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domenica 2 novembre 2025

Lo stallo

Andrea Malaguti
La sinistra che volta le spalle all'Italia

La Stampa, 2 novembre 2025

La sinistra ha voltato le spalle all’Italia»

Romano Prodi da Lilli Gruber a Otto e 1/2

Il dibattito sulla sinistra lo apre Romano Prodi. A Otto e ½ dice a Lilli Gruber: «Ha voltato le spalle all’Italia». E aggiunge: «Un salario medio non mantiene una famiglia, forse di questo bisognerebbe parlare». È il tentativo di scuotere l’albero del Partito democratico, di cercare un’alternativa al governo di Giorgia Meloni. Abbiamo i piedi nelle sabbie mobili. E la fotografia scattata oggi da Alessandra Ghisleri lo conferma: quasi due italiani su tre (66%) bocciano la manovra. I più delusi sono i leghisti. La produzione industriale frena e il potere d’acquisto degli stipendi crolla. Eppure, la fiducia nella premier è intatta. Il Paese scommette ancora su di lei.

È parecchio tempo che il Professore è freddo con Elly Schlein – «posso dare consigli anche se non mi sono richiesti» - ma questa frase sulla sinistra che gira le spalle all’Italia è la pietra tombale su un rapporto che non è mai nato. Siamo di fronte ad una frattura che inquieta quella parte del Paese, non così minoritaria, che si considera progressista.

Parola nobile e vuota che, di rimbalzo, fa tornare alla mente Jacques Nobécourt, corrispondente di Le Monde alla fine degli Anni Settanta. Dovendo spiegare ai francesi la Democrazia Cristiana, le appiccicò una definizione fulminante: la Dc non si definisce, si constata. Per il Pd oggi è lo stesso. Impossibile definirlo. Ci si deve limitare a constatarlo. Movimentisti contro riformisti. Con Arturo Scotto che definisce “riformismo” una parola malata e Arturo Parisi che su La Stampa invita il Pd ad «abbandonare la deriva estremista, per non rischiare la riedizione del Fronte Popolare».

La Schlein, alla quale va riconosciuto il merito di avere raccolto con il cucchiaino i resti di un’idea politica, non parla. Non ritiene opportuno rispondere pubblicamente neppure a Prodi. Ma o i democratici trovano la sintesi o finiscono di nuovo in pezzi.

La verità è che sulle ceneri dell’Ulivo e nella pancia del Pd è saltato il patto tra socialisti, comunisti, repubblicani e cristiano-democratici. Nessuna elaborazione vera. Culture distanti che invece di valorizzare la mescolanza, hanno scelto la latitanza e poi la guerriglia. La promessa di dare vita al partito che unificava le esperienze positive del dopoguerra, nella migliore delle ipotesi non è riuscita. Così Schlein è alla testa di una comunità di intenti che non ha una storia.

Che cosa può raccontare? Come conquista gli indifferenti e gli indecisi? In assenza di radici da rivendicare, bisognerebbe avere una capacità di elaborazione e un senso del futuro più forte di quella espressa finora. Peraltro, in un Paese in cui gli Over 65 sono di più degli Under 18, fare finta che le sensibilità novecentesche non siano esistite è matematicamente un suicidio.

Se del passato non ti piace più nulla, come affronti il domani? Basta accodarsi alle manifestazioni di piazza, unico segno di vitalità in un universo progressista con l’elettroencefalogramma piatto?

Facile profetizzare il futuro della Segretaria. Nell’improbabile caso di una vittoria su Giorgia Meloni le faranno un monumento equestre, diversamente la relegheranno in uno scantinato come altrove è successo a Sanders o a Corbyn. Meravigliose suggestioni che non hanno impedito l’era Trump.

Viviamo in un mondo paradossale, in cui Elly Schlein, che dovrebbe farsi un vanto del passato, non lo riconosce, e Giorgia Meloni, che dovrebbe abiurarlo, lo rivendica.

Con la destra in fondo è tutto più facile. C’è quella residuale che grida «Duce, Duce», nelle sedi di Fratelli d’Italia a Parma, ma c’è soprattutto quella che guida l’Italia e vince in tutto il pianeta. Una destra che non elabora, piuttosto combatte, prendendo il mondo così com’è. Brutalmente, istintivamente, senza troppe domande. Sostenuta, però, e qui la differenza non è banale, da alcuni miliardari visionari capaci di parlare del futuro. A cominciare da Peter Thiel, tecno-feudatario di Palantir, convinto che la libertà sia ormai incompatibile con la democrazia, ma capace di costruire imperi partendo da un presupposto letterariamente irresistibile. Solo la creazione da zero produce novità radicali. «Se pensate di fare la vostra rivoluzione copiando Gates, Bezos o Zuckerberg non li avete capiti. Al massimo potete fare diventare più grande quello che già c’è. Se volete ragionare come loro dovete creare quello che non esiste. Passare da zero a uno è la vera creazione. Salire da uno in su è alla portata di molti». Un processo che spesso passa dalla distruzione degli altri (e questo è uno degli scenari che abbiamo davanti), ma che concettualmente contiene in sé una riserva di energia magnetica come l’anello di Gollum.

In sostanza, per corrispondere ad un mondo che corre così veloce e brucia tutto sull’altare dell’innovazione, la politica deve essere in grado di accorciare non solo i tempi che la dividono dal passato, ma anche quelli che la separano dal futuro. La destra lo sa. La sinistra, che fa referendum sull’articolo 18 e non apre mai la bocca sull’Intelligenza Artificiale, conosce questo tipo di narrazione o la considera solo un effetto speciale per allocchi? Perché, se il caso fosse il secondo, le sfuggirebbero metà delle cose che contano nella contemporaneità.

Stacco. Luci su Torino. Festa per i 50 anni di Tuttolibri, al Circolo dei lettori, un concentrato di idee e di racconti. Un pezzo d’Italia che si vede raramente (se vi siete persi lo Speciale uscito ieri, fate di tutto per recuperarlo. È una meraviglia immaginata da Francesca Sforza ed Elena Masuelli). Incrocio Gianrico Carofiglio. È lì anche lui a discutere di romanzi, quelli che ci hanno cambiato. Non resisto. Parliamo di politica? In fondo è il suo pane da sempre. Scrittore, magistrato, senatore della Repubblica per il Pd. È stato molte cose. Continua ad esserle. Un intellettuale, se dovessi scegliere una parola sola. Gli chiedo di Schlein, so che non è il suo argomento preferito, so anche che è una persona che non si tira indietro. Mi racconta di una sua esperienza a Palazzo Madama. Un collega, gli svela un aneddoto su Bruno Trentin, ex segretario della Cgil. «Sai come selezionava i suoi collaboratori? Quelli che gli davano ragione per tre volte di fila, li mandava a casa. Questo per me è il discrimine tra una buona, una carente o una cattiva capacità di comando». Circondarsi di persone compiacenti rende più facile il quotidiano, ma più difficile arrivare al traguardo. «A parte cercare alleanze a tutti i costi, il Pd quale prospettiva ha?». Gli dico che la differenza più evidente tra destra e sinistra mi sembra nel racconto. In un presente in cui l’intensità è più importante della qualità, la differenza è decisiva.

Carofiglio corregge il tiro: «Io non credo che la destra parli di futuro. Parla alle emozioni primordiali delle persone, soprattutto al rancore. Che esiste. E ha tante ragioni vere. La loro bravura è di indirizzare questo rancore verso i capri espiatori, verso cause apparenti, che non sono reali. Parlano di un passato che non è mai esistito – la retrotopia evocata da Bauman - proponendolo come progetto di futuro». Condivido. Anche se per me esiste uno spirito del tempo che le destre sanno incarnare e le sinistre no. Su questo ci troviamo. Ne discutiamo un po’. «La sinistra dice la verità. Ma lo fa malissimo. Quando provi a spiegare loro l’importanza di un racconto appassionante, ti dicono “interessante”, ma poi lasciano cadere la cosa. Invece il modo in cui dici le cose le definisce costitutivamente».

