Cara, amara, infinita Emily Dickinson: un tenebroso splendore, come sceglie di sottotitolare il suo nuovo volume Paola Tonussi (Emily Dickinson. Gemma oscura). La più grande poetessa americana, il fiore più simile a Leopardi che sia mai germogliato nella fredda terra del New England, eppure totalmente unica e riconoscibile a chilometri, continua a stregarci coi suoi grandi versi pieni di piccole cose, tanto semplici che parrebbero scritti da un bambino; ma i bambini, si sa, hanno la precedenza per andare in braccio a Dio. Emily che mise radici in casa, Emily che però ha visto tutto il mondo e ciò che sta oltre; Emily che “Se potrò impedire a un Cuore di spezzarsi / Non avrò vissuto invano”. Emily che gioca meditando: “Io sono Nessuno! Tu chi sei? / Sei Nessuno anche tu? / Allora siamo in due!”; ma anche Emily che medita giocando: “Per riempire un buco / Mettici la cosa che l’ha causato / Bloccalo / con qualcos’altro – e si spalancherà di più / Non puoi sigillare un Abisso / Con l’aria”. Emily, insomma, che, come tutti i grandi, è talmente tante Emily in una sola, o talmente tanto Emily da sola, che può far venire le vertigini, a prendere con ingenua baldanza le sue poesie in libreria. Il bel libro di Paola Tonussi aiuta proprio in questo: ripercorre l’intera vita della Dickinson con penna fiorita (qua e là, forse, potabile); ne traccia con perizia e ispirazione le fondamenta culturali, ossia la Natura da un lato e dall’altro la Bibbia (“Affascinata dalle storie di santi, martiri e profeti, Emily li immaginava eroi di storie favolose in scenari mitici, tra squilli di trombe e squarci di nuvole, mari che si spalancavano in tempesta, torrenti di fuoco e lapilli, un intero cosmo lontanissimo dalla vita di Amherst quanto l’equatore dal Polo”); e segue gli sviluppi di questa “anarchica dell’anima”, fino alla scomparsa di tante persone care, e all’inclemente sorte editoriale delle sue poesie, che comunque non impedì alla Dickinson di disseminare “le lettere di versi, quasi l’unico legame superstite con il mondo, viatico di angeli e demoni, crocevia di anime salvate e sassaiole di omissioni, rinunciando alle occasioni per immergersi in visioni di eternità, intima, sospesa nel senza tempo”. “La Mancanza di Tutto - Mi ha impedito / Di provare Mancanze minori”, scrisse; e giustamente, quando l’eterno da cui era uscita se la riprese, sulla sua tomba incisero: “Born Dec. 10, 1830 - Called back May 15, 1886”. Come tanti geni svaniti in disparte, oggi è considerata una voce imprescindibile: approfittiamo allora di Paola Tonussi per imparare ad ascoltarla. E ricordate: “Le nostre vite sono svizzere / così immobili – così fredde – / finché un pomeriggio chissà / le Alpi lasciano aperte le tende / e noi vediamo di là! / L’Italia è dall’altra parte!”. (Carlo Simone)
Natalie Fée Esperienza: mi sono seduta sotto una quercia per un anno The Guardian, 5 giugno 2026
Nel 2022 mi sono trasferita a Clevedon, vicino a Bristol. Appena ho visto la quercia dietro il mio appartamento, ho iniziato a sedermi sotto di essa. Non si trova in un luogo incantevole e isolato, bensì su una collina urbana circondata da prati, ma come albero solitario sul fianco della collina, ha attirato la mia attenzione.
Ero esausta. Per 10 anni avevo gestito un'organizzazione no-profit che si occupava dell'inquinamento da plastica. Eravamo riuscite a convincere il governo a vietare le posate di plastica e gli imballaggi da asporto in polistirolo, e i supermercati a vietare i bastoncini di cotone in plastica. Erano stati grandi successi, ma era stato un lavoro duro ed ero sfinita. Stavo gradualmente abbandonando l'attivismo e lavoravo solo tre giorni a settimana.
