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giovedì 5 marzo 2026

Pierre Rivière. La storia di un triplice omicida


"L'impossibile famiglia Rivière", di Jeanne Favret-Saada

Nel 1972, Michel Foucault (1926-1984), con la sua équipe al Collège de France, riportò alla luce le memorie di un contadino normanno, Pierre Rivière, che, nel giugno del 1835, all'età di 20 anni, aveva sgozzato la madre, la sorella e il fratello con una falce – pubblicandole nel 1973 con il titolo *Io, Pierre Rivière, dopo aver sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…* (Gallimard). L'antropologa e psicoanalista Jeanne Favret-Saada fu invitata a partecipare alla ricerca...

Cinquant'anni dopo, in questo nuovo lavoro, fa il punto su tutti i commenti accademici suscitati da questa pubblicazione e coglie l'occasione per rivedere il proprio giudizio. Nel 1973, Jeanne Favret-Saada aveva sostenuto che Pierre Rivière non soffrisse di psicosi. Pertanto, sottolinea oggi, aveva "abbandonato le memorie del giovane all'oscurità". In queste memorie, Pierre Rivière racconta che, durante la sua infanzia, fu testimone di orribili conflitti tra suo padre e sua madre, conflitti durante i quali il padre accettò passivamente gli insulti proferiti dalla moglie. Pierre credeva spesso che la Francia non fosse più in grado di costringere le donne a obbedire ai mariti. Lesse storie bibliche e poi giunse a credere di essere stato inviato in missione da Dio. Ciò lo portò a uno stato di fervore che alla fine lo spinse a commettere un atto sanguinario. 

Secondo Jeanne Favret-Saada, tutto lascia supporre che egli fosse diventato non solo il vendicatore del padre in declino, ma anche la forza trainante di un ripristino della virilità paterna, abolita dalla Rivoluzione, contro quella che percepiva come la tirannia delle madri. Una splendida esplorazione di uno dei grandi dibattiti intellettuali degli anni Settanta. Ancora attuale.

Elisabeth Roudinesco

Jeanne Favret-Saada, L'impossible famille Rivière. Retour sur un triple meurtre, Gallimard, Paris 2026

Il 3 giugno 1835, un giovane contadino normanno, Pierre Rivière, sgozzò la madre, la sorella e il fratello prima di fuggire. Arrestato il mese successivo, scrisse, in attesa del processo, un memoriale di circa cinquanta pagine per spiegare le sue azioni. Condannato a morte, poi graziato – cioè imprigionato all'ergastolo – si suicidò nella sua cella nel 1840.
Da questa vicenda, ci è giunta questa memoria molto dettagliata, riscoperta all'inizio degli anni Settanta da Michel Foucault, che, con una piccola équipe, ne curò l'edizione. Jeanne Favret-Saada partecipò a questo progetto editoriale, che evitò qualsiasi interpretazione accademica per dare piena voce al giovane.
In quest'opera, l'antropologa rivisita gli eventi del 1835 – le élite che offrivano spazio a un "subalterno" pregiudicato in partenza dal suo atto – ma si concentra sul nocciolo della questione: quale serie di eventi portò Pierre Rivière a commettere questo triplice omicidio?
Contro l'interpretazione che riduce queste memorie a un delirio psicotico, propone di sottoporle a un'indagine che combina etnologia e storia. Esamina così i ventidue anni di una vita familiare impossibile, in cui Victoire Rivière aveva rifiutato fin dall'inizio la maggior parte dei doveri di una moglie. Il matrimonio era allora regolato dal Codice Civile napoleonico, pienamente confermato dalle consuetudini locali in materia di predominio maschile. L'analisi attenta degli eventi raccontati dall'assassino svela poi le ragioni del suo atto omicida.

Le Monde des livres, 5 marzo 2026








mercoledì 28 gennaio 2026

Intellettuali e potere

 

Vi spiego cosa pensava il mio amico Foucault
Anniversari. A cento anni dalla nascita di Gilles Deleuze, vengono riedite le lezioni del corso che tenne per ricordare l’amico e filosofo. Una lettura illuminante, sorprendente e attuale

Michel Foucault e Gilles Deleuze sono tra i più importanti e noti filosofi contemporanei. Se Foucault in vita e dopo la morte (1984) è stato il più riconosciuto tra i due, va anche detto che di recente Deleuze ha avuto un impatto notevolissimo. La sua propensione schiettamente anti-platonista per un «empirismo trascendentale» vagamente ossimorico, la sua idea di una filosofia accentrata e basata sul ripetersi della differenza hanno in effetti conquistato il cuore di molti giovani intellettuali, di artisti, di computer scientist e in genere di persone in cerca di un pensiero che desse forma alla realtà del virtuale e alla virtualità del reale. In un mondo della cultura influenzato dall’immaginario di artisti come Joyce, Coltrane e Duchamp, percorso dai sussulti dei social e dominato dall’incertezza è sentito il bisogno di un pensare che non si esaurisse in un pensiero ready made ma si formasse nell’evolversi del presente.

