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sabato 20 giugno 2026

E Burnham va

Leonardo Clausi
Burnham va, per Starmer assedio o assalto

il manifesto, 20 giugno 2026 

«Congratulazioni a Andy Burnham, nuovo deputato laburista di Makerfield. Gli elettori hanno preferito la campagna del Partito Laburista all’insegna della speranza e dell’ottimismo, a quella basata sulla divisione e sull’odio. » Così l’agnello Keir Starmer – si fa per dire – salutava ieri stoicamente su X il suo lupo, dopo la vittoria di Burnham alle suppletive di Makerfield.

UNA VITTORIA schiacciante quella di Burnham, che forse non si aspettava nemmeno lui; soprattutto dopo i sondaggi della vigilia, che gli avevano intimato una riduzione del vantaggio sull’idraulico misogino Robert Canyon – il candidato dei faragisti di Reform Uk – rimasto invece al palo. Con 24.937 voti e una sonora maggioranza del 55% che travalica i voti della destre di Reform Uk e Restore Britain messi insieme – Burnham ha capitalizzato il suo essere “uno di noi,” figlio di quei territori del Nord ancora economicamente sfregiati dal thatcherismo e finiti nelle fauci della destra brexit-omane. Per il Partito Laburista questa è «l’ultima occasione per cambiare, e la coglieremo» ha commentato. «C’era il rischio che la politica britannica si dirigesse verso maggiore oscurità e divisione, finendo in una situazione simile a quella degli Stati Uniti d’America, dove le persone non si rivolgono la parola per strada se votano diversamente. Da noi non permetteremo che accada».

ORA STARMER e Burnham, che non si sono parlati al telefono nemmeno una volta nell’ultimo mese anche se avrebbero dovuto (la campagna elettorale lo imponeva ma è umanamente comprensibile che si detestassero), dovranno farlo per forza e non sarà esattamente una ciacola al Pimm’s. Burnham ha usato l’elezione di Makerfield solo per rientrare in parlamento e deporre il premier ufficialmente meno gradito della storia nazionale e responsabile della disfatta alle amministrative di maggio, nonostante questi fino all’ultimo abbia tentato di staccarselo di dosso promettendogli ruoli governativi importanti.

IL DATO POLITICO essenziale è che la piallatura dei fascisti in abiti civili segna ancor più indelebilmente il destino di Starmer: “Andy” ha dimostrato che il Red Wall si può riconquistare, che si può non morire faragisti e che il “paese reale” – almeno una sua parte – crede ancora nell’idea novecentesca di una politica fatta da politici, al punto da lasciarsi usare come un taxi diretto a Downing Street. Gli allibratori – i sondaggisti d’azzardo – sostengono che i laburisti abbiano recuperato, riportandosi testa a testa con Reform. Questo perché l’ex sindaco di Manchester, esponente della sinistra floscia che ricorda Jim Kerr dei Simple Minds, piace. Ideologicamente flessibile quanto basta, ha ricoperto una serie di incarichi nel governo Brown e all’opposizione. Poi i tentativi falliti di corsa alla leadership, prima contro Ed Miliband – attuale suo alleato – nel 2010, e poi contro Jeremy Corbyn nel 2015.

NON È CERTO cosa accadrà nell’immediato. Le pressioni perché Starmer accetti l’ineluttabile ed esca silenziosamente di scena evitando che volino troppi stracci non sembrano aver molte speranze. Si prospetta una guerra civile laburista vera e propria, in sostanza – se non in stile – equivalente a quelle ripetutamente inscenate dai conservatori in questi ultimi anni. Alle “primarie” per la leadership alle quali votano gli iscritti al partito e ai sindacati – circa 250mila persone – ciascun candidato deve recare 80 sostegni parlamentari ufficiali. Starmer, che è in carica, non ne ha bisogno e ha ripetuto più volte di voler lottare duro: pare sia convinto di poter battere Burnham, tanto che avrebbe anche in mente di fare un rimpasto punitivo per far cadere anzitempo le mele marce (i ministri intenzionati a mollarlo) dall’albero del governo. Se così fosse, oltre che con lui, per ora Burnham dovrà vedersela con Wes Streeting, l’estremo centrista ex-ministro della salute che aveva dato le dimissioni già settimane fa nella speranza di vedersi seguire da altri solo per guardarsi alle spalle e trovare il deserto. E forse la ex vicepremier Angela Rayner. Il nuovo leader potrebbe ungersi a settembre, in occasione del congresso.

IL TUTTO AVVIENE in concomitanza con l’anniversario Brexit: sono dieci anni che il paese è fuori dall’Unione Europea e in perpetuo tumulto, la cosiddetta ingovernabilità. E non sono due anni che Starmer trionfava in mezzo alle fanfare.

La vittoria di Burnham lascia vacante lo scranno di sindaco di Greater Manchester. La data delle elezioni è stata appena annunciata: giovedì 30 luglio.

sabato 28 febbraio 2026

Hannah Spencer, a sorpresa


Mario Ricciardi
Old new Labour, perduti lungo la quarta via

il manifesto, 28 febbraio 2026

«I am a plumber». Così ha esordito Hannah Spencer nel tradizionale discorso che il candidato vincente tiene dopo la proclamazione ufficiale del risultato nelle elezioni politiche britanniche. La voce tradisce una certa emozione, per un risultato sperato ma tutt’altro che scontato.