Dire la verità, per esempio, significa sottolineare che siamo di fronte ad un danneggiamento della democrazia, ma che non viviamo in uno Stato autoritario. Chi governa ha vinto le elezioni. E i partiti d’opposizione esistono. Se invece, come ha detto Schlein al Congresso del Pse ad Amsterdam, si ritiene che in Italia la libertà sia a rischio con la destra estrema al governo, da quel momento in avanti bisogna fare una quotidiana battaglia di piazza. Altrimenti è la solita propaganda, il solito teatrino, la solita cortina fumogena. Le questioni sul tavolo sono enormi. Tasse, case, salari. Se Schlein apre il dibattito mezzo Pd la molla. Se recupera una posizione più europeista la mollano invece i Cinque Stelle. Ma la scelta è ineludibile, per non trovarsi di fronte alla solita incapacità di fare i conti col passato e di affrontare il futuro. Alla solita sconfitta.

domenica 7 settembre 2025

Il ribelle sfuggente

Giampiero Moretti
Ordinario di Critica letteraria
Jünger, la rivoluzione conservatrice di un gran ribelle
il manifesto, 7 settembre 2025

Compito arduo, quello di scrivere una biografia di Ernst Jünger (1895-1998), e per varie ragioni, tutte molto fondate. Un’esistenza lunghissima e ricchissima, vissuta quasi sempre in prima linea, espressione giustificata per lui come per quant’altri mai, e ciò anche quando il desiderio era magari invece quello di starsene in disparte a scrivere; un carattere e un temperamento così poliedrici da riunire nella stessa personalità aspetti inconciliabili, perfino inaccostabili, in altri esseri umani. Soprattutto, però, l’impossibile esito di una reductio ad unum della sua opera, l’enorme difficoltà di rintracciarvi un filo che, nel corso dei decenni, consenta ai suoi lettori, e a chi ne ha studiato il pensiero, di ricostruire un percorso unitario, in graduale ma progressivo sviluppo, come invece accade quasi sempre. La decisione di Gabriele Guerra, perciò, di dedicare a questa figura una monografia intitolata in modo scarno Ernst Jünger, con l’aggiunta del sottotitolo Una biografia letteraria e politica (Carocci editore «Frecce», pp. 290, euro 29,00), va dunque considerata come un atto di vero e proprio coraggio intellettuale.

Va subito aggiunto che il suo tentativo è da ritenersi riuscito: Guerra offre infatti un testo estremamente documentato, denso inoltre di riferimenti a studiosi di Jünger, che di volta in volta vengono chiamati a esprimersi a sostegno o in divergenza rispetto alle considerazioni dell’autore, tenendo anche presente che l’Italia, come peraltro già accaduto con Heidegger e Schmitt, si è rivelata terreno estremamente fecondo per il confronto con autori del genere. Articolato in sei capitoli che seguono cronologicamente le tappe e lo sviluppo dello scrittore, il libro dichiara fin dalla prima pagina di voler «indagare sulla scorta della parabola intellettuale, politica e letteraria insieme di Ernst Jünger (o, il che è lo stesso, esaminare da vicino Jünger per capire la natura di tale secolo)». Se allora, come si ricava una volta di più dalla lettura di questo testo, trattasi di figura irriducibile a un’unica prospettiva interpretativa, ne consegue che il Novecento stesso dovrebbe esserlo, e per il medesimo (e ancora una volta non unitario) motivo: la molteplicità esplosiva del personaggio Jünger rispecchia nei fatti l’impossibilità di assegnare al Novecento un’unica cifra di lettura, a meno che, e lo ricaviamo sempre dalle pagine di Guerra, non si voglia ritenere in qualche misura «unitaria» la cifra della ribellione.

A ben pensarci, in effetti, è possibile considerare la ribellione in Jünger, oltre che come gesto altamente dimostrativo, anche come complesso fenomeno spirituale, ed è questo che Guerra sembra invitarci a fare, nella misura in cui, ad esempio, il discorso sul Novecento non può non ricomprendere almeno uno dei grandi ispiratori dello stesso Jünger: Nietzsche. Se consideriamo infatti il pensiero di Nietzsche come l’orizzonte spirituale che con la sua dirompente opera «certifica» che ogni posizione (e controposizione) storica, posta su di un piano dialettico, non è più in grado di sfociare in una sintesi, o quanto meno di dar vita a una qualsivoglia composizione, ecco che la cifra della ribellione, che appare riunire in sé «il» tratto jüngeriano quanto meno più efficace, sembra infine, e paradossalmente, prender forma come il potenziale, complessivo orizzonte di senso del Novecento. Ribellione contro la modernità, la borghesia, la filosofia e la letteratura tradizionalmente intese, in Jünger non si traducono tuttavia mai, in nessun campo, in proposte o modelli alternativi, ma prendono la forma di ciò che, nell’istante in cui il Gran Ribelle frequenta l’ambito dello scontro, egli stesso (e soltanto lui) sperimenta.

Ribellione equivale a un continuo scarto compiuto da Jünger: non farsi mai trovare, né essere trovato, lì dove ci si aspetterebbe di trovarlo, assieme al «suo» Novecento. Come è chiaro, il biografo e lo storico che sono in lui debbono dunque impegnarsi molto per non cadere nelle ovvietà di una ricostruzione che, appena conclusa, si rivela immediatamente superata. Ecco perché, sempre all’inizio (p. 15), Guerra sceglie di indirizzare il focus del discorso interpretativo non tanto sul Novecento in sé, quanto sul Novecento tedesco, di cui per l’appunto Jünger risulterebbe la cifra; e ciò ancor più se l’analisi biografico-letteraria viene non tanto limitata alla prima metà del secolo (come detto, Jünger muore nel 1998), quanto piuttosto presa in esame nel suo essere il carburante spirituale della ribellione, che nell’immediato dopoguerra assume forma diversa. Dagli anni cinquanta lo sguardo del Gran Ribelle sul secolo si fa infatti più distaccato, non per l’avanzare dell’età ma per una sorta di malinconia consapevole dei limiti che la ribellione aveva sperimentato.

Quest’analisi può peraltro aiutare a comprendere per quale motivo Guerra riporti gli inizi della vita di Jünger sotto il segno dell’avventura, forma che la ribellione del giovane tinge di mille colori: quelli dell’Africa, in cui egli fugge dalla noiosissima e ai suoi occhi improduttiva scuola, fino alle trincee della Prima Guerra Mondiale, cui egli partecipa come volontario, e inizia a scriverne con una regolarità capace di trasformare gli appunti dei suoi personalissimi Erlebnisse in narrazioni nelle quali migliaia di giovani si ritroveranno. La consapevolezza via via sempre maggiore di rappresentare un gran numero di individui che si rifiutano però di farsi «massa», spingerà Jünger a impegnarsi nel marasma politico-letterario che, dalla tragica conclusione della guerra, sfocia direttamente nella Repubblica di Weimar e nel suo fallimento. Scrive lucidamente Guerra: «per ciò che è al centro di questo volume, si può dire dunque che la Rivoluzione Conservatrice di Jünger abbia agito nella sua formazione politico-culturale un po’ come (…) una presa di posizione strettamente politica intorno al problema del potere e del suo rapporto con la letteratura e il letterato» (p. 46). La questione della cosiddetta Rivoluzione Conservatrice, com’è ormai noto da tempo grazie ai molti testi e studi che le sono stati dedicati, è complicatissima e controversa, proprio come, non a caso, il personaggio Jünger. Il quale, e sempre non casualmente, riesce da Gran Ribelle a non farsi trovare né fra i conservatori né tra i rivoluzionari, poiché l’habitus dello scarto rispetto a ciò che storicamente accade egli ormai lo vive e pratica con maestria.

A questo habitus Jünger deve l’essere stato in grado di percorrere il sottilissimo filo che separa la compromissione con il nazional-bolscevismo e con il nazional-socialismo, senza appunto essersi mai «fatto trovare» sul luogo del misfatto. Un’abilità eccezionale, casomai, anche se non sempre, rinvenibile nella sua scrittura, la quale, pur nella sua inevitabile sfuggevolezza, dovendo pur in qualche modo, narrando, comunicare, non poteva esimersi completamente dal farsi «trovare» in qualche luogo: luogo che individuiamo nell’esperienza del lettore, che, non va dimenticato, non è però mai quella di Jünger scrittore!

Avvicinamento e successivo scarto, che non è presa di distanza ma esercizio, pratica di una differenza rivendicata dal Gran Ribelle rimasto pur sempre tale per tutta la vita, sono i momenti magici, testimoniati di volta in volta nella sua limpida scrittura, grazie ai quali Jünger ha coltivato le sue vicinanze: con Heidegger, con Schmitt, con Eliade, per fare soltanto esempi di nomi ben noti e cui Guerra dedica sempre pagine chiarificatrici e molto attente; unica eccezione, forse, il fratello amato, Friedrich Georg, al quale è possibile dire che lo Jünger scrittore e uomo sia stato davvero vicino, in una condivisione silenziosa e sostanziale di quell’invisibile che ha sempre guidato entrambi.

lunedì 13 gennaio 2025

Il sistema-Musk: dove va il mondo




Massimo Cacciari, Musk oracolo di una destra mai vista e quella sinistra ancorata al passato, La Stampa, 13 gennaio 2025

Metti i Musk al comando!” - Questo sembra il segno dell’epoca in cui già siamo entrati. Nessun disegno politico, nessuna definita strategia segnano questo processo. Si tratta di una evoluzione, proprio in senso culturale-antropologico, del sistema che regge ormai il nostro mondo. L’opinione pubblica vi partecipa, soggetto attivo e oggetto in uno, quanto i suoi “capi” politici. La potenza della Tecnica (l’Apparato globale formato da economia, finanza, scienza, innovazione, sviluppo) non è più sentita da tempo come ciò che è in grado di rispondere ai nostri bisogni, di superare il bisogno, ma l’Autorità sovrana che li produce e li detta. La Tecnica domina il dover essere dell’umanità e ne è diventata, in tutta evidenza, la nuova religione. È essa che ci guida nella nebbia, promettendoci, se ci affideremo alla sua intelligenza, di eliminare l’angosciosa imprevedibilità dello stesso futuro. Ciò che la Tecnica afferma si trasforma in una sorta profezia. Quanto esplicabili gli algoritmi su cui si basa? Quanto responsabili i suoi oracoli? Domande di giorno in giorno più oziose – ciò che universalmente si avverte è che la Macchina, Macchina ormai divenuta intelligente, “spirituale”, rappresenta il fattore fondamentale della nostra vita. E i suoi padroni ne sono perciò, di necessità, i sovrani. Stupirsi dell’affermazione politica dei Musk potrebbe suonare perciò agli orecchi di un sano realismo un patetico lamento.

