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giovedì 9 luglio 2026

Gli stretti come armi

Federico Fubini
Da Hormuz a Bering, gli stretti come armi. La minaccia di Putin

Corriere della Sera, 9 luglio 2026

Il 4 luglio Dmitry Medvedev è tornato da Teheran a Mosca su un aereo di Stato russo. Attuale vicepresidente del Consiglio di sicurezza costituito dal Cremlino, già presidente durante un interludio fra il 2008 e il 2012 al potere di Vladimir Putin, Medvedev era stato inviato in Iran il giorno prima per guidare la delegazione di Mosca ai funerali dell’ayatollah Ali Khamenei.

Nel volo di ritorno, il dirigente russo ha pronunciato poche frasi che lasciavano capire quanto fosse precario l’equilibrio raggiunto fra Teheran e Washington attorno a Hormuz. Con la guerra «l’Iran si è trovato in possesso di un’altra arma, non meno potente di una bomba atomica: lo Stretto di Hormuz. Bloccando il passaggio, ha dimostrato il suo potere — ha detto Medvedev —. Sono in corso discussioni su come lo Stretto opererà in futuro. Credo che l’Iran abbia un asso nella manica oltre a questa “arma nucleare”: ha anche un’“arma termonucleare” e mi riferisco allo stretto di Bab el-mandeb — ha continuato l’ex delfino di Putin —: può essere usato, nel caso di un conflitto, per creare una situazione in cui tutti i trasporti di petrolio o altro siano completamente bloccati. Spero non accada, ma tutti gli Stati che cercano conflitti lo devono tenere presente».

L’ex presidente russo si era senz’altro appena informato presso i dirigenti di Teheran. Succedeva appena due giorni prima che la Guardia rivoluzionaria di Teheran tornasse a prendere di mira una nave gasiera del Qatar, una petroliera saudita e un terzo tanker da idrocarburi (di cui non si conosce l’identità). Nelle stesse ore un’altra petroliera indiana, la Lila Vadinar, si era avventurata verso l’uscita dello stretto, per poi invertire la rotta e tornare nel Golfo. Evidentemente si sentiva minacciata dai pasdaran.

La colpa di queste navi, con ogni probabilità, è di non aver chiesto una licenza di passaggio alla Guardia rivoluzionaria iraniana. Di non essersi registrate, nello specifico, alla «Autorità dello stretto del Golfo persico» che il regime di Teheran ha costituito in maggio per reclamare il diritto al controllo di quel tratto di mare. La nuova deflagrazione di guerra è infatti legata a questo equivoco che mina la tregua, evidente fin dalle prime ore dopo l’annuncio dell’intesa fra Stati Uniti e Iran per negoziare una pace (si veda il Corriere del 16 giugno). Teheran pretende di stabilire un sistema di licenze per l’accesso e l’uscita dal Golfo, se possibile con sistemi di pagamento. La Casa Bianca nei 14 punti del cessate-il-fuoco concordati a metà giugno aveva sottoscritto un passaggio decisivo: l’iran — si legge al punto cinque — dialogherà con l’Oman per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi di Hormuz (…) in linea con i diritti sovrani degli Stati costieri dello Stretto.

Già questa frase, accettata dagli americani, va vicina a violare i principi di libertà di navigazione che gli Stati Uniti stessi hanno fatto rispettare per 80 anni sulla base del diritto internazionale. L’iran l’ha letta come un diritto di pedaggio — esplicito o no — o almeno come un potere di controllo sulle acque. Il fatto stesso che Medvedev abbia esteso la minaccia anche allo stretto di Bab el-mandeb, che mette Suez e il Mediterraneo in comunicazione con l’asia e da cui passa oggi parte del greggio saudita, lasciava capire che i negoziati su Hormuz stavano andando male. Del resto Teheran aveva già fatto le prove generali del blocco degli stretti proprio istigando nel 2023 la milizia yemenita degli Houthi a bloccare Bab el-mandeb (da allora lì il traffico non si è più ripreso).

