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giovedì 4 giugno 2026

La Russia in trappola


Putin è impantanato in una guerra impossibile da vincere



 Il forum economico di San Pietroburgo è la risposta russa a quello di Davos, in Svizzera. Si tratta di una creazione di Vladimir Putin, un palcoscenico dove in passato il presidente russo invitava i vertici della politica e dell’economia occidentale. Ma il 3 giugno, in occasione dell’apertura del forum, l’Ucraina ha rovinato la festa: un drone si è schiantato su una raffineria della città provocando un incendio. Un’immensa colonna di fumo nero si è alzata nel cielo, simbolo dell’arrivo della guerra nel feudo di Putin, a mille chilometri dal territorio ucraino.

Volodymyr Zelenskyj ha rivendicato l’attacco, insieme ad altre operazioni contro diverse strutture industriali in Russia e nella Crimea occupata. È stato un modo per rispondere agli attacchi brutali con missili e droni lanciati il giorno prima dalle forze russe contro le città ucraine, che hanno causato 22 morti. L’Ucraina incassa colpi duri, ma è anche capace di reagire.

Le difficoltà della difesa aerea russa nel bloccare le incursioni dei droni ucraini non sono l’unica minaccia del momento, al punto che oggi è lecito sollevare un interrogativo: Putin sta perdendo la guerra?

Prima di tutto è giusto sottolineare che il semplice fatto di porsi questa domanda è il segno di un ribaltamento della situazione. Un anno fa parlavamo del possibile crollo dell’esercito ucraino a causa dell’avanzata russa, mentre al momento i russi hanno smesso di guadagnare terreno e in alcune aree sono stati addirittura costretti ad arretrare.

I motivi di preoccupazione per Mosca si moltiplicano anche sul fronte interno e riguardano l’economia, la politica, il morale della popolazione e la paranoia personale di Putin, le cui apparizioni sono accompagnate da un dispositivo di sicurezza rinforzato.

Segnali d’allarme

Il costo della guerra è prima di tutto umano: cinquecentomila morti russi in quattro anni sono un numero enorme se consideriamo la sproporzione tra i mezzi dei due paesi all’inizio del conflitto. Tutto questo senza riuscire nemmeno a controllare l’intero Donbass. Un articolo pubblicato da una rivista vicina al governo di Mosca ha sottolineato per la prima volta che l’obiettivo di un cambio di regime a Kiev è ormai “irraggiungibile” e che una pace negoziata sarebbe nell’interesse della Russia.

Putin, però, non sembra disposto a invertire la rotta. Al contrario, pare che sia talmente ossessionato dalle operazioni militari da trascurare altri argomenti. Ma i segnali d’allarme si moltiplicano: il costo astronomico della guerra non è stato compensato dall’aumento del prezzo del petrolio, mentre la popolarità del presidente è in calo e il malumore emerge nonostante le restrizioni su internet.

Il sistema russo è abbastanza solido da evitare una crisi, almeno fino a quando l’apparato statale, militare e di sicurezza si terrà alla larga dalle crepe e dalle divisioni. Ma la domanda si pone: per quanto tempo la Russia è disposta a sacrificare i suoi giovani e la sua economia nel nome di una guerra che si sta rivelando impossibile da vincere sul piano militare e difficile da interrompere senza accettare una sconfitta?

Davvero una potenza nucleare può perdere una guerra? Forse non militarmente, ma ricordiamo che nel 1988 Michail Gorbačëv aveva ritirato le truppe sovietiche dall’Afganistan perché aveva capito che il conflitto era diventato un cancro per la società. Putin è alle prese con lo stesso dilemma, ma non è detto che abbia la lucidità necessaria per trarre le stesse conclusioni.

giovedì 23 aprile 2026

La fortuna abbandona gli sprovveduti

Andrea Colombo
Meloni può prendersela solo con se stessa

il manifesto, 23 aprile 2026

Che ci sia anche un pizzico di sfortuna, quella che la vittimista di palazzo Chigi lamenta ogni volta che sale su un palco, è indiscutibile. Ma la mala sorte, proprio come quella ottima, colpisce soprattutto chi le ha dato una mano e le ha spianato la strada. Mancare il traguardo del deficit al 3% per due soldi, dopo anni di rigore da fare invidia a Mario Monti, sembra davvero una beffa del destino.

