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sabato 5 settembre 2026

Libertà e ragione in Hegel

 

Francesca Iannelli
T
Francesco Di Frischia
Hegel maestro attualissimo risponde ai dilemmi dell'oggi

Corriere della Sera, 5 settembre 2026

Libertà e ragione sono il fulcro del pensiero di Hegel. Per il filosofo tedesco fare filosofia significa imparare a pensare e a vivere liberamente. A confermare ampiamente queste tesi è l’analisi preliminare finora condotta da un team internazionale sulle 5.200 pagine manoscritte — scoperte nel 2022 — che documentano le lezioni tenute dal maestro a Heidelberg tra il 1816 e il 1818. Il materiale inedito è tuttora in fase di trascrizione e studio e sarà presto pubblicato. Questi sono solo alcuni degli argomenti che, dal 1° settembre a ieri, sono stati approfonditi e analizzati all’università Roma Tre durante il 36º congresso della Società internazionale hegeliana. All’evento hanno partecipato quasi 500 esperti e filosofi provenienti dai cinque continenti.

Tra i nuovi focus dell’estetica di Hegel sono stati sottolineati lo straordinario interesse per la pittura italiana, così come i principi fondamentali di una moderna filosofia della natura e i concetti di vita e di sostenibilità. Ulteriori innovative prospettive mostrano, non da ultimo, come il filosofo tedesco (1770-1831) sia stato anche il fondatore di una moderna teoria dei segni e del linguaggio.

Ma il tema che domina il dibattito è la straordinaria attualità della filosofia di Hegel: molte delle domande decisive del nostro tempo, infatti, possono ancora trovare risposta proprio nelle sue tesi filosofiche, dimostrando come il futuro continui ad avere un cuore antico. E fa certamente riflettere il fatto che il pensiero di un filosofo nato in Germania tra il XVIII e il XIX secolo continui ancora oggi a promuovere il dialogo tra culture diverse — a volte persino antitetiche — e offrire preziosi strumenti teorici per affrontare le sfide del presente.

Senza dubbio la diffusione mondiale del pensiero di Hegel dipende dalla capacità emancipativa di alcune sue categorie concettuali efficaci per interpretare la nostra epoca: dal riconoscimento reciproco come condizione di un’autentica libertà alla Bildung (istruzione, ndr) come progetto permanente di formazione dell’essere umano, dal ruolo strategico di arte, religione, filosofia al complesso rapporto tra natura e cultura.

Il congresso si è aperto con i saluti del rettore dell’università Roma Tre, Massimiliano Fiorucci, e dell’ambasciatore della Repubblica federale di Germania in Italia, Thomas Bagger. A fare da sfondo al convegno — diretto da Francesca Iannelli, docente di Estetica a Roma Tre — è certamente anche il rinnovato interesse suscitato dal ritrovamento, quattro anni fa, degli appunti delle lezioni tenute da Hegel a Heidelberg di cui si erano perse le tracce. I preziosi documenti (sui quali è impegnata anche Iannelli) sono stati ritrovati fortuitamente dallo studioso tedesco Klaus Vieweg. Ieri lo stesso studioso, in una delle sessioni del congresso, ha approfondito le prospettive interpretative aperte da questa straordinaria scoperta (già documentata su «la Lettura» nel maggio 2023). Si tratta evidentemente — secondo molti ricercatori — di materiali destinati a modificare profondamente la conoscenza del sistema hegeliano. Come ha dichiarato lo stesso Vieweg: «L’edizione delle trascrizioni di Carové, primo assistente di Hegel, dei corsi tenuti dal maestro a Heidelberg, rivoluzionerà la ricerca sul filosofo. Non a caso questo sensazionale ritrovamento è stato paragonato alla scoperta di una partitura di Mozart o di un testo di Shakespeare». «Solo così sarà possibile prendere pienamente coscienza della prima forma assunta dal sistema di Hegel nella sua completezza che fornisce una base indispensabile per ulteriori ricerche sull’enciclopedia delle Scienze filosofiche — ha aggiunto Vieweg — che Hegel definisce come scienza della libertà».

Tra gli studiosi del panorama internazionale intervenuti a Roma, Andreas Arndt, Paul Kottman, Valerio Rocco Lozano ed Erzsébet Rózsa. Tra gli appuntamenti più seguiti la conferenza di Slavoj Žižek, uno dei filosofi contemporanei più influenti e autore di Hegel e il cervello postumano (scritto nel 2021, Ponte alle Grazie), che ha tenuto un incontro al Teatro Palladium dal titolo "Tutto quello che volevi sapere su Hegel, ma che avevi paura di chiedere a Hegel". Secondo Žižek «molte delle domande decisive del nostro tempo possono ancora trovare risposta proprio nella filosofia hegeliana». Infatti, se il filosofo tedesco era considerato un corruttore di giovani, «tale “corruzione” è oggi più che mai necessaria, nel nostro Occidente liberale e permissivo, dove la maggior parte delle persone non è nemmeno consapevole del modo in cui l’establishment le controlla proprio quando sembrano libere: quindi la mancanza di libertà più pericolosa è quella che viviamo come libertà». O come disse Goethe due secoli fa: «Nessuno è più irrimediabilmente schiavo di chi crede falsamente di essere libero».

