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venerdì 16 gennaio 2026

1966 annus mirabilis

Jean-Louis Jeannelle
"1966, un anno meraviglioso", di Antoine Compagnon: l'emergere di nuovi intellettuali
Le Monde, 12 gennaio 2026

Nel 1966, pubblicazioni prestigiose si susseguirono, infuriarono dibattiti intellettuali e personalità affermate affrontarono critiche. Aragon abbracciò le tendenze del tempo nel suo romanzo in corso di realizzazione, Blanche ou l'oubli (Gallimard, 1967). Ma André Malraux, allora Ministro degli Affari Culturali, stava vivendo un periodo di esilio politico. Il film di Jacques Rivette, La Religieuse, fu censurato senza il suo contributo, eppure fu lui a essere preso di mira. E rifiutandosi di nominare Pierre Boulez come direttore musicale, Malraux si isolò più che mai.

Jean-Paul Sartre, da parte sua, divenne l'uomo da abbattere per mano dei principali esponenti dello strutturalismo: Claude Lévi-Strauss e Michel Foucault, il cui *Le parole e le cose* (Gallimard) fu uno dei bestseller dell'anno. All'esistenzialismo come filosofia dell'esperienza vissuta, le figure influenti dell'epoca opposero la pratica del concetto.

Sia in termini di pubblicazioni che di controversie, l'anno scelto per la sua eccezionalità ma anche per affinità dall'accademico Antoine Compagnon nel 1966, l'anno meraviglioso si distingue come decisivo nella teoria letteraria (Figure , di Gérard Genette, Seuil), nella psicoanalisi (Scritti , di Jacques Lacan, Seuil), nella letteratura ( Il vice-consul , di Marguerite Duras, Gallimard), o anche nel cinema ( Au hasard Balthazar , di Robert Bresson)…

Ramificazioni

Ma è sufficiente questo per qualificare il 1966 come "mirifico ", traduzione di quello che Compagnon definì "annus mirabilis" durante il suo seminario al Collège de France nel 2011? Siamo nel regno dei superlativi, ma su quali basi? L'elenco di testi e date è certamente sorprendente, ma da solo non giustificherebbe l'impresa. Manca l'elemento essenziale: le connessioni che si intrecciano tra gli eventi registrati, che questo brillante saggio svela gradualmente. Ad esempio, il contesto sociologico del periodo, con la corsa all'università: si superava la soglia dei 400.000 studenti e l'istruzione superiore vantava 25.000 insegnanti, contro i 2.000 della Liberazione – tutti componenti di quelli che Compagnon chiama "i nuovi intellettuali ".

Ancora più significativa è la profonda interconnessione dei vari dibattiti. Si prenda, ad esempio, la celebre controversia tra Raymond Picard, studioso di Racine alla Sorbona, e Roland Barthes, semiologo e massimo rappresentante della "nuova critica" (che pubblicò Critique et Vérité quello stesso anno con Seuil). Il sociologo Pierre Bourdieu aveva perfettamente ragione a individuare, dietro l'apparente rivalità tra il detentore del "monopolio del commento legittimo" e il "portavoce degli esegeti modernisti", una "complicità strutturale" di posizioni, in cui le rivalità sul piano teorico nascondevano un'oggettiva solidarietà sul piano pratico.

Ma Compagnon trova l'unità più sorprendente nella scomparsa dell'uomo come soggetto completo, padrone dei propri pensieri e delle proprie scelte, una nozione proclamata da Lévi-Strauss, Foucault e Louis Althusser. La dissoluzione dell'uomo fu uno dei progetti più radicali dell'epoca, portato avanti a favore delle invarianti strutturali. Eppure, nel 1966, gli studenti situazionisti di Strasburgo diffusero un opuscolo che invocava il "godimento senza vincoli ". Si trattava di un programma completamente diverso, che avrebbe trionfato due anni dopo.

Da segnalare, dello stesso autore, l'edizione tascabile di "Litérature pays!", Folio, "Actuel", 192 p., €7,10.

https://www.lemonde.fr/livres/article/2026/01/12/1966-annee-mirifique-d-antoine-compagnon-emergence-des-nouveaux-intellectuels_6661445_3260.html

