Benedetto Vecchi
Novecento. La casa editrice il Saggiatore ripropone a venti
anni dalla prima pubblicazione «Il lungo XX secolo» di Giovanni
Arrighi. Un appassionante affresco sullo sviluppo del capitalismo
storico che mantiene ancora intatta la sua forza analitica
il manifesto, 31 luglio 2014
Uno dei più importanti libri delle scienze sociali di fine Novecento. È cosi che Mario Pianta definisce
Il lungo XX secolo
nella prefazione che accompagna la nuova edizione del libro di
Giovanni Arrighi voluta da Saggiatore nel ventennale della prima
pubblicazione italiana. Un giudizio condivisibile, non per
motivi «disciplinari», bensì per la capacità del saggio di Arrighi
di fornire una lettura «forte» del capitalismo storico,
espressione mutuata dal compagno di strada Immanuel Wallerstein,
che l’economista italiano conobbe in Africa e con il quale, dopo il suo
trasferimento definitivo negli Stati Uniti, condivise le sorti
del Fernand Braudel Center. Come ogni lettura «forte» che si
rispetti, anche il
Lungo XX secolo non è esente da limiti, ma
ha comunque rappresentato una ventata di aria nuova, contribuendo
a diradare la nebbia che avvolgeva, negli anni Novanta del
Novecento, il pensiero critico statunitense. Quello di Arrighi,
assieme agli studi di Saskia Sassen sulla globalizzazione e per
altri versi
Impero di Michael Hardt e Toni Negri hanno infatti
rappresentato i tentativi più impegnati, negli Stati Uniti, nella
ripresa di una puntuale e adeguata critica marxiana del
capitalismo contemporaneo.
Una tendenza di lunga durata
Il
Lungo XX secolo arriva nelle librerie una manciata di anni dopo la pubblicazione delle
Conseguenze della modernità di David Harvey e della
Logica culturale del tardo capitalismo
di Fredric Jameson, innovative ricognizioni del postmoderno,
una prospettiva filosofica che, a differenza dell’Europa,
costituiva negli Stati Uniti un’elaborazione che l’establishment
culturale collocava alla sinistra del pantheon accademico.
A differenza di Harvey e Jameson, Arrighi era però interessato
a rintracciare le invarianti dello sviluppo capitalistico, alla
luce del ruolo sempre più rilevante assunto dalla finanza nel
ridisegnare le gerarchie sociali e politiche sia a livello «locale»
che planetario. Da questo punto di vista,
Il lungo XX secolo secolo è da considerare un punto di svolta nella produzione teorica di Arrighi.
I libri che seguiranno, a partire dal saggio scritto a quattro mani
con Beverly Silver sul caos derivato dalla crisi irreversibile
dell’egemonia statunitense nel capitalismo mondiale (
Caos e governo del mondo, Bruno Mondadori) e
Adam Smith a Pechino
(Feltrinelli) si concentrano infatti sul mondo emerso dal venir
meno della forza propulsiva dell’egemonia statunitense. E se il
caos rafforza il militarismo del capitale, la Cina è interpretata
come un modello sociale che ha le carte in regola per aspirare
a diventare il centro di un nuovo ciclo di espansione economica, in
virtù del fatto che non è più una società socialista, ma non è però
diventata un paese capitalista. Dunque, non un nuovo modello di
capitalismo, bensì una società di mercato che mantiene alcune
caratteristiche «socialiste» del recente passato, mentre ne ha
adottate alcune «capitaliste». In chiusura del libro «cinese»,
l’autore annuncia una ulteriore tappa del suo nuovo percorso
teorico, che non sarà però resa possibile a causa della sua morte nel
2009.
Quel che emerge dalla rilettura del
Lungo XX secolo è la
scelta di Arrighi di un’analisi sulla lunga durata dello sviluppo
economico, caratterizzato da un andamento ciclico, dove alla fase
aurorale, che pone le basi di un’egemonia economica e politica di
una realtà locale, ne segue una espansiva, che stabilisce un
rapporto di interdipendenza tra il centro dello sviluppo e le zone
di influenza, che vengono plasmate in base ai vincoli posti dalla
crescita economica. È all’azimut del ciclo, qualificato come
sistemico, che si manifestano le contraddizioni, i limiti di quel
modo di produzione egemonico. Ed è in questa contingenza che,
marxianamente, la finanza diviene momento di stabilizzazione, di
gestione della crisi, senza che però possa arrestare il declino del
centro del sistema-mondo che quel ciclo ha prodotto.
