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venerdì 16 gennaio 2026

1966 annus mirabilis

Jean-Louis Jeannelle
"1966, un anno meraviglioso", di Antoine Compagnon: l'emergere di nuovi intellettuali
Le Monde, 12 gennaio 2026

Nel 1966, pubblicazioni prestigiose si susseguirono, infuriarono dibattiti intellettuali e personalità affermate affrontarono critiche. Aragon abbracciò le tendenze del tempo nel suo romanzo in corso di realizzazione, Blanche ou l'oubli (Gallimard, 1967). Ma André Malraux, allora Ministro degli Affari Culturali, stava vivendo un periodo di esilio politico. Il film di Jacques Rivette, La Religieuse, fu censurato senza il suo contributo, eppure fu lui a essere preso di mira. E rifiutandosi di nominare Pierre Boulez come direttore musicale, Malraux si isolò più che mai.

Jean-Paul Sartre, da parte sua, divenne l'uomo da abbattere per mano dei principali esponenti dello strutturalismo: Claude Lévi-Strauss e Michel Foucault, il cui *Le parole e le cose* (Gallimard) fu uno dei bestseller dell'anno. All'esistenzialismo come filosofia dell'esperienza vissuta, le figure influenti dell'epoca opposero la pratica del concetto.

Sia in termini di pubblicazioni che di controversie, l'anno scelto per la sua eccezionalità ma anche per affinità dall'accademico Antoine Compagnon nel 1966, l'anno meraviglioso si distingue come decisivo nella teoria letteraria (Figure , di Gérard Genette, Seuil), nella psicoanalisi (Scritti , di Jacques Lacan, Seuil), nella letteratura ( Il vice-consul , di Marguerite Duras, Gallimard), o anche nel cinema ( Au hasard Balthazar , di Robert Bresson)…

Ramificazioni

Ma è sufficiente questo per qualificare il 1966 come "mirifico ", traduzione di quello che Compagnon definì "annus mirabilis" durante il suo seminario al Collège de France nel 2011? Siamo nel regno dei superlativi, ma su quali basi? L'elenco di testi e date è certamente sorprendente, ma da solo non giustificherebbe l'impresa. Manca l'elemento essenziale: le connessioni che si intrecciano tra gli eventi registrati, che questo brillante saggio svela gradualmente. Ad esempio, il contesto sociologico del periodo, con la corsa all'università: si superava la soglia dei 400.000 studenti e l'istruzione superiore vantava 25.000 insegnanti, contro i 2.000 della Liberazione – tutti componenti di quelli che Compagnon chiama "i nuovi intellettuali ".

Ancora più significativa è la profonda interconnessione dei vari dibattiti. Si prenda, ad esempio, la celebre controversia tra Raymond Picard, studioso di Racine alla Sorbona, e Roland Barthes, semiologo e massimo rappresentante della "nuova critica" (che pubblicò Critique et Vérité quello stesso anno con Seuil). Il sociologo Pierre Bourdieu aveva perfettamente ragione a individuare, dietro l'apparente rivalità tra il detentore del "monopolio del commento legittimo" e il "portavoce degli esegeti modernisti", una "complicità strutturale" di posizioni, in cui le rivalità sul piano teorico nascondevano un'oggettiva solidarietà sul piano pratico.

Ma Compagnon trova l'unità più sorprendente nella scomparsa dell'uomo come soggetto completo, padrone dei propri pensieri e delle proprie scelte, una nozione proclamata da Lévi-Strauss, Foucault e Louis Althusser. La dissoluzione dell'uomo fu uno dei progetti più radicali dell'epoca, portato avanti a favore delle invarianti strutturali. Eppure, nel 1966, gli studenti situazionisti di Strasburgo diffusero un opuscolo che invocava il "godimento senza vincoli ". Si trattava di un programma completamente diverso, che avrebbe trionfato due anni dopo.

Da segnalare, dello stesso autore, l'edizione tascabile di "Litérature pays!", Folio, "Actuel", 192 p., €7,10.

https://www.lemonde.fr/livres/article/2026/01/12/1966-annee-mirifique-d-antoine-compagnon-emergence-des-nouveaux-intellectuels_6661445_3260.html

mercoledì 12 febbraio 2025

Vattimo come maestro




Pierfrancesco Stagi
, La carità di Vattimo e i suoi nemici laici
Avvenire, 11 febbraio 2025

