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lunedì 17 agosto 2026

Come se nulla fosse

Mario Tozzi
Caldo estremo: solo adattarsi non basta
La Stampa, 17 giugno 2026

La successione incredibile di decine di giorni di gran caldo, ben al di sopra dei 32°C, e di notti tropicali in Europa, le temperature micidiali raggiunte globalmente dagli oceani, le perturbazioni meteorologiche a carattere violento che già si registrano, l’incremento delle morti per le ondate di calore, i milioni di sapiens e i miliardi di viventi in difficoltà in tutto il mondo stanno convincendo anche i più scettici che siamo nel mezzo di una crisi climatica così accelerata e violenta da non avere paragoni nella storia del mondo. Di fronte a questa incontestabile valanga di dati e fatti oggettivi, la strategia dei mercanti di dubbi, quelli che pongono infinita fiducia nel sistema economico attuale, generalmente perché ci lucrano profitti irresponsabili, è cambiata. Non si nega più che faccia più caldo, non si sostiene più che al tempo dei romani o nel Medioevo le temperature fossero più elevate, ma si rileva che ormai le cose stanno così e dunque che cosa ci possiamo fare ora? Non ci resta che adattarci, specialità nella quale i sapiens sarebbero maestri. L’adattamento è la risposta giusta? Soprattutto, è l’unica strada?

La risposta è no, prima di tutto per una ragione molto semplice: a che scenario vogliamo adattarci? Nel 2015 a Parigi si decise che l’incremento di 1,5°C nelle temperature medie atmosferiche globali fosse il confine non valicabile, quello al di là del quale gli scienziati raccomandavano di non andare perché si sarebbe varcato il limite biologico degli ecosistemi (VI Report Ipcc). Ma proprio mentre si enunciava questo principio, le compagnie Oil&Gas e carbone investivano nella prospezione e nell’estrazione somme talmente ingenti da far prevedere scenari molto diversi. Il Production Gap faceva già allora prevedere che si sarebbe arrivati facilmente a +2,7°C nell’immediato futuro, cosa che si sta puntualmente verificando. Eppure gli specialisti erano stati chiari: l’obiettivo era l’azzeramento delle emissioni climalteranti, categoricamente entro il 2050. Prima di tutto, cioè, la mitigazione del problema, poi, o al massimo contemporaneamente, l’adattamento. Se non si riducono significativamente le emissioni, si rischia di prepararci a uno scenario che sarà peggiore di quello previsto. Per esempio, costruisci opere contro alluvioni e mareggiate che, in pochi anni, saranno desuete e inutili. Ma soprattutto varchiamo quei limiti fisici e biologici dei sapiens e degli altri viventi così velocemente che nessuno riuscirà ad adattarsi, nemmeno chi ha tecnologie straordinarie. Perché non ci sarà tempo a sufficienza.

Gli scienziati hanno indicato la strada: lasciare sotto terra almeno il 90% del carbone e il 60% del gas e del petrolio. Nessuno ha seguito questa strada e, anzi, si continua a trivellare come se non ci fosse un domani, frase che rischia di non essere solo un modo di dire. Per seguire questa strada si dovrebbe eliminare ogni sorta di sussidio pubblico, diretto e indiretto, al mondo dei combustibili fossili. Invece, a seconda delle stime, si calcolano aiuti da 900 a 7000 miliardi di dollari all’anno, denari che potrebbero essere invece utilizzati per la riconversione energetica in fonti rinnovabili. Inoltre, secondo alcuni analisti, destinando il 3-5% dei profitti delle compagnie Oil&Gas e carbone alla riconversione si potrebbe uscire dall’era dei combustibili fossili senza che le compagnie vadano fallite e senza che i costi se li accolli il pensionato con la Panda euro 1 (Grasso e Vergine lo sintetizzano bene in un libro del 2020).

La massimizzazione dei profitti non permette, però, alcun tipo di mitigazione, così l’umanità viaggia a tutta velocità contro un muro, proprio mentre tutti i modelli climatici elaborati negli ultimi decenni risultano azzeccati o sottostimati. Ed ecco allora la scialuppa d’emergenza dell’adattamento, che però fa acqua da tutte le parti: anche in questo caso, gli scienziati suggeriscono che ci sarebbe spazio per piantare mille miliardi di alberi in più, rinforzando il ruolo di serbatoio naturale di CO2 delle foreste. Ma questo sforzo “verde” non si vede e comunque abbisogna di almeno due o tre decenni per mostrare i primi risultati. Si potrebbe incrementare il ruolo di “sink” del carbonio degli oceani, per esempio proteggendo le barriere coralline o incrementando il numero di balene (una balena permette l’assorbimento di 33 tonnellate di CO2/anno, funziona meglio di un bosco), ma nulla di questo genere si vede in atto.

L’adattamento si riduce a montare climatizzatori nella parte ricca del mondo, a produrre autovetture ibride (per carità, non elettriche) e a rifugiarsi in casa. L’energia la continuiamo a fare con le fonti fossili e nessun accordo internazionale vincolante è vicino. Mentre ci stiamo per lasciare alle spalle l’estate più fresca e umida di quelle che verranno, si naviga a vista affidandoci a una salvifica tecnologia futura che nessuno riesce nemmeno a immaginare.

