Gian Enrico Rusconi
Weber, l’infanzia liberale del leader carismatico
Nasceva 150 anni fa il sociologo tedesco che definì alcuni concetti della politica ancora oggi cruciali
L’attualità della sua concezione religiosa
La Stampa, 4 maggio 2014
«La politica come professione», «il capo carismatico», «l’etica della
convinzione e l’etica della responsabilità» , «L’etica protestante e lo
spirito del capitalismo», «la razionalità come essenza dell’Occidente» .
A chi non capita oggi, in una dotta conversazione anche tra amici, di
usare queste espressioni, sicuro di trovare approvazione? E’ l’eredità
intellettuale di uno dei «classici» della scienza politica, della
sociologia, della storia del secolo passato – Max Weber.
Di lui si
ricorda in questi giorni il centocinquantesimo della nascita. Il rito
degli anniversari si presta a due operazioni. O è un ripasso di
citazioni. O offre l’occasione di rivisitare qualche punto critico per
verificarne la forza analitica, ancora oggi.
Cominciamo dalla
politica. Weber coltiva un realismo politico che non lascia spazio a
quella enfasi sulla «società civile», sui concetti di «cittadinanza» e
di «partecipazione democratica» che è caratteristica del nostro tempo.
La democrazia per lui è sostanzialmente un meccanismo di governo di
interessi che richiedono una guida, un leader (ovvero con il termine
tedesco storico, che alle nostre orecchie suona sinistro, un Führer). Il
leader naturalmente deve essere espresso da meccanismi elettivi: «Un
Parlamento forte e partiti parlamentari responsabili devono fungere da
luoghi di selezione e di prova dei capi delle moltitudini come reggitori
dello Stato». Ma il capo è tale soltanto se possiede il «carisma», se
possiede doti di attrazione, consenso e «seduzione di massa». Si deve
proprio a Weber l’utilizzo definitivamente positivo di questo concetto
in politica, anche se ha ambigue componenti di tipo «demagogico».
E’
facile vederne oggi il potenziale pericoloso (la Führerdemokratie, che
alcuni studiosi italiani traducono con imbarazzo oscillando tra
«democrazia autoritaria» o «democrazia guidata»). Non c’è dubbio alcuno
però che Weber, convinto liberale, non coltivasse alcuna tendenza
autoritaria. Pensava ad una sorta di democrazia presidenziale che, lui
vivente, si sarebbe potuto instaurare in Germania dopo la prima guerra
mondiale. La scomparsa prematura (1920) di Weber gli ha impedito di
verificare se la sua ipotesi avesse contribuito a portare alla crisi la
democrazia tedesca, per l’abuso delle competenze presidenziali della
Costituzione weimariana, aprendo le porte al Führer per antonomasia.
A
questa problematica è dedicato il saggio La politica come professione.
Solidamente inquadrate in un’etica politica (distinta tra convinzione e
responsabilità), ancorate ad una robusta idea di professione/vocazione
(di lontana matrice religiosa) le tesi weberiane sono esenti da ogni
sospetto di tendenze fascistoidi o autoritarie o populiste (come diciamo
noi oggi). Si può obiettare che la lezione weberiana rimane
sostanzialmente di ordine etico, senza che abbia trovato una chiara
formula politico-istituzionale. Ma come negare che di fatto oggi le
democrazie più efficienti sono quelle che hanno esecutivi guidati da
personalità che contano su forti competenze istituzionali e posseggono
capacità decisionali? Che godono di un consenso di massa che utilizza
anche spregiudicatamente il sistema mediatico (ignoto a Weber)? Insomma
in qualche modo sono capi carismatici?
Certo: contro ogni deriva o
tentazione populista vale la raccomandazione che il vero leader sa
contemperare la determinazione all’azione che gli deriva dalle sue
convinzioni con l’etica della responsabilità verso la pluralità degli
interessi che deve governare. Compreso un oculato calcolo delle
conseguenze non previste delle sue decisioni.
Questo ci porta ad
alcune considerazioni sull’altra tesi che fonda il pensiero di Weber: la
razionalità o il razionalismo come tratto caratterizzante, anzi come
«essenza» dell’Occidente. Alcune sue pagine sembrano l’apoteosi del
razionalismo occidentale, che trova la sua realizzazione nello Stato
moderno, dotato di una costituzione razionalmente promulgata, di un
diritto razionalmente costituito, di un’amministrazione di funzionari
specialisti, affiancato dalla scienza della politica e dalla
organizzazione capitalistica dell’economia, che è definita «la potenza
più fatale» dell’Occidente.
Weber naturalmente vede i lati negativi
di questa costruzione. Da un lato la burocratizzazione del sistema che
lo riduce ad una paralizzante «gabbia d’acciaio» e dall’altro la
subordinazione della logica del capitalismo ad una visione e ad una
pratica predatoria, mentre l’economia produttiva reale lascia il posto
alla mera speculazione finanziaria. E’ l’esito che abbiamo sotto i
nostri occhi.
Ma a questo punto dobbiamo allargare il discorso
sull’idea di razionale e di razionalità che percorre il pensiero
weberiano – dalla politica, all’economia, alla religione. La razionalità
infatti convive sempre con il suo opposto, con l’irrazionalità.
L’irrazionale è il polo di rimando del razionale e allo stesso tempo ciò
che, nel suo nucleo profondo, è ad esso irriducibile. Esprime «la
vita», nel cui ambito si genera l’elemento carismatico, profetico,
demoniaco e l’erotico – tutte potenze attive e positive dell’esperienza
vitale.
Il testo che tratta questa problematica è la Considerazione
intermedia (nella Sociologia delle religioni) dove l’esistenza umana è
presentata come un insieme di sfere vitali in conflitto tra di loro,
perché ciascuna segue una sua propria logica specifica. Così è per la
sfera dell’etica religiosa che entra in tensione con la sfera
dell’economia e della politica che è la depositaria del monopolio
dell’uso legittimo della forza. Ma non meno drammatica e radicale è la
tensione tra la sessualità e l’etica della fratellanza, tra la sfera
erotica e quella della religione. L’erotismo in particolare appare come
una forza di rottura irresistibile verso l’irrazionale, «una porta verso
il nucleo più irrazionale e insieme più reale della vita». Ma è nella
sfera religiosa che si consuma il contrasto più radicale. «Con la
crescita del razionalismo della scienza empirica la religione viene
progressivamente cacciata dal regno del razionale nell’irrazionale e
diventa la potenza irrazionale e antirazionale sovrapersonale tout
court».
Sono frasi forti, un po’ enigmatiche nella loro
perentorietà. Ma offrono uno sguardo enormemente più penetrante dei
dibattiti oggi correnti sulla secolarizzazione o viceversa sul «ritorno
delle religioni», sulla potenza dei nuovi carismi comunicativi delle
personalità religiose. Il Weber studioso del fenomeno religioso si
conferma intellettualmente stimolante come e più dello studioso del
razionalismo capitalistico o della politica. Meriterebbe maggiore
attenzione anche nel discorso pubblico e pubblicistico.
domenica 4 maggio 2014
sabato 3 maggio 2014
La donna nel "Quarto Stato"
Approfitto
del primo maggio per suggerire una piccola riflessione
sull’immagine più frequentemente associata alla festa dei
lavoratori, così come agli scioperi o alle manifestazioni
popolari in genere: il Quarto Stato
di Pellizza da Volpedo, ovviamente, che è diventato ormai la
“Gioconda” del primo Novecento italiano. Quadro dalla storia lunga
e tormentata, analizzata in ogni dettaglio da Aurora Scotti.
Uno degli elementi chiave del Quarto Stato, che lo fa
grande e moderno, è certamente la figura della donna con il bambino
che raggiunge correndo i due capipopolo in primo piano. Per la
cronaca, Clemente Bidone e Giovanni Zarri. Lei invece è Teresa
Bidone (1875–1907), moglie di Giuseppe Pellizza.
La nascita e lo sviluppo di questo motivo, di questa figura di donna che partecipa, con il figlio in braccio, alla marcia dei lavoratori e apre nel dipinto una finestra narrativa potente sul ruolo nuovo delle donne all’inizio del Novecento, si seguiva molto bene alla mostra chiusa il 9 marzo scorso al Museo del Novecento, di cui s’è parlato troppo poco, anche da parte nostra purtroppo. Era in realtà, a mio avviso, una mostra molto didattica e molto utile. Per la prima volta, infatti, a breve distanza, si potevano confrontare il Quarto Stato (1898–1901), la sua spettacolare radiografia digitale a grandezza naturale, Fiumana (1895–1897), gli studi preparatori principali e le prime fasi dell’invenzione, compreso il precoce bozzetto per quello che si chiamava ancora Ambasciatori della fame (1892).
Se proviamo ad immaginare il Quarto Stato senza quell’immagine femminile, privato di quell’ingresso appassionato, imperiosamente materno, ci accorgiamo, forse, della sua importanza, sotto tutti i punti di vista, nell’economia dell’immagine finale e ne apprezziamo la lenta e faticosa elaborazione: da una figura poco caratterizzata e semplicemente di raccordo tra primo piano e fondo (Ambasciatori della fame), alla figura femminile esile, indistinta e giocata tutta su ritmi eccessivamente lineari (Fiumana), alla donna forte e piena di disperata vitalità che è stata rimodulata secondo una nuova misura e una nuova forma segnata da luci meridiane e ombre nette.
