Visualizzazione post con etichetta Céline. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Céline. Mostra tutti i post

domenica 29 giugno 2025

Giono, l'artificio e la gloria


Pierluigi Pellini
Giono, esteta antimoderno

il manifesto Alias, 29 giugno 2025

Nel suo esilio danese, Louis-Ferdinand Céline non si capacitava di vedere a piede libero, in Francia, scrittori compromessi ben più di lui, a suo dire, con il regime di Vichy. Tra questi, Jean Giono, di cui una lettera del 1947 abbozza un ritratto folgorante e nella sostanza esatto, anche se la stizza induce il reprobo a qualche eccesso caricaturale. Vale la pena di leggerlo, direi: «Tanto istrionismo, panteismo affettato, rousseauismo forsennato. Bardo delirante della natura, enormemente artificioso. L’insieme suona orribilmente falso e gratuito, ma il dono poetico è indubbio… poesia piuttosto inglese, però, cosa alquanto singolare – nato inglese, direi, sarebbe stato grandioso – naturista lirico affettato… In francese fa un po’ ridere – anzi molto». Giono scrittore inglese, o forse meglio americano: autodidatta, traduttore di Melville, innamorato di Whitman, incline all’avventura, al mito e soprattutto al panismo, ostinatamente proteso a infondere in ogni sua pagina un respiro epico. La sua Provenza selvaggia e sottratta al tempo storico sembra farsi Frontiera, trascolorare in Far West. Quanto di meno conforme all’esprit de finesse della tradizione francese, certo; e al tempo stesso del tutto alieno alla vena popolare e urbana di chi, come Céline, quella tradizione cercava di sgretolarla. Giono, decisamente, nel Novecento francese è uno scrittore anomalo.

