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lunedì 25 aprile 2022

La Resistenza prigioniera del mito

 

 

Giovanni De Luna, La Stampa, 25 aprile 2022

Quel mondo e quella Europa, entrambi nati dalla Resistenza, sembrano essersi smarriti nella carneficina ucraina costringendoci a rimpiangerli con una dolente consapevolezza.  

Luca Canali, La resistenza impura, Mondadori, Milano 1963

I morti sono morti perché altri continuino a vivere,
ma soprattutto perché essi stessi volevano vivere in più onorevole modo:
eroe è chi il suo strenuo operare indirizza a un domestico fine,
non chi se ne fa servitore per trovarvi un'ebbrezza privata.
E i vivi che allora rischiarono eroicamente la morte,
ora attendono pacificamente ai loro traffici, intingoli, studi
a tutto ciò cui insomma tendeva la loro lotta contro un pugno di vili,
politici corrotti e falliti, burocrati ottusi,
o un esrcito di imberbi ingannati dal puro ideale.
Così la resistenza è passata e chi vuole onorevolmente protrarla,
si cimenti col reale di oggi così come essa operò nel reale di ieri.
Perché riandare troppo spesso col pensiero a quei giorni perduti,
e contrapporli agli attuali con una sorta di amaro rimpianto,
li solleva in una sfera d'affascinante e tuttavia arbitraria purezza
evocata da chi non sappia acconciarsi agli ingrati doveri presenti.

La resistenza fu preparata di lontano, da uomini che agitavano i problemi elementari del popolo ma insieme una grande alternativa morale, senza la quale il popolo non avrebbe forse trovato la forza di seguirli fino in fondo: i fascisti non sbagliavano quando dicevano di vedere, oltre gli scioperi e le rivendicazioni sindacali, anche un piano di sovvertimento totale. Perché non dobbiamo sentirci anche noi preparati di lontano, lottare con lo stesso slancio morale di ieri, operando nelle situazioni reali, anche le più nauseanti, ma cercando di superarle adeguandole a una superiore immagine reale che di esse ci siamo fatti nella nostra coscienza? Perché non sentire anche oggi gli gli ideali della resistenza come lo spirito che può animarci, non solo nelle grandi lotte politiche ma anche nell'intimità della nostra vita morale? E se non per le masse indiscriminate che è inevitabile e giusto si godano i benefici raggiunti, almeno per i partiti e gli uomini che si assumono di rappresentarne la coscienza. 

Italo Calvino
Oltre il ponte (1959)

Oramai tutti han famiglia, hanno figli
che non sanno la storia di ieri
io son solo e passeggio tra i tigli
con te cara che allora non c'eri.
E vorrei che quei nostri pensieri
quelle nostre speranze di allora
rivivessero in quel che tu speri
o ragazza color dell'aurora.


giovedì 11 febbraio 2016

Il corpo del nemico ucciso


Giovanni De Luna 
Il corpo del nemico ucciso. Violenza e morte nella guerra contemporanea
Einaudi, Torino 2006

