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martedì 5 gennaio 2016

L'autobiografia di Toni Negri


                                                                                Simonetta Fiori
L’ego-biografia di Negri che dimentica la Storia
Dall’infanzia agli anni Settanta, l’ex leader di Potere Operaio racconta la sua vita. Seicento pagine, nessuna autocritica

la Repubblica, 5 gennaio 2016




L’autobiografia è un genere disseminato di trappole, che in pochi riescono a disinnescare. Certo non vi riesce Toni Negri nei fluviali mémoires in cui ripercorre la sua vita dall’infanzia in un Veneto molto povero fino all’arresto il 7 aprile del 1979 per «insurrezione contro i poteri dello Stato ». (Storia di un comunista, a cura di Girolamo De Michele, Ponte alle Grazie). Una storia lunga oltre seicento pagine che può essere letta come documento del narcisismo intellettuale di una generazione, quella dei cattivi maestri che oggi si volta a guardare le macerie lasciate alle spalle rimpiangendo la rivoluzione mancata. Mancata naturalmente non per oggettive responsabilità, ma per colpa del «troppo piombo rovesciato dallo Stato assassino».
Un’occasione mancata sembra l’ego-histoire di Negri, figura che continua a esercitare fascino in alcuni ambienti intellettuali nonostante le gravi responsabilità penali, politiche e morali accumulate nella stagione del terrorismo. Il ponderoso volume poteva essere un’occasione per ripercorrere (auto)criticamente la storia italiana, anche gli errori e le dissennatezze di quegli anni. Ma tra le pieghe della meticolosa ricostruzione è difficile imbattersi in un ripensamento autentico («i compagni delle Brigate Rosse», continua a scrivere quarant’anni dopo). E rari sono gli accenti di umana solidarietà per chi quella storia oggi non può raccontarla, per le vittime del terrorismo e per le loro famiglie spezzate, anche per i giovani perduti dietro un folle velleitarismo. Così come invano si cerca un accenno alle ricadute che la lotta armata ha prodotto nel nostro paese, negli assetti politici e nella capacità di cogliere i cambiamenti in atto nel mondo. L’autore è troppo preso dal raccontare il suo «assalto al cielo» per accorgersi di tutto il resto, pur nella ripetuta deprecazione dell’omicidio, principio ribadito in vari passaggi. E il libro restituisce minuziosamente il vortice del suo progetto intellettuale e pratico, tra toni autocelebrativi e un evidente compiacimento.
I primi capitoli raccontano l’infanzia e l’adolescenza segnate da un pervasivo sentimento di morte provocato anche dalla guerra. «Ogni percezione del mondo è affogata nel lutto», scrive Negri in pagine raggelate da un dolore profondo, alimentato dalla tragedia del fratello repubblichino morto suicida. In questo contesto spicca luminosa la figura dell’Aldina, la “mutter courage” che ne favorisce la fuga da una vita di stenti. Quello che segue, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, è un percorso di tutto rispetto che lo mette in contatto con le energie migliori del paese – il cattolicesimo democratico, il movimento federalista europeo, la comunità olivettiana, la Normale di Pisa, le riviste operaiste, intellettuali della statura di Chabod, Bobbio e Garin. Un percorso di esperienze, studi e letture che lo conduce giovanissimo alla cattedra di Dottrina dello Stato – lui che lo Stato l’avrebbe voluto abbattere – e che forse rende ancora più inaccettabile l’approdo successivo al brivido del passamontagna esibito dal leader di Potere Operaio e poi di Autonomia. E anche l’accento commosso della rievocazione - «Perché un giovane che si presume intelligente, colto e più attivo che contemplativo si iscrive a Filosofia all’inizio degli anni Cinquanta? La risposta che mi do è: la ricerca della verità» - crea le premesse della biografia di un santo o di un profeta disarmato, non di un intellettuale condannato dal tribunale italiano per aver organizzato bande armate e per concorso morale a una rapina.
E nella ricostruzione degli anni Settanta colpisce che a distanza di quattro decenni il linguaggio resti inalterato - lo “Stato terrorista” e “i poliziotti assassini” – come una livida caricatura che invece di essere nascosta con vergogna viene impudicamente rivendicata. Però non manca l’inchino a Francesco Cossiga, ricordato come «uomo elegante, appassionato e critico» (una simpatia probabilmente favorita dal giudizio che Cossiga avrebbe espresso sulla sua condanna, «frutto di un «giustizialismo giacobino»).
L’autobiografia di Toni Negri è anche la storia di una vita intensa, di molti amori, di residenze confortevoli, di viaggi appassionanti, di incontri con il fior fiore dell’intellighenzia internazionale. Fu a casa di un aristocratico napoletano che imparò «l’esatta composizione delle bombe molotov ». «Una bellissima villa sulla costa sorrentina, piastrellata di Vietri e aperta a una vista straordinaria ». Perché un rivoluzionario, tiene anche a dircelo, non deve mai rinunciare a un buon stile di vita.

