldo del duca scatena in Masaniello la pazzia, che lo porterà alla rovina. Il popolo che lo aveva idolatrato, assiste indifferente alla sua morte causata da alcuni suoi compagni che lo tradirono, ma in seguito lo trasforma in un martire ed in un simbolo per la rivolta contro il potere. Il racconto di Dumas delle vicende di Masaniello, che troviamo pubblicato a puntate nel 1865, ha una curiosa storia editoriale. Intanto non è un romanzo, ma una rievocazione storica incline alla leggenda. La rivista che lo pubblica ringrazia in una nota l’editore di Da Napoli a Roma, da cui è tratto, pubblicato da “L’Indipendente”, il giornale di Dumas nel 1862 e tradotto da Eugenio Torelli Vollier, il futuro fondatore del “Corriere della sera”. Non sembra esistere un originale francese del libro di viaggi, né un manoscritto, quindi è legittimo sospettare che il vero autore sia Torelli Viollier e non Dumas, che lo firmò e lo pubblicò. 
Il personaggio del pescatore napoletano non ebbe certo la consapevolezza e lo spessore tragico che gli vengono attribuiti nel racconto. Tuttavia acquisì molto presto un'aura mitica, come conferma un episodio legato alla vita di Spinoza (1632-1677). Il più celebre biografo del filosofo olandese scrive in una nota: 
«Ho tra le mani un libro intero di ritratti simili dove si trovano diverse persone distinte e che lui conosceva o che avevano avuto occasione di recargli visita. Tra questi ritratti, trovo al quarto foglio un pescatore disegnato in camicia, con la rete sulla spalla destra, assolutamente somigliante, per l’attitudine al famoso capo di ribelli di Napoli, Masaniello, come viene rappresentato nella storia. A proposito del disegno in questione non devo omettere che il signor Van der Spyck, presso chi alloggiava Spinoza al momento della sua morte, mi ha assicurato che il bozzetto ritratto assomigliava perfettamente a Spinoza, e che l’aveva senza dubbio disegnato prendendo se stesso a modello». Il fatto è richiamato anche in Matthew Stewart, Il cortigiano e l'eretico, dove il cortigiano è Leibniz che invece, in una lettera del 1686, definì Masaniello «l’uomo più empio e pericoloso di questo secolo».

Alexandre Dumas, Masaniello, 1865, traduzione di Eugenio Torelli Viollier

... Masaniello e la sua gente si trovavano per caso o di proposito sulla piazza del Mercato. S'intende che erano tutti armati di mazze. Il cognato di Masaniello, giardiniere a Pozzuoli, aveva portato al Mercato una cesta piena degli ottimi fichi che producono le terre intorno al golfo di Baia.

Un'incredibile negligenza trovavasi nella redazione dell'editto; non vi si specificava se al venditore o al compratore toccava a pagar la tassa. Un diverbio sorse fra un avventore ed il cognato di Masaniello; ognuno voleva far pagare all'altro. Come accade in questi casi, la folla s'aggruppò intorno a' litiganti e la disputa bentosto ebbe a spettatori tutte le persone del Mercato.

In questo momento passò l'Eletto del popolo: era un tale a nome Andrea Nauclerio. Interrogato, diede torto al cognato di Masaniello. I giardinieri a quella sentenza che metteva a loro carico la tassa mormorarono.

– Zitto, o vi mando tutti in galera! dice Andrea Nauclerio.

– Orbene, giacchè la va così, risponde il cognato di Masaniello, sparpagliando le frutta fra la folla, meglio dar i miei fichi per nulla che impinguarne questi demonî di gabellieri che ci succiano perfino il sangue!

Il popolo non se lo fa ripetere, e si getta avidamente sulle frutta, gridando e schiamazzando.

Di botto Masaniello, che fin allora aveva tutto veduto, tutto ascoltato senza dir motto, lanciasi in mezzo a quella turba, gridando:

– Giù le tasse! via le gabelle!

E tutta la schiera, quasi avesse aspettato quel segnale, a ripetere le stesse voci.

Andrea Nauclerio vuol parlare; ma Masaniello, raccolto una mano di fichi, glieli tira nel mezzo del viso; ognuno dà di piglio a quello che può, ed il povero Eletto ed i commessi della gabella, inseguiti dai venditori, assaliti da proiettili di ogni genere, son vergognosamente discacciati dal Mercato e ricorrono al vicerè.