Alla ricerca di maggiore serenità, ho avuto un'idea un po' folle: come sarebbe meditare sotto lo stesso albero ogni giorno per un anno intero? Ho deciso di iniziare con il solstizio d'inverno del 2023.
I primi mesi sono stati pesanti e desolanti. Pioveva molto ed ero sferzata da temporali e venti fortissimi. Portavo sempre con me un piccolo pezzo di pelle di pecora su cui sedermi, e a volte una borsa dell'acqua calda. Non succedeva granché sotto l'albero e l'idea di dover fare tutto questo per un anno intero mi intimoriva un po'. Alcuni giorni mi chiedevo perché lo stessi facendo, ma volevo portare a termine la sfida.
Di solito trascorrevo i primi 10 minuti seduta immobile, guardandomi intorno per godermi ciò che accadeva. Poi chiudevo gli occhi e meditavo per 20-30 minuti, tornavo a casa e scrivevo appunti e una poesia. Rileggendo quelle che ho scritto quell'inverno, mi sembrano piuttosto introspettive.
La primavera portò con sé un senso di speranza. L'inverno era sembrato un periodo di pausa; ora era come se qualcuno avesse premuto play. Il giorno in cui i narcisi spuntarono sotto l'albero fu una festa. Li avevo visti arrivare e ogni giorno pensavo: "Sbocceranno da un momento all'altro".
All'improvviso mi ritrovai con compagnia, questo grande e luminoso cespuglio di fiori accanto a me, ma dopo due settimane erano spariti. Erano cresciuti per 50 settimane; mi colpì la consapevolezza di quanto effimera possa essere la vita. Poi arrivarono i nontiscordardimé, e da lì in poi fu un'esplosione di vita e colore. La prateria desolata si trasformò in un tripudio di vita e colori.
È stato incredibile assistere a tutti i piccoli cambiamenti della natura. I ranuncoli sembravano spuntare dal nulla, così come i grilli: un giorno non ce n'era nessuno, il giorno dopo cantavano tutt'intorno a me. Un altro giorno ancora, ho sentito il canto di un uccello nuovo. "Ah, sono arrivati i rondoni", ho pensato. Tutto questo stare seduta in silenzio ha affinato i miei sensi. Tornavo a casa quasi ogni giorno raggiante.
Con l'arrivo dell'estate, mi sembrava che tutto nel prato si riposasse, tranne me. Pur apprezzando il mio rituale, durante il giorno continuavo a sfinirmi lavorando, componendo musica e scrivendo poesie. Ma mi resi conto che si trattava di riconnettermi con la natura, quindi avrei dovuto fare ciò che la natura stava facendo. Rallentare richiese uno sforzo, ma era necessario.
Sotto l'albero tutto sembrava più tranquillo e, senza le solite distrazioni, la mia meditazione era più chiara. Una volta, aprii gli occhi e vidi un cervo davanti a me. Poi un cane attraversò di corsa e il cervo scappò via.
Ho sentito un miglioramento sia nella mia salute mentale che fisica. Non avevo più mal di schiena e il mio senso di pace e meraviglia è salito alle stelle. Ho provato una felicità che non provavo dall'infanzia e ho riscoperto la voglia di giocare.
Sedermi in mezzo alla quercia ha anche cambiato la mia prospettiva sul tempo. Prima cercavo di controllare le cose, ma ora sono diventato più paziente e fiducioso nei loro tempi naturali.
In una giornata di fine estate, i rondoni erano insolitamente attivi: facevano un gran baccano. Il giorno dopo erano spariti, come se avessero annunciato la loro partenza. Con l'arrivo dell'autunno, il vento si era intensificato e le foglie avevano iniziato a cambiare colore.
Il mio ultimo giorno, nel solstizio d'inverno del 2024, ho preso la mia chitarra e ho ringraziato l'albero per avermi offerto rifugio per un anno. La sfida era compiuta e avevo ritrovato una nuova forza interiore. Ero anche sollevata di poter viaggiare e rivedere la mia famiglia.
Non c'è bisogno di andare lontano per trovare un angolo di natura dove sedersi e riflettere. La natura sa di cosa hai bisogno ed è sempre pronta a offrirtelo: devi solo trovare la tranquillità necessaria per riceverla. Io continuo a visitare l'albero quasi tutti i giorni, anche se devo ammettere che evito quelli di pioggia.
