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mercoledì 1 luglio 2026

Trump e i guadagni in criptovalute

Dara Kerr e agenzie
Secondo i documenti depositati, Trump ha guadagnato più di un miliardo di dollari dalle attività legate alle criptovalute nel 2025

The Guardian, 1 luglio 2026

Secondo un documento federale pubblicato martedì, Donald Trump ha guadagnato più di un miliardo di dollari lo scorso anno dalle sue attività nel settore delle criptovalute, incrementando notevolmente il suo reddito annuo.

Nel suo secondo mandato, il presidente e la sua famiglia hanno investito massicciamente in valute digitali e in varie attività legate alle criptovalute, con Trump che all'inizio del 2025 ha annunciato di voler fare degli Stati Uniti la "capitale mondiale delle criptovalute". I guadagni di Trump derivanti dalle criptovalute si aggiungono ai profitti derivanti da accordi extragiudiziali, investimenti immobiliari e diritti d'autore.

Molte delle iniziative del presidente nel settore delle criptovalute erano semplici startup quando ha prestato giuramento, ma ora hanno superato in termini di fatturato gran parte del suo vasto patrimonio immobiliare, accumulato in decenni. Questa crescita è stata alimentata da investitori miliardari e dalla decisione di Trump di bloccare un giro di vite federale sul settore.

Secondo il rapporto annuale obbligatorio da presentare all'ufficio per l'etica governativa per il 2025, Trump ha ricavato più di 500 milioni di dollari dalla vendita di nuovi prodotti crittografici, tra cui i "token di governance", da parte della sua società di punta World Liberty Financial. Il rapporto ha inoltre rivelato che un'altra attività nel settore delle criptovalute, la CIC Digital LLC, ha incassato oltre 600 milioni di dollari dalla vendita di monete commemorative "meme" con l'immagine di Trump, lanciate pochi giorni prima del suo insediamento.

"Né il Presidente né la sua famiglia si sono mai trovati, né si troveranno mai, in situazioni di conflitto di interessi", ha dichiarato Anna Kelly, portavoce della Casa Bianca. "Il Presidente Trump ha reso con orgoglio gli Stati Uniti la capitale mondiale delle criptovalute attraverso decreti esecutivi, sostenendo leggi come il GENIUS Act e adottando altre politiche di buon senso per promuovere l'innovazione e le opportunità economiche per tutti gli americani".

Kelly ha aggiunto che "tutte le azioni del presidente Trump e della sua amministrazione sono intraprese nel migliore interesse del popolo americano, e qualsiasi cosiddetto 'giornalista' che sostenga il contrario non fa altro che riproporre la stessa, trita e ritrita narrativa falsa che i democratici e i media tradizionali diffondono da un decennio".

Le iniziative di Trump nel settore delle criptovalute, inclusi i suoi token e le sue monete, hanno subito un crollo di valore dall'inizio delle vendite.

L'anno scorso Trump ha anche guadagnato milioni dalla vendita di Bibbie, scarpe da ginnastica e altri piccoli oggetti con il suo marchio, in un'altra mossa senza precedenti per la presidenza. Solo nella categoria degli orologi con il marchio Trump, il presidente ha guadagnato 4,7 milioni di dollari.

L'ascesa delle criptovalute rispetto al patrimonio immobiliare di Trump è particolarmente degna di nota, considerando che Trump ha incassato decine di milioni di dollari da commissioni e accordi di licenza in una serie di nuove transazioni per hotel, resort e appartamenti all'estero. Molti di questi paesi stavano negoziando con gli Stati Uniti su dazi, aiuti militari e altre questioni importanti.

Un immobile negli Emirati Arabi Uniti ha fruttato 10,4 milioni di dollari. Un altro in Arabia Saudita, in costruzione da parte di un costruttore immobiliare vicino alla famiglia regnante, ha fruttato 9 milioni di dollari alla società del presidente. Infine, un immobile a Bucarest, in Romania, e un altro in Qatar hanno fruttato a Trump 5 milioni di dollari ciascuno.