giovedì 23 aprile 2026

Solo nella bellezza altrui


Esistono in filosofia se non tra i poeti analoghi richiami all’importanza del dialogo con l’altro. Si pensi a Buber, Calogero, Levinas. Qui, in Zagajewski, al tema del rapporto con un interlocutore si aggiunge la contemplazione della bellezza. Oggetto della ricerca è oltre allo scambio la promessa di felicità che accompagna il piacere estetico. Zagajewski ha intitolato Nella bellezza altrui anche una raccolta di saggi da lui pubblicata nel 1998.
«La bellezza salverà il mondo», affermava il principe Miškin nell’
Idiota di Dostoevskij; “il poeta polacco aggiunge che solo nella bellezza “altrui” vi è la salvezza” (Lucia Pascale). Perché tutto questo? Perché l’uomo solo è condannato all’eterna ripetizione dello stesso. Un rapporto con la nostra immagine può approdare solo a un vuoto gioco di specchi. Il deserto intorno a noi si riflette nel deserto all’interno del nostro animo.
L’altro ci salva dall’annegamento nel nulla. L’arte medesima rappresenta un tentativo di proporre al pubblico, al mondo, una forma significativa, dotata di una vita propria. Per ritrovarci dobbiamo perderci, uscire da noi stessi, cercare una rispondenza nel mondo, provare a esistere.

Adam Zagajewski (Leopoli, 1945), da Dalla vita degli oggetti. Poesie 1983-2005 (a cura di Krystyna Jaworska, Adelphi, 2012)

Nella bellezza altrui

Solo nella bellezza altrui
vi è consolazione, nella musica
altrui e in versi stranieri.
Solo negli altri vi è salvezza,
anche se la solitudine avesse sapore
d’oppio. Non sono un inferno gli altri,
a guardarli il mattino, quando
la fronte è pulita, lavata dai sogni.
Per questo a lungo penso quale
parola usare: se lui o tu.
Ogni lui tradisce un tu, ma
in cambio nella poesia di un altro
è in fedele attesa un dialogo pacato.

 https://www.avampostopoesia.com/poeti/adam-zagajewski  


mercoledì 25 febbraio 2026

La parola assente

Ester Viola
Viviamo l'era dell'essenzialità muta. Ma parlate, fatevi questo piacere!

Il Foglio, 25 febbraio 2026

 Il cringe [imbarazzo] sta tracimando. All’inizio era quella paura moderata di essere imbarazzanti, quel voler mantenersi fighi, sì, è importante essere fighi e cool e con il minimo esatto da dire. Chi di noi non vorrebbe ben figurare come Barack Obama.
Così, con questa nuova moda dell’essenzialità muta e in onore delle politiche anti cringe, i ragazzi hanno deciso che non parlano più. Non è che parlano di malavoglia come è sempre successo. O troppo e a sproposito, e arrabbiati e contestatori, proprio non parlano. Non li devi interrogare, non vogliono domande, non li devi disturbare al telefono nemmeno alle tre di notte se non tornano. Scrivi, se proprio devi dirmi qualcosa. Poi ci penso e ti rispondo, queste sono le regole dell’evitamento organizzato.

Maryellen Macdonald, professoressa di Psicologia e Scienze del linguaggio all’università del Wisconsin-Madison e autrice di More Than Words: How Talking Sharpens the Mind and Shapes Our World, parte da un gesto elementare – alzare la cornetta – per raccontare una piccola ritirata antropologica sul Washington Post. Telefonare è diventato inaffrontabile e punitivo per moltissimi. Si chiama telefobia ed è un carattere collettivo che nemmeno riguarda il telefono in sé ma la conversazione, che adesso deve essere scansata come massima iattura, se hai vent’anni o anche trenta.

Ma non volevano l’autenticità? Le connessioni più profonde? E come le volete le connessioni, su Whatsapp? La gente non è come scrive, è la prima cosa che impari se sei venuto al mondo in quest’èra del dopo-post. Le conseguenze sociali sono già evidenti. Le aziende iniziano a chiedersi se i giovani dipendenti sapranno parlare con colleghi e clienti senza mediazioni di tastiera. Ma il punto non è solo l’imbarazzo sociale, è più la fine che faranno i cervelli.

Parlarsi non è una cosina ornamentale, è una “difficoltà auspicabile”, dicono i veterani di psicologia cognitiva. Uno pensa, articola, formula la frase che deve offrire all’altro nella forma che si decide all’istante: furba, dura, dolce, persuasiva. E’ il lavoro più profondo dei neuroni, quello di regolare immediatamente tono ed emozioni del linguaggio nelle risposte. Sono microdecisioni strategiche che sommate insieme fanno quel che definiamo gli adulti. Niente è in grado di produrre lo stesso effetto – che è quasi muscolare. Evitare la conversazione è paragonabile a star seduti sul divano a mangiare patatine. Non sappiamo ancora quali saranno gli effetti a lungo termine di una generazione che parla meno, ma il legame tra silenzio prolungato e deterioramento cognitivo non è un bel dettaglio medico da considerare. Circolano sui social da un po’di anni vignette sulle telefonate che potevano essere una mail. Le riunioni che potevano essere una mail. I pranzi di lavoro che potevano essere una mail. Alla fine tutto, perfino la vita, può essere una mail. Magari, dicono loro. Meglio esprimersi il meno possibile, come quel personaggio di non ricordo quale libro di Jane Austen, una ragazza molto taciturna, che interrogata rispondeva: “Si dovrebbe parlare solo quando si ha qualcosa di intelligente da dire”. Questi però sono benefici per vecchi. Noi, noi abbiamo le parole stanche, consumate da tutte le volte che ci sono cadute per terra, senza servire a niente. Ma i giovani no, loro devono parlare. I giovani sono le cicale. Fanno rumore, chiamano l’estate, tutte le cose del mondo quando sono vive fanno rumore.

Manco la conversazione minima sopportano. Nel mondo ex contemporaneo (l’altroieri) si parlava per piacersi, per avere un aumento, per prendere un lavoro che ci garbava, per nascondere di essere incapaci, per non sembrare dei provinciali, per essere invitati in barca, perfino per star zitti meglio dopo. Chi comanda le parole comanda le stanze. Adesso perfino il telefono (che era nato per quello, per parlarsi) è una specie di teca egizia dell’evitamento. Se chiami senza preavviso, quasi nessuno risponde. Forse il cardiologo, ma non è detto.