mercoledì 22 aprile 2026

La caduta dell'impero romanesco

Claudio Cerasa La caduta dell'impero romanesco Il Foglio, 22 aprile 2026

Doveva essere un “sì”, è diventato un “no”, si è trasformato in un “flop”, si poteva tradurre in un “Bis” ma è diventato un “Boh”. Il governo Meloni, un mese dopo il trionfo del “no”, si è ritrovato di fronte a una scelta difficile. Sintesi estrema: che fare? Darsi da fare per andare al voto o provare velocemente a immaginare una forma di Meloni Bis? Un mese passa via veloce, le sconfitte passano più lentamente, ma in questo arco di tempo il tentativo di cancellare il “sì” non si è tradotto né in un voto immediato né in un rilancio istantaneo. E le tracce lasciate sul terreno di gioco nelle ultime settimane dalla maggioranza rendono l’esecutivo sempre meno simile a un “Meloni Bis” e sempre più simile, per l’appunto, a un “Meloni Boh”. Non è un gioco di parole. Ma è la fotografia di un assedio, a volte reale, a volte solo percepito, al centro del quale c’è un’immagine che aiuta a restituire al lettore l’effetto esatto del “Meloni Boh”: lo sgretolamento. O se volete: la caduta dell’impero romanesco. Lo sgretolamento lo si legge in molti passi del governo. Lo si legge quando si guarda all’interno dei partiti. Lo si legge quando si guarda al rapporto tra i partiti. Lo si legge quando si parla di economia. Lo si legge quando si parla di finanza. Lo si legge quando si parla di politica estera. Lo si legge quando si parla del rapporto con il Quirinale. All’interno dei partiti il quadro è evidente. Fratelli d’italia resta sempre il primo partito d’italia, ovvio, ma le divisioni interne iniziano a emergere alla luce del sole. Si bisticcia sulla Cultura (vedi i due fronti sulla Biennale), si bisticcia su Milano (vedi i borbottii sull’idea di La Russa di candidare Maurizio Lupi il prossimo anno), si bisticcia sul garantismo (vedi i borbottii sulle dimissioni chieste a scoppio ritardato a Santanchè). In Forza Italia si bisticcia su tutto e la presenza di sensibilitàdiversesulfuturodelpartitohaprodotto più fratture visibili (la famiglia Berlusconidaunaparte,ilpotereromano dall’altra) che energia allo stato puro (qualche capogruppo è saltato, ma poi?). Nella Lega si bisticcia poco (lo si fa lontano dai microfoni) ma ci si preoccupa molto (non solo di Vannacci) e lo spirito con cui i governatori della Lega osservano il loro segretario è ormai da tempo questo: turiamoci il naso fino alle prossime elezioni e poi prepariamoci a consegnare la leadership a Giorgetti. Le fratture politiche, nei partiti, sono la spia non di un’ingovernabilità latente ma di un castello le cui fondamenta si indeboliscono ogni giorno di più. I partiti ballano, si agitano, si muovono, e ballano così tanto che potrebbero non trovare neppure un accordo per cambiare la legge elettorale (e non cambiare la legge elettorale significa, come forse sogna un pezzo di Forza Italia, muoversi per evitare che vinca qualcuno le prossime elezioni).
Ma attorno ai partiti è il quadro in generale che perde pezzi e colori. Sulle nomine delle partecipate, gli imbarazzi arrivano dai volti su cui Meloni aveva scommesso maggiormente tre anni fa. E il caso della scelta di Giuseppina Di Foggia a Eni e della liquidazione da Terna, a cui Di Foggia solo ieri sera ha scelto di rinunciare, sono lì a mostrare nel caso migliore incapacità nel selezionare un pezzo della classe dirigente, nel caso peggiore approssimazione e superficialità e confusione in scelte pesanti da cui deriva un pezzo della credibilità del paese. Sulle banche, la vittoria di Luigi Lovaglio in Mps è un colpo a chi a Palazzo Chigi aveva scommesso su equilibri diversi per il futuro della finanza e lo spostamento verso nord dell’asse che potrebbe governare il triangolo che da Siena passa per Mediobanca e arriva a Generali è un messaggio chiaro contro il disegno romanocentrico del melonismo, disegno non si sa se avallato più dai collaboratori di Meloni che da Meloni. Sulla politica estera, nell’ultimo mese, il governo ha subìto tre colpi l’uno dopo l’altro. Aveva puntato, pur con prudenza, su un asse con Trump per contare di più in Europa, provando a porsi come un ponte tra l’europa degli anti populisti e i populisti anti europeisti, come Trump e Orbán. Oggi il governo, senza un Orbán da usare per apparire moderato restando immobile e senza un’amicizia con Trump da poter rivendicare per poter stare a metà tra i due pilastri dell’occidente, è costretto a trovare un modo per giocare una qualche partita europea diversa dall’essere un punto di mediazione tra mondi che non si parlano. Nell’assedio, vero o percepito, vi è anche naturalmente il rapporto sempre più complicato di Palazzo Chigi con il Quirinale, testimoniato non solo da ciò che si vede, la distanza sul decreto Sicurezza tra il presidente del Consiglio e il presidente della Repubblica, ma anche da ciò che non si vede, ovvero la convinzione che andare a votare troppo presto per il governo sarebbe rischioso perché visto mai dovesse venire in mente a qualcuno nella maggioranza (leggi: Forza Italia) di fare un governo di pochi mesi per arrivare a scadenza naturale. In tutto questo, naturalmente, tra gli elementi di assedio niente affatto percepiti ma molto reali, vi è un tema importante che riguarda l’economia, un tema faticoso, doloroso, che un po’ dipende naturalmente da una congiuntura non favorevole, vedi la guerra in Iran, vedi il costo della benzina, vedi le stime del pil al ribasso, e un po’ dipende da un contesto economico non disastroso ma che permette all’opposizione di avere buoni argomenti per mostrare le difficoltà dell’italia: una delle crescite più basse dell’unione europea, il debito pubblico più alto d’europa, la pressione fiscale più alta di sempre. Resta, naturalmente, la prudenza del governo, solido, impeccabile sui conti pubblici, con un deficit finora sempre sotto controllo, agenzie di rating che da anni promuovono il governo, ma con un’incognita all’orizzonte: dopo aver cambiato qualcosa in politica estera nell’ultimo mese (il rapporto con Trump, certo, ma anche il rapporto con Israele, rispetto al quale Meloni è diventata molto più severa subito dopo la sconfitta al referendum), senza aver cambiato per fortuna nulla sul suo rapporto con l’ucraina (l’abbraccio tra Meloni e Zelensky è la migliore testimonianza possibile di anti putinismo e di non trumpismo da parte della premier), come riuscirà il governo a trasformare la negazione di ciò che è stato fatto in questi quattro anni, ovvero lo sforamento del deficit che è l’opposto della prudenza sui conti, come un tratto identitario coerente con ciò che il governo è stato finora? L’assedio è lì, di fronte agli occhi del governo. E’ un assedio che produce sgretolamenti e smarrimenti. E’ un assedio al quale si proverà a mettere dei tamponi con qualche miliardo in più da spendere (via deficit), con qualche miliardo da risparmiare (meno spese per la Nato), con qualche nomina da sistemare (oggi tra sottosegretari e presidente di Consob), con qualche milione da stanziare per il Primo maggio (per avvicinarsi a un salario minimo senza chiamarlo salario minimo). Ma è un assedio che costringe ogni giorno a chiedersi se di fronte alla prospettiva di cambiare tutto e tentare un “Bis” fosse preferibile, un mese dopo la vittoria del “no”, investire davvero sulla formula del “Meloni Boh”. Tu chiamala se vuoi la caduta dell’impero romanesco.

