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sabato 3 ottobre 2026

La concentrazione della ricchezza (e del potere)

Giuseppe Bottero / Franco Bernabè
"Tutto il denaro nelle mani di Big Tech, siamo già in emergenza democratica"

La Stampa, 3 ottobre 2026

«L’enorme concentrazione di ricchezza in poche mani, avvenuta a seguito della rivoluzione tecnologica, pone una grave ipoteca sulle nostre società democratiche», dice Franco Bernabè. L'economista, già ad di Eni e Telecom, ha letto gli interventi di Gianrico Carofiglio sulla Stampa. «Le sue proposte - spiega - sono più che condivisibili ma i rischi che paventa non riguardano il futuro: la democrazia è già in emergenza».

Lo scrittore sostiene che le società ingiuste tendono a diventare violente, ed è il momento di mettere in campo una serie di politiche redistributive. È d'accordo?

«Guardi, siamo di fronte a una trasformazione epocale delle società occidentali che parte dagli Stati Uniti, un Paese nel quale in nome della libertà di parola si è consentito a chi è ricco di finanziare senza limiti la politica. La concentrazione della ricchezza nelle mani di poche persone favorita dalle dinamiche senza vincoli del settore tecnologico ha fatto il resto. Il Paese che è stato la culla della democrazia moderna rischia di precipitare in un regime di corruzione e di arbitrio. Chi è già ricco sta diventando ancora più ricco e arrogante e la politica favorisce queste dinamiche senza una reazione visibile della società civile».

Carofiglio però fa una proposta molto concreta, almeno per l'Italia: un'imposta progressiva sui grandissimi patrimoni netti. Come la giudica?

«Quello che succede in Italia ha poco effetto su queste grandi dinamiche mondiali e una imposta patrimoniale non ha nessuna probabilità di essere varata. Discuterne avrà il solo effetto di far perdere le elezioni alla sinistra per i prossimi anni. Dal punto di vista pratico, avrebbe comunque un impatto molto limitato: i ricchi hanno mille modi per sfuggire alla tassazione, trasferendo o trasformando le proprie ricchezze. Più concreto sul piano politico, sarebbe un intervento per ridurre l'erosione della base imponibile progressiva, principio fondamentale stabilito dalla Costituzione».

È ciò che fa più male al ceto medio?

«Guardiamo la situazione più in dettaglio. Abbiamo l'imposta personale progressiva sul reddito, che grava in larghissima prevalenza sui dipendenti e sui pensionati che guadagnano tra i 28 mila e i 38 mila euro. La base imponibile dell'Irpef sta al 90% in quella fascia di popolazione. Poi abbiamo il regime forfettario sul lavoro autonomo, di cui quasi nessuno parla. Nemmeno a sinistra per non perdere consensi».

Riassumiamo i numeri.

«Oltre due milioni di persone, partite Iva con ricavi fino a 85 mila euro, hanno un'imposta sostitutiva del 15%, ridotta al 5% nei primi cinque anni di attività. Questo genera circa 2,5 miliardi all'anno di imposte, meno dell’1% del gettito totale dell’Irpef. Il confronto con le imposte pagate dai lavoratori dipendenti e dai pensionati, concentrate su fasce di reddito che girano intorno ai 30 mila euro, è impressionante. Prima di parlare di tasse bisognerebbe ripristinare il criterio della progressività sulle imposte che già ci sono per ridurre una iniqua disparità che è anche una grave fonte di inefficienza del sistema perché spinge le persone a lavorare con strutture organizzative inefficienti».

Il direttore de La Stampa, Antonio Di Rosa, ha scritto che «siamo entrati in un circolo infernale dove la mancanza di risposte a chi soffre emargina sempre di più le famiglie» e «le spinge verso i populismi di destra e di sinistra». Questo fenomeno è destinato a continuare?

«Sì. Il fascismo e il nazismo sono nati anche dalla gravissima crisi sociale ed economica che ha colpito la classe media in Italia e in Germania, dopo la Prima guerra mondiale e durante la Repubblica di Weimar. Ma oggi i problemi sono molto diversi rispetto ad allora. Mi stupisce la mancanza di lucidità di chi, nella politica e nella classe dirigente, non riesce a leggerli nella loro giusta gerarchia».