Il rapporto di trasparenza ha inoltre dettagliato che il presidente ha guadagnato più di 86 milioni di dollari da cinque distinti accordi extragiudiziali con società di media e social media, tra cui ABC, CBS, YouTube, Meta e X (precedentemente Twitter).

martedì 16 giugno 2026

Il sapore della vittoria

Francesca Luci 
L'Iran incassa una vittoria che rafforza i moderati

il manifesto, 16 giugno 2026

«Oggi è diverso. La pace porta un sorriso, timido, tra le labbra, come se avesse paura di restare. So che domani pesa. Ma oggi non voglio saperlo». Sono le parole di Farahnaz, mamma single con due bambini. La vita frenetica della capitale Teheran continua in un vortice di energia contrastante. Correnti conservatrici e manifestanti alzano la voce, chiedendo cosa ne sarà del sangue del loro Leader. «Hanno venduto il sacrificio dei nostri martiri che nessun memorandum potrà ripagare», grida Mehdi.

I MERCATI FINANZIARI iraniani, “giudici imparziali”, rispondono con entusiasmo. Il prezzo del dollaro ha ceduto oltre il 10%; anche il costo delle monete d’oro ha registrato cali record. La Borsa di Teheran segna un balzo storico del 3,35%, trainata da un afflusso senza precedenti di capitali reali. Dopo mesi di guerra e paralisi economica, il mercato sembra respirare di nuovo.

Tutto ha avuto inizio il 28 febbraio quando Stati Uniti e Israele hanno colpito il quartier generale di Ali Khamenei, Guida suprema della Repubblica islamica dell’Iran. L’86enne leader, al potere da oltre trent’anni, non è sopravvissuto. La sua morte ha aperto una crisi in un paese già logorato da anni di sanzioni, tensioni interne e isolamento internazionale.

La reazione iraniana però è stata immediata e viscerale: manifestazioni di piazza a Teheran, dichiarazioni di guerra del Parlamento, unità malgrado profonde differenze per salvare la patria. Pochi giorni dopo, mentre il paese era ancora sotto choc, Mojtaba Khamenei, 56 anni, figlio della Guida assassinata, è stato nominato terzo leader supremo con una procedura rapida, quasi convulsa. «Sarebbe stata davvero difficile la successione di Mojtaba se il padre non fosse stato assassinato e non fosse cominciata la guerra. È stato il punto di divergenza tra tutti i gruppi conservatori e i Guardiani della Rivoluzione» ci spiega Mehran, ricercatore a Teheran.

L’IRAN HA CHIUSO lo Stretto di Hormuz, mossa che ha scatenato la risposta americana con un blocco navale contro i principali porti strategici iraniani. Conseguenze economiche devastanti: «Il blocco navale e i porti paralizzati hanno portato a un’inflazione fuori controllo – continua Mehran – Il pericolo di collasso economico era realistico». Le famiglie iraniane, già stremate da anni di sanzioni, si sono trovate a fronteggiare una crisi senza fine.

I PRIMI COLLOQUI diplomatici, avviati ad aprile e mediati da Qatar e Pakistan, si sono arenati subito sulla questione nucleare. Lo stallo è sembrato invalicabile, un muro che nessuna delle due parti pareva disposta ad abbattere. «Ci sono voluti anni prima della firma dell’accordo nucleare del 2015 che Trump ha poi stracciato – osserva Mehran – Era impensabile raggiungere un’intesa in pochi giorni». Americani e israeliani scommettevano su una spaccatura tra i Guardiani della Rivoluzione e il clero, convinti che il paese fosse di fatto controllato dai militari. «Il clero non ha mai avuto problemi con i militari e viceversa: da 47 anni controllano il paese in simbiosi – spiega ancora Mehran – Una spaccatura sarebbe stata una rovina per entrambi, oltre a mettere in pericolo l’integrità del paese». L’unità del sistema iraniano, forgiata in decenni di coesistenza tra potere religioso e militare, si è dimostrata più solida di quanto i suoi nemici avessero previsto.