domenica 5 aprile 2026

Il Palazzo e l'Italia del No

Marco Damilano
Primarie e partiti, se non servono lezioni da Palazzo

Domani, 4 aprile 2026 

Due settimane dopo il referendum costituzionale, è sempre più chiaro che il Sì non era un voto per la riforma della giustizia, solo gli illuminati senza popolo potevano pensarlo, ma era interpretato da Giorgia Meloni come un via libera a un progetto di riscrittura dell’intero impianto istituzionale. Quel disegno è fallito, ha scritto un commentatore non ostile come Giovanni Orsina sabato su La Stampa, il sovranismo di Meloni si è infranto sulla realtà, non resta che il pragmatismo.

Con il pragmatismo però si può tirare a campare o tirare le cuoia. E alla premier servirà molto di più della missione nel Golfo per presentarsi alle Camere il 9 aprile con un piano di ripartenza. Le crepe sono vistose, dallo scandalo al Viminale alla platea del teatro La Fenice che insorge contro il sovrintendente. In arrivo c’è una stretta economica, la recessione. La Lega che batte un colpo sul gas russo. E c’è la rottura del rapporto tra la destra al potere e un pezzo maggioritario del paese che va interpretato politicamente ed elettoralmente.

Generosità e partiti

L’Italia del No non coincide (soltanto) con il perimetro dei partiti dell’opposizione, ma senza l’ossatura organizzativa, la capacità di comunicazione e la sensibilità di una leadership che sa rispettare gli ambiti della società civile l’Italia del No avrebbe avuto difficoltà a farsi sentire. La campagna del No è stata un modello di virtuosa relazione tra associazioni, movimenti, sindacati e partiti, dopo decenni di conflitti e di separazione. È la sfida che attende le opposizioni, ben più del derby per le primarie che verranno.

Tutte le soluzioni di questi giorni, il federatore, il papa straniero, il nuovo Prodi, i sondaggi, gli editoriali con i consiglieri, hanno in comune un punto. Non esprimono una domanda di cambiamento che arriva dalla società verso partiti giudicati fallimentari. Al contrario, è una reazione del Palazzo contro una società che non si aspettavano, la risposta che alcuni ambienti politici, giornalistici, editoriali, esprimono verso quel pezzo di società che a sorpresa (per loro) ha vinto il voto del 22-23 marzo, soprattutto il Partito democratico e la sua segretaria Elly Schlein che nei piani degli scribi e dei gazzettieri sul referendum doveva schiantarsi.

Goffredo Bettini ha evocato la categoria della «generosità» per spiegare perché, se necessario, Schlein dovrebbe fare un passo indietro a favore di Giuseppe Conte. «All’epoca di Prodi, l’operazione fu fatta con grande generosità da D’Alema. Il partito più grande comprese che per conquistare un pezzo di elettorato bisognava fare un atto di generosità».

Ai tempi del Pds


Ricordo il momento in cui, pubblicamente, l’allora segretario del Pds candidò alla premiership Romano Prodi. Era il 10 marzo 1995, appuntamento nella sala Umberto, a fine mattina dalle prime file della platea si alzò in piedi D’Alema. Il segretario del Pds era venuto a suggellare l’investitura pubblica del candidato, per chiarire che non si trattava di un patto tra pari. «Caro professor Prodi, lei sarà il candidato premier. E noi», D’Alema alzò il braccio sinistro, come un re medievale, «noi le conferiamo la nostra forza. È fatta dei voti di un terzo degli italiani e di 700mila donne e uomini iscritti alla Quercia». Le due anime future dell’Ulivo erano già lì.

Non era generosità, ma disperazione. Il Pds aveva rovinosamente perso le elezioni, non aveva preso il 30 ma il 20 per cento, e D’Alema aveva chiesto al segretario Occhetto di dimettersi. Prodi appariva come la carta da estrarre contro Berlusconi. Se avesse perso, la leadership di D’Alema sarebbe rimasta integra e il Professore sarebbe andato a casa. E infatti, alla prima occasione, il tentativo di fare un governo tecnico presieduto da Antonio Maccanico con Berlusconi e D’Alema uniti, il leader della Quercia non esitò a dire che il pullman di Prodi (e di Veltroni) doveva tornare in garage.

Ma Maccanico fallì, Prodi vinse le elezioni anche grazie alla divisione della destra e si aprì una querelle durata più di un decennio, tra il premier senza partito (Prodi) e il partito impossibilitato a candidare premier il proprio leader (i post-comunisti figli di un dio minore, quando D’Alema andò a Palazzo Chigi con una manovra di Palazzo il risultato fu un disastro, riconsegnare il paese alla destra berlusconiana).

