mercoledì 1 aprile 2026

Gli imprevisti della guerra

Mario Del Pero 
Trump in un cul-de-sac ora fa il gioco dell'Iran (e di Netanyahu)

Domani, 1 aprile 2026

È oggettivamente difficile, se non impossibile, seguire Donald Trump nelle sue tante esternazioni sulla guerra in corso. Perché tutto e il suo contrario viene detto quasi quotidianamente; perché alcune dichiarazioni sfidano qualsiasi razionalità e buon senso; e perché l’ostentato ottimismo pare stridere con un conflitto che si sta protraendo ben oltre il previsto e con la inattesa capacità iraniana di socializzarne, regionalmente e globalmente, i costi, attraverso gli attacchi a vari paesi del Golfo e la chiusura dello Stretto di Hormuz (con la paradossale conseguenza che uno dei temi dei negoziati in corso, e delle leve negoziali di Teheran, è il ripristino di una condizione – la riapertura di Hormuz – venuta meno proprio a causa della guerra).

Gli obiettivi dell’attacco di Israele e Stati Uniti sono in realtà chiari: indebolire drasticamente il regime iraniano, impedendogli di continuare a minacciare Israele o di ambire a svolgere un ruolo significativo nelle dinamiche mediorientali; estendere il dominio regionale di una Grande Israele, che in parallelo risolve con violenza, espulsioni e annessioni le “questioni” di Gaza e Cisgiordania; rendere i paesi del Golfo degli hub finanziari e tecnologici, dalle criptovalute all’intelligenza artificiale, grazie ai loro ingenti capitali e alla disponibilità a indirizzarli verso specifiche attività imprenditoriali, incluse quelle della famiglia Trump.

L’opacità della politica e le nebbie della guerra si sono però da subito frapposte a un disegno così nitido e all’apparenza coerente. Il regime iraniano non è imploso, confermando per il momento quanto illusorio sia credere che il dispiegamento della forza militare possa produrre facili palingenesi politiche e sociali (una lezione, questa, anche recente – si pensi solo a Iraq e Afghanistan – che pare però essere stata dimenticata molto rapidamente). L’instabilità provocata dalla guerra ha alimentato turbolenze borsistiche che vanno a colpire molti piccoli investitori statunitensi. Il blocco di Hormuz ha provocato una crescita dei prezzi, con potenziali spirali inflattive che spaventano i consumatori americani, i cui indici di fiducia sono oggi ai minimi storici, al di sotto addirittura dei livelli raggiunti durante la grande crisi del 2008-9. E una chiara maggioranza dell’opinione pubblica Usa, oltre il 60 per cento, considera la guerra un grave errore.

Trump e il suo segretario della Guerra rispondono con un lessico estremo e caricaturale, che combina apocalissi veterotestamentarie, nuove crociate suprematiste e machismi tardo-adolescenziali («nessuna tregua né pietà verso i nemici – ha tuonato Hegseth – niente assurde regole d’ingaggio … niente guerre politicamente corrette», l’obiettivo è la «massima letalità, non l’insulsa legalità»). Al netto di queste esibizioni ad alto contenuto testoteronico, solo due opzioni sembrano disponibili: alzare ulteriormente la soglia dell’escalation, facendo eventualmente uso delle forze speciali dispiegate di recente nel Golfo; o cercare una qualche via di uscita, con un accordo con l’Iran che di certo non può essere basato sui termini (di fatto una resa senza condizioni) prospettati da Washington.

L’escalation rischia di accentuare ancor più i costi globali del conflitto e di provocare un numero crescente di vittime statunitensi, acuendo così l’opposizione alla guerra negli Usa. Il disimpegno negoziato espone a un’umiliazione, minando la credibilità della politica estera di Trump e delle sue velleità neoimperiali. Entrambe le opzioni sono peraltro condizionate dalle scelte di due attori – l’alleato israeliano e il nemico iraniano – che diversamente dagli Usa paiono invece avere un interesse a proseguire il conflitto. Per infliggere un danno permanente e strutturale alle capacità militari e industriali dell’Iran, nel caso di Tel Aviv. Per completare il recupero di una capacità deterrente che sembrava essere venuta meno, e capitalizzare diplomaticamente su di essa e sul controllo delle cruciali rotte navali del Golfo Persico, in quello di Teheran.

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