La nascita e lo sviluppo di questo motivo, di questa figura di donna che partecipa, con il figlio in braccio, alla marcia dei lavoratori e apre nel dipinto una finestra narrativa potente sul ruolo nuovo delle donne all’inizio del Novecento, si seguiva molto bene alla mostra chiusa il 9 marzo scorso al Museo del Novecento, di cui s’è parlato troppo poco, anche da parte nostra purtroppo. Era in realtà, a mio avviso, una mostra molto didattica e molto utile. Per la prima volta, infatti, a breve distanza, si potevano confrontare il Quarto Stato (1898–1901), la sua spettacolare radiografia digitale a grandezza naturale, Fiumana (1895–1897), gli studi preparatori principali e le prime fasi dell’invenzione, compreso il precoce bozzetto per quello che si chiamava ancora Ambasciatori della fame (1892).
Se proviamo ad immaginare il Quarto Stato senza quell’immagine femminile, privato di quell’ingresso appassionato, imperiosamente materno, ci accorgiamo, forse, della sua importanza, sotto tutti i punti di vista, nell’economia dell’immagine finale e ne apprezziamo la lenta e faticosa elaborazione: da una figura poco caratterizzata e semplicemente di raccordo tra primo piano e fondo (Ambasciatori della fame), alla figura femminile esile, indistinta e giocata tutta su ritmi eccessivamente lineari (Fiumana), alla donna forte e piena di disperata vitalità che è stata rimodulata secondo una nuova misura e una nuova forma segnata da luci meridiane e ombre nette.
Come l' Ucraina sta scivolando nella guerra
Tim Judah
Ukraine: The Phony War?
The New York Review of Books, 22 May 2014 issue
As men in beaten-up cars race up country roads past towering grain silos, as groups gather to demand referendums, as people tell me that they don’t believe that war is coming and that Russians and Ukrainians are brothers, I remember the same brave talk, the same euphoria, and the same delusions before the Yugoslavs tipped their country into catastrophe in the 1990s. Ukraine is not like that Yugoslavia, although the atmosphere in the east is a horribly similar combination of resentment and disbelief.
1.
What is extraordinary about the Ukrainian disaster is how fast things have moved. Last October, when I came to talk to people about the country signing a trade deal with the European Union, I was told again and again that Ukraine had a date with destiny. It would look west, not east to Russia. Almost everyone I met thought the deal would happen. President Viktor Yanukovych, the head of the Party of Regions, whose support came mostly from the east, had, when he was elected, been regarded as pro-Russian. Yes, it will be tough, officials said, but the future was with Europe and he would sign.At the last minute Yanukovych balked. Vladimir Putin decided to stop the deal from being signed. If Ukraine agreed to it, then it could not join his planned Eurasian Union, with Belarus and Kazakhstan, which would be dominated by Russia. Giving in to Putin’s demands, which were accompanied by his promise of lowered gas prices, Yanukovych said he would not sign, at least for now. Immediately pro-European Ukrainians began demonstrating in Kiev and other towns and thousands kept up the pressure for months. More than a hundred protesters were killed. Some seventeen police and Berkut, or riot police, many from the predominantly Russian-speaking south and east, were killed or injured by a small group of hard-core and often far-right anti-Yanukovych protesters, who also seized several buildings in the center of Kiev. Because the epicenter of all this was the Maidan, the central square of the Ukrainian capital, it became known as the “Maidan revolution.”
After Yanukovych fled on February 21, soon to resurface in Russia, parliament replaced him by electing an interim president and government, whose members and supporters come mostly from the center and west of the country. A presidential election was set for May 25. The incoming government thought that its main task would be dealing with the disastrous state of the economy. No one foresaw that Crimea, a predominantly Russian-speaking region that had historically been part of Russia, would—thanks largely to Putin’s interventions, both political and with, as he has subsequently admitted, covert military support—become the center of the action.
In short order, hitherto marginal political forces whipped up latent resentment. One of the first acts of parliament, a vote to downgrade the legal status of the Russian language, was immediately vetoed by the new president, Oleksandr Turchynov. But the vote provided a pretext for Putin and pro-Russian activists in Crimea to take action. With the help of Russia, a referendum was quickly improvised on the status of Crimea, and Russia and its allies claimed that 97 percent of the votes counted were for its incorporation into Russia.
The peninsula was promptly annexed. Those who were against annexation said the vote was illegal and didn’t take part. The government in Kiev ordered its weak forces not to fight, especially as they would have been ranged against Russian troops based in Crimea with its Black Sea fleet. Resistance to the Russian takeover could also have prompted a full-scale invasion. But Oleh Shamshur, a former ambassador to the US, told me, “If a hooligan meets no resistance he is emboldened. We should have fought and resisted.”
Then came the protests in the east. After the
fall of Yanukovych, demonstrations against the new government began in
Donetsk, the capital of mostly Russian-speaking Donbas, an industrial
and mining region. Donetsk, a city of almost a million people, is only
fifty miles from the Russian border, and the government in Kiev said
that Russian agents were being sent across it to stir up trouble and
organize the events that subsequently unfolded. On April 6 the local
administration building was seized by armed men who declared the
People’s Republic of Donetsk and said they would hold a referendum on
the future status of the region.
A couple of thousand people
demonstrated their support for the takeover outside the building. Some
demanded a federal Ukraine and some wanted Donbas to become part of
Russia. Barricades were built and people told me that if it was okay for
pro-Europeans to seize buildings around the Maidan, then it was okay
for them to do the same to get their point across too. But who exactly
were the people inside the Donetsk building and in another seized
building in the town of Luhansk? That remained unclear. A skeptical
reporter summed them up as the “Republic of Random Dudes.” The
authorities in Kiev said they were working for Russia. On the barricades
they placed both Russian flags and a black, blue, and red tricolor, the
banner of the Donetsk-Krivoy Rog Soviet Republic, which declared
independence from Ukraine in February 1918 and lasted six weeks.If those behind the seizure of the two buildings thought they would inspire large-scale demonstrations that would go on as long as those on the Maidan, they were wrong. On April 11 there were no more than a couple of hundred people milling around. Yulia Yefanova, aged twenty-four, who was posing for pictures in front of a mock Russian frontier post, told me she wanted Donbas to unite with Russia because links between them were very close and much of her family was in Russia. As people crowded around us, they began shouting their opinions. “It is impossible to be friends with Europe and with Russia,” said one man who did not want to give his name. “They are like cat and dog.” Another said: “If Russia was here, it would put everything in order. It would fight corruption.”
Many told me that they believed that the hardworking people of Donbas subsidized lazy people in the center and west of Ukraine—a common belief and stereotype here. Repeating what they hear from Russian media, they claimed the government in Kiev was a “fascist junta.” One woman said: “Only Russia can save us from a power that is not democratic,” by which she meant the new government in Kiev. There didn’t seem to be many people with such virulent views. As the numbers outside the headquarters of the Republic of Random Dudes dwindled, the general impression of many in the city was that things were fizzling out.
2.
Early in the morning of April 12 everything changed in Donetsk. A small but forceful group of protesters gathered outside the regional police headquarters. Who organized them was not clear. Within a few hours a group of beefy men took charge. They were wearing the uniform of the Berkut police, whose units had been disbanded by the new Kiev government for attacking the anti-Yanukovych protesters on the Maidan. But they remain popular with many in the east. Disconsolate-looking local policemen stood around while Berkut and other armed men, whose affiliations were not clear, moved into the occupied buildings with shopping bags of food and water bottles, as though preparing for a siege.Over the next few days the same pattern of events began to repeat itself elsewhere in eastern Ukraine with only a few variations. Buildings belonging to the security services were taken over in a string of small industrial and mining towns including Sloviansk, Kramatorsk, and Gorlovka. From Kramatorsk a video surfaced showing a well-trained military unit shooting into the building before seizing it. The local police surrendered, and the military unit left armed local protesters in charge.
In Gorlovska thuggish men armed with clubs stormed the police building. A policewoman dropped a piece of paper out of the window, presumably a surrender of some sort. But not everyone surrendered. The police chief and his deputy resisted but within a couple of hours the struggle was over. The deputy was beaten and made to kneel before being sent off in an ambulance.
In Sloviansk, barricades were put up by antigovernment forces both around the town and inside it. Old ladies holding icons and saying that all they wanted was peace stood in front of the barricades at the entrance to the town. Behind them men filled Molotov cocktails, and behind them a couple of armed men in uniforms gave instructions to others. Inside the town, in front of the barricades by the seized police station, an old man stood on the pavement with a sheet of paper pinned to his coat. It read: “All to the USSR.” Many men wore ski masks or surgical masks. They covered their faces, one told me, because if their rebellion fails, they could face long jail sentences.
A small crowd broke into chants of “Donbas rise up!” and “Russians don’t surrender!” As in Donestsk, I heard people express different views. All of them said they hated the new government in Kiev but what they wanted was less clear. A man called Viktor told me that he wanted “respect” from it. Many told me that, although they did not like Yanukovych, they had voted for him as one of their own, an easterner whom they had hoped would look after their interests. A woman called Olga told me, “He robbed from us even more than elsewhere.” Now, however, some felt that their interests were being taken into account even less.