Esiste un nesso indissolubile tra la Guerra e la Morte. Perché il fine ultimo della guerra consiste nell'uccidere il nemico. Questo libro parla dunque di guerra, di morte e di corpi. Racconta le guerre del Novecento e di oggi attraverso i corpi dei morti: corpi-documenti, studiati nelle fotografie, decifrati nelle schede dei medici legali, analizzati dagli antropologi, descritti dai grandi narratori della contemporaneità. Il corpo "amico" viene rispettato sempre, onorato spesso; può essere usato per gridare vendetta o implorare la pace. Il corpo "nemico" è talvolta rispettato, quasi sempre profanato. Nel primo caso viene sepolto in una tomba individuale, in un cimitero, nel secondo può essere esibito in pubblico o cancellato in una fossa comune. A ogni diverso uso del corpo del nemico ucciso corrisponde una diversa tipologia della guerra.
Una storia del Novecento e delle sue guerre, fino a quelle piú attuali, guardando alle vittime ultime della violenza bellica: i caduti sul campo. Un percorso che si snoda attraverso le guerre mondiali e quelle coloniali, le guerre civili e quelle ai civili, per concludersi con le guerre asimmetriche di oggi.
La guerra e i grandi fenomeni di violenza di massa del Novecento si possono conoscere partendo dalla loro conclusione, da quei morti che ne rappresentano il piú concreto e drammatico prodotto finale. È come guardare l'erba dalla parte delle radici: cambia la prospettiva metodologica, ma cambiano anche le priorità concettuali. Le guerre, con le violenze e le crudeltà che scatenano, sembrano avere un fondo comune sempre uguale, quasi fuori dal tempo e dallo spazio. Ne scaturisce una loro visione «mitica», una sorta di impossibilità conoscitiva in cui c'è posto solo per la venerazione o la rimozione. Riportare al centro della guerra il corpo del nemico ucciso e le diverse strategie messe in atto nei suoi confronti consente di storicizzare la guerra, di conoscerla nel suo «cuore di tenebra». Esistono regole che gli uomini si sono date in relazione ai corpi dei morti in battaglia. Quelle regole, anche quando sono violate, contribuiscono ad ancorare le guerre al nostro tempo e ci restituiscono il titanico tentativo della nostra civiltà di sottrarsi al fascino archetipico dello «stato di natura». (presentazione editoriale)

http://www.ibs.it/code/9788806178598/de-luna-giovanni/corpo-del-nemico.html



Elena Cortesi
http://storicamente.org/02deluna
Nel lavoro qui considerato ... De Luna propone nuove rilevanze e nuove conoscenze all’analisi storica delle guerre del Novecento (fino a quelle recentissime in Afghanistan, Cecenia, ex Jugoslavia, ecc.) partendo dal “risultato” più immediato e materiale della violenza bellica: il corpo del morto in guerra. Corpo del nemico soprattutto, ma anche dell’amico, del soldato, ma anche del civile. Un corpo “visto” e studiato utilizzando prevalentemente fotografie e altre immagini (oltre a schede anamnestiche di medici legali e informazioni raccolte presso antropologi, medici, giornalisti e testimoni) e che diviene a sua volta fonte, «straordinario documento per conoscere l’identità del carnefice».
È un corpo sempre rispettato e spesso onorato, se amico, a volte rispettato ma quasi sempre profanato, se nemico. Le modalità del rispetto e/o della profanazione sono strettamente legate ai particolari contesti (temporali, geografici, ideologici, giuridici, culturali, strategici e tecnologici) nei quali si sono svolti i conflitti presi in considerazione, ma, contemporaneamente (rispondendo una tensione scientifica che ha bisogno di confrontare il “particolare” con categorie più ampie), possono essere ricondotte ad alcune tipologie di guerra (simmetrica, asimmetrica, civile, ai civili) definite dall’a. analizzando non fattori come le forze militari e/o economiche messe in campo o l’evoluzione tecnologica, ma il “trattamento riservato” ai corpi dei nemici uccisi. Gli elementi nuovi e gli spunti di riflessione che emergono analizzando i conflitti del Novecento da questo innovativo punto di vista sono numerosi e interessanti. La seconda guerra mondiale, per esempio, acquisisce un ulteriore motivo di “totalità” (De Luna la definisce «compiutamente totale»). In essa, infatti, tutti i tipi di guerra messi a fuoco dall’a. risultano essersi assommati e aggrovigliati producendo una violenza estrema all’interno della quale il corpo del nemico ucciso (che poteva essere il corpo del soldato avversario, ma anche quello del civile colpito dalle bombe o fucilato, o quello dell’ex compagno di scuola, e che comunque, quasi sempre, aveva le caratteristiche di “nemico totale”) ha avuto un ruolo centrale nell’attivare e alimentare il terrore degli avversari (militari e civili) e nell’accorpare i carnefici esaltando la loro potenza di gruppo e/o incanalando il loro desiderio di vendetta.