Soprattutto nelle proporzioni del voto, che vede un balzo in avanti dei Verdi, e un crollo del Labour, che finisce terzo, dopo Reform UK, in quello che era storicamente un seggio sicuro per il partito della sinistra britannica. La circoscrizione di Gorton e Denton appartiene all’area di Manchester, dove è nato il movimento cooperativo e sindacale da cui emerge il partito Laburista. Una sconfitta in casa, dunque, che brucia in modo particolare e potrebbe essere il segnale di una svolta.

Ancora oggi nel Regno unito l’accento è un indice della propria estrazione sociale, e quello della candidata la colloca indiscutibilmente nella working class. Madre infermiera, lascia gli studi per intraprendere una carriera come idraulica, dopo un percorso di formazione professionale che la conduce a mettere in piedi una piccola impresa, la Hannah’s household plumbing. La sua vocazione politica nasce dall’impegno contro le corse di cani, e la orienta verso i Verdi, di cui apprezza le posizioni sui temi della tutela dell’ambiente e della giustizia sociale. Questa è la prima cosa che colpisce. Hannah Spencer ha un profilo che trenta anni fa l’avrebbe collocata naturalmente nelle file dei Laburisti.

Nel partito di Keir Starmer, tuttavia, non c’è posto per chi si identifica con le istanze dei lavoratori e difende la necessità di politiche redistributive. Le voci critiche nei confronti della ideologia neoliberale sono state emarginate, molti hanno abbandonato il partito per trovare rifugio in quello fondato da Jeremy Corbyn e da Zarah Sultana, o nei Verdi, che sotto la guida abile di Zack Polanski si sono aperti alle istanze del socialismo democratico. Questa scelta è stata rivendicata con orgoglio da Spencer nel suo discorso, che ha indicato nel carattere oligarchico del capitalismo neoliberale il nemico da combattere per restituire un futuro a tutti coloro che faticano per difendere un benessere eroso da anni di politiche che hanno favorito il capitale a discapito dei lavoratori e della piccola impresa.

La principale responsabilità della sconfitta è dell’attuale gruppo dirigente. Non solo Starmer, ma anche Morgan McSweeney (il pupillo di Peter Mandelson che è stato il principale architetto della recente svolta del partito Laburista, che lo ha portato ancora più a destra di quanto sia stato negli anni di Blair). L’errore fatale è stato bloccare la candidatura di Andy Burnham, il sindaco di Manchester, che probabilmente avrebbe vinto, ma che andava tenuto fuori dal parlamento per evitare che lanciasse una sfida a Starmer per la guida del partito e quindi del governo.

Burnham è il più popolare tra gli esponenti della sinistra del partito, tutt’altro che un radicale, ma fautore di un cambiamento di linea sui temi sociali e economici che l’attuale gruppo dirigente voleva evitare a ogni a costo. Per impedire la vittoria di un laburista di sinistra gli strateghi della «quarta via» hanno creato le condizioni per una crisi che potrebbe risultare fatale. Oggi gli elettori laburisti scontenti che guardano con interesse all’alternativa rappresentata dai Verdi sanno che un voto per loro non andrebbe sprecato. Tenendo conto che si tratta di un orientamento che, secondo i sondaggi, esprime un elettore su tre, le conseguenze potrebbero essere così rilevanti da provocare un vero e proprio terremoto elettorale.

La sinistra oggi in UK festeggia, ma è presto per cantare vittoria. La campagna elettorale per il seggio di Gorton e Denton è stata una delle peggiori della storia politica recente del Regno unito. Falsità, calunnie e malcelato disprezzo per «i populisti» sono venute sia da esponenti del governo sia dalla stampa centrista. Che si è unita a un coro che ha cantato all’unisono con la destra peggiore. A pesare è stato lo spostamento massiccio degli elettori di origine sud asiatica, un tempo un bacino di consenso laburista, che il partito ha alienato per la linea indecente tenuta su Gaza.

Con i tempi che corrono c’è da aspettarsi il peggio, e non è affatto escluso che la carta dell’identità venga giocata anche da laburisti disperati e privi di scrupoli. Conta poco che Spencer sia quintessenzialmente inglese, e che Polanski sia un ebreo gay. L’accusa di antisemitismo si è rivelata un’arma potente per liberarsi di Jeremy Corbyn, e a usarla in modo spregiudicato allora sono stati molti di quelli che oggi sono schierati a difesa dell’ultima trincea di un New Labour che non è più né nuovo né laburista.

Viviamo in un tempo di malafede, e i Verdi avranno bisogno di nervi saldi e tempra morale per prevalere in quella che già si annuncia come una campagna decisiva per il futuro del Regno unito.