Tra gli anni Ottanta e Novanta Torino visse una straordinaria stagione che la vide tra le capitali della filosofia contemporanea, insieme a Parigi, Heidelberg, Princeton, Berkeley, Yale. Probabilmente non era mai successo prima in età moderna che la filosofia italiana avesse un tale richiamo a livello internazionale, se si esclude il magistero intellettuale di Benedetto Croce all’inizio del Novecento. Il merito è di Gianni Vattimo, professore di Filosofia teoretica in quell’ateneo, che formatosi nell’ambiente del cristianesimo sociale torinese (Carretto e l’Azione Cattolica) e educato alla scuola del filosofo cattolico Luigi Pareyson, seppe guardare oltre il recinto angusto dell’Italia del Dopoguerra verso le principali correnti filosofiche che animavano il dibattito d’Oltralpe come l’esistenzialismo (Heidegger e Sartre), l’ermeneutica (Gadamer), il poststrutturalismo (Foucault e Deleuze, interpreti di Nietzsche), il decostruzionismo (Derrida), il postmodernismo (Lyotard), il pragmatismo (Rorty). Ne nacque una filosofia complessa e modernissima, che riuscì a unire aspetti della tradizione filosofica italiana (il personalismo cristiano, la dimensione etica dell’attività interpretativa, la cura per i temi e i diritti economici e sociali) con le forme più avanzate del pensiero contemporaneo (l’antifondazionalismo, la decostruzione del potere, la critica alla metafisica come struttura di potere e dominio). Il saggio di Paolo di Motoli, Vattimo e i suoi nemici. Conflitto e campo accademico (Transeuropa, pagine 124, euro 15,00) è una raffinata analisi sociologica di quella stagione condotta attraverso la voce dei protagonisti, docenti, colleghi, dottorandi, laureandi e studenti, in breve un intero mondo raccolto, ancora per una volta, per parlare di Vattimo, il “Maestro” come allora affettuosamente era chiamato da noi che gli giravamo attorno (i cosiddetti “vattimiani”). Quest’opera non è, tuttavia, una raccolta di memorie a scopo rievocativo, ma un’analisi scientifica sul campo condotta con un metodo innovativo dal punto di vista sociologico: l’autoetnografia quale è stata inaugurata dal filosofo francese Bourdieu; una forma di ricerca che usa l’autoriflessione e l’autobiografia per esplorare fenomeni con significati sociali, culturali, psicologici più ampi. Nel primo capitolo, “Autoetnografia di un percorso in formazione”, di Motoli, nato nel 1971, racconta la Torino degli anni Novanta nei giorni in cui entrò come matricola nella Facoltà di Filosofia. Di famiglia non benestante e dopo un percorso di studi frastagliato, l’autore ci offre uno sguardo sulla Torino popolare di quegli anni cupi, in cui i partiti avevano perso il contatto con la società civile. Tanto più nelle realtà socialmente più avanzate come le periferie industriali torinesi e le metropoli del Nord Italia, dove la fuga in avanti dei giovani degli anni Settanta aveva lasciato più macerie che altro. C’era un’atmosfera di riflusso, di delusione, non si parlava volentieri di quanto accaduto. Presto Vattimo divenne l’interprete di quella complessa fase di passaggio, non solo di Torino ma dell’intero Paese – da qui anche la sua fama di maître à penser che non fu effimera – riuscendo a comprendere che dall’impasse che si era venuto a creare dopo la fine delle grandi ideologie non era possibile uscire continuando a replicare stancamente i modelli del passato, ma fosse necessaria una “mossa del cavallo” - come lui stesso la definì - uno scarto in avanti che si lasciasse alle spalle le contrapposizioni del passato e sapesse proseguire verso il futuro, pensando autenticamente il proprio tempo. Il suo pensiero prese, quindi, in primis la via dell’antifondazionalismo, perché egli si rese conto leggendo Heidegger (ma anche Nietzsche) che le disuguaglianze e le contraddizioni della società contemporanea avevano radici molto più profonde di quanto pensasse la critica marxista al sistema di produzione capitalistico, in quanto affondavano, come andava da tempo ripetendo Foucault, in un sistema di potere che era stato inaugurato dalla metafisica occidentale. Questa creava legami stabili, impositivi, costrittivi, dal punto di vista conoscitivo e morale, da cui era impossibile sfuggire, pena l’esclusione dal dibattito pubblico. Cercare una società alternativa che sapesse tutelare anzitutto i più fragili, i più “deboli”: ecco anche l’appellativo “pensiero dei deboli” che Vattimo ha dato negli ultimi anni alla sua filosofia, più rappresentativo dell’ormai usurato “pensiero debole”. Erano gli anni Ottanta, l’epoca del liberismo sfrenato, delle “mani libere” per l’economia, delle “magnifiche sorti e progressive” di una crescita che sembrava non avrebbe avuto limiti. Non stupisce, quindi, che Vattimo abbia progressivamente accentuato la sua provenienza dal cristianesimo sociale e riscoperto l’ispirazione cristiana, ad esempio, della filosofia di Heidegger. Il cristianesimo che Vattimo riscopre non è la metafisica cattolica e tomista, che aveva costituito il solido fondamento dell’alleanza da antico regime tra Chiesa cattolica e potere politico, ma un “cristianesimo minore”, per così dire, evangelico, che si ispirava più alla testimonianza storica del fondatore e dei suoi primi “poveri” seguaci, che ai trionfi speculativi della metafisica aristotelica e platonica. È il concetto di charitas che il filosofo torinese pone al centro, perché laddove c’è la carità anche la verità assume una luce diversa, più “reale”, più vivida. La verità diventa caritatevole per Vattimo quando non chiude le porte alla diversità, allo straniero, all’inaspettato, non cerca di ingabbiarlo in uno spazio che non gli appartiene, e lo lascia vivere nella sua alterità. Ciò valse a Vattimo soprattutto dal punto di vista accademico non pochi nemici, in prevalenza provenienti dal fronte illuminista, ateo e liberale. Il volume è anche la storia di come alcuni di loro, Viano e Rossi, allievi di Abbagnano, iniziarono un’intensa campagna di opposizione alla sua filosofia, che si concretizzò in saggi, interventi, libelli ( Va’ pensiero, 1985) e in una feroce quanto puntigliosa guerrilla burocratica contro l’attività accademica di Vattimo e dei suoi allievi. Viano e Rossi - i “dioscuri” amavano definirsi - rimproveravano a Vattimo di aver “indebolito” la verità, banalizzato la filosofia e dimenticato la “durezza” della realtà a discapito di un sapere meno sapiente, di una attitudine etica e misericordiosa, che accoglie prima di giudicare, che ama prima di categorizzare, che si rivolge in basso verso la concretezza dell’esistenza umana, piuttosto che in alto verso le inaccessibili sfere della verità metafisica. Poco dopo anche uno dei suoi primi allievi, Maurizio Ferraris, si unì idealmente ai “dioscuri” per proclamare gli inviolabili e “sacri” diritti della verità/realtà. Ama et fac quod vis, amava ripetere Vattimo, citando Agostino, e osservando con ironica bonomia i colleghi “nemici”.

belfagor: Vattimo postmoderno
belfagor: Fenomenologia di Gianni Vattimo

domenica 26 gennaio 2025

Croce battitore libero



Massimiliano Guareschi, Un enigmatico Benedetto Croce
il manifesto, 25 gennaio 2025

Per chi è nato intorno alla metà degli anni Sessanta, Benedetto Croce ha costituito una sorta di enigma. Per gli appartenenti a precedenti generazioni si trattava di un autore fondamentale, un punto di riferimento imprescindibile ancorché criticabile. All’opposto, i repertori testuali e i dibattiti teorici con cui ci confrontavamo negli studi universitari e oltre sembravano ignorarlo del tutto, relegandolo a qualche notazione storica relativa al fatto, che per qualche decennio, la scena culturale italiana si era collocata all’insegna della sua incontrastata egemonia.