La svolta è giunta a metà aprile a Islamabad. Una delegazione Usa di alto profilo, composta dal vicepresidente J.D. Vance, dall’emissario Steve Witkoff e dal consigliere Jared Kushner, ha incontrato direttamente le controparti iraniane: lì qualcosa si è incrinato nel muro diplomatico. «Dopo Islamabad le divergenze rimangono all’interno dei vari gruppi conservatori e ultraconservatori», racconta Mehran. La posizione del nuovo leader era chiara: «Pragmatismo puro. Ecco che siamo entrati in una nuova era. Non diventeremo democratici da un giorno all’altro, ma ora c’è almeno una speranza di cambiamento».

Domenica 15 giugno Iran e Stati Uniti hanno firmato un memorandum d’intesa per estendere il cessate il fuoco di 60 giorni, con l’obiettivo di porre fine al conflitto. L’intesa, secondo gli iraniani, poggia su tre assi strategici: la cessazione delle ostilità su tutti i fronti, con una menzione specifica per il Libano, la cui stabilizzazione viene considerata parte integrante del pacchetto; sullo Stretto di Hormuz, nonostante le pressioni americane per garantire il libero transito, l’Iran mantiene la sovranità sulle proprie acque territoriali, prevedendo la riscossione di costi legati ai servizi di navigazione e assicurazione secondo le convenzioni internazionali; un meccanismo finanziario da 300 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione e allo sviluppo del paese, sostenuto non solo da capitali occidentali ma anche da Qatar, Emirati e Arabia saudita.

IL PRESIDENTE IRANIANO Masoud Pezeshkian ieri ha lodato la gestione del paese durante lo stato di guerra, sottolineando che la coesione nazionale ha impedito il collasso del sistema previsto dai nemici. Se il memorandum rappresenti davvero l’inizio della fine del conflitto o solo una pausa prima di nuove tensioni è difficile da dire. Non è facile sciogliere in 60 giorni nodi che affondano le radici in decenni di ostilità, diffidenza reciproca e interessi regionali contrapposti. Ma nulla può impedire la pace quando esiste una reale volontà politica di perseguirla. Il tempo darà la sua risposta.

lunedì 8 giugno 2026

Il grande risiko bancario


Daniele Manca
Il riassetto finale tra poteri

Corriere della Sera, 8 giugno 2026

 Che l’equi­li­brio fosse insta­bile era chiaro. Il grande risiko ban­ca­rio attorno a Mps, Medio­banca e soprat­tutto Gene­rali sem­brava un’incom­piuta. Ieri in rapida suc­ces­sione, prima un’offerta di nozze da parte di Banco Bpm a Mps, poi la noti­zia di una con­tro offerta di Intesa San­paolo con Uni­pol-Bper, ed è scat­tato, in una dome­nica di giu­gno, il rias­setto di potere e poteri.

Il cam­bio di passo è stato evi­dente quando sono ini­ziate a cir­co­lare le voci di un pos­si­bile con­si­glio d’ammi­ni­stra­zione di Intesa San­paolo nella serata di dome­nica. Se a muo­versi era l’isti­tuto gui­dato da Carlo Mes­sina, si trat­tava del fischio di ini­zio di un pro­fondo rie­qui­li­brio. Se a que­sto ci si aggiunge che nell’ope­ra­zione Intesa un ruolo e un peso spe­ci­fico lo avrà anche il gruppo Uni­pol e Bper, vale a dire quella galas­sia che a par­tire dalle Coop, Carlo Cim­bri ha risa­nato e rilan­ciato, si com­prende quanto potrebbe trat­tarsi dell’ini­zio del rias­setto finale.