E qual è il più urgente?

«Il fatto che pochissime persone al mondo controllino una quota enorme della ricchezza e attraverso questa esercitano un'influenza politica che dagli Usa si estende al resto del mondo, in particolare all'Europa».

La sovranità tecnologica diventa anche una questione democratica?

«È prima di tutto una questione di democrazia. Tutti dovrebbero leggersi “Il caso Guillou”, di padre Paolo Benanti. Non è solo una questione astratta di difesa di principi: se tu interferisci con determinati interessi, ti fanno tornare all'età della pietra. Non puoi più prelevare soldi perché ti bloccano l’accesso ai circuiti di pagamento. Non puoi più scrivere, perché ti bloccano il computer. Non puoi prenotare un aereo o un albergo. Proprio come hanno fatto con Guillou, giudice della Corte penale internazionale. Non c'è soltanto un problema di democrazia e di libertà di espressione. Possono impedirti di vivere normalmente».

Come se ne esce?

«La democrazia si difende riducendo le disparità nella ricchezza e nel reddito ma anche non dipendendo totalmente da altri, nella tecnologia, come nei rapporti economici e finanziari. E poi bisogna avere il coraggio di difendere i valori sui quali le nostre società sono state costruite e che sono sempre messi in discussione. La cosa che più mi preoccupa è vedere la mancanza di reazione delle classi dirigenti negli Stati Uniti, come in altri Paesi, di fronte al disprezzo per la legalità e all’aumento della corruzione».

giovedì 1 ottobre 2026

La rivolta dei prezzi

Alessandro De Angelis
Oggi la realtà è la vera opposizione

La Stampa, 1 ottobre 2026

Stavolta, davanti al balzo dell’inflazione, Giorgia Meloni non se l’è presa con l’Istat, come accaduto una settimana fa, quando è stato certificato che l’Italia resta inchiodata alla procedura di infrazione. Ma ha preannunciato che chiederà all’Europa, oltre ai 14 miliardi già previsti per i rincari dell’energia, un secondo canale di flessibilità per l’inflazione, in vista della manovra. L’ultima, con incorporata la partita politica del voto.

Domande e risposte

Richiesta e postura meno baldanzosa disvelano l’allarme. Non c’è evocazione del complotto che può compensare la testa dura dei numeri. L’inflazione divora potere d’acquisto e rinnovi contrattuali. Più 0,7 per cento di rialzo solo a settembre e più 4,2 sull’anno. Non è un’inflazione generalizzata – quella di fondo è all’1,7 – ma uno shock energetico che si trasferisce sull’economia reale. Non finisce cioè alla pompa o nella bolletta: entra nei costi delle imprese e, successivamente, nei prezzi finali. Su quelli della produzione industriale registra un aumento del 13,5 sul mercato interno. Al netto dell’energia, è solo del 3,3.

Ed è solo l’inizio di ciò che, potenzialmente, ci aspetta se non si risolve, in tempi brevi, la crisi di Hormuz e di Bab el-Mandeb. È la fotografia icastica della “tassa Trump”, in quest’autunno del nostro scontento. E non ci voleva una Cassandra per prevedere l’importanza geopolitica dei colli di bottiglia, che trasformano le crisi regionali in globali: pochi chilometri di mare possono condizionare i flussi di energia e commercio, incidendo su prezzi, rotte e sicurezza ben oltre il Medio Oriente. È la deterrenza nel mondo interconnesso: la superiorità militare non basta a garantire il risultato geopolitico.

E se è vero che un singolo governo può poco in questo scenario di instabilità è anche vero che avrebbe potuto molto di più in termini di politica economica ed energetica. I conti in ordine non bastano nei marosi che agitano il Paese reale: crescita piantata allo zerovirgola, pressione fiscale alla cifra record di 43,1, perdita del potere d’acquisto dei salari, ore lavorate di cassa integrazione che passano da 400 milioni del 2023 a 550 nel 2025 con un incremento di quella straordinaria, caro energia.

