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lunedì 20 aprile 2026

Il paese immobile

Angelo Panebianco
La società che sceglie l'inerzia

Corriere della Sera, 20 aprile 2026

Il rifiuto dell’innovazione. Perché alla retorica del «cambiamento» corrisponde in Italia, sulle cose che maggiormente contano, l’immobilità? Perché il Paese non riesce da decenni a schiodarsi da una situazione che combina crescita asfittica (dello zero virgola) e il peso di un debito pubblico asfissiante? Perché i governi, dei più diversi colori, che si sono susseguiti, non sono riusciti a cambiare le cose, a innescare un percorso virtuoso? Ha scritto Sabino Cassese (Corriere del 10 aprile) che, se si osserva l’attività del governo Meloni si constata che esso, fatta eccezione per il referendum sulla giustizia, ha scelto di concentrarsi su «(…) questioni di low politics, e seguendo un criterio di riformismo ridotto, ascoltando più gli interessi che le opinioni (…). Ha fatto una politica finanziaria prudente nell’interesse del Paese ma senza una spending review che avrebbe consentito di accertare dove si possono fare risparmi (…)». In sostanza, ha scelto il quieto vivere, senza quei drastici interventi (per esempio, in materia di riforma della pubblica amministrazione), da anni invocati e mai attuati. Per molti versi, un governo in continuità con i governi del passato. E, molto probabilmente, anche del futuro. È ormai consuetudine che se cambiano i governi ci sia certamente un ricambio nelle clientele (alcuni gruppi vengono tassati di più e altri meno, si fanno assunzioni, si distribuiscono selettivamente sussidi, eccetera...) ma i nodi che bloccano la società italiana non vengono aggrediti.

Se questo è uno dei banchi di prova fondamentali per giudicare un governo, allora si deve constatare che, quale che fosse o sia la maggioranza di governo o il suo colore politico, nessun esecutivo è fin qui riuscito a favorire una forte ripresa della crescita economica. Forse non è solo la maggiore o minore stabilità dei governi o il loro orientamento politico a contare. In passato, si attribuivano soprattutto all’instabilità governativa, all’esistenza di forti poteri di veto o all’impossibilità, stante le caratteristiche della nostra Costituzione, di disporre di una efficiente democrazia governante, le principali cause dell’immobilismo. Ma c’era e c’è di più. Come si sa, è consuetudine di tanti osservatori concentrare la loro attenzione sulla «qualità» della classe politica (in genere, per esprimere su di essa giudizi severi). Della «qualità» del pubblico, invece, non si parla quasi mai. Come se fosse un argomento tabù.

Sfrondata dalla retorica, l’essenza della politica democratica consiste in un rapporto di scambio: da un lato, i vari settori della classe politica offrono «politiche», ossia interventi più o meno coordinati su un insieme di questioni, o promesse di politiche, dall’altro lato, gli elettori, con il loro voto, «comprano» l’una o l’altra delle offerte politiche in competizione. Il venditore (il politico), solo a proprio rischio e pericolo, può mettere in commercio merci (ossia politiche o promesse di politiche) che non incontrino i gusti del consumatore/elettore. Proprio qui, forse, sta il principale ostacolo.

Se è di crescita economica che si parla, allora bisogna constatare che ampi settori della società italiana si sono ormai da tempo adattati a convivere con condizioni di bassa crescita o di assenza di crescita. Ci si lamenta continuamente dei bassi salari e dei bassi stipendi, ma ci si guarda dal mettere il dito sulle cause. La domanda che arriva ai politici non è: contribuite a rilanciare lo sviluppo. La domanda è: dateci bonus e sussidi. E la politica si adegua. Mancando una forte domanda del pubblico di maggiore sviluppo, la politica non ha alcun interesse a scatenare contro se stessa l’ostilità dei tanti poteri di veto che alimentano in Italia le varie rendite e che sarebbero danneggiati da misure volte a favorire lo sviluppo. Se quella domanda ci fosse, i poteri di veto ovunque si annidino (dentro e fuori la pubblica amministrazione) potrebbero essere piegati e sconfitti. In assenza di quella domanda nessun governo si azzarda a suscitarne l’ostilità. Il prezzo politico da pagare è ritenuto troppo alto.

Se ci si pensa, c’è un legame fra i temi dell’economia e quelli della sicurezza. Ci si lamenta dei salari bassi ma non ci sono sufficienti spinte sociali a favore della crescita. In materia di sicurezza accade qualcosa di simile: c’è un’opinione pubblica spaventata (e ne ha motivo) per quanto accade intorno a noi, percepisce che siamo entrati in un mondo in cui la sicurezza dell’Italia non è più garantita come lo è stata a lungo ma, al tempo stesso, come i sondaggi rilevano, è poco disponibile a fare qualche sacrificio per la difesa del Paese.

Le cause di tutto ciò sono tante ma forse la più importante è l’inverno demografico, l’invecchiamento della popolazione. Innovare, come sarebbe necessario, significa investire sul futuro. Ma una società invecchiata si preoccupa assai più del presente che del futuro. Le società che invecchiano sono al riparo dalle rivoluzioni (le rivoluzioni avvengono, quando avvengono, in società demograficamente giovani). In compenso diventano allergiche alle innovazioni che potrebbero sconvolgere abitudini, routine consolidate.