NEI PRIMI APPROCCI a Gramsci, non mancava di suscitare perplessità il fatto che nei Quaderni del carcere si dedicasse così tanta attenzione a un autore di cui sfuggiva la rilevanza teorica ed appariva come più ottocentesco che novecentesco.

La netta cesura fra un prima e un poi nella conoscenza e nell’apprezzamento dell’opera di Croce certificava, dopo la necessaria decantazione temporale, il fallimento di un progetto culturale volto alla costruzione di una «filosofia italiana» e alla sua imposizione come canone teorico nazionale con ambizioni universalistiche. Si trattava di un modello che non avrebbe retto a fronte della penetrazione progressiva nella scena intellettuale del nostro paese di un ampio spettro di prospettive teoriche, non a caso fortemente osteggiate dalla diade Croce-Gentile, quali la fenomenologia, il neopositivismo, la storia della scienza, le scienze sociali, la psicoanalisi, i marxismi.

Sulla parabola del neoidealismo, assolutamente centrale nella storia culturale italiana del Novecento, si sofferma il libro di Anna Boschetti Benedetto Croce. Dominio simbolico e storia intellettuale (Quodlibet, pp. 354, euro 25). L’autrice ha svolto una funzione pionieristica nell’introduzione in Italia di un approccio alla produzione artistica e letteraria ispirato alla sociologia del campo di Pierre Bourdieu, sia attraverso la traduzione di Le regole dell’arte (Il saggiatore 2005), il libro su Flaubert del sociologo francese, sia tramite le proprie ricerche su Sartre e Apollinaire. A partire da tali coordinate si disegna così non una biografia intellettuale o una storia del pensiero crociano quanto un tentativo di analizzare le modalità attraverso cui si stabilisce una forma di dominio simbolico su uno spazio relazionale fatto di posizioni gerarchizzate fra cui si muovono attori dotati di specifici capitali in competizione fra loro per stabilire le linee della legittimità culturale.

CROCE, IN PRIMO LUOGO, dispone di un notevole capitale economico, in quanto ricco rentier. Ciò gli consente di restare fuori dall’università ma, al contempo, di influire pesantemente su di essa senza essere condizionato da meccanismi interni di carriera personale. Inoltre la disponibilità economica gli permette di finanziare le proprie iniziative editoriali, dalla rivista «La Critica» al sodalizio con le edizioni Laterza, governando l’accesso a quelle tribune e stabilendo che cosa doveva essere pubblicato e che cosa no, chi doveva essere recensito favorevolmente e chi stroncato.

LA RICOSTRUZIONE proposta dal libro di Anna Boschetti evidenzia gli elementi differenziali attraverso cui Croce si costruisce una posizione dominante rispetto a quelle di alleati e concorrenti. In primis abbiamo lo status nobiliare dell’autore disinteressato che si pone al di sopra delle meschine diatribe fra i «burocrati» della cultura interessati solo a concorsi e cattedre. Poi abbiamo l’autore che, rifuggendo gli angusti specialismi, si muove su più tavoli, dalla storiografia alla filosofia o alla critica letteraria, reinvestendo in un campo il prestigio acquisito in un altro. Croce, poi, si presenta come intellettuale pubblico, scrivendo sui più importanti quotidiani, e «La Critica» non è una rivista accademica riservata agli specialisti ma si rivolge a un pubblico colto che si propone di costruire in quanto tale, perimetrando i territori della cultura «legittima» in chiave umanistico-conservatore.

ANCHE LE MODALITÀ espressive svolgono un ruolo importante. Il ricorso da parte di Croce a una prosa «artistica» e aliena da tecnicismi, oltre a essere funzionale a mascherare le difficoltà concettuali permette di marcare la distanza rispetto al linguaggio grigio e macchinoso dei «professori» ponendosi in sintonia con un certo gusto letterario.

Croce, al capitale (come si è visto non solo simbolico) di cui dispone, unisce una notevole capacità strategica nel perseguire con fiera determinazione il proprio progetto politico-culturale contraendo alleanze e rompendole quando non risultano più utili o minacciano di promuovere potenziali concorrenti. Ne sono un esempio il rapporto con le «avanguardie» fiorentine, in cui la convergenza sull’opposizione a positivismo e materialismo cela chiare divergenze di prospettiva che non tarderanno a emergere, e ancor di più il sodalizio con Giovanni Gentile, segnato fin dall’inizio da una reciproca strumentalizzazione Per Croce, Gentile, teoreticamente assai più solido, è un interlocutore fondamentale per legittimare e sostanziare il passaggio dall’ambito storico e letterario a quello filosofico; per Gentile, invece, Croce è il tramite per uscire dall’ambito meramente accademico e proiettarsi in una dimensione culturale più ampia.

PARTICOLARMENTE significativa appare, in proposito, la guerra che i dioscuri del neoidealismo, con studiata ferocia e mobilitando tutte le risorse a loro disposizione, muovono a Federigo Enriques, visto come un pericoloso rivale sul piano filosofico, in particolare in relazione al rapporto sia con la scienza sia con la politica. Come nota Boschetti, emerge qui con chiarezza la disincronia fra il campo filosofico italiano e quello europeo che caratterizza i decenni precedenti alla Seconda guerra mondiale, con il neoidealismo che tiene incontrastato il campo in Italia ma è pressoché ignorato all’estero, mentre Enriques, stigmatizzato come «dilettante» in patria viene riconosciuto come interlocutore privilegiato da alcuni dei più significativi ambiti teoretici tedeschi, francesi e britannici.