A campagna elettorale già iniziata, la vera opposizione a Giorgia Meloni è la realtà, con i suoi numeri, le sue inquietudini, le sue file ai distributori, mentre l’opposizione politica è in altre faccende affaccendata, persa nel suo mondo a parte ove si registra il picco di autoreferenzialità e inconcludenza. Nulla scuote l’andazzo, nemmeno il conclamato affanno che ha portato la premier a varare una sorta di rimpasto di fatto, ravvisati i limiti della sua squadra.

È nato sull’emergenza una sorta di governo Meloni-Descalzi, mossa senza dubbio abile per rompere il fronte delle aziende energetiche sugli sconti alle pompe e in bolletta. Positivo che Eni faccia la propria parte. Ma il ricorso quasi emergenziale alle grandi partecipate rivela anche qualcosa di più profondo: in assenza di una politica industriale, lo Stato finisce per utilizzare le proprie aziende come un bancomat anticrisi.

E sempre di tamponi si tratta, come del resto il bollo auto, che non compensano il resto. Mentre Arera certifica un forte rincaro trimestrale per i clienti vulnerabili, la questione è quali misure strutturali il governo intenda adottare per ridurre il costo dell’energia per tutte le famiglie, non soltanto per chi può accedere a singole offerte commerciali.

Con questi dati dall’Istat, la questione diventa industriale prima ancora che fiscale. Approvvigionamenti, rinnovabili, reti, accumuli, contratti energetici di lungo periodo, riconversione delle imprese energivore: è qui che si misura una politica energetica. Attorno alla parola “protezione” la destra ha costruito le sue fortune elettorali, promettendo lo scudo dello Stato nazione contro le iniquità del “globalismo”. Sull’energia, il Re è nudo. Le misure spot ci sono, la protezione no, se non finisce la guerra.

sabato 12 settembre 2026

La chiusura dei bar

Federico Genta
Costi alle stelle e il tramonto di un rito: in dieci anni sono spariti oltre 20mila bar
La Stampa, 12 settembre 2026

TORINO. Calano i clienti e aumentano le spese. Così i bar d’Italia chiudono, o meglio si trasformano. Sono ancora uno dei simboli dell’Italia, loro malgrado vittime di una socialità che con il tempo è cambiata, stravolta dall’innovazione digitale e dall’esplosione dei social. Il bar era la seconda casa del paese, il luogo preferito dove leggere i giornali, ascoltare musica, giocare a carte o a biliardo - prima dell’avvento delle slot -, guardare la televisione. Oggi quell’Italia non c’è più. Da un pezzo le serie tv si guardano in casa propria, le chiacchiere si fanno tra Facebook e Instagram, e soprattutto gli incassi da caffè, brioche e aperitivi spesso non bastano a coprire i costi d’impresa. Può essere questa la sintesi del rapporto presentato da Fipe-Confcommercio, la Federazione italiana dei pubblici esercizi. Un’indagine sulla demografia d’impresa negli ultimi dieci anni, dal 2015 al 2025, che fotografa successi e difficoltà.

Il numero che colpisce di più: in tutta Italia sono 22.300 i bar scomparsi. Con una precisazione importante: non si tratta di vere e proprie chiusure di attività, piuttosto di una lenta e inevitabile trasformazione che segue le nuove esigenze dei clienti. Tradotto: al loro posto sono arrivati ristoranti e take away, con effetti non sempre positivi. Ecco perché il calo complessivo, che tiene conto di tutti i pubblici esercizi, gelaterie comprese, si riduce a meno di diecimila unità. Così il settore si conferma un indispensabile presidio di prossimità su tutto il territorio nazionale, con appena 162 Comuni - su 7.900 - sprovvisti di qualsiasi attività.