Non se ne esce dunque? Non è necessariamente così. Non è detto che, al netto della retorica politica, la continuità debba sempre prevalere. Le pressioni esterne, sia quelle derivanti dagli effetti dello sviluppo tecnologico sia quelle provocate dai cambiamenti negli equilibri internazionali, sono talmente potenti che se i Paesi europei che maggiormente contano imboccheranno la strada giusta, anche un’Italia riluttante, così poco amichevole nei confronti dell’innovazione, potrebbe essere trascinata dalla corrente. Ricavandone benefici. È irrealistico? Sicuramente lo è meno che fingere di non vedere le cause, lontane e vicine, delle nostre difficoltà presenti.

lunedì 13 aprile 2026

Come Trump sta distruggendo il suo paese

Rebecca Solnit
Gli Stati Uniti si stanno autodistruggendo
The Guardian, 12 aprile 2026

Gli Stati Uniti sono sotto attacco, e si tratta di un complotto interno. Ogni dipartimento, ogni ramo, ogni ufficio e funzione del governo federale viene corrotto in modo fatale, smantellato o reso inutilizzabile. Tutto ciò è di dominio pubblico, ma poiché emerge a poco a poco in articoli di cronaca riguardanti questo o quel dipartimento specifico, i resoconti non descrivono mai adeguatamente un'amministrazione che sabota il funzionamento del governo federale e che, al contempo, sta devastando l'economia globale, le alleanze e le relazioni internazionali, nonché l'ambiente nazionale e globale, in modi che avranno conseguenze a catena per decenni e forse, soprattutto per quanto riguarda il clima, per secoli.
In tutti i rami del governo, i servizi che dovrebbero proteggerci – il monitoraggio degli arsenali nucleari, la sicurezza informatica, la lotta al terrorismo – vengono indeboliti, ridotti di personale o completamente smantellati. Anche un altro tipo di protezione, che comprende la sanità pubblica, i programmi di vaccinazione, la sicurezza alimentare, l'aria e l'acqua pulite, i servizi sociali, i diritti civili e lo stato di diritto, è sotto attacco. Il governo federale che dovrebbe essere al nostro servizio viene affamato, mentre il governo federale che serve l'agenda di Trump e l'oligarchia si sta ingozzando di denaro pubblico, comprese le somme grottesche destinate al Dipartimento per la Sicurezza Interna e alle forze armate statunitensi, ora trasformate nella contorta visione di Pete Hegseth in una spietata forza mercenaria. Secondo alcune fonti, Hegseth avrebbe ostacolato le promozioni di oltre una dozzina di ufficiali neri e donne.

È sorprendente che il ritornello costante del team di Trump sia che non possiamo permetterci di proteggere i più vulnerabili o di provvedere alla popolazione, motivo per cui l'uomo più ricco del mondo, Elon Musk, in cima al Doge, ha smantellato l'USAID lo scorso anno , causando già decine di migliaia di morti per fame e malattie prevenibili. La guerra con l'Iran sta creando una crisi dei fertilizzanti in Europa, Africa e Asia che potrebbe a sua volta provocare carestie diffuse. Nel frattempo, l'ex capo della sicurezza interna Kristi Noem ha speso più di 200 milioni di dollari in una campagna pubblicitaria con se stessa come protagonista, prima di essere licenziata.

Sebbene la guerra contro l'Iran, del tutto gratuita e letteralmente ingiustificata, presenti aspetti ben peggiori, il fatto che stia bruciando miliardi di dollari al giorno è impressionante, considerando gli enormi tagli alla tutela ambientale e ai parchi nazionali, il sabotaggio di fatto del servizio forestale e la concessione di terreni pubblici compagnie di combustibili fossili e interessi minerari . Le sedi centrali del servizio forestale vengono spostate in tutto il paese, il che probabilmente provocherà numerose dimissioni, come già accaduto per il Bureau of Land Management durante il primo mandato di Trump . Più di 50 stazioni di ricerca del servizio forestale verranno chiuse, con conseguente ulteriore perdita di ricerche, dati, strutture e personale insostituibili.

Trump ha detto nel suo noioso e monotono discorso della scorsa settimana: "Non possiamo occuparci degli asili nido. Siamo un grande Paese... Stiamo combattendo guerre... Non è possibile per noi occuparci degli asili nido, di Medicaid, di Medicare, di tutte queste cose individuali". I vostri soldi, i nostri soldi, le nostre terre pubbliche, i nostri figli. Trump ha persino corrotto i costruttori di parchi eolici offshore con quasi un miliardo di dollari per fermarli, solo perché ha una vendetta personale contro i sistemi di energia pulita. Gli Stati Uniti un tempo erano leader mondiali nella ricerca scientifica, compresa la ricerca medica, che aveva portato a importanti scoperte nel trattamento delle malattie e nella salute, ma tutto ciò è stato drasticamente ridotto. Questo è un omicidio.

Il vecchio aforisma sul tempo necessario a una portaerei per invertire la rotta potrebbe spiegare perché la nazione sembra relativamente stabile e perché le reazioni sono state inadeguate; l'impatto completo deve ancora manifestarsi. A un certo punto, se la nave non inverte la rotta, forse inizierà a imbarcare acqua, a inclinarsi pericolosamente o a colpire un iceberg, o forse l'iceberg è sempre stato lì e si chiama Donald Trump. Ha iniziato una guerra senza un motivo preciso – è stata usata la parola " divertimento" – che sta ulteriormente minando l'economia globale che ha già gravemente danneggiato con i suoi dazi in continua evoluzione. Le imprese hanno bisogno di poter pianificare, e i dazi che triplicano, si annullano e riappaiono come i suoi umori minano questa capacità. Allo stesso modo, le minacce non mantenute, i colloqui mai avvenuti, le azioni dell'amministrazione annullate dai tribunali diventano forme di scossa politica, che sballottano tutti e tutto, una dimostrazione di forza che è anche una dimostrazione di incoerenza e incoerenza.