Le generazioni precedenti sono state tutte di cialtroni verbosissimi. Gente che non aveva scampo, bisognava provare senza la mediazione scritta. Si faceva brutta figura? Pazienza. Se ne sarebbe fatta un’altra leggermente migliore il giorno dopo. Ultimamente l’ansia dell’imbarazzo è prevenuta alla fonte: si evita l’occasione. E’ una profilassi perfetta, che però presenta un piccolo effetto collaterale che è l’atrofia. Non solo delle competenze sociali ma della percezione di sé, perché mentre si parla, là si scopre cosa si pensa davvero. Le idee arrivano spesso dopo la voce, non prima, ed è una rivelazione che richiede una certa tolleranza per il caos.

Il risultato dell’epoca del silenzio assistito lo vedono già le aziende, i professori, chiunque si trovi a chiedere a un ventenne di sostenere una conversazione non mediata. Se pure hai l’intelligenza, ti manca l’allenamento alla frizione e quindi vai zoppo. Serve starci, in quella micro-catastrofe di riempire i vuoti. Sì, mi rivolgo l’obiezione da sola, si potrebbe liquidare anche questo con il solito lamento generazionale, dei prima contro i dopo. Ormai un articolo su quattro si legge così. Qui però non sono tempora e mores perché c’è qualcosa di più strutturale, anzi biologico. Parlare è uno dei pochi apprendistati che sono rimasti, mentre parli ti tradisci. Il che è una faccenda formativa al massimo grado, come poche altre umiliazioni.

Può cambiare tanto ma non tutto, nei prossimi anni. Il mondo continua a funzionare secondo regole fisse per forza novecentesche. Le relazioni si costruiscono parlando e le carriere avanzano parlando. L’amore poi è impossibile in queste nursery acusticamente isolate, l’amore sperimenta il più terribile dei riflessi della conversazione: le parole che ti escono di bocca prima che il cervello riesca a fermarle. Amore è quando non sai cosa hai detto e perché. Vorrete mica rinunciare all’amore? Parlate, fatevi questo piacere.

lunedì 2 febbraio 2026

Repole. Fermezza e dialogo



Giacomo Galeazzi

Repole: "Torino è una capitale della solidarietà e della carità. Chi devasta va denunciato"
La Stampa, 2 febbraio 2026

La guerriglia come ferita da ricucire. «Torino non è una città violenta, è una grande capitale della carità e della solidarietà sociale». Perciò «non può accettare di essere sfigurata in questa sua identità, di essere così manipolata dai cultori della violenza», afferma il cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e Susa, membro in Vaticano dei dicasteri della Dottrina della fede e dei Santi e in Cei della Commissione per l’educazione, la scuola e l’università. Da culla del cattolicesimo sociale Torino si trova ad essere laboratorio ecclesiale nelle tensioni della post-modernità e l’arcivescovo Repole, che per un decennio è stato presidente dei teologi italiani, prende di petto la sfida unendo dottrina e impegno concreto nella vita pubblica.

Così il cardinale lancia un accorato appello a «denunciare con forza chi ha scatenato la guerriglia sabato sera e siamo vicini alle vittime e ai feriti, alle forze dell’ordine». Contemporaneamente è necessaria un’attenta opera di discernimento per inquadrare correttamente quanto accaduto sabato a Torino: «Dobbiamo affrontare le radici delle sofferenze del nostro tempo, non confondendo le frange violente con le migliaia di persone che manifestano pacificamente». Il cardinale crede che «chi ha responsabilità oggi debba compiere proprio lo sforzo di non confondere gli inaccettabili eccessi di alcuni con il sentimento mite della maggioranza e con la sofferenza silenziosa di tanti che vivono la povertà e l’emarginazione». Zero alibi o semplificazioni che sviano l’analisi. «Torino ha sempre saputo chinarsi per curare le ferite prima di punire. Fermeremo la violenza, ma non si dovrà nascondere questa sofferenza e chi lavora per il dialogo», puntualizza Repole.

Quando due mesi fa era stata la redazione de La Stampa ad essere assaltata da frange violente di un corteo l’arcivescovo di Torino aveva richiamato l’attenzione sulla «degenerazione cominciata con lo sdoganamento di parole e linguaggi sempre più violenti».

Nel mirino dei «cultori della violenza» prima «un giornale di tradizionale liberal-democratica colpito come fecero i terroristi negli anni di piombo», poi l’intera città e le forze dell’ordine in un vortice di barbarie. In entrambi i casi «attorno al disagio sociale che i giovani purtroppo vivono davvero in questo tempo di grandi povertà materiali e culturali, stanno tornando a muoversi antiche spinte ideologiche, che cercano la destabilizzazione e scelgono simboli da attaccare».

Si tratta secondo il cardinale Repole di «segnali molto preoccupanti». Ed è «triste che la sofferenza di tanti giovani finisca per essere confusa con questa violenza». Come società «paghiamo anni di distrazione collettiva» rispetto all’escalation di violenza.

Dunque «si dovrebbe invertire questa deriva, ma adesso è diventata un’impresa dura, i social network moltiplicano l’effetto delle parole fuori controllo». Il porporato non pensa «solo a chi spacca le vetrine, penso a chi ha posizioni pubbliche e ruoli di influenza culturale: al di là degli schieramenti ci siamo abituati ad ascoltare valanghe di insulti, aggressioni verbali, diffamazioni di ogni tipo, che vengono spesso pronunciate con sfacciata arroganza. Invece sono reati, preparano il terreno alla violenza e non è giusto che restino impuniti».