Bene ha quindi fatto l’editore Ombre Corte a proporre in elegante cofanetto la versione italiana delle lezioni di Deleuze su Foucault in tre volumi. Quando Foucault morì nel 1984, Deleuze tenne un discorso al suo funerale. La morte dell’amico e collega lo colpì in maniera profonda, così che decise di fare un corso su d lui. Le lezioni del corso con le domande degli studenti, furono registrate al momento, e la Bibliothéque Nationale le ha in seguito convertite in files digitali. A questo va aggiunto che Deleuze decise in seguito di pubblicare un libro su Foucault (1986), libro che contiene assai meno delle lezioni che ora leggiamo, che proprio perciò costituiscono un complemento formidabile alla comprensione dell’interpretazione deleuziana di Foucault.

Tale interpretazione, come è normale quando un filosofo legge un altro filosofo, va presa come una forma di interazione tra due visioni. I due filosofi erano amici e nutrivano un’indubbia stima reciproca. Avevano condiviso molte imprese intellettuali, dalla lettura originale di Nietzsche in polemica con la fenomenologia all’attivismo politico (per esempio sulle prigioni, sulla Palestina, sul ‘68). Al tempo stesso, però, c’erano importanti e divisive differenze, per esempio su termini centrali come desiderio (Deleuze) e piacere (Foucault), oppure dispositif (Foucault) e agencement (Deleuze), ma anche su concetti importanti quali biopotere (Foucault) e società del controllo (Deleuze). Inoltre, esistevano divergenze sui metodi, gli interessi e gli strumenti interpretativi. Se Foucault prediligeva la genealogia Deleuze preferiva la schizoanalisi, dove Foucault cercava le tracce dell’affermarsi del neoliberalismo, Deleuze cercava di comprendere la scissione schizofrenica che a suo avviso accompagnava il recente capitalismo.

Affinità e divergenze complicate dal fatto che ognuno dei due aveva scritto sull’altro. Foucault aveva scritto su Deleuze un testo, intitolato Theatrum Philosophicum (1970), che partiva dai due libri Différence et Répétition (1968) and Logique du Sens (1969) di Deleuze, culminando nella famosa frase «forse un giorno questo secolo sarà chiamato deleuziano». Avevano poi registrato una conversazione intitolata Intellettuali e Potere (1972), che sarebbe in seguito apparsa sulla rivista «L’Arc». Deleuze aveva inoltre scritto diversi articoli su Foucault e una lettera privata sul controverso tema piacere versus desiderio (resa pubblica da Francois Ewald nel 1977). Frequentazione e amicizia tra Foucault e Deleuze, interrotti però da un lungo silenzio, segno probabile di dissapori dovuti a ragioni intellettuali, per esempio Foucault non aveva apprezzato l’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari, e Deleuze non amava i Nouveaux Philosophes che invece piacevano a Foucault.

Nel suo complesso, Deleuze ricostruisce Foucault leggendovi un divenire del pensiero che emerge da fuori attraversando gli strati che caratterizzano le diverse formazioni storiche. Si tratta di un pensare differentemente, che Deleuze interpreta sulla scia di tre assi, uno per ogni volume della trilogia: sapere, potere, soggettivazione. Il sapere è ordinato secondo un’archeologia, il potere si evidenzia in strategie, e la soggettivazione presuppone un interno da recuperare genealogicamente.

Nell’ambito del sapere, Deleuze parte dalla Archeologia del sapere di Foucault, e propone una tesi interpretativa secondo cui gli strati sono formati dalla convergenza-divergenza di piani di visibilità e piani di leggibilità. Come a dire, di parole e cose, vedere e parlare, contenuto e espressione. In questa ottica, il compito dell’archeologia è duplice: estrarre per ogni singolo strato il visibile dalle cose e gli enunciati dal linguaggio. I due piani restano, per così dire ontologicamente, distinti. Deleuze intravvede in ciò una forma di rinnovato kantianismo, con la sostanziale differenza che in Foucault la sintesi avverrebbe a posteriori e non a priori. Questa è probabilmente la parte più riuscita della trilogia.

Tuttavia, la separazione tra parole e cose richiede un superamento. Per averlo, bisogna uscire però dall’asse del sapere e muoversi nell’ambito dell’asse del potere. Anche in questo caso, c’è un richiamo a Kant: il primato del potere in Foucault richiama il primato della ragion pratica in Kant. Nell’ambito del potere, i libri di riferimento sono i grandi libri di Foucault sulla follia e sulle prigioni. Anche in questo caso, la distinzione tra visibilità ed enunciato permane, per esempio la prigione costituisce l’elemento visibile mentre il diritto penale quello linguistico. Il potere li unifica. Ma non si tratta di un Potere con la P maiuscola, del tipo di quello dello Stato o del Partito. Piuttosto, si rivela puntiforme come in un diagramma riflettendo una microfisica del potere. Il diagramma ricostruisce la relazione tra le forze a essa sottostanti. In questo modo, si passa alle strategie che regolano l’asse del potere. E qui l’influenza di Nietzsche è al suo massimo.