Si sono affermate nel corso degli ultimi decenni culture politiche che hanno assecondato un tale processo e che nulla hanno a che fare con le destre e le sinistre del Novecento. Queste esprimevano tutte, in forme anche contrapposte, in lotta tra loro, la volontà politica di volgere ai propri fini la potenza del sistema tecnico-economico. Esse concepivano ancora la Tecnica in quanto strumento. Cambia tutto tra anni ’70 e ’80. Lì è la vera rivoluzione. Segnata dai Reagan e dalle Thatcher. Le destre neo-conservatrici e neo-liberiste mantengono soltanto come orpello ideologico, a scopo demagogico, alcuni dei connotati delle destre storiche: retoriche nazionalistico-identitarie, velleità civilizzatrici (l’idea della propria come la sola, autentica civiltà), l’esaltazione dello strumento penale come fattore di sicurezza. In realtà la loro forza consiste nella capacità di aderire pienamente alla potenza globale del sistema economico-finanziario che guida la rivoluzione tecnologica del nuovo Millennio. Eliminare gli impedimenti che ne limitano l’affermazione, amministrare il contesto culturale e sociale in modo che ne interiorizzi i “valori” (il primo dei quali sarà il successo individuale, da perseguire con ogni mezzo, sul modello dei grandiosi successi della Tecnica), questo soltanto è ciò che deve residuare della “vocazione politica”.


... La vecchia sinistra ... ha parlato per qualche tempo di un capitalismo borghese che non esisteva più. Poi è rimasta incantata dalle ideologie della fine della storia, della globalizzazione economico-finanziaria come portatrice universale di democrazia e di pace. Mentre le nuove destre saltavano sul carro dei vincitori, riuscendo così anche a dare l’impressione di guidarlo, le sinistre difendevano arcaiche forme di centralità di parlamenti e assemblee elettive, senza un’idea neppure sulla loro riforma.

Vince la potenza politica delle destre? No, vince l’immagine di potenza che il sistema-Musk esprime - e che le nuove destre, quelle che contano, del tutto estranee alle geografie parlamentari del Novecento, idolatrano. Le sinistre perdono perché appaiono fuori gioco rispetto ai fattori determinanti il nostro destino. La loro è una forma di astensionismo, che dura dagli anni ’80, sia da ogni effettuale partecipazione che da ogni efficacia critica allo stato di cose esistente. La loro “astensione” determina il crollo della loro rappresentatività soprattutto rispetto ai settori sociali più deboli e colpiti. E anche questo, a guardar bene, è del tutto ragionevole: sono i meno protetti ad aver bisogno di protezione. E dove vuoi cercarla se non presso quelli che ti appaiono più agguerriti?

Poiché noi siamo nel pieno e non alla fine della storia, poiché le contraddizioni si moltiplicano, nulla è deciso. È certo però che le sinistre occidentali avranno un futuro se riusciranno a comprendere davvero le ragioni oggettive del loro fallimento, ragioni che travalicano di milioni di leghe limiti e difetti tattici o errori di leader, e sapranno non semplicemente “ricollocarsi” all’altezza delle nuove forme sociali di produzione, ma rappresentare, all’interno di queste forme, un segno vivente di contraddizione. Contraddizione tra il pensiero necessariamente unico della Macchina “spirituale” e coscienza critica, tra lavoro dipendente e comandato, da un lato, cui sempre più appartiene anche quello del ricercatore e dello scienziato, e, dall’altro, la prepotente istanza di libertà che dalla stessa scienza proviene. Senza utopismi, con i piedi ben fondati sulle possibilità reali che proprio le conquiste dell’intelletto umano oggi ci offrono, ma che dilegueranno come neve al sole senza una politica che sappia distribuire equamente la ricchezza prodotta e creare le condizioni di una federazione tra popoli e nazioni oltre ogni delirio egemonico.





martedì 17 gennaio 2017

Al termine della notte, incipit



A ottant'anni dalla sua pubblicazione e a cinquanta dalla morte del suo autore, Viaggio al termine della notte si impone come il romanzo che ha saputo meglio capire e rappresentare il Novecento, illuminandone con provocatoria originalità espressiva gli aspetti fondamentali. «Céline è stato creato da Dio per dare scandalo», scrisse Bernanos quando nel 1932 il romanzo diventò un successo mondiale, suscitando entusiasmi e contrasti feroci. Lo «scandalo Céline», che dura tuttora, è la profetica lucidità del suo delirio, uno sguardo che nulla perdona a sé e agli altri, che ha il coraggio di affrontare la notte dell'uomo così com'è. L'anarchico Céline, che amava definirsi un cronista, aveva vissuto le esperienze più drammatiche: gli orrori della Grande Guerra e le trincee delle Fiandre, la vita godereccia delle retrovie e l'ascesa di una piccola borghesia cinica e faccendiera, le durezze dell'Africa coloniale, la New York della «folla solitaria», le catene di montaggio della Ford a Detroit, la Parigi delle periferie più desolate dove lui faceva il medico dei poveri, a contatto con una miseria morale prima ancora che materiale. Totalmente nuovo, nel panorama francese ed europeo, è stato poi il suo modo insieme realistico e visionario, sofisticato e plebeo con cui Céline ha saputo trasfigurare questa materia incandescente. Per lui, in principio, è l'emozione, il sentimento della vita: di qui l'invenzione di un linguaggio che ha tutta l'immediatezza del «parlato» quotidiano, capace di dar voce, tra sarcasmi e pietà, alla tragicommedia di un secolo. Questo libro sembra riassumere in sé la disperazione del Novecento: è in realtà un'opera potentemente comica, esilarante, in cui lo spettacolo dell'abiezione scatena un riso liberatorio, un divertimento grottesco più forte dell'incubo. (presentazione editoriale)


Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte (1932), incipit


È cominciata così. Io, avevo mai detto niente. Niente. È Arthur Ganate che mi ha fatto parlare. Arthur, uno studente, anche lui di medicina, un compagno. Ci troviamo dunque a Place Clichy. Era dopo pranzo. Vuol parlarmi. Lo ascolto. "Non restiamo fuori! mi dice lui. Torniamo dentro!". Rientro con lui. Ecco. "'Sta terrazza, attacca lui, va bene per le uova alla coque! Vieni di qua". Allora, ci accorgiamo anche che non c'era nessuno per le strade, a causa del caldo; niente vetture, nulla. Quando fa molto freddo, lo stesso, non c'è nessuno per le strade; è lui, a quel che ricordo, che mi aveva detto in proposito: "Quelli di Parigi hanno sempre l'aria occupata, ma di fatto, vanno a passeggio da mattino a sera; prova ne è che quando non va bene per passeggiare, troppo freddo o troppo caldo, non li si vede più; son tutti dentro a prendersi il caffè con la crema e boccali di birra. È così! Il secolo della velocità! dicono loro. Dove mai? Grandi cambiamenti! ti raccontano loro. Che roba è? È cambiato niente, in verità. Continuano a stupirsi e basta. E nemmeno questo è nuovo per niente. Parole, e nemmeno tante, anche le parole che son cambiate! Due o tre di qui, di là, di quelle piccole..." Tutti fieri allora d'aver fatto risuonare queste utili verità, siamo rimasti là seduti, incantati, a guardare le dame del caffè.