A concern that I kept hearing was that if Ukraine were drawn toward Europe, industry in the east, which mostly trades with Russia, would suffer. When local factories found it hard to compete with counterparts in the EU, they would shut down and people would lose their jobs.
Over the
next few days it became clear that, with the fall of Yanukovych, the
power of the Ukrainian state in the east had simply evaporated. It
seemed inexplicable that the government in Kiev was not reacting as
large parts of eastern Ukraine fell to the rebels. Looking at the map,
one could see that all the towns where there had been serious trouble
lay at strategic rail junctions or on the main road from Belgorod in
Russia, where a large part of a potential invasion force of some 35,000
troops is stationed. The road runs south to Kharkiv, where there have
been clashes between pro- and anti-government crowds, all the way down
to Mariupol on the Black Sea. In the towns on this road, one building
after another belonging to the security services was invaded. Police
forces either surrendered or defected or became neutral. Rebels took
over their arms.
On April 15 the Ukrainian government seemed
prepared to fight. A column of armored personnel carriers and buses with
interior ministry troops was lined up along the road north of
Sloviansk. A few hours later the local and Russian media were reporting
armed conflict and deaths. The Russian media said that “genocide” was
being committed in Ukraine. Putin declared that the country was on the
brink of civil war. The Ukrainian government announced that a military
airbase near Kramatorsk was being retaken from rebels.As it turned out, these statements, amplified to the power of a million by Twitter, were all exaggerated. Ukrainian troops had flown into the decrepit and apparently empty base by helicopter. There had been some ugly jostling with locals, resulting, said an old lady, in three of them being “grazed.” A stall was set up near the base to hand out sandwiches and tea to people who were blockading the Ukrainian forces inside.
The next day two columns of the government’s armored vehicles were finally sent into action. By nightfall, it was clear that, thus far at least, the Ukrainian advance was in tatters. In Pcholkino, near Kramatorsk, one column had been held up by locals and armed militiamen. The soldiers could have opened fire on the crowds but didn’t. They sweltered in the sun on the tops of their vehicles. Locals chatted with them and brought them food. A tall and forceful local priest, called Igor, moved between vehicles lecturing the soldiers: “Why didn’t you refuse to take part,” he asked them, “and say ‘I will not shoot’?” A few hours later the soldiers were allowed to leave with their vehicles.
In Sloviansk, the soldiers of the other convoy of armored vehicles were subjected to much worse humiliation. After being stopped on the road outside the town by locals and militia, they were brought into the center. There some forty of them spent most of the day under armed guard before being put on buses and sent home. “We have not defected,” one told me. A small crowd looked at them, including two flirty girls who giggled that they were looking for husbands.
As the soldiers left, the crowd applauded and shouted: “Good guys!” “Thank you!” and “Well done!” The soldiers looked as miserable as the authorities in Kiev must have felt. Neatly dressed rebel militiamen now lolled on their captured armored vehicles in the park close to a playground. By early afternoon people were lining up to have their pictures taken with them. The next day President Turchynov said that the soldiers who had surrendered were traitors and would be court-martialed. Having sent them into a situation in which, to get out, they would have had to shoot civilians and then risk being killed themselves, this sounded like the commander in chief was blaming his soldiers for hapless decisions made by their officers.
3.
Is Putin behind all this, and if so what is his goal? No one seemed to know for sure. Yuriy Temirov, an analyst at Donetsk’s university, says that he believes some local oligarchs have been financing the rebel organization, though others are clearly supporting Ukraine. Russia certainly has its interests in Ukraine and there is strong, although disputed, evidence suggesting that Russian military and intelligence agents were involved in the takeovers; but Putin’s interests are not the same as those of the oligarchs financing the rebels. “The local bosses don’t want any authority here, either state or Russia,” Temirov told me. But Putin, he believes, has made “efficient” use of the local bosses, who have unwittingly “done the dirty work of the Kremlin.” One of them is widely believed to be Oleksandr Yanukovych, the son of the former president, who had been a dentist and then became fabulously wealthy when his father was in power.Whoever is backing them, the rebels clearly have some measure of popular support, but how much is hard to estimate. Temirov says that two opinion polls conducted since demonstrations started in the east show a majority in Donbas in favor of staying a part of Ukraine. One survey, conducted by a research organization he works with, found that 66 percent wanted to remain in Ukraine and only 18.6 percent wanted to join Russia. What was clear was that ordinary life was continuing around the occupied buildings.
On April 17 some two thousand people gathered for a pro-Ukrainian rally in Donetsk. Many told me that this was a good turnout because others had been frightened to come, fearing they would be attacked by anti-government supporters, as happened at a rally in March. Oleh Lyasko, a presidential candidate and the leader of a small party, told the crowd that the country faced “the choice of shame or war and I am for war.” Seeing those at the rally, I sensed that there is a class element in the conflict. The more middle-class you are in Donetsk the more you are likely to support Ukrainian unity. The more working-class you are, the more resentment you are likely to feel at the loss of status, security, and standard of living in the post-Soviet state.
Still, whatever the level of support for unity, it is clear that Russia cannot replicate the outcome in Crimea in the east. According to Professor Grigory Perepelytsa, the director of the Foreign Policy Research Institute in Kiev, if Russia invades, Ukrainian forces are too weak to fight; but Russia might well be faced with spontaneous partisan resistance. In his view, Russia might invade anyway. Putin, he and many others believe, has set himself the task of reversing what he regards as the geopolitical disaster of the end of the USSR. When I asked if that meant that Russian troops might even come as far as Kiev, he said, “Yes, that is the final goal.”
Clearly there are other possibilities. One is that Putin is manipulating eastern anger because he wants to destabilize Ukraine in order to dominate, divide, and rule. If martial law is declared in all or part of the country, then it will be difficult to hold an election on May 25. Putin will then continue to argue that the authorities in Kiev are illegitimate. He will also count on the covert military agents, the so-called “little green men,” he has almost certainly sent to direct the locals. They have no insignia and thus might, as the local joke goes, have just landed from Mars. On April 22, Vice President Biden said, “We call on Russia to stop supporting men hiding behind masks in unmarked uniforms, sowing unrest in eastern Ukraine.”
Putin may not be planning a full-scale occupation but instead trying to force the federalization of Ukraine. If that takes place, he won’t have the huge expense of absorbing the region. He will not risk a major war or really crippling sanctions from the West. Still, Russia would call the shots in the east of the country. The local oligarchs, who unlike in Russia have real political power, could be brought under control—and one day in the future if it were convenient, it might be possible to break off a now growing People’s Republic of Donetsk from Ukraine. If such a “republic” emerges, the question will be how far it can extend its power.
4.
Before leaving for the east I visited the remaining tented encampments around the Maidan, where I was told that an estimated one thousand people have said they will stay, at least until the presidential election in May. Many of the men and women had come from the provinces: the days on the Maidan had given them a sense of purpose they had never experienced. Now it is hard for them to return to their humdrum lives back home.Between the square and the Rada, the Ukrainian parliament, all sorts of militias in different uniforms marched up and down, to no clear purpose. Outside the Rada I asked a militia leader what he and his men were doing and whether they might not serve Ukraine better in the east. He said, “If we left this spot, provocations would start here.” He said that provocateurs could be agents of the FSB, Russia’s secret service, and other supporters of Russia.
While the threat of losing complete control of the east seemed a real one, all sorts of people and groups demonstrated outside the Rada. Some were demanding that judges under the Yanukovych regime be disqualified; some were protesting about legislation concerning duties on imported cars. Given the gravity of the situation in the east I was surprised by how far away it seemed from the concerns of ordinary people and even politicians in Kiev.
Many Ukrainians I spoke to were alarmed and disappointed. They had braved the cold and violence for a major change in the country, but now the leading candidates for president were Yulia Tymoshenko, an oligarch and former prime minister who had been jailed by Yanukovych, and Petro Poroshenko, a billionaire who had backed the Maidan protests but before that had been a minister under Yanukovych. According to the polls, he was in the lead.
Middle-class Natalyia, aged forty-eight, who did not want me to use her surname and who works for an American company, said she had liked what she had seen at the beginning on the Maidan, but later felt that “political games were being played” there by Russia, the EU, and the US. She was “anxious, but not fearful” of war. What concerned her and many of her friends even more was the cost of living.
Her husband, an engineer, works for a company whose orders have plummeted because of the crisis, and he’s now worried about losing his job. Meanwhile, like many in the region, they have a mortgage that must be paid in a foreign currency. Few understood the implications of such arrangements when they borrowed. Before the financial crisis of 2008, she told me, $1 equaled 5.5 Ukrainian hryvnia. Before the Maidan protest started it was 8 hryvnia. Today it is over 11 hryvnia. For ordinary people unbearable pressures are piling up on all sides.