La parte sulla soggettivazione è senza dubbio la più oscura della trilogia. Qui, Deleuze riprende il tema heideggeriano della «piega». Centrale è la corrispondenza tra interno e esterno, come si vede negli scritti sulla sessualità e sull’etica di Foucault. Il pensare, come abbiamo detto, viene dall’esterno ma alla fine non si può evitare «la relazione di sé con sé». Tale relazione muta nel tempo storico: presso i Greci riguardava la sessualità, poi nel Medio Evo prende le forme degli effetti sul soggetto del potere pastorale.


Gilles Deleuze

Il sapere. Corso su Michel Foucault (1985-1986) / 1

Introduzione di Massimiliano Guareschi, traduzione dal francese di Lorenzo Feltrin

Il potere. Corso su Michel Foucault (1985-1986) / 2

Introduzione di Ubaldo Fadini,

traduzione dal francese di Marta Benenti e Marta Caravà

La soggettivazione. Corso su Michel Foucault (1985-’86) / 3

Introduzione di Girolamo De Michele, traduzione dal francese di Carlotta De Michele

Ombre Corte, pagg. 900, € 50 (cofanetto con tre volumi)


https://machiave.blogspot.com/2025/12/unamicizia-filosofica.html

martedì 28 settembre 2021

Foucault, un ritratto

Matteo Marchesini, Sarà pure un’apologia, ma il ritratto di Foucault fa pensare al contrario, Il Foglio, 25 sett. 2021 Nell’ultimo mezzo secolo, le quotazioni di Michel Foucault sul mercato culturale sono rimaste sempre molto alte. Lo si può verificare anche oggi: quando si parla di identità di genere o di gestione biopolitica della pandemia, il suo nome viene citato di continuo. Non è chiaro, però, se le sue sonde concettuali illimpidiscano o confondano le acque. Fin dalla “Storia della follia” ( 1961) e dal suo bestseller “Le parole e le cose” ( 1966), Foucault gioca a nascondino muovendosi tra fatti e suggestioni, tra epistemologia positivista e voli nietzschiani. Il suo procedimento più tipico consiste nell’ad - dobbare uno schema concettuale piuttosto rozzo con documenti tratti dagli ambiti più diversi ( giuridici, medici, estetici). Così intimidisce il lettore, che credendo a un’erudizione smisurata si beve la tesi di fondo e le interpretazioni assai discutibili dei testi portati a sostegno. Alla fine l’autore non ha dimostrato quasi niente; ma ha suggestionato un certo tipo di pubblico, e ha contagiato i colleghi con la sua maniera capziosa di argomentare. In questo senso, Foucault non è mai citato a sproposito: dalle sue pagine, infatti, si possono ricavare spunti per qualunque tema, perché non oppongono resistenza. Ma non si può negare che nella sua opera spicchi un motivo dominante. Foucault indaga le zone d’ombra proiettate dalla luce della Ragione moderna, che tende a criminalizzare o medicalizzare le esperienze che la ostacolano. Più in generale, tenta di definire i modi in cui “l’episteme”, ovvero la visione del mondo inconscia e diffusa di un’epoca, condiziona l’intero campo dei saperi ed esclude certi fenomeni dal suo orizzonte. Ma se si gratta via lo stile fantasmagorico, questi a priori foucaultiani si rivelano troppo simili alle categorie del vecchio storicismo. Nel 1961, davanti alla sua tesi di dottorato sulla follia nell’età classica, il presidente della commissione Henri Gouhier fece a Foucault alcune critiche che si possono estendere ai libri successivi. Gouhier lo accusò di proporre una “socio - logia mitizzante”, e di pensare per allegorie che implicano “una sorta d’inva - sione metafisica nella storia”: “La Follia è personificata, si evolve attraverso concetti mitologici: il Medioevo, il Rinascimento, l’età classica, l’uomo occidentale, il Destino, il Nulla …”. Trovo queste critiche nella biografia di Didier Eribon “Michel Foucault. Il filosofo del secolo”, uscita ora in Italia per Feltrinelli. E’ un ritratto apologetico, ma come si vede fornisce il materiale per farsi un’idea diversa. Oltre al parere di Gouhier sugli esordi di Foucault, resta impresso quello di Sartre su “Le parole e le cose”. L’anziano re del pensiero francese, sul punto di essere detronizzato, osserva che il suo giovane avversario non spiega come si passa da episteme ad episteme: pretende di trattare la storia senza mostrarne la continuità dialettica, e quindi “sosti - tuisce il cinema con la lanterna magica, il movimento con una successione di immobilità”. Del resto, Foucault non spiega nemmeno il cambiamento di quei mini- epistemi che sono i suoi paradigmi. Curioso: un pensatore che vuole demistificare la storia e ritrovare le genealogie nascoste, quando si tratta della propria è un mistificatore di prim’ordine. A posteriori cerca di mettere il suo comunismo giovanile sotto il segno di Nietzsche, poi cancella le tracce del suo strutturalismo, infine si smarca dai maoisti dopo avergli dato corda ( i filosofi francesi esaltano la metamorfosi continua e non vogliono che il loro pensiero sia sottoposto a una morale da stato civile, ma in realtà sono preoccupatissimi della propria figura pubblica). Il fatto è che Foucault si becca tutte le febbri di moda, e come ha ben detto Mandosio, le sue prese di coscienza sono sempre “a scoppio ritardato”. Un caso clamoroso è quello del suo entusiasmo per Khomeini, lodato con termini da giornalista di regime di fronte ai quali ci si chiede a cosa siano servite tante lambiccate analisi foucaultiane su potere e linguaggio. Come in altri autori della French Theory, tutto forse dipende da un rapporto sbagliato tra biografia e filosofia. Non c’è dubbio che molti dei temi di Foucault gli siano suggeriti da forti esperienze personali ( la paura dell’esclusione, la malattia, il sesso); ma la relazione tra questa radice e le formulazioni accademiche non viene discussa. Così il suo fantasma riappare in un estremismo verbalistico che non è commisurato alla vita reale. Eribon ricorda un aneddoto significativo. Nel 1972, in una cittadina francese, per l’omicidio di una sedicenne il giudice istruttore incarcera un notaio legato alla compagnia delle miniere di carbone. Gli tolgono l’inchiesta, ma gli operai lo sostengono. I maoisti parlano di crimine “borghese”. Foucault, che anziché i tribunali proletari esige direttamente i linciaggi, va sul posto, liricheggia, e sostiene che basta vedere i luoghi per sapere che il colpevole è il notaio. Quattro anni dopo confesserà a un amico che si era sbagliato: “avevo subito elaborato tutta una teoria…”. Non è proprio così che ragionano, alcuni noti filosofi del 2021?