* IL LIBRO Storia di un comunista di Toni Negri, a cura di G. De Michele, Ponte alle Grazie, (pagg. 608 euro 18)

http://www.gadlerner.it/2016/01/05/lautobiografia-di-toni-negri-imbarazza-la-sinistra-ma-censurarla-non-ha-senso
http://www.loccidentale.it/node/97257

lunedì 16 marzo 2015

La tattica bonapartista di Renzi

 Marco Damilano
Così dal vuoto è nato il politico Matteo Renzi
l'Espresso, 16 marzo 2015


Il 13 settembre 2012 siamo in tanti nell’auditorium del Palazzo della Gran Guardia nella magnifica piazza Bra di Verona. Giornalisti, amministratori locali, sindaci. Nessun parlamentare, pochissimi volti conosciuti. In prima fila il portavoce Marco Agnoletti presenta una ragazza bionda e sorridente: «Voi non lo sapete, ma è bravissima. Guiderà lei i comitati di Matteo: l’avvocato Maria Elena Boschi». In platea l’unico noto è il sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci Graziano Delrio, e neppure lui si sbilancia: «Sono venuto ad ascoltare Matteo. Per me è fondamentale che la sua sfida si svolga all’interno del Pd».

È la giornata dell’ingresso in campo. Il sindaco di Firenze Matteo Renzi si candida a premier contro Bersani. Sale sul palco in camicia bianca e cravatta scura, diventerà una divisa, mentre sullo schermo scorrono i frame degli ultimi due decenni: Reagan, Thatcher, Madonna, Carl Lewis e poi Falcone e Borsellino, il primo Mac rudimentale, i dischetti per il computer presto andati in pensione, Steve Jobs... Sotto il podio c’è la scritta: Adesso! Il cuore del renzismo nascente. Non un’ideologia, nessuna appartenenza. Adesso è l’anno Zero che arriva dopo il disastro. Il prima e il dopo. Il presente che è l’arma letale di Matteo e dei suoi. Non abbiamo nessun passato, per questo ora tocca a noi. Ci siamo anche noi, quelli che non c’erano prima. Quelli che sono cresciuti in venti anni di zero rappresentanza politica e di devastazione della speranza, negli anni del Blocco.

La frattura del 2011-2014 è molto più profonda di quella del 1992-1994. Quella rivoluzione era rimasta puramente giudiziaria, e dunque destinata al fallimento. Negli ultimi anni la rivolta è stata culturale, generazionale. All’inizio la crisi ha spaccato a metà il Paese, quelli che erano dentro, in un sistema di garanzie, di diritti acquisiti, di privilegi, e quelli che erano rimasti fuori. Poi anche gli interni hanno cominciato a perdere sicurezze, si sono indeboliti, spaventati. E tra i due mondi si è aperto un baratro: gli esclusi, sempre di più, e gli inclusi, sempre di meno. L’elettorato cui si rivolge Renzi è l’Italia normale che si vede in sala, un’Italia periferica e un po’ incazzata. Un’Italia di giovani outsider, di non iscritti, di non tesserati, di non invitati, di non tutelati. Un’Italia di figli che non conta nulla, tra la crisi economica e le liste bloccate.

Renzi invoca speranza, sogno, desiderio, passione, ma la spinta a candidarsi è più di tutto la terribile accusa rovesciata sulla classe dirigente dell’ultimo quarto di secolo: «Hanno trasformato il futuro in una discarica». Un bersaglio enorme, evocato dal leader quando spiega il significato esatto della parola rottamazione.
Non solo svecchiare i gruppi dirigenti. No, c’è qualcosa di molto più grande da rottamare: un’intera generazione di sinistra, la sua cultura, la sua pretesa di dettare modelli di vita, miti e idoli culturali, il sistema delle idee.

