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lunedì 2 marzo 2026

Macbeth al Regio

Carla Moreni

 Macbeth brinda folle sul baratro

Torino. Riccardo Muti scava l’opera verdiana nell’emotività interna con maestria impareggiabile e restituisce uno scenario cupo, accentuato dalla scenografia e dalla regia di Chiara Muti. Bella sorpresa Giovanni Sala, credibile Macduff

Disegna una perfetta arcata di racconto il Macbeth di Riccardo Muti al Teatro Regio di Torino: partendo astratta, dal cesello minuziosissimo dei minuscoli frammenti ritmici che Verdi assegna in apertura al Preludio, giocando poi con gli accompagnamenti al tessuto melodico del canto, distribuiti con eleganza, fantasia, libertà totale, e ancora al contrario pronta a restituire alla banda interna – e a tutti i passi con il sapore di italica banda – quel passo caratteristico, di tinta locale che fa storia, ieri e oggi. Tuttavia a spiazzarci, a obbligarci a una seduta in punta di poltrona (perché i Macbeth del Maestro li conosciamo bene, quanti ne abbiamo sentiti dall’indimenticabile del 7 dicembre alla Scala, con la regia di Graham Vick?) arrivano squarci inediti, mai incontrati prima: tinte friabili, svaporate nell’aria; disegni torniti immacolati, a punta sottile; suoni in procedere impercettibile verso un limite sempre oltre, fino a sfiorare il nulla. Un gioiello le “carole armoniche” di ondine e silfidi, paradisiache. Ed è la pura poesia di questi quadri, ottenuti peraltro da una macchina di Orchestra e Coro del Regio buona, ma non di prima sfera, a rendere questa esecuzione indimenticabile.

Prendiamo i due cardini dell’opera, “brindisi” e “Patria oppressa”, che strategicamente Verdi colloca nei momenti di svolta della drammaturgia: prima del ritorno di Macbeth dalle streghe e prima del corrusco epilogo finale. Muti legge entrambi scavandoli nella emotività interna, come nessuno fa. Perché di solito il podio qui viene preso dalla forza della musica, che ne guida il braccio: così “Si colmi il calice” esce chiassoso e rutilante, pronto ad acchiappare il sorriso e l’applauso del pubblico, mentre il Coro dei profughi ha il piombo da marcia funebre. Qui no. Qui il “vino eletto” non ha nulla di festoso, e sa al contrario di sangue. Il ritmo di danza che la Lady impone suona cinico, freddo. E la finzione è ancor più scoperta ed evidente nella ripresa, dopo il vaneggiare di Macbeth, quando Muti osa uno stacco più lento, e che forse non è nemmeno scritto in partitura, ma coerente con lo stile dell’opera italiana, dove mai due sezioni uguali suonano uguali. Con passo più tragico – e sono perfetti tutti, solisti e assieme nello stare attaccati alla bacchetta del Maestro – il brindisi diventa tetro, folle, sospeso sul baratro.

Nello stesso modo “Patria oppressa”, che nella versione verdiana del 1865 non ha nulla di quarantottesco e baldanzoso, viene ripulita da tutti gli effetti grondanti, dalla coralità trascinata e paesana, per diventare un bassorilievo marmoreo, austero, classico. Muti chiede al Coro di Piero Monti una scolpitura esatta della parola, una aderenza millimetrica al ritmo, un procedere sempre in avanti, dribblando le trappole dei momenti antifonali, per costituzione ritardatari. Così restiamo ammaliati da uno squarcio di musica assoluta, che vale per sempre. Ancora più efficace, proprio per questa icastica lettura, se collocata ad apertura di atto, cioè ascoltata al rientro in sala dopo l’intervallo, come voleva Verdi. Mai sentito tanto significante il termine “patria”, sulla modulazione ultima, sottovoce, luminosa come un’alba.