Dobbiamo parlare della ricostruzione che un paese devastato e corrotto deve affrontare per tornare a funzionare.

Ma l'offensività potrebbe distrarre dalla distruttività. Un intero settore dei media mainstream ora funge da medium, tentando di interpretare le azioni di Trump per cercare di inserirle nel contesto di una leadership competente e di programmi coerenti e consistenti. Se ci fosse un programma coerente, sarebbe distruttivo, malevolo. Il nuovo slogan popolare "lo scopo di un sistema è ciò che fa" è utile in questo caso, perché ciò che questo sistema fa è indebolire, danneggiare, corrompere e nuocere. L'idea che esista un programma coerente guidato da Vladimir Putin funziona nel senso che la maggior parte di ciò che Trump ha fatto è positivo per l'anziano dittatore russo, ma negativo per gli Stati Uniti.

È anche evidente che Trump voleva tornare al potere in parte per vendicarsi di un Paese che nel 2020 lo aveva respinto, come a volte un ex partner si trasforma in uno stalker omicida nei confronti della donna che ha osato sfuggirgli, e nello specifico per vendicarsi degli individui e delle istituzioni che lo avevano perseguitato per crimini o che in altro modo lo avevano ostacolato. Trump, a un certo livello, sa di star fallendo politicamente, cognitivamente e fisicamente e vuole trascinare tutto con sé nella rovina, come gli antichi sovrani venivano sepolti con i loro cavalli e servitori sacrificati. Inoltre, mentre la morte gli incombe, cerca di conquistarsi un po' di immortalità apponendo il suo nome su edifici, permessi per i parchi e persino sulla moneta.

Ma cercare di capire le motivazioni è un passatempo quando l'attenzione deve essere rivolta alle conseguenze. Non abbiamo bisogno di capire questi criminali per cercare di contenerli e, in definitiva, eliminarli. Non dureranno per sempre, e dobbiamo pensare a cosa succederà quando se ne saranno andati – parlare del tipo di ricostruzione che gli Stati Uniti dovranno affrontare per la prima volta dalla guerra civile, la ricostruzione che un paese devastato e corrotto deve attraversare per tornare a funzionare. Ma non per tornare a come erano le cose prima.

Sono le debolezze antidemocratiche del nostro sistema ad aver creato le vulnerabilità che hanno permesso che ciò accadesse: il collegio elettorale e la soppressione del voto che hanno dato a Trump una vittoria di minoranza nel 2016, la manipolazione dei distretti elettorali che ha conferito a un partito di minoranza la maggioranza al Congresso e nelle assemblee statali, una Corte Suprema grottescamente corrotta e non responsabile e l'influenza corrosiva degli ultra-ricchi in un sistema che conferisce loro un potere di portata tale da rappresentare un attacco diretto alla democrazia. Dobbiamo immaginare un Paese più democratico, più egualitario, più generoso, un Paese che operi riconoscendo l'abbondanza di ricchezza che dovrebbe servire a tutti noi – e anche alla natura e alle generazioni future – anziché essere guidato dalla povertà morale dei miliardari. 


sabato 4 aprile 2026

Quello che dicono i numeri

Roberto Ciccarelli
Lavoro: per Meloni finiscono i record "dal tempo di Garibaldi"

il manifesto, 4 aprile 2026

Quando, il prossimo nove aprile, Giorgia Meloni andrà alle Camere per inaugurare la «fase due» di un governo azzoppato dalla sconfitta al referendum sulla giustizia parlerà dei record sull’occupazione «sin dai tempi di Garibaldi». Userà anche i dati di febbraio 2026 comunicati ieri dall’Istat come paravento per coprire il proprio fallimento politico. Praticherà la consueta distorsione cognitiva basata sul segno + messo davanti a un numero e cercherà di farlo passare come la prova di un’avanzata della «Nazione».

L’impresa non sarà semplice. Per l’Istat a febbraio l’occupazione è diminuita di 29 mila unità, il tasso disoccupazione è salito a 5,3%, quello dell’occupazione è calato al 62,4%. Il primo + al quale la presidente del Consiglio potrà aggrapparsi è quello messo accanto al numero degli occupati nell’ultimo anno: sono 13 mila in più. Quello che Meloni però non farà è la comparazione tra la media dell’ultimo anno (febbraio 2025-2026) e quella dell’anno precedente (febbraio 2024-2025). Da questa semplice operazione emerge un fatto politico che smentisce l’impianto propagandistico della sua «comunicazione». A febbraio 2025 l’occupazione era aumentata di 351 mila unità rispetto all’anno precedente. Dodici mesi dopo l’aumento è diminuito a sole 13 mila unità.

Questo significa che la crescita del lavoro povero, sia pure con il contratto a tempo indeterminato, si sta fermando. E il governo si ritrova in una congiuntura economica negativa che si è fatta ostile nel momento in cui l’«amico americano» Trump ha lanciato una guerra contro l’Iran insieme a Netanyahu.

La «fase due» del governo è il vestito da fare indossare a un mercato del lavoro stanco e squilibrato. In un anno la disoccupazione è diminuita, ma non si è trasformata in nuova disoccupazione, bensì in «inattività»: la condizione di scoraggiamento in cui si smette di cercare un impiego. In questo stato si troverebbero 259 mila persone. I «tempi di Garibaldi» sono lontani.