martedì 24 marzo 2015

De Luna, l'aristocratica e il comunista

Simonetta Fiori
Giovanni De Luna ricostruisce una vicenda ambientata in un castello piemontese per ricordare cosa fu la lotta partigiana
La Resistenza “riabilitata” dal diario di Leletta

la Repubblica, 24 marzo 2015


LA RESISTENZA arrivò nel castello insieme a “Barbato”, il comandante partigiano che aveva l’abitudine di tracciare per terra una linea. Pensaci bene prima di superarla, diceva ai più giovani, perché poi non si torna indietro. Il passo autorevole e i baffi imperiosi gli procurarono la stanza più bella del Palas, quella con il letto a baldacchino. I baroni Oreglia d’Isola — un’antica casata di fede cattolica — erano sideralmente lontani dal mondo comunista, ma non potevano negare l’accoglienza al più coraggioso dei resistenti, l’uomo che venti mesi più tardi avrebbe liberato Torino dalle brigate nere.
Un castello, dunque. Una grande tenuta di boschi, vigne e mulini a mezza strada tra Saluzzo e Pinerolo, a Villar, all’ombra del Montoso. E una sontuosa casa patrizia, ricca di libri antichi e di addobbi, pareti affrescate e ceramiche di pregio. Singolare cornice per l’epica resistenziale, quasi da sospettare che si tratti di una felice invenzione per celebrare il settantesimo della Liberazione. E invece è tutto vero. Sono vere la contessa Caterina e sua sorella Barbara che soccorrono i partigiani feriti nascondendoli nelle soffitte del maniero, e talvolta salgono su in montagna per recuperarne i corpi senza vita. Sono veri i combattenti delle brigate Garibaldi che alternano azioni di guerra con momenti di conversazione colta nei saloni del Palas. È vero il repubblichino Novena, con il suo carico di risentimento e inganno anche dentro le mura del castello. Ma soprattutto è vera la protagonista Leletta, la diciassettenne figlia della “Barona” e voce narrante della storia: è attraverso il suo sguardo che vediamo scorrere «la gloriosa epopea », venti mesi di guerra civile che significarono tragedia e sangue ma anche una «scuola di vita » per distinguere tra coraggio e viltà, amicizia e opportunismo, slancio ideale e grettezza.
L’antifascismo fu una reazione esistenziale prima ancora che una decisione politica matura. E il diario di Leletta restituisce con semplicità il significato di una scelta che accomunò aristocratici e comunisti, preti e mangiapreti, signori e contadini, monarchici e repubblicani. Anche per questo Giovanni De Luna ha voluto intitolare il suo bel libro La Resistenza perfetta: il Palas diventa simbolo di una storia che in tutti i modi si è cercato di delegittimare, ottenendo il risultato di sporcarne il senso comune soprattutto tra i più giovani.
La Resistenza come un pranzo di gala, impreziosito dagli argenti di casa Oreglia? No di certo. Anche dal castello si assiste alle efferatezze nelle file partigiane, Lucia e Caterina derubate e poi ammazzate su ordine del “Moretta” solo per un vago sospetto di collaborazionismo. Ma i dialoghi annotati da Leletta, e i numerosi diari consultati da De Luna, registrano un rapporto con la violenza che è subìto più che golosamente ricercato. Il mestiere delle armi, quando esercitato con esuberanza, suscita sperdimento, non fierezza. Le gesta di “Zama”, io partigiano che fece in quelle valli la prima vittima fascista, sono accolte con “orrore reverenziale”. E “Gagno”, audace comandante gappista, resta “di stucco” quando lo vede uccidere la prima volta. Anche il compagno “Balestrieri” confessa di provare «una sensazione di pena per me stesso» mentre mira alla testa del maggiore tedesco: preme il grilletto ma ne è travolto.