Ma Masaniello non perde tempo ad inseguirli, e salito sulla panca più alta del Mercato, a gran voce:

– Amici, gridò, fate animo e rendete grazie a Dio; l'ora della libertà e sonata finalmente: a malgrado de' cenci di cui sono coperto e che fanno prova della mia miseria, spero, novello Mosè, di liberare il popolo dal servaggio. San Pietro era pescatore come me e salvò, non Roma soltanto, ma il mondo intero dalla schiavitù del demonio: orbene, un altro pescatore salverà Napoli, e le ridonerà tempi più felici. So già che vi lascerò la vita e che il mio capo sarà portato in cima ad una picca; che i quarti del mio corpo saranno trascinati per le strade di Napoli; ma morrò contento, sapendo che mi son sagrificato alla prosperità del mio paese!

S'intende l'effetto che produsse questo discorso sulla folla. Il capo de' Turchi, che doveva difender la rocca contro Masaniello, gli si gettò nelle braccia e da quel punto il giovane lazzarone si trovò a capo non più di trecento ma di seicento uomini.

Incominciarono tosto a metter fuoco all'officina del dazio ed ai registri, e più drappelli si formarono per far lo stesso negli altri mercati della città. Ma nel mandar per la città i lazzaroni, Masaniello aveva serbato intorno a sè i suoi seicento armati di randelli, e mettendo in punta ad una pertica, per insegna, un tozzo di pane, s'avvio verso il palazzo del vicerè gridando:

– Viva il re! muoia il mal governo! Senza dubbio, se il vicerè avesse in quel momento, contro quei seicento uomini armati di mazze, spedito i suoi vecchi soldati tedeschi, i suoi vecchi lanzi spagnuoli, gente usa insomma alle battaglie; se avesse loro comandato di far fuoco sui sediziosi, l'inferiorità delle armi, la vista dei morti, il sentimento della loro impotenza li avrebbe fatti cader ginocchioni e chieder grazia; ma un raggio doveva brillar su Napoli in quella buia notte del dispotismo che la gravava; quel raggio ebbe la durata, ma anche il bagliore folgorante del baleno.

Il vicerè, al contrario impauritosi, ordinò alla moglie di salvarsi nel castel Nuovo, e temendo di esser riconosciuto ed arrestato per via, egli si appiattò in un nascondiglio del palazzo. Quando il capo del governo si nasconde innanzi al popolo, in luogo di andargli contro deliberatamente, la rivoluzione è fatta, o quasi.

***

Due uomini avevano avuto gran parte in questo avvenimento, il bandito Perrone ed un vecchio prete a nome Giulio Genuino, che già una volta, in una sedizione precedente, era stato il capo della parte popolare.

Primo decreto del nuovo tribunale fu l'abolizione delle imposte; poi, volendo, vendicatosi del governo, vendicarsi de' nobili, deliberò che, per dar soddisfazione al popolo, da tanto tempo angariato da essi, si arderebbero sessanta palazzi magnatizi.

Videsi allora un fatto incredibile; una turba di lazzaroni scalzi, cenciosi, pallidi ancora della fame di ieri, mal satolli del pasto di oggi, distruggere palagi magnifici, annientare tesori sterminati, gettare al fuoco suppellettili, tappezzerie, scrigni pieni di gioie, sacchi pieni di oro, fasci di carte, senza che un sol oggetto fosse tolto alla distruzione cui era destinato.

Secondo il vecchio costume de' tempi barbari, secondo la tradizione perpetuatasi da Sardanapalo ad Alarico e da Alarico al principe di Caramanico, furono strangolati e pugnalati i cavalli sul rogo, e quando tutte le robe, tutt'i capilavori, tutte le ricchezze d'un palazzo erano incenerite, si dava alle fiamme il palazzo stesso.

Napoli per tali eccessi avrebbe dovuto divenire tutta un incendio; ma, a furia di cautele, il fuoco pareva divenuto complice intelligente della sommossa e non divorava che la preda assegnatagli.