Everywhere across the Maidan were red and black flags. According to Andreas Umland, a specialist on the far right in the post-Soviet countries, many in western and central Ukraine see them as flags of freedom. This was the flag of the forces of Stepan Bandera, who led western Ukrainian forces during World War II, at times collaborating with Hitler, and whose men were implicated in pogroms of Jews and massacres of Poles. But Bandera’s followers also fought the returning Soviets well into the 1950s. The red and black colors stand for blood and soil, Umland told me, though most people don’t know that today.
Charges that the new government is anti-Semitic and fascist have been circulated by Moscow but have been repeated in the West. At their root is the presence in the government of members of Svoboda, a party based in western Ukraine that had neo-Nazi roots. “People in government are not fascists,” Umland told me categorically, “but some people in Svoboda could be classified as fascists.” He drew parallels with parties such as France’s National Front.
In
Donetsk, I was invited to attend the Jewish community Seder, on the eve
of Passover. I was surprised by how relaxed people seemed to be, in view
of the dire state of the country and fears being raised about
anti-Semites in government. The stories about anti-Semitism were “pumped
up” by Moscow, people told me. As for fears of war and what might
happen in the east, local Jews were worried, but not more than anyone
else.
The next day three men in masks distributed a leaflet as
people came out of synagogue. It was purportedly signed by Denis
Pushilin, the head of the Donetsk Republic. It ordered Jews, whom it
accused of siding with the “Bandererite junta in Kiev,” to register or
leave the city. The news made headlines around the world and provoked a
denunciation from John Kerry. Pushilin said the letter was a fake. One
of the more credible explanations I heard discussed in the Jewish
community was that it was possibly concocted by the local office of the
Ukrainian secret service in what turned out to be a spectacularly
successful black propaganda coup to smear the Donetsk Republic.Kerry spoke on April 17, the same day that he, Sergei Lavrov, his Russian counterpart, the Ukrainian foreign minister, and the EU’s foreign policy chief agreed in Geneva that all illegally held buildings and public spaces should be evacuated and that discussions should begin on a “broad national dialogue.” The next day Pushilin rejected this. He and his men would leave the administration building in Donetsk only when the new government in Kiev dissolved because, he said, members of that government had seized power in a putsch, and hence they were occupying government buildings illegally. In the early hours of Easter Sunday, a shootout at a rebel checkpoint surrounded by fields at Bylbasovka, near Sloviansk, led to a number of dead, though how many and exactly what had happened was unclear. The phony war teetered on the edge of turning real.
martedì 29 aprile 2014
Pensieri critici sulla santità
Marco Albeltaro
Sulle recenti santificazioni
Molti si sono indignati per la santificazione di Giovanni Paolo II, tirando fuori i suoi rapporti con Pinochet, la vicenda Orlandi, lo IOR e mille altre "colpe" del papa polacco argomentando così l'inaccettabilità della scelta di papa Francesco. In realtà tutte queste critiche, mosse spesso con sentimenti anticlericali, patiscono un vizio di fondo: esse, implicitamente, legittimano l'autorità della Chiesa perché danno per scontata e per legittima la pratica della santificazione. Nessuno infatti ha detto una parola su Giovanni XXIII, evidentemente ritenuto legittimamente santificabile anche dai più anticlericali.
Credo che le istituzioni ecclesiastiche non debbano essere criticate soltanto quando si ritiene che sbaglino ma debbano essere criticate per il fatto stesso che esistono e per il potere materiale che esercitano. Non ci deve interessare chi la Chiesa fa santo ma il fatto che la Chiesa faccia i santi. Soltanto una critica totale al potere del papato e a tutte le sue diramazioni periferiche può contribuire a formulare una critica del potere in quanto tale. Riscoprire un autentico e radicale anticlericalismo, questo deve fare la sinistra.
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Il post pubblicato dall'amico Albeltaro sulla sua pagina Facebook ha suscitato vari commenti. Quello che segue è, a mio avviso, il più interessante. (giovanni carpinelli)
Lorenzo Ettorre
Perdonami. Pretendere che la Chiesa non debba neppure avere la libertà di fare santi è quantomeno illiberale, oltre che presuntuoso. Liberissimi di non credere e liberissimi di cercare la propria felicità in ciò che si ritiene più opportuno, ma sentirsi in diritto di dire agli altri cosa è giusto o non giusto che facciano, non è utile: a sè prima che agli altri. Anche perché milioni di fedeli che hanno seguito quell'evento non possono essere liquidati dicendo che sono banali e irrazionali sognatori: troppo facile mettersi a posto la coscienza così. Tra di essi ci sarà pure qualcuno che ragiona, non credete? Quanto ai due nuovi santi, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II sono accomunabili per un motivo molto semplice: non erano politici ma uomini che hanno testimoniato incessantemente che la vita non la compie la politica, che essa ha fallito perché per sua natura non sa estinguere la sete di giustizia e verità che pure contribuisce a far sorgere. La vita la compie una Presenza viva che cambia l'uomo dal di dentro, e con esso - essa sì - cambia la storia. Per questo non credo che la sinistra debba riscoprire un autentico e radicale anticlericalismo per risorgere - già Togliatti aveva capito che questo era inutile, oltre che dannoso - ma deve provare ad essere originale in se stessa e portare avanti i propri ideali senza combattere gli altri per "esistere". Ne è antropologicamente e storicamente capace? Questo credo sia il punto.
Sulle recenti santificazioni
Molti si sono indignati per la santificazione di Giovanni Paolo II, tirando fuori i suoi rapporti con Pinochet, la vicenda Orlandi, lo IOR e mille altre "colpe" del papa polacco argomentando così l'inaccettabilità della scelta di papa Francesco. In realtà tutte queste critiche, mosse spesso con sentimenti anticlericali, patiscono un vizio di fondo: esse, implicitamente, legittimano l'autorità della Chiesa perché danno per scontata e per legittima la pratica della santificazione. Nessuno infatti ha detto una parola su Giovanni XXIII, evidentemente ritenuto legittimamente santificabile anche dai più anticlericali.
Credo che le istituzioni ecclesiastiche non debbano essere criticate soltanto quando si ritiene che sbaglino ma debbano essere criticate per il fatto stesso che esistono e per il potere materiale che esercitano. Non ci deve interessare chi la Chiesa fa santo ma il fatto che la Chiesa faccia i santi. Soltanto una critica totale al potere del papato e a tutte le sue diramazioni periferiche può contribuire a formulare una critica del potere in quanto tale. Riscoprire un autentico e radicale anticlericalismo, questo deve fare la sinistra.
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Il post pubblicato dall'amico Albeltaro sulla sua pagina Facebook ha suscitato vari commenti. Quello che segue è, a mio avviso, il più interessante. (giovanni carpinelli)
Lorenzo Ettorre
Perdonami. Pretendere che la Chiesa non debba neppure avere la libertà di fare santi è quantomeno illiberale, oltre che presuntuoso. Liberissimi di non credere e liberissimi di cercare la propria felicità in ciò che si ritiene più opportuno, ma sentirsi in diritto di dire agli altri cosa è giusto o non giusto che facciano, non è utile: a sè prima che agli altri. Anche perché milioni di fedeli che hanno seguito quell'evento non possono essere liquidati dicendo che sono banali e irrazionali sognatori: troppo facile mettersi a posto la coscienza così. Tra di essi ci sarà pure qualcuno che ragiona, non credete? Quanto ai due nuovi santi, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II sono accomunabili per un motivo molto semplice: non erano politici ma uomini che hanno testimoniato incessantemente che la vita non la compie la politica, che essa ha fallito perché per sua natura non sa estinguere la sete di giustizia e verità che pure contribuisce a far sorgere. La vita la compie una Presenza viva che cambia l'uomo dal di dentro, e con esso - essa sì - cambia la storia. Per questo non credo che la sinistra debba riscoprire un autentico e radicale anticlericalismo per risorgere - già Togliatti aveva capito che questo era inutile, oltre che dannoso - ma deve provare ad essere originale in se stessa e portare avanti i propri ideali senza combattere gli altri per "esistere". Ne è antropologicamente e storicamente capace? Questo credo sia il punto.
Michel Foucault in margine
Paolo Vernaglione
Un'opera che sfida lo spirito dominante del tempo
il manifesto, 29 aprile 2014
A trent’anni dalla scomparsa di Michel Foucault, il suo pensiero rimane vittima dello spirito dei tempi e la testimonianza della sua opera fatica a manifestarsi: quando lo fa, nell’epoca dei saperi asserviti al mercato, non può che essere nella modalità eterodossa e idiosincratica in cui quel pensiero e quell’opera sono stati prodotti. Misurare questo scarto è ciò che si propongono i tre incontri seminariali, il primo dei quali si è svolto lo scorso 28 aprile, e a cui seguiranno le giornate del 5 e del 12 maggio, presso il Dipartimento di Filosofia della «Sapienza» di Roma (via Carlo Fea 2, aula XI, ore 17,30).
Il titolo dell’iniziativa è Michel Foucault: il presente come eredità (calendario sul sito «Materiali Foucaultiani» e «SofiaRoney.org»). Relatori e ospiti sono: Stefano Catucci, Daniele Lorenzini, Orazio Irrera, Martina Tazzioli e Laura Cremonesi, esponenti di una generazione di ricercatori che dedica a Foucault la propria volontà di sapere.