Altro spirito aleggia nelle file avversarie, un surplus di ferocia che cresce insieme al sentimento di sconfitta, riuscendo a penetrare tra le mura del castello. È dentro il cortile del Palas che nel febbraio del 1945 viene selvaggiamente picchiato il garibaldino “Lampo” per mano del camerata Novena. «Oh signor Novena come sta?», era stata la disinvolta accoglienza di Leletta quasi all’alba. Erano arrivati per perquisire la villa, sospettata di complicità con la Resistenza. E con loro s’erano portati “Lampo”, appena catturato in montagna. Volevano indurlo a confessare le relazioni pericolose con il barone e la sua famiglia. «Non sono mai venuto nel castello», si ostina a negare lui. Pochi giorni dopo viene ammazzato, colpito al volto con un pugno di ferro, gli occhi estratti dalle orbite. A Novena sono stati attribuiti 195 omicidi, chissà se li ha commessi tutti. Una volta si divertì ad armare la mano del figlio tredicenne, «vai, dilettati anche tu».
Nulla sfugge a Leletta, che riferisce meticolosamente sul suo diario. Nel 1944 ha la freschezza dei 18 anni, curiosa degli uomini più delle ideologie. È affascinata da “Barbato”, nome di battaglia di Pompeo Colajanni, ma più per l’impegno generoso profuso nella battaglia che per le teorie arruffate. Coglie la differenza tra il suo «quartetto» di cavalieri rossi e quegli «imboscatucci» degli amici aristocratici, che invece di combattere cercano riparo nella zona franca dell’Ordine di Malta. Impara a sparare anche lei, insie- me al fratello Aimaro, «incauti e contenti». Perché le armi sono una necessità, e non se ne può fare a meno, ricorda lo storico in polemica con quella sorta di «interdetto culturale» che oggi incombe sulla lotta armata contro i tedeschi e i fascisti (i partigiani ingiustamente assimilati ai terroristi)). Non diventa mai comunista Leletta, né può diventarlo. Però conserva la stella rossa del suo comandante perché intuisce l’energia vitale che scorre in quelle fila. «Ah, dottoressa Aurelia, se avessi vent’anni di meno », scherza il partigiano con galanteria. In realtà ha solo 38 anni, troppi per quell’epoca.
L’aristocratica e il comunista. Nel dopoguerra assisteranno al lento disfarsi di quella rete di affetti e solidarietà intessuta dentro il castello. Ciascuno riprende il suo posto in un mondo che non ha tagliato completamente i ponti con il passato. I fascisti tornano in libertà grazie a Togliatti, con motivazioni spesso raccapriccianti: giocare a calci con la testa del partigiano appeso viene considerato un “incidente”, non una sevizia efferata. Anche per Novena solo dieci anni di galera, poi una vita da benzinaio a Velletri. Colajanni assume importanti incarichi politici nelle file del Pci, come qualche altro suo compagno di brigata. E Leletta? Segue la sua vocazione religiosa. Nel 1947 entra in convento come suor Consolata, poi diventa terziaria domenicana. Per il resto della sua vita non farà che ascoltare gli altri, come in fondo aveva fatto dentro il Palas. Muore nel 1993, sei anni dopo “Barbato”. Nel 2012 si è aperta la causa per la sua beatificazione. La beata Leletta che sapeva usare il parabellum.