"Dobbiamo mantenere vivo il suo nome": Cesária Évora, l'affascinante artista capoverdiana che da cantante di ristorante è diventata una star mondiale.
Dopo una vita di povertà, Évora raggiunse un enorme successo a 51 anni con l'album Miss Perfumado del 1992. Mentre i cantanti capoverdiani celebrano le sue ballate morna sul palco, coloro che la conoscevano ricordano la sua forza, il suo orgoglio e la sua abitudine di fumare.
Sempre caro fu a me questo colle solitario e anche questa siepe, che sottrae alla mia vista una parte tanto ampia dell'orizzonte più lontano. Ma rimanendo seduto e osservando il quadro con cura, io mi figuro mentalmente spazi sterminati oltre la siepe, e silenzi umanamente inimmaginabili e profondissima quiete, tanto che per poco il mio animo non si spaventa. E non appena odo il vento stormire tra le piante, paragono quell'infinito silenzio a questo rumore: e mi viene in mente l'idea dell'eternità, i tempi già trascorsi e dimenticati, e quello attuale e ancor vivo, con la sua voce. Così il mio pensiero sprofonda in quest'immensità dello spazio e del tempo: e sparire in questo mare mi dà un senso di dolce abbandono.
Versi scritti duecento anni fa. La situazione descritta non ha nulla di eccezionale: la coesistenza del finito e dell'infinito nella visione, e nell'ascolto, di un paesaggio. Tutta la magia poetica deriva dal ricorso al sublime nell'espressione. Si fa plausibile l'annullamento del desiderio in uno stato di abbandono a una appartenenza di ordine cosmico. La parafrasi può essere approssimativa. Dà però un'idea dei meccanismi messi in atto. Meccanismi che Leopardi stesso porta alla luce nello Zibaldone, quando scrive: Del rimanente, alle volte l’anima desidererà ed effettivamente desidera una veduta ristretta e confinata in certi modi, come nelle situazioni romantiche. La cagione è la stessa, cioè il desiderio dell’infinito, perché allora in luogo della vista, lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima s’immagina quello che non vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario. [1820] Circa le sensazioni che piacciono pel solo indefinito puoi vedere il mio idillio sull’Infinito e richiamar l’idea di una campagna arditamente declive in guisa che la vista in certa lontananza non arrivi alla valle; e quella di un filare d’alberi, la cui fine si perda di vista, o per la lunghezza del filare, o perch’esso pure sia posto in declivio ec. ec. ec. Una fabbrica una torre ec. veduta in modo che ella paia innalzarsi sola sopra l’orizzonte, e questo non si veda, produce un contrasto efficacissimo e sublimissimo tra il finito e l’indefinito ec. ec. ec. [1821] A queste considerazioni appartiene il piacere che può dare e dà, quando non sia vinto dalla paura, il fragore del tuono, massime quand’é piú sordo, quando è udito in aperta campagna; lo stormire del vento, massime nei detti casi, quando freme confusamente in una foresta o tra i vari oggetti di una campagna, o quando è udito da lungi, o dentro una città trovandosi per le strade ec. Perocché oltre la vastità e l’incertezza e confusione del suono non si vede l’oggetto che lo produce, giacché il tuono e il vento non si vedono. È piacevole un luogo echeggiante, un appartamento ec. che ripeta il calpestio de’ piedi o la voce ec. Perocché l’eco non si vede ec. E tanto piú quanto il luogo e l’eco è piú vasto, quanto piú l’eco vien da lontano, quanto piú si diffonde; e molto piú ancora se vi si aggiunge l’oscurità del luogo che non lasci determinare la vastità del suono né i punti da cui esso parte ec. ec. E tutte queste immagini in poesia ec. sono sempre bellissime, e tanto piú quanto piú negligentemente son messe e toccando il soggetto, senza mostrar l’intenzione per cui ciò si fa, anzi mostrando d’ignorare l’effetto e le immagini che son per produrre e di non toccarli se non per ispontanea e necessaria congiuntura e indole dell’argomento ec. [1821] La consapevolezza poetica ha anticipato quella teorica. Di che si tratta alla fine? Il poeta arriva a fissare un momento di ebbrezza cosmica partendo dall'idea di un orizzonte nascosto al suo sguardo. La poesia resta, l'incanto si rinnova a ogni lettura. Frase per frase, parola per parola. Deus sive natura: per l'effetto di una splendida illusione l'uomo, che contempla il tutto, nel tutto si perde, o si riconosce.