«Dobbiamo rottamare la generazione del Sessantotto che dipinge se stessa come l’unica che ha gli ideali, l’unica Meglio Gioventù che ci sia mai stata. No, ci siamo anche noi.» Ecco fissata una volta per tutte la narrazione della scalata renziana. Non la abbandona neppure quando, cinquecentoventisette giorni dopo, in vestito blu entra nel salone delle feste del Quirinale per il giuramento del suo governo. La sconosciuta Boschi presentata a Verona giura in tailleur cobalto da ministro delle Riforme. Il barbuto Delrio che era mescolato nella platea della Gran Guardia affianca i ministri da sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Cinquecentoventisette giorni per diventare il padrone d’Italia.
L’outsider arriva al potere non con un voto popolare, ma con una manovra di Palazzo. Un tradimento, il brutale assassinio politico del capo del governo Enrico Letta, appena rassicurato.
Dal tweet con l’hashtag #enricostaisereno alla defenestrazione del premier non è passato neppure un mese. Renzi va a comunicare all’inquilino di Palazzo Chigi che il giorno dopo sarà sfiduciato dal suo partito, il Pd, senza neppure un passaggio parlamentare, l’onore delle armi, la possibilità di difendere il suo operato in una sede istituzionale.

L’unico ostacolo che incontra sulla sua strada è una macchina che esce in senso contrario dall’ingresso secondario di Palazzo Chigi: la Smart blu su cui viaggia Renzi guidata dal deputato Ernesto Carbone è costretta a fare retromarcia. Una volta entrati, però, i giochi sono fatti. Il ministro Dario Franceschini, amico di Letta, è già sintonizzato sul nuovo padrone di casa, si fa fotografare accanto alla macchinina parcheggiata nel cortile mentre al piano di sopra si conclude lo sfratto. Rientrerà nel governo Renzi da ministro della Cultura.
...

https://palomarblog.wordpress.com/2016/01/16/renzi-il-leader-della-crisi/

venerdì 30 gennaio 2015

Tronti nel bene e nel male

Simone Lorenzati
MARIO TRONTI: UN OPERAISTA NEL PD


a proposito di Franco Milanesi, Nel Novecento. Storia, teoria, politica nel pensiero di Mario Tronti, Mimesis Edizioni, 297 pag. 22 euro

Mario Tronti è il presidente del Centro Studi e Iniziative per la Riforma dello Stato, nonché senatore in forza al Partito Democratico. E sulla storia del suo pensiero e sulle sue teorie si concentra un recente e approfondito volume di Franco Milanesi, edito da Mimesis: Nel Novecento

Il volume propone, in sette capitoli densi e ben strutturati, una scansione temporale le cui tappe coincidono con le diverse formulazioni del pensiero trontiano. Tronti è conosciuto innanzitutto per la sua brillante e singolare visione dell'operaismo, esperienza che mette le proprie radici negli anni Cinquanta e Sessanta (passando da "Quaderni Rossi" a "Classe Operaia"). Tuttavia egli non è solo questo. Intanto non è un marxista classico, o lo è in modo indiretto essendo assai più influenzato dal pensiero di Galvano Della Volpe che non da quello del padre fondatore. E poi è particolare anche nel rapporto con il Pci, dal quale non si allontanerà mai del tutto ("Il Pci non nasce nel 21 a Livorno, bensì con la togliattiana svolta di Salerno del 44"). La sconfitta operaia a metà degli anni Cinquanta è per Tronti dovuta ad una mancanza del fattore organizzativo, indispensabile per avere la meglio in una politica vista come eterno conflitto. E la linea continua anche successivamente, passando anche attraverso momenti positivi, fino agli anni Ottanta. Da qui in poi, con l'affermazione neoliberista, vi è una sostanziale restaurazione caratterizzata da un forte ridimensionamento del politico a favore dell'economico, dalla riduzione della politica a mera amministrazione, dallo smantellamento di partiti a favore di leader mediatici e populisti. 
Dunque, che fare? - avrebbe detto Lenin. Per Tronti occorre aggrapparsi alle differenze, quelle differenze in grado di riscrivere i confini della parte, tracciare nuovi valori, creare cultura ed organizzazione al fine di riprendere nuovamente il conflitto. L'operaio massa lascia, infine, il posto a quello immateriale: il metodo individua, quindi, sempre una figura, una tendenza, un settore avanzato che diventa la nuova scommessa politica su cui puntare. Può sembrare un colpo d'ala teorico, mentre è un artificio retorico: a ogni svolta della storia spunta l'identificazione provvisoria e fragile con una figura che il prestigiatore tira per l'occasione dal cappello*. Sulla nuova, presunta figura egemone si puntano come alla roulette le proprie speranze e il proprio azzardo politico. Non è una specialità di Tronti, anche altri esponenti del pensiero operaista, Toni Negri in particolare (le moltitudini), hanno ritenuto in tal modo di poter mantenere un qualche fondamento per il loro approccio e di salvare l'impresa teorica.