IL LIBRO La Resistenza perfetta di Giovanni De Luna (Feltrinelli, pagg. 256 euro 18)

giovedì 12 giugno 2014

Non è sempre la stessa corruzione

L' Espresso, 5 novembre 2015

Giovanni De Luna «Contro la corruzione dare nuova forza alla democrazia»
l'Unità, 12 giugno 2014

«Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno…». Si potrebbe cominciare risalendo molto in là negli anni. La corruzione in Italia si presenta con una storia lunga che può arricchirsi ogni giorno di nuovi capitoli. La corruzione come un male“ nostrum”? Lo chiediamo a Giovanni De Luna, storico che insegna all’Università di Torino, di cui si possono leggere a proposito delle nostre vicende più vicine «Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria» e «La Repubblica del dolore. Le memorie di una Italia divisa» (entrambi pubblicati da Feltrinelli).
Insomma, professore,dobbiamo considerare la corruzione come qualcosa cui la nostra cultura, delle élite ma non solo ,è indissolubilmente legata? Insuperabile anche per un decisionista come Renzi? Dai petroli alla Lockheed, da tangentopoli al Mose…
«Credo ci sia una trappola da fuggire: immaginare la corruzione di questi giorni come prova dell’eterno ritorno di una corruzione endemica. È vero, ma è anche vero che non è sempre la stessa corruzione. La corruzione, nella discontinuità, cambia faccia e cambiando rivela anche le mutazioni del sistema politico e delle sue patologie. È il termometro di malattie diverse. Prima era la mancanza di alternative di governo, con la Dc fissa al potere, ad aprire il varco al malaffare, nell’opacità e nella immobilità che garantiscono connivenza e impunità. I casi degli anni ottanta segnalano l’emergere di una logica spartitoria che il sistema dei partiti condivide, quella logica che aveva denunciato Enrico Berlinguer. Dagli anni ottanta la novità consiste nella sovrapposizione di comportamenti privati e di comportamenti pubblici. Una cosa diventa l’altra. Arcore e Palazzo Grazioli vengono elevate a sedi istituzionali e il territorio pubblico viene utilizzato come il campo di soddisfazione di interessi privati…».
Siamo arrivati a Berlusconi e a certi suoi seguaci, tipo Scajola…
«Negli ultimi tempi però si sono visti passi avanti su questa strada. Ne sono esempi eclatanti i partiti che si dissolvono e si rappresentano come costellazioni di feudi tenuti assieme da una leadership, tanti feudi, comunali regionali nazionali, che sono riferimento e punto di raccolta di espressioni diverse: si sono superate le correnti, sono spuntati come funghi, per ragioni trasversali, apparati partitici frammentati, in ciascuno dei quali si insediano banchieri, finanzieri, commercianti, mediatori, profittatori di ogni genere».
Questo è il disegno. Il “che fare?” è la vera questione, di fronte alla ripetizione degli scandali, che chiama in causa la politica.
«Purché la politica si presenti con un progetto, purché la politica torni ad essere confronto di idee. Mi pare che abbia qualche merito Renzi, quando decide di smontare nel Pd quella rete di feudi, di rompere certi assetti, di superare la frammentazione. Però questo è un aspetto. L’altro sta nel ricostruire un rapporto non solo formale tra un vertice e la base, fare in modo che lo scambio e il controllo siano continui, dare nuova forza alle democrazia. È giusto esultare per il quaranta per cento alle Europee, ma Renzi dovrebbe porsi anche qualche interrogativo di fronte ai quaranta o ai cinquanta cittadini su cento che non sono andati a votare e che non andranno a votare neppure la prossima volta».
Forse è anche colpa loro, forse qualche colpa di tanto disastro è anche di chi rinuncia. Forse proprio la rinuncia di tanti conferma l’esistenza di un morbo così profondo da risultare qualcosa che appartiene alla natura di un paese e diventa inguaribile…
«Certo, ma è un pensiero che ti lascia nell’impotenza. La guerra appartiene all’animo dell’uomo, ma si può provare ad evitarla. La norma sul falso in bilancio non sta nel solco della corruzione endemica, appartiene ad un certo agire di governo votato all’interesse privato di alcuni».
Anche la nomina di Cantone a commissario anti corruzione appartiene ad un certo agire di governo?
«Come davanti alla catastrofi naturali la nomina di Bertolaso o contro la mafia la nomina del prefetto Mori. Però stiamo sempre dentro una logica emergenziale, che non può e non deve funzionare in eterno. A lungo dovrebbe funzionare un’articolazione della democrazia che riconnetta élite e popolo. E qui torniamo a Renzi: quella che mi sembra la sua battaglia contro quei feudi interni, se si ferma alla creazione di una leadership forte, rischia di restituirci la sostanza di un populismo ottocentesco. Il suo obiettivo dovrebbe essere quello di rendere più funzionale il rapporto tra il momento della decisione politica e quello della formulazione dal basso della domanda. Senza andare troppo oltre: ridare al paese il valore della partecipazione democratica».
C’è un movimento nel paese, Grillo e non solo Grillo, che ad ogni scandalo si gode una boccata d’ossigeno. Sarà determinante nella lotta alla corruzione?
«Grillo è il sintomo della malattia, più che la medicina. La sua democrazia in rete semplicemente mi spaventa, perché scioglie ogni individuo che fa clic sul computer da qualsiasi patto di cittadinanza, che consiste in una condivisione di diritti e di doveri, di culture, di storie, anche nella prossimità fisica. Che basti schiacciare un tasto ‘sì’ ‘no’, nella tua stanza, con la tua tastiera, per decidere mi sembra assurdo. Certo ti può far sentire un dio, ma dove stanno gli altri? È una democrazia ridotta nella forma di un consumismo occasionale e irresponsabile. Irresponsabile, appunto: si sono scritti nella rete e si sono letti insulti all’indirizzo di donne, parlamentari o giornaliste, che nessuno si sognerebbe di pronunciare in pubblico. Ma è questa una conquista, è questa democrazia?».