Papa Francesco parlava al riguardo dello «spirito di Caino» che alimenta tensioni. Una minaccia per tutti. Sottolinea il cardinale Repole: «Rispetto a noi, penso che la guerra non sia solo quella che si combatte lontano: la guerra trova radici anche qui, nelle nostre strade, nelle nostre case e soprattutto nei nostri cuori se non troviamo alternative alle parole e ai gesti che ci dividono».

Perciò «è inutile che contestiamo le guerre che si consumano nel mondo se non siamo in grado di spegnere i germi di violenza che ci portiamo dentro». da qui l’esigenza di «riconnettere il più possibile il nostro tessuto sociale». Allo stesso tempo «non possiamo non dire che ogni atto o forma di violenza non può che essere bandita».

È infatti «troppo evidente che non si può vivere in una città dove devi avere paura che ci siano degli atti di violenza, in qualunque contesto», avverte l’arcivescovo di Torino. La risposta, sulle orme di Leone XIV, è una pace (anche sociale) «disarmata e disarmante» verso la riconciliazione.

lunedì 15 dicembre 2025

Capire prima di tutto


Chiara Francini
Ecco perché sono andata ad Atreju: dialogo vuol dire progresso

La Stampa, 15 dicembre 2025

Ma la realtà è un fatto complesso.

E affrontarla richiede tempo, profondità, esercizio.

Richiede fatica.

E questo bipolarismo povero, piccino, che confonde la politica con il tifo, il pensiero con l’appartenenza è un meccanismo comodo, perché solleva dalla fatica del pensare.

Ma è anche mortale, perché semplificare male un pensiero è il modo più rapido per farlo morire. E quando un pensiero muore, nasce la dittatura.

È un bipolarismo sterile quello che divide senza spiegare, senza dire.

Le battaglie che contano - quelle per i diritti delle donne, delle persone omosessuali, transgender, dei malati, dei poveri, degli ultimi, di chiunque abbia avuto meno voce - non avanzano quando ci si rintana. Avanzano quando ci si espone. Quando si attraversano i luoghi che sembrano lontani e si porta lì la propria storia, la propria verità, la propria idea di giustizia e la propria presenza.

I diritti crescono nella luce.

Non nei pozzi.

Non nelle assenze che non sono coraggiose, ma prudenti.

E il dialogo - quello vero - è la forma più alta di responsabilità. E di rischio.

Perché dialogare significa accettare di essere fraintesi, contestati, messi in discussione. Ma significa anche tenere in mano la possibilità più bella e scomoda di tutte: capire.

E la comprensione è una rivoluzione lenta, ma irreversibile.

Con questo libro sono stata alla Festa dell’Unità, al Festival di Domani, presentata da Adriano Sofri, nelle scuole, nei teatri, nelle piazze.

E ora sono qui.

Sono qui perché non ho mai creduto nella letteratura - e nella politica - che cercano soltanto il proprio riflesso. Le parole e le storie devono andare laggiù, dove fanno attrito. Perché l’attrito, se è onesto, genera movimento. Progresso.

Se oggi siamo qui a discutere di un romanzo che parla di antifascismo, di memoria, di disobbedienza e di libertà, fatevi un applauso, perché non è un gesto ruffiano: è un gesto di fiducia. Fiducia nell’ascolto, nella pluralità, nelle parole che anche quando sono percepite come scomode possano trovare una stanza comune.

Essere qui non è un dettaglio.

È una possibilità.

Una possibilità che esiste solo se esiste la libertà di parola. E la libertà di parola non è mai garantita una volta per tutte. Vive solo se esiste una stampa libera, capace di disturbare, di contraddire, di non allinearsi. La libertà di stampa non serve a confermare le versioni ufficiali: serve a incrinarle. Serve a impedire che il potere - qualunque potere - diventi racconto unico.

Si deve combattere con ferocia ogni tipo di pregiudizio. Perché il pregiudizio è un giudizio che viene prima ed è già una condanna senza processo. Arriva prima dei fatti, prima dell’ascolto, prima della verità. Ed è costitutivamente sempre sbagliato.

Se siamo tutti esseri umani - fragili, contraddittori, irriducibili, meravigliosi - allora il punto non è scegliere tra il nero e il rosso, ma riconoscere l’arco intero dei colori. Ricordare che siamo fatti della stessa materia, anche quando ci convinciamo del contrario. Che la diversità non è altro da noi. È parte costitutiva di noi. Tutti siamo diversi. Grazie a Dio.

Il fatto che io sia qui oggi, a parlare di un libro che racconta di come le diversità non si correggano ma si accolgano, è già un gesto che smentisce molte delle narrazioni che ci vogliono barricati ciascuno nel proprio fortino della salvezza.

E il fatto che siate qui ad ascoltare - qui, dove molti giurerebbero che certe parole non possano stare - è un dato reale. Non simbolico.

Il dialogo non è compromesso. È progresso.

Le querce non fanno limoni è un romanzo politico perché è un romanzo umano. E la politica significa scegliere come si sta al mondo.

Quella che ho scritto è la storia di madri e di figlie, di obbedienze sbagliate e disobbedienze necessarie; di vergogne imposte e di libertà che costano.

È un romanzo che continua a chiederti una sola cosa, semplice e insopportabile: E tu? Da che parte stai?

E lo fa usando parole che resistono. Alle epoche, ai regimi, alle geografie. Parole che non obbediscono alla cronaca, ma alla memoria profonda di un popolo.

Che si depositano e riemergono quando la vita ha finito il fiato.

E restano. Stanno.

«Cara mamma, quando questa mia ti giungerà io non sarò più.

Muoio sereno. Ho la coscienza tranquilla.