Da noi, un’unica sua opera ha avuto davvero successo. Non il cosiddetto Ciclo dell’Ussaro, che pure comprende uno dei rarissimi romanzi di qualche valore dedicati al nostro Risorgimento, Una pazza felicità (1957); ma una favola pedagogica antimoderna, pronta a trasformarsi in catechismo ecologista, L’uomo che piantava gli alberi (del 1953; in Italia lo pubblica Salani): un racconto che esibisce un ottimismo naturista e passatista un po’ stucchevole, cantando le gesta di un pastore che, da solo, riesce a rimboschire una landa desolata. Non è il libro più tipico dell’autore, né il migliore. Ma che effetto fanno i libri importanti di Giono, in italiano? Più che mai, dipende dalla traduzione. Se molte vecchie versioni – per esempio quelle di Ferdinando Bruno per Guanda (fra gli altri titoli: Collina, Un re senza distrazioni, Angelo) – oscillano fra approssimazione zoppicante e sprazzi di un kitsch vagamente dannunziano, tutt’altra tenuta, impeccabile, ha lo stile italiano del grande romanzo del 1934, mai prima tradotto, che l’editore Settecolori manda ora in libreria per le cure di Leopoldo Carra: Il canto del mondo (pp. 294, € 26,00).
In Giono dominano le correspondances orizzontali: similitudini e metafore, presenti letteralmente in ogni frase nelle pause descrittive (che sono poi il grosso del testo), sembrano germinare spontaneamente da un’auscultazione della natura in cui i sensi più legati alla materialità corporea, il tatto e l’odorato, scardinano il privilegio della vista – non a caso, la donna amata dal protagonista, Antonio, è Clara la cieca, alle cui rabdomantiche percezioni è demandata una porzione significativa delle pagine finali, che celebrano l’esplosione sensuale della primavera. La cosa davvero stupefacente, però, è che un romanzo lirico, d’impianto (se così posso dire) sistematicamente sinestetico, nella Francia degli anni Trenta, contragga debiti tutto sommato irrilevanti nei confronti della tradizione simbolista.
Che fra i rari estimatori italiani di Giono ci sia stato il pontefice degli ermetici, Carlo Bo, è frutto di un equivoco: i modelli del Canto del mondo sono forse biblici (Henry Miller, ancora un americano, lo paragonava al Cantico dei cantici), sicuramente omerici – non mallarmeani. Lo dimostrerebbe chiaramente, credo, un’analisi puntuale dell’invenzione figurale, il cui primum è sempre immediatamente sensoriale, mai intellettuale: metafore e similitudini si chiudono circolarmente, nell’immanenza della natura. Così, per fare solo tre esempi, Clara ha «occhi di menta», come foglioline verdi, profumate, brillanti, impenetrabili; fin dalla prima frase del libro, il fiume «scorreva a spallate», mentre in profondità la sua acqua era «morbida come pelo di gatto»; nei capitoli finali, «la pioggia pendeva sotto la tramontana come i lunghi peli sotto la pancia dei caproni». Forse la personificazione degli elementi naturali è affettata e artefatta, come voleva Céline; forse invece riesce a tratti a rinnovare, quasi miracolosamente, il panismo dell’antica Grecia; di certo, è tanto insistita e perfino ridondante da costringere il lettore a darle credito, o a chiudere il libro.
Il panismo pagano si accompagna a un altro tratto smaccatamente epico, antico: la frequente estetizzazione del corpo maschile e della sua energia flessuosa, in armonia con le più sublimi forze della natura – un tratto che non poteva non indurre oggi qualcuno, nell’accademia americana, a svolgere il suo triste temino su Queer Ecology and the Ecology of Queerness in the Work of Jean Giono. Sta di fatto che, in un romanzo che pure annovera tre comparse femminili memorabili (oltre a Clara, le due Gina, zia e nipote, che esibiscono non a caso un nome stendhaliano), i protagonisti sono tutti uomini. Quello epico, si sa, è un mondo maschile, e maschilista. Il pescatore Antonio, quarantenne nel pieno della sua virilità, vive da solo, su un’isola del basso corso di un fiume (che è la Durance, ma potrebbe anche scorrere fra le foreste del Nuovo Mondo) e incarna esemplarmente quell’eroismo anarchico e primitivo che ha indotto la critica degli anni Trenta a parlare, per lui come per altri personaggi di Giono, di ‘tarzanismo’. Risale il fiume, oltre le gole, in una Haute-Durance ribattezzata Rebeillard e più selvaggia e violenta del West, per ritrovare il gemello dai capelli rossi, unico figlio sopravvissuto di Marinaio, anziano boscaiolo (un tempo imbarcato sui velieri) che lo accompagna nell’impresa. Affronteranno un rigido inverno in una cittadina di conciatori, fra le montagne; e uno scontro violentissimo con Maudru, l’allevatore di tori cui il gemello ha sedotto la figlia: il canovaccio è, nientemeno, quello della guerra di Troia.
Ma il cupo Maudru, pur essendo il dominus tirannico del Rebeillard, pur circondandosi di schiere di mandriani che all’occasione si trasformano in spietati bravacci (accoltelleranno alle spalle Marinaio), non è affatto, semplicemente, il «cattivo», come suggerisce Carra, che oltre all’ottima traduzione firma anche la postfazione (La natura e le sue leggi, pp. 285-294, dove Giono è troppo frettolosamente scagionato dall’accusa di collaborazionismo). Maudru non è il Male, precisamente perché Il canto del mondo non è né un roman-feuilleton melodrammatico, né un’avventura trucemente salgariana, ma appunto un romanzo epico, dove al nemico non è negata una barbara e dolente maestà. Nel suo struggimento per un matrimonio finito troppo presto (per colpa sua, ma lui non può capirlo), nel suo rapporto profondo, paradossalmente francescano, con i suoi tori, nel suo silenzio impietrito, Maudru incarna lo spirito selvaggio della montagna; la sua sconfitta non fa che accentuarne la sinistra grandezza.
Di indole individualista e ribelle, Giono non ha esitato, ai tempi di Vichy, a dare protezione a ebrei e altri fuggitivi; eppure, è stato doppiamente complice del nazifascismo: perché ha scritto sui fogli della Collaborazione e ne ha accettato l’incenso (e i soldi); e perché il suo antimodernismo estetizzante, pur discendendo da presupposti filosofici e ideologici in parte diversi, era oggettivamente solidale con il ritorno alla terra predicato da Pétain.  Ma Giono è uno scrittore vero, che (a volte, non sempre) sa scavare senza manicheismo nelle ambivalenze del reale: quantomeno, come diceva Céline, «vale la pena di leggerlo».