Non è il turismo, quello consolidato come quello emergente, a salvare i caffè: basta leggere i numeri raccolti da Confcommercio ed elaborati dal Centro studi Tagliacarne. Fanno effetto gli oltre mille bar scomparsi a Roma, oltre un quinto in dieci anni. Fanno peggio Torino e Trieste, rispettivamente meno 22,1 e 23,4%. E non va meglio nelle isole: Cagliari perde il 20,8%, Palermo il 19,6%. In controtendenza una fetta di Mezzogiorno: fermandosi ai capoluoghi, le statistiche sono positive a Napoli (2,2%) e Potenza (2,3%). Perché, estremizzando un po’, i bar crescono ancora nelle città del Sud e calano al Nord? «Perché il mercato nelle regioni settentrionali è più maturo, nel Mezzogiorno invece è ancora visto come una leva di autoimpiego, una realtà dove il livello di disoccupazione è molto alto», spiega Luciano Sbraga, direttore del Centro studi. Il fenomeno è più evidente ancora se si prendono in considerazione tutte le imprese del settore: in testa alla classifica per saldo positivo ritroviamo Napoli, con un boom di 704 nuove attività (+19,7%), seguita da Palermo (+163 imprese, +8,7%), Bari (+76, +5,8%) e Taranto (+71, +10,6%), a confermare come la ristorazione sia ancora oggi un’occasione impiego e sviluppo.

Ma guai a parlare di “mangificio”: «Proprio questa indagine sfata il mito che dentro i centri storici tutti i negozi stiano scomparendo per lasciare spazio alla ristorazione - conferma Sbraga -. Piuttosto compensano la progressiva scomparsa dei caffè, senza snaturare l’offerta di servizi a cittadini e turisti». A preoccupare, invece, è la crescita dei take away, ovvero cibo da asporto da consumare altrove. L’attività imprenditoriale è sicuramente conveniente: personale ridotto al minimo, spazi contenuti, gestione dei rifiuti ridotta quasi a zero perché tutto viene dirottato all’esterno: le pietanze, appunto, ma spesso anche il baccano e quei disagi che alimentano da tempo il dibattito sulla malamovida.

«Il focus dell’indagine ha riguardato l’evoluzione del settore nei centri storici delle grandi e medie città, dove si rilevano profili che oggi impongono attenzione - dice Lino Enrico Stoppani, presidente di Fipe-Confcommercio -. In queste aree le dinamiche del mercato hanno spesso portato ad un’eccessiva concentrazione dell’offerta e allo sviluppo di forme di ristorazione più informali che fanno dell’assenza di servizio e di spazi ridotti all’osso il punto di forze del business. Il risultato sta nella crescita di rilevanti esternalità». L’indagine sottolinea come proprio le forme di vendita aggressive, focalizzate principalmente sull’offerta di bevande alcoliche per tenere i prezzi bassi, alimenta l’abuso di alcol e il degrado urbano a danno di cittadini e imprenditori. «Va ripresa la capacità di governare il territorio e lo sviluppo ordinato delle attività commerciali soprattutto nelle aree critiche delle nostre città, limitando la proliferazione indiscriminata di format che dequalificano la vocazione dei centri storici - chiede Stoppani -. Lasciare libertà di accesso indiscriminato salvo poi intervenire con ordinanze che limitano lo svolgimento dell’attività è un rimedio peggiore del male».

lunedì 7 settembre 2026

La morte di Mattei


Luciano Segreto
Avvicinarsi alla verità sulla morte di Enrico Mattei

Domani, 4 settembre 2026

C’è una verità giudiziaria ed una verità storica. Ci sono notizie e informazioni utili in un’inchiesta giudiziaria. Talvolta mettono sulla strada per raggiungere una prima verità che deve reggere nelle diverse sedi in cui si articola il sistema giudiziario. Purtroppo, quelle informazioni non sempre consentono di formulare una richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di chi ha commesso un reato.

Quando era magistrato a Pavia, negli anni Novanta, Vincenzo Calia condusse la terza inchiesta giudiziaria sul caso Mattei. Dopo anni di interrogatori e l’analisi di numerosi documenti delle inchieste precedenti, ma soprattutto dopo l’esumazione dei resti di Enrico Mattei giunse alla principale conclusione della sua inchiesta: il presidente dell’Eni non era morto in un incidente aereo la sera del 27 ottobre 1962 a causa delle condizioni meteorologiche o da un errore del pilota, bensì era stato ucciso in un attentato provocato da un ordigno piazzato sull’aereo, predisposto per innescarsi al momento in cui fossero state iniziate le manovre per l’atterraggio.