Ci perdonino cantanti e regia se arriviamo solo ora a loro, ma questo è il pegno, nel “Macbeth di Muti”. E allora andiamo in ordine, dal giovane e teatrale protagonista di Luca Micheletti, attore fin nel midollo, baritono forse un poco leggero (rispetto alla tradizione), ma evviva ripulito di tutti i cascami e le forzature veristiche (pure di tradizione). Tanto nobile, tanto carismatico, che ci sarebbe stato persino da tenerlo come re. L’unico, peraltro, a saper gestire il mantello a strascico, nei costumi con troppe palandrane e code di Ursula Patzak. Lidia Fridman ha nella voce tutta la forza di Lady Macbeth, anche nelle colorature giustamente rigide, cattive anche quelle. La più bella sorpresa è Giovanni Sala, tenore assai cresciuto, credibile come Macduff, padre giovane. Nello sparigliamento della tradizione, tipicamente mutiano, anche Banco, Maharram Huseynov, è un basso chiaro, all’interno di una storia di guerra e di potere tra ragazzi. E appunto una menzione va alle due voci bianche delle apparizioni, impeccabilmente bambini.

È la scena di Alessandro Camera a condizionare la regia di Chiara Muti, molto applaudita: l’impiantito a doppio scivolo, fangoso e irto di buche, degrada verso una grande botola centrale, una gigantesca “caldaia” delle streghe, che da lì usciranno di nuovo impreviste, una terza volta, vincenti sulle ultime note. La visione introspettiva, cuperrima, viene accentuata da una serie di tre sipari, a tendaggio grigio cenere, che scandiscono uniformi interni e esterni. Suona strano il letto, ad uso comune, per amplessi veloci della coppia e per le capriole dei figli di Banco. E forse una regina non dovrebbe chiamare i camerieri battendo le mani.

Macbeth

Giuseppe Verdi

Direttore Riccardo Muti

Regia Chiara Muti

Torino, Teatro Regio

Fino al 7 marzo

sabato 28 febbraio 2026

Hannah Spencer, a sorpresa


Mario Ricciardi
Old new Labour, perduti lungo la quarta via

il manifesto, 28 febbraio 2026

«I am a plumber». Così ha esordito Hannah Spencer nel tradizionale discorso che il candidato vincente tiene dopo la proclamazione ufficiale del risultato nelle elezioni politiche britanniche. La voce tradisce una certa emozione, per un risultato sperato ma tutt’altro che scontato.

Soprattutto nelle proporzioni del voto, che vede un balzo in avanti dei Verdi, e un crollo del Labour, che finisce terzo, dopo Reform UK, in quello che era storicamente un seggio sicuro per il partito della sinistra britannica. La circoscrizione di Gorton e Denton appartiene all’area di Manchester, dove è nato il movimento cooperativo e sindacale da cui emerge il partito Laburista. Una sconfitta in casa, dunque, che brucia in modo particolare e potrebbe essere il segnale di una svolta.

Ancora oggi nel Regno unito l’accento è un indice della propria estrazione sociale, e quello della candidata la colloca indiscutibilmente nella working class. Madre infermiera, lascia gli studi per intraprendere una carriera come idraulica, dopo un percorso di formazione professionale che la conduce a mettere in piedi una piccola impresa, la Hannah’s household plumbing. La sua vocazione politica nasce dall’impegno contro le corse di cani, e la orienta verso i Verdi, di cui apprezza le posizioni sui temi della tutela dell’ambiente e della giustizia sociale. Questa è la prima cosa che colpisce. Hannah Spencer ha un profilo che trenta anni fa l’avrebbe collocata naturalmente nelle file dei Laburisti.

Nel partito di Keir Starmer, tuttavia, non c’è posto per chi si identifica con le istanze dei lavoratori e difende la necessità di politiche redistributive. Le voci critiche nei confronti della ideologia neoliberale sono state emarginate, molti hanno abbandonato il partito per trovare rifugio in quello fondato da Jeremy Corbyn e da Zarah Sultana, o nei Verdi, che sotto la guida abile di Zack Polanski si sono aperti alle istanze del socialismo democratico. Questa scelta è stata rivendicata con orgoglio da Spencer nel suo discorso, che ha indicato nel carattere oligarchico del capitalismo neoliberale il nemico da combattere per restituire un futuro a tutti coloro che faticano per difendere un benessere eroso da anni di politiche che hanno favorito il capitale a discapito dei lavoratori e della piccola impresa.