E’ stato verso l’ora di pranzo ieri che si è venuto a sapere che il con­si­glio del Banco Bpm, gui­dato da Giu­seppe Casta­gna, aveva avan­zato una pro­po­sta di un’unione tra eguali al Monte dei Paschi. L’offerta di met­tere assieme i 20 miliardi del valore di Borsa dell’isti­tuto mila­nese con i 27 dell’isti­tuto senese. Viene espli­ci­tata quella che gli ana­li­sti in que­sti mesi ave­vano indi­vi­duato come una solu­zione per la crea­zione di un terzo polo alle spalle di Intesa e Uni­cre­dito. Anche il socio impor­tante di Banco Bpm con il 22%, i fran­cesi di Cré­dit Agri­cole, vota a favore.

Poche ore dopo le prime indi­scre­zioni sulla mossa di Intesa. Non più tardi di due set­ti­mane fa, Gio­vanni Bazoli arte­fice della nascita di Intesa, e che con Enrico Salza nel 2006 aveva con­cor­dato la fusione con il San­paolo di Torino, aveva par­lato di Mpsme­dio­banca come di un’ope­ra­zione incom­piuta. Tutti ave­vano pen­sato che il pre­si­dente eme­rito di Intesa si rife­risse al ver­tice Mps scosso dalle diver­genze tra i soci. Luigi Lova­glio che aveva gui­dato prima il risa­na­mento, poi il rilan­cio e la sca­lata a Medio­banca, sfi­du­ciato da uno dei mag­giori soci, Fran­ce­sco Cal­ta­gi­rone, aveva costruito una sua lista. E al momento del voto dei soci, Lova­glio, con l’appog­gio di quello che era sem­pre stato alleato di Cal­ta­gi­rone, la Del­fin degli eredi Del Vec­chio, rie­sce a con­vin­cere il mer­cato e a tor­nare alla guida di Mps. E invece Intesa da tempo stava pen­sando a un’offerta su Mps, come dimo­stre­rebbe il fatto di non essere da sola. Non certo per man­canza di mezzi, visto che con un attivo di quasi mille miliardi si sta muo­vendo una delle ban­che più solide e patri­mo­nia­liz­zate d’Europa. In realtà il ruolo del gruppo Bper sarebbe di non poco conto. Già ai tempi della sca­lata di Ubi Banca, sem­pre di Intesa, Bper aveva acqui­sito circa 500 spor­telli che per que­stioni di Anti­trust Intesa non avrebbe potuto man­te­nere. Oggi vale in Borsa oltre 24 miliardi aspi­rando a quel terzo polo a cui pen­sava Bpm con le nozze con Mps. Nell’attesa dei par­ti­co­lari delle offerte, delle prime valu­ta­zioni che oggi il con­si­glio di Mps farà e di quello che nei pros­simi mesi dovesse deci­dere il mer­cato, per Intesa l’ope­ra­zione signi­fica fre­nare le ambi­zioni ita­liane di Cré­dit Agri­cole. Potrebbe con­so­li­dare inol­tre il suo ruolo di banca di sistema pronta a var­care i con­fini assi­stendo in misura mag­giore le imprese del made in Italy. Tanto più che il suo con­cor­rente Uni­cre­dit è impe­gnato nell’ope­ra­zione in Ger­ma­nia con Com­merz che, nono­stante l’oppo­si­zione del governo, sem­bra poter andare avanti, cosa che le darebbe un ruolo più paneu­ro­peo. Non va dimen­ti­cato poi che den­tro Medio­banca c’è il cre­dito al con­sumo di Com­pass, una banca online, e quel 13% di Gene­rali. È pre­sto per capire come il rias­setto possa esten­dersi al Leone di Trie­ste. Ma Mes­sina ha sem­pre posto al cen­tro la gestione del rispar­mio. E Gene­rali è un tas­sello impor­tante. Il più impor­tante. Comun­que vada si modi­fi­cherà la mappa del potere eco­no­mico e di influenza ita­liano. Un peso l’avranno le auto­rità. E la poli­tica? Sicu­ra­mente il governo sarà stato infor­mato delle varie inten­zioni. Ma per quanto la poli­tica possa avere pre­fe­renze, se sta­mat­tina si avrà con­ferma delle due ope­ra­zioni, sarebbe meglio che que­sta volta sia il mer­cato a deci­dere. Non sem­pre, ma comun­que ha dimo­strato una certa sag­gezza in que­sti anni.