Ça a débuté comme ça. Moi, j'avais jamais rien dit. Rien. C'est Arthur Ganate qui m'a fait parler. Arthur, un étudiant, un carabin lui aussi, un camarade. On se rencontre donc place Clichy. C'était après le déjeuner. Il veut me parler. Je l'écoute. « Restons pas dehors ! qu'il me dit. Rentrons ! » Je rentre avec lui. Voilà. « Cette terrasse, qu'il commence, c'est pour les œufs à la coque ! Viens par ici ! » Alors, on remarque encore qu'il n'y avait personne dans les rues, à cause de la chaleur ; pas de voitures, rien. Quand il fait très froid, non plus, il n'y a personne dans les rues ; c'est lui, même que je m'en souviens, qui m'avait dit à ce propos : « Les gens de Paris ont l'air toujours d'être occupés, mais en fait, ils se promènent du matin au soir ; la preuve, c'est que lorsqu'il ne fait pas bon à se promener, trop froid ou trop chaud, on ne les voit p lus ; ils sont tous dedans à prendre des cafés crème et des bocks. C'est ainsi ! Siècle de vitesse ! qu'ils disent. Où ça ? Grands changements ! qu'ils racontent. Comment ça ? Rien n'est changé en vérité. Ils continuent à s'admirer et c'est tout. Et ça n'est pas nouveau non plus. Des mots, et encore pas beaucoup, même parmi les mots, qui sont changés ! Deux ou trois par-ci, par-là, des petits... » Bien fiers alors d'avoir fait sonner ces vérités utiles, on est demeurés là assis, ravis, à regarder les dames du café.
 
http://machiave.blogspot.it/2014/07/bardamu-scopre-la-guerra.html

giovedì 11 febbraio 2016

Il corpo del nemico ucciso


Giovanni De Luna 
Il corpo del nemico ucciso. Violenza e morte nella guerra contemporanea
Einaudi, Torino 2006

Esiste un nesso indissolubile tra la Guerra e la Morte. Perché il fine ultimo della guerra consiste nell'uccidere il nemico. Questo libro parla dunque di guerra, di morte e di corpi. Racconta le guerre del Novecento e di oggi attraverso i corpi dei morti: corpi-documenti, studiati nelle fotografie, decifrati nelle schede dei medici legali, analizzati dagli antropologi, descritti dai grandi narratori della contemporaneità. Il corpo "amico" viene rispettato sempre, onorato spesso; può essere usato per gridare vendetta o implorare la pace. Il corpo "nemico" è talvolta rispettato, quasi sempre profanato. Nel primo caso viene sepolto in una tomba individuale, in un cimitero, nel secondo può essere esibito in pubblico o cancellato in una fossa comune. A ogni diverso uso del corpo del nemico ucciso corrisponde una diversa tipologia della guerra.
Una storia del Novecento e delle sue guerre, fino a quelle piú attuali, guardando alle vittime ultime della violenza bellica: i caduti sul campo. Un percorso che si snoda attraverso le guerre mondiali e quelle coloniali, le guerre civili e quelle ai civili, per concludersi con le guerre asimmetriche di oggi.
La guerra e i grandi fenomeni di violenza di massa del Novecento si possono conoscere partendo dalla loro conclusione, da quei morti che ne rappresentano il piú concreto e drammatico prodotto finale. È come guardare l'erba dalla parte delle radici: cambia la prospettiva metodologica, ma cambiano anche le priorità concettuali. Le guerre, con le violenze e le crudeltà che scatenano, sembrano avere un fondo comune sempre uguale, quasi fuori dal tempo e dallo spazio. Ne scaturisce una loro visione «mitica», una sorta di impossibilità conoscitiva in cui c'è posto solo per la venerazione o la rimozione. Riportare al centro della guerra il corpo del nemico ucciso e le diverse strategie messe in atto nei suoi confronti consente di storicizzare la guerra, di conoscerla nel suo «cuore di tenebra». Esistono regole che gli uomini si sono date in relazione ai corpi dei morti in battaglia. Quelle regole, anche quando sono violate, contribuiscono ad ancorare le guerre al nostro tempo e ci restituiscono il titanico tentativo della nostra civiltà di sottrarsi al fascino archetipico dello «stato di natura». (presentazione editoriale)

http://www.ibs.it/code/9788806178598/de-luna-giovanni/corpo-del-nemico.html



Elena Cortesi
http://storicamente.org/02deluna
Nel lavoro qui considerato ... De Luna propone nuove rilevanze e nuove conoscenze all’analisi storica delle guerre del Novecento (fino a quelle recentissime in Afghanistan, Cecenia, ex Jugoslavia, ecc.) partendo dal “risultato” più immediato e materiale della violenza bellica: il corpo del morto in guerra. Corpo del nemico soprattutto, ma anche dell’amico, del soldato, ma anche del civile. Un corpo “visto” e studiato utilizzando prevalentemente fotografie e altre immagini (oltre a schede anamnestiche di medici legali e informazioni raccolte presso antropologi, medici, giornalisti e testimoni) e che diviene a sua volta fonte, «straordinario documento per conoscere l’identità del carnefice».
È un corpo sempre rispettato e spesso onorato, se amico, a volte rispettato ma quasi sempre profanato, se nemico. Le modalità del rispetto e/o della profanazione sono strettamente legate ai particolari contesti (temporali, geografici, ideologici, giuridici, culturali, strategici e tecnologici) nei quali si sono svolti i conflitti presi in considerazione, ma, contemporaneamente (rispondendo una tensione scientifica che ha bisogno di confrontare il “particolare” con categorie più ampie), possono essere ricondotte ad alcune tipologie di guerra (simmetrica, asimmetrica, civile, ai civili) definite dall’a. analizzando non fattori come le forze militari e/o economiche messe in campo o l’evoluzione tecnologica, ma il “trattamento riservato” ai corpi dei nemici uccisi. Gli elementi nuovi e gli spunti di riflessione che emergono analizzando i conflitti del Novecento da questo innovativo punto di vista sono numerosi e interessanti. La seconda guerra mondiale, per esempio, acquisisce un ulteriore motivo di “totalità” (De Luna la definisce «compiutamente totale»). In essa, infatti, tutti i tipi di guerra messi a fuoco dall’a. risultano essersi assommati e aggrovigliati producendo una violenza estrema all’interno della quale il corpo del nemico ucciso (che poteva essere il corpo del soldato avversario, ma anche quello del civile colpito dalle bombe o fucilato, o quello dell’ex compagno di scuola, e che comunque, quasi sempre, aveva le caratteristiche di “nemico totale”) ha avuto un ruolo centrale nell’attivare e alimentare il terrore degli avversari (militari e civili) e nell’accorpare i carnefici esaltando la loro potenza di gruppo e/o incanalando il loro desiderio di vendetta.

lunedì 9 febbraio 2015

Barry Lyndon, il film





Alfonso Berardinelli
Appagati ancora dalla malinconia davanti al Kubrick che chiuse il '900
Il Foglio, 8 febbraio 2015

Benché avessi parecchie altre cose da fare, non ho esitato a spendere un intero pomeriggio, ben tre ore di visione, pur di godermi per l’ennesima volta (la quinta o la sesta) il “Barry Lyndon” di Kubrick, ora nell’edizione restaurata. Il film mi è sembrato ancora più lungo, lento, accurato, immancabilmente perfetto anche in ogni minimo e secondario dettaglio: ambienti, arredi, gestualità, eloquio, scelta degli attori, costumi e soprattutto fotografia e colonna sonora commoventi e trascinanti per nitore, incisività, tempestività.

Ancora più che in passato mi sono ripetuto mentalmente che questo non è soltanto il capolavoro di Kubrick, grandissimo regista e probabilmente il più grande artista (considerate tutte le arti, voglio dire) della seconda metà del Novecento: epoca senza dubbio di declino se confrontata con i primi tre o quattro decenni del secolo. Con Kubrick e in particolare con “Barry Lyndon” la storia ha una svolta: il regista è convinto che la “settima arte”, l’arte più clamorosamente caratteristica del Novecento – che  aveva messo in crisi, se non relegato in un angolo, sia il teatro che le arti visive, sia il romanzo che la musica di élite – è entrata nella routine, è tentata da un’estetica d’avanguardia che vuole creare choc annoiando il pubblico, o è votata alla produzione in serie per il consumo di massa.

Tutti i generi, dal sentimentale al comico, dal poliziesco all’avventuroso allo storico al fantascientifico al thriller, avevano ormai perfezionato tecniche e modelli. Kubrick li cataloga, li mette nel repertorio, se ne impadronisce con geniale maestria e li ripropone portandoli al di là di quello che erano e deviandone l’uso per i propri scopi. Da “Orizzonti di gloria” al “Dottor Stranamore” a “2001” all’“Arancia meccanica”, ogni suo film sembra una cosa risaputa e ne diventa invece un’altra. Guerra, politica atomica, avventura nello spazio, violenza gratuita prossima ventura: in ogni caso l’umanità si mostra inconsapevole, ottusa, testardamente incapace di vedere e inetta ad agire, ossessivamente dedita a ripetersi e a replicare fallimenti, atrocità, disastri. Dalla tragedia alla farsa e viceversa. Il male è stupido e noioso anche se agghiacciante. Il bene non è da meno: vuoto, ipocrita, meschino e in più vile, perché conta sempre su un potere più forte, più accreditato, più stabile: la legge, lo stato, le maggioranze.