martedì 17 gennaio 2017

Al termine della notte, incipit



A ottant'anni dalla sua pubblicazione e a cinquanta dalla morte del suo autore, Viaggio al termine della notte si impone come il romanzo che ha saputo meglio capire e rappresentare il Novecento, illuminandone con provocatoria originalità espressiva gli aspetti fondamentali. «Céline è stato creato da Dio per dare scandalo», scrisse Bernanos quando nel 1932 il romanzo diventò un successo mondiale, suscitando entusiasmi e contrasti feroci. Lo «scandalo Céline», che dura tuttora, è la profetica lucidità del suo delirio, uno sguardo che nulla perdona a sé e agli altri, che ha il coraggio di affrontare la notte dell'uomo così com'è. L'anarchico Céline, che amava definirsi un cronista, aveva vissuto le esperienze più drammatiche: gli orrori della Grande Guerra e le trincee delle Fiandre, la vita godereccia delle retrovie e l'ascesa di una piccola borghesia cinica e faccendiera, le durezze dell'Africa coloniale, la New York della «folla solitaria», le catene di montaggio della Ford a Detroit, la Parigi delle periferie più desolate dove lui faceva il medico dei poveri, a contatto con una miseria morale prima ancora che materiale. Totalmente nuovo, nel panorama francese ed europeo, è stato poi il suo modo insieme realistico e visionario, sofisticato e plebeo con cui Céline ha saputo trasfigurare questa materia incandescente. Per lui, in principio, è l'emozione, il sentimento della vita: di qui l'invenzione di un linguaggio che ha tutta l'immediatezza del «parlato» quotidiano, capace di dar voce, tra sarcasmi e pietà, alla tragicommedia di un secolo. Questo libro sembra riassumere in sé la disperazione del Novecento: è in realtà un'opera potentemente comica, esilarante, in cui lo spettacolo dell'abiezione scatena un riso liberatorio, un divertimento grottesco più forte dell'incubo. (presentazione editoriale)


Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte (1932), incipit


È cominciata così. Io, avevo mai detto niente. Niente. È Arthur Ganate che mi ha fatto parlare. Arthur, uno studente, anche lui di medicina, un compagno. Ci troviamo dunque a Place Clichy. Era dopo pranzo. Vuol parlarmi. Lo ascolto. "Non restiamo fuori! mi dice lui. Torniamo dentro!". Rientro con lui. Ecco. "'Sta terrazza, attacca lui, va bene per le uova alla coque! Vieni di qua". Allora, ci accorgiamo anche che non c'era nessuno per le strade, a causa del caldo; niente vetture, nulla. Quando fa molto freddo, lo stesso, non c'è nessuno per le strade; è lui, a quel che ricordo, che mi aveva detto in proposito: "Quelli di Parigi hanno sempre l'aria occupata, ma di fatto, vanno a passeggio da mattino a sera; prova ne è che quando non va bene per passeggiare, troppo freddo o troppo caldo, non li si vede più; son tutti dentro a prendersi il caffè con la crema e boccali di birra. È così! Il secolo della velocità! dicono loro. Dove mai? Grandi cambiamenti! ti raccontano loro. Che roba è? È cambiato niente, in verità. Continuano a stupirsi e basta. E nemmeno questo è nuovo per niente. Parole, e nemmeno tante, anche le parole che son cambiate! Due o tre di qui, di là, di quelle piccole..." Tutti fieri allora d'aver fatto risuonare queste utili verità, siamo rimasti là seduti, incantati, a guardare le dame del caffè.