martedì 19 maggio 2026

Etienne Davignon, un uomo dai molti segreti


Etienne Davignon, ex diplomatico belga implicato nell'assassinio di Patrice Lumumba in Congo, è morto all'età di 93 anni.
Le Monde e Agence France Presse, 18 maggio 2026

Etienne Davignon è stato una figura di spicco della politica e dell'economia belga per sessant'anni. Inizialmente diplomatico, seguendo le orme del suo mentore, il ministro Paul-Henri Spaak – considerato uno dei padri dell'Unione Europea – divenne poi il primo presidente dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA), creata dopo la crisi petrolifera del 1973. Nel 1977 entrò a far parte della Commissione Europea, di cui fu vicepresidente dal 1981 al 1985, con un ampio portafoglio dedicato all'industria e all'energia.

Il periodo fu segnato dal declino dell'industria siderurgica europea, alle prese con la sovrapproduzione, che portò a una serie di dolorose ristrutturazioni. Société Générale de Belgique, Fortis Bank, Brussels Airlines: il nome di Davignon è anche legato al destino di importanti aziende belghe, tutte finite in mani straniere. "Chi dice che ho venduto i gioielli della corona è uno sciocco!", replicò con veemenza questo stretto collaboratore della famiglia reale nel 2018, appena elevato al titolo di conte.

“Partecipazione a crimini di guerra”

A marzo, l'ex diplomatico è stato deferito alla giustizia belga con l'accusa di "partecipazione a crimini di guerra" per le decisioni che portarono all'assassinio del leader congolese Patrice Lumumba nel 1961. Etienne Davignon ha presentato ricorso contro tale deferimento.

All'epoca, Etienne Davignon, tirocinante diplomatico presso il Ministero degli Esteri belga, fu sospettato di essere coinvolto nella decisione di trasferire l'eroe dell'indipendenza congolese nella regione secessionista del Katanga, dove Patrice Lumumba fu assassinato il 17 gennaio 1961 da separatisti aiutati da mercenari belgi. Il corpo del leader congolese, disciolto nell'acido, non è mai stato ritrovato.

Non è mai stato organizzato un processo penale per accertare le responsabilità di questo assassinio, che costituisce uno dei capitoli più oscuri del rapporto tra la Repubblica Democratica del Congo, che ottenne l'indipendenza nel giugno del 1960, e la sua ex potenza coloniale, il Belgio.

https://www.lemonde.fr/afrique/article/2026/05/18/etienne-davignon-ancien-diplomate-belge-cite-dans-l-assassinat-de-patrice-lumumba-au-congo-est-mort-a-93-ans_6690960_3212.html?search-type=classic&ise_click_rank=1

martedì 3 febbraio 2026

L' ultimo operaio

Nicola Imberti
La voce dell'ultimo operaio: requiem per Mirafiori

Domani, 2 febbraio 2026

 Forse non c’era un altro modo per farlo. Per raccontare una fine serviva una voce intrisa di «amore e di fantasmi». E Niccolò Zancan, giornalista della Stampa, ha deciso di usare quella dell’«ultimo operaio». Così più che un saggio, il suo libro, edito da Einaudi,  è un «canto». Una sorta di Antologia di Spoon River di una Torino che fu e di una fabbrica, quella di Mirafiori, che col passare dei giorni, sta morendo. Requiem per un impero defunto.