sabato 6 dicembre 2014

Paul Valéry sulla vivacità impura di Stendhal

Alfonso Berardinelli
Il puro Valéry vedeva in Stendhal vaudeville e operetta
Il Foglio, 6 dicembre 2014


Stendhal, tutt'altro che puro, appassionò Valéry fino a fargli perdere la bussola con cui amava orientarsi nei propri pensieri e nelle proprie emozioni. Così, "vivace e brillante" nella sua "incantevole caricatura" della vita sociale e politica della Francia di Luigi Filippo, Stendhal tende al "vaudeville". Anche La certosa di Parma, osserva Valéry, ogni tanto fa pensare all'operetta, cosa di cui non ci si deve scandalizzare: "Appassionato di opera buffa, probabilmente Stendhal andava pazzo per i romanzi brevi di Voltaire, imperiture meraviglie di leggerezza, abilità e diabolica fantasia. In quelle opere veloci e crudeli in cui la satira, l'opera lirica, il pamphlet, l'ideologia si mischiano insieme in un ritmo infernale, in quelle favole che costituirono gli scandalosi piaceri della fine del regno di Luigi XV" si sentono già le operette immancabilmente allegre di un secolo dopo.
Per fortuna Stendhal conservò sempre ciò che aveva ricevuto dal Settecento, il secolo in cui era nato, cioè "il dono inestimabile della vivacità. La greve prepotenza e la noia non conobbero mai un avversario più pronto di lui (...) Si sarebbe divertito (e in fondo lusingato) se gli avessero fatto intravedere, come in una boccia di vetro, tutto il suo avvenire accademico (...) avrebbe visto le sue formule diventare tesi, le sue manie trasformarsi in precetti, le sue battute trasformarsi in teorie, sistemi dottrinali nascere da lui e infiniti commenti essere dedotti dalle sue brevi massime (...) Ne è nato tutto il contrario di quello che lui era, il contrario della sua libertà, della sua fantasia, del suo gusto dell'opposizione".
Quando leggo queste cose (o le grandi satire anticulturali di Molière) non riesco a non pensare alla noiosa pedanteria e a tutto quel prepotente teorizzare su tutto, a quella mania di costruire castelli filosofici e imbastire analisi semiologiche a tappeto su ogni autore che si diffuse come un'epidemia nella cultura francese tra Lacan, Barthes, Foucault, Derrida, Baudrillard e anche il sociologo Bourdieu: tutto uno "spirito di sistema che ha fatto del francese colto una lingua da laboratorio. 



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Dans Variété II, Paul Valéry écrit : « Ses motifs favoris, Napoléon, l'amour, l'énergie, le bonheur, ont engendré des volumes d'exégèses. Des philosophes s'y sont mis. [...] Une sorte d'idolâtrie naïve et naïvement mystérieuse vénère le nom et les reliques de ce briseur d'idoles. [...] Tout le contraire de lui-même, de sa liberté, de son caprice, de son goût de l'opposition est né de lui. »



giovedì 27 novembre 2014

E nell'eternità non mi annoierò


Ma traversée du siècle : entretien avec Paul Veyne

Le Nouvel Observateur

François Armanet

Virgile, Char, Foucault... Le grand historien, qui remporte le prix Femina de l'essai avec un livre de souvenirs bouleversants, nous raconte ses engagements, son métier, sa conception de la mort, de la foi et de l'amour.