Leonardo Clausi
Labour sempre peggio. Ormai è la terza forza nel "suo" collegio rosso

il manifesto, 28 febbraio 2026

Non sarà la fatidica ultima goccia che farà annegare la leadership di Keir Starmer, ma potrebbe essere la penultima. L’elezione suppletiva di mercoledì a Gorton and Denton, sud-ovest di Manchester, già vetero-roccaforte laburista, si è risolta con una scintillante vittoria – la loro prima a una simile tornata elettorale – dei Verdi di Zack Polanski. C’era da rimpiazzare Andrew Gwynne, deputato laburista ritiratosi per ragioni, ufficialmente, di salute.

Al netto di un’affluenza del 47,62%, la loro candidata, Hannah Spencer, ha ottenuto 14.980 voti, contro i 10.578 degli etno-nazionalfaragisti di Reform Uk e i 9.364 del Partito Laburista, rappresentati rispettivamente da Matthew Goodwin e Angeliki Stogia. Ciò porta i Verdi a poco più di un eloquentissimo 40% dei voti. È un risultato tellurico per una serie di ragioni. Innanzitutto quella di ieri era una corsa a tre: Labour, Verdi e Reform – che ha da tempo soppiantato i Tories come avamposto della destra iniettando generose flebo di razzismo nell’astenico moderatismo di questi ultimi. C’è poi, il trionfo personale della trentaquattrenne Spencer, che faceva l’idraulico, vive con quattro levrieri inglesi che si portava in giro durante la campagna ed aveva anche preso la qualifica di imbianchina appena prima di stravincere. Residente a Gorton, la quinta deputata verde a Westminster ha lasciato la scuola a 16 anni.

Dal suo discorso di accettazione: «Non sono cresciuta con il desiderio di diventare un politico. Faccio l’idraulico. Non sono diversa da chiunque in questo collegio elettorale. Lavoro sodo come tutti. Solo che le cose sono cambiate molto negli ultimi decenni, perché un tempo lavorare sodo mi garantiva qualcosa Ma ora cosa ti garantisce? Invece di lavorare per una vita dignitosa, lavoriamo per riempire le tasche dei miliardari. Ci stanno dissanguando». I candidati Labour vincevano a Gorton da quasi un secolo e a Denton dalla fine della seconda guerra mondiale. Alle politiche del 2024, il laburista Gwynne aveva ottenuto oltre il 50% dei voti.

Il collegio, unificato per le politiche del 2024, è suddivisibile in due parti distinte: Gorton è composta per circa il 60% da cittadini di origine asiatica e di religione musulmana e circa il 40% da studenti o laureati; Denton annovera un oltre 80% di bianchi, una vasta percentuale dei quali working class. Ma il dato eclatante non è solo il sovvertimento dello storico dominio laburista. L’umiliazione di Starmer è più cocente che se fosse stato sconfitto da Farage, dal momento che aveva scommesso sul solito voto a nasi turati pur di tenere gli anglo-trumpiani fuori da Downing Street. Quest’esito vuol dire che il voto a sinistra si sta diversificando e che il Labour non ne detiene più il monopolio. E, soprattutto, che per battere le destre ci vuole una sinistra degna di questo ormai svuotato appellativo.

Certo, gli otto deputati di Reform Uk sono già troppi, ma almeno non sono diventati nove. Né è stata solo la politica del governo su Gaza a disilludere il blocco storico di votanti Labour: proprio in questo collegio elettorale intendeva candidarsi Andy Burnham, il sindaco di Greater Manchester autopropostosi come leader sin da prima che Starmer sopravvivesse al tentato rovesciamento da parte di Anas Sarwar, leader del partito scozzese (che si è bruciato ritrovandosi da solo allo scoperto nel chiedere la testa del leader dopo il pasticciaccio della nomina di un blairiano avido come Peter Mandelson ad ambasciatore a Washington nonostante le ripetute sue frequentazioni del portfolio immobiliare/postribolare di Jeffrey Epstein). Benché ligio alle regole di «probità fiscale» di Starmer e della ministra delle Finanze Rachel Reeves, le tiepide idee redistributive di marca soft left di Burham avrebbero probabilmente prorogato ai laburisti la fede storica del loro elettorato. Ma il pericolo Burnham era stato sventato – proibendone la candidatura – per volontà dell’allora burattinaio/stratega Morgan McSweeney, supremo detentore dell’influenza di Tony Blair come del cosiddetto blue Labour sulla linea di Starmer.

Dato il museale uninominale secco vigente nel Regno unito, questo risultato è tanto matematicamente ininfluente quanto psico-politicamente cruciale. Inutile sottacere la gravità della situazione per Starmer: il malcontento nei suoi confronti nelle fila del partito parlamentare è palpabile. Ma la sua deposizione ci sarà non prima delle prossime amministrative di maggio, alle quali il partito al governo si aspetta un’altra ecatombe. McSweeney se n’è andato troppo tardi, il centrismo dogmatico di cui è stato fautore non è più in grado di gestire una temperie politica che richiede schieramento. Votare col naso turato porta all’asfissia.





sabato 21 giugno 2025

L'eutanasia

 




Lo “strappo”. Per soli 23 voti il Parlamento di Londra ha scelto l'eutanasia

Angela Napoletano, Avvenire, 20 giugno 2025

Londra spalanca le porte all’eutanasia. La Camera dei Comuni ha approvato ieri la legge che legalizza il ricorso al suicidio assistito per i malati terminali. Il testo, di iniziativa parlamentare, non governativa, è passato per una manciata di voti: 314 favorevoli, contro 291 contrari. Solo ventitré “sì” di differenza faranno di Galles e Inghilterra (Scozia e Ulster restano esclusi) la nuova frontiera del “favor mortis” in Europa dopo Belgio, Paesi Bassi, Lussembrugo, Austria, Spagna e Portogallo.