Ça a débuté comme ça. Moi, j'avais jamais rien dit. Rien. C'est Arthur Ganate qui m'a fait parler. Arthur, un étudiant, un carabin lui aussi, un camarade. On se rencontre donc place Clichy. C'était après le déjeuner. Il veut me parler. Je l'écoute. « Restons pas dehors ! qu'il me dit. Rentrons ! » Je rentre avec lui. Voilà. « Cette terrasse, qu'il commence, c'est pour les œufs à la coque ! Viens par ici ! » Alors, on remarque encore qu'il n'y avait personne dans les rues, à cause de la chaleur ; pas de voitures, rien. Quand il fait très froid, non plus, il n'y a personne dans les rues ; c'est lui, même que je m'en souviens, qui m'avait dit à ce propos : « Les gens de Paris ont l'air toujours d'être occupés, mais en fait, ils se promènent du matin au soir ; la preuve, c'est que lorsqu'il ne fait pas bon à se promener, trop froid ou trop chaud, on ne les voit p lus ; ils sont tous dedans à prendre des cafés crème et des bocks. C'est ainsi ! Siècle de vitesse ! qu'ils disent. Où ça ? Grands changements ! qu'ils racontent. Comment ça ? Rien n'est changé en vérité. Ils continuent à s'admirer et c'est tout. Et ça n'est pas nouveau non plus. Des mots, et encore pas beaucoup, même parmi les mots, qui sont changés ! Deux ou trois par-ci, par-là, des petits... » Bien fiers alors d'avoir fait sonner ces vérités utiles, on est demeurés là assis, ravis, à regarder les dames du café.
 
http://machiave.blogspot.it/2014/07/bardamu-scopre-la-guerra.html

mercoledì 14 gennaio 2015

Kaputt settant'anni dopo

Matteo Nucci
A settant'anni da "Kaputt" di Curzio Malaparte
Il Venerdì di Repubblica, 9 gennaio 2015, n. 1399