lunedì 5 gennaio 2015

Belpoliti, la maschera e il volto

Marco Belpoliti
La società facciale

Thomas Macho, filosofo tedesco tra i più acuti e influenti, per quanto ancora poco noto in Italia, ha scritto che viviamo in una “società facciale”, la quale possiede la prerogativa di produrre volti senza sosta. A ogni angolo di strada, su ogni tabellone, la pubblicità c’insegue con volti, così che “senza un volto, nulla osa più invadere lo spazio riservato alle affissioni”. Che dunque la nostra sia una società fondata sulle facce, lo storico dell’arte e iconologo Hans Belting lo dice sin dalle prime pagine del suo ponderoso saggio, Facce. Storia del volto (tr. it. di C. Baldacci e P. Conte, Carocci 2014, pp. 359). E con ogni probabilità lo studioso tedesco non conosce, o ricorda, la celebre espressione berlusconiana “metterci la faccia”, che ha segnato una intera stagione politica ed elettorale. Ma a noi basta accendere la televisione e guardare un qualsiasi programma, da X Factor a Masterchef, per ricordarci che è così: lo spettacolo come la politica è invasa dalle facce. I volti sono stati commercializzati e politicizzati, ribadisce giustamente l’iconologo nel suo studio. Siamo tutti volti anonimi che consumiamo volti, su cui la società proietta la propria struttura di potere, continua Belting, così che “il volto pubblico ha prodotto la sua propria maschera”.
Il saggio cerca di stabilire cosa è volto e cosa invece maschera. In un libro dedicato al medesimo tema, apparso anni fa ma sempre attuale, Il volto e l’anima (Bompiani), la semiologa Patrizia Magli distingue tra Viso, che deriva dal latino visus, participio passato di videre, “vedere”, e Faccia, sempre dal latino facies, “aspetto”, “forma”, d’etimologia invece più incerta. Il viso non è una semplice parte del corpo, ma, per dirla con il filosofo Emmanuel Lévinas, è nel viso che si compie la presenza che trascende ogni rappresentazione che se ne può fare. Faccia è una forma dotata di una certa superficie, è un limite, come suggerisce il significato geometrico del termine; tuttavia il viso è anche faccia, superficie delimitata e carica di senso, su cui agisce lo sguardo di chi osserva. Patrizia Magli sostiene che la faccia è il risultato di una costante messa a fuoco e ritaglio di questa superficie da parte di un osservatore; sarebbe la parte che sta per il tutto. Volto, vultus, poi, è il termine latino più antico per indicare il viso. La semiologa afferma che il nesso tra faccia e socialità è molto forte, testimoniato da quelle espressioni d’uso comune come: “salvare” o “perdere” la faccia. Oggi che il contatto “faccia a faccia” si è trasferito su Internet – Facebook è uno dei termini più citati –, i mass media sottraggono al volto la sua presenza corporea, modificando una delle fondamentali abitudini della nostra percezione che comporta di necessità riconoscere i volti. Non a caso Don Abbondio, scrive Manzoni nei Promessi sposi, spiega al suo interlocutore che appena vide quelle facce, ovvero i volti dei bravi, pensò bene di scappare. Belting precisa che il passaggio a Internet ha fatto sì che il volto pubblico, nonché celebre, non è più espressione di una determinata classe sociale, dal momento che la celebrità è data solo dai media: anche i ricchi per essere celebri devono avere una faccia, come capì Andy Warhol quando propose ai suoi collezionisti i loro ritratti. L’artista americano cominciò così a riprodurre i volti celebri della sua epoca; dopo Marilyn e Mao, realizzò ritratti per personaggi come Gianni Agnelli, all’epoca tra le persone più cool e note del mondo occidentale: avevano tutti una faccia. Oggi, nell’era globale, il volto è stato svincolato dalle fisionomie nazionali o locali, oltre che dai contesti economici e, scrive Belting, siamo sommersi da maschere facciali. Warhol l’aveva intuito lavorando sul ritratto del leader della Cina popolare, Mao, il cui ritratto gigantesco ha campeggiato sulla immensa piazza di Pechino per decenni.
Ora il processo è andato molto in là. La proliferazione dei volti è senza dubbio l’effetto delle tecniche moderne di riproduzione del ritratto, ribadisce Thomas Macho. Il Selfie è un perfetto esempio della democratizzazione di quest’attività ritrattistica, come spiega Tiziano Bonini, iniziata con l’irruzione della macchina fotografica, giustamente definita da John Berger una scatola per trasportare “apparenze”. Senza alcun moralismo, dobbiamo constatare che siamo tutti immersi in quest’universo di apparenze. Non sarà che quello che oggi vediamo non sono più volti, bensì maschere?, si chiede Belting. I vocabolari etimologici definiscono Maschera il finto volto fatto di vario materiale, indossato per motivi rituali; temine di origine etimologica molto incerta, preromana, proviene probabilmente da un termine piemontese-ligure masca, “strega”, presente già nell’editto di Rotari nel VII secolo. Le maschere servivano nel passato per dare corpo agli spiriti dei defunti, ma indicano anche l’elemento anonimo della partecipazione al rito: chi la indossa si nasconde Nel 1980 Roland Barthes in La camera chiara spiegò come la fotografia può significare, ovvero definire, una generalità solo assumendo una maschera. Era una riflessione che gli derivava da un bellissimo racconto di Italo Calvino, L’avventura di un fotografo, scritto negli anni Settanta; lo scrittore vedeva nella maschera “ciò che fa di un volto il prodotto della società e della sua storia”. La parola volto vale qui per faccia, nel significato che le attribuisce Patrizia Magli; tanto è vero che nel corso del Novecento resta paradigmatica l’impresa di August Sander. In Uomini del XX secolo il fotografo tedesco ritrasse uomini e donne come maschere del tempo e della società, tentativo paradigmatico cui furono, forse non a caso, attivamente ostili i nazisti, tanto che Sander dovette nascondere il materiale che aveva accumulato nella sua indagine. Cade qui il tema per cui il libro di Hans Belting, per quanto non del tutto all’altezza dei suoi precedenti, è comunque un’opera preziosa: la fotografia, dalle macchine analogiche a quelle digitali, ha prodotto prima di tutto maschere, là dove invece la pittura per metodo, forme e anche intenzioni, produceva ritratti di volti. Si tratta di quell’“effetto-Thanatos” descritto da Barthes, per cui fotografiamo i vivi, e ora anche noi stessi nel Selfie, senza pensare che saranno ricordati come morti, moltiplicando a dismisura con le macchine digitali e i cellulari il nostro archivio d’immagini, e producendo così inconsapevolmente maschere di morte. Barthes in modo preveggente ha scritto che l’età della Fotografia “corrisponde all’irruzione del privato nel pubblico, o piuttosto alla creazione di un nuovo valore sociale, che è la pubblicità del privato”. Oltre vent’anni prima della creazione di Facebook. Una profezia.