Ciò su cui Meloni non si soffermerà, il prossimo 9 aprile, sarà il deterioramento dell’occupazione che ha colpito i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, che sono diminuiti di 26 mila unità in trenta giorni. Mancherà una riflessione anche sulla composizione generazionale del mercato del lavoro. L’unica crescita reale che ha retto, fino a ieri, i «record» vantati da Palazzo Chigi riguarda gli over 50, che superano la quota di 10,4 milioni di occupati, una cifra più che raddoppiata nell’ultimo ventennio, mentre nello stesso periodo la fascia tra i 15 e i 34 anni è crollata, passando dai 7,3 milioni di occupati del 2006 ai 5,2 milioni attuali, con una riduzione di quasi 2,15 milioni di unità.

L’ultima rilevazione è impietosa per i giovani: tra i 15 e i 24 anni sono spariti 118mila occupati. Non si tratta di una semplice fluttuazione statistica, ma di un esodo dal mercato del lavoro. Molto si è scritto sui «giovani» che hanno votato «No» al referendum. Saranno gli stessi che si trovano nel precariato e per i quali il governo non ha fatto nulla?
Rispetto ai dati Istat c’è anche da rilevare il fatto che la fascia d’età più tartassata è quella tra i 35 e i 49 anni, teoricamente l’età della maturità professionale (in un’altra società, si direbbe). Nell’arco di soli dodici mesi sono scomparsi 267mila occupati. Il lieve aumento dell’occupazione registrato su base annua è ascrivibile alla dinamica dei lavoratori autonomi, spesso frutto di una scelta forzata in assenza di alternative stabili. Inoltre, l’Italia resta ultima in Europa per occupazione femminile, con un differenziale di 16,8 punti percentuali rispetto agli uomini. è la conferma del fallimento delle politiche di inclusione, per di più nel mandato della prima presidente del consiglio donna che si fa chiamare con il neutro: «il» presidente.

La situazione è talmente grave che, per il governo, vale la pena di fare un altro decreto ornamentale sul lavoro il prossimo primo maggio. Data ideale per una provocazione simile a quella fatta, nello stesso giorno, del 2023. Ieri, dal Palazzo, si è avuto cura di segnalare un incontro tra Meloni e una dei ministri più impalpabili dell’esecutivo: Marina Calderone. Stanno pensando «a contrastare» il lavoro povero, quello che è cresciuto negli ultimi tre anni e mezzo.

giovedì 12 febbraio 2026

Stellantis senza parole

Di fronte alla crisi di Stellantis, Meloni non ha nulla da dire
Il Post, 11 febbraio 2026

 Il 7 gennaio un rapporto del sindacato dei metalmeccanici della CISL certificò il calo drastico della produzione di auto in Italia da parte di Stellantis. Furono dati assai commentati e che destarono scalpore, ma la presidente del Consiglio Giorgia Meloni non disse nulla. Venerdì scorso Stellantis ha annunciato una revisione negativa del proprio piano industriale, e ha conseguentemente perso in borsa circa il 25 per cento, con la peggiore prestazione di sempre da quando l’azienda è nata nel 2021. Ma Meloni non ha detto nulla.

Di per sé, che un governo non commenti a ogni piè sospinto le vicende di aziende private non è un problema: anzi, in una logica di libero mercato, sarebbe la norma. Il punto è che però il governo Meloni si è mostrato, al contrario, molto interventista in altri settori, soprattutto quello bancario. E inoltre l’approccio inizialmente adottato con i dirigenti di Stellantis era opposto: per i primi due anni del suo mandato, il governo ha ostentato un fare assertivo e a tratti minaccioso nei confronti dell’azienda, contestandole di voler «abbandonare l’Italia».

Il ministro delle Imprese Adolfo Urso e Meloni, in modo ripetuto e piuttosto enfatico, tra la fine del 2022 e la metà del 2024 dissero più volte che pretendevano da Stellantis che tornasse a produrre almeno un milione di vetture all’anno, e che altrimenti avrebbero cercato di attrarre costruttori stranieri, in particolare cinesi. All’epoca Stellantis produceva grosso modo 750mila veicoli all’anno. Ora che ne produce circa la metà, e che dunque il governo avrebbe ancora più solidi argomenti per contestare le scelte dell’azienda, in realtà né Meloni né Urso dicono nulla, né del resto c’è alcun segnale dell’arrivo di produttori stranieri, men che meno cinesi.

Dopo averla a lungo temuta, ora il governo assiste alla crisi di Stellantis in Italia passivamente, senza avanzare proposte risolutive.

È una scelta consapevole. Da tempo i rapporti tra il governo e Stellantis sono cambiati: da un’iniziale ostilità più o meno dichiarata, a partire dall’autunno del 2024 si è passati a una maggiore collaborazione, o quantomeno a una sorta di non belligeranza. Urso e Meloni hanno smesso di fare pressioni all’azienda, rivendicando di aver ottenuto, proprio in virtù di quell’atteggiamento bellicoso, alcuni risultati.

Innanzitutto la sostituzione dell’amministratore delegato: nel dicembre del 2024 il portoghese Carlos Tavares, piuttosto inviso al governo, è stato costretto a dimettersi, ed è stato sostituito nel maggio del 2025 dal napoletano Antonio Filosa, con cui c’è una maggiore sintonia. E sempre nel dicembre del 2024, subito dopo le dimissioni di Tavares, Stellantis ha sottoscritto col ministero delle Imprese il cosiddetto “Piano Italia”, un piano industriale con cui l’azienda si è impegnata a investire almeno 2 miliardi di euro per potenziare la produzione negli stabilimenti italiani e a confermare i circa 6 miliardi di commesse alle aziende italiane dell’indotto.