Chi avesse guardato Napoli dal castello S. Elmo, avrebbe contato venti o venticinque vulcani di pietra che lanciavano fiamme per ogni bocca e ruinavano sulle basi, dopo divorate le visceri. Ma a veder l'ordine che regnava fino nella distruzione, non avreste creduto esser quello un popolo sfrenato che sfogava una vendetta, sibbene un giudice tremendo ch'eseguiva una sentenza. Un affamato che aveva rubato un formaggio ebbe cinquanta bastonate; un altro che non aveva letto ed aveva involato una materassa fu trucidato; due altri che s'erano appropriati un vaso d'argento furono appiccati!

Gl'incendi durarono tre giorni: ventiquattro palagi furon arsi; i trentasei altri, – sessanta erano condannati, – furon salvati a preghiera del Cardinal Filomarino.

Volendo sapere fin a qual punto estendevasi la sua autorità sulla plebe, Masaniello fe' varie pruove: a suono di trombe comandò al popolo di restar sotto le armi e dispose sentinelle in ogni luogo; poscia, nel mezzo della notte, fe' dar il segno dell'armi, per vedere se tutti erano all'erta. Erano tutti a' posti assegnati, cioè meglio di centomila persone; perchè a' lazzaroni ed a' popolani s'erano aggiunti i campagnoli de' contorni, armati di scuri, di vanghe e di falci, strumenti attissimi a tagliar le teste

Poi, fra tutta quella moltitudine, si notava una compagnia che, sebbene mista alle altre, era indipendente ed operava per proprio conto. Fioriva allora in Napoli quella famosa scuola di pittura, immaginosa quant'altra mai, che tanta luce diffuse nel XVII secolo ed aveva per maestri Aniello Falcone, Micco Spadaro e Salvator Rosa.

https://machiave.blogspot.com/2025/01/masaniello.html


venerdì 7 marzo 2025

La rabbia




Filippo Barbera, Bolle di politica. Quando la rabbia non è sufficiente
L'Indice, marzo 2025

Dal 2010 al 2020, scrive Vincent Bevins in Se noi bruciamo. Dieci anni di rivolte senza rivoluzione, siamo stati spettatori (spesso) o attori (a volte) di un’eccezionale esplosione di proteste di massa che annunciava cambiamenti profondi verso modelli di società più equi, una politica più rappresentativa, un’economia nuova e all’altezza delle grandi sfide del mondo. Oggi, osservando retrospettivamente gli esiti di quelle “rivolte senza rivoluzioni”, non si può che constatare come nella maggior parte dei casi le cose siano andate diversamente. Consideriamo, per esempio, le “primavere arabe” analizzate nel testo e che a partire dal 2010 hanno infiammato le piazze di Tunisia, Egitto, Libia, Siria, Yemen, Bahrain, Algeria, Marocco e Giordania. I movimenti protagonisti di quegli eventi sono stati repressi o hanno agevolato cambi di regime che non hanno migliorato la situazione precedente. Anche il caso tunisino – l’unico dove c’era stata una transizione democratica relativamente riuscita – è tornato nel cono d’ombra dell’autoritarismo. In questi come in altri casi, dall’Asia al Sud America, si chiede Bevins, perché le cose non sono andate meglio ma, in molti casi, sono addirittura peggiorate?

Per rispondere, l’autore ricostruisce singoli casi nazionali attraverso circa duecento interviste ai protagonisti di quelle rivolte. Il risultato è un’analisi efficacissima di Tunisia, Egitto, Bahrain, Yemen, Turchia, Brasile, Ucraina, Corea del Sud e Cile, che diventa nei capitoli finali un’interpretazione acuta, semplice e stratificata alla stesso tempo. A un primo livello interpretativo, dobbiamo accettare definitivamente la possibilità concreta del “regresso storico”. Non solo la storia non ha nessuna direzione e nel suo farsi non si dispiega nessuna speranza, dubbio che da qualche tempo ci aveva effettivamente sfiorato, ma anche il peggioramento delle condizioni pregresse è del tutto plausibile. La conseguenza logica è che il periodo di relativo equilibro tra crescita economica, democrazia politica e conflitto sociale regolato, che ha caratterizzato una parte del mondo, deve oggi essere considerato una parentesi, un fragile equilibrio che si è rotto. Le conquiste della seconda metà del Novecento, certo relative, circoscritte e possibili grazie a rapporti neocoloniali, non sono replicabili. L’arena internazionale, poi, è regredita a un periodo “pre-congresso di Vienna”, priva di un nuovo equilibrio tra le potenze globali e – a differenza di allora – senza la volontà di costruirlo.