La sera del dì di festa (1820)
Dolce e chiara è la notte e senza vento, E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti Posa la luna, e di lontan rivela Serena ogni montagna. O donna mia, Già tace ogni sentiero, e pei balconi Rara traluce la notturna lampa: Tu dormi, che t’accolse agevol sonno Nelle tue chete stanze; e non ti morde Cura nessuna; e già non sai né pensi Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Non si dovrebbe isolare l’inizio di una poesia dal resto, non si dovrebbe illustrare Leopardi ricorrendo a un paesaggio notturno e a una immagine femminile di molti anni successiva all’epoca in cui i versi furono scritti. E poi la donna non dorme nel quadro, come fa invece nelle parole del componimento. Bene. Questi abusi hanno una loro ragion d’essere. Leopardi sa restituire in poche pennellate la calma sovrana e imperturbabile del mondo. È ferito dalla visione della bellezza che, come sappiamo da Stendhal, è promessa di felicità. Si sente escluso, e ne soffre, ma non per questo reagisce negando alla scena lo splendore. Mentre soffre, continua ad avvertire il richiamo di quel mondo che osserva con sguardo penetrante e attonito. Questo è un momento della sua avventura spirituale. Si tratta di percepirlo in tutta la sua forza. Tutto il resto verrà dopo, certo. Intanto l’idillio appena rotto dal sentimento dell’ infelicità c’è stato. Ed è stato trasferito sulla pagina con immediatezza. Questo autorizza, volendo, la disinvoltura del taglio e delle illustrazioni.
A Silvia (1828)
Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale, quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, e tu, lieta e pensosa, il limitare di gioventù salivi? Sonavan le quiete stanze, e le vie d'intorno, al tuo perpetuo canto, allor che all'opre femminili intenta sedevi, assai contenta di quel vago avvenir che in mente avevi. Era il maggio odoroso: e tu solevi così menare il giorno. Io gli studi leggiadri talor lasciando e le sudate carte, ove il tempo mio primo e di me si spendea la miglior parte, d’in su i veroni del paterno ostello porgea gli orecchi al suon della tua voce, ed alla man veloce che percorrea la faticosa tela.
Cesare Garboli Nessuno più di lui sentì la vita C. Garboli G. Manganelli,Cento libri, Archinto 1989
Come non si può superare la velocità della luce, così non si può sentire la vita più di Leopardi. E d'altra parte la sua voce arriva sempre da un punto limite, dal punto in cui le emozioni, i palpiti, le scaturugini della vita fanno tutt'uno con le immobili scaturigini della morte. Il segreto della lirica leopardiana, quella pateticità terribile, concitata, quello spasimo atroce, quei conflitti, quegli urti, quel disperare e tornare a sperare, e la sua quiete immensa e serena, è tutto qui. Come se la materia di cui è fatto l'universo potesse interrogare se stessa, chiedere alla propria inerzia, al nulla, le ragioni della sua vita, e lo facesse con un filo di voce superba e insieme infinitamente discreta, umile e planetaria.
L'aggettivo vaghe in apertura esprime un'idea di bellezza e di splendore lontano. Lontano e indefettibile tanto quanto è precaria la nostra vita sulla terra. E subito le stelle diventano oggetti propri di un paesaggio interiore, passato e presente. La poesia si fa terrestre, umana. Traccia di una vita che fu e che torna nel pensiero: un'altra vita, quella del poeta fanciullo. Sono cadute le illusioni ma l'incanto si rinnova, acquistando una ricchezza che si sgrana nel respiro largo del verso scolpito parola dopo parola.