Ma con “Barry Lyndon”, fra tanti film che aveva già fatto e che più tardi farà, Kubrick sembra che voglia realizzare già la sua ultima opera. Qui il suo spirito di perfezione è spinto al massimo. E’ come se Kubrick avvertisse che l’estetica novecentesca, con i suoi eccessi, le sue lacerazioni angosciose o programmatiche, aveva esaurito la sua funzione e le sue risorse. C’è poco da scandalizzare, lo spettatore è abituato a tutto e le tecniche possono essere soltanto portate al parossismo degli effetti speciali, che non rivelano niente perché si esauriscono nello scopo di violentare la percezione.

Nella saletta tappezzata di rosso, in compagnia di non più di trenta persone, quasi tutte anziane, sono rimasto per tre ore ipnotizzato dalla sobria, classica, eccitante, onesta magnificenza delle immagini. Il film dilata, intensifica le percezioni senza creare stress ma inducendo in chi guarda una calma contemplativa che solo la musica e la pittura classiche sapevano dare. Tra un Händel e un Hogarth, un Vivaldi e un Gainsborough, un Federico il Grande e un Paisiello, il dinamismo della storia di Redmond Barry, poi Barry Lyndon, è realisticamente illustrato e assolutizzato esteticamente in una serie di scenari sui quali non si finirebbe mai di fermare lo sguardo. Si tratta di cinema che esalta i poteri del cinema, ma nega la sua ideologia di genere: la coazione cinetica, l’ansia della dinamica. Per vedere e capire (sembra suggerirci Kubrick) è meglio rallentare, soffermarsi, riflettere, osservare. Di qui lo stacco netto dovuto alla voce narrante, alla sua pacata considerazione delle cose, alle sue clausole epigrammatiche e quasi didattiche.

Quando alle otto di sera il film è finito, i trenta spettatori non si sono mossi, sono rimasti seduti a fissare i titoli di coda, a godersi ancora una volta la severità martellante e ammonitrice della sarabanda di Händel. Nessuno aveva voglia né coraggio di andarsene. Ogni dinamismo era placato in quella pensosa e appagata malinconia sul triste destino degli esseri umani: sulla fine della giovinezza, l’onnipresenza del denaro, la durezza del potere e della gerarchie sociali, il fallimento e la sconfitta di chi segue i suoi istinti.


Quando il film uscì, quarant’anni fa, Piergiorgio Bellocchio scrisse su Quaderni piacentini un saggio-recensione di una quindicina di pagine, lo scritto più lungo che avesse mai dedicato a un film. Ricordo che diversi “compagni” furono sorpresi e quasi scandalizzati. Ma come? Il fondatore di una rivista che era o sembrava estremista e rivoluzionaria era tanto entusiasta del più composto, tradizionale dei film di Kubrick? Era il 1977, l’anno che precedeva il rapimento di Moro, l’anno delle Brigate rosse e di Autonomia operaia. Quel saggio su “Barry Lyndon” era un sintomo, segnalava un distacco, trasmetteva la sensazione, la certezza che bisogna decidersi a ricominciare da un altro inizio. Kubrick ricominciava dal Settecento, da un romanzo storico di Thackeray scritto a metà Ottocento, da un’estetica e da una tecnica narrativa radicalmente antinovecentesche. E’ così che ebbe inizio la mia amicizia con Piergiorgio: vedendo “Barry Lyndon”. Il nostro comune amore per il Settecento ci avrebbe portato, anni dopo, a fondare una rivista* che sembrava venire da due secoli prima.

* Diario http://www.quodlibet.it/schedap.php?id=1914#.VNiErpxh1Q4

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giovedì 31 luglio 2014

Il Novecento di Giovanni Arrighi

Benedetto Vecchi
Novecento. La casa editrice il Saggiatore ripropone a venti anni dalla prima pubblicazione «Il lungo XX secolo» di Giovanni Arrighi. Un appassionante affresco sullo sviluppo del capitalismo storico che mantiene ancora intatta la sua forza analitica 
il manifesto,  31 luglio 2014


Uno dei più impor­tanti libri delle scienze sociali di fine Nove­cento. È cosi che Mario Pianta defi­ni­sce Il lungo XX secolo nella pre­fa­zione che accom­pa­gna la nuova edi­zione del libro di Gio­vanni Arri­ghi voluta da Sag­gia­tore nel ven­ten­nale della prima pub­bli­ca­zione ita­liana. Un giu­di­zio con­di­vi­si­bile, non per motivi «disci­pli­nari», bensì per la capa­cità del sag­gio di Arri­ghi di for­nire una let­tura «forte» del capi­ta­li­smo sto­rico, espres­sione mutuata dal com­pa­gno di strada Imma­nuel Wal­ler­stein, che l’economista ita­liano conobbe in Africa e con il quale, dopo il suo tra­sfe­ri­mento defi­ni­tivo negli Stati Uniti, con­di­vise le sorti del Fer­nand Brau­del Cen­ter. Come ogni let­tura «forte» che si rispetti, anche il Lungo XX secolo non è esente da limiti, ma ha comun­que rap­pre­sen­tato una ven­tata di aria nuova, con­tri­buendo a dira­dare la neb­bia che avvol­geva, negli anni Novanta del Nove­cento, il pen­siero cri­tico sta­tu­ni­tense.  Quello di Arri­ghi, assieme agli studi di Saskia Sas­sen sulla glo­ba­liz­za­zione e per altri versi Impero di Michael Hardt e Toni Negri hanno infatti rap­pre­sen­tato i ten­ta­tivi più impe­gnati, negli Stati Uniti, nella ripresa di una pun­tuale e ade­guata cri­tica mar­xiana del capi­ta­li­smo contemporaneo.

Una ten­denza di lunga durata

Il Lungo XX secolo arriva nelle libre­rie una man­ciata di anni dopo la pub­bli­ca­zione delle Con­se­guenze della moder­nità di David Har­vey e della Logica cul­tu­rale del tardo capi­ta­li­smo di Fre­dric Jame­son, inno­va­tive rico­gni­zioni del post­mo­derno, una pro­spet­tiva filo­so­fica che, a dif­fe­renza dell’Europa, costi­tuiva negli Stati Uniti un’elaborazione che l’establishment cul­tu­rale col­lo­cava alla sini­stra del pan­theon acca­de­mico. A dif­fe­renza di Har­vey e Jame­son, Arri­ghi era però inte­res­sato a rin­trac­ciare le inva­rianti dello svi­luppo capi­ta­li­stico, alla luce del ruolo sem­pre più rile­vante assunto dalla finanza nel ridi­se­gnare le gerar­chie sociali e poli­ti­che sia a livello «locale» che pla­ne­ta­rio. Da que­sto punto di vista, Il lungo XX secolo secolo è da con­si­de­rare un punto di svolta nella pro­du­zione teo­rica di Arri­ghi.
I libri che segui­ranno, a par­tire dal sag­gio scritto a quat­tro mani con Beverly Sil­ver sul caos deri­vato dalla crisi irre­ver­si­bile dell’egemonia sta­tu­ni­tense nel capi­ta­li­smo mon­diale (Caos e governo del mondo, Bruno Mon­da­dori) e Adam Smith a Pechino (Fel­tri­nelli) si con­cen­trano infatti sul mondo emerso dal venir meno della forza pro­pul­siva dell’egemonia sta­tu­ni­tense. E se il caos raf­forza il mili­ta­ri­smo del capi­tale, la Cina è inter­pre­tata come un modello sociale che ha le carte in regola per aspi­rare a diven­tare il cen­tro di un nuovo ciclo di espan­sione eco­no­mica, in virtù del fatto che non è più una società socia­li­sta, ma non è però diven­tata un paese capi­ta­li­sta. Dun­que, non un nuovo modello di capi­ta­li­smo, bensì una società di mer­cato che man­tiene alcune carat­te­ri­sti­che «socia­li­ste» del recente pas­sato, men­tre ne ha adot­tate alcune «capi­ta­li­ste». In chiu­sura del libro «cinese», l’autore annun­cia una ulte­riore tappa del suo nuovo per­corso teo­rico, che non sarà però resa pos­si­bile a causa della sua morte nel 2009.
Quel che emerge dalla rilet­tura del Lungo XX secolo è la scelta di Arri­ghi di un’analisi sulla lunga durata dello svi­luppo eco­no­mico, carat­te­riz­zato da un anda­mento ciclico, dove alla fase auro­rale, che pone le basi di un’egemonia eco­no­mica e poli­tica di una realtà locale, ne segue una espan­siva, che sta­bi­li­sce un rap­porto di inter­di­pen­denza tra il cen­tro dello svi­luppo e le zone di influenza, che ven­gono pla­smate in base ai vin­coli posti dalla cre­scita eco­no­mica. È all’azimut del ciclo, qua­li­fi­cato come siste­mico, che si mani­fe­stano le con­trad­di­zioni, i limiti di quel modo di pro­du­zione ege­mo­nico. Ed è in que­sta con­tin­genza che, mar­xia­na­mente, la finanza diviene momento di sta­bi­liz­za­zione, di gestione della crisi, senza che però possa arre­stare il declino del cen­tro del sistema-mondo che quel ciclo ha prodotto.