Paul Veyne. BALTEL/SIPA Paul Veyne. BALTEL/SIPA

Le Nouvel Observateur Vous racontez dans votre nouveau livre, «Et dans l'éternité je ne m'ennuierai pas», que votre vocation d'historien naît, en classe de sixième, en lisant «l'Iliade», qui vous ennuie, et «l'Odyssée», qui vous enthousiasme. Pourquoi, et est-ce toujours vrai?
Paul Veyne C'est Gérard Genette, je crois, qui dit que «l'Iliade» est une épopée et que «l'Odyssée» est un roman. Pour l'enfant que j'étais, lecteur de Jules Verne, un roman est plus accessible qu'une épopée, qu'une aussi grande épopée que «l'Iliade», avec sa force simple, sa «tranquillité épique», la diversité de ses figures héroïques, simplement mais fortement caractérisées. «L'Odyssée», elle, était un roman d'aventures souvent fantastiques et le récit d'une vendetta. C'était plus à ma taille de lecteur de 12 ans.
Mais ce roman a orienté vers l'histoire de l'antiquité païenne le collégien que j'étais; il m'a fasciné parce qu'il avait pour théâtre un monde autre, un monde qui n'était pas notre monde ennuyeux et qui, pourtant, n'était pas imaginaire: ce monde païen avait réellement existé, mais sur une lointaine planète inaccessible, voire disparue, sous le même ciel que le nôtre, mais sous d'autres dieux.
Selon vous, «l'opération sacrée de l'historien est de penser contre lui-même». Pourquoi?
Parce qu'on ne naît pas historien: on le devient. Il faut acquérir des connaissances et des idées (sociologie, économie, un peu de philo, etc.) et il faut réagir contre les préjugés qui nous viennent de notre famille, de notre milieu, de notre époque. C'est très éducatif. Un physicien n'a pas besoin de cela, je le suppose du moins.
Or, lorsque je suis entré à Normale, pour réagir contre les préjugés politiques et sociaux qui nous viennent de notre milieu, rien ne valait mieux que la nouvelle école historique qui venait de se former, l'Ecole des Annales, car cette école rompait avec l'histoire traditionnelle, avec l'histoire des règnes, avec l'histoire traités-et-batailles ; elle voulait qu'on étudie l'économie, la société, les mentalités. Elle fera un jour la grandeur de l'école historique française.
Mais, en 1950, quand j'avais 20 ans, elle n'avait encore aucun pouvoir dans l'université. Seulement j'étais ambitieux intellectuellement plus qu'institutionnellement, car, au dire d'un de mes plus grands amis, qui n'est plus de ce monde, j'étais naïf et romanesque. Mes premières publications et ma thèse sur «le Pain et le Cirque» relèvent de l'Ecole des Annales, je l'espère du moins.
Vous avez passé votre vie à étudier le monde romain et pourtant vous confessez que votre coeur est plus grec que romain. Pourquoi?
Le monde romain, je l'avais sous la main. Depuis mon enfance, j'étais passionné par les inscriptions latines antiques que je déchiffrais au musée de Nîmes, et, dans ma Provence, je ramassais et collectionnais les tessons romains et les monnaies antiques. Et puis, grec ou romain, qu'importe? La culture romaine s'est très vite hellénisée, est devenue une branche de cette civilisation grecque qui était la culture «universelle» du temps, du Maroc à la Mésopotamie. De même que le Japon est devenu un pays occidental.
Pour un Japonais, quel est le chef-d'oeuvre le plus populaire de la musique? La Neuvième Symphonie. Pour un lettré romain, pour Virgile, quel est le plus grand poète du monde? C'est Homère. Le plus grand philosophe? C'est Platon. Les lettrés romains étaient bilingues. Dans l'Empire romain, le grec était la langue internationale du commerce, de la science, de la médecine, comme pour nous l'anglais.
Vous écrivez que votre sensibilité de gauche est née à la vision du film de John Ford «les Raisins de la colère» et que votre conviction de démocrate s'est affirmée à la lecture de «la Grande Epreuve des démocraties» de Julien Benda. Pouvez-vous nous l'expliquer?
« Les Raisins de la colère » m'ont fait voir la société, pour la première fois, avec les yeux des défavorisés, alors que mon père était un plébéien devenu riche et très à droite. Et le livre de Benda, paru à la Libération, était une apologie de ce régime démocratique dont, dans mon milieu familial, j'avais entendu dire pis que pendre.
J'ai été le premier bachelier de ma famille et je suis un produit de l'«ascenseur social républicain». Il m'a permis de réaliser mon rêve, devenir archéologue, professeur. En effet, vers 1937, l'enseignement secondaire, collèges et lycées, était devenu gratuit, au grand scandale de la droite, mais son accès restait soumis à un examen d'entrée, et, de plus, les familles devaient acheter de leur bourse les livres de classe. L'enseignement secondaire ouvrait l'accès à la bourgeoisie, aux professions bourgeoises, médecin, avocat, ingénieur.