Sul provvedimento dovranno adesso esprimersi i Lord che, tuttavia, non hanno ampi spazi di manovra: i parlamentari “anziani”, nominati e non eletti, si limiteranno a certificare la volontà popolare espressa dai deputati. Il via libera non era affatto scontato. Il percorso della legge, a Westminster, è stato molto veloce (otto mesi) ma fortemente divisivo. Il fronte del «sì», capitanato dalla prima firmataria, la laburista Kim Leadbeater, ha intercettato consensi anche tra i conservatori che sono, per tradizione politica, depositari delle istanze pro-life.
A votare per il suicidio assistito si è presentato, in aula, ieri, anche il premier Keir Starmer, favorevole all’eutanasia passiva sin da quando era Procuratore della Corona. Sono però 160 i laburisti che, accogliendo l’esortazione al voto secondo coscienza, si sono espressi per il «no». Tra questi, diversi ministri e, dettaglio non secondario, la vicepremier Angela Reyner. Molti hanno cambiato idea tra una lettura e l’altra del testo, l’ultima è stata a novembre, sulla scia dei pareri di esperti e associazioni, di entrambe le parti, convocate in audizione. Intenso è stato anche il lavoro svolto, all’ultimo minuto, in aula, per cercare a suon di emendamenti di rendere la legge “passabile”.
Al suicidio assistito potranno accedere, previo consenso di due medici e di una commissione composta da uno psichiatra, un assistente sociale e un avvocato, solo i maggiorenni, capaci di intendere e volere, con aspettative di vita di massimo sei mesi. Sono escluse, questo è il risultato di una modifica last minute, quelle motivate da disabilità o disturbi mentali (compresa l’anoressia). Garanzie sollecitate dalle associazioni di categoria.
La determinazione ad aprire all’eutanasia, già legale anche nei territori britannici dell’Isola di Man e Jersey, ha portato l’aula a impegnare il governo nell’aggiornamento del National Health Service Act del 2006 per includere il suicidio assistito tra gli scopi del Sistema Sanitario Nazionale (Nhs). Nodo che ha agitato quanti guardano con sospetto al ruolo, sempre più diretto, che lo Stato acquisirebbe nelle questioni di vita o di morte dei cittadini. Anche se la legge dovesse essere approvata entro la fine anno, l’attuazione richiederà fino a quattro anni. Non è ancora chiaro se il servizio sarà fornito direttamente dalla sanità pubblica o da operatori privati, né se sarà gratuito o a pagamento.
Il risultato dello scrutinio è stato accolto dalla lobby eutanasica britannica, con Humanitas Uk e Dignity in dying in prima linea, come una «vittoria storica per la compassione, la dignità e la libertà di scelta». Slogan gridati dagli attivisti che hanno atteso l’esito del voto a Parliament Square. Dall’altro lato della piazza, il mondo pro-life in allarme per i rischi legati all’applicazione di una legge «profondamente difettosa e pericolosa». Che costringe la rete degli hospice a una profonda riorganizzazione tutta da disegnare. «Siamo preoccupati per il futuro delle cure palliative – ha dichiarato l’arcivescovo John Sherrington, responsabile per le questioni di bioetica della Chiesa cattolica di Galles e Inghilterra – soprattutto perché l’esperienza suggerisce che, in assenza di protezioni esplicite, gli hospice potrebbero essere obbligati a collaborare con il suicidio assistito.
Se ciò accadesse, il futuro di molte istituzioni cattoliche potrebbe essere a rischio». «Non perdiamo la speranza – ha però incoraggiato – e continuiamo a combattere”.

venerdì 13 giugno 2025

Il destino di Nigel Farage

 


Perché Nigel Farage può giocare con la politica britannica in modalità facile?

Andy Beckett
The Guardian, 13 giugno 2025


Nell'attuale Gran Bretagna decadente e scontenta, la politica dovrebbe essere dura. Bisogna risolvere profondi problemi nazionali, ma gli elettori sono impazienti e spesso sprezzanti nei confronti dei politici. Gli errori del passato vengono raramente perdonati. Le promesse vengono trattate con scetticismo. I costi delle politiche vengono analizzati attentamente e spesso suscitano risentimento. I tentativi di stabilire priorità, come la revisione della spesa pubblica di questa settimana, incontrano continue critiche.

I disaccordi all'interno dei partiti politici, nel frattempo, sono visti come segni di debolezza e divisione. I parlamentari con interessi esterni sono visti come avidi e poco impegnati. Quanto alla minoranza che sopravvive a queste pressioni abbastanza a lungo da avere una carriera significativa, l'elettorato di solito si annoia. Pochi mantengono il proprio interesse per oltre una dozzina di anni.