Inebriato dal relativo successo militare, è molto probabile che l’Iran abbia cercato di alzare la posta pretendendo forme di pagamento su Hormuz. Ma non è un caso che la vicenda interessi tanto i russi: Mosca impone già licenze e dazi — fino a 700 mila dollari per transito — alle navi che, grazie al riscaldamento globale, sempre più spesso attraversano l’artico (in acque internazionali) fra l’atlantico e le coste asiatiche del Pacifico. Il precedente di un controllo di Hormuz, magari con pedaggio, non farebbe che istigare nuove pretese russe sull’artico e sullo Stretto di Bering o magari, in futuro, della Malesia su Malacca e della Cina sullo Stretto di Taiwan. Così la libertà di navigazione che ha sorretto il commercio globale nel dopoguerra è entrata in una nuova era più impervia. Lo ha fatto nel giorno in cui le prime bombe di Donald Trump sono cadute su Teheran, quattro mesi fa.

I funerali di Ali Khamenei a Karbala

 


Nella città santa sciita di Karbala, dove ai funerali di Khamenei si promette vendetta

di Laura Silvia Battaglia, Karbala (Iraq)
In Iraq solo gli uomini delle Forze 
di mobilitazione popolare hanno l’onore di portare sulle loro spalle la bara della Guida suprema. Intanto Baghdad ha ordinato il disarmo delle milizie entro il 30 settembre
Avvenire, 9 luglio 2026


Quando i tre feretri della famiglia Khamenei compaiono dal fondo del santuario dell’imam Ali, migliaia di braccia si protendono verso l’alto. Sono due per ogni fedele: una è tesa nella dichiarazione di fedeltà, l’altra regge un telefonino per immortalare, in diretta o in differita, l’estremo saluto. Il grido è unico, potente e non lascia spazio ad alcun dubbio: «Labayk, ya Hussein», ossia: «Sono qui, pronto al tuo servizio, o Hussein». In mezzo a questa selva di
braccia e di mani, qualcuna, oltre al telefonino, regge anche la “misbaha”, il rosario islamico,
segno che l’attesa del feretro qui, al santuario, è stata lunga e che chi lo ha in mano ha pregato parecchio per il defunto. «Allah Yarhmo», «Che Allah abbia misericordia di lui», sussurra tra le lacrime Ali al-Tariqi, sessant’anni, che è arrivato a piedi la sera prima da al-Jariha, un villaggio appena fuori dalla città irachena che già ieri sera era presa d’assalto dai pellegrini. «La sua
morte è segno dei tempi, è monito per noi, è certezza della sua statura», afferma convinto,
prima di buttarsi nella mischia dei “lamentatori”. Intanto, le pareti interne del santuario
al-Abbas, coperte da 5milioni di tessere di specchio, si sono colorate improvvisamente di rosso, dall’alto, di lato, intorno al perimetro delle finestre geometriche, chiamate “gireh”. E si
alternano al verde, colore dell’islam, e al nero, simbolo della battaglia di Karbala, sugli
striscioni e sui manifesti che rammentano da giorni, qui in Iraq, l’evento.