Le ricordanze (Canti, XXII, 26 agosto - 12 settembre 1829)
Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea Tornare ancor per uso a contemplarvi Sul paterno giardino scintillanti, E ragionar con voi dalle finestre Di questo albergo ove abitai fanciullo, E delle gioie mie vidi la fine. Quante immagini un tempo, e quante fole Creommi nel pensier l'aspetto vostro E delle luci a voi compagne! allora Che, tacito, seduto in verde zolla, Delle sere io solea passar gran parte Mirando il cielo, ed ascoltando il canto Della rana rimota alla campagna! E la lucciola errava appo le siepi E in su l'aiuole, susurrando al vento I viali odorati, ed i cipressi Là nella selva; e sotto al patrio tetto Sonavan voci alterne, e le tranquille Opre de' servi. E che pensieri immensi, Che dolci sogni mi spirò la vista Di quel lontano mar, quei monti azzurri, Che di qua scopro, e che varcare un giorno Io mi pensava, arcani mondi, arcana Felicità fingendo al viver mio! Ignaro del mio fato, e quante volte Questa mia vita dolorosa e nuda Volentier con la morte avrei cangiato.
1. Vaghe: belle, incantevoli. Orsa: il riferimento è alla costellazione dell’Orsa Maggiore.
2. ancor per uso: come era mia abitudine una volta (nell’infanzia: v. 5, fanciullo).
8. creommi: creò in me. l’aspetto vostro: la vostra vista.
9. e... compagne!: e delle altre costellazioni (luci).
10. in verde zolla: su un prato verde.
12-13 Guardando il cielo e ascoltando il canto della rana lontana (rimota) nella vastità della campagna.
14. appo: presso (dalla preposizione latina apud).
15-17 Mentre sussurravano per il vento i viali odorosi (odorati) e i cipressi laggiù nel bosco.
17-19 Nella casa paterna risuonavano i dialoghi (voci alterne) e le tranquille attività (opre) domestiche.
20. mi spirò: mi ispirò.
23-24 Immaginando (fingendo) mondi misteriosi e felicità sconosciute nella mia vita futura.
25-27 Inconsapevole del mio destino e di quante volte in seguito avrei scambiato volentieri con la morte questa mia vita priva di qualsiasi piacere (nuda).
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Zibaldone
Uno de’ maggiori frutti che io mi propongo e spero da’ miei versi, è che essi riscaldino la mia vecchiezza col calore della mia gioventú; è di assaporarli in quella età, e provar qualche reliquia de’ miei sentimenti passati, messa quivi entro, per conservarla e darle durata, quasi in deposito; è di commuover me stesso in rileggerli, come spesso mi accade, e meglio che in leggere poesie d’altri: oltre la rimembranza, il riflettere sopra quello ch’io fui, e paragonarmi meco medesimo; e in fine il piacere che si prova in gustare e apprezzare i propri lavori, e contemplare da se compiacendosene, le bellezze e i pregi di un figliuolo proprio, non con altra soddisfazione, che di aver fatta una cosa bella al mondo; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui (Pisa, 15 febbraio, ultimo venerdí di Carnevale. 1828).
All’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d’una campana; e nel tempo stesso coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione (Recanati, 30 novembre 1828, 1a Domenica dell’Avvento).
Italo Calvino a Giorgio Manganelli, 16 luglio 1984
Caro Giorgio,
l'articolo di ieri su Leopardi è bellissimo e sento il bisogno di dirtelo. Hai trovato la definizione esatta - come nessuno era riuscito a fare - del rapporto tra quello che Leopardi dice e il piacere che dà a leggerlo, la leggerezza con cui abita e filosofeggia la sua tristezza e noia. Tante volte ho pensato di non poter spiegare - per esempio a uno straniero - la grandezza di L. e che cosa rende le Operette un libro unico e perché non ci si sazia mai di leggerlo - e tu ci sei riuscito con un'evidenza di formulazione che ormai mi sembra diventata la sola cosa che si possa dire. E il parallelo con Petrarca mi pare calzi perfettamente - insomma leggendoti mi pareva d'essere stato a un pelo dall'aver pensato io tutte queste cose e di stare venendo in possesso di qualcosa di mio. Un caro saluto e buona estate