La principale responsabilità della sconfitta è dell’attuale gruppo dirigente. Non solo Starmer, ma anche Morgan McSweeney (il pupillo di Peter Mandelson che è stato il principale architetto della recente svolta del partito Laburista, che lo ha portato ancora più a destra di quanto sia stato negli anni di Blair). L’errore fatale è stato bloccare la candidatura di Andy Burnham, il sindaco di Manchester, che probabilmente avrebbe vinto, ma che andava tenuto fuori dal parlamento per evitare che lanciasse una sfida a Starmer per la guida del partito e quindi del governo.

Burnham è il più popolare tra gli esponenti della sinistra del partito, tutt’altro che un radicale, ma fautore di un cambiamento di linea sui temi sociali e economici che l’attuale gruppo dirigente voleva evitare a ogni a costo. Per impedire la vittoria di un laburista di sinistra gli strateghi della «quarta via» hanno creato le condizioni per una crisi che potrebbe risultare fatale. Oggi gli elettori laburisti scontenti che guardano con interesse all’alternativa rappresentata dai Verdi sanno che un voto per loro non andrebbe sprecato. Tenendo conto che si tratta di un orientamento che, secondo i sondaggi, esprime un elettore su tre, le conseguenze potrebbero essere così rilevanti da provocare un vero e proprio terremoto elettorale.

La sinistra oggi in UK festeggia, ma è presto per cantare vittoria. La campagna elettorale per il seggio di Gorton e Denton è stata una delle peggiori della storia politica recente del Regno unito. Falsità, calunnie e malcelato disprezzo per «i populisti» sono venute sia da esponenti del governo sia dalla stampa centrista. Che si è unita a un coro che ha cantato all’unisono con la destra peggiore. A pesare è stato lo spostamento massiccio degli elettori di origine sud asiatica, un tempo un bacino di consenso laburista, che il partito ha alienato per la linea indecente tenuta su Gaza.

Con i tempi che corrono c’è da aspettarsi il peggio, e non è affatto escluso che la carta dell’identità venga giocata anche da laburisti disperati e privi di scrupoli. Conta poco che Spencer sia quintessenzialmente inglese, e che Polanski sia un ebreo gay. L’accusa di antisemitismo si è rivelata un’arma potente per liberarsi di Jeremy Corbyn, e a usarla in modo spregiudicato allora sono stati molti di quelli che oggi sono schierati a difesa dell’ultima trincea di un New Labour che non è più né nuovo né laburista.

Viviamo in un tempo di malafede, e i Verdi avranno bisogno di nervi saldi e tempra morale per prevalere in quella che già si annuncia come una campagna decisiva per il futuro del Regno unito.


Leonardo Clausi
Labour sempre peggio. Ormai è la terza forza nel "suo" collegio rosso

il manifesto, 28 febbraio 2026

Non sarà la fatidica ultima goccia che farà annegare la leadership di Keir Starmer, ma potrebbe essere la penultima. L’elezione suppletiva di mercoledì a Gorton and Denton, sud-ovest di Manchester, già vetero-roccaforte laburista, si è risolta con una scintillante vittoria – la loro prima a una simile tornata elettorale – dei Verdi di Zack Polanski. C’era da rimpiazzare Andrew Gwynne, deputato laburista ritiratosi per ragioni, ufficialmente, di salute.