Certo, si tratta ancora di un “segnale debole”, la democrazia è complessivamente solida, si dirà. Non è così. I “segnali deboli” possono essere semi di futuro. Dopo una fase di espansione democratica, si è osservata una tendenza al declino e, in alcuni casi, al regresso. Pur nella loro incerta validità e attendibilità, gli “indici” sintetici negli ultimi vent’anni registrano una diminuzione nel numero di democrazie a livello globale, con un aumento corrispondente di regimi autoritari o ibridi. Lo stato di salute dei regimi più democratici, poi, è preoccupante in ordine alla libertà di stampa, alla separazione tra i poteri e ai diritti civili e sociali.

Un secondo “strato” della risposta di Bevins – più preciso in termini causali – risiede nel repertorio  che ha strutturato l’azione dei movimenti di protesta indagati. Con le efficaci parole di due attivisti brasiliani Não existe vácuo político (il vuoto politico non esiste). Se togli potere a chi lo detiene e non ti organizzi per prenderlo, si crea un “vuoto” al centro del sistema che altri riempiranno. Le proteste di massa apparentemente spontanee, coordinate attraverso i social media, organizzate in modo orizzontale e prive di leader formali e di meccanismi di selezione della classe politica, funzionano bene per aprire varchi, ma lasciano il vuoto. Sono “bolle di politica” orientate alla protesta, mosse dalla rabbia e dall’indignazione, ma che non alimentano la rivoluzione. Bolle che scoppiano troppo in fretta. In Egitto il vuoto è stato riempito dai militari. In Bahrain sono stati l’Arabia Saudita e il Consiglio di cooperazione del Golfo. A Kiev si è trattato di un gruppo diverso di oligarchi, affiancati dai militanti nazionalisti. Ciò è accaduto perché il repertorio di protesta dei movimenti di piazza è stato fortemente influenzato da parole d’ordine come “orizzontalità”, “spontaneismo”, “auto-organizzazione”, tipiche della temperie culturale antisovietica, neoanarchica e incentrata su forme di “critica artistica” maturata decenni prima in Europa e negli Stati Uniti (tesi di Luc Boltanski e Ève Chiapello in Il nuovo spirito del capitalismo). Repertorio che poi si è diffuso e saldato con il cambiamento generazionale, l’aumento dei livelli d’istruzione, le aspettative di status sociale non soddisfatte, una maggiore sensibilità per i diritti civili, l’indignazione per violazioni puntuali dell’economia morale (“il prezzo del pane”, “il costo dei trasporti”) di quei paesi. Il tutto, però, in assenza di organizzazione formale, intermediazione politica, matrice ideologica e procedure formali di selezione dell’élite.

Una rivoluzione è la sostituzione di una vecchia élite con una nuova, non necessariamente con la forza militare ma certamente con l’organizzazione politica e la presa del potere. Senza questo passaggio, si ha solo “iperpolitica”, concetto che lo storico belga Anton Jäger (nel suo libro Iperpolitica. Politicizzazione senza politica, Nero, 2024) riferisce a un fenomeno in cui la politica diventa onnipresente e altamente spettacolarizzata, ma al tempo stesso svuotata  di capacità trasformative reali. In questo scenario, la politica è costantemente visibile nei media, nei social network e nello spazio pubblico, ma si riduce spesso a simboli, scontri culturali, proteste di piazza o virtuali e dinamiche fortemente individualizzate, piuttosto che a reali cambiamenti strutturali. In modo analogo a Bevins, anche Jäger descrive l’iperpolitica come una conseguenza della crisi delle tradizionali forme di rappresentanza e partecipazione, con i partiti politici in declino e le istituzioni sempre più scollegate dai cittadini. Questo porta a una politica che è intensa nei toni e nei conflitti, ma debole nelle soluzioni e nelle trasformazioni sociali.