Ma in realtà nessuna delle due decisioni è stata conseguenza diretta di un cedimento di Stellantis alle pressioni del governo. La sostituzione di Tavares risponde a dinamiche interne a un’azienda che ha interessi in tutta Europa e negli Stati Uniti, e il “Piano Italia” non ha fatto altro che ribadire, in modo ufficiale, impegni che Stellantis aveva già pianificato, e che del resto non sono particolarmente ambiziosi. Ne è la dimostrazione il fatto che, pur rispettando in modo abbastanza puntuale gli obblighi di quel piano, i livelli di produzione non si avvicinano affatto a quelli auspicati da Urso e Meloni, e anzi i veicoli realizzati in Italia sono quasi dimezzati.

Semmai, il rapporto tra Stellantis e il governo è evoluto nel senso di una reciproca volontà di evitare conflitti. C’è stata una specie di tacito accordo tra Elkann e Meloni. Elkann, che è il presidente del gruppo ed erede della famiglia Agnelli che fu proprietaria della Fiat per decenni, ha mostrato un atteggiamento più collaborativo con il governo: per esempio, ha accettato di sottoporsi a un’audizione in parlamento nel marzo scorso, e nel giugno prossimo è molto probabile che Filosa andrà alla Camera o al Senato per illustrare il nuovo piano industriale del gruppo, che verrà presentato a Detroit, negli Stati Uniti, il 21 maggio.

martedì 10 febbraio 2026

Disastro Stellantis

Roberto Antonio Romano 
Stellantis, la crisi non è passeggera: o arriva la politica industriale o l'automotive muore

Domani, 10 febbraio 2026

Senza elencare per l’ennesima volta i numeri del settore automotive, basti dire che le informazioni diffuse da Stellantis nei primi giorni di febbraio sono tali da imporre una riflessione che va ben oltre il singolo gruppo industriale. Oneri straordinari per 22 miliardi di euro, 6,5 miliardi di dividendi mancati e, soprattutto, la dismissione delle attività legate all’elettrificazione della produzione non sono semplici scelte contabili: sono il segnale di una crisi strutturale ormai conclamata.

La strategia annunciata dal management è chiara. Recuperare terreno puntando sul mercato statunitense, riducendo l’esposizione europea, e chiedere all’Unione europea di rivedere la transizione ecologica, sostenendo che, alle condizioni attuali, il settore automotive europeo sarebbe destinato a morire. Il messaggio del ceo è esplicito: norme ambientali troppo rigide e un quadro regolatorio europeo farraginoso impedirebbero la crescita industriale.

Ma questa narrazione regge solo in parte. Se si osserva la EU Industrial R&D Scoreboard 2025, emerge un dato difficilmente contestabile: Stellantis esce progressivamente dal perimetro degli investimenti e dalla spesa in ricerca e sviluppo. Non perché l’utile operativo lordo sia crollato — oscillazioni di questo tipo sono fisiologiche — ma perché la struttura industriale del gruppo non è più in grado di sostenere la competizione tecnologica. La crisi non è congiunturale, è organizzativa e strategica.

In Italia, come prevedibile, molti si concentreranno sul calcolo delle perdite potenziali del settore automotive nazionale. Qualcuno — con fastidiosa e prevedibile solerzia — è già al lavoro. Ma occorre dirlo con chiarezza, anche se con amarezza: il settore automotive in Italia non esiste più da molti anni. Il declino non è iniziato oggi, né con Stellantis. Il treno è stato perso tra il 2005 e il 2008, quando, invece di costruire una vera alleanza industriale europea, in primo luogo con la Germania, tutti i governi italiani si sono limitati a incentivare l’acquisto di automobili. Una non politica industriale travestita da sostegno alla domanda. In un paese come l’Italia, la politica industriale è rimasta un miraggio. Questo non significa che non ci saranno impatti: significa che gli impatti arrivano su un settore già desertificato.

Il nodo politico ed economico più rilevante è però un altro: la rinuncia, esplicita o implicita, del settore automotive europeo all’elettrificazione della mobilità. Si tratta dell’unico vero mercato emergente del comparto, per di più sostenuto da una forte domanda di sostituzione. Abbandonarlo equivale a rinunciare al futuro del settore. Viene allora da chiedersi: qualcuno studia ancora la legge di Engel, o ci si limita a far girare numeri su Stata nella migliore delle ipotesi oppure su Excel senza una visione economica di fondo?

Il sospetto è che siamo nel pieno di un terremoto nella governance dell’automotive globale. Le dimensioni minime per restare sul mercato tenderanno a superare i 10 milioni di veicoli l’anno, con una quota “green” largamente maggioritaria. Si può anche immaginare un mercato statunitense relativamente stabile, ma è davvero pensabile una strategia industriale fondata su un orizzonte di due anni e un solo mercato di sbocco, dimenticando quello più dinamico e rilevante, dall’altra parte del mondo?

Forse il giudizio appare drastico, ma i segnali convergono: Stellantis ha perso la sfida della concorrenza e quella dell’innovazione. Da qui in avanti si apre una fase di medio-lungo periodo di dismissione. Non avverrà in un giorno, ma avverrà. La speranza è che, nel frattempo, l’Ue adotti finalmente una politica industriale degna di questo nome, accompagnata da alleanze strategiche, anche con la Cina e con i concorrenti di quell’area. In caso contrario, non morirà solo Stellantis: morirà l’intero ecosistema industriale legato all’automotive europeo.