(*) Oggi dobbiamo trovare un’operazione analoga dentro alle forme del lavoro contemporaneo. Oltre al lavoro precario che è già noto, bisogna pensare alle forme del lavoro che vengono fuori dal contesto universitario, a quelle forme di lavoro immateriale collegate alla formazione, produzione e organizzazione di sapere. Dove questo può essere un elemento scardinante del sistema di poteri? In che modo questi tipi di lavoro possono riconoscere in se stesso il proprio nemico? Io sono convinto che se dall’università si acquisisce un sapere, questo sapere è un’acquisizione che bisogna riconoscere come qualcosa a cui contrapporsi. Non prendere il sapere come una conquista che il sistema ci consegna, ma al contrario una cosa contro cui dobbiamo stare: stare contro questo sapere.
http://www.commonware.org/index.php/gallery/71-conclusioni-tronti

mercoledì 12 novembre 2014

Basta con la nostalgia. Una prospettiva culturale per la sinistra

Gad Lerner
Perché adesso la sinistra deve dire addio al passato
Nel pamphlet “Senza il vento della storia”, Franco Cassano spiega i motivi per cui i progressisti hanno bisogno di lasciarsi alle spalle la nostalgia

la Repubblica, 12 novembre 2014

... la sconfitta del nazifascismo dà luogo in occidente a un compromesso fra capitalismo e democrazia contraddistinto da alti tassi di sviluppo e espansione dello Stato sociale: sono i “trenta gloriosi” anni della nostra gioventù, con i quali Franco Cassano sollecita la sinistra a smetterla di crogiolarsi. Finiti, superati, e se a noi della sinistra occidentale questa sembra una marcia indietro della storia, non è detto che la pensino così le masse dei paesi emergenti che iniziano a usufruire dello spostamento di quote di ricchezza orchestrato dall’alto. La globalizzazione, cioè, non può essere liquidata come mero progetto di dominio del capitale finanziario e delle multinazionali. La sinistra occidentale deve scendere dalla cattedra e cessare di sentirsi ospite innocente di un mondo cattivo, adesso che non rappresenta più gli ultimi e deve agire controvento. Muovendosi nella scomoda realtà di un pianeta pervaso da conflitti non riconducibili alla sola dimensione economica.
L’ultimo agile saggio di Franco Cassano, Senza il vento della storia. La sinistra nell’era del cambiamento ( Laterza), ha il pregio di affrontare con respiro storico i dilemmi attualissimi del Partito democratico e del governo Renzi.[...]  Già nel suo precedente libro, L’umiltà del male, di taglio più filosofico, Cassano manifestava la preoccupazione di evitare l’isolamento dei migliori, per non regalare a chi nega il valore della fraternità quella confidenza con le debolezze dell’uomo grazie a cui l’egoismo e il populismo sono diventati senso comune maggioritario.
Di fronte alla nuova dimensione mondiale del capitalismo, abile e veloce nell’incrociare i suoi piani con la spinta dei paesi emergenti, i partiti della sinistra in occidente si ritrovano sulla difensiva. L’istinto li sospinge a ripiegarsi nella mera tutela di diritti e tutele di fasce sociali sempre più ristrette. Minoritarie. Per non venire meno ai propri valori di giustizia sociale e di uguaglianza, rischiano di incappare in una boriosa autosufficienza.
È la ricerca politico-sociale a tornare prioritaria, riconoscendo l’inadeguatezza delle risposte fin qui elaborate per fronteggiare la globalizzazione. Chi s’illude di replicare meccanicamente nel tempo contemporaneo lo schema marxiano della lotta di classe — come fa Toni Negri delineando un conflitto mondiale fra l’Impero e le “moltitudini” degli oppressi — non riuscirà a comprendervi la natura delle guerre militari e commerciali che lacerano il pianeta. Chi delinea una resistenza incentrata su reti Lilliput di comunità locali in difesa dei “beni comuni”, resterà isolato dalle grandi masse alle prese con la scarsità delle risorse.
Cassano ripropone l’insegnamento gramsciano, ovvero la necessità di affidare alla politica, pur in condizioni avverse, l’impresa di costruire un blocco sociale più largo, capace di opporsi all’egemonia del capitale. Non potrà essere più una rete tradizionale di alleanze sociali, dovrà comprendere la nuova dimensione individuale del lavoro autonomo, dell’imprenditorialità, del precariato, dei diritti legati all’ambiente e alla cittadinanza.
E le categorie già tutelate dalla sinistra? Qui il discorso si fa scivoloso ma affascinante.
Rimanere aggrappata alla rappresentanza (decrescente) dei garantiti equivale a una rinuncia perché sinistra vuol dire “molti” e la politica è il luogo dei molti. Ma allora bisogna anche riconoscere l’impossibilità di una difesa efficace dei diritti che prescinda dalle ragioni della competitività. Cassano chiede alla sinistra di archiviare il patrimonio dei “trenta gloriosi” anni in cui si estese quello Stato sociale le cui garanzie oggi rimangono appannaggio di minoranze organizzate.
Non sarebbe corretto forzare il suo ragionamento dentro alle lacerazioni odierne della sinistra italiana alle prese con la riforma del mercato del lavoro. Eppure riesce difficile ignorarle di fronte a questa sua affermazione: «I diritti accumulati nel corso dei “trenta gloriosi” devono essere rinegoziati e resi compatibili con le risorse che un paese produce e di cui dispone nonché con la sua posizione all’interno del mondo globale».
Poco m’interessa stabilire se gli stimoli di Cassano alla ricerca di un nuovo blocco sociale suonino renziani o antirenziani. Ma certo, come per la Chiesa di Francesco, egli sembra suggerirci che anche per la sinistra del Ventunesimo secolo non possano esistere “valori non negoziabili”.