Il nuovo baricentro atlantico
La
crisi non coincide mai, tuttavia, con la fine di un modo di
produzione, bensì con una sua trasformazione coincidente con uno
spostamento «geografico» del centro dello sviluppo economico.
Sono tutt’ora pagine belle da leggere quelle dove Arrighi descrive
l’ascesa, nel XIV secolo, di Genova come una potenza economica che
arriva a condizionare il regno imperiale spagnolo, per poi passare
lo scettro a Venezia. E quando la Serenissima arriva al massimo
del suo splendore, assistiamo alla prima crisi sistemica. È in
questa contingenza che emerge l’Olanda come paese egemone del
capitalismo storico, prima di conoscere l’inevitabile declino
a favore dell’Inghilterra. Con il Regno Unito, inizia il terzo ciclo
sistemico del regime di accumulazione capitalistico, che si
concluderà solo negli ultimi anni del Novecento, con la crisi del
1973, anno totemico per indicare l’inizio del declino statunitense.
Ogni ciclo sistemico vede un’innovazione tecnica: nella tecniche di
costruzione delle navi per Genova e Venezia, che consentono alle
due città italiane di conseguire un vantaggio competitivo
rispetto alle possibili concorrenti, ma anche nello sfruttare
e stabilire rapporti privilegiati con realtà economiche
emergenti nella lavorazione del cotone (Lione), nello sfruttare
tecniche «finanziarie» innovative (le lettere di cambio e la
contabilità sviluppate a Firenze); nell’accedere alle riserve di
argento e oro del Nuovo mondo. L’Olanda invece riesce, al tramonto
della Repubblica di Venezia, a sfruttare il dinamismo
dell’industria tessile inglese e nelle nuove tecniche di
lavorazione dei metalli messe in campo nell’attuale Germania.
L’Inghilterra si farà forte invece della sua rivoluzione industriale.
Come testimoniano le appassionate e appassionanti ricostruzioni
storiche di Arrighi, nel ciclo sistemico dell’accumulazione
capitalistica convergono elementi esterni (l’oro e l’argento
proveniente dalle Americhe, ad esempio) che interne all’attività
economica, dove l’innovazione del processo lavorativo
e organizzativa hanno sempre una funzione propulsiva e dinamica.
Fedele però alla griglia analitica di Fernand Braudel, Arrighi
introduce un altro fattore, il «territorialismo», cioè la
posizione occupata da una città o da una nazione nei flussi di merci
e materie prime. Così, Genova e Venezia sono collocate in posizione
strategica rispetto ai commerci che mettono in relazione
l’«oriente» con l’Europa, mentre l’Olanda è uno snodo nel trasporto
dei metalli lavorati nel centro Europa verso l’Inghilterra e il «Nuovo
mondo». Lo stesso si può dire dell’Inghilterra nel periodo che vede una
centralità «atlantica» nello sviluppo capitalistico.
Non è certo una novità l’interesse di Arrighi verso la geografia,
intesa però come angolo di osservazione dell’evoluzione del
sistema-mondo. Lo testimonia il libro, da tempo introvabile, sulla
Geometria dell’imperialismo (Feltrinelli),
dove la geografia è appunto introdotta come una variabile
fondamentale per spiegare le linee di tendenza dello sviluppo
capitalistico e gli assetti politici che regolano il
«sistema-mondo», espressione quest’ultima «presa in prestito» da
Immanuel Wallerstein.
La cattiva transizione
Il ciclo sistemico dell’accumulazione è così contraddistinto
dalla trasformazione di una innovazione in un fattore produttivo
che consente un vantaggio competitivo rispetto ai potenziali
concorrenti; dalla posizione occupate nel flusso delle merci e delle
materie prime. Il terzo fattore è dovuto alla finanza. Quanto viene
esaminato il suo ruolo nello sviluppo economico, Arrighi fa leva
sulle tesi marxiane che vedono nella finanza una funzione rilevante
nella riproduzione allargata del capitale. Diviene, e qui il Marx
evocato è quello del terzo libro del Capitale, funzione
parassitaria quando la capacità innovativa viene meno e c’è
contrazione nella capacità di garantire investimenti produttivi.