domenica 22 settembre 2013

Suscettibile e evanescente laicità

Una presenza forte e innegabile non passa il tempo a riflettere su se stessa. E neppure si considera troppo facilmente minacciata. Il pensiero laico in Italia è invece in una situazione di evidente difficoltà, da anni. E non perché la Chiesa cattolica stia recuperando terreno. Alla fin fine è l'indifferenza o il calore contenuto sul terreno della fede il vero vincitore della partita nella società civile (*). E di fronte a questa realtà, il pensiero laico per parte sua non offre certo lo spettacolo di una ricchezza lussureggiante.



Antonio Carioti
Laicità secondo Urbinati
Ma è la politica che ha abdicato
Corriere della Sera, la Lettura, 22 settembre 2013

Nel libro a quattro mani Missione impossibile (Il Mulino, pp. 138, euro 14) Marco Marzano scrive che l'avanzata della secolarizzazione ha vanificato il tentativo della gerarchia ecclesiastica di egemonizzare la sfera pubblica italiana. Ma poi Nadia Urbinati denuncia i pericoli che corre la laicità in una "società monoreligiosa" quale sarebbe l'Italia. Si resta sconcertati. Forse perché il nodo non è la "tradizione culturale" cattolica, che era ben più solida al tempo delle leggi su divorzio e aborto, ma l'inconsistenza della politica, oggi pronta ad assecondare le spinte confessionali pur di ricevere la benedizione della Chiesa. Questo è il vuoto che mina non solo la laicità, ma le basi stesse dello Stato.

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... il mondo cattolico italiano si compone anche di una minoranza di fedeli particolarmente impegnati (circa il 20% della popolazione), in cui rientrano i praticanti regolari e i membri delle molte associazioni i cui rappresentanti si sono riuniti alcuni giorni fa a Todi a parlare di politica. Tuttavia, richiamando un'immagine del cardinal Martini, oltre ai «cristiani della linfa», vi sono quelli «del tronco, della corteccia e infine coloro che come muschio stanno attaccati solo esteriormente all'albero». Per cui, a fianco di credenti convinti e attivi, è larga la quota di popolazione che continua ad aderire alla religione della tradizione più per i buoni pensieri che essa evoca che come criterio di vita, più per l'educazione ricevuta che per specifiche convinzioni spirituali. 