Per Kurt Suckert, meglio conosciuto come Curzio Malaparte, quello di settant’anni fa fu un capodanno di festa. A poco più di un mese dall’uscita di Kaputt, le reazioni di stupore si reduplicavano e all’estero già si preparavano a tradurlo. Dalla casa di Capo Massullo,
tuttavia, lo scrittore fingeva di riservare interesse a ben altre vicende. Il secondo capitolo dell’immane sforzo di raccontare «la peste della guerra» era già aperto (La pelle sarebbe uscito quattro anni dopo) e il bisogno di Malaparte di accreditarsi nel mondo nuovo che andava consolidandosi lo spingeva a cercare una sponda nelle fila del Partito Comunista. Fu così che, mentre il consenso letterario accoglieva una delle più straordinarie opere del Novecento, nell’Italia ancora spezzata, Kaputt apparve anche come il furbo prodotto di quell’uomo dal passato fascista che gran parte del mondo politico e intellettuale si sarebbe poi affannato a condannare. Negli anni seguenti, alle accuse contro l’abilità nel destreggiarsi fra opposti poteri si aggiunse la critica all’affidabilità dei resoconti. Tanto che si addensarono sull’opera dello scrittore ombre che si sono allungate fino ai nostri anni.
A rileggere oggi questo capolavoro (da poco tascabile: Adelphi, pp. 476, euro 13), si resta sbalorditi. E innanzitutto proprio per l’abilità della mano con cui Malaparte riuscì a trasformare la realtà. Magia, grottesco, follia, allegoria, sogno, delirio si alternano a raccontare una dimensione che sfugge di continuo, tanto è l’orrore di un’umanità che fatica a restare nell’alveo della sua animalità. Questo «viaggio al termine della notte» nell’Europa in fiamme (Céline è stato più volte chiamato in causa) fu sì il risultato dei viaggi del Malaparte inviato sul fronte orientale per il Corriere della sera (Romania, Polonia, Jugoslavia, Germania, Ucraina, Russia, Svezia e Finlandia) ma fu soprattutto esso stesso un viaggio nel mondo animale dominato da quel «mostro allegro e crudele» cui allude la «dura e quasi misteriosa parola tedesca Kaputt, che letteralmente significa “rotto, finito, andato in pezzi, in malora”».
Le sei parti del libro sono intitolate a cavalli, topi, cani, uccelli, renne e mosche. Perché, come scrive Maurizio Serra, autore della definitiva biografia (Malaparte. Vite e leggende, trad. dal francese di A. Folin, Marsilio, pp. 587, euro 25), «gli animali sono gli unici innocenti per definizione, i soli che soffrano di una pena che non ha la sua origine nell’espiazione di una colpa, ma nel sacrificio puro, gratuito, cristologico». Animali sono dunque gli uomini nella loro veste di vittime, laddove nel momento in cui si fanno persecutori si assimilano piuttosto alla perversione di «animali degradati dalla ragione».
Le storie che l’io narrante del libro, ovvero lo stesso Malaparte, racconta in circostanze reali trasformate da una penna trasfigurante, gettano luce, oltreché sugli esseri umani, sui popoli. E principalmente, è ovvio, sui tedeschi di cui si racconta in continuazione la paura: «Hanno paura sopra tutto degli esseri deboli, delle donne, dei bambini. Hanno paura dei vecchi. La loro paura ha sempre suscitato in me una profonda pietà. Se l’Europa avesse pietà di loro, forse i tedeschi guarirebbero del loro orribile male». Degli italiani, Malaparte ghigna in prima persona: «Io ho perso l’abitudine di agire. Sono un italiano. Non sappiamo più agire, non sappiamo più assumere alcuna responsabilità». Degli spagnoli, invece, egli parla attraverso uno dei personaggi principali del libro, il Conte Augustín de Foxá, Ministro di Spagna a Helsinki: «È crudele e funereo come ogni buon spagnolo. Soltanto per l’anima ha rispetto: il corpo, il sangue, le sofferenze lo lasciano indifferente. Gli piace parlar della morte, si rallegra come una festa nel veder passare un funerale».