È qui che comincia la fase discendente del ciclo sistemico. Questo
non significa che si manifesti la crisi, ma che la finanza la
dilaziona nel tempo: ha cioè una funzione stabilizzatrice del
ciclo economico, diventando però un ostacolo nel produrre nuove
innovazioni. È questa una fase di transizione tra un ciclo
sistemico di accumulazione e un altro, che vedrà il suo centro
collocato altrove da quello in fase declinante.
La descrizione che Arrighi fornisce del passaggio che c’è tra un
ciclo e l’altro ha le sue fonti in un paziente lavoro storiografico
che annulla le barriere disciplinari. Il
Lungo XX secolo non
è infatti solo un libro di teoria economica, ma anche e soprattutto
un condensato di storia sociale, di antropologia. Per gli
appassionati di una storia delle idee, le radici teoretiche di
Arrighi stanno certo in Marx, ma anche nelle teorie del ciclo
economico di Kondratieff, negli «Annales» francesi,
nell’antropologia strutturalista di Levi-Strauss, nella sociologia
economica di Joseph Shumpeter, di Karl Polany e di Max Weber.
Assenti sono però alcune variabili indipendenti, come ad esempio la
lotta di classe.
Il trittico del capitale
Giovanni Arrighi è stata una figura importante nel Sessantotto
milanese. Formatosi alla Università Bocconi, già allora cuore
delle teorie economiche liberali, si trasferì giovanissimo in
Africa dove insegnò all’università dell’allora Rhodesia, l’attuale
Zimbabwe. È durante il periodo africano che incontra Immanuel
Wallerstein, con il quale avvia un forte e duraturo sodalizio
intellettuale. Tornato in Italia partecipa al Sessantotto
e fonda, assieme a molti altri militanti del movimento studentesco,
il gruppo Gramsci, gruppo che si caratterizza per la sua attività
politica nelle fabbriche dell’hinterland milanese. E tuttavia
negli scritti di Arrighi, la lotta di classe svolge un ruolo sempre
secondario rispetto l’analisi delle tendenze in atto nel
capitalismo. Alle critiche che sottolineavano questa assenza,
Arrighi ha sempre risposto che il ruolo del conflitto di classe
e dell’azione politica del movimento operaio nella possibilità di
condizionare le dinamiche immanenti al ciclo economico era dato
per scontato. Lo ricorda anche nella postfazione presente nel
volume, scritta nel 2009 pochi mesi prima della sua morte. Ma la lotta
di classe è un «imprevisto» che non mette in discussione il ciclo
economico, che ha quasi una sua «naturale oggettività».
Nel tempo, poi, nell’analisi proposta da Arrighi il capitalismo
storico è sovrapposto all’economia di mercato, facendo così venire
meno quella peculiarità messa in evidenza da Marx, che è la comparsa
del lavoro salariato e il trittico di plusvalore relativo,
assoluto e pluslavoro che spiega lo sfruttamento del regime di
accumulazione capitalistico. Per Arrighi, invece, il
capitalismo è un regime sociale e economico che si base su una
distribuzione ineguale della ricchezza, spiegata però come l’esito
di una appropriazione privata attraverso l’uso della forza. Per
questo, ad esempio,
Adam Smith a Pechino si chiude con la
denuncia del militarismo e delle pratiche di espropriazione
delle materie prime che ha caratterizzato il «lungo novecento»,
nonché questo primo decennio del nuovo millennio. Non è quindi un
caso che Arrighi si sia dimostrato sempre restio a definire la Cina
contemporanea come una società capitalistica governa da un
partito comunista, preferendo qualificarla come una società di
mercato.
Il valore della riflessione di Arrighi non sta però nelle fedeltà
o meno ai testi marxiani, bensì sulla capacità di offrire uno sguardo
d’insieme e un contesto storico allo sviluppo capitalistico. Un
ordine sociale, politico e economico, cioè, che non ha nulla di
naturale e che è destinato a lasciare il posto ad altre formazioni
sociali e politiche. Sta dunque alle azioni degli uomini e delle
donne la possibilità di trasformare la miseria del presente
attraverso quella ricchezza del possibile che la cooperazione
produttiva e sociale riesce ad esprimere.