Franco Garelli
La religione, un bene rifugio per rispondere alla crisi
La Stampa, Vatican Insider, 2 novembre 2011
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Una politica senza religione di Giovanni De Luna
Politica e religione sconfitte dal mercato
di Simonetta Fiori

la Repubblica, 22 settembre 2013
 

La credibilità d’una classe politica si misura dalla sua capacità di costruire una “religione civile”? Se è vero questo assunto, su cui si regge il nuovo argomentato saggio di Giovanni De Luna, se ne ricava un giudizio sconsolato sul presente. E verosimilmente sul futuro. Mai come negli ultimi decenni la politica italiana ha dato prova di un vuoto colossale di valori e simboli, di principi, regole e memorie, anche “tradizioni inventate”, capaci di toccare le menti e i cuori dei singoli individui. Un deserto che ha contrassegnato non solo la “destra berlusconiana” millantatrice di un illusorio benessere e la “destra di Monti”, appiattita sul “culto dello spread”, ma anche quella «costellazione di feudi assetati di potere» in cui si è risolto il Partito democratico. Né si salva un nuovissimo attore come Grillo, artefice di un albero genealogico affollato di “morti per caso”, subalterno al “paradigma vittimario” della seconda Repubblica fondato sul dolore e sul lutto. Non c’è più “religione” nella politica italiana, dove per “religione” De Luna intende non certo una fede confessionale o una concezione sacralizzata del potere, ma «la costruzione di uno spazio pubblico di appartenenza e di cittadinanza». E una politica che non produce simboli, ammonisce lo storico, «si riduce alla semplice amministrazione tecnica dell’esistente».
Ma le classi dirigenti italiane sono mai state capaci di costruire una proposta forte di valori civili ed etici? Qui interviene lo sguardo lungo dello studioso che ripercorre una vicenda accidentata fin dalle origini della storia nazionale. Se nell’Italia liberale il progetto di “fare gli italiani” fu compromesso dal trasformismo, sotto il regime di Mussolini le cose andarono anche peggio. E nel lungo dopoguerra i due più grandi partiti, pur svolgendo una preziosa opera di «alfabetizzazione politica di masse spoliticizzate», continuarono a opporre religioni diverse e contrapposte. Anche il rilancio della Costituzione, negli anni Settanta, viene giudicato da De Luna «un’occasione mancata», spazzata via da una smisurata dilatazione dei partiti nello spazio pubblico. Fino alla “mutazione genetica” della stagione successiva, con la trasformazione delle forze politiche «in un ceto poco differenziato sul piano dei valori e molto intraprendente sul piano delle carriere». È qui che comincia quella “politica esangue”, “senz’anima”, destinata a soccombere soprattutto “nelle fasi di discontinuità”, quando le viene richiesto di produrre una nuova tradizione capace di confrontarsi con un panorama radicalmente modificato.
Alla “carestia morale” della politica nell’ultimo ventennio è corrisposta una Chiesa cattolica sempre più ingombrante, celebrata come «unico collante capace di tenere insieme gli italiani». Un progetto egemonico che ha trovato un pericoloso concorrente in una religione non meno pervasiva e potente, che è quella incarnata dal mercato. Alla “religione dei consumi”, che contamina la stessa fede cattolica (il mercimonio intorno a padre Pio) e invade territori di sua appartenenza come la vita e la morte, il sesso o i processi di formazione degli adolescenti,sono dedicati gli ultimi densi capitoli, con efficaci descrizioni di cimiteri trasformati da “luogo di lutto” a “luogo del loisir”.«Incalzati dal mercato», annota De Luna, «laici e cattolici sono oggi come due eterni duellanti, impegnati in uno scontro che prosegue sempre più stancamente: esausti e incapaci di accorgersi che il terreno del duello è cambiato e che stanno per essere sconfitti entrambi».
Vie d’uscita? La ricostruzione di De Luna, non priva di accostamenti inediti, approda a un epilogo malinconico. Esauriti i partiti di massa, nell’era del web e dei nuovi media, l’unica tradizione politica che gli italiani sono stati capaci di conservare è il populismo. Non una grandissima eredità. Sulla quale – conclude lo studioso – urge un leopardiano esame di coscienza.