Al netto di un’affluenza del 47,62%, la loro candidata, Hannah Spencer, ha ottenuto 14.980 voti, contro i 10.578 degli etno-nazionalfaragisti di Reform Uk e i 9.364 del Partito Laburista, rappresentati rispettivamente da Matthew Goodwin e Angeliki Stogia. Ciò porta i Verdi a poco più di un eloquentissimo 40% dei voti. È un risultato tellurico per una serie di ragioni. Innanzitutto quella di ieri era una corsa a tre: Labour, Verdi e Reform – che ha da tempo soppiantato i Tories come avamposto della destra iniettando generose flebo di razzismo nell’astenico moderatismo di questi ultimi. C’è poi, il trionfo personale della trentaquattrenne Spencer, che faceva l’idraulico, vive con quattro levrieri inglesi che si portava in giro durante la campagna ed aveva anche preso la qualifica di imbianchina appena prima di stravincere. Residente a Gorton, la quinta deputata verde a Westminster ha lasciato la scuola a 16 anni.

Dal suo discorso di accettazione: «Non sono cresciuta con il desiderio di diventare un politico. Faccio l’idraulico. Non sono diversa da chiunque in questo collegio elettorale. Lavoro sodo come tutti. Solo che le cose sono cambiate molto negli ultimi decenni, perché un tempo lavorare sodo mi garantiva qualcosa Ma ora cosa ti garantisce? Invece di lavorare per una vita dignitosa, lavoriamo per riempire le tasche dei miliardari. Ci stanno dissanguando». I candidati Labour vincevano a Gorton da quasi un secolo e a Denton dalla fine della seconda guerra mondiale. Alle politiche del 2024, il laburista Gwynne aveva ottenuto oltre il 50% dei voti.

Il collegio, unificato per le politiche del 2024, è suddivisibile in due parti distinte: Gorton è composta per circa il 60% da cittadini di origine asiatica e di religione musulmana e circa il 40% da studenti o laureati; Denton annovera un oltre 80% di bianchi, una vasta percentuale dei quali working class. Ma il dato eclatante non è solo il sovvertimento dello storico dominio laburista. L’umiliazione di Starmer è più cocente che se fosse stato sconfitto da Farage, dal momento che aveva scommesso sul solito voto a nasi turati pur di tenere gli anglo-trumpiani fuori da Downing Street. Quest’esito vuol dire che il voto a sinistra si sta diversificando e che il Labour non ne detiene più il monopolio. E, soprattutto, che per battere le destre ci vuole una sinistra degna di questo ormai svuotato appellativo.

Certo, gli otto deputati di Reform Uk sono già troppi, ma almeno non sono diventati nove. Né è stata solo la politica del governo su Gaza a disilludere il blocco storico di votanti Labour: proprio in questo collegio elettorale intendeva candidarsi Andy Burnham, il sindaco di Greater Manchester autopropostosi come leader sin da prima che Starmer sopravvivesse al tentato rovesciamento da parte di Anas Sarwar, leader del partito scozzese (che si è bruciato ritrovandosi da solo allo scoperto nel chiedere la testa del leader dopo il pasticciaccio della nomina di un blairiano avido come Peter Mandelson ad ambasciatore a Washington nonostante le ripetute sue frequentazioni del portfolio immobiliare/postribolare di Jeffrey Epstein). Benché ligio alle regole di «probità fiscale» di Starmer e della ministra delle Finanze Rachel Reeves, le tiepide idee redistributive di marca soft left di Burham avrebbero probabilmente prorogato ai laburisti la fede storica del loro elettorato. Ma il pericolo Burnham era stato sventato – proibendone la candidatura – per volontà dell’allora burattinaio/stratega Morgan McSweeney, supremo detentore dell’influenza di Tony Blair come del cosiddetto blue Labour sulla linea di Starmer.

Dato il museale uninominale secco vigente nel Regno unito, questo risultato è tanto matematicamente ininfluente quanto psico-politicamente cruciale. Inutile sottacere la gravità della situazione per Starmer: il malcontento nei suoi confronti nelle fila del partito parlamentare è palpabile. Ma la sua deposizione ci sarà non prima delle prossime amministrative di maggio, alle quali il partito al governo si aspetta un’altra ecatombe. McSweeney se n’è andato troppo tardi, il centrismo dogmatico di cui è stato fautore non è più in grado di gestire una temperie politica che richiede schieramento. Votare col naso turato porta all’asfissia.