Non c’è alcuno spazio per muoversi né nei corridoi che danno alla sezione più interna, né nella zona destinata ai media. «Abbiamo circa 4mila e 300 operatori» dice Saad Maan, il portavoce
del Comitato supremo che presiede le celebrazioni, di cui mille stranieri, provenienti da Paesi
non occidentali. Tra questi Maan conteggia anche gli influencer delle piattaforme social più popolari, invitati dal governo iraniano a partecipare al tour delle celebrazioni, da Teheran a Mashad. «Solo a Najaf sono arrivate venti stazioni di televisioni che operano via satellite per seguire la diretta senza interruzioni», precisa. Quasi nessuna donna è stata accreditata perché,
da sempre, alle donne è consentito sì l’accesso alla tomba dell’imam Ali, ma solo dal lato posteriore, e la cerimonia si svolge dal lato principale, dove entrano solo gli uomini. Per questo, i broadcaster hanno schierato impiegati e inviati uomini, per riuscire a seguire il feretro fino alla zona più riservata. Tutti vogliono pregare per lui, il nobile (“sayeed”) ayatollah Ali Khamenei, e possibilmente toccare il feretro. Ma solo a pochi – tutti militanti nelle Forze di Mobilitazione Popolare (Hashd Al-Shaabi), le milizie sciite irachene che hanno l’esclusivo controllo della sicurezza dell’evento – è concesso il massimo onore di portare il feretro della Guida suprema
a spalla.
Noi, dopo l’ultimo varco, ci accontentiamo di uno schermo della televisione del santuario,
Karbala tv, che trasmette le immagini della cerimonia nella zona interdetta, e di raccontare la devozione delle donne. Da Jisr Diyala, la zona di Baghdad con il numero più significativo di
abitanti che si identificano nello sciismo duodecimano militante e fedele ai pasdaran iraniani,
arriva Aisha al-Basri, 25 anni, le sopracciglia folte e il sorriso fiero e triste, allo stesso tempo, mentre prega: «Sayyed Khamenei, che Allah gli garantisca i suoi giardini, così come spero sia stato per mio fratello Hussein che è morto nel 2017 nel Nord dell’Iraq, combattendo contro
Daesh, lo Stato islamico!». Il fratello di Aisha è uno tra i 20mila iracheni che persero la vita
dopo avere aderito alla chiamata del grande ayatollah di Najaf, Ali al-Sistani, che nel 2014
chiamò a raccolta i fedeli per mobilitarsi contro il terrorismo sunnita. Il Sud del Paese, da alcuni giorni, è nelle loro mani e in quella di tutte le altre milizie filo-iraniane che hanno negoziato il controllo e 
la completa gestione dell’evento con le autorità religiose dei due santuari, di Najaf e Karbala, da cui il feretro di Khamenei e dei suoi familiari è passato. Esigenze di sicurezza che
si tramutano 
in paranoia specialmente nel controllo dei passaporti stranieri, soprattutto dopo le dichiarazioni di Netanyahu, su possibili obiettivi da colpire durante le celebrazioni. Sta di fatto
che
dell’esercito regolare iracheno non c’è quasi traccia. 

È la prima volta che succede ed è significativo che accada in un momento in cui il nuovo primo ministro Ali al-Zaidi, un giovane imprenditore fortemente gradito agli Stati Uniti e prossimo a un viaggio a Washington, abbia inaugurato una campagna anti-corruzione nel Paese e rimarcato,
con ultima data utile il prossimo 30 settembre, la necessità per le milizie di disarmarsi. Intanto,
i 230mila iscritti alle cinquanta sigle dell’ombrello delle Forze di Mobilitazione Popolare –
Brigate Imam Ali, Khataib Hezbollah, Asaib Ahl al-Haq tra le tante – fanno di tutto per rendersi visibili durante i funerali: tra i più di 2milioni di iracheni, arrivati qui sotto i 47 gradi dell’estate
della Mesopotamia, i miliziani indossano la divisa militare con orgoglio, fanno gruppo e
mostrano il loro lato più devozionale, lanciando getti di acqua fresca sulla folla e offrendo pasti
ai pellegrini: pane, yogurth, carne. Ma, se ci fosse qualche dubbio sugli obiettivi reali,
contribuisce a fugarlo sheikh Qais al-Khazali, leader spirituale delle Asaib Ahl al-Haq che, oltre
a definire Khamenei «il portabandiera della verità nel nostro tempo», ricorda che non si può abbassare la guardia: «Ci vendicheremo dei criminali», tuona, affinché il messaggio venga recapitato forte e chiaro. Intorno, tutti annuiscono con soddisfazione. Qui, a Karbala, non c’è nemmeno bisogno di gridare: «Morte a Israele». La folla è già d’accordo.


martedì 16 giugno 2026

Vittoria di regime

Renzo Guolo 
Trionfo Pasdaran e dissidenza spezzata: una vittoria di regime

Domani, 16 giugno 2026

L’accordo tra Usa e Iran c’è. Sotto forma di memorandum che fissa il termine di sessanta giorni per fare l’accordo – dunque rinviando i nodi più spinosi a futuri colloqui – ma c’è. Insieme al proseguimento della tregua, l’ unica tangibile novità è la riapertura di Hormuz.

Trump prova a vendere come vittoria un autentico disastro strategico. Certo, con l’ausilio di Israele, ha decapitato il vertice del gruppo dirigente iraniano, seriamente danneggiato il programma nucleare, il potenziale bellico e l’industria degli armamenti di Teheran, ma, alla fine della tragica giostra, “Furia epica” ha prodotto il rafforzamento esterno e interno del regime. Oltre a aver introdotto nel gioco la variabile Hormuz, destinata a condizionare, anche in futuro, l’economia mondiale. Come sembra certificare Teheran precisando che l’intesa recepisce che la sovranità sullo Stretto è condivisa tra Iran e Oman e che per transitare si pagherà un pedaggio.