Quant à l'Ecole normale supérieure, c'était un lieu d'amitié, d'égalité et de liberté intellectuelle, dont on sortait agrégé, professeur, mais en outre on y était incité à se préparer à faire de la recherche. Et puis elle était une rare occasion de s'instruire sur la diversité humaine: il y avait là deux cents jeunes individus qui étaient tous différents et qui n'avaient pas encore tous revêtu l'uniforme d'une profession, ni endossé utilement un rôle à jouer. Cependant, on soupçonnait parfois parmi eux un futur politicien, un futur académicien...
Dans ce milieu, je me suis politisé par culpabilité, parce que je sortais d'une famille d'opinion collabo dont j'avais partagé les idées pendant la guerre, jusqu'à mes 15 ans. Et puis il convenait, par dignité, par vanité, de s'intéresser à trois choses, la culture, les femmes et la politique. Sinon, devenu archéologue et farfouillant dans d'antiques tessons, j'aurais l'air d'un cuistre.
A 22 ans, j'ai donc pris ma carte au Parti communiste [Paul Veyne l'a déchirée en 1956, lorsque les chars soviétiques sont entrés dans Budapest, NDLR], qui était à mes yeux le parti des défavorisés, des prolétaires. Et de fait, loin de l'Ecole normale, dans les milieux prolétariens, dans les banlieues parisiennes, j'ai appris par la suite quel était l'admirable dévouement des «militants de base» pour leurs frères prolétaires. Non, il ne faut pas trop condamner les anciens staliniens ni même les maoïstes tant moqués: ces intellos étaient égalitaires, altruistes; le coeur était bon...
Malheureusement, les hiérarques demeurant indispensables à toute société organisée et les hommes n'étant pas des anges, il se forme avec eux une nouvelle bourgeoisie, une nomenklatura toute-puissante et corrompue.
De Foucault («le grand ami de votre vie») à Char («la seule personnalité charismatique que vous ayez rencontrée de votre vie») ou à Le Goff («un exemple pour votre génération»), l'amitié prend souvent chez vous la forme d'un exercice d'admiration. Avez-vous besoin d'admirer pour aimer?
Distinguons bien: admirer ne m'empêche pas d'éprouver de l'amitié, bien au contraire; ce que j'admire m'attire, car j'espère ne pas être un envieux. L'amour, lui, c'est autre chose, c'est égalitaire et étranger à l'admiration. Certes, il lui faut un minimum et il est difficile d'être amoureux d'une sotte (alors qu'on peut, pour son malheur, tomber amoureux d'une garce bien douée: plus d'un roman nous l'a appris).
La personnalité d'une femme est source de jouissance: on tient dans ses bras un être lourd de sens (ou on est dans ses bras). Si l'on tenait dans ses bras une grande poétesse ou une politicienne de génie, une Catherine II, on n'admirerait pas, j'imagine: on savourerait.

Avec Foucault, vous parliez souvent de la mort. Que vous disiez-vous?
On répète aujourd'hui que la «société de consommation» néglige et oublie la mort, le culte des défunts, le deuil, les visites au tombeau. Foucault, au contraire, l'en louait, il vantait une mort en toute simplicité, ce qu'il appelait la mort-effacement. Donc, effacer la mort de sa pensée. Ce qui suppose qu'on cesse soi-même, une fois devenu vieux, d'être obsédé par l'idée de sa propre mort, chose difficile... Ce qui aide à le faire est de penser souvent au suicide, qui ôte à la mort sa toute-puissante initiative. Devenir maître de sa mort. Nous parlions souvent du suicide.
Ah, vous me demandez aussi comment j'avais fait la connaissance de Foucault. C'était à l'Ecole normale. Nous avions 20 ans et nous étions élèves, lui en avait 25 et il était «caïman» de philo, comme Althusser. A 45 ans, je l'ai retrouvé comme collègue au Collège de France et nous sommes devenus grands amis. Il m'avait décerné le titre d'homosexuel d'honneur.
Vous n'avez jamais cédé aux facilités de l'autosatisfaction intellectuelle. On peut donc vous demander de quoi vous êtes le plus fier dans votre oeuvre?
De mon bouquin sur René Char et de mon édition bilingue et annotée de «l'Enéide» qui vient de paraître en deux volumes aux Belles Lettres, car ce Char et ce Virgile sont les deux livres que j'ai eu le plus de plaisir à faire.
Vous qui avez traversé tant de tragédies personnelles, avez connu des «états extatiques» et êtes un «croyant malgré vous», comment voyez-vous la mort?
Je ne crois ni au Dieu personnel des chrétiens ni au dieu-nature de Spinoza ni en l'immortalité de notre âme, mais j'ai envie de croire que pourtant nous ne «mourrons» pas: la mort n'est pas le trou noir, le néant, car l'Esprit, ou Âme du monde, ou Pensée génératrice, est toujours là et «on» se retrouve dedans.
Seulement, une fois mort, «on» ne le sait pas, «on» n'est plus soi, le «je» n'existe plus, «on» a oublié ce qu'on a été. En revanche, «on» ne s'ennuie pas, puisque l'Âme du monde agit sans cesse. C'est elle qui, entre autres choses, invente et édife les êtres vivants, elle en est la cause finale et la cause formelle, tandis que notre science, qui ne peut et ne veut connaître que la causalité matérielle et efficiente, les causes physico-chimiques, demeure incapable d'expliquer la vie.