Il libro di Boschetti, pur strutturandosi a partire da un approccio sociologico forte, non si presenta come una semplice applicazione di un modello a uno studio di caso. Si tratta di una lettura coinvolgente, come raramente avviene nei testi di saggistica alta. L’assunzione di una prospettiva relazionale, incentrata sull’analisi del campo, consente di disegnare un affresco sfaccettato di un’epoca della cultura italiana, smarcandosi dai limiti della biografia intellettuale o della storia della filosofia o della critica letteraria condotte per linee solo interne alle discipline.

Il volume, poi, mettendo a fuoco, nel loro farsi, le modalità istituzionali, simboliche e materiali attraverso cui Croce costruisce e stabilizza per alcuni decenni la propria posizione dominante, finisce con l’accompagnarci fuori dalla storia per ricondurci a un’attualità in cui, non solo in Italia, il tema dell’egemonia culturale, e delle lotte di cui costituisce la posta in gioco, appare una questione politica centrale.



https://machiave.blogspot.com/2024/12/fenomenologia-di-gianni-vattimo.html

domenica 15 dicembre 2024

Fenomenologia di Gianni Vattimo

 


Paolo di Motoli, Vattimo e i suoi nemici. Conflitto e campo accademico Transeuropa, Massa 2024

«Il saggio di di Motoli non è soltanto una fine analisi sociologica del campo accademico torinese condotta con gli strumenti dell'autoetnografia di Bourdieu, ma è un affresco vivo e appassionante attraverso la voce dei protagonisti dell'epoca di una straordinaria stagione filosofica, tra gli anni Ottanta e Novanta, che fece di Torino, insieme a Parigi, Heidelberg, Princeton, Yale una delle capitali filosofiche internazionali. Il merito è di Gianni Vattimo, che formatosi in un ambiente cristiano piuttosto tradizionale come quello di Pareyson, seppe cogliere le istanze più avanzate e progressiste che venivano dalla filosofia francese e tedesca (Derrida, Lévinas, Foucault, Rorty, Schürmann), che lo portarono a confrontarsi con il decostruzionismo, l'antifondazionalismo, il poststrutturalismo, il neomarxismo, le istanze emancipatrici delle nuove generazioni. Ciò gli attirò non pochi nemici accademici. Questa è anche la loro storia»
Pierfrancesco Stagi, Direttore NGFR (Nuovo Giornale di Filosofia della Religione)
«Questo saggio di taglio sociologico verte sul corso di laurea in filosofia a Torino e su alcuni dei suoi indiscutibili protagonisti in un arco di tempo che abbraccia almeno tre decenni.
L’intento è quello di capire attraverso un percorso autoetnografico e il racconto diretto degli intervistati, la natura, gli strumenti - Riviste, attività divulgative e ruolo in accademia - e la dimensione dello scontro per il “potere simbolico” nel campo. Le categorie concettuali utilizzate sono quelle di “campo”, “habitus”, “potere simbolico” e “illusio” così come emergono dai lavori di Pierre Bourdieu. La loro valenza esplicativa è utile a comprendere il conflitto aperto nel campo della filosofia accademica torinese. Il campo intellettuale prevede sempre dei “dominanti” che strutturano il campo e lottano per risorse simboliche che possono anche essere convertite in altre forme di capitale. Il capitale è costituito da risorse che riguardano il controllo degli spazi, la prevalenza dei discorsi, la reputazione, le pubblicazioni prestigiose, il successo, il prestigio accademico e l’influenza nel discorso pubblico o in quello interno al campo.
Per scriverlo si è fatto uso dei verbali dei consigli del corso di laurea e di facoltà, della letteratura esistente in materia, di storie della facoltà e descrizioni della filosofia torinese scritte dai protagonisti. Il materiale di lavoro ha poi utilizzato i testi emersi da interviste ad ex allievi del corso ed ex professori che si sono resi disponibili a rilasciare testimonianze in forma anonima. Le interviste erano volte a comprendere la natura del conflitto tra i due poli iniziali del “campo della filosofia” a Torino e gli sviluppi interni del campo che hanno portato alla sua ristrutturazione» (Paolo di Motoli)
Paolo Di Motoli (1971) è dottore di ricerca in Scienze sociali all’Università di Padova e in Studi Politici all’università di Torino. Insegnante di Scienze Umane nei licei ha pubblicato saggi e monografie su nazionalismo e fondamentalismo religioso in Medio Oriente, musulmani in Italia e in Europa e il recente, “Fuori dalla scuola. L’homeschooling in Italia”, Studium 2020.

giovedì 12 dicembre 2024

La colazione sull'erba


 

Edouard Manet, Colazione sull'erba


Rembrandt, Susanna e i vecchioni


Marcantonio Raimondi, il giudizio di Paride, da Raffaello

 
Tiziano, Concerto campestre

Secondo Pierre Bourdieu questa sarebbe l'opera più commentata dopo la Gioconda di Leonardo. È un quadro pieno di contrasti, di immagini in opposizione: nudo/vestito, uomo/donna, natura/civiltà, arte/vita, chiaro/scuro. C'è il rapporto con i modelli ai quali il pittore si è ispirato. Molto deve aver contato Rembrandt, il candore luminoso della apparizione femminile ritorna in entrambi i dipinti. Soprattutto la Colazione sull'erba ha fatto scalpore per la nudità che è stata collegata all'idea della giovane donna come prostituta. Qui c'è una differenza con Rembrandt e un parallelismo con Tiziano. In Rembrandt colpisce lo sguardo cupo del maschio che accompagna la femmina svestita al bagno. In Tiziano come in Manet gli uomini parlano tra loro senza badare allo spettacolo della nudità esposta. Pierre Bourdieu insiste molto sull'aspetto trasgressivo dell'opera. Non per il mestiere attribuito alla donna, il messaggio effettivo è un altro. Sta nella trasposizione del nudo dalla sala di una accademia o dallo studio di un pittore a una scena pubblica. Perché il nudo è rappresentato con una modalità estetica, senza l'intento di dare scandalo o di attirare lo sguardo volgare dei profani. La natura morta a sinistra di chi guarda è un esercizio, una dimostrazione di bravura. In fondo, Manet restituisce innocenza all'immagine del corpo femminile nudo, in un tempo in cui lo scandalo di una tale visione doveva essere aggirato tirando in ballo la dea Venere (Cabanel) o la sagoma mansueta di una adolescente (Ingres).  