Limitarsi a denunciare l’assenza di una politica industriale, però, è troppo poco e troppo comodo. Serve un salto di maturità politica. Forse Mario Draghi ha ragione; Letta, invece, lasciamolo da parte, impegnato com’è in progetti che puntano a “rapire” il risparmio dei cittadini europei senza una vera strategia produttiva.

O l’Europa decide di diventare adulta — industrialmente e politicamente — oppure l’unico scenario che resterà sul tavolo sarà un conflitto interno al continente, per stabilire chi potrà ancora salvarsi e chi no.

venerdì 16 gennaio 2026

Iran. La svolta


Ghazal Gloshiri e Madjid Zerrouky 
In Iran, la brutale repressione del regime di fronte alle proteste di piazza
Le Monde, 16 gennaio 2026

All'indomani della "Guerra dei Dodici Giorni", che lo vide contrapposto a Israele e poi agli Stati Uniti nel giugno 2025, il regime iraniano sorprese molti allentando finalmente e ostentatamente la pressione sulla questione dell'hijab obbligatorio, ritirando la sua polizia morale dalle strade. Si trattò di un cambiamento inaspettato, dato che questo simbolo è uno dei capisaldi ideologici del sistema e uno dei suoi indicatori più visibili di controllo sociale. Oggi, tuttavia, il mondo assiste con sgomento alla violenza senza precedenti della repressione condotta da Teheran contro i manifestanti. Cosa è realmente accaduto per spiegare questo radicale irrigidimento del regime? Secondo l'ONG Human Rights Activists News Agency (HRANA), almeno 2.677 persone sono state uccise e 1.693 casi sono ancora in fase di inchiesta. Questo bilancio, probabilmente sottostimato, supera di gran lunga quello delle precedenti ondate di proteste in Iran.

Il 28 dicembre 2025, i commercianti del Gran Bazar di Teheran e gli agenti di cambio, indignati per il forte calo della valuta nazionale, chiusero i loro negozi, entrarono in sciopero e invitarono altri commercianti in tutto il Paese a fare lo stesso. A loro si unirono rapidamente altri settori, come i lavoratori dei trasporti, e poi gli studenti. Poco più di due anni dopo la rivolta di "Donne, Vita, Libertà", seguita alla morte di Mahsa Amini, arrestata dalla polizia morale per un'apparizione ritenuta "non abbastanza islamica ", le autorità furono nuovamente sfidate. Questa volta, le fasce svantaggiate e impoverite della società si unirono al movimento, che si diffuse in tutto il Paese.

La reazione iniziale delle autorità è stata rapida e, a prima vista, conciliante. Il presidente Massoud Pezeshkian ha parlato di "richieste legittime" in un Paese in cui l'inflazione si avvicinava al 50%. Ha promesso dialogo e soluzioni. Ma il suo operato ha contribuito ben poco a ispirare fiducia nei manifestanti. Dal suo insediamento nell'agosto 2024, il capo dello Stato e la sua amministrazione non hanno attuato riforme politiche o economiche significative, né hanno influenzato la politica estera dell'Iran – dettata dall'ufficio della Guida Suprema Ali Khamenei e dall'esercito – né hanno allentato la morsa delle sanzioni.

Bagno di sangue

Dieci giorni dopo l'inizio di questa nuova ondata di proteste, l'8 gennaio, tutto ha subito un'accelerazione. Le ripetute minacce contro Teheran da parte di Donald Trump, che si era dichiarato pronto a colpire il regime iraniano se avesse fatto ricorso alla violenza contro i manifestanti pacifici, e il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro, il 3 gennaio, da parte delle forze statunitensi, hanno galvanizzato la folla in Iran. La popolazione si è riversata in massa nelle strade in quella che ha costituito la più grande mobilitazione popolare dalla rivoluzione del 1979. Le autorità hanno risposto con un bagno di sangue: migliaia di manifestanti sono caduti sotto il fuoco nemico in quarantotto ore. Optando per questa violenza estrema, il regime aveva forse oltrepassato un punto di non ritorno, rivelando una strategia di sopravvivenza basata esclusivamente sul terrore piuttosto che sul controllo ideologico o sul consenso sociale?

"L'8 gennaio non deve essere interpretato come una rottura improvvisa o una svolta dottrinale. La trasformazione era già in corso ", spiega Saeid Golkar, professore di scienze politiche all'Università del Tennessee a Chattanooga ed esperto di Iran . "Sotto l'ayatollah Khamenei [salito al potere nel 1989] , la Repubblica Islamica è gradualmente passata da un sistema teocratico basato su un mix di ideologia e consenso limitato a quello che descrivo come uno stato teosecuritario. Nel tempo, il regime ha iniziato a fare affidamento molto più sulla repressione che sul consenso". Per Saeid Golkar, le Guardie Rivoluzionarie e i servizi segreti sono le principali forze dietro le decisioni delle ultime settimane. "  Il sistema si sta comportando come un regime di sicurezza il cui obiettivo primario è la sopravvivenza piuttosto che la legittimità ", continua. "Questa scelta riflette la paura del collasso".

Prima dello scoppio della crisi, le figure più influenti del ceto dirigente apparivano divise su questioni chiave, tra cui l'opportunità di riprendere i negoziati con Washington sulla questione nucleare e sulla politica economica. Ma dalla "Guerra dei Dodici Giorni", la sopravvivenza del regime è diventata fondamentale, mentre Ali Khamenei, 86 anni e in declino, ha ridotto le sue apparizioni pubbliche.