Stefano Catucci, professore di Estetica all’Università di Ascoli Piceno, autore di un importante Introduzione a Foucault, interverrà il 5 maggio per illustrare i rapporti tra potere e sensibilità nell’opera faucaultiana, nella ricostruzione di un percorso in cui prassi teorica e teoria della prassi risultano inscindibili. Ciò che emerge, ormai lontano dalla temperie culturale dell’ «epoca Foucault», fatta di critica alle istituzioni di disciplinamento (clinica, famiglia, scuola, caserma, chiesa), è la forza di soggettivazione che quelle istanze di contestazione e di ribellione hanno avuto. È quanto metterà in luce Orazio Irrera, co-direttore di «Materiali Foucaultiani», indicando nella critica dell’ideologia il nucleo infuocato da cui si dipana il pensiero dell’autore di Storia della follìa, Sicurezza, territorio, popolazione, Nascita della biopolitica. I corsi al Collège de France, insieme alla grande e magnifica messe dei Dits et Ecrits (saggi, interviste, interventi), nonché la recente pubblicazione in Francia de La societè punitive (1972–73), a cura di François Ewald e del compianto Alessandro Fontana e in Italia del prezioso corso di Lovanio (1981) Mal fare, dir vero, costituiscono una cospicua «eredità», che fa segno verso il compito critico (di cui parlerà Laura Cremonesi) che potrebbe essere acquisito dalle attuali generazioni di studenti e ricercatori. Si tratta di elaborare un’ontologia del presente non costretta dai vincoli della specializzazione. Ciò significa interrogare l’opera di Foucault nei punti in cui è più vicina all’intervento diretto sulla realtà, nell’azione coercitiva e criminalizzante sullo «straniero», nelle interruzioni di confine e nelle soggettivazioni agiuridiche (Martina Tazzioli), in cui si disloca la maledizione governamentale dei poteri.
La questione decisiva del nostro presente, dissolto in una normale precarietà quotidiana, è dunque quella della soggettività, cioè anzitutto dei modi in cui ci si incarica delle prese di posizione etiche e politiche nel governo di sé e degli altri, tema indagato da Daniele Lorenzini. Riconoscere il metodo archeologico come forma necessaria della critica; scorgere nella microfisica degli usi del linguaggio il potere di seduzione e di sovversione del monotono «discorso» del presente; rilevare in spazi liberati dalla corruzione di sé e del mondo, il divenire altro della soggettività, sembrano costituire il compito per un futuro già presente, nell’ a-priori storico in cui si intrecciano storia e metastoria.
Un'opera che sfida lo spirito dominante del tempo
il manifesto, 29 aprile 2014
A trent’anni dalla scomparsa di Michel Foucault, il suo pensiero rimane vittima dello spirito dei tempi e la testimonianza della sua opera fatica a manifestarsi: quando lo fa, nell’epoca dei saperi asserviti al mercato, non può che essere nella modalità eterodossa e idiosincratica in cui quel pensiero e quell’opera sono stati prodotti. Misurare questo scarto è ciò che si propongono i tre incontri seminariali, il primo dei quali si è svolto lo scorso 28 aprile, e a cui seguiranno le giornate del 5 e del 12 maggio, presso il Dipartimento di Filosofia della «Sapienza» di Roma (via Carlo Fea 2, aula XI, ore 17,30).
Il titolo dell’iniziativa è Michel Foucault: il presente come eredità (calendario sul sito «Materiali Foucaultiani» e «SofiaRoney.org»). Relatori e ospiti sono: Stefano Catucci, Daniele Lorenzini, Orazio Irrera, Martina Tazzioli e Laura Cremonesi, esponenti di una generazione di ricercatori che dedica a Foucault la propria volontà di sapere.
Stefano Catucci, professore di Estetica all’Università di Ascoli Piceno, autore di un importante Introduzione a Foucault, interverrà il 5 maggio per illustrare i rapporti tra potere e sensibilità nell’opera faucaultiana, nella ricostruzione di un percorso in cui prassi teorica e teoria della prassi risultano inscindibili. Ciò che emerge, ormai lontano dalla temperie culturale dell’ «epoca Foucault», fatta di critica alle istituzioni di disciplinamento (clinica, famiglia, scuola, caserma, chiesa), è la forza di soggettivazione che quelle istanze di contestazione e di ribellione hanno avuto. È quanto metterà in luce Orazio Irrera, co-direttore di «Materiali Foucaultiani», indicando nella critica dell’ideologia il nucleo infuocato da cui si dipana il pensiero dell’autore di Storia della follìa, Sicurezza, territorio, popolazione, Nascita della biopolitica. I corsi al Collège de France, insieme alla grande e magnifica messe dei Dits et Ecrits (saggi, interviste, interventi), nonché la recente pubblicazione in Francia de La societè punitive (1972–73), a cura di François Ewald e del compianto Alessandro Fontana e in Italia del prezioso corso di Lovanio (1981) Mal fare, dir vero, costituiscono una cospicua «eredità», che fa segno verso il compito critico (di cui parlerà Laura Cremonesi) che potrebbe essere acquisito dalle attuali generazioni di studenti e ricercatori. Si tratta di elaborare un’ontologia del presente non costretta dai vincoli della specializzazione. Ciò significa interrogare l’opera di Foucault nei punti in cui è più vicina all’intervento diretto sulla realtà, nell’azione coercitiva e criminalizzante sullo «straniero», nelle interruzioni di confine e nelle soggettivazioni agiuridiche (Martina Tazzioli), in cui si disloca la maledizione governamentale dei poteri.
La questione decisiva del nostro presente, dissolto in una normale precarietà quotidiana, è dunque quella della soggettività, cioè anzitutto dei modi in cui ci si incarica delle prese di posizione etiche e politiche nel governo di sé e degli altri, tema indagato da Daniele Lorenzini. Riconoscere il metodo archeologico come forma necessaria della critica; scorgere nella microfisica degli usi del linguaggio il potere di seduzione e di sovversione del monotono «discorso» del presente; rilevare in spazi liberati dalla corruzione di sé e del mondo, il divenire altro della soggettività, sembrano costituire il compito per un futuro già presente, nell’ a-priori storico in cui si intrecciano storia e metastoria.
lunedì 28 aprile 2014
Wu Ming, L'armata dei sonnambuli
Andrea Colombo
Wu Ming, storie di sconfitti all'ombra del Terrore
il manifesto Alias, 26 aprile 2014
Marianna non ha pelle d’alabastro, mani curate, capelli lucidi sotto il berretto frigio. Ha le dita rovinate di chi passa la vita tra la cucina e il lavoro a maglia. Però non sferruzza più solo nei tuguri popolari del Faubourg Saint-Antoine, roccaforte giacobina, ma anche di fronte alla Convenzione rivoluzionaria. Non parla il francese di Chateaubriand, ma il gergo dialettale e ruvido dei quartieri popolari e lo fa sentire forte e chiaro nel cuore del potere, perché la Rivoluzione è questo: dare voce a chi non ne aveva, affidare potere a chi ha sempre dovuto subirlo.
Tra i molti personaggi di L’armata dei sonnambuli (Stile libero, Einaudi, pp. 796, euro 21.00) l’ultimo romanzo del collettivo Wu Ming, che eguaglia e forse supera il capolavoro d’esordio Q, firmato allora Luther Blisset, la vera protagonista è lei, Marianna, il simbolo collettivo delle donne di Parigi e del popolo di Parigi, il cuore sconfitto della Rivoluzione. Ha molti nomi e molti volti: quelli di Marie Nozière, l’operaia dei sobborghi che forse era antenata della famosissima parricida Violette Nozière, di Claire Lacombe, l’attrice proto-femminista che tentò di forzare la mano a Robespierre reclamando il compimento della Rivoluzione nei fatti e non solo nella lettera della Costituzione, della sua amica Paoline Léon, co-fondatrice della Società delle Repubblicane Rivoluzionarie, quella che chiedeva di armare e arruolare le donne della Rivoluzione.
Sono personaggi reali, pur se romanzati, le protagoniste dimenticate della Grande Rivoluzione, il lato in ombra della storia. Come sono veri quasi tutti gli altri protagonisti di questa epica saga del Terrore e della Controrivoluzione: l’attore italiano Leonida Modonesi, che, chissà, forse era davvero il rivoluzionario in maschera diventato dopo Termidoro l’eroe del popolo sconfitto dei sobborghi, Scaramouche; il medico Orphée d’Amblanc, esperto in quello che si chiamava allora «mesmerismo», la tecnica d’ipnosi che aveva avuto il suo momento di gran gloria in Europa subito prima della Rivoluzione e che, nella versione dei Wu Ming somiglia alla Forza di Star Wars. E con loro tutti gli altri, troppi per nominarli tutti, i popolani e i dotti, le rivoluzionarie e le cortigiane, i sanculotti e i «muschiatini», come vengono qui definiti i «moscardini», la truppa controrivoluzionaria composta da giovani piccolo-borghesi travestiti da aristocratici che erano anch’essi, senza volerlo e senza saperlo, agenti della trasformazione, perché quando mai il vero ancien régime avrebbe tollerato che una simile plebglia si camuffasse da squisiti ci-devant?