 


https://www.monde-diplomatique.fr/2013/11/BOURDIEU/49770#nh4

Severina Alberti

Donna vestita della sua bellezza, natura morta che vive nel colore, lo sguardo quasi estasiato dell' uomo... un collage di forme e colori, di stili diversi, di luci e di ombre. Bellissimo













lunedì 18 luglio 2016

Come cambia la storia del pensiero politico

 


Arnault SKORNICKI et Jérôme TOURNADRE, La Nouvelle Histoire des idées politiques

Giovanni Carpinelli
p. 273-276
Référence(s) :
Arnault SKORNICKI et Jérôme TOURNADRE, 2015, La Nouvelle Histoire des idées politiques, Paris, La Découverte, 123 p.

1 Qu’est-ce qu’une « idée politique » ? Si la question est simple, la réponse ne l’est pas. Dans l’ouvrage d’Arnault Skornicki et Jérôme Tournadre deux réponses se font face. Traditionnellement, on a été longtemps porté à croire que les « idées politiques » étaient des variations sur un petit nombre de thèmes importants et établis une fois pour toutes : l’État, la liberté, le pouvoir, et ainsi de suite. Selon une telle perspective d’ordre philosophique, le débat avait surtout pour protagonistes quelques grands auteurs classiques. Quoiqu’un peu caricaturale, cette image correspond à la démarche suivie par l’ancienne histoire des idées politiques. Depuis 1960, on assiste à un changement complet dans la manière d’aborder la discipline, telle que, près de quarante ans plus tard, une nouvelle histoire des idées politiques a pris forme qui s’est imposée à l’étranger plus encore qu’en France. C’est ce changement dont rend compte l’ouvrage.
2 Dans un premier temps, c’est surtout la méthodologie qui a été révisée. Puis l’objet même de la discipline a connu une expansion considérable. Les documents les plus divers ont fini par prendre la place des monuments – les classiques – qui dominaient la scène jusqu’alors. « Le mode d’existence des idées est pluriel » disent les auteurs dans l’introduction. Les concepts abstraits ne sont plus les seuls acteurs des idées politiques. Bien d’autres éléments sont désormais pris en considération : les croyances, les valeurs, les slogans, les représentations, les lieux communs, etc. La production des idées n’a en conséquence plus été perçue comme le monopole des penseurs professionnels et/ou reconnus du politique, en sorte que n’importe quel quidam pouvait tout aussi bien y jouer un rôle. D’autant que les frontières du politique sont-elles mêmes susceptibles de se déplacer et d’embrasser une grande variété d’objets sociaux : une œuvre d’art, un graffiti aussi bien qu’une discipline scientifique « véhiculent au moins implicitement une certaine vision de l’ordre social, des rapports de pouvoir, etc.» (p. 4-5). Nous entrons ainsi dans un domaine beaucoup plus vaste que celui réservé à l’ancienne histoire des idées politiques. L’ouvrage entend précisément mener le lecteur à la découverte de ce monde nouveau, tout en mettant en évidence en quoi cette « nouvelle histoire des idées politiques » diffère de la conception traditionnelle de la discipline.
3 Cinq chapitres très denses font le tour des tendances les plus remarquables. La question de la méthodologie fait l’objet d’un premier chapitre. Les résultats produits par l’école de Cambridge, et notamment les travaux de Peter Laslett, John Dunn et Quentin Skinner, y font figure d’avant-garde. Parmi les promoteurs du changement, une place de premier plan revient aussi à John Greville Agard Pocock. Ce sont Pocock et Skinner qui ont montré le plus de détermination en menant une bataille sur deux fronts, contre l’idéalisme et contre le marxisme. Le maître-mot de l’école est « contexte » : un défi a priori banal (p. 9), mais qui se heurte au langage et à la rhétorique d’un milieu peu favorable à la contextualisation.
4 Le deuxième chapitre s’ouvre sur l’œuvre de Reinhart Koselleck et de ses différents collaborateurs (p. 33-41). Ici, à la différence des historiens de Cambridge, ce sont les concepts qui retiennent l’attention. Le langage et l’histoire, selon Koselleck, poursuivent une existence parallèle, ils s’éclairent mutuellement tout en restant séparés : l’histoire arrive à se passer du langage pour toute sorte de phénomènes – la naissance, l’amour, la mort, ou les maladies, la faim et la misère, etc. – et le langage à son tour ne se confond pas avec l’acte qu’il contribue à préparer, à déclencher ou à accomplir. Dans les pages suivantes, les noms de Luigi Firpo et Franco Venturi sont invoqués de manière à rendre compte de l’essor très favorable de la nouvelle histoire des idées politiques en Italie. Le sort de la France a été en revanche moins heureux, l’histoire des idées politiques ayant échoué à obtenir une reconnaissance institutionnelle et à trouver une place à part entière dans l’université et dans la recherche. L’école des Annales a joué, à cet égard, un rôle négatif en privilégiant l’histoire des mentalités. Et c’est finalement à Michel Foucault que l’histoire des idées doit son renouvellement en France. Ce dernier a voulu réaliser une généalogie du savoir : « une contre-histoire des sciences, en tant qu’elles sont imbriquées dans les systèmes de pouvoir et les luttes historiques » (p. 45). Rappelons que Foucault est avec Derrida à l’origine du tournant linguistique qui, dans le courant des années 1980, a eu une influence déterminante sur l’histoire et les sciences sociales : « comment, et à quel point, la réalité politique (l’État, les révolutions, la lutte des classes, les partis…) est-elle construite par les conventions langagières manipulées par des acteurs capables de réfléchir leur expérience et leur action ? » (p. 46). En France, un tel changement est alors incarné par Jacques Guilhaumou et Pierre Rosanvallon. Le premier contribua avec d’autres, Régine Robin notamment, à introduire dans l’hexagone les travaux de l’école de Cambridge et l’histoire conceptuelle à la manière de Koselleck. Le second a construit dans les années 1970 « une œuvre abondante et polyvalente » (p. 48) qui vise à « mettre au jour les systèmes de représentation qui commandent la façon dont une société, dans sa pluralité, conduit et envisage ses actions » (p. 47). En même temps, il réserve une place de choix aux idées et pense à une histoire du politique par les idées. Le tournant linguistique a enfin trouvé en Grande Bretagne un acteur majeur dans la figure de l’historien Gareth Stedman Jones. La conscience cesse d’être pour lui un miroir qui reflète la réalité, elle devient un facteur actif qui contribue à façonner le monde : c’est la lutte qui fait les classes plutôt que l’inverse (p. 51-52).