Nigel Farage è stato eletto per la prima volta in politica nel 1999. Da allora, la disillusione nei confronti della sua professione si è intensificata a livelli probabilmente senza precedenti. Eppure, poche, se non nessuna, delle spietate regole della politica britannica sembrano applicarsi a lui, o al suo ultimo strumento, Reform UK. Sembra che stiano giocando alla politica in modalità facile.

Le sue apparizioni alla Camera dei Comuni sono rare, le sue attività extracurricolari prolifiche , la cultura interna del suo partito caotica e i suoi piani per "sistemare" la Gran Bretagna in gran parte teorici e non quantificati. Il suo unico risultato politico concreto è la Brexit, ora ampiamente considerata disastrosa o deludente.

In un Paese che spesso si dice ne abbia abbastanza dei privilegi metropolitani, è un ricco inglese del sud, istruito in istituti privati, che lavorava nella City di Londra. In un Paese presumibilmente stanco del rancore politico, litiga spesso con i colleghi. In un Paese che presumibilmente vorrebbe che i politici fossero più modesti e più bravi a scusarsi, il suo atteggiamento pubblico è compiaciuto e impenitente.

Eppure, da quando ha vinto solo cinque seggi alle elezioni dello scorso anno, Reform UK ha dominato sempre di più il dibattito politico. I continui discorsi e conferenze stampa di Farage, con tanto di sorrisi e battute autocelebrative, ricevono un'enorme copertura mediatica per un piccolo partito di Westminster. Poche politiche laburiste o conservatrici sembrano concepite senza tenere conto degli elettori effettivi o potenziali di Reform. E mentre i partiti tradizionali principali sono scesi nei sondaggi, Reform li ha superati. Conquistare il potere è diventata una possibilità.

Nessun nuovo partito britannico ha mai fatto una cosa del genere. Persino il Labour , con il movimento sindacale alle spalle, ha impiegato un quarto di secolo dalla sua fondazione per arrivare al governo. Perché il Reform sembra trovare così facilmente la politica?

La sua ascesa viene solitamente spiegata attraverso la difficile situazione del Paese, le inadeguatezze dei principali partiti e la capacità di Farage di sfruttare le crisi politiche e sociali. Tutti questi fattori hanno giocato un ruolo importante, ma lo hanno fatto anche altri fattori meno analizzati.

La struttura del nostro sistema politico è una di queste. Apparentemente ostile ai nuovi partiti, può in realtà essere fin troppo ospitale nei loro confronti se la loro popolarità non si riflette ancora in Parlamento, e possono quindi evitare di assumere ruoli ostici alla Camera dei Comuni. Poiché Reform non è l'opposizione ufficiale, Farage non è tenuto a porre le solite domande del primo ministro e non deve elaborare una critica coerente del governo, e quindi esporsi ai suoi contrattacchi potenzialmente dannosi. Mentre Kemi Badenoch fatica a screditare il governo di Keir Starmer, e Starmer risponde screditando i governi conservatori passati, Farage può starsene tranquillo, apparentemente al di sopra delle beghe di Westminster che molti elettori detestano.

Deputato da appena un anno, ha a malapena un curriculum alla Camera dei Comuni o in circoscrizione che gli oppositori possano contestare. Lui e Reform possono agire come opposizione in un senso amorfo e potente, piuttosto che strettamente parlamentare: come depositari delle speranze e delle fantasie di un'ampia fascia di elettori che il Paese possa essere salvato – "riformato" – da un governo radicalmente diverso.

Qualcosa di simile era già accaduto in passato, con la creazione e la breve ascesa del Partito Socialdemocratico (SDP) nei primi anni '80. Alleato con i Liberali, l'SDP vinse le elezioni suppletive e superò nei sondaggi il Partito Laburista e i Conservatori . Alcuni prevedevano che l'SDP avrebbe sostituito il Partito Laburista, così come alcuni prevedono che Reform sostituirà i Conservatori ora. Tuttavia, a differenza di Reform, l'SDP era stato fondato da figure note della Camera dei Comuni, tutti ex ministri laburisti, e questo legame con il mainstream fece sì che il suo aspetto fresco e ribelle non potesse essere mantenuto. La sua popolarità svanì.

Meno associato a Westminster, Reform potrebbe rivelarsi più difficile da reprimere o cooptare per i partiti tradizionali. Farage gode anche di un vantaggio non disponibile per l'SDP: un forte sostegno da parte dei media di destra. Per ottenere la politica che desidera, o per ostacolare quella che non desidera, questa parte storicamente dominante dei media sostiene quasi sempre un partito di destra. Data la profonda impopolarità dei Tory, la scarsa leadership attuale e i pessimi precedenti al governo, Reform sembra una prospettiva migliore. Pur presentandosi come una rivolta contro l'ordine costituito, in realtà le sue politiche anti-immigrazione e anti-diversità mirano a proteggere o ripristinare le strutture sociali tradizionali. È una causa facile da sostenere per i giornalisti conservatori.