"L'ayatollah Ali Khamenei non è più una figura centrale come un tempo ", sostiene Ali Alfoneh, ricercatore presso l'Arab Gulf States Institute. " Da tempo, gli affari quotidiani dello Stato sono gestiti da una leadership collettiva [il Consiglio Supremo di Sicurezza] composta dal presidente, dal presidente del parlamento, dal capo della magistratura, da un rappresentante della Guardia Rivoluzionaria e da un rappresentante dell'esercito regolare ". Secondo il ricercatore, la decisione di non attuare la legge sull'hijab è stata presa da questa leadership collettiva, così come l'accettazione da parte dell'Iran del cessate il fuoco durante la "Guerra dei Dodici Giorni", quando Ali Khamenei era nascosto e irraggiungibile, temendo di essere assassinato in un'operazione guidata da Israele o dagli Stati Uniti.

Il 14 gennaio, mentre il bilancio delle vittime civili delle proteste continuava a salire, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è apparso sul canale americano conservatore Fox News per rivolgersi direttamente a Donald Trump. Ha negato l'uso della violenza contro i manifestanti, definendoli invece "terroristi " . "Vi dico che si è trattato di scontri tra le nostre forze di sicurezza ed elementi terroristici che avevano un piano per causare un gran numero di morti al fine di provocare il presidente Trump e spingerlo a lanciare una nuova guerra contro l'Iran ", ha affermato Araghchi, definendo la sequenza di eventi un "complotto israeliano ". Ha esortato il presidente americano "a non ripetere lo stesso errore del giugno [2025]  " , aggiungendo: "Se si tenta un esperimento fallito, si otterrà lo stesso risultato ", riferendosi ai bombardamenti israelo-americani che hanno distrutto strutture militari e nucleari. L'Iran sostiene di essere uscito vittorioso da questo scontro.

Macchina di propaganda

Mentre il quasi totale blackout di internet impedisce la diffusione di informazioni affidabili dall'interno del Paese, la macchina della propaganda di Teheran funziona a pieno regime. Sulla televisione di Stato, così come sui canali Telegram di diverse agenzie di stampa filogovernative, proliferano le trasmissioni di "confessioni" di iraniani che affermano di aver attaccato le forze di sicurezza o preso d'assalto edifici pubblici e moschee. I funerali dei membri delle forze di sicurezza uccisi – circa un centinaio, secondo i dati ufficiali – si svolgono simultaneamente nella capitale, mobilitando i sostenitori del regime, mentre la magistratura avverte dell'imminente esecuzione di alcuni detenuti arrestati durante i disordini.

I riflessi dei leader iraniani sono plasmati dalla storia: a partire dalla caduta della dittatura dello Scià nel 1979 – che permise loro di prendere il potere – quando il vecchio regime fu travolto da un ciclo di proteste di massa che ne chiedevano le dimissioni in un contesto di iperinflazione, austerità e repressione politica. Poco più di trent'anni dopo, la Repubblica Islamica ha assistito in prima persona alla rivolta contro il suo alleato siriano, Bashar al-Assad, nel 2011, che culminerà con le sue dimissioni nel dicembre 2024, dopo anni di guerra civile in cui Teheran ha avuto un ruolo significativo. Il significativo indebolimento dell'"asse di resistenza" a Gaza e in Libano, e la sua rete di alleanze regionali forgiata nel corso di decenni, ne esacerbano il senso di vulnerabilità: isolata esternamente, la Repubblica Islamica si sta chiudendo internamente.

Secondo una fonte di Teheran vicina al regime, la recente ondata di proteste ha avuto un effetto simile all'Operazione Forough-e Javidan agli occhi del regime. Nel 1988, alla fine della guerra Iran-Iraq, alcuni membri dei Mujahedin-e Khalq (MEK) – un gruppo di opposizione che ha condotto una lotta armata prima contro lo Scià e poi contro la Repubblica Islamica – hanno combattuto a fianco dell'Iraq contro il loro stesso Paese. "Prima di quell'operazione, i membri dei Mujahedin imprigionati in Iran erano considerati semplici prigionieri politici ", ha continuato la stessa fonte. " Dopo Forough-e Javidan, sono stati visti come soldati di un esercito invasore e sono stati giustiziati. Ho l'impressione che, questa volta, la visione del regime sui manifestanti sia simile".

In questo contesto, e con la violenza perpetrata da Teheran contro la sua popolazione che minaccia di soffocare il dissenso, Saeid Golkar ritiene che le fondamenta del regime si stiano irrimediabilmente sgretolando. "La sua base popolare attiva è limitata, tra l'8% e il 10% della popolazione, ma rimane sufficiente a garantire la sopravvivenza a breve termine. Il regime mantiene la lealtà di questo ristretto nucleo sociale principalmente attraverso il clientelismo, la ricerca di rendite e l'accesso privilegiato alle risorse statali, e poi fa affidamento su questo gruppo, direttamente o indirettamente, per reprimere il resto della società". Questa lealtà, secondo l'analista, è meno ideologica che materiale, il che la rende condizionata e fragile: "Sta gradualmente erodendo la resilienza del sistema".

https://www.lemonde.fr/international/article/2026/01/16/en-iran-le-durcissement-brutal-du-regime-face-a-la-rue_6662494_3210.html

lunedì 5 gennaio 2026

Quanto vale il petrolio

Federico Fubini
La sfida (difficile) dei giacimenti

Corriere della Sera, 5 gennaio 2026

La reazione più rumorosa è stata il silenzio dell’Arabia Saudita. Con il Venezuela ha fondato l’Opec nel 1960, il suo uomo forte Mohammed bin Salman, grande amico politico di Donald Trump, aveva continuato a tenere rapporti con Nicolás Maduro fino a poco prima che questi finisse in manette. Due anni e mezzo fa l’autocrate di Caracas aveva visitato Mbs, sei mesi fa gli aveva fatto avere una lettera sull’amicizia fra i due Paesi.