IL LIBRO Franco Cassano, Senza il vento della storia (Laterza, pagg. 91, euro 12)

giovedì 31 luglio 2014

Il Novecento di Giovanni Arrighi

Benedetto Vecchi
Novecento. La casa editrice il Saggiatore ripropone a venti anni dalla prima pubblicazione «Il lungo XX secolo» di Giovanni Arrighi. Un appassionante affresco sullo sviluppo del capitalismo storico che mantiene ancora intatta la sua forza analitica 
il manifesto,  31 luglio 2014


Uno dei più impor­tanti libri delle scienze sociali di fine Nove­cento. È cosi che Mario Pianta defi­ni­sce Il lungo XX secolo nella pre­fa­zione che accom­pa­gna la nuova edi­zione del libro di Gio­vanni Arri­ghi voluta da Sag­gia­tore nel ven­ten­nale della prima pub­bli­ca­zione ita­liana. Un giu­di­zio con­di­vi­si­bile, non per motivi «disci­pli­nari», bensì per la capa­cità del sag­gio di Arri­ghi di for­nire una let­tura «forte» del capi­ta­li­smo sto­rico, espres­sione mutuata dal com­pa­gno di strada Imma­nuel Wal­ler­stein, che l’economista ita­liano conobbe in Africa e con il quale, dopo il suo tra­sfe­ri­mento defi­ni­tivo negli Stati Uniti, con­di­vise le sorti del Fer­nand Brau­del Cen­ter. Come ogni let­tura «forte» che si rispetti, anche il Lungo XX secolo non è esente da limiti, ma ha comun­que rap­pre­sen­tato una ven­tata di aria nuova, con­tri­buendo a dira­dare la neb­bia che avvol­geva, negli anni Novanta del Nove­cento, il pen­siero cri­tico sta­tu­ni­tense.  Quello di Arri­ghi, assieme agli studi di Saskia Sas­sen sulla glo­ba­liz­za­zione e per altri versi Impero di Michael Hardt e Toni Negri hanno infatti rap­pre­sen­tato i ten­ta­tivi più impe­gnati, negli Stati Uniti, nella ripresa di una pun­tuale e ade­guata cri­tica mar­xiana del capi­ta­li­smo contemporaneo.