Cosa potrebbe rendere la vita di Reform più difficile? Forse, dover gestire i consigli comunali vinti alle elezioni locali di maggio, in un periodo di stretta sulla spesa pubblica. Tuttavia, data la capacità di Reform di sottrarsi alle proprie responsabilità, è anche possibile che i problemi nei suoi consigli comunali vengano invece attribuiti al governo.

Farage potrebbe finalmente iniziare a invecchiare, politicamente parlando, diventando una presenza fissa a Westminster e affrontando – o ignorando – i problemi della sua circoscrizione svantaggiata, Clacton, nell'Essex. I suoi 21 anni da membro del Parlamento europeo hanno in un certo senso preservato la sua novità – come la metamorfosi del suo movimento da UK Independence Party a Brexit Party a Reform UK – poiché pochi britannici ne hanno seguito gli sviluppi. Ora, come politico puramente interno, riceve una pubblicità più costante. Sebbene sembri apprezzarla, potrebbe comportare una sovraesposizione. Nei sondaggi più recenti, la popolarità di Reform ha smesso di crescere .

Ma aspettare che lui e il suo partito perdano la loro attualità è una strategia rischiosa e passiva per gli oppositori di Reform, con le prossime elezioni al massimo a quattro anni di distanza. Attivisti e strateghi elettorali laburisti ansiosi parlano sempre più spesso di promuovere un messaggio "stop a Reform". Eppure, dato che il partito laburista ha indebolito le sue credenziali anti-Reform riecheggiandone talvolta il linguaggio e le politiche , quel messaggio potrebbe trovare riscontro in un numero sufficiente di elettori solo se il partito formasse una sorta di alleanza elettorale con forze più costantemente anti-Reform: i Verdi e i Liberal Democratici, forse persino Plaid Cymru, il Partito Nazionale Scozzese e gli indipendenti di sinistra. Sarebbe un territorio inesplorato per il partito laburista tribale. Ma con Reform che gode di un'ascesa che i nostri sistemi politici ed elettorali non avrebbero mai previsto, ci troviamo già in un territorio inesplorato.

giovedì 10 aprile 2025

Un re antifascista



Di seguito il discorso integrale pronunciato da re Carlo III a Montecitorio davanti alle camere riunite. Le parti in corsivo corrispondono a quando il sovrano del Regno Unito ha parlato in italiano.

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Presidenti del Senato e della Camera dei deputati, Membri del Governo, Senatori, Deputati, Autorità, Signore e Signori:

Sono enormemente onorato di essere stato invitato qui oggi, e molto grato al presidente Mattarella per il suo gentile invito a compiere una visita di Stato in Italia.

È molto importante per la Regina, e per me, tornare in Italia per la nostra prima visita dopo l'incoronazione. Il momento è ancora più speciale per entrambi, dato che, oggi, ricorre anche il nostro ventesimo anniversario di matrimonio.

E, per altro, spero di non stare rovinando la lingua di Dante… così tanto da non essere più invitato in Italia.

Soprattutto, è un onore straordinario essere stato invitato a parlare a tutti voi questo pomeriggio – la prima volta che un Sovrano britannico si rivolge all’intero Parlamento italiano, questa fondamentale istituzione democratica.

L’Italia è, come spero sappiate, un Paese molto caro al mio cuore e a quello della Regina – così come lo è per tanti dei nostri connazionali.

Negli ultimi quarant’anni ho compiuto diciotto visite ufficiali nel Belpaese. È stato uno dei piaceri più grandi della mia vita conoscere questo Paese irresistibile e, da Torino a Palermo, da Verona a Napoli, da Firenze a Trieste, ho potuto imparare un po’ di più su questa nazione e ammirarla sempre di più.

Come ogni vecchio amico, sono stato con voi nei momenti felici e in quelli tristi della vostra vita nazionale. Non dimenticherò mai, ad esempio, la visita a Venezia con la Regina nel 2009, dove vedemmo il magnificamente restaurato Teatro La Fenice – o quella ad Amatrice nel 2017, dopo il tragico terremoto.

Sono qui oggi con un solo scopo: riaffermare la profonda amicizia tra il Regno Unito e l’Italia, e promettere di fare tutto quanto in mio potere per rafforzarla ulteriormente nel tempo che mi sarà concesso come Re.

I nostri legami risalgono a oltre duemila anni fa – a quei visitatori romani che giunsero sulle nostre coste battute dal vento. Furono proprio i Romani a dare ai Britanni l’idea di mettere la testa di un Re sulle monete – e quindi sono loro particolarmente grato…

La mia Incoronazione, nell’Abbazia di Westminster, si è svolta sul celebre pavimento Cosmati, realizzato nel 1268 da artigiani britannici e italiani – un fondamento condiviso, davvero.

Un altro fondamento nel quale il Regno Unito è orgoglioso di aver avuto un ruolo è il sostegno che il nostro Paese diede all’unificazione italiana. Quando Garibaldi sbarcò vicino a Marsala, in Sicilia, nel maggio del 1860, due navi da guerra della Royal Navy erano lì a vegliare. Garibaldi era, come sapete, molto ammirato nel Regno Unito. Quando visitò il Paese nel 1864 per ringraziare il popolo britannico del sostegno ricevuto, scoppiò una vera e propria “Garibaldimania”. Circa mezzo milione di persone accorsero a salutarlo a Londra. Gli fu persino dedicato un biscotto – il segno supremo dell’ammirazione britannica! Molti degli eroi del Risorgimento – tra cui Cavour e Mazzini – trascorsero del tempo nel Regno Unito.

