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lunedì 15 giugno 2026

Marc Bloch e gli individui

 

il maestro e l’invito a guardare gli individui

Panthéon/2

David Bidussa
Il Sole 24ore, 14 giugno 2026

La salma di Marc Bloch verrà traslata al Panthéon, il luogo di culto della nazione dei francesi, il 23 giugno: mi piace pensare che quel giorno segni, più che l’omaggio a un martire, la presa in carica della funzione pubblica dell’intellettuale.

Marc Bloch non ha mai disertato. Quella lezione costituisce un punto fermo per gli storici. Tra questi, da una parte Carlo Ginzburg che lo ha ripetuto anche di recente sia nel suo Il vincolo della vergogna. Letture oblique sia nel suo La lettera uccide (entrambi Adelphi), e lo ha ricordato in una raccolta dal titolo Dialogue avec Marc Bloch (PUL 2025); dall’altra Massimo Mastrogregori, che ha curato vari scritti di Bloch (Apologia della storia, Feltrinelli 2024; Carnets inédits, Aragno 2016).

Il nucleo generativo del loro invito a leggere e rileggere Bloch è ancora quella Apologia della storia o mestiere di storico, testo che Bloch lascia «non concluso» nel febbraio 1943, quando compie la sua scelta resistenziale (per la quale morirà ucciso da un plotone di esecuzione il 16 giugno 1944 insieme ad altri 26 prigionieri) e che anche di recente ha avuto edizioni e proposte editoriali in Italia (oltre a quella di Feltrinelli già citata, anche Rizzoli, per mia cura, nell’aprile 2026).

Apologia della storia o mestiere di storico nasce come un testo da «mettere in salvo». Quando Bloch aderisce alla Resistenza si preoccupa di proteggerlo da sottrazioni, perquisizioni o sequestri come già era capitato, nella primavera del 1942, alla sua biblioteca di studioso, sequestrata dalle SS nella sua casa di Parigi.

All’indomani della guerra i suoi famigliari e gli amici delle «Annales» pensano che pubblicare quel «pacco di carte» e trasformarlo in libro non sia pubblicare un inedito, ma ridargli voce.

Apologia della storia è importante perché è un costante invito a guardare gli individui, ad ascoltare le loro parole, che anche quando si ripetono nel tempo non sempre hanno lo stesso significato. «Con somma disperazione degli storici – osserva Bloch nelle prime pagine del saggio – gli uomini non cambiano il vocabolario ogni volta che cambiano abitudini». [Rizzoli, 2026, p. 31].

Ma è anche un costante invito, oltre le parole, a concentrarsi non sui fatti, ma su come la narrazione dei fatti diventa linguaggio pubblico (e dunque quali parole tornano e, con esse, quali immagini, quali paure, si ripropongono).

Scrive ancora l’autore: «Tra le vite dei santi dell’Alto Medioevo, i tre quarti almeno sono incapaci di insegnarci qualcosa di concreto sui devoti personaggi di cui vorrebbero tratteggiare i destini. Interroghiamole, però, sul modo di vivere o di pensare delle epoche in cui furono scritte (…) e si riveleranno una risorsa inestimabile. Nella nostra inevitabile sudditanza verso il passato, almeno in un aspetto ci siamo saputi emancipare: e cioè che, malgrado siamo condannati a conoscerlo solo in base alle sue tracce, riusciamo comunque a sapere su di lui più di quanto abbia ritenuto opportuno rivelarci. Una bella rivincita dell’intelligenza sul mero dato materiale» [Rizzoli, 2026, p.51].

Studiare il passato per Bloch non è, solo, conoscere i fatti. Una conoscenza è priva di significati se insieme non si impegna a cercare di capire come quei fatti sono percepiti, comunicati, costruiti e memorizzati nell’opinione collettiva. In quelle pagine scritte in clandestinità Bloch ci consegna un manuale per indagare il passato con passione. Condizione che è il tratto costante del suo modo di praticare il «mestiere di storico». La sua cifra.

Considero quattro suoi testi «occasionali», più che «minori». Quella stessa cifra lo muove nel 1921 quando scrive sul tema della costruzione delle false notizie che nascono come montaggio di parole che si ripetono e di convinzioni che si formano (una macchina che poi è al centro de I re taumaturghi, come hanno sottolineato sia Ginzburg che Jacques Le Goff).