Il Partito democratico, nel 2007-2008, è nato per sanare questa frattura. La normalità di un sistema politico fondato su partiti democratici. In un paese geograficamente e politicamente vicino come la Spagna, nessuno pensa che il candidato premier dei socialisti non possa essere Pedro Sanchez o a un candidato dei popolari che non sia Alberto Núñez Feijóo. Per questo si fanno le primarie aperte a tutti per eleggere il segretario del Pd: perché non si elegge l’amministratore del rissoso condominio del Nazareno, ma una figura in grado di parlare al paese per una sfida di governo. Finora i fatti non hanno dimostrato il contrario.

giovedì 2 aprile 2026

Non è colpa di nessuno

Gianluigi Buffon, Gennaro Gattuso con Gabriele Gravina durante la conferenza stampa di presentazione del commissario tecnico

Antonio Lamorte
Perché l’Italia è ancora fuori dai Mondiali: uno psicodramma a oltranza ma non è colpa di nessuno
l'Unità, 1 aprile 2026

 Adesso è facile ed è inarrestabile. Cambiare tutto, azzerare e ripartire, ridisegnare, ripianificare, riprogrammare. La Federazione, la Serie A, i settori giovanili, gli stadi, i rapporti con i club, le serie minori, le primavere, gli italiani in campo, i premi partita, le accise, i vitalizi dei parlamentari, il passaggio dall’ora legale all’ora solare e che altro più. Riformare insomma, tirare una linea, punto e a capo. Perché è figlia di tutto questo l’eliminazione dell’Italia alla finale playoff contro la meritevole, coraggiosa e concentrata, pur sempre mediocre Bosnia Erzegovina. E comunque, a quanto pare, non è colpa di nessuno.

Non è colpa del Presidente delle Figc dal 2018 Gabriele Gravina. “Devo fare i complimenti a Rino Gattuso, credo che sia stato un grande allenatore. Gli ho chiesto di rimanere alla guida tecnica di questi ragazzi, così come lo ho chiesto a Buffon, c’è stato un momento di sintonia nello spogliatoio con questi ragazzi – ha detto in conferenza stampa – I ragazzi sono stati eroici. La parte tecnica è da salvaguardare al 100%, per quanto riguarda la parte politica c’è una sede, abbiamo convocato un Consiglio Federale la prossima settimana. Capisco l’esercizio della richiesta di dimissioni a piè sospinto, ma sono valutazioni che spettano nelle norme al consiglio federale”. E l’Italia, per chi non ricordasse, non partecipa ai Mondiali da Brasile 2014.

Non è colpa di Gennaro Gattuso, allenatore chiamato all’inizio dei gironi delle qualificazioni al posto di Luciano Spalletti per salvare la patria: è stato incensato, celebrato il clima dello spogliatoio, lo spirito di collaborazione e mutuo soccorso tra compagni di squadra, l’attaccamento e il progetto tecnico. Perfino ieri, a fine gara. “Chiedo scusa, non ce l’ho fatta. I ragazzi non si meritavano una batosta così, hanno corso, hanno lottato. Devo solo ringraziarli. Una mazzata così difficile da digerire, fa male. Volevamo passare per noi, per l’Italia, per tutto il movimento”. Non è colpa neanche del capo delegazione Gianluigi Buffon, paragonato più volte all’inimitabile e indimenticato Gigi Riva, tra i principali fautori di questo nuovo corso tecnico della Nazionale.

Sul campo: gol di Moise Kean regalato dalla difesa della Bosnia in apertura, Azzurri mai più pervenuti fino alla sciagurata espulsione di Alessandro Bastoni, quello della simulazione-esultanza nell’ultimo derby d’Italia. Sotto di un uomo per il resto della gara, cambi a casaccio, assedio perenne in aria di rigore, una serie di occasioni buone e l’Italia raggiunta nel suo momento migliore, 1 a 1 e supplementari. Zero rigoristi in campo per gli Azzurri. Sbagliano Francesco Pio Esposito – ormai nuovo “Van Basten” grazie a Totò Di Natale – e Bryan Cristante, passa la Bosnia, Italia a casa per la terza volta di fila. Niente mondiali, come per Russia 2018 e Qatar 2022. Il dato di fatto è che ormai l’Italia non è più una grande Nazione del calcio Mondiale. Nonostante quattro Mondiali vinti. Lo sarà per le scommesse e per il Fantacalcio, non lo è per il campo.

Adesso è facile ed è inarrestabile desiderare le purghe, immaginare riforme e rifondazioni che pure i giornalisti più acuti e implacabili in queste ore non avevano pensato pochi giorni fa. Oggi è facile, bravi tutti. Sembra esser passata un’era geologica da quando si esultava per il passaggio della Bosnia piuttosto che del Galles alla finale playoff. Avevano cominciato ad autocelebrarsi: che bel gruppo, che bel percorso. Oggi siamo al giorno della Marmotta. Come nel post Europei, post Macedonia del Nord, post Svezia. Prima che le urne aperte per il referendum della Giustizia parlassero, nessuno aveva chiesto niente a nessuno, niente dimissioni. A risultati acquisiti è scattata la resa dei conti nel governo Meloni. Cos’era cambiato nel frattempo in quelle situazioni individuali? Niente. Non è la stessa cosa, ma è un vademecum. Nel calcio intanto non si è dimesso nessuno, di questi uomini, ancora nessuno. Non è colpa di nessuno insomma. Nessuno ha responsabilità. A questo giro non c’è neanche un capro espiatorio: forse è un indizio.

mercoledì 1 aprile 2026

L' ospite regale


il naufragio di una famiglia perfetta Henrik Pontoppidan.
«L’ospite regale» arriva una sera e con i suoi modi signorili, in cui però traspare qualcosa di volgare, confonde le carte in tavola e si insinua nella relazione tra un giovane medico e la moglie, mandandola all’aria 
Marta Morazzoni 
Il Sole 24ore, 29 marzo 2026