Attraverso i secoli, fin da quando i mercanti italiani attraccavano a Southampton nel XIV secolo e i banchieri del Nord Italia si stabilivano in quella che ancora oggi si chiama Lombard Street a Londra, i nostri popoli hanno commerciato, si sono ispirati a vicenda, hanno imparato l’uno dall’altro.

Dalle meraviglie del Rinascimento alla Rivoluzione Industriale, fino ai pionieri della scienza come Guglielmo Marconi, che perfezionò il suo genio nel Regno Unito prima di cambiare il mondo. Quasi un terzo delle opere di Shakespeare è ambientato qui in Italia, così come molti artisti italiani hanno tratto ispirazione dal Bardo.

E abbiamo beneficiato enormemente della vostra influenza su ciò che indossiamo, beviamo e mangiamo. Posso solo sperare che ci perdonerete se, a volte, abbiamo “corrotto” la vostra meravigliosa cucina! Lo facciamo con il massimo affetto…

Siamo dunque due popoli e due nazioni le cui storie sono profondamente intrecciate – anche, naturalmente, con quella del nostro continente europeo. Siamo, dopotutto, entrambi Paesi europei.

Ieri ho deposto una corona al Milite Ignoto. Sul marmo sono incise parole che ricordano le Forze britanniche che combatterono al fianco di quelle italiane nella Prima Guerra Mondiale. Tra poche settimane ricorderemo l’ottantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa.

Ricorderemo l’orrendo prezzo della guerra – e il dono prezioso della pace. Ad Anzio e a Montecassino lo scorso anno, e in Sicilia l’anno precedente, abbiamo onorato i soldati britannici e alleati che hanno dato la vita per la liberazione di questo Paese ottant’anni fa – inclusi oltre 45.000 provenienti dalle nazioni del Commonwealth, e quasi 30.000 dal Regno Unito. Mio nonno, re Giorgio VI, visitò le truppe britanniche e alleate nel luglio e agosto del 1944, soggiornando presso un quartier generale nei pressi di Arezzo.

Domani, a Ravenna, come Re del Regno Unito e del Canada, avrò il grande onore di commemorare l’ottantesimo anniversario della liberazione di quella provincia, insieme al presidente Mattarella, nella quale le Forze britanniche e canadesi svolsero un ruolo fondamentale. E, come Capo del Commonwealth, sarà per me un privilegio particolare ricordare l’apporto indispensabile di tanti soldati del Commonwealth, oltre che di altre nazioni alleate.

E ricordiamo anche le terribili sofferenze della popolazione civile italiana – così come l’eroismo della Resistenza, tra cui Paola Del Din, addestrata dal Special Operations Executive e lanciata con il paracadute per compiere la sua missione in supporto agli Alleati proprio ottant’anni fa, in questo stesso giorno. So che oggi tutti noi pensiamo a Paola, oggi centenaria – e rendiamo omaggio al suo coraggio.

Permettetemi, anche, di esprimere la nostra profonda gratitudine alle molte centinaia di coraggiosi civili italiani che hanno dato rifugio ai soldati britannici e alleati, rischiando così la propria vita.

Oggi, purtroppo, gli echi di quei tempi – che avevamo sperato con fervore appartenessero ormai alla storia – risuonano ancora una volta sul nostro continente. Le nuove generazioni possono ora vedere ogni giorno, attraverso i loro smartphone e tablet, che la pace non può mai essere data per scontata. Il Regno Unito e l’Italia oggi sono uniti nella difesa dei valori democratici che condividiamo.

I nostri Paesi sono stati entrambi al fianco dell’Ucraina nel momento del bisogno – accogliendo migliaia di ucraini in cerca di rifugio. Le nostre Forze Armate operano fianco a fianco nell’ambito della Nato. Siamo immensamente grati per il ruolo che l’Italia svolge nell’ospitare basi fondamentali dell’Alleanza e nel guidare numerose operazioni all’estero. Tra poche settimane, il Carrier Strike Group della Royal Navy, guidato dalla portaerei H.M.S. *Prince of Wales*, condurrà esercitazioni congiunte con le Forze Armate italiane nel Mediterraneo – un potente simbolo della nostra cooperazione.

Lo è anche il nostro progetto congiunto di costruire il prossimo caccia di nuova generazione attraverso il *Global Combat Air Programme* – insieme al Giappone. Questo programma genererà migliaia di posti di lavoro nei nostri Paesi e testimonia la fiducia reciproca che ci unisce. Collaboriamo strettamente anche nell’ambito del G7 – come abbiamo fatto durante la Presidenza italiana dello scorso anno, i cui incontri ministeriali hanno stabilito un nuovo record in termini di energia e impegno.