Ancora ritorna nel 1935 quando si interroga su dove stia l’identità dell’Europa e dove stabilirne il confine. Dice in quel saggio, che per molti aspetti parla ancora oggi di noi e a noi, che la linea identitaria dell’Europa si costruisce a partire dal panico. Panico che costituisce non tanto la condizione del vissuto politico dell’Europa ma la ragione che essa narra a sé stessa della sua individualità storica. Uno stato d’animo su cui l’Europa ha costruito la sua stessa fisionomia territoriale.

Si ripresenta in due diverse occasioni, nel 1928 e nel 1930 nelle domande che Bloch pone sul significato di comparazione in storia che non vuol dire andare a cercare le cose uguali, ma capire quali bisogni muovano e motivino le persone rispetto all’agire economico, alla scelta dei consumi, al loro modo di vivere la quotidianità.

E ancora innerva la lezione che nel 1914 tiene ad Amiens agli studenti del liceo, su che cosa sia una fonte storica e come lavorarci. «Le testimonianze si pesano, non si contano», dice. E la testimonianza opposta di voci rispetto allo stesso evento obbliga a farsi domande. «Se il vostro vicino di sinistra dice che due per due fa quattro, e il vostro vicino di destra che due per due fa cinque, non tirate la conclusione che due per due fa quattro e mezzo».

Studiare storia non è conoscere i fatti: quello è solo la premessa. Sulla tomba di Marc Bloch a Le Bourg d’Hem, nella regione dell’Aquitania, che si sta muovendo in questi giorni per andare al Panthéon, si legge l’incisione: Dilexit veritatem. ovvero “Ha amato la verità”. La verità per Bloch era scavare nella sensibilità pubblica, nelle scelte di governanti e governati. Indagare le convinzioni, i timori, gli immaginari che uniscono potenti e sudditi.



mercoledì 25 febbraio 2026

La parola assente

Ester Viola
Viviamo l'era dell'essenzialità muta. Ma parlate, fatevi questo piacere!

Il Foglio, 25 febbraio 2026

 Il cringe [imbarazzo] sta tracimando. All’inizio era quella paura moderata di essere imbarazzanti, quel voler mantenersi fighi, sì, è importante essere fighi e cool e con il minimo esatto da dire. Chi di noi non vorrebbe ben figurare come Barack Obama.
Così, con questa nuova moda dell’essenzialità muta e in onore delle politiche anti cringe, i ragazzi hanno deciso che non parlano più. Non è che parlano di malavoglia come è sempre successo. O troppo e a sproposito, e arrabbiati e contestatori, proprio non parlano. Non li devi interrogare, non vogliono domande, non li devi disturbare al telefono nemmeno alle tre di notte se non tornano. Scrivi, se proprio devi dirmi qualcosa. Poi ci penso e ti rispondo, queste sono le regole dell’evitamento organizzato.

Maryellen Macdonald, professoressa di Psicologia e Scienze del linguaggio all’università del Wisconsin-Madison e autrice di More Than Words: How Talking Sharpens the Mind and Shapes Our World, parte da un gesto elementare – alzare la cornetta – per raccontare una piccola ritirata antropologica sul Washington Post. Telefonare è diventato inaffrontabile e punitivo per moltissimi. Si chiama telefobia ed è un carattere collettivo che nemmeno riguarda il telefono in sé ma la conversazione, che adesso deve essere scansata come massima iattura, se hai vent’anni o anche trenta.

Ma non volevano l’autenticità? Le connessioni più profonde? E come le volete le connessioni, su Whatsapp? La gente non è come scrive, è la prima cosa che impari se sei venuto al mondo in quest’èra del dopo-post. Le conseguenze sociali sono già evidenti. Le aziende iniziano a chiedersi se i giovani dipendenti sapranno parlare con colleghi e clienti senza mediazioni di tastiera. Ma il punto non è solo l’imbarazzo sociale, è più la fine che faranno i cervelli.