Tu sei stata per me la più cara delle madri, e il mio pensiero è per te in quest’ora.

Non piangere.

Prega per me.

Io muoio nella fede in Dio e nell’amore per la Patria.

Abbi coraggio, mamma. Bacia per me tutti i miei cari.

Tuo Franco»

«Mia adorata mamma,

quando leggerai queste righe io sarò già morto.

Non piangere troppo: non sarebbe degno né di te né di me.

Io muoio tranquillo, perché so di aver fatto ciò che ritenevo giusto.

Prego Dio che ti dia forza.

Penso a voi - a te, a papà, ai miei fratelli - e questo pensiero mi accompagna come una mano che mi regge.

Non odio nessuno.

Lascio il mondo con la pace nel cuore e con l’amore per la nostra Italia.

Vi ho voluto un bene immenso.

Addio, mamma mia.

Tuo per sempre,

Paolo»

Queste parole le hanno scritte Franco Balbis e Paolo Braccini.

Fucilati il 5 aprile 1944.

Erano ragazzi.

Erano italiani.

Erano partigiani.

E allora si capisce che parole come Dio, patria, famiglia non servono a dividere.

Servono a reggere l’ultimo sguardo, l’ultimo respiro, l’ultimo addio.

Non appartengono a una parte. Appartengono alla vita.

A ciò che ci tiene insieme, anche quando facciamo di tutto per negarci.

E allora se c’è un senso in questo invito - e nella mia scelta di esserci - è questo: la letteratura non ha paura dei luoghi in cui entra.

Ha paura solo dei luoghi che evita.

E allora chiudo da dove ho iniziato: dal nome sulla porta. Rosario Livatino.

Un uomo che è morto perché non ha ceduto.

Se siamo qui a discutere, a contraddirci, persino a capirci, è perché qualcuno, prima di noi, ha avuto il coraggio di non spostarsi di un millimetro.

E allora, almeno oggi, proviamo a esserne all’altezza.

venerdì 31 ottobre 2025

Se il radicalismo sfocia nell'intolleranza


Guido Vitiello 
Il terrorismo intellettuale di Tomaso Montanari
Il Foglio, 30 ottobre 2025

Il terrorismo intellettuale, ossia la tagliola ricattatoria fatta scattare a difesa di un’idea o di un’ideologia, esiste da secoli, forse perfino da prima dei giacobini, ma nell’ultima stagione ha preso una forma che definirei passivo-aggressiva. Funziona così: si erige intorno alla propria posizione una muraglia sdegnosa, proclamando che a cementarla è di volta in volta la scienza, il diritto, la competenza, il consenso unanime di tutti gli studiosi perbene, e da quella cittadella di certezze immaginarie ci si prende il lusso di spregiare tutte le opinioni difformi, di degradare moralmente chi le sostiene, di irridere le orde barbariche dei “negazionisti” (accusa che ormai si porta su tutto). Quando a comportarsi così è un influencer scemo raccatta-like si può soprassedere, un po’ più grave è che se ne compiaccia il rettore di un’università.

Tomaso Montanari – uno che predica la parresìa ma deve averla confusa con la prosopopea – scrive su Instagram che lui non inviterebbe quelli di Sinistra per Israele nella sua università, anzi, che nessuna università dovrebbe invitarli, perché pur criticando Netanyahu (su questo Fiano strappa il diciotto politico) rifiutano di parlare di genocidio “con sommo spregio per i coerenti pronunciamenti della scienza giuridica e di quella storica”. E’ intellettualmente e pedagogicamente avvilente che il rettore di un’università, dunque di uno spazio deputato alla discussione civile e tollerante, diffonda un’immagine così catechistica e rattrappita delle “scienze” dietro cui sceglie di trincerare la sua spocchia. Forse, nelle pause tra un talk-show e l’altro, potrebbe trovare il tempo di leggere (nemmeno tutto: bastano i capitoli dall’11 al 13) un libricino appena pubblicato da Laterza, Caos. La giustizia internazionale sotto attacco, di Marcello Flores ed Emanuela Fronza, che sono appunto uno storico e una giurista. Dopo questa infarinatura, potrà continuare tranquillamente a chiamarlo genocidio, ma con tutte le cautele che si addicono a uno studioso. Magari potrà perfino invitare Emanuele Fiano a discuterne con lui. 

Voltaire
Trattato sulla tolleranza (1763)
Prefazione di Palmiro Togliatti (1949)