Calia dovette però chiudere l’inchiesta nel 2003 con la richiesta di archiviazione, perché nelle sue indagini non riuscì a compiere il passo successivo: individuare i responsabili della morte di Mattei.

C’è poi una verità storica che rappresenta ben più dell’ostinazione intellettuale di chi ha dovuto fermarsi davanti a muri impenetrabili, all’assenza di testimoni o a vincoli politico-istituzionali legati agli interessi nazionali di questo o quel paese, e a segreti che verosimilmente non sarà mai possibile svelare proprio perché appartenenti a una dimensione per sua natura inaccessibile.

E cionondimeno spesso anche il segreto meglio custodito presenta qualche falla, qualche mezza verità che consente di aprire nuovi cassetti e di interrogare in maniera diversa carte già lette.

L’atto di accusa


Soprattutto, permette di proporre un’interpretazione complessiva di una vicenda che, in questo caso, può anche arrivare a indicare chi e perché ha voluto la morte di Mattei e chi e perché, fin dalle prime ore dopo la tragedia di Bescapè e per molti anni da allora (anche in tempi sorprendentemente recenti), ha messo in atto un rigoroso ed efficiente depistaggio che ha impedito agli investigatori di avvicinarsi alla verità.

Vincenzo Calia e Giuseppe Oddo, giornalista politico-economico di lungo corso con una vasta e solida esperienza alle spalle, non lo mandano a dire. Il loro libro, Lampi sull’Eni. Il piano per eliminare Enrico Mattei, Feltrinelli, 2026, non è l’ennesimo volume sulla storia dell’Eni e sulla morte di Mattei: è un vero e proprio atto d’accusa, costruito con i materiali e la metodologia proprie dello storico.

Incrociando fonti archivistiche, talvolta anche inedite, testimonianze raccolte dalle diverse inchieste e un vasto apparato di studi su diversi aspetti della storia del settore petrolifero a livello internazionale, i due autori – in un crescendo di valutazioni sempre più esplicite – giungono a un’interpretazione molto chiara: furono gli ambienti francesi delle maggiori compagnie petrolifere, insieme ai servizi di intelligence di Parigi a predisporre il piano per bloccare le iniziative di Mattei in Algeria nella fase in cui si stava completando il processo che avrebbe portato all’indipendenza di questo paese dalla Francia e a realizzare l’attentato.

Erano in gioco interessi enormi, sia nel settore petrolifero sia in quello degli idrocarburi. Mattei stava per firmare un accordo che avrebbe assicurato un grosso vantaggio all’Italia anche nei confronti dell’ex potenza coloniale, garantendosi l’accesso al gas algerino una ventina d’anni prima dell’accordo infine siglato nei primi anni Ottanta dall’Eni. In questo modo escono di scena (e non è poca cosa) gli Stati Uniti e le compagnie americane, a lungo additati – anche dalla storiografia più attenta e meno incline ai complottismi – come i possibili mandanti dell’operazione che portò alla morte di Mattei.

Complessità e debolezze


A parere di chi scrive, le considerazioni addotte dai due autori a sostegno del loro punto di vista appaiono piuttosto convincenti. È invece su un altro piano che il grande impegno profuso per ricostruire tale verità storica rischia di rivelarsi, in parte, controproducente.

È nel tentativo di rileggere l’intera storia dell’Eni, specie dopo la morte di Mattei, attraverso un complesso dedalo fatto di “disattenzioni” degli inquirenti dell’epoca, di depistaggi a corto e a lungo raggio, e nella ricerca affannosa di quanti, anche in Italia, potevano avere interesse alla fine del presidente dell’ente petrolifero, a cominciare dall’uomo che lo sostituì alla testa della società, Eugenio Cefis.

Il rischio è che l’atto d’accusa contro i francesi finisca per essere indebolito dalla ricerca di collegamenti più ampi, ma anche più difficili da dimostrare. La sintomatologia di molte vicende politiche ed economiche italiane ha spesso portato a individuare intrecci tra diversi ambienti politici, economici, criminali e dei servizi di intelligence.