Il nuovo bari­cen­tro atlantico

La crisi non coin­cide mai, tut­ta­via, con la fine di un modo di pro­du­zione, bensì con una sua tra­sfor­ma­zione coin­ci­dente con uno spo­sta­mento «geo­gra­fico» del cen­tro dello svi­luppo eco­no­mico. Sono tutt’ora pagine belle da leg­gere quelle dove Arri­ghi descrive l’ascesa, nel XIV secolo, di Genova come una potenza eco­no­mica che arriva a con­di­zio­nare il regno impe­riale spa­gnolo, per poi pas­sare lo scet­tro a Vene­zia. E quando la Sere­nis­sima arriva al mas­simo del suo splen­dore, assi­stiamo alla prima crisi siste­mica. È in que­sta con­tin­genza che emerge l’Olanda come paese ege­mone del capi­ta­li­smo sto­rico, prima di cono­scere l’inevitabile declino a favore dell’Inghilterra. Con il Regno Unito, ini­zia il terzo ciclo siste­mico del regime di accu­mu­la­zione capi­ta­li­stico, che si con­clu­derà solo negli ultimi anni del Nove­cento, con la crisi del 1973, anno tote­mico per indi­care l’inizio del declino sta­tu­ni­tense. Ogni ciclo siste­mico vede un’innovazione tec­nica: nella tec­ni­che di costru­zione delle navi per Genova e Vene­zia, che con­sen­tono alle due città ita­liane di con­se­guire un van­tag­gio com­pe­ti­tivo rispetto alle pos­si­bili con­cor­renti, ma anche nello sfrut­tare e sta­bi­lire rap­porti pri­vi­le­giati con realtà eco­no­mi­che emer­genti nella lavo­ra­zione del cotone (Lione), nello sfrut­tare tec­ni­che «finan­zia­rie» inno­va­tive (le let­tere di cam­bio e la con­ta­bi­lità svi­lup­pate a Firenze); nell’accedere alle riserve di argento e oro del Nuovo mondo. L’Olanda invece rie­sce, al tra­monto della Repub­blica di Vene­zia, a sfrut­tare il dina­mi­smo dell’industria tes­sile inglese e nelle nuove tec­ni­che di lavo­ra­zione dei metalli messe in campo nell’attuale Ger­ma­nia. L’Inghilterra si farà forte invece della sua rivo­lu­zione indu­striale.
Come testi­mo­niano le appas­sio­nate e appas­sio­nanti rico­stru­zioni sto­ri­che di Arri­ghi, nel ciclo siste­mico dell’accumulazione capi­ta­li­stica con­ver­gono ele­menti esterni (l’oro e l’argento pro­ve­niente dalle Ame­ri­che, ad esem­pio) che interne all’attività eco­no­mica, dove l’innovazione del pro­cesso lavo­ra­tivo e orga­niz­za­tiva hanno sem­pre una fun­zione pro­pul­siva e dina­mica. Fedele però alla gri­glia ana­li­tica di Fer­nand Brau­del, Arri­ghi intro­duce un altro fat­tore, il «ter­ri­to­ria­li­smo», cioè la posi­zione occu­pata da una città o da una nazione nei flussi di merci e mate­rie prime. Così, Genova e Vene­zia sono col­lo­cate in posi­zione stra­te­gica rispetto ai com­merci che met­tono in rela­zione l’«oriente» con l’Europa, men­tre l’Olanda è uno snodo nel tra­sporto dei metalli lavo­rati nel cen­tro Europa verso l’Inghilterra e il «Nuovo mondo». Lo stesso si può dire dell’Inghilterra nel periodo che vede una cen­tra­lità «atlan­tica» nello svi­luppo capi­ta­li­stico.
Non è certo una novità l’interesse di Arri­ghi verso la geo­gra­fia, intesa però come angolo di osser­va­zione dell’evoluzione del sistema-mondo. Lo testi­mo­nia il libro, da tempo intro­va­bile, sulla Geo­me­tria dell’imperialismo (Fel­tri­nelli), dove la geo­gra­fia è appunto intro­dotta come una varia­bile fon­da­men­tale per spie­gare le linee di ten­denza dello svi­luppo capi­ta­li­stico e gli assetti poli­tici che rego­lano il «sistema-mondo», espres­sione quest’ultima «presa in pre­stito» da Imma­nuel Wallerstein.

La cat­tiva transizione

Il ciclo siste­mico dell’accumulazione è così con­trad­di­stinto dalla tra­sfor­ma­zione di una inno­va­zione in un fat­tore pro­dut­tivo che con­sente un van­tag­gio com­pe­ti­tivo rispetto ai poten­ziali con­cor­renti; dalla posi­zione occu­pate nel flusso delle merci e delle mate­rie prime. Il terzo fat­tore è dovuto alla finanza. Quanto viene esa­mi­nato il suo ruolo nello svi­luppo eco­no­mico, Arri­ghi fa leva sulle tesi mar­xiane che vedono nella finanza una fun­zione rile­vante nella ripro­du­zione allar­gata del capi­tale. Diviene, e qui il Marx evo­cato è quello del terzo libro del Capi­tale, fun­zione paras­si­ta­ria quando la capa­cità inno­va­tiva viene meno e c’è con­tra­zione nella capa­cità di garan­tire inve­sti­menti pro­dut­tivi. È qui che comin­cia la fase discen­dente del ciclo siste­mico. Que­sto non signi­fica che si mani­fe­sti la crisi, ma che la finanza la dila­ziona nel tempo: ha cioè una fun­zione sta­bi­liz­za­trice del ciclo eco­no­mico, diven­tando però un osta­colo nel pro­durre nuove inno­va­zioni. È que­sta una fase di tran­si­zione tra un ciclo siste­mico di accu­mu­la­zione e un altro, che vedrà il suo cen­tro col­lo­cato altrove da quello in fase decli­nante.
La descri­zione che Arri­ghi for­ni­sce del pas­sag­gio che c’è tra un ciclo e l’altro ha le sue fonti in un paziente lavoro sto­rio­gra­fico che annulla le bar­riere disci­pli­nari. Il Lungo XX secolo non è infatti solo un libro di teo­ria eco­no­mica, ma anche e soprat­tutto un con­den­sato di sto­ria sociale, di antro­po­lo­gia. Per gli appas­sio­nati di una sto­ria delle idee, le radici teo­re­ti­che di Arri­ghi stanno certo in Marx, ma anche nelle teo­rie del ciclo eco­no­mico di Kon­dra­tieff, negli «Anna­les» fran­cesi, nell’antropologia strut­tu­ra­li­sta di Levi-Strauss, nella socio­lo­gia eco­no­mica di Joseph Shum­pe­ter, di Karl Polany e di Max Weber. Assenti sono però alcune varia­bili indi­pen­denti, come ad esem­pio la lotta di classe.

Il trit­tico del capitale

Gio­vanni Arri­ghi è stata una figura impor­tante nel Ses­san­totto mila­nese. For­ma­tosi alla Uni­ver­sità Boc­coni, già allora cuore delle teo­rie eco­no­mi­che libe­rali, si tra­sferì gio­va­nis­simo in Africa dove inse­gnò all’università dell’allora Rho­de­sia, l’attuale Zim­ba­bwe. È durante il periodo afri­cano che incon­tra Imma­nuel Wal­ler­stein, con il quale avvia un forte e dura­turo soda­li­zio intel­let­tuale. Tor­nato in Ita­lia par­te­cipa al Ses­san­totto e fonda, assieme a molti altri mili­tanti del movi­mento stu­den­te­sco, il gruppo Gram­sci, gruppo che si carat­te­rizza per la sua atti­vità poli­tica nelle fab­bri­che dell’hinterland mila­nese. E tut­ta­via negli scritti di Arri­ghi, la lotta di classe svolge un ruolo sem­pre secon­da­rio rispetto l’analisi delle ten­denze in atto nel capi­ta­li­smo. Alle cri­ti­che che sot­to­li­nea­vano que­sta assenza, Arri­ghi ha sem­pre rispo­sto che il ruolo del con­flitto di classe e dell’azione poli­tica del movi­mento ope­raio nella pos­si­bi­lità di con­di­zio­nare le dina­mi­che imma­nenti al ciclo eco­no­mico era dato per scon­tato. Lo ricorda anche nella post­fa­zione pre­sente nel volume, scritta nel 2009 pochi mesi prima della sua morte. Ma la lotta di classe è un «impre­vi­sto» che non mette in discus­sione il ciclo eco­no­mico, che ha quasi una sua «natu­rale ogget­ti­vità».
Nel tempo, poi, nell’analisi pro­po­sta da Arri­ghi il capi­ta­li­smo sto­rico è sovrap­po­sto all’economia di mer­cato, facendo così venire meno quella pecu­lia­rità messa in evi­denza da Marx, che è la com­parsa del lavoro sala­riato e il trit­tico di plu­sva­lore rela­tivo, asso­luto e plu­sla­voro che spiega lo sfrut­ta­mento del regime di accu­mu­la­zione capi­ta­li­stico. Per Arri­ghi, invece, il capi­ta­li­smo è un regime sociale e eco­no­mico che si base su una distri­bu­zione ine­guale della ric­chezza, spie­gata però come l’esito di una appro­pria­zione pri­vata attra­verso l’uso della forza. Per que­sto, ad esem­pio, Adam Smith a Pechino si chiude con la denun­cia del mili­ta­ri­smo e delle pra­ti­che di espro­pria­zione delle mate­rie prime che ha carat­te­riz­zato il «lungo nove­cento», non­ché que­sto primo decen­nio del nuovo mil­len­nio. Non è quindi un caso che Arri­ghi si sia dimo­strato sem­pre restio a defi­nire la Cina con­tem­po­ra­nea come una società capi­ta­li­stica governa da un par­tito comu­ni­sta, pre­fe­rendo qua­li­fi­carla come una società di mer­cato.
Il valore della rifles­sione di Arri­ghi non sta però nelle fedeltà o meno ai testi mar­xiani, bensì sulla capa­cità di offrire uno sguardo d’insieme e un con­te­sto sto­rico allo svi­luppo capi­ta­li­stico. Un ordine sociale, poli­tico e eco­no­mico, cioè, che non ha nulla di natu­rale e che è desti­nato a lasciare il posto ad altre for­ma­zioni sociali e poli­ti­che. Sta dun­que alle azioni degli uomini e delle donne la pos­si­bi­lità di tra­sfor­mare la mise­ria del pre­sente attra­verso quella ric­chezza del pos­si­bile che la coo­pe­ra­zione pro­dut­tiva e sociale rie­sce ad esprimere.