Quella voce, in realtà, è una polifonia. «Gli ultimi» sono «Salvo, Nina, Anna, Enzo, Stefano, Beppe, Gigi». Quelli che «hanno visto l’avvocato Agnelli arrivare alla guida di una Fiat Croma color oro, scendere, guardarsi introno e fare ciao con la mano. Gli ultimi operai che avevano le tute blu, felici di andare in fabbrica a lavorare». E che ora, «uno dopo l’altro, a sessantacinque oppure a sessantasette anni», se ne stanno andando. 

È il “traguardo della pensione”, come viene descritto in un mix di statistica, politica e burocrazia. Parole che dovrebbero rassicurare e rasserenare ma che, negli anni, sono diventate l’atto finale di una lenta agonia costellata di cassa integrazione.

Una protesta davanti ai cancelli di Mirafiori nel 1980 (foto Ansa)
Una protesta davanti ai cancelli di Mirafiori nel 1980 (foto Ansa)

La fine di un’epoca


Zancan parte dalla Torino dove, nel 1971, è nato: «record di abitanti, un milione e centosessantasettemila» e «record di operai, sessantamila tute blu». Tutto ruota attorno alla «fabbrica» e alla Fiat che dà lavoro «a un milione di persone fra dipendenti diretti e indiretti, fornitori, concessionari e pubblicità». Nulla di tutto questo è sopravvissuto. E oggi «niente ricorda la Fabbrica Italiana Automobili Torino, nemmeno il nome».

Qualcuno forse dirà che non c’era bisogno di un altro libro per raccontare tutto questo. Bastavano i bollettini delle associazioni di settore che, periodicamente, certificano la crisi irreversibile di Stellantis. Ma per raccontare questa storia i numeri non bastano. Nessun numero può raccontare il silenzio che accompagna la fine del turno. Nessun numero ci dirà mai che di notte l’unica porta che resta aperta è la 23, quella «per i camion che portano via i pezzi di ricambio», quella che è rimasta dopo che per prima hanno chiuso la porta 18. E poi la 19, la 20, la 32 e la 33, la 27, l’asilo e «la palazzina dei colletti bianchi». Non ci sono statistiche sugli «operai trasfertisti» quelli che, visto che oggi costa più aggiustare un macchinario, vengono «fatti salire da un’altra fabbrica a sbrigare quel lavoro»: «l’operaio che sostituisce il robot quando il robot si inceppa». 

Né sui bagni o sugli spogliatoi chiusi. Così, piuttosto che cambiarsi prima di tornare a casa, molti operai preferiscono salire sui pullman ancora sporchi di grasso. Distratti come siamo dalle nostre quotidianità, probabilmente, non immaginiamo che quegli «operai vestiti da operai, in giro per la città», non sono altro che l’immagine di un fallimento.

Protesta davanti ai cancelli di Mirafiori (foto Ansa)
Protesta davanti ai cancelli di Mirafiori (foto Ansa)

«Efficientamenti»


Un fallimento fatto di progressivi «efficientamenti». Dalla soppressione dei pullman pagati dal comune per permettere ai lavoratori della «cintura di Torino» di raggiungere Mirafiori, al paradosso per cui, «nello stabilimento di una fabbrica che produce automobili, gli operai con il lavoro più sicuro sono quelli che mettono le mani sulle auto usate», cioè si occupano di controllare e rimettere in circolazione le macchine degli autonoleggi e delle flotte aziendali.

Anche l’orario della mensa può servire a risparmiare. Il tempo del mangiare, spostato a fine turno, produce «un doppio guadagno». Gli operai preferiscono andare a casa, ci sono meno pasti da pagare ma, soprattutto, «meno operai che si confrontano» tra di loro. È la fine di un’idea di società e di socialità. Un modo come un altro per favorire la disgregazione, l’idea che non ci sia più un obiettivo comune da raggiungere, ma una lotta personale per la sopravvivenza. Dove l’unica cose che conta è che un operaio a Torino, dopo 38 anni di lavoro, guadagna 1.590 euro al mese mentre il suo collega, in Polonia, ne guadagna 820, in Serbia 768, in Marocco 389, in Algeria 250. 