5 Avec les troisième et quatrième chapitres, le discours des auteurs se déroule sur un plan beaucoup plus large. Les limites temporelles reculent, on évoque la sociologie de la connaissance à partir de Karl Mannheim et l’on remonte jusqu’à Destutt de Tracy et Karl Marx pour aborder la question de l’idéologie. Les limites spatiales englobent désormais, avec l’Europe occidentale, l’Amérique du Nord. Si le centre de l’intérêt scientifique pourrait encore être désigné par le mot « contexte », il ne s’agit plus cependant du contexte langagier, intellectuel ou politique, mais du contexte « social ». C’est donc une histoire sociale des idées politiques qui est envisagée par les auteurs, selon qu’il s’agisse de s’en référer aux principaux théoriciens (troisième chapitre) ou de rendre compte de l’étendue de son retentissement (quatrième chapitre).
6 Comme le montre le troisième chapitre, deux américains, le sociologue Charles Camic et le politiste Neil Gross, sont dans les années 2000 les pionniers d’une approche axée sur la dimension locale des configurations dans lesquelles se meuvent les penseurs. Un autre élément mis en valeur par les deux savants est l’identité qu’un auteur projette de lui-même (intellectual self concept). Il est montré, par exemple, à l’occasion d’un encadré, comment Gross a analysé la biographie du philosophe Richard Rorty dans un volume de près de 400 pages sur la base d’une série de traits – l’indépendance, le pluralisme, etc. – qui semblent traduire la volonté de sa part d’incarner le « patriote américain de gauche» (p. 60-61). Dans un autre paragraphe, le marxisme revu et corrigé des époux Wood est à l’honneur, Ellen Meiksins et Neal Wood faisant preuve d’une finesse remarquable dans leurs études sur les différents théoriciens. L’œuvre de Pierre Bourdieu enfin est illustrée à deux reprises, respectivement dans les troisième et quatrième chapitres (p. 66-67 et p. 79-81). Foisonnant, le personnage déborde quelque peu des cases dans lesquelles on essaie de l’enfermer. Le champ intellectuel correspond chez lui au contexte proposé par l’école de Cambridge. Que son autonomie vienne à faiblir et les enjeux qui le caractérisent sont « rattrapés par la logique d’autres univers sociaux » (p. 67). La sociologie des idées politiques, avec Frédérique Matonti notamment, va aussi au-delà des auteurs cardinaux pour examiner de près, à propos de la vague structuraliste notamment, le réseau varié des protagonistes mineurs, épigones, éditeurs, journalistes, soit tout un système de production. La vulgarisation se voit ici attribuer un intérêt considérable, conformément à l’enseignement de Bourdieu.
7 Le quatrième chapitre est centré sur l’idéologie. Après une vision rétrospective rapide, cette notion nous est présentée chez les historiens Georges Duby et Roger Chartier. L’étude des mentalités s’efface au profit d’une vision plus spécifique : tandis que Duby associe l’idéologie à l’imaginaire, Chartier essaie de remplacer l’histoire sociale de la culture par une histoire culturelle du social, telle que le domaine qui s’ouvre alors à la recherche est celui de la lutte des représentations. Bourdieu et son école sont parvenus à dépasser la référence simple à l’idéologie, en introduisant des termes qui permettaient d’explorer d’autres territoires : lieux neutres qui convergent sur des lieux communs, esprit du temps, doxa, etc. Une dernière question est enfin envisagée pour clôturer ce quatrième chapitre : comment les masses s’emparent-elles des idéologies ? Bien des transactions peuvent se produire sur le marché des biens symboliques. La culture des classes populaires réserve à cet égard bien des surprises et reste un domaine encore assez peu étudié.
8 Le cinquième chapitre concerne la réception éventuelle et souvent tortueuse des idées par les opérateurs sur le terrain, gouvernement, administration, personnel politique et militants. Peu de noms illustres ici et un grand éparpillement des études. Le sens des idées est soumis à des changements en fonction des contextes qui varient dans le temps et dans l’espace. La transposition donne lieu à une recréation, ainsi que le suggérait Ricoeur à propos de la traduction. Il arrive qu’une idée s’impose parce qu’elle est utile au-delà des idéologies et des intérêts en jeu. L’identification, l’invention même d’une figure nouvelle, ainsi celle du « chômeur» à la fin du xixe siècle, a pu permettre aux savants de se joindre aux politiques. Les sciences du gouvernement mènent à une catégorisation et à une hiérarchisation des problèmes.
9 Ce livre est en même temps un guide et un manifeste. En montrant ce que l’histoire des idées politiques est en train de devenir, les auteurs veulent favoriser la propagation d’un tel changement en France. Dans un pays si souvent fier de sa tradition et de son prestige intellectuel, il est frappant de constater un tel déclassement international : « plusieurs entreprises (la plupart hors de France) furent menées pour refonder le domaine et rompre avec les traditions historiographiques dominantes » (p. 3). En revanche, l’Italie s’est hissée à un rang supérieur : « terre d’élection de la pensée politique », pays où « l’histoire de cette dernière a tôt reçu ses lettres de noblesse » (p. 41). Aussi, le but poursuivi par l’ouvrage est-il celui d’intégrer la discipline d’une façon « pleine et entière dans les sciences sociales» (p. 108). Voilà qui est dit.
10 D’une certaine manière, à l’attention pour la pensée en tant que telle se substitue l’attention pour le langage qui constitue et traverse la pensée. Pierre Rosanvallon, par exemple, « entend écrire une histoire de la démocratie moderne comme celle d’un sujet qui s’élabore lui-même dans l’histoire, au travers d’expérimentations, de tâtonnements et de conflits internes » (p. 49). Claude Lefort, à son tour, voit dans ce régime politique l’« auto-institution du social » (ibid.). Pour Stedman-Jones, « la reconstitution du passé passe […] par une attention soutenue aux formes rhétoriques qui contribuèrent à le produire » (p. 52). Il n’est pas étonnant que cette inflation langagière donne lieu à une dissolution de l’individu. Il est à cet égard remarquable que les encadrés explicatifs qui accompagnent les différents chapitres concernent, à l’exception de Locke et Rorty, plusieurs auteurs simultanément, renvoyés à tel ou tel de leurs ouvrages mais sans mention biographique complète. Quoiqu’une génération sépare Pocock et Skinner leurs années de naissance ne sont ainsi pas rappelées. Il en va de même pour Bourdieu et Foucault. En revanche, Meinecke, Koselleck, Croce, Firpo et Venturi ont droit à de telles précisions chronologiques. Dans un livre sur la « nouvelle » histoire des idées politiques, les trois derniers noms que nous venons de mentionner représentent, avec Gramsci, la seule production italienne bien identifiée, comme si l’apport de l’Italie à l’histoire des idées s’était arrêté là. Quelques lignes supplémentaires sur les travaux respectifs de Carlo Ginzburg, Remo Bodei ou Sergio Luzzatto n’auraient pas été malvenues.