Dopo il corposo Pietro il fortunato ora un piccolo romanzo, L’ospite regale da Iperborea. 800 pagine all’incirca da una parte, dall’altra 99 non proprio fitte. Il romanzo è un elemento flessibile e si adatta a ogni misura senza perdere nulla della completezza necessaria a farne il privilegiato tra gli impianti narrativi. Pontoppidan, autore dei due lavori accennati, è in alto nella scala degli scrittori danesi tra Otto e Novecento; nel 1917 ricevette il Nobel ex aequo, un caso abbastanza singolare nella storia del premio più prestigioso al mondo. Ma fuori dalla patria e negli anni a venire la sua fama è rimasta in una nicchia ed è stata, per l’Italia, la proposta nel 2022 da parte di Fazi di Pietro il fortunato a riportare l’attenzione su un nome di primo piano tra i nordici. A monte dell’Ospite regale, scritto nel 1908, si agita l’ombra del Faust di Goethe, mentre dopo Pontoppidan, e con una lunga gestazione, il tema tornerà con Il maestro e Margherita di Bulgakov, scritto negli anni ’30. Parentele apparentemente stiracchiate, ma a ben guardare parentele a tutti gli effetti. Mephisto, il prestigiatore Woland e il regale ospite di una sera di Carnevale in un paese sperduto dello Jutland hanno dei tratti in comune, un modo di guardare, un’eleganza di toni e la signorilità in cui si insinua qualcosa di volgare che confonde le carte in tavola e spariglia il gioco con regole nuove. Ho amato molto il romanzo di Bulgakov e sentito la dovuta soggezione nei riguardi del Faust goethiano, devo quindi stare attenta a non lasciarmi trasportare dal gioco delle analogie, che potrebbe confondere toni e voci. Ma l’ospite imponente e bizzarro che Pontoppidan immagina irrompere la sera di Carnevale in una casa felice, un paradiso domestico in cui la tentazione non era mai entrata prima, ha una qualche affinità con i due altolocati personaggi di cui sopra, anche se con una funzione diversa. Riconosciamo subito che pochi altri come questa figura dai tanti nomi (qui Principe Carnevale) hanno avuto una così grande sagacia nel leggere e comprendere il contesto in cui si insinuano e mettere in campo poi con abilità la provocazione che ne scompagina l’ordine. La casa del giovane medico Arnold Højer, di sua moglie Emmy e dei loro bambini è un piccolo, dichiarato eden in cui si inquadra la famiglia perfetta; e allora viene da pensare che la perfezione, anche in formato ridotto, non sia di questo mondo, sicché occorre sparigliare le carte e portare alla luce quel grumo di oscurità che ciascuno chiude in sé, conscio o meno di un segreto desiderio, di un’aspirazione inconfessata.
Carnevale è il tempo della sospensione delle regole, difficile però, una volta soppiantato anche per gioco l’ordine consueto, ricomporlo senza pagare pegno per il momento di follia. Che poi sia solo la follia di un momento è tutto da dimostrare. Se Pietro il fortunato è un lungo, frastagliato percorso per arrivare alla conoscenza di sé, l’ospite di questo piccolo romanzo scardina invece le certezze che sei anni di matrimonio hanno dato alla coppia, su cui scivolano ora ombre e sospetti e ripensamenti che ne sovvertono gli equilibri. È sano o malsano questo procedimento insinuante? Vengono in mente due battute del Faust di Goethe, che Bulgakov cita a premessa al suo romanzo: Chi sei? Io sono una parte di quella forza che vuole il Male e opera costantemente il Bene. Non è una piccola osservazione. Questo Principe Carnevale, che accende tutte le luci della casa del dottore, che accende i sensi della coppia e li provoca insinuando il germe della gelosia nell’uomo e un desiderio prepotente nella donna, insieme a una indefinita nostalgia, ha in fondo una funzione di questa natura.
È interessante che sia la musica, perfetta costruzione matematica e insieme potente cardine emozionale, a sollecitare il gioco incrociato di desideri e gelosie. Gli equilibri messi in discussione in una notte sospesa nel tempo (e il Carnevale è appunto una parentesi nell’equilibrio e nell’ordine) preparano una misura nuova del rapporto tra i due coniugi: dall’eden sono stati invitati a uscire ma, una volta varcata questa soglia, non c’è modo di tornare indietro e l’avventura interiore che è cominciata per gioco diventa un passo definitivo. L’ospite regale potrebbe essere un piccolo divertissement letterario, quasi una parentesi nel lavoro impegnativo dei tre grandi romanzi che, ci ricorda nella postfazione Fulvio Ferrari, declinano la complessità della storia politica e culturale della Danimarca negli anni successivi alla guerra persa contro la Germania. Una divagazione, però che contiene alcune notazioni profonde, gioca di leggerezza per affondare poi nei meandri dell’anima senza illudersi di risolverne l’ambiguità. Il «conosci te stesso» di Pietro il fortunato (il solo dei tre grandi romanzi tradotto in italiano) in realtà si rinnova anche nel piccolo Ospite regale, dove la componente irrazionale, l’inconscio, si fa largo nel nuovo inquietante sguardo sulla mente umana e sui suoi inciampi. A ragione alla gente del paese pare che nella casa del dottor Højer ci siano ora «correnti d’aria dappertutto, quasi l’impressione di stare seduti davanti a porte aperte…» appunto! aperte sull’ignoto che ogni individuo ha in sé. 

Henrik Pontoppidan,  L’ospite regale, Traduzione e postfazione di Fulvio Ferrari
Iperborea, pagg. 110, € 16

lunedì 9 marzo 2026

La fine di un mondo

quel fatidico 1494

Turbolenze italiane
Michele Ciliberto
Il Sole 24ore, 1 marzo 2026

Questo mio nuovo saggio prende le mosse dalla crisi e dalla decadenza dell’Italia tra la fine del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento – quando si compie il passaggio dalla libertà alla servitù politica, sullo sfondo delle eccezionali, coeve, trasformazioni del mondo e dell’universo, in terra e in cielo: sono eventi connessi, che rendono ancora più drammatico questo vero e proprio mutamento d’epoca.

L’anno della morte di Lorenzo de’ Medici, il 1492, è lo stesso della scoperta dell’America. Non si parla però solo della decadenza dell’Italia. Muovendo da questa doppia considerazione, nella parte finale del saggio è analizzato il fenomeno della migrazione intellettuale del Cinquecento, generata dalla servitù politica e dall’implacabile e intransigente dominio nel nostro Paese della Chiesa cattolica che ne fu il tragico effetto. Ed è messo in luce come, nonostante quella decadenza, gli intellettuali italiani, costretti a migrare altrove per sviluppare la loro ricerca e spesso per salvare la vita, abbiano avuto un ruolo decisivo nella costituzione della civiltà europea moderna. È stato questo il contributo – per usare un’espressione un po’ criptica, che spero diventi chiara leggendo il saggio – dell’Italia fuori d’Italia.