E così quegli operai, nuovi o ultimi che siano, tornano a essere numeri, statistiche. Quelli che amministratori delegati e presidenti raggruppano dietro la frase di circostanza: «È stato un anno complesso». Destino inevitabile se, come racconta Giorgio Garuzzo, top manager della Fiat dal 1976 al 1996, «quello che conta è solo la finanza – i numeri, le trimestrali, i dividendi, la redditività altissima – senza il minimo coinvolgimento nella realtà industriale».  

«Se non hai voglia di sporcarti le mani con l’olio delle macchine utensili – aggiunge – stai facendo un altro mestiere». E così Mirafiori muore accompagnata dal «canto finale» dell’ultimo operaio.


venerdì 12 dicembre 2025

Giornali in allarme

Giuliano Santoro
Arrivano i greci, Repubblica e Stampa in agitazione permanente
il manifesto, 12 dicembre 2025

A Gedi lo sciame sismico si avvertiva da tempo, adesso è arrivato il terremoto vero e proprio. Dal gruppo legato a John Elkann, che edita Repubblica e Stampa e che possiede Radio DeeJay e Capital e che fa capo alla holding Exor, si è appreso nei giorni scorsi dell’esistenza di una «trattativa in esclusiva» con i greci di Antenna. Dall’azienda parlano di un pre-accordo che definisce il grosso della cessione. Elkann, facendo trapelare la cosa, pare sbarrare la strada all’interessamento di Lmdvc di Leonardo Maria Del Vecchio.

L’epicentro è a Roma, largo Fochetti, al palazzo che ospita Repubblica. L’assemblea delle giornaliste e dei giornalisti, insieme alle lavoratrici e ai lavoratori degli altri settori «prende atto con profondo sconcerto dell’annuncio della proprietà della svendita di quel che resta del nostro gruppo editoriale, che in questi anni è stato smantellato pezzo dopo pezzo dall’attuale editore, John Elkann». Decreta lo stato di agitazione permanente con la sospensione immediata della partecipazione a tutte le iniziative editoriali speciali. Si annuncia un primo pacchetto di cinque giorni di sciopero, a partire da oggi. C’era il rischio che il giornale non fosse in edicola già da oggi ma un incontro last minute ha scongiurato la cosa.

«Siamo pronti a una stagione di lotta dura a tutela del perimetro delle lavoratrici e dei lavoratori e dell’identità del nostro giornale», dicono dall’assemblea. Chiedono la tutela dei livelli occupazionali, ciò che Elkann ha affermato di non poter garantire con la cessione ai greci, e «la salvaguardia dell’identità politico-culturale di un giornale che costituisce dalla sua fondazione, cinquant’anni fa, un pezzo della storia e della politica nazionale».

La Stampa ieri non è uscita e il sito web è rimasto fermo, nonostante fosse in programma una visita di Sergio Mattarella. Anche in questo caso lavoratori e lavoratrici chiedono garanzie sia sul lavoro che sulla linea politico-culturale dello storico giornale torinese. Al quale gli acquirenti greci non sarebbero interessati: si rischia dunque la svendita a un soggetto terzo che al momento non sarebbe stato individuato. Del processo di dismissione e vendita rischia di fare le spese anche La Sentinella del Canavese, storica testata di Ivrea.

La vicenda è un caso politico: si parla di uno degli asset centrali dell’informazione del paese. Il sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega all’informazione e all’editoria Alberto Barachini fa sapere di aver convocato i vertici di Gedi e i Cdr dei due quotidiani. I gruppi parlamentari di Avs, del Pd e del M5S reclamano il governo. «Chiediamo una informativa urgente», esclama in aula il vicecapogruppo di Avs alla camera Marco Grimaldi. «Chi acquista deve assumersi la responsabilità dell’intero gruppo e del suo rilancio industriale, uno spezzatino indebolirebbe ulteriormente il sistema dell’informazione – afferma il capogruppo dem al senato Francesco Boccia – Per la tutela di beni e capitali strategici di interesse nazionale viene spesso evocato il golden power, utilizzato dal governo Meloni per molto meno».