Revue européenne des sciences sociales, 53-2 | 2015

sabato 6 dicembre 2014

Paul Valéry sulla vivacità impura di Stendhal

Alfonso Berardinelli
Il puro Valéry vedeva in Stendhal vaudeville e operetta
Il Foglio, 6 dicembre 2014


Stendhal, tutt'altro che puro, appassionò Valéry fino a fargli perdere la bussola con cui amava orientarsi nei propri pensieri e nelle proprie emozioni. Così, "vivace e brillante" nella sua "incantevole caricatura" della vita sociale e politica della Francia di Luigi Filippo, Stendhal tende al "vaudeville". Anche La certosa di Parma, osserva Valéry, ogni tanto fa pensare all'operetta, cosa di cui non ci si deve scandalizzare: "Appassionato di opera buffa, probabilmente Stendhal andava pazzo per i romanzi brevi di Voltaire, imperiture meraviglie di leggerezza, abilità e diabolica fantasia. In quelle opere veloci e crudeli in cui la satira, l'opera lirica, il pamphlet, l'ideologia si mischiano insieme in un ritmo infernale, in quelle favole che costituirono gli scandalosi piaceri della fine del regno di Luigi XV" si sentono già le operette immancabilmente allegre di un secolo dopo.
Per fortuna Stendhal conservò sempre ciò che aveva ricevuto dal Settecento, il secolo in cui era nato, cioè "il dono inestimabile della vivacità. La greve prepotenza e la noia non conobbero mai un avversario più pronto di lui (...) Si sarebbe divertito (e in fondo lusingato) se gli avessero fatto intravedere, come in una boccia di vetro, tutto il suo avvenire accademico (...) avrebbe visto le sue formule diventare tesi, le sue manie trasformarsi in precetti, le sue battute trasformarsi in teorie, sistemi dottrinali nascere da lui e infiniti commenti essere dedotti dalle sue brevi massime (...) Ne è nato tutto il contrario di quello che lui era, il contrario della sua libertà, della sua fantasia, del suo gusto dell'opposizione".
Quando leggo queste cose (o le grandi satire anticulturali di Molière) non riesco a non pensare alla noiosa pedanteria e a tutto quel prepotente teorizzare su tutto, a quella mania di costruire castelli filosofici e imbastire analisi semiologiche a tappeto su ogni autore che si diffuse come un'epidemia nella cultura francese tra Lacan, Barthes, Foucault, Derrida, Baudrillard e anche il sociologo Bourdieu: tutto uno "spirito di sistema che ha fatto del francese colto una lingua da laboratorio. 



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Dans Variété II, Paul Valéry écrit : « Ses motifs favoris, Napoléon, l'amour, l'énergie, le bonheur, ont engendré des volumes d'exégèses. Des philosophes s'y sont mis. [...] Une sorte d'idolâtrie naïve et naïvement mystérieuse vénère le nom et les reliques de ce briseur d'idoles. [...] Tout le contraire de lui-même, de sa liberté, de son caprice, de son goût de l'opposition est né de lui. »