Gli iraniani sono riusciti a mettere seriamente alla prova anche i rapporti di Washington con gli alleati del Golfo, ai quali, nonostante i decantati Accordi di Abramo, gli Usa non sono riusciti a garantire sicurezza. Sul fronte della lotta tra Grandi Imperi, poi, il proposito dell’America di infliggere un duro colpo al competitore strategico Cina è fallito. Pechino, maggiore importatore del petrolio iraniano, è stato decisivo nel chiudere la guerra, premendo su Teheran e contando sui rapporti con Islamabad. Insomma, un’autentica debacle per il tycoon, che aveva fretta di chiudere per uscire dalla trappola persiana e passare, con minori danni possibili, le forche caudine di midterm. Anche a costo di infliggere un sonoro “schiaffo” al sabotatore Netanyahu, che sino all’ultimo ha cercato di far saltare l’accordo colpendo Beirut e ribadisce che Israele non si ritirerà dal Paese dei Cedri.

Uno stato d’animo assai diverso regna a Teheran. L’aver resistito militarmente al “Grande” e “Piccolo” Satana, all’America tornata “Orchessa del mondo” e al sempiterno “nemico sionista”, e condotto un’azione diplomatica a tutto campo – che ha, tra l’altro, reso palese, l’inadeguatezza negoziale di personaggi come Witkoff e Kushner – consolida la Repubblica Islamica.

Il regime ha mostrato una tenuta non attribuibile solo alla violenta repressione dell’opposizione o al blackout di Internet, ma anche al riflesso patriottico che ha saputo suscitare toccando il tasto, sempre caldo, del nazionalismo persiano. A dimostrazione che, come ogni regime fondato sulla mobilitazione totale, una parte del paese lo appoggia. In quella oligarchia di fazioni che è la Repubblica Islamica, arena di partiti che competono aspramente dentro i confini islamici del “sistema”, solo gli intransigenti della corrente di estrema destra Paydari restano contrari all’accordo.

L’Iran esce, dunque, come vincitore politico della guerra. Una volta concluso l’accordo definitivo, la Repubblica Islamica potrà ridefinire i suoi equilibri interni fuori dall’emergenza del conflitto esistenziale che l’ha investita. E verificare se l’asse tra conservatori pragmatici (rappresentati, dopo la scomparsa di Larijani, da Ghalibaf), quel che resta del clero conservatore raggruppato attorno alla nuova Guida Mojtaba Khamenei e i Pasdaran, reggerà. O se, forti dell’aver salvato in armi il regime, i Guardiani della Rivoluzione marceranno decisamente sulla via del potere militare.

Quanto all’opposizione, illusa dagli appelli filo-insurrezionali di Trump e Netanyahu, l’accordo rappresenta l’ennesimo colpo, e conferma come al tycoon non sia mai importato nulla del cambio di regime a Teheran. Difficile pensare che questo variegato fronte possa superare facilmente lo scacco, politico ma anche psicologico, intrinseco a questo palese tradimento. Tanto più che, se riuscirà a far cancellare le sanzioni, il regime potrà redistribuire e riacquisire consenso.

domenica 14 giugno 2026

Le ombre del dopoguerra

Guido Rampoldi
Il dopoguerra è già iniziato ed è affollato dalle ombre

Domani, 14 giugno 2026

La pace non è stata ancora firmata ma il dopoguerra sembra già cominciato e si può scommettere che non mancherà di sorprenderci. Innanzitutto perché il campo di battaglia ha dimostrato che la formidabile alleanza israelo-americana non è quale si pretendeva all’inizio del conflitto: né onnipotente né solidissima.

La sua indiscussa superiorità tecnologica deriva dall’impiego di armi certo dominanti, ma costosissime e contrastabili con armi molto più economiche. Quando occorre un missile Patriot da 4 milioni di dollari per abbattere un drone costato cento volte di meno, la sproporzione condanna chi impiega hi-tech a chiudere in fretta il conflitto prima che il costo diventi insostenibile. Tanto più se il nemico, com’è il caso dell’Iran, riesce a incassare i colpi, moltiplicare i fronti e dilatare la geografia del conflitto.