Lo scritto di Voltaire sulla tolleranza, che per la prima volta [1949] viene presentato al pubblico italiano in edizione popolare, è senza dubbio tra le opere più singolari del grande scrittore francese, ed è tra quelle che più contribuirono, in Francia e in Europa, a procurargli quella larga fama di combattente contro le ingiustizie e le infamie del fanatismo clericale, che superò anche la fama sua di filosofo e letterato. Le circostanze che dettero origine allo scritto non occorre rievocarle qui: si legga il primo capitolo, che ne dà una esposizione drammatica e concisa. Una esplosione di fanatismo religioso, poi uno di quei processi che disonorano giudici e giustizia, e ancora oggi e troppo di frequente offendono gli animi onesti: la passione umana e il genio politico e letterario di Voltaire seppero, mossi da questi fatti, suscitare attorno ad essi una commozione così profonda e generale da costringere le autorità della Francia feudale a un intervento riparatore. Il Trattato ci si presenta quindi come un piccolo capolavoro di polemica civile e politica, prima che storica e filosofica, dove tutta l'argomentazione è subordinata allo scopo di allargare il fronte dell'attacco e rendere questo più efficace. Ciò dà un valore particolare e quasi una giustificazione persino ad alcune posizioni oggi per noi non ammissibili, come l'accettazione di alcune misure di discriminazione politica a danno dei non cattolici in uno Stato dove la religione cattolica sia dominante. È vero che la cosa è coerente con la concezione politica moderata dell'autore ed è inoltre giustificata, ai suoi occhi, dall'esempio dell'Inghilterra dove tale discriminazione, in paese protestante, esisteva a danno dei cattolici. Nel contesto di questo scritto, però, l'impressione che queste posizioni non conseguentemente liberali suscitano nell'attento lettore è piuttosto quella di concessioni astute fatte con spirito molto realistico (od opportunistico, se così si vuole) agli avversari e anche agli amici non troppo convinti, allo scopo di ottenere la necessaria larga adesione delle sfere dirigenti intellettuali alla tesi essenziale della necessità che nella società civile prevalga un clima di tolleranza religiosa, e sia negata alle gerarchie ecclesiastiche la facoltà di avvelenare, turbare, lacerare l'umanità con le loro vacue controversie, con le condanne ridicole, con le persecuzioni insensate. La battaglia per la tolleranza, infatti, che alcuni anni or sono poteva sembrare a tutti superata per sempre, ma che recenti episodi e il risorgere di una baldanza clericale al servizio di una estrema resistenza e reazione capitalistica rendono invece ancora una volta attuale, non fu facile a vincersi. Il merito del razionalismo settecentesco e in particolare degli illuministi francesi sta nell'averla condotta con la più grande decisione, senza esitare di fronte ai colossi dell'autorità e della tradizione, di fronte ai poteri minacciosi di una gerarchia che si affermava spirituale e di un governo che si proclamava ed era assoluto, con fiducia illimitata nella propria forza intellettuale e morale, il che vuol dire, in sostanza, con illimitata fiducia nelle facoltà della ragione umana. La portata della battaglia per la tolleranza superò perciò largamente la semplice rivendicazione e attuazione di un nuovo e più moderno regime nelle relazioni tra lo Stato e la Chiesa, per cui gli "altri culti" dovevano alla fine riconoscersi "tollerati": fu una grande vittoria del razionalismo moderno contro l'oscurantismo della Controriforma, il punto culminante di uno svolgimento di pensiero partito dal Rinascimento, sostenuto dalle rinnovate ricerche scientifiche, dalla demolizione del metodo della filosofia scolastica, dal trionfo dei princìpi del libero esame e del materialismo. Non si poteva infatti sostenere contro il fanatismo religioso la tesi della tolleranza, se non respingendo le basi dottrinali del sistema di pensiero su cui quel fanatismo poggiava, e se oggi sentiamo che la battaglia dell'illuminismo contro il fanatismo religioso può ridiventare attuale, ciò è anche in legame con la degenerazione filosofica e culturale per cui i "superatori" del razionalismo hanno contribuito a restaurare le vecchie correnti oscurantistiche e clericali. E qui assume il necessario rilievo il problema del metodo di quel ragionare che fu proprio del razionalismo settecentesco. È stato a lungo ed è tuttora di moda, sembra, irridere ad esso, come a cosa ingenua, superficiale, astratta, lontana da quel senso della storia che sarebbe il tratto nuovo, caratteristico, del pensiero moderno più progredito. Che Voltaire e gli altri della sua statura fossero ingenui, è difficile crederlo. Sapevano con chi avevano a che fare, sapevano quello che volevano: la loro polemica è quindi sempre concretamente diretta contro un nemico presente; il loro ragionare e lo stesso stile loro è continua schermaglia, dove il sottinteso, l'ironia, il sarcasmo hanno una ben precisa funzione, non tanto dimostrativa, quanto distruttiva. Sapevano, soprattutto, che era loro compito liberare da un pesante giogo intellettuale milioni di uomini. Perciò erano chiari, limpidi, efficaci. In seguito e purtroppo, il campo è stato di nuovo invaso da gente diversa, di cui si può ripetere ciò che Cartesio diceva degli scolastici, "che possono parlare di ogni cosa con tanto ardire come se la conoscessero, e sostenere tutto ciò che dicono contro i più sottili e i più abili, senza che vi sia il mezzo di convincerli; simili in ciò a un cieco che, per battersi senza svantaggio contro un veggente, lo facesse scendere nel fondo di qualche cantina molto scura". Si sentono in Voltaire, senza dubbio, le lacune dell'indagine erudita del tempo suo, ma tra il suo robusto giudicare dei fatti storici secondo buon senso e ragione, e le ipocrite e contorte giustificazioni di qualsiasi obbrobrio in nome della idealità del reale, la nostra scelta non è dubbia. Per lo meno la critica volteriana fu principio ed anima di un'azione grandiosa, mossa dal proposito di trasformare il mondo, e a qualche cosa nuova ha pur messo capo! Tra il razionalismo illuministico e il marxismo la differenza è senza dubbio grande. La nostra concezione del mondo e della storia non fa luogo soltanto a quelle istanze razionali da cui mosse il materialismo settecentesco. La nostra dottrina è del tutto nuova, perché trova nella realtà stessa e nel suo sviluppo la ragione e la molla del rinnovamento del mondo. Ma in coloro che, come gli illuministi, animati dalla fiducia più grande nell'uomo e nelle sue facoltà, impiegarono le armi del loro sapere per aprire un'èra di rinnovamento dell'umanità, non possiamo non riconoscere dei precursori. Il bagno razionalistico era indispensabile per aprire al pensiero e all'azione degli uomini le strade di un'èra nuova. La cosa è tanto vera ed evidente che quelle correnti culturali le quali credettero di poter superare o respingere il razionalismo illuministico senza essersi immerse in esso sino ad appropriarsi tutto quello che ebbe e realizzò di positivo e progressivo nella distruzione del passato oscurantistico e clericale, hanno finito per metter capo ancora una volta a questo passato, o per aprire la strada alla sua resurrezione. Per questo crediamo che soprattutto in Italia un "ritorno al razionalismo" sia cosa da augurarsi, se non altro nel senso di rinnovata conoscenza diretta dei principali testi e momenti di una grande battaglia culturale e filosofica progressiva, e non ci dispiace dare a questo ritorno, nei limiti di una iniziativa editoriale, il nostro contributo. 