lunedì 25 agosto 2014

L'Algeria di Pierre Bourdieu

Pierre Bourdieu
In Algeria. Immagini dello sradicamento
presentazione editoriale

Pensate per essere un supporto di ricerca senza alcuna velleità estetica, le immagini fotografiche presentate per la prima volta in Italia da questo libro sono scattate in Algeria durante la guerra di indipendenza (1954-1962)*. L’autore – il giovane Pierre Bourdieu – viene catapultato nel paese maghrebino per svolgere il servizio militare e qui decide di trattenersi sotto l’impulso di un faustiano desiderio di conoscenza. Sperimenta così un caleidoscopio di strumenti di inchiesta e realizza centinaia di foto [...]. Se il cuore di queste fotografie è certamente lo sradicamento inferto dalla politica coloniale, attorno, tuttavia, emerge il tema dello spazio di possibilità aperto dalla rivoluzione, che sembra incrinare alcuni rapporti di dominio tanto tra algerini e francesi, quanto all’interno della stessa società tradizionale araba: uomini e donne, padri e figli, giovani e vecchi. L’Algeria di Bourdieu, però, parla anche di noi e suggerisce un gioco di specchi con ciò che l’intero Occidente è oggi, con la sua identità, costruita storicamente in opposizione all’Altro orientale, all’“indigeno”, al “selvaggio” africano, al “musulmano”. Forse è proprio questa identità, oggi, a dover essere riconsiderata. Le periferie stanno diventando centro e il centro è incapace di governare la transizione.

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* Le foto risalgono più esattamente agli anni 1957-1960.
 
In Algeria
In Algeria

Immagini dello sradicamento
a cura di Franz Schultheis, Christine Frisinghelli, Andrea Rapini
Edizione: 2012
ISBN: 9788843066247



sabato 5 aprile 2014

Bauman, Il demone della paura


Giancarlo Bosetti

Zygmunt Bauman analizza i demoni del presente
Così la paura avvelena la società liquida

la Repubblica, 5 aprile 2014


ZYGMUNT Bauman, sociologo polacco trapiantato a Leeds, Inghilterra, è, prima che quel prolifico e amato scrittore che tutti conoscono, un grande lettore, un vorace esploratore della cronaca e della letteratura delle scienze sociali che descrive il nostro tempo, i cambiamenti che attraversiamo e percepiamo e le tendenze di cui abbiamo una cognizione ancora confusa. Se nei suoi saggi si è rivelato il più efficace e originale inventore di linguaggio, quello della modernità “liquida”, questo è avvenuto grazie alle doti raffinate della sua scrittura e del suo eloquio, che riescono a conquistare il pubblico come solo i grandi narratori.
Bauman rende omaggio in modo esplicito alla molteplicità delle sue infinite fonti, ma nel riferirne le scoperte e nel collegarle tra loro trova poi quasi sempre spunti per una sintesi che regala ai suoi lettori immagini e parole che marcano l’idea in modo permanente. Così avviene anche in questo testo (Il demone della paura), che rielabora suoi lavori precedenti e vi aggiunge una sintetica rassegna antologica. Il tema hobbesiano della paura attraversa tutta la storia della teoria politica da Machiavelli ai giorni nostri, è sia il nocciolo fondativo del potere assoluto del Leviatano sia la virtù del principe che ne sappia governare gli effetti. In queste pagine troviamo quel genere di paura che alimenta e/o avvelena tanta parte della politica contemporanea.
Per Bauman la madre e il padre di tutte le paure che percorrono il nostro presente è il declino, la scomposizione e la scomparsa dell’organizzazione economica, sociale, e anche politica, che andava sotto il nome di “fordismo”, da intendersi come il sostrato industriale che reggeva l’intero edificio. Questa base irradiava sicurezze e solidità nel corpo sociale. La fabbrica fordista era la «esemplificazione dello scenario di modernità solida in cui si stagliava la maggior parte degli individui privi di altro capitale». Quello era il luogo dei conflitti tra capitale e lavoro in una relazione, ostile, ma di «lungo termine». E questa caratteristica consentiva agli individui «di pensare e fare progetti per il futuro». Il conflitto era insomma un investimento ragionevole e un sacrificio «che avrebbe dato i suoi frutti», mentre la condizione attuale, la volatilità globale dell’economia, fa apparire i tentativi di ripetere analoghi conflitti con analoghi strumenti un gioco nostalgico molto povero di senso.
Nei suoi scritti Bauman mette sempre generosamente in evidenza il debito nei confronti degli autori dai quali trae ispirazione: i più frequentemente citati sono Pierre Bourdieu, Manuel Castells, Ulrich Beck, Anthony Giddens e Robert Castel, il francese cui si deve tra i primi, insieme a André Gorz, la scoperta che la “società del lavoro” volgeva al termine. In questa rassegna di paure, Castel è presente con qualche sua bella pagina in cui il tema è declinato in modo consapevolmente europeo: il paradosso è che l’insicurezza è molto diffusa nei Paesi sviluppati, che sono in realtà i meglio protetti rispetto al mondo intero. E questo perché insicurezza non è solo «vivere nella giungla», ma dipendere da protezioni forti «che diventano fragili e dalla paura di perderle». Tutta la fenomenologia della paura si riaffaccia così nei diversi segmenti della vita sociale degli ultimi decenni: il terrorismo, la criminalità della vita urbana, le tendenze a recintare la comunità di apparati di sicurezza, i rischi ambientali e della salute, e poi l’afflusso di Altri e Diversi, bersaglio prediletto dalle politiche della paura che hanno negli immigrati il più redditizio capro espiatorio.
Anche il capitale politico è “liquido” e pronto a qualsiasi investimento e coglie con prontezza le possibilità di profitti che la paura offre in misura crescente. Grandi investimenti si profilano di fronte allo scricchiolare della sovranità di quel Leviatano che aveva costruito la sua forza e legittimazione proprio sulla paura (ma restituendo protezione e sicurezza). Sorprendente e discutibile la proposta dell’ungherese Frank Furedi che critica la sinistra per la diffusione della paura del riscaldamento globale e che sembra in realtà suggerirle proprio un investimento analogo a quello che la destra fa su sicurezza e incolumità personale contro gli immigrati. Più ragionevole la risposta di Bauman e Castel: la vittoria sulle insidie della paura è da cercare sopra i confini nazionali, in una Europa sociale e, a livello mondiale, nella creazione e nel rafforzamento di istituzioni internazionali capaci di controllare i rischi. Lungo cammino, ma senza alternative.