sabato 3 maggio 2014

La donna nel "Quarto Stato"



Sergio Momesso
Un dettaglio del "Quarto Stato"
Storie dell'arte, un blog di storici dell'arte 

Ap­pro­fitto del primo mag­gio per sug­ge­rire una pic­cola ri­fles­sione sull’immagine più fre­quen­te­mente as­so­ciata alla fe­sta dei la­vo­ra­tori, così come agli scio­peri o alle ma­ni­fe­sta­zioni po­po­lari in ge­nere: il Quarto Stato di Pel­lizza da Vol­pedo, ov­via­mente, che è di­ven­tato or­mai la “Gio­conda” del primo No­ve­cento ita­liano. Qua­dro dalla sto­ria lunga e tor­men­tata, ana­liz­zata in ogni det­ta­glio da Au­rora Scotti. Uno de­gli ele­menti chiave del Quarto Stato, che lo fa grande e mo­derno, è cer­ta­mente la fi­gura della donna con il bam­bino che rag­giunge cor­rendo i due ca­pi­po­polo in primo piano. Per la cro­naca, Cle­mente Bi­done e Gio­vanni Zarri. Lei in­vece è Te­resa Bi­done (1875–1907), mo­glie di Giu­seppe Pellizza.
La na­scita e lo svi­luppo di que­sto mo­tivo, di que­sta fi­gura di donna che par­te­cipa, con il fi­glio in brac­cio, alla mar­cia dei la­vo­ra­tori e apre nel di­pinto una fi­ne­stra nar­ra­tiva po­tente sul ruolo nuovo delle donne all’inizio del No­ve­cento, si se­guiva molto bene alla mo­stra chiusa il 9 marzo scorso al Mu­seo del No­ve­cento, di cui s’è par­lato troppo poco, an­che da parte no­stra pur­troppo. Era in realtà, a mio av­viso, una mo­stra molto di­dat­tica e molto utile. Per la prima volta, in­fatti, a breve di­stanza, si po­te­vano con­fron­tare il Quarto Stato (1898–1901), la sua spet­ta­co­lare ra­dio­gra­fia di­gi­tale a gran­dezza na­tu­rale, Fiu­mana (1895–1897), gli studi pre­pa­ra­tori prin­ci­pali e le prime fasi dell’invenzione, com­preso il pre­coce boz­zetto per quello che si chia­mava an­cora Am­ba­scia­tori della fame (1892).
Se pro­viamo ad im­ma­gi­nare il Quarto Stato senza quell’immagine fem­mi­nile, pri­vato di quell’ingresso ap­pas­sio­nato, im­pe­rio­sa­mente ma­terno, ci ac­cor­giamo, forse, della sua im­por­tanza, sotto tutti i punti di vi­sta, nell’economia dell’immagine fi­nale e ne ap­prez­ziamo la lenta e fa­ti­cosa ela­bo­ra­zione: da una fi­gura poco ca­rat­te­riz­zata e sem­pli­ce­mente di rac­cordo tra primo piano e fondo (Am­ba­scia­tori della fame), alla fi­gura fem­mi­nile esile, in­di­stinta e gio­cata tutta su ritmi ec­ces­si­va­mente li­neari (Fiu­mana), alla donna forte e piena di di­spe­rata vi­ta­lità che è stata ri­mo­du­lata se­condo una nuova mi­sura e una nuova forma se­gnata da luci me­ri­diane e om­bre nette.



domenica 5 gennaio 2014

Rossanda, venti interviste

Tommaso di Francesco
Rossana Rossanda, una stagione grande e aperta
il manifesto, 4 dicembre 2013

La forma dell’intervista è una com­pli­cità «fra due che si par­lano»: così Ros­sana Ros­sanda intro­duce il suo libro «Quando si pen­sava in grande. Tracce di un secolo. Col­lo­qui con venti testi­moni del Nove­cento» (Einaudi, pp 243 euro 17,50). Venti inter­vi­stati, tutti uomini per­ché, sot­to­li­nea l’autrice, que­sta è la sto­ria della poli­tica che ha escluso le donne. Non un «come era­vamo» ma un monito: a pen­sare. E in grande, ripro­po­nendo i non con­clusi temi del «secolo breve» che, già nel primo decen­nio del nuovo secolo mostrano la loro cogente attua­lità e urgenza. Aggre­gato per temi piut­to­sto che cro­no­lo­gi­ca­mente — le inter­vi­ste, uscite su il mani­fe­sto quo­ti­diano comu­ni­sta tranne quella a Sar­tre pub­bli­cata nel set­tem­bre 1969 sul Mani­fe­sto rivi­sta, vanno dal 1965 al 1998.
Per Ros­sana Ros­sanda il nodo della crisi delle società del capi­ta­li­smo maturo è ancora all’ordine del giorno in epoca glo­bale, non biso­gna abban­do­nare il campo della rifles­sione sull’89 (sul tra­monto dei socia­li­smi rea­liz­zati nell’est euro­peo), ma anche sulla caduta dei com­pro­messi social­de­mo­cra­tici. In buona sostanza torna d’attualità la domanda sul comu­ni­smo. Con nuovi stru­menti cri­tici a sini­stra, sapendo che «con il vol­gere del secolo, di sini­stra, anche della più mode­rata, non rimane nulla», arresa com’è al libe­ri­smo. E man­te­nendo aperta la porta ai para­digmi cul­tu­rali affatto diversi dal movi­mento ope­raio tra­di­zio­nale: il fem­mi­ni­smo e le que­stioni di genere e le cor­renti eco­lo­gi­ste rel­ative ai limiti dello svi­luppo — qui l’intervista a Ignacy Sacs è illuminante.

Una fon­da­men­tale «ontologia»

Con György Lukacs — que­sta prima inter­vi­sta non è della «comu­ni­sta ere­tica e ses­san­tot­tina tar­diva» ma dall’ancora espo­nente del comi­tato cen­trale del Pci — si parla di let­te­ra­tura, ma è un espe­diente. In realtà al cen­tro ci sono l’ombra del XX Con­gresso, la tra­ge­dia unghe­rese del ’56, i limiti della pia­ni­fi­ca­zione deri­vata dall’Urss e la cri­tica alle cate­go­rie della psi­ca­na­lisi e dell’esistenzialismo intese come pos­si­bili «inte­gra­tori» del mar­xi­smo. Si può già indi­vi­duare un punto cen­trale da cui ripar­tire? Chiede Ros­sana Ros­sanda. «Marx ha comin­ciato dall’analisi della strut­tura e anche noi dob­biamo ripar­tire da qui — risponde Lukacs, rive­lando che in quel periodo sta scri­vendo la sua opera fon­da­men­tale Onto­lo­gia dell’essere sociale — occorre una teo­ria valida della ripro­du­zione in un sistema socialista…Le nostre pia­ni­fi­ca­zioni sono fal­lite per­ché nel periodo sta­li­niano è stata can­cel­lata dalla teo­ria la dia­let­tica tra valore di cam­bio e valore d’uso, annul­lando con ciò di fatto la pos­si­bi­lità stessa di una teo­ria della riproduzione…».
Il filo­sofo mar­xi­sta unghe­rese è per Ros­sanda «la mia gente»; non lo era pro­prio il mostro sacro del comu­ni­smo fran­cese e della poe­sia tran­sal­pina, Louis Aragon, pro­ta­go­ni­sta dell’incontro più sgra­de­vole del libro e insieme più iro­nico. Dove si pavo­neg­gia l’intellettuale nazio­nale, «uomo bel­lis­simo», vani­toso dei suoi versi, ricco per meriti di par­tito dal quale «prese tutto senza dare nulla», che vive nell’agio nel cuore della Parigi ricca. Espo­nente di quel Pcf diven­tato alla fine nemico giu­rato del nuovo e dei movi­menti emersi nel ’68 e che, nell’intervista, non perde occa­sione di sfer­zare il «fra­tello minore Pci». L’intervistatrice non ne può più e, men­tre Ara­gon si parla addosso, lei tenta di uscire dalla sala dell’incontro, ma quello la riac­ciuffa con la sua sicu­mera. Quando alla fine riu­scirà a gua­da­gnare la strada, Ros­sana sarò così fra­stor­nata da cadere per terra ai primi passi tra le foglie bagnate, sopraf­fatta dal tanto peso di sé di un essere umano. Chie­den­dosi: «Che comu­ni­smo era il suo?”