Una forma simile di “protesta mobilitante” è al centro dell’ultimo libro di Francesco Filippi. A differenza di Bevins, qui l’intervallo storico considerato è molto più ampio (Cinquecento anni di rabbia, recita il titolo del volume) e la tesi abbraccia in modo più focalizzato il rapporto tra mezzi di comunicazione, rabbia e rivolta sociopolitica. Dall’introduzione della stampa a caratteri mobili fino all’era della comunicazione online, le società si sono trovate a dover fare i conti con un ritmo e una diffusione dei messaggi senza precedenti. La tesi del libro di Filippi è che, nonostante le indubbie differenze, i meccanismi fondamentali della comunicazione di massa abbiano molti aspetti in comune. Milioni di persone nel Sacro romano impero vennero a conoscenza delle novantacinque tesi di Lutero in pochissimo tempo, subito dopo la loro celebre affissione sulla porta della chiesa di Wittenberg, così come oggi, su internet, si diffondono rapidamente teorie complottiste su vittorie elettorali e presunte frodi. Alle otto del mattino del 6 gennaio, l’account Twitter di Donald Trump – ora presidente degli Stati Uniti – lanciava le parole d’ordine della protesta, “frode elettorale”, che avrebbe portato all’assalto del palazzo del congresso americano, Capitol Hill. Inoltre, sia la stampa che la comunicazione online allargano in modo incontrollabile i confini del pubblico: l’audience si espande in modo “memetico”, grazie alla trasmissione di idee e comportamenti attraverso imitazione e diffusione virale. Il web ha reso questo processo ancora più pervasivo e potente, ma il meccanismo di base era già attivo con la stampa. Un’altra similitudine è che entrambi i mezzi di comunicazione rendono arduo il compito di censurare, arginare o combattere le idee. Quando, nel Cinquecento, un signorotto locale tedesco cercava di punire gli stampatori per fermare la diffusione di certi messaggi, gli agricoltori potevano facilmente trovare un altro luogo dove stampare. Oggi, la censura su internet, che sia per motivi autoritari o educativi, risulta altrettanto complessa e problematica. Infine, sia la stampa che la comunicazione web non modificano in modo unidirezionale le modalità della protesta, ma vengono a loro volta alimentate da dinamiche sociali, crisi nei rapporti di potere, modelli di narrazione pubblica e più o meno fluidi percorsi di mobilità sociale.

Esempio dell’intreccio bidirezionale tra tecnologie della comunicazione, dinamiche sociali di medio periodo e cambiamento storico di lungo raggio è il lavoro di Peter Turchin che, nel 2010 in un breve pezzo su “Nature”, preannunciò che all’inizio del secondo decennio degli anni Duemila gli Stati Uniti sarebbero andati incontro a violenti scontri e moti di piazza, che avrebbero messo in profonda crisi l’ordine costituito. Nel 2022, come predetto dal modello, la folla prese d’assalto Capitol Hill, sobillata dal presidente uscente Donald Trump. Il modello di Turchin aveva predetto con più di dieci anni di anticipo gli eventi di Capitol Hill attraverso l’uso sistematico di dati quantitativi in grado di individuare dei “cicli storici”, basati su due variabili: l’aumento delle diseguaglianze e la più serrata competizione tra élite. Nel suo libro del 2023 End Times. Elites, Counter-Elites, and the Path of Political Disintegration, Turchin argomenta che l’aumento delle diseguaglianze economiche e la “sovrapproduzione delle élite”, quindi un numero di posti apicali inferiore alle persone che mirano a occuparli, sono forze di lungo periodo il cui cambiamento relativo (ad esempio elevate diseguaglianze e rapporto sfavorevole posti/persone) generano nel medio periodo finestre di opportunità per l’azione di imprenditori politici che – per scopi di consenso e potere – sfruttano il malcontento, la rabbia e l’indignazione associati alle diseguaglianze. Nel breve periodo, la contingenza tecnologica offerta dai mezzi di comunicazione di massa, dalla stampa al web, rende la loro azione possibile ed efficace. Si tratta di una prospettiva utile per mettere ordine nella “grammatica del tempo” suggerita dai libri di Bevins e Filippi e anche per dare meglio conto del ruolo dei fattori “meso” (imprenditori politici) non sempre messi bene a fuoco.

Se vi domandate perché la politica è così interessata al controllo dei mezzi di comunicazione – e se non vi è bastata la vittoria di Trump per giustificare la spesa di Elon Musk per acquistare Twitter – la lettura di questi libri dissolverà ogni incertezza residua.