Mai come in Kaputt, Malaparte ci appare nella sua potenza di camaleonte.  «Aristocratico con gli aristocratici, diplomatico con i diplomatici, militare con i militari, operaio con gli operai», compare sulla scena a Stoccolma, a fianco del Principe Eugenio di Svezia, cui dopo poco comincia a narrare di un villaggio ucraino dove con soldati romeni discorre di Unione Sovietica pensando a Tolstoj e affondando sempre più in un vortice di storie e di lingue. Tedesco, francese, romeno attraversano la scena, mentre Malaparte porta ovunque il suo sarcasmo, il gusto del paradosso, la battuta salace tipica del ragazzo nato a Prato da padre sassone e madre milanese.
Dalla “corte” del Generalgoverneur di Polonia, Hans Frank (poi condannato a morte a Norimberga), dove si aprono gli scenari più atroci del ghetto di Varsavia e del tragico pogrom romeno di Jassy (dove morirono 14000 ebrei), fino all’amata Finlandia dove Malaparte affabula gli ascoltatori fra l’altro con i bombardamenti di Belgrado vissuti da un cane. Berlino, Zagabria, il mefistofelico duce croato Ante Pavelic, Capri, Axel Munthe, Edda Ciano, e finalmente la Lapponia dove incontriamo Himmler nudo in sauna, giunto lì a punire con la fucilazione i soldati tedeschi presi dal desiderio del suicidio. Il paradosso domina. Tutto si confonde. Vita e morte perdono i loro significati elementari e l’abilità di scrittore di Malaparte raggiunge vette inarrivabili.
Kaputt è anche un gioco di tempi. Presente e passato s’intrecciano senza lasciar più
speranza al lettore. Sogni e ricordi prendono il sopravvento, notti ebbre si riempiono di violenza pronta a sciogliersi in risate folli. E, prima che l’autore torni a Roma e Napoli (gli ultimi due capitoli) un aneddoto reale viene trasformato al punto da chiarire definitivamente quella che è la vera chiave del libro:  il misero scontro fra uomini e uomini s’illumina soltanto quando l’uomo affronta l’animale che è in sé. È la storia della lotta contro i salmoni ingaggiata dai soldati tedeschi nella loro pesca guidata dall’insana brama di estirpare la specie ittica. Ma «i salmoni sono coraggiosissimi e non è facile vincerli». Così, quando il generale von Heunert si troverà a dover sconfiggere l’ultimo esemplare del fiume Juutuanjoki, Malaparte regalerà al lettore una delle scene più indimenticabili.
Nell’appendice che Adelphi propone troviamo la vera storia su cui lavorò letterariamente (p. 452). È una prova eccezionale per capire quanto egli stesso avrebbe detto circa il suo stile in Pelle, forse già difendendosi dalle accuse montanti. È un manifesto di poetica, quello messo in bocca, nella finzione, a un colonnello americano di nome Hamilton. Dovrebbe tranquillizzarci per sempre e consentirci di ridare a questo fenomenale scrittore il posto che gli è stato spesso negato. «Non ha alcuna importanza» dice Hamilton «se quel che Malaparte racconta è vero o falso. La questione da porsi è un’altra: se quel che egli fa è arte, o no».