Non procedo però, lo segnalo al lettore, secondo i canoni tradizionali dei libri di storia, per i quali ho massimo rispetto: è un saggio – sottolineo il termine – di interpretazione in chiave morfologica della storia italiana in un periodo cruciale, destinato a lasciare segni profondi nella nostra identità nazionale e anche nella storia dell’Europa. L’ho fatto assumendo come punto di partenza il 1494, l’anno della discesa in Italia di Carlo VIII, il «mostro» – come lo chiama, e non una sola volta, Bernardo Rucellai.

Il saggio è costituito da quattro parti, congiunte dal tema che condividono e che dovrebbero, perciò, reciprocamente chiarirsi; non sono però connesse in modo lineare: per dirla in termini tipici dell’età rinascimentale, si relazionano secondo la dialettica dei contrari. Dunque il 1494. La scelta di questa data è nata da un convincimento preciso: contano le generazioni e contano le date: la cronologia e la geografia, come osservò una volta Vico, sono la chiave per aprire il libro del passato. E il 1494 è un anno fatale. Ci sono nella storia di un Paese, di una nazione, delle date che costituiscono momenti cruciali di crisi, di svolta, di trasformazione: il 1494 lo è, apre un ciclo della storia italiana che si conclude nel 1527, l’anno del sacco di Roma.

Dopo di esse, nulla è più come prima: finisce una storia, ne comincia un’altra, e non è detto che il tempo che comincia sia migliore del tempo passato. Dipende naturalmente dai punti di vista con cui si considera ciò che è stato, e dalle forme in cui si è effettivamente incarnato il futuro. Il nuovo, però, abbiamo imparato dalla storia, non coincide necessariamente con un progresso (posto che esista, e ho molti dubbi, il “progresso”). […]

Il saggio ha origine da una domanda precisa: come sia stato possibile, e quando, il passaggio in Italia dalla libertà alla servitù, dalla “civiltà” alla decadenza, alla “barbarie”, in un processo che inizia alla fine del Quattrocento, ed è durato a lungo, volendo abbozzare una periodizzazione.

Di per sé la crisi, la decadenza, la fine di una repubblica, di uno Stato, non sono eventi sorprendenti o rari. Machiavelli, del resto, lo spiega in modo esplicito nei Discorsi: a qualunque corpo misto – sia una repubblica o una Chiesa – è immanente la decadenza, la fine. Si può rinviarla, ritardarla, ma non evitarla. La morte è il destino di ogni cosa. Anche Spinoza, apprezzando proprio per questo l’«acutissimo» Machiavelli – e condividendo quindi la tesi che lo Stato possa essere travolto dalla crisi e finire –, si era posto nel Trattato politico il problema di come evitare questa fine e si era concentrato, dando una risposta precisa, sulle cause di carattere interno che potevano originarla, individuando una serie di soluzioni per impedire che ciò accadesse.

Ma quando è che in Italia inizia la crisi, la decadenza, e quali sono le generazioni coinvolte – come protagonisti o come sopravvissuti di un mondo ormai finito – in questo processo? E di quali testimonianze possiamo servirci per cercare di rispondere a questa domanda? Su cosa sia accaduto non c’è infatti dubbio: allora comincia la decadenza durata molti secoli, arrivata, per vari aspetti, fino a noi. E in che modo, nonostante questa decadenza, l’Italia è riuscita a dare un contributo – e lo ha dato – all’identità culturale e spirituale europea? Se abbiano senso queste domande, e se sia possibile individuare una risposta, è ovviamente da discutere. Qualunque sia la risposta, questo saggio ambisce ad essere “contemporaneo” pur parlando di secoli passati: c’è una connessione fra quel passato e il nostro presente. Le domande cui cerca di rispondere nascono dal nostro tempo, da un’interrogazione su quello che sta accadendo intorno a noi.

L’Europa, il mondo in cui hanno vissuto moltissime generazioni, sta tramontando nel ferro e nel fuoco; e un altro mondo – dai confini indeterminati, ma duri, violenti, estraneo a ogni principio giuridico o morale – si sta imponendo. È in altre forme ovviamente – la storia non si ripete mai – quello che accadde in Italia e in Europa tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento. Anche allora un mondo finì nel ferro e nel fuoco, e un altro ne nacque, con un volto preciso, quello che ha incarnato – nel bene e nel male – il ruolo e la funzione dell’Europa nei secoli moderni.

Dove stia andando oggi il mondo, e dove soffi lo spirito della storia, noi però non lo sappiamo. Tutto è ancora confuso e indeterminato, e non si sa quali siano le potenze destinate a imporsi in futuro. Una cosa però è chiara: un intero modo è terminato e con quel vecchio mondo è tramontata la visione che ha costruito di sé stesso, elaborando nei secoli “moderni” immagini dell’identità europea che oggi appaiono esaurite. È anche da questa consapevolezza, certo non solo mia, che nasce questo lavoro.

venerdì 20 febbraio 2026

L'arresto di Andrea


Maria Corbi
Sesso e segreti, la fine di Andrea

La Stampa, 20 febbraio 2020

Operazione “confie op”, ossia confidenziale. Con re Carlo III che ha saputo solo a cose fatte dell’arresto di suo fratello Andrea, oggi solo signor Mountbatten Windsor dopo che gli sono stati strappati per indegnità i titoli dinastici. Ma rimane sempre ottavo nella linea di successione e quello che è accaduto ieri mette una tara pesante sul futuro dell’istituzione monarchica.

D’altronde se il privilegio non si accompagna a etica e responsabilità ha ancor minor diritto di sopravvivere nella contemporaneità. Non c’è stata mai una crisi così potente dai tempi dell’abdicazione di Edoardo VIII, 90 anni fa. Elisabetta, e prima di lei suo padre Giorgio VI, ricostruì pezzo a pezzo la fiducia e l’affetto dei sudditi verso la corona, un patrimonio che oggi Andrea ha per lo meno ipotecato.