Palmiro Togliatti luglio 1949

domenica 12 ottobre 2025

L'ascolto radicale

Christian Greco

Andrea Malaguti
Contro l'odio abituiamoci all'ascolto radicale

La Stampa, 12 ottobre 2025

«La verità non è il privilegio di nessuno e nasce solo dall’aperto contrasto delle opinioni avverse»

Oggetto: la pace a Gaza e l’agonia della verità. Viviamo una guerra civile dell’anima. Forse è la rottura del tempo evocata da Stefan Zweig o forse siamo schiavi di quell’era dei Predatori così ben raccontata nell’ultimo libro di Giuliano da Empoli. Difficile trovare un nesso tra le facoltà intellettuali e la capacità politica di chi decide le sorti del mondo e, più modestamente, delle nostre. Il tentativo di cessate il fuoco nella Striscia, e la gestione cinicamente aziendalistica prevista da arabi, israeliani e americani per una delle zone più martoriate della Terra, è solo il clamoroso esempio dell’ennesima rivoluzione della Storia.

Il ragionamento non serve più. Tanto meno la visione e la strategia. Si procede in una dinamica di situazionismo bruto, in cui ogni accordo può essere smentito e smontato il giorno successivo, semplicemente sulla base dell’ultimo istinto e dell’ultimo interesse di Trump, di Netanyahu, di Putin o di Xi Jinping.

Sconfitta dal ruggito dei nuovi Imperatori, la politica non cambia più il nostro futuro. Oggi applaudiamo la vincente follia trumpiana come applaudiremmo un gladiatore al Colosseo che ha abbattuto un leone. Incrociamo le dita perché si arresti davvero la carneficina, speriamo che i gazawi riscoprano la loro dignità calpestata e che non si ricominci con le minacce a Pechino e con l’ordalia commerciale, premessa spaventosa di una definitiva crisi globale.

Le scelte americane in Medio Oriente sono strategiche? Difficile dirlo, di sicuro hanno un sapore più affaristico che diplomatico.

In un pianeta in cui il diritto ha lasciato il posto alla forza, tutto si riduce ad una serie di atti improvvisati e slegati, che non sono anelli di una catena coerente, ma bastoncini dello shanghai del potere lanciati a caso nell’aria contaminata. Inutile fare previsioni, inutile fare prediche e profezie. È il tempo del caos e della violenza virtuosa, ossimoro simbolo di un’era infelice.

L’unica pretesa che davvero dovremmo avere - per rispetto di noi stessi, della nostra integrità psichica e morale - è la ricerca della verità, così come teorizzata da Luigi Einaudi. «La verità non è il privilegio di nessuno e nasce solo dall’aperto contrasto delle opinioni avverse». La diversità di opinioni è, con tutta evidenza, l’unica merce che non ci manca e sulla quale dovremmo riflettere. Ma questa settimana, avremo finalmente accesso ad una serie di risposte che sarebbe bello gestire con onestà intellettuale.

Se Hamas cederà le armi, gli ostaggi torneranno a casa e gli aiuti umanitari potranno finalmente entrare a Gaza, potremo cominciare a ragionare su quello che ci siamo detti, senza capirci, negli ultimi due anni feroci.

I morti erano solo propaganda di Hamas? La fame un’invenzione? Le decisioni di Netanyahu erano inevitabili o solo il tentativo di proteggere sé stesso dai tribunali di Tel Aviv? L’irricevibile antisemitismo di ritorno era solo la risposta alla violenza quotidiana o il frutto avvelenato di un conflitto che ha risvegliato gli istinti barbari degli estremisti planetari?

Gaza città aperta, abbiamo titolato ieri mattina. È il momento di confrontarsi con l’abisso. Per la prima volta lo possiamo fare davvero. Avremo la forza di reggere lo sguardo sul disvelamento della verità?

Risposte che dovremmo darci anche in Italia, dove la destra ha attaccato indiscriminatamente piazze di milioni di persone e la sinistra le ha pateticamente inseguite, scivolando con le sue frange più incattivite in una propaganda cretina e suicida.

Stabilito che senza la marea umana scesa in strada in mezzo mondo forse oggi non assisteremmo al ritiro dell’Idf da metà della Striscia, una prima domanda alla nostra premier è obbligatorio farla: adesso che l’accordo della Casa Bianca ha esaudito le precondizioni da lei invocate, ce l’ha la forza di riconoscere un nuovo Stato palestinese? Possiamo sapere la verità?

Domani Giorgia Meloni sarà in Egitto per l’ambitissima foto-opportunity della pacificazione. Complicato riconoscerle un ruolo in ciò che è accaduto – se non la capacità di restare sul potente carro israelo-americano della vittoria – ma l’occasione le consegna la possibilità di essere finalmente generosa. Di mettere da parte l’acredine da campagna elettorale permanente, indossando i panni della guida di tutti. Se non fosse l’istinto a suggerirglielo dovrebbe essere perlomeno il calcolo. Le manifestazioni hanno testimoniato il bisogno della società civile di riprendersi il diritto di parola, dopo che l’opinione pubblica, anestetizzata, era diventata non più soggetto, ma solo “oggetto” monitorato dai sondaggi. Oggi non è più così e sarebbe pericoloso sottovalutarlo. Un Paese lo governi solo se ne senti il battito del cuore e lo analizzi. Non puoi comportarti come un ortopedico che si limita ad aggiustare le ossa rotte. L’anestesia emotiva si è conclusa ad un passo dall’abisso, cancellata dalla sempre sorprendente aritmetica della compassione. Se questo non cambia le carte in tavola, che cosa può cambiarle?