Quant aux «états extatiques» dont vous me parlez aussi, l'extase (qui n'est pas une expérience aussi ésotérique qu'on croit) ne m'a jamais rien appris, ni à moi ni à personne. Si on voit en extase la Vierge Marie ou l'Etre selon Heidegger, ce n'est pas parce qu'ils existent, mais parce qu'on y croit.
L'extase est aux antipodes de la transe, avec laquelle on la confond souvent: c'est un état calme et immobile, onirique et lucide en même temps (on sait fort bien qu'on est en extase); en revanche, elle fait vivre quelques minutes de rêve éveillé qui sont d'une intensité et d'une félicité inégalées, incomparables, paradisiaques. Alors, l'opium, la drogue, en comparaison, ça fait sourire... Malheureusement on y accède bien rarement et pas à volonté.
                                 Propos recueillis par François Armanet et Gilles Anquetil

martedì 29 aprile 2014

Michel Foucault in margine

Paolo Vernaglione
Un'opera che sfida lo spirito dominante del tempo
il manifesto, 29 aprile 2014

A trent’anni dalla scom­parsa di Michel Fou­cault, il suo pen­siero rimane vit­tima dello spi­rito dei tempi e la testi­mo­nianza della sua opera fatica a mani­fe­starsi: quando lo fa, nell’epoca dei saperi asser­viti al mer­cato, non può che essere nella moda­lità ete­ro­dossa e idio­sin­cra­tica in cui quel pen­siero e quell’opera sono stati pro­dotti. Misu­rare que­sto scarto è ciò che si pro­pon­gono i tre incon­tri semi­na­riali, il primo dei quali si è svolto lo scorso 28 aprile, e a cui segui­ranno le gior­nate del 5 e del 12 mag­gio, presso il Dipar­ti­mento di Filo­so­fia della «Sapienza» di Roma (via Carlo Fea 2, aula XI, ore 17,30).
Il titolo dell’iniziativa è Michel Fou­cault: il pre­sente come ere­dità (calen­da­rio sul sito «Mate­riali Fou­caul­tiani» e «Sofia​Ro​ney​.org»). Rela­tori e ospiti sono: Ste­fano Catucci, Daniele Loren­zini, Ora­zio Irrera, Mar­tina Taz­zioli e Laura Cre­mo­nesi, espo­nenti di una gene­ra­zione di ricer­ca­tori che dedica a Fou­cault la pro­pria volontà di sapere.
Ste­fano Catucci, pro­fes­sore di Este­tica all’Università di Ascoli Piceno, autore di un impor­tante Intro­du­zione a Fou­cault, inter­verrà il 5 mag­gio per illu­strare i rap­porti tra potere e sen­si­bi­lità nell’opera fau­caul­tiana, nella rico­stru­zione di un per­corso in cui prassi teo­rica e teo­ria della prassi risul­tano inscin­di­bili. Ciò che emerge, ormai lon­tano dalla tem­pe­rie cul­tu­rale dell’ «epoca Fou­cault», fatta di cri­tica alle isti­tu­zioni di disci­pli­na­mento (cli­nica, fami­glia, scuola, caserma, chiesa), è la forza di sog­get­ti­va­zione che quelle istanze di con­te­sta­zione e di ribel­lione hanno avuto. È quanto met­terà in luce Ora­zio Irrera, co-direttore di «Mate­riali Fou­caul­tiani», indi­cando nella cri­tica dell’ideologia il nucleo infuo­cato da cui si dipana il pen­siero dell’autore di Sto­ria della fol­lìa, Sicu­rezza, ter­ri­to­rio, popo­la­zione, Nascita della bio­po­li­tica. I corsi al Col­lège de France, insieme alla grande e magni­fica messe dei Dits et Ecrits (saggi, inter­vi­ste, inter­venti), non­ché la recente pub­bli­ca­zione in Fran­cia de La societè puni­tive (1972–73), a cura di Fra­nçois Ewald e del com­pianto Ales­san­dro Fon­tana e in Ita­lia del pre­zioso corso di Lova­nio (1981) Mal fare, dir vero, costi­tui­scono una cospi­cua «ere­dità», che fa segno verso il com­pito cri­tico (di cui par­lerà Laura Cre­mo­nesi) che potrebbe essere acqui­sito dalle attuali gene­ra­zioni di stu­denti e ricer­ca­tori. Si tratta di ela­bo­rare un’ontologia del pre­sente non costretta dai vin­coli della spe­cia­liz­za­zione. Ciò signi­fica inter­ro­gare l’opera di Fou­cault nei punti in cui è più vicina all’intervento diretto sulla realtà, nell’azione coer­ci­tiva e cri­mi­na­liz­zante sullo «stra­niero», nelle inter­ru­zioni di con­fine e nelle sog­get­ti­va­zioni agiu­ri­di­che (Mar­tina Taz­zioli), in cui si disloca la male­di­zione gover­na­men­tale dei poteri.
La que­stione deci­siva del nostro pre­sente, dis­solto in una nor­male pre­ca­rietà quo­ti­diana, è dun­que quella della sog­get­ti­vità, cioè anzi­tutto dei modi in cui ci si inca­rica delle prese di posi­zione eti­che e poli­ti­che nel governo di sé e degli altri, tema inda­gato da Daniele Loren­zini. Rico­no­scere il metodo archeo­lo­gico come forma neces­sa­ria della cri­tica; scor­gere nella micro­fi­sica degli usi del lin­guag­gio il potere di sedu­zione e di sov­ver­sione del mono­tono «discorso» del pre­sente; rile­vare in spazi libe­rati dalla cor­ru­zione di sé e del mondo, il dive­nire altro della sog­get­ti­vità, sem­brano costi­tuire il com­pito per un futuro già pre­sente, nell’ a-priori sto­rico in cui si intrec­ciano sto­ria e metastoria.