Una ten­denza di lunga durata

Il Lungo XX secolo arriva nelle libre­rie una man­ciata di anni dopo la pub­bli­ca­zione delle Con­se­guenze della moder­nità di David Har­vey e della Logica cul­tu­rale del tardo capi­ta­li­smo di Fre­dric Jame­son, inno­va­tive rico­gni­zioni del post­mo­derno, una pro­spet­tiva filo­so­fica che, a dif­fe­renza dell’Europa, costi­tuiva negli Stati Uniti un’elaborazione che l’establishment cul­tu­rale col­lo­cava alla sini­stra del pan­theon acca­de­mico. A dif­fe­renza di Har­vey e Jame­son, Arri­ghi era però inte­res­sato a rin­trac­ciare le inva­rianti dello svi­luppo capi­ta­li­stico, alla luce del ruolo sem­pre più rile­vante assunto dalla finanza nel ridi­se­gnare le gerar­chie sociali e poli­ti­che sia a livello «locale» che pla­ne­ta­rio. Da que­sto punto di vista, Il lungo XX secolo secolo è da con­si­de­rare un punto di svolta nella pro­du­zione teo­rica di Arri­ghi.
I libri che segui­ranno, a par­tire dal sag­gio scritto a quat­tro mani con Beverly Sil­ver sul caos deri­vato dalla crisi irre­ver­si­bile dell’egemonia sta­tu­ni­tense nel capi­ta­li­smo mon­diale (Caos e governo del mondo, Bruno Mon­da­dori) e Adam Smith a Pechino (Fel­tri­nelli) si con­cen­trano infatti sul mondo emerso dal venir meno della forza pro­pul­siva dell’egemonia sta­tu­ni­tense. E se il caos raf­forza il mili­ta­ri­smo del capi­tale, la Cina è inter­pre­tata come un modello sociale che ha le carte in regola per aspi­rare a diven­tare il cen­tro di un nuovo ciclo di espan­sione eco­no­mica, in virtù del fatto che non è più una società socia­li­sta, ma non è però diven­tata un paese capi­ta­li­sta. Dun­que, non un nuovo modello di capi­ta­li­smo, bensì una società di mer­cato che man­tiene alcune carat­te­ri­sti­che «socia­li­ste» del recente pas­sato, men­tre ne ha adot­tate alcune «capi­ta­li­ste». In chiu­sura del libro «cinese», l’autore annun­cia una ulte­riore tappa del suo nuovo per­corso teo­rico, che non sarà però resa pos­si­bile a causa della sua morte nel 2009.
Quel che emerge dalla rilet­tura del Lungo XX secolo è la scelta di Arri­ghi di un’analisi sulla lunga durata dello svi­luppo eco­no­mico, carat­te­riz­zato da un anda­mento ciclico, dove alla fase auro­rale, che pone le basi di un’egemonia eco­no­mica e poli­tica di una realtà locale, ne segue una espan­siva, che sta­bi­li­sce un rap­porto di inter­di­pen­denza tra il cen­tro dello svi­luppo e le zone di influenza, che ven­gono pla­smate in base ai vin­coli posti dalla cre­scita eco­no­mica. È all’azimut del ciclo, qua­li­fi­cato come siste­mico, che si mani­fe­stano le con­trad­di­zioni, i limiti di quel modo di pro­du­zione ege­mo­nico. Ed è in que­sta con­tin­genza che, mar­xia­na­mente, la finanza diviene momento di sta­bi­liz­za­zione, di gestione della crisi, senza che però possa arre­stare il declino del cen­tro del sistema-mondo che quel ciclo ha prodotto.