Tenere insieme tutto, in una sorta di puzzle finalmente ricostruito fino all’ultimo pezzo – cosa che, malgrado la passione profusa e gli sforzi compiuti, ha una tenuta inferiore alla verità storica “dimostrata” – rischia di introdurre nel complesso meccanismo delineato nel libro qualche pietruzza capace di bloccarne il funzionamento.

lunedì 31 agosto 2026

Sognare si può, anzi si deve

Severino Salvemini
L'Italia deve tornare a sognare

Corriere della Sera, 31 agosto 2026 

Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante i nostri giovani lascino lo Stivale per trasferirsi all’estero in cerca di un futuro migliore. La fuga dei cervelli spinta da scarse opportunità di lavoro e da ruoli demotivanti, carriere opache e scarse retribuzioni. E da una difficile transizione dalla scuola alla occupazione, aggravata dalla richiesta costante di esperienza cumulata per posizioni iniziali.

Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante circa una donna su tre abbia subito violenza fisica o sessuale nel corso della sua vita, con la maggior parte delle aggressioni che avvengono all’interno delle mura domestiche. Una emergenza costante, spesso sommersa e esplosa puntualmente con il crescente numero di femminicidi.

Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante il talento femminile si scontri con ostacoli culturali e sociali che frenano la crescita professionale del genere e limitino l’accesso a ruoli di vertice. I carichi familiari e le discriminazioni quotidiane fanno sì che il famoso «soffitto di vetro» sia ancora intatto a più di cinquant’anni dall’avvento del femminismo.

Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante un crescente disagio culturale e digitale, che si registra con una forte contrazione della spesa per beni culturali come libri e giornali, a favore di una connessione digitale pervasiva, ma spesso superficiale e polarizzata.

Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante l’aumentata fragilità del welfare e della sicurezza, con una rinnovata sfiducia verso i sistemi sanitari di cura, di assistenza e verso la capacità di affrontare eventi ambientali e sociali.

Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante una lunga gelata industriale che rischia di scivolare nel gelido inverno della de-industrializzazione, con una nazione che spende più per interessi per il suo debito pubblico (85,6 mld) rispetto all’ammontare degli investimenti per il futuro (78,3 mld).

Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante alcuni casi eclatanti come l’ilva di Taranto in profonda crisi finanziaria e industriale da più lustri, in una Italia a cui piace vantarsi di essere la seconda potenza manifatturiera europea. E una manifesta incapacità politica e sindacale di delineare le priorità di un turnaround dove sono coinvolti migliaia di lavoratori diretti e dell’indotto, che dipendono dagli ammortizzatori sociali e con un timore concreto di una catastrofe occupazionale.

Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante il nostro stellone non sia presente nei Mondiali di calcio da tre edizioni e si sia assistito dopo settimane di consultazione ad un vergognoso papocchio decisionale per nominare il Commissario Tecnico della Nazionale. Con un caos politico e sportivo fatto di veti incrociati, dimissioni eccellenti e un clamoroso ritiro di un allenatore già nominato e poi sostituito da un altro, che in passato aveva voltato le spalle alla bandiera italiana grazie ad una fuga verso compensi arabi.

Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante, dulcis in fundo, un conduttore di una trasmissione televisiva, che, paladino del giornalismo d’inchiesta che racconta le zone d’ombra del potere, si attovagliava a cena un giorno sì e un giorno no con un faccendiere dal profilo grottesco e poco raccomandabile.

Nonostante, perché il nostro è un luogo ammirato e invidiato, specialmente dagli stranieri, che lo considerano il Paese migliore per vivere serenamente: per la sua cultura, per la sua capacità manufatturiera e artigianale, per la sua geografia che mette insieme mari e monti, per la tolleranza del carattere dei suoi abitanti, per la passione che i lavoratori mettono nel loro operato. Insomma per quel soft power tutto italico che riesce a tenere insieme ossimori spesso inconciliabili in altri contesti globali, come la bellezza, il buon gusto e la razionalità programmatica. Diceva alcuni anni fa un claim pubblicitario del film di Giovanni Veronesi Italians: «La vita è troppo breve per non essere Italiani».