Di libro in libro, i Wu Ming hanno messo a punto una formula magica che è facile imitare e difficilissimo eguagliare. Lavorano con cura meticolosa sulla realtà storica, ma riescono a farla parlare con altrettanta precisione del presente: questa vicenda di rivoluzione e controrivoluzione, cosa ben diversa dalla mera restaurazione, è una parabola che abbiamo vissuto anche noi, nell’Italia degli ultimi decenni. Procedono lungo i binari di una narrativa epico-popolare, che guarda a Dumas più che a Ken Follett, ma allo stesso tempo lavorano sul linguaggio con passione sperimentale degna della più sofisticata avanguardia. Di romanzo in romanzo, i Wu Ming perseguono un progetto che è tanto letterario quanto politico, spostare i riflettori sui dimenticati della storia, le insorgenze cancellate e oscurate dai vincitori perché se ne perdesse anche la memoria: i contadini d’Europa infiammati e poi traditi dalla Riforma in Q, i partigiani disarmati e non domati del dopoguerra italiano in Asce di guerra, le tribù guerriere e destinate allo sterminio nell’America di Manituana, le rivoluzionarie e i sanculotti di Parigi in quest’ultimo romanzo. Sono storie di sconfitte che invece di scoraggiare accendono speranze e restituiscono fiducia. Dicono che, comunque sia finita, è valsa ogni volta la pena di lacerare, anche solo per un momento, l’ordine eterno delle cose. Avvertono che, per quanto invincibile sembri dopo ogni sconfitta il potere, ci sarà sempre, di nuovo, chi sceglierà di camminare sulla testa dei re nel grande spettacolo della Rivoluzione, dove le comparse diventano protagonisti.
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Giovanni Dozzini
Wu Ming, la rivoluzione francese come non l’ha mai raccontata nessuno
"L'armata dei sonnambuli", l'ultimo romanzo del collettivo bolognese, si fa divorare (ed è già alla seconda ristampa)
Europa, 23 aprile 2014
Forse era dai tempi di Q, da quando si chiamavano ancora Luther Blissett e non avevano cominciato a essere il fenomeno di culto che sarebbero diventati, che i Wu Ming non riuscivano a mettere a punto un congegno a orologeria complesso ed efficace come L’armata dei sonnambuli (Einaudi). Il nuovo romanzo del collettivo bolognese è in libreria da una manciata di giorni e, fanno sapere dalle pagine di Giap, il loro quartier generale sul web, le trentacinquemila copie della prima tiratura sono già sparite. L’attesa per questa nuova creatura d’altronde era tanta, e si portava dietro da parecchio tempo. Ebbene, il libro è molto bello. Quasi ottocento pagine che si fanno divorare, personaggi che appassionano, piccole storie screziate di realtà che sembrano reggere sulle proprie gracili spalle le sorti di mezza umanità, e la Rivoluzione Francese come non ve l’ha mai raccontata nessuno.
Ora, è bene prendere subito atto che la maggior parte di noialtri con la Rivoluzione Francese ha un problema. Ed è probabilmente il problema che riguarda tutta la storia che abbiamo studiato e imparato un po’ troppo semplicemente a scuola. Perché nella Rivoluzione Francese di semplice non c’è stato proprio niente. Soprattutto nel suo lungo strascico, quello che inizia subito dopo la Bastiglia e finisce con l’ascesa al potere di Napoleone Bonaparte. I Wu Ming, qua, provano a spiegarci cosa è successo nel mezzo di quel decennio fatto di illusioni, sangue e disordine. Il balletto delle tante fazioni rivoluzionarie, la guerra fratricida a sinistra e l’attesa sorniona di quelli che oggi chiameremmo i poteri forti, che in fondo hanno sempre saputo come si fa a lasciar che la biglia giro dopo giro finisca per tornare a fermarsi regolarmente sulla loro casella.
In questo romanzo si narra lo sgretolarsi dello spirito rivoluzionario, e ciò che si rende molto bene è soprattutto la qualità dell’aria respirata dai parigini e dai francesi negli anni tra il 1793 e il 1795. È una resa che si nutre di pagine e di tempo, e di molte vicende all’apparenza insignificanti che poco a poco guadagnano spessore e prendono ad attrarsi come magneti dalla forza inarrestabile. E allora eccolo, infine, l’altro grande protagonista dell’Armata dei sonnambuli, la sua linfa, il fluido, direbbe quella gente, che lo attraversa da cima a piedi. Eccolo: è il magnetismo, la disciplina nata col dottore e filosofo tedesco Franz Anton Mesmer, progenitore dell’ipnosi e a suo tempo bandito e bollato dalla scienza ufficiale come poco più di una pratica da stregoni. I Wu Ming immaginano che il suo esercizio fosse efficace e mirabolante, e che pochi uomini di grande arguzia e abilità se ne sapessero servire a fini disparati, finanche sovversivi. E prendendo spunto da avvenimenti, donne e uomini sicuramente o presumibilmente reali, ne fanno il motore di tutto.
Un tutto che comincia con la testa di Luigi XVI che rotola giù dal patibolo: i personaggi che daranno vita al dipanarsi del romanzo sono già tutti lì, a osservare, tramare, arrivare troppo tardi o scappare appena in tempo. Nei due anni successivi staremo dietro a un coraggioso e spaccone attore italiano fuggito a Parigi sulle tracce di Goldoni, a un’agguerrita sarta del focoso faubourg di Sant’Antonio, a un medico esperto di magnetismo inviato dall’autorità a indagare su certi misteriosi fatti in terra d’Alvernia, a un uomo ancor più misterioso ricoveratosi di proposito nel manicomio di Bicêtre dove si fa largo nelle menti e nelle gesta degli altri alienati. E a molta altra gente, rivoluzionari e controrivoluzionari sempre sul crinale, sbirri e nobildonne, bambini malati e predestinati, e poi naturalmente Scaramouche, l’eroe mascherato che fa giustizia di speculatori e squadracce reazionarie.
L’impalcatura narrativa è articolata e solida (se proprio volessimo trovare qualcosa da ridire forse la scena finale sarebbe potuta essere un po’ più lenta), il pathos costante, l’interesse e la curiosità di chi legge non calano mai. E questo è già molto, ma non può essere tutto. Il paradigmatico precipitare degli eventi, delle speranze e delle conquiste eccita e deprime gli animi di chi ancora oggi vuole azzardarsi a credere nella disposizione dell’uomo a tendere al progresso, a costruirsi futuri migliori. La forza dell’Armata dei sonnambuli, composto da una pluralità di lingue e di voci dal timbro pressoché impeccabile, lingue che spesso si spingono al limite con risultati davvero eloquenti e godibili, sta proprio nella sua capacità di raccontare fatti avvincenti e, dietro o sotto di loro, sommovimenti ideali e culturali. È il marchio di fabbrica dei Wu Ming, d’altronde, ma stavolta la posta era altissima, perché grossomodo veniamo tutti da lì, dalla Parigi di quegli anni, da quelle vittorie e soprattutto da quelle sconfitte, e allora ancor più alto è il loro merito di essere riusciti in quest’ambizioso proposito.
Wu Ming, storie di sconfitti all'ombra del Terrore
il manifesto Alias, 26 aprile 2014
Marianna non ha pelle d’alabastro, mani curate, capelli lucidi sotto il berretto frigio. Ha le dita rovinate di chi passa la vita tra la cucina e il lavoro a maglia. Però non sferruzza più solo nei tuguri popolari del Faubourg Saint-Antoine, roccaforte giacobina, ma anche di fronte alla Convenzione rivoluzionaria. Non parla il francese di Chateaubriand, ma il gergo dialettale e ruvido dei quartieri popolari e lo fa sentire forte e chiaro nel cuore del potere, perché la Rivoluzione è questo: dare voce a chi non ne aveva, affidare potere a chi ha sempre dovuto subirlo.
Tra i molti personaggi di L’armata dei sonnambuli (Stile libero, Einaudi, pp. 796, euro 21.00) l’ultimo romanzo del collettivo Wu Ming, che eguaglia e forse supera il capolavoro d’esordio Q, firmato allora Luther Blisset, la vera protagonista è lei, Marianna, il simbolo collettivo delle donne di Parigi e del popolo di Parigi, il cuore sconfitto della Rivoluzione. Ha molti nomi e molti volti: quelli di Marie Nozière, l’operaia dei sobborghi che forse era antenata della famosissima parricida Violette Nozière, di Claire Lacombe, l’attrice proto-femminista che tentò di forzare la mano a Robespierre reclamando il compimento della Rivoluzione nei fatti e non solo nella lettera della Costituzione, della sua amica Paoline Léon, co-fondatrice della Società delle Repubblicane Rivoluzionarie, quella che chiedeva di armare e arruolare le donne della Rivoluzione.