Così come siamo uniti nella difesa dei nostri valori, lo siamo anche nella difesa del nostro pianeta. Dalle siccità in Sicilia alle inondazioni nel Somerset, entrambi i nostri Paesi stanno già sperimentando gli effetti sempre più devastanti del cambiamento climatico. L’ultima volta che parlai in questo edificio del Parlamento fu in occasione di una riunione speciale dedicata al cambiamento climatico – quasi non riesco a credere che siano passati sedici anni.

Spero quindi mi perdonerete se dico che gli avvertimenti che lanciai allora sull’urgenza della sfida climatica si stanno tristemente realizzando… Tempeste estreme che un tempo si verificavano una sola volta per generazione sono ormai una realtà annuale… Innumerevoli specie vegetali e animali preziose rischiano l’estinzione nel corso della nostra vita. È in gioco moltissimo.

Il patrimonio naturale dell’Italia è ricco di straordinarie meraviglie. L’Italia, infatti, continua ad essere il Paese con il maggior numero di specie animali in Europa…

Forse il più grande poeta di Roma, Virgilio, comprese profondamente il rispetto dovuto alla Natura. Si potrebbe dire che fu il padre dell’agricoltura sostenibile, una causa che ho sostenuto per tutta la mia vita. Nelle *Georgiche* parlava dell’importanza di rispettare i cicli naturali della terra, del ruolo essenziale dell’impollinazione delle api, della conservazione del suolo e persino del valore del compost e della materia organica! Come ad esempio in questo passo tratto da una nota traduzione italiana del Libro I:

“Purché non ti spiaccia saturare i terreni aridi con grasso letame. Così anche mutando coltura i campi riposano; e frattanto, sebbene inarata, la terra ti darà il suo frutto”.

È quindi estremamente incoraggiante vedere i nostri due Paesi collaborare per affrontare la perdita di biodiversità e ridurre le emissioni. Non posso che applaudire gli imprenditori italiani per i loro risultati pionieristici: dalla prima centrale geotermica al mondo alla prima diffusione nazionale dei contatori intelligenti. Questa mattina, è stato per me un grande piacere incontrare imprenditori italiani e britannici, la cui collaborazione, innovazione e investimento nella crescita sostenibile sono fondamentali per la nostra transizione energetica – dal loro successo dipende il futuro di tutti noi.

Signore e Signori, al centro di tutto ciò che ho descritto vi è un denominatore comune, un filo d’oro, la nostra risorsa più preziosa – le nostre persone.

Sono i nostri cittadini, e in particolare i nostri giovani, ad aggiungere, tassello dopo tassello, al mosaico complesso che costituisce il rapporto tra i nostri Paesi.

Gran parte di questo è merito degli oltre 450.000 italiani che hanno scelto di vivere nel Regno Unito – in Scozia, Galles, Irlanda del Nord e Inghilterra – così come delle decine di migliaia di cittadini britannici che risiedono in Italia e dei milioni che viaggiano in entrambe le direzioni. Siamo estremamente orgogliosi del fatto che Londra sia la città con il più alto numero di italiani residenti all’estero.

I nostri legami economici sono in piena fioritura – dall’energia verde alle scienze della vita, dall’aerospazio ai servizi.

Il Regno Unito è il quinto maggior investitore in Italia e, lo scorso anno, l’Italia è stata il sesto maggior Paese per numero di progetti di investimento diretto estero nel Regno Unito – cifre che parlano da sole.

Le nostre culture continuano ad avere un impatto profondo l’una sull’altra.

Domani, attendo con entusiasmo di vederlo a Ravenna, dove Byron è ricordato con affetto accanto a Dante, e di ammirare i meravigliosi mosaici bizantini di quella splendida città.

Dove, duecento anni fa, inviavamo poeti, oggi ci deliziamo con la musica dell’altro – che si tratti della meraviglia dell’opera italiana alla Royal Opera House di Covent Garden, o di Ed Sheeran allo Stadio Olimpico.

Signore e Signori,

L’Italia sarà sempre nel mio cuore. Così come mia amata madre non dimenticò mai il meraviglioso venticinquesimo compleanno trascorso a Tivoli nel 1951 – né la sua visita a Capaci molti anni dopo, nel 1992, quando rese omaggio, pochi giorni dopo il suo assassinio, al vostro leggendario magistrato antimafia, Giovanni Falcone.

Signore e Signori,

I nostri due Paesi si trovano alle estremità del continente europeo.

Il nostro è un insieme di isole spazzate dal vento, il vostro una penisola baciata dal sole.

Diversi sotto molti aspetti.

Ma credo che, nel corso degli anni, abbiamo scoperto che queste differenze si completano a vicenda piuttosto bene.

Così è stato nei secoli passati. E lo è, con ancor più forza, oggi.

Che questo sia lo spirito con cui le nostre due nazioni si uniscono per affrontare il futuro.

Fiduciosi che, qualunque siano le sfide e le incertezze che inevitabilmente affrontiamo come nazioni, nel nostro continente e oltre, ora e in futuro, possiamo superarle insieme, e lo faremo insieme.

E quando lo avremo fatto, potremo dire, con Dante: ‘e quindi uscimmo… a riveder le stelle’.