Secondo uno dei migliori specialisti di Iran, Trita Parsi, con questa guerra gli Stati Uniti hanno perso la capacità di farsi assecondare lanciando intimazioni muscolari. La constatazione ha irritato l’amministrazione Trump, dove alcuni hanno suggerito di deportare Parsi. L’equivalente di sparare al messaggero perché il messaggio è sgradito. Col risultato di aumentarne la risonanza.

Inoltre le monarchie del Golfo hanno dovuto prendere atto che gli Stati Uniti non erano in grado di proteggerle dalle rappresaglie iraniane, pessima sorpresa per stati che attiravano grandi investitori con la garanzia d’essere al riparo da turbolenze e rischi mediorientali. Furenti con Trump e con Netanyahu per averli coinvolti nel conflitto, ora quei sovrani dovranno trovare il modo di convivere con il nemico di sempre, l’Iran. L’occasione la offrirà la necessità di inventare un patto regionale per la navigazione nello stretto di Hormuz.

Per trovare un compromesso con Teheran le petro-monarchie dovranno necessariamente marcare la distanza da Israele, che da anni confidava di attrarli in una rete di alleanze con la politica detta dei “patti abramitici”. Perfino l’alleato arabo del governo Netanyahu, gli Emirati, dopo aver sperato inutilmente nella resa degli ayatollah ha preferito negare all’aviazione israeliana il permesso di sorvolo che le era necessario per continuare a bombardare l’Iran. A sua volta il vertice iraniano continuerà a coltivare propositi di vendetta contro Israele, ma probabilmente attenuerà i furori ideologici verso i regni sunniti e si scoprirà pragmatico, soprattutto se in futuro potrà impiegare i fondi attualmente congelati all’estero per rilanciare un’economia disastrata. In quel caso i primi beneficiari saranno le Fondazioni, conglomerati che curano la vasta clientela del regime.

Per Netanyahu la guerra che doveva far implodere l’Iran si è dimostrata non solo un fallimento ma perfino un boomerang. Dopo aver convinto Washington a lanciare l’attacco promettendogli una vittoria facile, il premier israeliano è ora il condottiero di un paese screditato, impopolare perfino nel segmento giovane della destra Usa. Trump lo tratta con malagrazie e non lo nasconde. L’opposizione gli rimprovera di ubbidire a Washington. E lui non sa come chiudere le guerre in cui è impelagato: Libano, Gaza, West Bank, Siria. È improbabile che Washington gli volti le spalle concludendo con l’Iran una sorta di pace separata.

Ma non è Teheran che deve preoccuparlo. Con la guerra è entrata in crisi la logistica cui Israele affidava la speranza di una propria centralità nello spazio tra l’oceano Indiano e l’Europa. Lo strumento sarebbe stato l’Imec (India-Middle East-Europe Economic Corridor), da Mumbai all’Europa via Emirati, Arabia Saudita, Giordania, Israele, Grecia, Trieste e Marsiglia. A scalzare Israele da quella direttrice potrebbe essere una variante in via di costruzione lungo l’asse Turchia-Arabia Saudita-Siria, quest’ultima avviata a diventare un protettorato commerciale turco. I frequenti scambi di insulti tra Erdogan e Netanyahu («genocida!») sono la teatralità di un’inimicizia che rimanda a duri interessi strategici. La sorte di Gaza e dei gazawi non potrà che inasprirla.

sabato 13 giugno 2026

Missione compiuta: l'America ha perso la guerra

Renzo Guolo
Da Hormuz al nucleare: i vincitori della guerra sono i turbanti di Teheran

Domani, 12 giugno 2026

Tronfiamente, più che trionfalmente, Donald Trump annuncia, come di consueto, di aver vinto la guerra e che si è giunti al fatidico momento del deal, l’accordo, con l’Iran. A loro volta, gli iraniani fanno sapere che il memorandum non è ancora stato siglato e, soprattutto, che taluni particolari destinati a sostanziarlo sono ancora all’esame del poliarchico gruppo dirigente. Susseguirsi di smentite e accuse che conferma come la trattativa sia in fase avanzata ma non ancora conclusa.

Anche se nemmeno l’abbattimento dell’ultratecnologico Apache, i lanci di bombe e missili che ne sono seguiti, la minaccia di far sbarcare i marines a Kharg sembrano averla arrestata.