Però noi abitanti del Bel Paese siamo un po’ troppo nostalgici verso gli anni passati e ipercritici sulle capacità di scavallare le grandi montagne dei problemi. Le nostre potenzialità non riescono a scaricarsi a terra e viviamo prigionieri della path dependence, ossia del nostro retaggio storico (fantastico, ma troppo conformistico e spesso ostacolo alle novità). Un blocco alle autentiche virtù che spesso, cinici con noi stessi, snobbiamo o non riusciamo a percepire.

Si avverte lo spegnimento di una visione o di un obiettivo comune in cui riconoscersi come nazione. Per uscire da un declino asfittico della recente storia italica e approdare ad una più felice crescita, occorrerebbe un «purpose» sosterebbero gli economisti anglosassoni. Una linea programmatica che aiuti la propensione del Paese a smettere di rimpiangere l’era che fu e invece a ricominciare a immaginare una fiducia collettiva dove gli ingredienti che ci sono riconosciuti come l’estetica, il senso di comunità, la flessibilità, l’innovazione, la qualità della vita prendono insieme corpo in un programma di rilancio e di entusiasmo. Insomma, un manifesto condiviso che sia un colpo d’ala di coraggio e di rischio.

Gli italiani contemporanei, o meglio la giovane generazione che sarà al comando tra dieci anni, deve uscire dalla placida comfort zone e ritrovare la dote di visionari tipica della metà del Novecento, cambiando rotta e riabituandosi a scrivere il proprio futuro e quello dei propri figli. Sognare si può. Anzi si deve.

venerdì 14 agosto 2026

Il patto tra generazioni

Elsa Fornero
Un welfare più equilibrato ed equo può salvaguardare giovani e pensionati

La Stampa, 14 agosto 2026

L’invecchiamento della popolazione – ossia l’aumento della vita attesa e la parallela riduzione della fertilità - viene spesso raccontato come un peso per i conti pubblici, una minaccia per le pensioni, un’ipoteca sulla crescita economica, un terreno di scontro tra generazioni. Una lettura quasi apocalittica, non scorretta ma parziale, che riflette la tendenza ad affrontare i problemi strutturali in chiave emergenziale, intervenendo sugli effetti anziché sulle cause.

Vivere più a lungo e avere il numero di figli desiderato è, anzitutto, un progresso. Progresso in medicina, sanità pubblica, alimentazione, abitazione, igiene, istruzione, genitorialità consapevole. Ci sono però due problemi insufficientemente considerati nel dibattito: anzitutto, la longevità non è equamente distribuita e, in secondo luogo, anche la fecondità desiderata è, oggi forse più che in passato, fortemente influenzata dalle condizioni economiche della coppia. Le cause sono diverse ma richiamano squilibri diffusi tra classi sociali, generi e generazioni.

La logica dell’accumulazione

Da un lato, i divari economici e sociali si traducono in differenze marcate nella speranza di vita e, soprattutto, di una vita in buona salute. Chi dispone di maggiori risorse umane e materiali, ereditate o costruite nel tempo, non solo vive più a lungo: vive più anni sani, autonomi, partecipi; chi invece ha avuto un percorso svantaggiato arriva alla vecchiaia con maggiori probabilità di malattie, precarietà, dipendenza.

È la logica dell’accumulazione: le condizioni della prima infanzia influenzano il percorso educativo; l’istruzione il lavoro, il lavoro il reddito, il risparmio, le relazioni sociali e, alla fine, la pensione. D’altro canto, vivere in condizioni di povertà e di precarietà non aiuta ad affrontare adeguatamente la nascita di uno o più figli. Per questo, una politica che affronti l’invecchiamento guardando prevalentemente al sistema previdenziale nasce monca e non risolutiva.

Le riforme pensionistiche

Negli ultimi decenni molti Paesi, Italia compresa, hanno riformato i sistemi pensionistici: più anni di lavoro, minori uscite anticipate, legami più stretti tra contributi versati e prestazioni ricevute. Erano riforme impopolari - perché i benefici arrivano in ritardo rispetto ai sacrifici - ma necessarie perché il sistema non può reggere con prestazioni scollegate dalla demografia e dall’economia. E non è giusto che le generazioni più giovani, peraltro sempre meno numerose, paghino il conto di impegni presi da altri senza adeguata copertura nel numero e nei redditi di chi lavora.