Il principe è stato arrestato (e poi rilasciato in serata) nella sua residenza di Wood Farm, a Sandringham (dopo la cacciata da Windsor) con l’accusa di «misconduct in Public Office», che equivale al nostro abuso di ufficio, nell’ambito di un’indagine su documenti riservati che avrebbe passato a Jeffrey Epstein quando era inviato per il commercio per il governo britannico. Presunto colpevole, dunque, con i dettagli dell’inchiesta che emergono da documenti recentemente resi pubblici dal governo statunitense. Con i media inglesi che ricordano come questo reato possa prevedere anche la pena dell’ergastolo. Potrebbero arrivare presto un’altra accusa formale per esser stato “l’utilizzatore finale” di ragazzine “fornite” dal finanziere americano tra cui una 26enne russa.

Le manette nel giorno del suo 66esimo compleanno, con il Re che ha convocato subito una riunione di emergenza a Buckingham Palace, diramando un comunicato la cui sintesi è: «La giustizia faccia il suo corso».

«Ho appreso con la più profonda preoccupazione la notizia riguardante Andrew Mountbatten-Windsor e i sospetti di cattiva condotta nell’esercizio di una funzione pubblica. Seguirà ora l’intero, equo e corretto iter attraverso il quale la questione sarà esaminata in modo appropriato e dalle autorità competenti. A tal proposito, come ho già affermato in precedenza, esse hanno il nostro pieno e convinto sostegno e la nostra collaborazione. Desidero dichiararlo con chiarezza: la legge deve fare il suo corso. Mentre tale procedimento prosegue, non sarebbe opportuno per me esprimere ulteriori commenti su questa vicenda. Nel frattempo, la mia famiglia ed io continueremo a svolgere il nostro dovere e il nostro servizio verso tutti voi. Carlo R. [Rex]». Il fratello scaricato definitivamente. Un colpo al cuore dell’istituzione già provata in questi anni da lutti, malattie e liti familiari.

L’ex duca di York dopo la lettura dei suoi diritti è stato caricato sul retro di un’auto della polizia e portato nell’Oxfordshire per l’interrogatorio formale. Per lui era pronta una cella con un letto e un bagno, come un comune mortale.

Una fine ingloriosa per il figlio prediletto della regina Elisabetta che lo ha sempre protetto, spendendo inutilmente per lui fiducia e soldi (12 milioni di sterline per risarcire Virginia Giuffre che lo accusava di violenza sessuale).

Il privilegio di nascita finito in cenere in una qualunque giornata di febbraio quando in una nota, la Thames Valley Police ha confermato l’arresto di «un uomo sulla sessantina del Norfolk». Via il titolo dinastico, qualsiasi riferimento alla sua posizione. Andrea è adesso solo «un uomo sulla sessantina». Oliver Wright, vicedirettore della polizia, ha detto che presto verranno forniti altri chiarimenti, ma è «importante proteggere l’integrità e l’obiettività delle nostre indagini».

Ore nervose, dolorose, cariche di tensione per quello che sarà a Buckingham Palace, con re Carlo III appoggiato dalla regina Camilla e le critiche del figlio William che ha sempre spinto il padre alla massima severità con lo zio quando vennero a galla i suoi rapporti con Epstein.

Ci fu un confronto serrato, una lite tra Carlo e il suo figlio maggiore come rivela Russell Myers, Royal editor del Mirror dopo l’intervista rilasciata dal principe Andrea, alla Bbc Newsnigh, nel 2019. In quell’occasione l’ex principe si diceva pentito dei suoi rapporti con il finanziere americano assicurando di aver interrotto ogni contatto con lui dopo la condanna per sollecitazione alla prostituzione nei confronti di una minorenne. Ma la pubblicazione degli Epstein files ha smentito le parole di Andrea che si è sempre sottratto alle domande dell’Fbi. Adesso il suo arresto comunque complica la vita alla famiglia reale inglese, ma anche all’amministrazione Trump, prima di tutto perché è probabile che nell’ambito di questa inchiesta nel Regno Unito verranno chiamate a testimoniare le vittime che chiedono giustizia e non l’hanno trovata negli Usa.

giovedì 19 febbraio 2026

Meloni inarrestabile

Andrea Fabozzi
Il referendum come stress test delle istituzioni

il manifesto, 19 febbraio 2026

L’uscita di ieri del presidente Mattarella, uscita in senso proprio perché per dire quello che voleva dire ha lasciato il Quirinale e si è andato a sedere sulla poltrona di presidente del Csm, se non funzionerà come richiamo all’ordine funziona benissimo come segnale di allarme. Parla quindi più ai cittadini prossimi elettori del referendum e intanto spettatori dello «scontro istituzionale» che ai governanti che dovrebbero darsi una calmata.

Il ministro della giustizia Nordio ha immediatamente promesso di darsela, la calmata, comprendendo (era facile) di essere soprattutto lui il bersaglio della reprimenda presidenziale. Mentre è solo il più maldestro interprete di una linea politica di trasparente aggressione alla magistratura, quando non è allineata con il governo, che è anche la cifra comunicativa con la quale Meloni sta provando a salvare un referendum che la destra credeva di aver già vinto.

La campagna della premier dunque prosegue, procurando altre preoccupazioni al presidente della Repubblica, costretto (lo faccio per «necessità» prima che per «desiderio» ha chiarito) a un gesto che non si era mai risolto a compiere – ha sottolineato – in undici lunghi anni di permanenza al Quirinale. Anni nei quali scontri tra politica e giustizia certo non sono mancati.

Ma adesso siamo a un salto di qualità: dallo scontro si passa a sfiorare la crisi istituzionale, quando manca ancora un mese al referendum. La forza del gesto di Mattarella sta nell’averlo platealmente segnalato ai cittadini. Il suo limite nel non riuscire a fermare la deriva.

Meloni lo ha dimostrato solo poche ore dopo – a lei è bastato il solito video -, per di più dicendosi consapevole di «deludere più di qualcuno» e respingendo al mittente l’alto invito quirinalizio («intervengo più nella mia veste di presidente della Repubblica che di presidente del Csm») alla cautela e al rispetto tra istituzioni.