Sono personaggi reali, pur se romanzati, le protagoniste dimenticate della Grande Rivoluzione, il lato in ombra della storia. Come sono veri quasi tutti gli altri protagonisti di questa epica saga del Terrore e della Controrivoluzione: l’attore italiano Leonida Modonesi, che, chissà, forse era davvero il rivoluzionario in maschera diventato dopo Termidoro l’eroe del popolo sconfitto dei sobborghi, Scaramouche; il medico Orphée d’Amblanc, esperto in quello che si chiamava allora «mesmerismo», la tecnica d’ipnosi che aveva avuto il suo momento di gran gloria in Europa subito prima della Rivoluzione e che, nella versione dei Wu Ming somiglia alla Forza di Star Wars. E con loro tutti gli altri, troppi per nominarli tutti, i popolani e i dotti, le rivoluzionarie e le cortigiane, i sanculotti e i «muschiatini», come vengono qui definiti i «moscardini», la truppa controrivoluzionaria composta da giovani piccolo-borghesi travestiti da aristocratici che erano anch’essi, senza volerlo e senza saperlo, agenti della trasformazione, perché quando mai il vero ancien régime avrebbe tollerato che una simile plebglia si camuffasse da squisiti ci-devant?
Di libro in libro, i Wu Ming hanno messo a punto una formula magica che è facile imitare e difficilissimo eguagliare. Lavorano con cura meticolosa sulla realtà storica, ma riescono a farla parlare con altrettanta precisione del presente: questa vicenda di rivoluzione e controrivoluzione, cosa ben diversa dalla mera restaurazione, è una parabola che abbiamo vissuto anche noi, nell’Italia degli ultimi decenni. Procedono lungo i binari di una narrativa epico-popolare, che guarda a Dumas più che a Ken Follett, ma allo stesso tempo lavorano sul linguaggio con passione sperimentale degna della più sofisticata avanguardia. Di romanzo in romanzo, i Wu Ming perseguono un progetto che è tanto letterario quanto politico, spostare i riflettori sui dimenticati della storia, le insorgenze cancellate e oscurate dai vincitori perché se ne perdesse anche la memoria: i contadini d’Europa infiammati e poi traditi dalla Riforma in Q, i partigiani disarmati e non domati del dopoguerra italiano in Asce di guerra, le tribù guerriere e destinate allo sterminio nell’America di Manituana, le rivoluzionarie e i sanculotti di Parigi in quest’ultimo romanzo. Sono storie di sconfitte che invece di scoraggiare accendono speranze e restituiscono fiducia. Dicono che, comunque sia finita, è valsa ogni volta la pena di lacerare, anche solo per un momento, l’ordine eterno delle cose. Avvertono che, per quanto invincibile sembri dopo ogni sconfitta il potere, ci sarà sempre, di nuovo, chi sceglierà di camminare sulla testa dei re nel grande spettacolo della Rivoluzione, dove le comparse diventano protagonisti.
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Giovanni Dozzini
Wu Ming, la rivoluzione francese come non l’ha mai raccontata nessuno
"L'armata dei sonnambuli", l'ultimo romanzo del collettivo bolognese, si fa divorare (ed è già alla seconda ristampa)
Europa, 23 aprile 2014
Forse era dai tempi di Q, da quando si chiamavano ancora Luther Blissett e non avevano cominciato a essere il fenomeno di culto che sarebbero diventati, che i Wu Ming non riuscivano a mettere a punto un congegno a orologeria complesso ed efficace come L’armata dei sonnambuli (Einaudi). Il nuovo romanzo del collettivo bolognese è in libreria da una manciata di giorni e, fanno sapere dalle pagine di Giap, il loro quartier generale sul web, le trentacinquemila copie della prima tiratura sono già sparite. L’attesa per questa nuova creatura d’altronde era tanta, e si portava dietro da parecchio tempo. Ebbene, il libro è molto bello. Quasi ottocento pagine che si fanno divorare, personaggi che appassionano, piccole storie screziate di realtà che sembrano reggere sulle proprie gracili spalle le sorti di mezza umanità, e la Rivoluzione Francese come non ve l’ha mai raccontata nessuno.
Ora, è bene prendere subito atto che la maggior parte di noialtri con la Rivoluzione Francese ha un problema. Ed è probabilmente il problema che riguarda tutta la storia che abbiamo studiato e imparato un po’ troppo semplicemente a scuola. Perché nella Rivoluzione Francese di semplice non c’è stato proprio niente. Soprattutto nel suo lungo strascico, quello che inizia subito dopo la Bastiglia e finisce con l’ascesa al potere di Napoleone Bonaparte. I Wu Ming, qua, provano a spiegarci cosa è successo nel mezzo di quel decennio fatto di illusioni, sangue e disordine. Il balletto delle tante fazioni rivoluzionarie, la guerra fratricida a sinistra e l’attesa sorniona di quelli che oggi chiameremmo i poteri forti, che in fondo hanno sempre saputo come si fa a lasciar che la biglia giro dopo giro finisca per tornare a fermarsi regolarmente sulla loro casella.
In questo romanzo si narra lo sgretolarsi dello spirito rivoluzionario, e ciò che si rende molto bene è soprattutto la qualità dell’aria respirata dai parigini e dai francesi negli anni tra il 1793 e il 1795. È una resa che si nutre di pagine e di tempo, e di molte vicende all’apparenza insignificanti che poco a poco guadagnano spessore e prendono ad attrarsi come magneti dalla forza inarrestabile. E allora eccolo, infine, l’altro grande protagonista dell’Armata dei sonnambuli, la sua linfa, il fluido, direbbe quella gente, che lo attraversa da cima a piedi. Eccolo: è il magnetismo, la disciplina nata col dottore e filosofo tedesco Franz Anton Mesmer, progenitore dell’ipnosi e a suo tempo bandito e bollato dalla scienza ufficiale come poco più di una pratica da stregoni. I Wu Ming immaginano che il suo esercizio fosse efficace e mirabolante, e che pochi uomini di grande arguzia e abilità se ne sapessero servire a fini disparati, finanche sovversivi. E prendendo spunto da avvenimenti, donne e uomini sicuramente o presumibilmente reali, ne fanno il motore di tutto.
Un tutto che comincia con la testa di Luigi XVI che rotola giù dal patibolo: i personaggi che daranno vita al dipanarsi del romanzo sono già tutti lì, a osservare, tramare, arrivare troppo tardi o scappare appena in tempo. Nei due anni successivi staremo dietro a un coraggioso e spaccone attore italiano fuggito a Parigi sulle tracce di Goldoni, a un’agguerrita sarta del focoso faubourg di Sant’Antonio, a un medico esperto di magnetismo inviato dall’autorità a indagare su certi misteriosi fatti in terra d’Alvernia, a un uomo ancor più misterioso ricoveratosi di proposito nel manicomio di Bicêtre dove si fa largo nelle menti e nelle gesta degli altri alienati. E a molta altra gente, rivoluzionari e controrivoluzionari sempre sul crinale, sbirri e nobildonne, bambini malati e predestinati, e poi naturalmente Scaramouche, l’eroe mascherato che fa giustizia di speculatori e squadracce reazionarie.
L’impalcatura narrativa è articolata e solida (se proprio volessimo trovare qualcosa da ridire forse la scena finale sarebbe potuta essere un po’ più lenta), il pathos costante, l’interesse e la curiosità di chi legge non calano mai. E questo è già molto, ma non può essere tutto. Il paradigmatico precipitare degli eventi, delle speranze e delle conquiste eccita e deprime gli animi di chi ancora oggi vuole azzardarsi a credere nella disposizione dell’uomo a tendere al progresso, a costruirsi futuri migliori. La forza dell’Armata dei sonnambuli, composto da una pluralità di lingue e di voci dal timbro pressoché impeccabile, lingue che spesso si spingono al limite con risultati davvero eloquenti e godibili, sta proprio nella sua capacità di raccontare fatti avvincenti e, dietro o sotto di loro, sommovimenti ideali e culturali. È il marchio di fabbrica dei Wu Ming, d’altronde, ma stavolta la posta era altissima, perché grossomodo veniamo tutti da lì, dalla Parigi di quegli anni, da quelle vittorie e soprattutto da quelle sconfitte, e allora ancor più alto è il loro merito di essere riusciti in quest’ambizioso proposito.
martedì 22 aprile 2014
Daniel Barenboim su Mozart
Enrico Girardi
Il mio Mozart
«Amadeus è un autore che tradisce Sembra semplice, ma è una sfida»
Barenboim: al piano molti virtuosi non ne hanno trasmesso l’essenza
Corriere della Sera, 22 aprile 2014
«Mozart è stato il primo virtuoso del pianoforte: virtuoso non nel senso superficiale e “circense” delle acrobazie, della velocità e dei volumi con cui si pensa oggi al virtuoso; ma nel senso per cui la parola virtuoso deriva da virtù. E tale virtù in questo caso è la sprezzatura, ossia la capacità di far sembrare semplice e immediato ciò che semplice e immediato non è, anzi è complesso o anche molto complesso. Perciò Mozart è un autore che “tradisce”. Molti virtuosi che eseguono perfettamente cose impossibili, su Mozart “cadono”. Non riescono a coglierne e a trasmetterne l’essenza». Daniel Barenboim è invitato a parlare del «suo» Mozart perché da oggi, e per 18 settimane, insieme con il Corriere uscirà una collana di dischi (ogni lunedì, a 6,99 euro oltre al prezzo del quotidiano) che comprende le sue incisioni, dapprima della serie dei Concerti per pianoforte e orchestra (in cui Barenboim suona il pianoforte dirigendo la English Chamber Orchestra), poi della serie di Sonate e infine della serie di Variazioni: un notevole impegno editoriale che segue il lusinghiero successo dell’analoga collana, con l’integrale dei Concerti e delle Sonate, dedicata a Beethoven.