Negli Stati Uniti il mondo Maga (Make America Great Again) ha avvisato con chiarezza Trump dopo il bombardamento israeliano in Qatar. L’America bianca, suprematista e nazistella non è più disposta a sopportare il machismo omicida di Netanyahu. La Casa Bianca ne ha tenuto conto per non vedere franare la sua base elettorale.

In Italia le cose sono diverse. Giorgia Meloni è il brand di sé stessa. La sua presenza in ogni campagna elettorale, dalle Marche alla Calabria, è lì a testimoniarlo. Il centrodestra è lei, come prima di lei era stato Silvio Berlusconi. Ecco perché non cederà ad un comportamento ecumenico. Ecco perché sarebbe bellissimo se lo facesse.

Pochi giorni fa, qui a Torino, c’è stato un incontro – magnifico – della Fondazione Einaudi, per parlare d’Europa con i ragazzi delle scuole superiori. Sul palco c’era anche il direttore del Museo Egizio, Christian Greco, forse uno dei cinque intellettuali più lucidi e raffinati di questo Paese. Il suo intervento andrebbe insegnato a scuola. Io mi limito a riprenderne un paio di passaggi per me centrali. Il primo: «Dobbiamo educarci all’ascolto radicale, la nostra non è l’unica ragione che esiste e questa politica polarizzante dovrebbe capirlo». Per spiegarlo ha citato la grande manifestazione di Amsterdam dove musulmani, ebrei e cristiani hanno marciato insieme per la Pace a Gaza. Una ragazza ebrea ha detto in tv: «Molti nella mia comunità non mi hanno capito, ma se non parliamo gli uni con gli altri è tutto finito».

Il secondo: «Dobbiamo ripartire dall’Europa, rinunciando a parte della nostra sovranità, e dalla lotta alla povertà scolastica. Gli antichi Egizi dicevano: ti farò amare i libri più di tua madre, perché passeranno anche le piramidi con le porte di bronzo, ma ciò che non passerà sono le parole di coloro che sanno».

Traduco banalizzando. Ci serve la forza di ragionare anche contro noi stessi, superando la nostra stessa propaganda. Dobbiamo dire No alla verità rivelata e Sì ai punti di vista. Accettare che sbagliamo, accettando che anche gli altri sbagliano. La libertà pretende la discussione tra tentativo ed errore.

E qui torna prepotente la necessità dell’ascolto radicale. Appena qualcun altro dice qualcosa che non ci piace lo interrompiamo. È il principio del conflitto eterno. Ed invece dovremmo avere scolpito nella testa il discorso che proprio Luigi Einaudi fece nel giorno del suo insediamento al Quirinale nel maggio del 1948. «Una delle mie più grandi gioie è quella di essere costretto dalle argomentazioni altrui ad ammettere di avere torto»

martedì 22 gennaio 2013

Comunicare in attesa di risposta


Qualche anno fa era uscito un bel film intitolato “Lavorare con lentezza” (mutuando uno slogan del movimento del ’77): si trattava in sostanza di un elogio della lentezza, intesa come recupero del gusto di fare le cose senza lasciarsi travolgere dalla smania del fare. Oggi vorrei tentare un elogio della leggerezza e lo vorrei fare dal mio particolare punto di vista: la comunicazione.
Partirei da un assunto molto semplice: tanto più una comunicazione è efficace quanto più è in grado di stimolare una risposta. Sembra una banalità, ma purtroppo non lo è, visto che gran parte dei messaggi che ci arrivano tutto fanno tranne che provocare un’interazione (peraltro né voluta né prevista).
Nell’era di internet 2.0 la tanto sbandierata “collettivizzazione del sapere” sembra quanto mai un’utopia. E se è vero che, come diceva McLuhan, che “il mezzo è il messaggio”, non dimentichiamo che il primo di tutti i mezzi è il linguaggio: non basta aprire una pagina fb o un blog per avviare un dialogo: la tecnologia serve ma non è tutto, ciò che può essere davvero inclusivo (o esclusivo) è il linguaggio e l’atteggiamento. Il fatto è – e qui vengo al punto – che siamo assuefatti a subire la comunicazione: di certi argomenti hanno il diritto di parlare solo quelli che sanno, che usano certe parole… Abbiamo paura di esprimerci perché temiamo il giudizio altrui o di essere trattati con condiscendenza.
Penso sia giunto il momento di ribellarsi a questi presunti signori della comunicazione, abituati a prendersi troppo sul serio: seppelliamoli con una risata. Non fraintendetemi, non sto dicendo di buttare tutto in burla, ma di ribellarsi ai toni tetri e ai linguaggi da conventicola, di recuperare insomma un po’ di quella leggerezza che permette di cogliere il senso delle cose al di là del velo delle parole complicate. Non esistono argomenti tabù come non esistono modi giusti per parlarne. Chiunque può parlare di qualunque cosa secondo quella che è la propria formazione, le proprie idee e modo di essere… l’unico vero tabù è il rispetto per il nostro interlocutore e per l’oggetto del discorso.
Allora facciamola questa rivoluzione: che ognuno si senta libero di dire quello che vuole come vuole e come ne è capace…
Ne guadagneremo di sicuro in termini di arricchimento di idee, nonché in soddisfazione personale: è molto più gratificante sapere di contribuire al dibattito, piuttosto che sentirsi solo spettatori passivi, non credete?