mercoledì 13 febbraio 2013

Pillole Gramsciane



È possibile ridurre Gramsci in “pillole”? Certamente no. La complessità del testo gramsciano rende molto difficile una sua riduzione in brevi citazioni o considerazioni. Eppure Gramsci rappresenta  uno degli autori più citati da studiosi di tutto il mondo e, come  è stato recentemente ricordato da G. Carpinelli in questo blog, “è stato a lungo saccheggiato e di lui molti ricordano solo poche formule (l’ottimismo della volontà, l’egemonia, odio gli indifferenti, Oriente e Occidente, il nazionalpopolare e forse qualche altra)”.
Alle citazioni, più o meno appropriate, non sempre però corrisponde una vera conoscenza del pensiero gramsciano. Nella introduzione al I volume della traduzione inglese dell'edizione critica dei Quaderni del carcere per la Columbia University Press, il curatore Joseph Buttigieg cita un passo di una lettera inviatagli da Michel Foucault in cui si definisce Gramsci “un auteur plus souvent cité que réellement connu”.
Non mi è noto il resto della lettera e la citazione isolata potrebbe essere interpretata in più modi. Ma, per quel po’ che so di Foucault, suppongo che il suo intento fosse quello di richiamare a uno studio più attento e minuzioso dell’opera di Gramsci, non limitandosi a brevi citazioni o a riferimenti spesso di seconda mano.
Però…
Però l’opera di Gramsci è di difficile lettura perché – a causa prima delle occasioni specifiche che stimolano le riflessioni del notista politico e successivamente, per quanto riguarda le Lettere o i Quaderni, delle risapute condizioni in cui l’Autore è costretto a documentarsi e a scrivere – si presenta spesso come una collezione di frammenti, di “Note” o “Noterelle” che Gramsci avrebbe voluto riprendere e rielaborare e sistematizzare. Proprio questo “limite” può giustificare l’uso o l’abuso di citazioni isolate dal contesto, poiché lo stesso “contesto” non è sempre chiaramente definito e definibile.
Quanto si vuole realizzare in questa “avventura” – proporre o “riproporre” la lettura di una “pillola gramsciana” settimanale con un breve commento a mo’ di introduzione e di “contestualizzazione” – è proprio indurre a una conoscenza più profonda di alcune parti del testo gramsciano in modo che, riprendendo l’affermazione di Foucault, Gramsci sia non soltanto “citato” ma anche più intimamente “conosciuto”. Tutto questo senza nessuna pretesa di esaustività o di sistematizzazione perché (ecco la prima “pillola”):

“Se si vuole studiare la nascita di una concezione del mondo che dal suo fondatore non è mai stata esposta sistematicamente (e la cui coerenza essenziale è da ricercare non in ogni singolo scritto o serie di scritti ma nell’intiero sviluppo del lavoro intellettuale vario in cui gli elementi della concezione sono impliciti) occorre fare preliminarmente un lavoro filologico minuzioso e condotto col massimo scrupolo di esattezza, di onestà scientifica, di lealtà intellettuale, di assenza di ogni preconcetto ed apriorismo o partito preso. […] La ricerca del leit-motiv, del ritmo del pensiero in isviluppo, deve essere più importante delle singole affermazioni casuali e egli aforismi staccati.
Questo lavoro preliminare rende possibile ogni ulteriore ricerca.” (Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 1977, pp. 1840-42).

Gramsci si riferiva a Marx, ma il suggerimento sembra valido anche per la sua opera.
La nota da cui è tratta la citazione si intitola significativamente Quistioni di metodo: è il metodo a cui dovremo attenerci anche nella somministrazione delle nostre “pillole”.

Francesco Scalambrino