Parlarsi non è una cosina ornamentale, è una “difficoltà auspicabile”, dicono i veterani di psicologia cognitiva. Uno pensa, articola, formula la frase che deve offrire all’altro nella forma che si decide all’istante: furba, dura, dolce, persuasiva. E’ il lavoro più profondo dei neuroni, quello di regolare immediatamente tono ed emozioni del linguaggio nelle risposte. Sono microdecisioni strategiche che sommate insieme fanno quel che definiamo gli adulti. Niente è in grado di produrre lo stesso effetto – che è quasi muscolare. Evitare la conversazione è paragonabile a star seduti sul divano a mangiare patatine. Non sappiamo ancora quali saranno gli effetti a lungo termine di una generazione che parla meno, ma il legame tra silenzio prolungato e deterioramento cognitivo non è un bel dettaglio medico da considerare. Circolano sui social da un po’di anni vignette sulle telefonate che potevano essere una mail. Le riunioni che potevano essere una mail. I pranzi di lavoro che potevano essere una mail. Alla fine tutto, perfino la vita, può essere una mail. Magari, dicono loro. Meglio esprimersi il meno possibile, come quel personaggio di non ricordo quale libro di Jane Austen, una ragazza molto taciturna, che interrogata rispondeva: “Si dovrebbe parlare solo quando si ha qualcosa di intelligente da dire”. Questi però sono benefici per vecchi. Noi, noi abbiamo le parole stanche, consumate da tutte le volte che ci sono cadute per terra, senza servire a niente. Ma i giovani no, loro devono parlare. I giovani sono le cicale. Fanno rumore, chiamano l’estate, tutte le cose del mondo quando sono vive fanno rumore.

Manco la conversazione minima sopportano. Nel mondo ex contemporaneo (l’altroieri) si parlava per piacersi, per avere un aumento, per prendere un lavoro che ci garbava, per nascondere di essere incapaci, per non sembrare dei provinciali, per essere invitati in barca, perfino per star zitti meglio dopo. Chi comanda le parole comanda le stanze. Adesso perfino il telefono (che era nato per quello, per parlarsi) è una specie di teca egizia dell’evitamento. Se chiami senza preavviso, quasi nessuno risponde. Forse il cardiologo, ma non è detto.

Le generazioni precedenti sono state tutte di cialtroni verbosissimi. Gente che non aveva scampo, bisognava provare senza la mediazione scritta. Si faceva brutta figura? Pazienza. Se ne sarebbe fatta un’altra leggermente migliore il giorno dopo. Ultimamente l’ansia dell’imbarazzo è prevenuta alla fonte: si evita l’occasione. E’ una profilassi perfetta, che però presenta un piccolo effetto collaterale che è l’atrofia. Non solo delle competenze sociali ma della percezione di sé, perché mentre si parla, là si scopre cosa si pensa davvero. Le idee arrivano spesso dopo la voce, non prima, ed è una rivelazione che richiede una certa tolleranza per il caos.

Il risultato dell’epoca del silenzio assistito lo vedono già le aziende, i professori, chiunque si trovi a chiedere a un ventenne di sostenere una conversazione non mediata. Se pure hai l’intelligenza, ti manca l’allenamento alla frizione e quindi vai zoppo. Serve starci, in quella micro-catastrofe di riempire i vuoti. Sì, mi rivolgo l’obiezione da sola, si potrebbe liquidare anche questo con il solito lamento generazionale, dei prima contro i dopo. Ormai un articolo su quattro si legge così. Qui però non sono tempora e mores perché c’è qualcosa di più strutturale, anzi biologico. Parlare è uno dei pochi apprendistati che sono rimasti, mentre parli ti tradisci. Il che è una faccenda formativa al massimo grado, come poche altre umiliazioni.

Può cambiare tanto ma non tutto, nei prossimi anni. Il mondo continua a funzionare secondo regole fisse per forza novecentesche. Le relazioni si costruiscono parlando e le carriere avanzano parlando. L’amore poi è impossibile in queste nursery acusticamente isolate, l’amore sperimenta il più terribile dei riflessi della conversazione: le parole che ti escono di bocca prima che il cervello riesca a fermarle. Amore è quando non sai cosa hai detto e perché. Vorrete mica rinunciare all’amore? Parlate, fatevi questo piacere.