Ma ora per Riad il silenzio è d’oro, perché l’Arabia Saudita aveva beneficiato dell’isolamento del Venezuela conquistandone le quote nel mercato mondiale del greggio. Quindi Bin Salman potrebbe non aver fretta di vedere il ritorno di un concorrente, stavolta sotto le insegne di Trump. Secondo le stime di Bloomberg, il Paese latinoamericano nel 1965 garantiva l’11% dell’offerta mondiale di greggio e nel 1999, all’avvento del regime bolivarista di Hugo Chavez e Maduro, era ancora al 4,3% con tre milioni di barili al giorni. Nel 2024 invece il Venezuela era tracollato: controllava meno dell’1% del mercato mondiale del greggio — secondo la World Energy Review dell’Eni — e meno di un milione di barili al giorno (contro i 20 milioni degli Usa e gli 11 dell’Arabia Saudita). Il suo grande cliente era la Cina, che approfittava delle sanzioni americane per ottenere sottocosto da Caracas — grazie alla «flotta ombra» — un ventesimo del suo consumo di greggio.

Nel complesso, tuttavia, era ormai un settore quasi alla paralisi. Perché il Venezuela sarà anche il primo Paese al mondo per riserve di petrolio provate, secondo le dichiarazioni del suo governo. Ma è il 21esimo per produzione. Per questo i sauditi tacciono in attesa di capire meglio le implicazioni industriali dell’operazione americana di sabato. Le implicazioni di mercato, quelle, sono meno difficili da leggere: il prezzo del petrolio alla riapertura degli scambi di oggi probabilmente non varierà di molto e a un certo punto potrebbe persino calare un po’ rispetto alla chiusura di venerdì a 56,8 dollari a barile di West Texas Intermediate. Gli operatori, in altri termini, potrebbero timidamente iniziare a fare i conti con la prospettiva di un aumento della produzione venezuelana, ora che l’america di Trump in teoria ne ha il controllo.

Ma dare un prezzo a una partita di potere, non di solo mercato, resterà difficilissimo. Perché nell’immediato i luoghi a cui bisogna guardare per capire i flussi di greggio venezuelano non sono i giacimenti o i porti del Paese; sono i corridoi dell’oFAC di Washington, l’«office of Foreign Assets Control» che gestisce per il Tesoro americano le sanzioni internazionali. Per ora Pdvsa, la compagnia nazionale di Caracas, ha chiesto ai produttori di frenare l’estrazione perché il petrolio non sta più partendo via mare e presto gli stock in Venezuela saranno pieni. Ma nei prossimi giorni sarà l’ofac a distribuire le nuove licenze di esportazione e dunque Trump, in ultima istanza, a decidere a quali uomini d’affari distribuire denaro oggi in cambio di favori in vista del voto di midterm per il Congresso fra undici mesi.

Ancor più di potere, non solo di mercato, si presenta poi la partita per un vero rilancio della produzione in Venezuela. La sola certezza è che servono anni e molte decine di miliardi di dollari. Chávez nel 2007 espropriò le attività venezuelane delle americane Exxon Mobil, Conocophillips e Chevron, della norvegese Statoil (oggi Equinor), della francese Total e di Eni. Quasi tutte hanno rinegoziato un rientro nel Paese in forma limitata, mentre Exxon e Conoco sono rimaste fuori ma ottenendo da un tribunale internazionale il diritto a indennizzi (ridotti) che Chávez e Maduro non hanno pagato.

Questa vicenda ora diventa centrale. E non solo perché Trump l’ha usata, assieme alle accuse sul narcotraffico, per giustificare l’intervento. C’è anche una ragione legata agli eventuali interventi futuri delle major americane in Venezuela. Poiché Exxon e Conoco non sono mai state indennizzate da Maduro per i suoi espropri, ora in teoria avrebbero diritto a riavere i loro giacimenti (mentre Chevron è già operativa in Venezuela). Eppure tutte sembrano caute, se non fredde. Decenni di malagestione, corruzione e investimenti bloccati dalle sanzioni hanno infatti ridotto tutto il settore del petrolio in pessimo stato: potrebbero servire 60 miliardi di dollari solo per mantenere gli attuali livelli produttivi, cento miliardi per raddoppiarli. E il petrolio venezuelano, viscoso e ad alto contenuto di zolfo, è sì adatto alle raffinerie statunitensi del Golfo del Messico, ma ha alti costi di estrazione e trasformazione. Visti gli enormi investimenti necessari, i bassi prezzi attuali del barile e la storia di espropri di Caracas, i colossi del Big Oil non hanno fretta di seguire l’invito di Trump a tornare nel Paese latino-americano. Fra loro e il presidente inizierà una delicata partita di scambi di favori pretesi e concessi. E alla fine non sarebbe sorprendente se il governo americano intervenisse, facendosi carico di parte degli oneri. Trump l’ha già fatto per i chip (con Intel) e le terre rare (con Mp Materials). Perché non anche per l’oro nero di Caracas?