Queste riforme hanno però scontrato anche un limite strutturale che la politica non ha adeguatamente colto: nessuna riforma pensionistica funziona se isolata dalla politica demografica e occupazionale e nessuna politica del lavoro funziona se scollegata dall’istruzione. Le pensioni più basse delle donne, per esempio, non nascono nel sistema previdenziale ma prima, nel più basso tasso di occupazione, nei più bassi salari, nelle carriere spezzate dalla cura di figli e familiari. E, prima ancora, nella scarsa considerazione sociale per la loro indipendenza economica.

Nessuna generazione basta a sé stessa

Allargare l’orizzonte significa, anzitutto, partire dalla considerazione che nessuna generazione basta a sé stessa. I bambini dipendono dagli adulti; gli adulti lavorano ma vivono grazie a istituzioni, conoscenze e ricchezza ereditate da chi li ha preceduti; gli anziani dipendono dai risparmi accumulati ma anche dal reddito e dalla cura delle generazioni più giovani. Il patto tra generazioni non è un solo un marchingegno contabile per finanziare le pensioni: è un patto morale e politico, che nei suoi principi fondamentali è scritto nelle Costituzioni (la nostra compresa).

Di qui derivano implicazioni per la politica e scomode verità per il nostro Paese. Anzitutto, che, per essere sostenibile, qualsiasi sistema di welfare deve guardare a tutto il ciclo di vita delle persone: deve proteggere i bambini, sviluppare le loro capacità con istruzione di qualità, contrastare gli abbandoni scolastici, sostenere l’indipendenza economica attraverso servizi pubblici adeguati, a cominciare dagli asili nido e dalle scuole dell’infanzia fino ai servizi per l’impiego.

Deve cercare di aumentare stabilmente occupazione e retribuzioni attraverso politiche favorevoli a investimenti e innovazioni; permettere a ciascuno di costruirsi una buona sicurezza finanziaria nell’età anziana, in grado di fare fronte ai bisogni di cura, inevitabilmente crescenti in quell’età. Un welfare, pertanto, non solo “risarcitorio e redistributivo” ma “contratto sociale” tale da mettere tutti nelle condizioni di partecipare pienamente alla vita economica e sociale, anche contribuendo a contrastare con figli il declino demografico ed economico del Paese.

Italia laboratorio degli squilibri

L’Italia è il laboratorio perfetto degli squilibri generazionali. Pur essendo tra i Paesi con minore fecondità e maggiore longevità è riuscito, finora, a evitare, pure in un quadro di relativa stagnazione e di aumento della povertà, un impoverimento delle classi di età anziane. Lo stesso non è però accaduto per quelle giovani, che hanno subito un aumento del tasso di povertà.

Allo stesso tempo, l’occupazione - soprattutto femminile e giovanile - resta bassa nonostante qualche miglioramento, la produttività cresce poco o punto, i salari ristagnano o diminuiscono e la povertà si concentra sempre più tra le famiglie giovani con figli. Come stupirsi che l’Italia detenga il primato europeo di giovani che non studiano, non lavorano e non sono in formazione e che sia, ormai strutturalmente, Paese di emigrazione di giovani?

Quali soluzioni?

La soluzione, però, non è mettere pensionati e giovani gli uni contro gli altri. Chi oggi è anziano ha contribuito, spesso in condizioni difficili, alla crescita del paese e merita sicurezza e dignità. La sfida è riequilibrare il welfare, proteggendo gli anziani e investendo, con almeno altrettanta convinzione, su bambini, giovani, donne e lavoratori.

Significa preservare la logica delle riforme che hanno restituito sostenibilità al sistema, senza riaprire scorciatoie e privilegi. Significa investire in istruzione, ricerca, servizi di cura, imprese capaci di creare lavoro stabile e ben remunerato — con la stessa ambizione, e con lo stesso orizzonte di lungo periodo che ha ispirato il Pnrr. Tutto il resto sono chiacchiere vane.