Ma se l’aspettava Daniel Barenboim un tale successo? «Ci lamentiamo sempre della carenza di educazione musicale nelle scuole, ma è straordinario come, nonostante questa piaga, così tante persone continuino a frequentare le sale da concerti, i teatri d’opera e ad ascoltare i dischi. Ovvio che sia contento che “Il mio Beethoven” sia andato bene. Ma lo sono ancor di più a pensare come la musica sappia parlare a tutti: ai musicisti, agli appassionati, ma anche a chi non distingue un clarinetto da un fagotto».
Parlando di Beethoven si sottolineava il grado incredibile di evoluzione che si riscontra tra le prime Sonate e quelle dette «di mezzo» e tra queste ultime e le Sonate della piena maturità «è così anche in Mozart — interrompe il direttore-pianista israelo-argentino — ma in un modo diverso. L’evoluzione di Beethoven si coglie bene nelle Sonate che rappresentano una sorta di diario intimo e personale. Ed è una evoluzione non solo di forme e linguaggio ma dello stesso pensiero musicale. Il diario intimo di Mozart, se così si può dire, lo si legge nei suoi Concerti per pianoforte e orchestra, che sono 27 e coprono un arco temporale corrispondente all’intero arco della sua parabola creativa. Qui l’evoluzione non è tanto di forme e linguaggi, e nemmeno di pensiero. Consiste piuttosto nella profondità sempre più abissale delle sue intuizioni: una profondità che non intacca mai la semplicità dell’eloquio. Perciò Artur Schnabel diceva sempre che Mozart è troppo facile per i bambini e troppo difficile per gli adulti».
A proposito di Schnabel, è stato lui uno dei suoi pianisti di riferimento per l’interpretazione mozartiana? Oppure anche su questo terreno, come in quello beethoveniano, lo sono stati Edwin Fischer e Claudio Arrau? «Edwin Fischer sicuramente. Ogni nota che suonava era sempre legata a tutte le altre in un disegno lucido e profondo. Quel poco Mozart che Wanda Landowska ha suonato, è meraviglioso e se devo aggiungere un terzo nome penso a un inglese che è stato allievo sia di Fischer sia della Landowska, Clifford Curzon (Londra, 1907–1982 ndr ), musicista dimenticato, anche eccezionale pianista schubertiano, che voi critici dovreste conoscere bene invece lo ignorate…». «Quanto ad Arrau — prosegue — è sempre stato intelligente, acuto, per me un maestro in tutti i sensi. Ma Mozart lo ha suonato molto raramente».
Oggi i Concerti di Mozart si eseguono spesso, ma non si può dire lo stesso per le Sonate… «Vero, ma nell’Ottocento si facevano pochissimo anche i Concerti — interrompe di nuovo —; basti pensare che il sublime Concerto n.27 in si bemolle maggiore K.595 lo suonò Mozart nel 1791 a Vienna poco prima di morire poi non lo si è eseguito mai più finché non lo riproposero Schnabel e Toscanini nel 1927!». Incredibile, ma le Sonate si eseguono poco nei recital pianistici perché sono poco «spettacolari»? Perché costano molta fatica in termini interpretativi e «rendono poco» nei termini di quel virtuosismo di cui si parlava prima? «È difficile dirlo. Ma è certo che se si vuol fare una bella Sonata di Mozart bisogna provare il piacere di farla, bisogna provare il piacere della musica per la musica. Quando è così, si scoprono tesori in tutte le Sonate: le prime, che amo in modo particolare, non meno delle ultime».
Quasi tutti raccomandano di non eseguire/ascoltare le serie compositive in ordine cronologico. È d’accordo? «Dico solo che se avrò ancora la forza di affrontare il ciclo delle Sonate di Beethoven, lo farò in ordine cronologico».
Il mio Mozart
«Amadeus è un autore che tradisce Sembra semplice, ma è una sfida»
Barenboim: al piano molti virtuosi non ne hanno trasmesso l’essenza
Corriere della Sera, 22 aprile 2014
«Mozart è stato il primo virtuoso del pianoforte: virtuoso non nel senso superficiale e “circense” delle acrobazie, della velocità e dei volumi con cui si pensa oggi al virtuoso; ma nel senso per cui la parola virtuoso deriva da virtù. E tale virtù in questo caso è la sprezzatura, ossia la capacità di far sembrare semplice e immediato ciò che semplice e immediato non è, anzi è complesso o anche molto complesso. Perciò Mozart è un autore che “tradisce”. Molti virtuosi che eseguono perfettamente cose impossibili, su Mozart “cadono”. Non riescono a coglierne e a trasmetterne l’essenza». Daniel Barenboim è invitato a parlare del «suo» Mozart perché da oggi, e per 18 settimane, insieme con il Corriere uscirà una collana di dischi (ogni lunedì, a 6,99 euro oltre al prezzo del quotidiano) che comprende le sue incisioni, dapprima della serie dei Concerti per pianoforte e orchestra (in cui Barenboim suona il pianoforte dirigendo la English Chamber Orchestra), poi della serie di Sonate e infine della serie di Variazioni: un notevole impegno editoriale che segue il lusinghiero successo dell’analoga collana, con l’integrale dei Concerti e delle Sonate, dedicata a Beethoven.
Ma se l’aspettava Daniel Barenboim un tale successo? «Ci lamentiamo sempre della carenza di educazione musicale nelle scuole, ma è straordinario come, nonostante questa piaga, così tante persone continuino a frequentare le sale da concerti, i teatri d’opera e ad ascoltare i dischi. Ovvio che sia contento che “Il mio Beethoven” sia andato bene. Ma lo sono ancor di più a pensare come la musica sappia parlare a tutti: ai musicisti, agli appassionati, ma anche a chi non distingue un clarinetto da un fagotto».
Parlando di Beethoven si sottolineava il grado incredibile di evoluzione che si riscontra tra le prime Sonate e quelle dette «di mezzo» e tra queste ultime e le Sonate della piena maturità «è così anche in Mozart — interrompe il direttore-pianista israelo-argentino — ma in un modo diverso. L’evoluzione di Beethoven si coglie bene nelle Sonate che rappresentano una sorta di diario intimo e personale. Ed è una evoluzione non solo di forme e linguaggio ma dello stesso pensiero musicale. Il diario intimo di Mozart, se così si può dire, lo si legge nei suoi Concerti per pianoforte e orchestra, che sono 27 e coprono un arco temporale corrispondente all’intero arco della sua parabola creativa. Qui l’evoluzione non è tanto di forme e linguaggi, e nemmeno di pensiero. Consiste piuttosto nella profondità sempre più abissale delle sue intuizioni: una profondità che non intacca mai la semplicità dell’eloquio. Perciò Artur Schnabel diceva sempre che Mozart è troppo facile per i bambini e troppo difficile per gli adulti».
A proposito di Schnabel, è stato lui uno dei suoi pianisti di riferimento per l’interpretazione mozartiana? Oppure anche su questo terreno, come in quello beethoveniano, lo sono stati Edwin Fischer e Claudio Arrau? «Edwin Fischer sicuramente. Ogni nota che suonava era sempre legata a tutte le altre in un disegno lucido e profondo. Quel poco Mozart che Wanda Landowska ha suonato, è meraviglioso e se devo aggiungere un terzo nome penso a un inglese che è stato allievo sia di Fischer sia della Landowska, Clifford Curzon (Londra, 1907–1982 ndr ), musicista dimenticato, anche eccezionale pianista schubertiano, che voi critici dovreste conoscere bene invece lo ignorate…». «Quanto ad Arrau — prosegue — è sempre stato intelligente, acuto, per me un maestro in tutti i sensi. Ma Mozart lo ha suonato molto raramente».
Oggi i Concerti di Mozart si eseguono spesso, ma non si può dire lo stesso per le Sonate… «Vero, ma nell’Ottocento si facevano pochissimo anche i Concerti — interrompe di nuovo —; basti pensare che il sublime Concerto n.27 in si bemolle maggiore K.595 lo suonò Mozart nel 1791 a Vienna poco prima di morire poi non lo si è eseguito mai più finché non lo riproposero Schnabel e Toscanini nel 1927!». Incredibile, ma le Sonate si eseguono poco nei recital pianistici perché sono poco «spettacolari»? Perché costano molta fatica in termini interpretativi e «rendono poco» nei termini di quel virtuosismo di cui si parlava prima? «È difficile dirlo. Ma è certo che se si vuol fare una bella Sonata di Mozart bisogna provare il piacere di farla, bisogna provare il piacere della musica per la musica. Quando è così, si scoprono tesori in tutte le Sonate: le prime, che amo in modo particolare, non meno delle ultime».
Quasi tutti raccomandano di non eseguire/ascoltare le serie compositive in ordine cronologico. È d’accordo? «Dico solo che se avrò ancora la forza di affrontare il ciclo delle Sonate di Beethoven, lo farò in ordine cronologico».
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