Il nuovo bari­cen­tro atlantico

La crisi non coin­cide mai, tut­ta­via, con la fine di un modo di pro­du­zione, bensì con una sua tra­sfor­ma­zione coin­ci­dente con uno spo­sta­mento «geo­gra­fico» del cen­tro dello svi­luppo eco­no­mico. Sono tutt’ora pagine belle da leg­gere quelle dove Arri­ghi descrive l’ascesa, nel XIV secolo, di Genova come una potenza eco­no­mica che arriva a con­di­zio­nare il regno impe­riale spa­gnolo, per poi pas­sare lo scet­tro a Vene­zia. E quando la Sere­nis­sima arriva al mas­simo del suo splen­dore, assi­stiamo alla prima crisi siste­mica. È in que­sta con­tin­genza che emerge l’Olanda come paese ege­mone del capi­ta­li­smo sto­rico, prima di cono­scere l’inevitabile declino a favore dell’Inghilterra. Con il Regno Unito, ini­zia il terzo ciclo siste­mico del regime di accu­mu­la­zione capi­ta­li­stico, che si con­clu­derà solo negli ultimi anni del Nove­cento, con la crisi del 1973, anno tote­mico per indi­care l’inizio del declino sta­tu­ni­tense. Ogni ciclo siste­mico vede un’innovazione tec­nica: nella tec­ni­che di costru­zione delle navi per Genova e Vene­zia, che con­sen­tono alle due città ita­liane di con­se­guire un van­tag­gio com­pe­ti­tivo rispetto alle pos­si­bili con­cor­renti, ma anche nello sfrut­tare e sta­bi­lire rap­porti pri­vi­le­giati con realtà eco­no­mi­che emer­genti nella lavo­ra­zione del cotone (Lione), nello sfrut­tare tec­ni­che «finan­zia­rie» inno­va­tive (le let­tere di cam­bio e la con­ta­bi­lità svi­lup­pate a Firenze); nell’accedere alle riserve di argento e oro del Nuovo mondo. L’Olanda invece rie­sce, al tra­monto della Repub­blica di Vene­zia, a sfrut­tare il dina­mi­smo dell’industria tes­sile inglese e nelle nuove tec­ni­che di lavo­ra­zione dei metalli messe in campo nell’attuale Ger­ma­nia. L’Inghilterra si farà forte invece della sua rivo­lu­zione indu­striale.
Come testi­mo­niano le appas­sio­nate e appas­sio­nanti rico­stru­zioni sto­ri­che di Arri­ghi, nel ciclo siste­mico dell’accumulazione capi­ta­li­stica con­ver­gono ele­menti esterni (l’oro e l’argento pro­ve­niente dalle Ame­ri­che, ad esem­pio) che interne all’attività eco­no­mica, dove l’innovazione del pro­cesso lavo­ra­tivo e orga­niz­za­tiva hanno sem­pre una fun­zione pro­pul­siva e dina­mica. Fedele però alla gri­glia ana­li­tica di Fer­nand Brau­del, Arri­ghi intro­duce un altro fat­tore, il «ter­ri­to­ria­li­smo», cioè la posi­zione occu­pata da una città o da una nazione nei flussi di merci e mate­rie prime. Così, Genova e Vene­zia sono col­lo­cate in posi­zione stra­te­gica rispetto ai com­merci che met­tono in rela­zione l’«oriente» con l’Europa, men­tre l’Olanda è uno snodo nel tra­sporto dei metalli lavo­rati nel cen­tro Europa verso l’Inghilterra e il «Nuovo mondo». Lo stesso si può dire dell’Inghilterra nel periodo che vede una cen­tra­lità «atlan­tica» nello svi­luppo capi­ta­li­stico.
Non è certo una novità l’interesse di Arri­ghi verso la geo­gra­fia, intesa però come angolo di osser­va­zione dell’evoluzione del sistema-mondo. Lo testi­mo­nia il libro, da tempo intro­va­bile, sulla Geo­me­tria dell’imperialismo (Fel­tri­nelli), dove la geo­gra­fia è appunto intro­dotta come una varia­bile fon­da­men­tale per spie­gare le linee di ten­denza dello svi­luppo capi­ta­li­stico e gli assetti poli­tici che rego­lano il «sistema-mondo», espres­sione quest’ultima «presa in pre­stito» da Imma­nuel Wallerstein.

La cat­tiva transizione

Il ciclo siste­mico dell’accumulazione è così con­trad­di­stinto dalla tra­sfor­ma­zione di una inno­va­zione in un fat­tore pro­dut­tivo che con­sente un van­tag­gio com­pe­ti­tivo rispetto ai poten­ziali con­cor­renti; dalla posi­zione occu­pate nel flusso delle merci e delle mate­rie prime. Il terzo fat­tore è dovuto alla finanza. Quanto viene esa­mi­nato il suo ruolo nello svi­luppo eco­no­mico, Arri­ghi fa leva sulle tesi mar­xiane che vedono nella finanza una fun­zione rile­vante nella ripro­du­zione allar­gata del capi­tale. Diviene, e qui il Marx evo­cato è quello del terzo libro del Capi­tale, fun­zione paras­si­ta­ria quando la capa­cità inno­va­tiva viene meno e c’è con­tra­zione nella capa­cità di garan­tire inve­sti­menti pro­dut­tivi. È qui che comin­cia la fase discen­dente del ciclo siste­mico. Que­sto non signi­fica che si mani­fe­sti la crisi, ma che la finanza la dila­ziona nel tempo: ha cioè una fun­zione sta­bi­liz­za­trice del ciclo eco­no­mico, diven­tando però un osta­colo nel pro­durre nuove inno­va­zioni. È que­sta una fase di tran­si­zione tra un ciclo siste­mico di accu­mu­la­zione e un altro, che vedrà il suo cen­tro col­lo­cato altrove da quello in fase decli­nante.
La descri­zione che Arri­ghi for­ni­sce del pas­sag­gio che c’è tra un ciclo e l’altro ha le sue fonti in un paziente lavoro sto­rio­gra­fico che annulla le bar­riere disci­pli­nari. Il Lungo XX secolo non è infatti solo un libro di teo­ria eco­no­mica, ma anche e soprat­tutto un con­den­sato di sto­ria sociale, di antro­po­lo­gia. Per gli appas­sio­nati di una sto­ria delle idee, le radici teo­re­ti­che di Arri­ghi stanno certo in Marx, ma anche nelle teo­rie del ciclo eco­no­mico di Kon­dra­tieff, negli «Anna­les» fran­cesi, nell’antropologia strut­tu­ra­li­sta di Levi-Strauss, nella socio­lo­gia eco­no­mica di Joseph Shum­pe­ter, di Karl Polany e di Max Weber. Assenti sono però alcune varia­bili indi­pen­denti, come ad esem­pio la lotta di classe.