martedì 1 luglio 2014

Bardamu scopre la guerra

Louis Ferdinand Céline
Viaggio al termine della notte
traduzione di Ernesto Ferrero

Uno è vergine dell'Orrore come lo è della voluttà.
Come me lo potevo immaginarmelo io 'sto orrore lasciando Place Clichy? Chi avrebbe potuto
prevedere prima d'entrare davvero in guerra, tutto quel che conteneva la sporca anima eroica e
fannullone degli uomini? Adesso, ero preso in questa fuga di massa, verso l'assassinio di gruppo,
verso il fuoco...
Veniva dal profondo ed era arrivato.
Il colonnello era sempre lì che non faceva una piega, lo guardavo ricevere, sulla scarpata, le
letterine del generale che poi strappava a pezzettini, dopo averle lette senza fretta, tra le pallottole.
In nessuna di quelle c'era dunque l'ordine secco di fermare quella vergogna? Dunque non gli
dicevano dall'alto che c'era uno sbaglio? Un errore riprovevole? Un equivoco? Che si erano
sbagliati? Che erano manovre per ridere quelle che avevano voluto fare, non degli assassinii! Ma
no! « Avanti, colonnello, siete sulla buona strada!».
Ecco senza dubbio quel che gli scriveva il generale des Entrayes, della divisione, nostro capo di
tutti, di cui riceveva una busta ogni cinque minuti, attraverso un agente di collegamento, che la
paura rendeva ogni volta un po' più verde e diarroico.
Ne avrei fatto un mio fratello di spavento di quel ragazzo lì! Ma si aveva il tempo di fraternizzare
nemmeno.
Dunque niente errori? Quello spararsi addosso che si faceva, così, senza nemmeno vedersi, non
era proibito! Quello faceva parte delle cose che si possono fare senza meritarsi una bella sgridata.
Era perfino riconosciuto, incoraggiato senza dubbio da gente seria, come le lotterie, i
fidanzamenti, la caccia coi cani!...
Niente da dire.
Di colpo scoprivo la guerra tutta intera.
Ero sverginato.
Bisogna essere all'incirca solo davanti a lei come lo ero io in quel momento per vederla bene la
carogna, di fronte e di profilo.
Avevano appena appiccato la guerra tra noi e quelli di fronte, e adesso quella bruciava! Come la
corrente tra i due carboni, nella lampada ad arco.
E non era vicino a spegnersi il carbone! Ci saremmo passati tutti, il colonnello come gli altri,
anche se sembrava un gran volpone, e la sua carnaccia non avrebbe fatto più arrosto della mia
quando la corrente di fronte gli fosse passata tra le due spalle.
Ci sono un sacco di modi di essere condannato a morte.
Ah! Cosa non avrei dato in quel momento per essere in prigione invece d'esser lì, come un
cretino! Per avere, per esempio, quand'era così facile, con un po' di previdenza, rubato qualcosa,
da qualche parte, quando c'era ancora tempo.
Si pensa a niente! Dalla prigione, ci esci vivo, dalla guerra no.
Tutto il resto, sono parole.
Se solo avessi avuto ancora tempo, ma non ne avevo più! C'era più niente da rubare! Come
sarebbe stato bello in una piccola prigione tranquilla, ecco cosa mi dicevo, dove le palle non
passano! Passano mai! Ne conoscevo una bella pronta, al sole, al caldo! In un sogno, quella di
SaintGermain per l'esattezza, così vicina alla foresta, la conoscevo bene, passavo spesso di là, un
tempo.
Come si cambia! Ero un bambino allora, mi faceva paura la prigione.
E che non conoscevo ancora gli uomini.
Non crederò più a quello che dicono, a quello che pensano.
E degli uomini e di loro soltanto che bisogna aver paura, sempre.
Quanto tempo doveva durare il loro delirio, perché si fermassero stremati, alla fine, 'sti mostri?
Quanto tempo poteva durare un accesso come quello? Mesi? Anni? Quanto? Forse fino alla
morte di tutti quanti, di tutti i matti? Fino all'ultimo? E poiché gli avvenimenti prendevano quel
giro disperato mi decidevo a rischiare il tutto per tutto a tentare l'ultimo passo, il supremo, a
cercare, io, tutto solo, di fermare la guerra! Almeno in quell'angolo dove stavo.
Il colonnello passeggiava a due passi.
Gli avrei parlato.
Mai, lo avevo fatto.
Era il momento di osare.
Là dove noi stavamo non c'era quasi più niente da perdere. « Cosa volete? », mi avrebbe chiesto
lui, immaginavo, sicuramente molto sorpreso dalla mia audace interruzione.
Allora gli avrei spiegato le cose come le vedevo io.
Si sarebbe visto quel che ne pensava lui.
Spiegarsi è tutto, nella vita.
In due si riesce meglio che da soli.
Stavo per fare quel passo decisivo quando, in quello stesso istante, arrivò verso di noi con passo
ginnico, stremato, dinoccolato, un cavaliere a piedi (come allora si diceva), con l'elmo rovesciato
in mano, come Belisario, e poi in più tremante e tutto imbrattato di fango, il viso ancora più
verdastro di quello dell'altro portaordini.
Straparlava e sembrava provare come un male inaudito, quel cavaliere, a uscire da una tomba e
averne una gran nausea.
Dunque non gli piacevano nemmeno a lui le pallottole, al fantasma? Le prevedeva come me? «