La presidente del Consiglio ogni giorno dimostra di considerare la sua postazione di potere come l’avamposto di un’impresa autoritaria, così ridicolizzando gli attestati di leader responsabile che l’infinita schiera di adulatori continua a tributarle. La sua affinità allo stile trumpiano è totale, la partecipazione dell’Italia al Board degli speculatori che oggi sarà celebrata a Washington non è dunque un dettaglio imbarazzante da camuffare dietro giri di parole ma una rivendicazione programmatica coerente con le mosse di politica interna.

La condizione di stress permanente che impone all’architettura istituzionale è un metodo, importato dagli Usa. Compiutamente trumpiano, come orbaniano, è il rifiuto di riconoscere qualsiasi legittimità al controllo della magistratura sugli atti di governo. Meloni considera il suo potere sovrano al punto da non tollerare smentite. La «legalità» per lei si è trasferita nelle sue intenzioni e promana dai suoi video, non sta nelle leggi che la magistratura continua ad applicare nel rispetto della gerarchia delle fonti – per la quale la Costituzione viene prima dell’ultimo decreto.

Si è convinta (non senza l’aiuto di una tremula opposizione) che su due temi soprattutto può rompere gli argini, due presunte emergenze: la sicurezza e la «minaccia» migratoria. E lì batte senza mancare un colpo, anche se si tratta di colpire il Quirinale. Lo fa perché su questi temi pensa di riuscire più facilmente a gonfiare l’impopolarità dei giudici, è lì che proverà a vincere il referendum. Che sempre più diventa un test sull’autoritarismo e, al contrario, sulla volontà popolare di tenersi stretta la separazione dei poteri.

C’è da augurarsi che Meloni come altri prima di lei stia producendo anticorpi e costruendo la sua sconfitta.

martedì 10 febbraio 2026

Disastro Stellantis

Roberto Antonio Romano 
Stellantis, la crisi non è passeggera: o arriva la politica industriale o l'automotive muore

Domani, 10 febbraio 2026

Senza elencare per l’ennesima volta i numeri del settore automotive, basti dire che le informazioni diffuse da Stellantis nei primi giorni di febbraio sono tali da imporre una riflessione che va ben oltre il singolo gruppo industriale. Oneri straordinari per 22 miliardi di euro, 6,5 miliardi di dividendi mancati e, soprattutto, la dismissione delle attività legate all’elettrificazione della produzione non sono semplici scelte contabili: sono il segnale di una crisi strutturale ormai conclamata.

La strategia annunciata dal management è chiara. Recuperare terreno puntando sul mercato statunitense, riducendo l’esposizione europea, e chiedere all’Unione europea di rivedere la transizione ecologica, sostenendo che, alle condizioni attuali, il settore automotive europeo sarebbe destinato a morire. Il messaggio del ceo è esplicito: norme ambientali troppo rigide e un quadro regolatorio europeo farraginoso impedirebbero la crescita industriale.

Ma questa narrazione regge solo in parte. Se si osserva la EU Industrial R&D Scoreboard 2025, emerge un dato difficilmente contestabile: Stellantis esce progressivamente dal perimetro degli investimenti e dalla spesa in ricerca e sviluppo. Non perché l’utile operativo lordo sia crollato — oscillazioni di questo tipo sono fisiologiche — ma perché la struttura industriale del gruppo non è più in grado di sostenere la competizione tecnologica. La crisi non è congiunturale, è organizzativa e strategica.

In Italia, come prevedibile, molti si concentreranno sul calcolo delle perdite potenziali del settore automotive nazionale. Qualcuno — con fastidiosa e prevedibile solerzia — è già al lavoro. Ma occorre dirlo con chiarezza, anche se con amarezza: il settore automotive in Italia non esiste più da molti anni. Il declino non è iniziato oggi, né con Stellantis. Il treno è stato perso tra il 2005 e il 2008, quando, invece di costruire una vera alleanza industriale europea, in primo luogo con la Germania, tutti i governi italiani si sono limitati a incentivare l’acquisto di automobili. Una non politica industriale travestita da sostegno alla domanda. In un paese come l’Italia, la politica industriale è rimasta un miraggio. Questo non significa che non ci saranno impatti: significa che gli impatti arrivano su un settore già desertificato.

Il nodo politico ed economico più rilevante è però un altro: la rinuncia, esplicita o implicita, del settore automotive europeo all’elettrificazione della mobilità. Si tratta dell’unico vero mercato emergente del comparto, per di più sostenuto da una forte domanda di sostituzione. Abbandonarlo equivale a rinunciare al futuro del settore. Viene allora da chiedersi: qualcuno studia ancora la legge di Engel, o ci si limita a far girare numeri su Stata nella migliore delle ipotesi oppure su Excel senza una visione economica di fondo?

Il sospetto è che siamo nel pieno di un terremoto nella governance dell’automotive globale. Le dimensioni minime per restare sul mercato tenderanno a superare i 10 milioni di veicoli l’anno, con una quota “green” largamente maggioritaria. Si può anche immaginare un mercato statunitense relativamente stabile, ma è davvero pensabile una strategia industriale fondata su un orizzonte di due anni e un solo mercato di sbocco, dimenticando quello più dinamico e rilevante, dall’altra parte del mondo?

Forse il giudizio appare drastico, ma i segnali convergono: Stellantis ha perso la sfida della concorrenza e quella dell’innovazione. Da qui in avanti si apre una fase di medio-lungo periodo di dismissione. Non avverrà in un giorno, ma avverrà. La speranza è che, nel frattempo, l’Ue adotti finalmente una politica industriale degna di questo nome, accompagnata da alleanze strategiche, anche con la Cina e con i concorrenti di quell’area. In caso contrario, non morirà solo Stellantis: morirà l’intero ecosistema industriale legato all’automotive europeo.

Limitarsi a denunciare l’assenza di una politica industriale, però, è troppo poco e troppo comodo. Serve un salto di maturità politica. Forse Mario Draghi ha ragione; Letta, invece, lasciamolo da parte, impegnato com’è in progetti che puntano a “rapire” il risparmio dei cittadini europei senza una vera strategia produttiva.

O l’Europa decide di diventare adulta — industrialmente e politicamente — oppure l’unico scenario che resterà sul tavolo sarà un conflitto interno al continente, per stabilire chi potrà ancora salvarsi e chi no.