Fretta tradita


Entrambi i contendenti hanno bisogno di chiudere: Trump perché a pochi mesi dal midterm e con i Mondiali di calcio in casa, arena che potrebbe divenirgli fatale in caso di spiacevoli incidenti bellici, deve far dimenticare che la guerra è politicamente persa. L’Iran, perché, per quanto abbia mostrato capacità di resistenza, fatto fronte a un’imponente asimmetria militare, giocato la carta di Hormuz trasformando il conflitto da regionale a globale, spezzato l’illusione dei paesi del Golfo di eludere i nodi che aggrovigliano il Medio Oriente, la situazione economica interna è grave, e nemmeno il riflesso patriottico scattato davanti all’aggressione esterna è sufficiente per reggere la distruzione delle infrastrutture civili e del tessuto sociale.

Deal o tavafoq (la parola farsi che sta per “accordo”), insomma l’accordo lo vogliono a Washington come a Teheran. Ma saranno i famosi particolari di cui vociferano le cancellerie di mezzo mondo a decidere del come e quando. Pochi dubbi, invece, stando così le cose, che i vincitori del conflitto siano gli elmetti e i turbanti di Teheran. Perché l’Iran ha resistito alla soverchiante superiorità militare del “Grande” e del “Piccolo” Satana, e, dunque, sconfitto, nella realtà e nell’immaginario popolare, gli storici nemici “americano-sionisti”.

Perché il regime change evocato, e venduto come cosa fatta da Netanyahu a Trump per convincerlo a intervenire, non si è verificato.

Esiti che, di sicuro, non hanno rafforzato l’opposizione, più che mai consapevole che, dopo quanto accaduto, nessun “amico americano” o israeliano, potrà proteggerla dalle notti senza notte, illuminate dalle scie dei traccianti, in cui potrebbe precipitare nel corso della repressione che seguirà la stabilizzazione postbellica.

Il discusso memorandum è visto in modo assai diverso da Teheran o da Washington. Il che conferma che si tratta di un documento generico, che rinvia lo scioglimento dei nodi più spinosi ai 60 giorni di tregua successivi. Il punto più significativo sarebbe la riapertura di Hormuz da parte dell’Iran, che prima della guerra non aveva il controllo dello Stretto, regalatogli dall’insipiente strategia americana. Il testo prevede che si torni alla situazione precedente, anche se nulla garantisce che, una volta smobilitata la flotta Usa, in rotta verso il più cruciale Pacifico, Teheran possa ripetere la mossa.

Così anche il sospiro di sollievo dei dirimpettai del Golfo è contenuto: come se la ritrovata agibilità dello Stretto non potesse cancellare il colpo subito, per opera dei missili lanciati dal vicino persiano, dal loro tentativo di emanciparsi dalla monocultura energetica dando forma a un avveniristico agglomerato tecno-turistico-finanziario. Colpo riverberatosi anche sugli Accordi di Abramo: perché, si chiedono monarchi e principi della regione, a partire dai sauditi, dovremmo aderire a un’alleanza che si è mostrata incapace di proteggerci?

L’atomo “obamiano”


Quanto al nucleare, Trump occulta che il massimo che potrà ottenere è ciò che aveva già incassato l’odiato Obama con l’accordo dal quale The Donald è uscito. Già allora l’Iran aveva rinunciato al nucleare militare, tornato a essere più che una suggestione dopo la decisione dell’egolatrico tycoon. Teheran accetterebbe di diluire, sotto controllo Aiea, l’uranio già stoccato e di arricchire in misura minore la futura produzione. Mantenendo, però, come espressione di sovranità, la tecnologia per il nucleare civile. Il tavafoq in versione iraniana prevederebbe anche la sospensione delle sanzioni petrolifere e lo sblocco di parte dei fondi congelati. Sul resto, dal sistema missilistico ai rapporti con i proxies, al Libano che Teheran intende tenere legato alla trattativa in nome della strategia dei “fronti convergenti”, nessuna concessione.

Di fronte a una simile “vittoria” trumpiana, il sabotatore Benjamin Netanyahu difficilmente abbozzerà. La riaffermata “libertà d’azione” israeliana, in nome delle esigenze di sicurezza, resta il grimaldello capace di rimettere tutto in discussione.