Incon­ci­lia­bi­lità e punti ciechi

Punti focali del libro le inter­vi­ste a Jean-Paul Sar­tre e a Louis Althus­ser. La prima, Par­titi e movi­menti due realtà incon­ci­lia­bili, del set­tem­bre ’69, rea­liz­zata nell’imminente radia­zione del gruppo del Mani­fe­sto dal Pci, anti­cipa l’elaborazione che sul Mani­fe­sto rivi­sta la stessa Ros­sanda fece con il titolo Da Marx a Marx, sui limiti della forma par­tito e sulla neces­sità di un nuovo, cen­trale ruolo, e insieme qua­lità, dei movi­menti di massa. Con l’elaborazione di quella che si chiamò «stra­te­gia con­si­liare». A rileg­gerla tra­spare come una pro­fe­zia sull’universo informatico-telematico dei nostri giorni. Per­ché Sar­tre, nel ren­dere evi­dente l’elemento vin­cente del par­tito rispetto ai soli gruppi infor­mali, li chiama «in fusione», rico­no­scen­done però la loro imme­dia­tezza e rap­pre­sen­tanza diretta: come non pen­sare allo sta­tus delle nuove mobi­li­ta­zione poli­ti­che e gruppi nati e codi­fi­cati su web? Con la loro con­su­ma­bi­lità momen­ta­nea e cadu­cità tem­po­ra­nea, senza una memo­ria lunga che, pur non essendo neces­sa­ria­mente del «par­tito», non sia tut­ta­via solo seriale ma dura­tura e supe­riore alla rap­pre­sen­tanza poli­tica che non c’è più.
La seconda ad Althus­ser, Il punto di cieco di Marx, la que­stione dello Stato, è dell’aprile 1978 e prende spunto dalle sue affer­ma­zioni fatte al con­ve­gno del Mani­fe­sto di Vene­zia (novem­bre 1977) sull’inesistenza in Marx di una teo­ria dello Stato. Qui insi­ste sul comu­ni­smo «come ten­denza e realtà inter­sti­ziale» al capi­ta­li­smo in crisi, come sulla neces­sità di non ren­dere «vaga» la per­ce­zione di que­sta ten­denza, di dirlo insomma il comu­ni­smo nei suoi obiet­tivi pro­gram­ma­tici. Mate­ria­li­sti­ca­mente e non idea­li­sti­ca­mente come fosse una evo­ca­zione «feti­ci­sta». Ma l’equivoco più grande è lo Stato, al quale tutto, società poli­tica, par­tito e sin­da­cato — per­dendo così la loro natura di classe -, si riduce. E non ci sono dis­si­mu­la­zioni sulla pre­sunta novità dello «Stato allar­gato»: «Lo Stato è sem­pre stato allar­gato». Nell’introduzione l’autrice parla della sua impe­ri­tura ami­ci­zia con Althus­ser e con la moglie Hélène Ryt­man, fino alla prova estrema: «Le cir­co­stanze mi por­ta­rono a essere vicina a loro due nei giorni in cui egli la uccise; resto per­suasa che non volesse affatto la sua morte, ma non fosse in grado di ascol­tare quel che lei pen­sava di avere sco­perto pro­prio allora sull’origine della sua malat­tia e aveva impru­den­te­mente deciso di dirgli».
Ecco la luce affet­tiva della spe­ranza. Quella del mili­tante ses­san­tot­tino Etienne Grum­bach, cuore pul­sante delle agi­ta­zioni ope­raie alla Renault di Flins, che non dismette mai l’impegno del suo «pes­si­mi­smo attivo». Così come spe­ranza e pas­sione tra­spa­iono dagli incon­tri di due mas­simi ana­li­sti delle crisi inter­na­zio­nali, Maxime Rodin­son del Medio Oriente e Paul Sweezy degli Stati Uniti.

Le crisi attra­ver­sate e infinite

L’intervista a Rodin­son è del 5 ago­sto 1982, pochi giorni prima del mas­sa­cro a Bei­rut di Sabra e Cha­tila. Egli non avverte che la nega­zione di una solu­zione, anzi la can­cel­la­zione da parte dell’Occidente e di Israele della crisi di tutte le crisi, quella pale­sti­nese, e il suo abban­dono all’occupazione mili­tare israe­liana, alle colo­nie che si espan­dono e al Muro dell’apartheid, avrebbe com­por­tato — insieme ad una frat­tura anche vio­lenta del movi­mento pale­sti­nese stesso — una radi­ca­liz­za­zione ideo­lo­gica, nella fat­ti­spe­cie isla­mica, in tutti i Paesi arabi, con il ritorno della guerra impe­riale all’ordine del giorno. Così come Paul Sweezy non com­prende che gli Stati uniti, pur man­te­nendo «le spese mili­tari come ele­mento essen­ziale della sta­bi­lità ame­ri­cana» ave­vano deciso il ritiro dal Viet­nam — a que­sto pun­tava il viag­gio del ’71 di Nixon a Pechino — e che quella vit­to­riosa lotta di popolo matu­rava un ridi­se­gno del con­flitto glo­bale nella Guerra fredda: in Asia con la guerra civile in Cam­bo­gia e la svolta epo­cale cinese, in Africa con lotta al neo­co­lo­nia­li­smo, in Ame­rica Latina con i golpe.
Così, un bri­vido si prova alle parole del pre­si­dente cileno Sal­va­dor Allende che Ros­sana incon­tra nel ’71 nel palazzo della Moneda. Si avverte la sua soli­tu­dine, lo sforzo immane, l’equilibrio dif­fi­cile per soste­nere il «cam­bia­mento socia­li­sta». E la sua tra­gica e mal­ri­po­sta fidu­cia nella lealtà dei mili­tari. Men­tre se la prende con il nipote del Mir che, attac­cando l’esercito, «gioca col fuoco». Per­ché «…qui se l’esercito esce dalla lega­lità è la guerra civile. È l’Indonesia. Cre­dete che gli ope­rai si lasce­ranno togliere le indu­strie? E i con­ta­dini le terre? Ci saranno cen­to­mila morti, sarà un bagno di san­gue». Sap­piamo com’è andata.
Stessa emo­zione per l’incontro a Lisbona con il mag­giore Erne­sto de Melo Antu­nes, lea­der della rivo­lu­zione dei garo­fani, nel disa­dorno palazzo del par­la­mento di San Bento. «Quel che oggi pos­siamo fare è cam­biare il modo in cui finora si è pen­sato lo svi­luppo, e cioè sem­pre e solo in ter­mini di acce­le­ra­zione di pro­du­zione e inve­sti­menti. Noi pre­fe­riamo par­lare di una via socia­liz­zante…». Era il gen­naio del 1975. Noi, al seguito, assi­ste­vamo ai semi­nari di Ros­sana Ros­sanda al Cen­tro Gubel­kian, il dopo­la­voro dello stato mag­giore por­to­ghese, sui pro­cessi di tran­si­zione. A segnora — così la chia­ma­vano — par­lava appas­sio­nata e fuori mon­ta­vano la guar­dia gio­va­nis­simi che­gue­vara bar­buti, sol­dati in mime­tica e mitra­glia in spalla, appena rien­trati dall’Angola e dal Mozam­bico. Quanto poteva durare? E non durò. Non capimmo, anche per l’enfasi reto­rica dei tanti arri­vati da tutta Europa a «diri­gere» con pre­sun­tuose cer­tezze la rivo­lu­zione che, al con­tra­rio, chie­deva, come faceva Ros­sana, di inter­ro­garsi insieme a noi. Che le scon­fitte alla fine — e vale anche per noi, adesso — non siano il ter­reno più fer­tile da seminare?