sabato 6 dicembre 2014

Paul Valéry sulla vivacità impura di Stendhal

Alfonso Berardinelli
Il puro Valéry vedeva in Stendhal vaudeville e operetta
Il Foglio, 6 dicembre 2014


Stendhal, tutt'altro che puro, appassionò Valéry fino a fargli perdere la bussola con cui amava orientarsi nei propri pensieri e nelle proprie emozioni. Così, "vivace e brillante" nella sua "incantevole caricatura" della vita sociale e politica della Francia di Luigi Filippo, Stendhal tende al "vaudeville". Anche La certosa di Parma, osserva Valéry, ogni tanto fa pensare all'operetta, cosa di cui non ci si deve scandalizzare: "Appassionato di opera buffa, probabilmente Stendhal andava pazzo per i romanzi brevi di Voltaire, imperiture meraviglie di leggerezza, abilità e diabolica fantasia. In quelle opere veloci e crudeli in cui la satira, l'opera lirica, il pamphlet, l'ideologia si mischiano insieme in un ritmo infernale, in quelle favole che costituirono gli scandalosi piaceri della fine del regno di Luigi XV" si sentono già le operette immancabilmente allegre di un secolo dopo.
Per fortuna Stendhal conservò sempre ciò che aveva ricevuto dal Settecento, il secolo in cui era nato, cioè "il dono inestimabile della vivacità. La greve prepotenza e la noia non conobbero mai un avversario più pronto di lui (...) Si sarebbe divertito (e in fondo lusingato) se gli avessero fatto intravedere, come in una boccia di vetro, tutto il suo avvenire accademico (...) avrebbe visto le sue formule diventare tesi, le sue manie trasformarsi in precetti, le sue battute trasformarsi in teorie, sistemi dottrinali nascere da lui e infiniti commenti essere dedotti dalle sue brevi massime (...) Ne è nato tutto il contrario di quello che lui era, il contrario della sua libertà, della sua fantasia, del suo gusto dell'opposizione".
Quando leggo queste cose (o le grandi satire anticulturali di Molière) non riesco a non pensare alla noiosa pedanteria e a tutto quel prepotente teorizzare su tutto, a quella mania di costruire castelli filosofici e imbastire analisi semiologiche a tappeto su ogni autore che si diffuse come un'epidemia nella cultura francese tra Lacan, Barthes, Foucault, Derrida, Baudrillard e anche il sociologo Bourdieu: tutto uno "spirito di sistema che ha fatto del francese colto una lingua da laboratorio. 



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Dans Variété II, Paul Valéry écrit : « Ses motifs favoris, Napoléon, l'amour, l'énergie, le bonheur, ont engendré des volumes d'exégèses. Des philosophes s'y sont mis. [...] Une sorte d'idolâtrie naïve et naïvement mystérieuse vénère le nom et les reliques de ce briseur d'idoles. [...] Tout le contraire de lui-même, de sa liberté, de son caprice, de son goût de l'opposition est né de lui. »