Il trit­tico del capitale

Gio­vanni Arri­ghi è stata una figura impor­tante nel Ses­san­totto mila­nese. For­ma­tosi alla Uni­ver­sità Boc­coni, già allora cuore delle teo­rie eco­no­mi­che libe­rali, si tra­sferì gio­va­nis­simo in Africa dove inse­gnò all’università dell’allora Rho­de­sia, l’attuale Zim­ba­bwe. È durante il periodo afri­cano che incon­tra Imma­nuel Wal­ler­stein, con il quale avvia un forte e dura­turo soda­li­zio intel­let­tuale. Tor­nato in Ita­lia par­te­cipa al Ses­san­totto e fonda, assieme a molti altri mili­tanti del movi­mento stu­den­te­sco, il gruppo Gram­sci, gruppo che si carat­te­rizza per la sua atti­vità poli­tica nelle fab­bri­che dell’hinterland mila­nese. E tut­ta­via negli scritti di Arri­ghi, la lotta di classe svolge un ruolo sem­pre secon­da­rio rispetto l’analisi delle ten­denze in atto nel capi­ta­li­smo. Alle cri­ti­che che sot­to­li­nea­vano que­sta assenza, Arri­ghi ha sem­pre rispo­sto che il ruolo del con­flitto di classe e dell’azione poli­tica del movi­mento ope­raio nella pos­si­bi­lità di con­di­zio­nare le dina­mi­che imma­nenti al ciclo eco­no­mico era dato per scon­tato. Lo ricorda anche nella post­fa­zione pre­sente nel volume, scritta nel 2009 pochi mesi prima della sua morte. Ma la lotta di classe è un «impre­vi­sto» che non mette in discus­sione il ciclo eco­no­mico, che ha quasi una sua «natu­rale ogget­ti­vità».
Nel tempo, poi, nell’analisi pro­po­sta da Arri­ghi il capi­ta­li­smo sto­rico è sovrap­po­sto all’economia di mer­cato, facendo così venire meno quella pecu­lia­rità messa in evi­denza da Marx, che è la com­parsa del lavoro sala­riato e il trit­tico di plu­sva­lore rela­tivo, asso­luto e plu­sla­voro che spiega lo sfrut­ta­mento del regime di accu­mu­la­zione capi­ta­li­stico. Per Arri­ghi, invece, il capi­ta­li­smo è un regime sociale e eco­no­mico che si base su una distri­bu­zione ine­guale della ric­chezza, spie­gata però come l’esito di una appro­pria­zione pri­vata attra­verso l’uso della forza. Per que­sto, ad esem­pio, Adam Smith a Pechino si chiude con la denun­cia del mili­ta­ri­smo e delle pra­ti­che di espro­pria­zione delle mate­rie prime che ha carat­te­riz­zato il «lungo nove­cento», non­ché que­sto primo decen­nio del nuovo mil­len­nio. Non è quindi un caso che Arri­ghi si sia dimo­strato sem­pre restio a defi­nire la Cina con­tem­po­ra­nea come una società capi­ta­li­stica governa da un par­tito comu­ni­sta, pre­fe­rendo qua­li­fi­carla come una società di mer­cato.
Il valore della rifles­sione di Arri­ghi non sta però nelle fedeltà o meno ai testi mar­xiani, bensì sulla capa­cità di offrire uno sguardo d’insieme e un con­te­sto sto­rico allo svi­luppo capi­ta­li­stico. Un ordine sociale, poli­tico e eco­no­mico, cioè, che non ha nulla di natu­rale e che è desti­nato a lasciare il posto ad altre for­ma­zioni sociali e poli­ti­che. Sta dun­que alle azioni degli uomini e delle donne la pos­si­bi­lità di tra­sfor­mare la mise­ria del pre­sente attra­verso quella ric­chezza del pos­si­bile che la coo­pe­ra­zione pro­dut­tiva e sociale rie­sce ad esprimere.