Tutt’altri toni a destra, dove forse non vedevano l’ora di vedere il giornale del fu «ceto medio riflessivo» in questa situazione. Alcuni retroscena raccontano che Giorgia Meloni vede di buon occhio la transizione ellenica. Il senatore della Lega e sottosegretario alla presidenza del consiglio Alessandro Morelli saluta «il nuovo assetto proprietario, capace di introdurre energie fresche e visioni meno condizionate da storiche impostazioni di parte». Per il ministro della pubblica amministrazione Paolo Zangrillo servono «proprietà trasparenti e solide, capaci di garantire ancora la libertà di informazione. Per questo considero necessario che, nel caso di un passaggio di proprietà, siano illustrati piano industriale e conseguenti garanzie occupazionali».

È inevitabile che lo scontro interroghi altri settori che in questi anni hanno conosciuto le dismissioni di Exor. «La vendita rappresenta chiaramente la politica industriale che gli Elkann stanno attuando da tempo – denunciano i segretari generali di Cgil Piemonte e Cgil Torino, Giorgio Airaudo e Federico Bellono – Siamo vicini alle giornaliste e ai giornalisti, alle lavoratrici e ai lavoratori di tutte le redazioni del gruppo Gedi per l’ennesima svendita messa in atto da Exor. La politica e le istituzioni devono pretendere garanzie dalla proprietà: in gioco non c’è solo una possibile crisi occupazionale, ma il diritto a un’informazione libera».

mercoledì 10 dicembre 2025

la Repubblica: che fine fa il giornale

 

Un armatore greco per Repubblica, Elkann vende Gedi a Kyriakou (e al socio bin Salman): il Cdr attacca
l'Unità, 8 dicembre 2025

Repubblica parlerà greco-saudita? Lo storico quotidiano fondato da Eugenio Scalfari e l’intero gruppo Gedi, al cui interno dopo continue cessioni sono rimasti ormai solamente La Stampa di Torino e le radio, potrebbe finire in mano al gruppo Antenna dell’armatore greco Theo Kyriakou.

Quest’ultimo, riferisce Domani, ha come principale socio il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman, che controlla tramite il fondo sovrano Pif il 30 per cento di Antenna. Bin Salman, come noto, secondo la Cia avrebbe ordinato l’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi ed è il sovrano di fatto di un Paese in cui vige un regime dai tratti spietati.

Il negoziato tra John Elkann e Kyriakou è entrato nella fase clou: sul piatto il gruppo Antenna avrebbe messo 140 milioni di euro, offerta che rispetterebbe le richieste dell’erede della famiglia Agnelli, entrato in possesso del gruppo editoriale venduto dai figli di Carlo De Benedetti e poi fatto a pezzi in pochi anni a suon di cessioni delle testate locali.

Una trattativa conferma ufficialmente dallo stesso gruppo editoriale tramite proprie “fonti” alle agenzie di stampa. “Gedi resta impegnata nella trattativa in corso con il gruppo Antenna interessato a La Repubblica e alle altre testate del gruppo editoriale” mentre al momento “non ci sono le condizioni per aprire nuove strade”, si legge in una nota.

Parole che sembrano chiudere le porte ad una indiscrezione filtrata sulla stampa nei giorni scorsi: alcune ricostruzioni davano infatti un forte interesse per l’acquisizione di Gedi da parte di Leonardo Maria Del Vecchio, uno dei figli dello scomparso fondatore di Luxottica Leonardo, che attraverso la sua società Lmdv Capital avrebbe pareggiato l’offerta dell’amatore greco Kyriakou.