Cos'è? » lo fermò secco il colonnello, brutale, infastidito, gettando su quello spettro una specie di
sguardo d'acciaio.
Vederlo così l'ignobile cavaliere in una tenuta tanto poco regolamentare, e tutto disfatto
dall'emozione, questo lo crucciava parecchio il nostro colonnello.
Gli piaceva proprio per niente la paura.
Era evidente.
E poi quell'elmo in mano soprattutto, come una bombetta, finiva per essere del tutto fuori posto
nel nostro reggimento d'attacco, un reggimento che si lanciava nella guerra.
Aveva l'aria di salutarsela lui, 'sto cavaliere a piedi, la guerra. arrivando.
Sotto quello sguardo di riprovazione, il messaggero vacillante si rimise sull'attenti, i mignoli sulla
cucitura dei pantaloni, come si fa in quei casi.
Oscillava anche, irrigidito, sull'argine, il sudore che gli colava lungo la giugulare, e le mascelle
tremavano così forte che mandava dei gridolini abortiti, come un cagnetto che sogna.
Non si poteva capire se voleva parlarci o se piangeva.
I nostri tedeschi accovacciati in fondo alla strada avevano giusto cambiato strumento.
E con la mitragliatrice che adesso continuavano le loro scemenze; ne scrocchiavano come dei
grossi pacchetti di zolfanelli e tutt'intorno a noi arrivavano a volo degli sciami di palle rabbiose,
tignose come vespe.
L'uomo riuscì comunque a cavarsi di bocca qualcosa d'articolato.
«Il maresciallo d'alloggio Barousse è stato ucciso, colonnello», disse lui tutt'a un tratto.
- E allora? - E stato ucciso mentre andava a cercare il furgone del pane sulla strada delle étrapes,
colonnello! - E allora? - E stato dilaniato da una granata! - E allora, dio boia! - Ecco lì!
Colonnello...
- E tutto? - Sì, è tutto, colonnello.
- E il pane? - domandò il colonnello.
Quello fu la fine del dialogo perché mi ricordo bene che ha avuto il tempo di dire proprio: «E il
pane?».
E basta.
Dopo, nient'altro che fuoco e poi rumore insieme.
Ma proprio uno di quei rumori che uno non crederebbe mai possano esistere.
Ci ha riempito a tal punto gli occhi, le orecchie, il naso, la bocca, all'improvviso, il rumore, che
ho creduto proprio che era finita, che ero diventato fuoco e rumore io stesso.
E invece no, il fuoco se n'è andato, il rumore mi è rimasto a lungo in testa, e poi le braccia e le
gambe che tremavano come se qualcuno ti scuotesse da dietro.
Avevano l'aria di lasciarmi, e poi a ogni modo sono restati i miei arti.
Nel fumo che pungeva gli occhi ancora per un bel po', l'odore acuto della polvere e dello zolfo ci
restava come per uccidere le cimici e le pulci della terra intera.
Immediatamente dopo, ho pensato al maresciallo d'alloggio Barousse che era andato in pezzi
come l'altro ci aveva raccontato.
Era una buona notizia.
Tanto meglio! ti ho pensato subito io: «Una grandissima carogna di meno al reggimento!».
Aveva voluto spedirmi al consiglio di disciplina per una scatola di conserva. «A ciascuno la sua
guerra», mi son detto io.
Da quel lato lì, bisogna convenirne, aveva l'aria di servire a qualcosa la guerra! Ne conoscevo
proprio ancora tre o quattro al reggimento, dannati fetenti che li avrei proprio volentieri aiutati a
trovare una granata come Barousse.
Quanto al colonnello, a lui, non gli volevo del male.
Anche lui però era morto.
Non lo vidi più, di colpo.
E che era stato dislocato sulla scarpata, allungato sul fianco dall'esplosione e proiettato fin nelle
braccia del cavaliere a piedi, il messaggero, finito anche lui.
Si abbracciavano tutti e due per il momento e per sempre, ma il cavaliere non aveva più la testa.
Nient'altro che un'apertura sopra il collo, con del sangue dentro che borbottava con dei gluglù
come la marmellata nella pentola.
Il colonnello aveva il ventre aperto, faceva una brutta smorfia.
Aveva dovuto fargli male quel colpo lì il momento che era arrivato.
Tanto peggio per lui! Se fosse partito con le prime palle, quello non gli sarebbe capitato.
Tutta quella carne sanguinava insieme moltissimo.
Dei colpi di granata scoppiavano ancora a destra e a sinistra della scena.
Ho lasciato quei posti senza insistere, tutto felice di avere un così bel pretesto per svignarmela.
Canticchiavo perfino un briciolino, barcollando, come quando si è finita una buona seduta di
canottaggio e si hanno le gambe un po' strane. «Una sola granata! Se ne sistemano in fretta di
cose con una sola granata», mi dicevo io. «Ah! di' un po'! che mi ripetevo tutto il tempo.
Ah! di' un po'...» Non c'era più nessuno in fondo alla strada.
I tedeschi se n'erano andati.
Però avevo imparato in fretta la mossa di non camminare d'ora in poi se non dietro il riparo degli
alberi.
Avevo fretta di arrivare al campo per sapere se c'erano degli altri del reggimento che erano stati
uccisi in ricognizione.
Ci devono anche essere dei bei trucchi, mi dicevo ancora, per farsi prendere prigioniero!...

http://rivistatradurre.it/2011/05/confesso-ho-tradotto-celine-e-lo-rifarei/