Tanto più che quella cifretta esigua costringe a restare nella gabbia della procedura d’infrazione e porta a fondo il sogno a lungo carezzato di una finanziaria acchiappavoti. Ma se la premier non si fosse intestardita nel buttare soldi nel braccio di mare che separa l’Italia dai suoi centri in Albania oggi avrebbe la sua «manovra espansiva» (*). Chi è causa del suo mal…

La mazzata è pioggia sull’alluvionato. La prospettiva di una crisi che nelle previsioni del commissario europeo all’Economia Jorgensen sommerà quelle del 1973 e del 2022 messe insieme, punendo l’intera Europa e l’Italia un po’ più degli altri, è da scongiuri ed esorcismi. Come segnala il mesto Giorgetti, negli ospedali da campo i ministri in veste di esausti medici militari sono sommersi da ondate di feriti gravi e «non possiamo dargli l’aspirina».

Bisognerebbe ricorrere a rimedi adeguati, come la flessibilità invocata dal ministro. Non è colpa del governo italiano se Bruxelles da quell’orecchio non ci ha mai sentito e si ostina nell’errore con baldanzoso spirito suicida. Però quelle regole capestro il governo italiano le ha accettate e firmate di buon grado in cambio del sorriso di Ursula von der Leyen. Meloni, in fondo, era arrivata al potere promettendo di dire qualche no. Senza pretendere eccessiva coerenza si poteva evitare la prosternazione.

Le disgrazie si sa che non vengono mai sole e la premier dovrà forse fare presto i conti con un altro guaio. Il fattaccio del dl Sicurezza si lascerà dietro ferite non cicatrizzate. Il presidente è stato costretto, in nome di quel che a torto o a ragione considera il male minore, ad accettare una soluzione pasticciata, ai confini del farsesco. Impossibile credere che non ci saranno strascichi.

Sempre che vada tutto bene e non è detto: il dl Sicurezza da domani sarà legge, il decretino ammazza-decretone invece lo sarà definitivamente solo fra due mesi e se al momento della conversione il disperato cavallo pazzo leghista dovesse imbizzarrirsi e mitragliare emendamenti il quadro sarebbe da si salvi chi può. Il rischio è limitato.

Però è un fatto che la maggioranza stenti a partorire quel dl già concordato, fatichi ad avere ragione delle bizze leghiste e la cosa non depone bene. Ma quella trappola la destra se la è costruita tutta da sola e la premier ha anche avuto il coraggio di rivendicare il demenziale strafalcione definendolo «norma di buon senso».

La sconfitta referendaria probabilmente la presidentissima non poteva evitarla, anche se pubblicizzare una riforma di ispirazione garantista promettendo più galera per tutti non è stata la più brillante delle idee. Ma il guaio grosso è che, oltre la riforma affossata dagli elettori, in tre anni e passa il governo che voleva passare alla storia non ha fatto niente se non vivacchiare alla democristiana di bassissimo livello, impegnandosi soprattutto a sfamare gli allupati distribuendo poltrone. Non si può dire che nel frattempo abbia imparato qualcosa: di fronte alle nomine di ieri avrebbero storto il naso persino gli andreottiani di quarta fila.

Per quanto evidenti fossero i limiti di Donald Trump, la nostra premier non poteva certo prevedere che si sarebbe rivelato tanto fuori controllo e forse anche di testa da costringerla a ripararsi tra le braccia del nemico Macron, con la coda tra le gambe e in veste di parente povera. Ma nessuno la costringeva a tentare l’assurda acrobazia «equidistante» camminando su una fune dalla quale non poteva che precipitare.

L’esito è che oggi i soli involontari aiuti la premier li riceve dall’ex amico americano con le sue sberle e dal tiranno russo un tempo preso a modello che la fa insultare in diretta tv. Ironia storica impareggiabile.

La realtà è che nel complesso Giorgia Meloni ha goduto di una fortuna da vincita miliardaria al lotto. Enrico Letta le ha regalato una vittoria schiacciante che con le sue forze non avrebbe mai ottenuto. La guerra in Ucraina le ha aperto i salotti di tutto l’occidente. Nessun leader si era mai trovato miracolosamente tra le mani strumenti così potenti. Li ha usati per scavarsi la fossa e può prendersela solo con se stessa.

(*) Il cpr in Albania è costato 670 milioni di euro.  Sulla base dei dati Istat relativi ai conti economici nazionali, un aumento pari allo 0,1% del rapporto deficit/PIL in Italia corrisponde approssimativamente a circa 2,2 miliardi di euro.


sabato 14 marzo 2026

L'abbaglio di Donald



Goffredo Buccini
L'abbaglio di Donald

Corriere della Sera, 14 marzo 2026

La guerra americana va complicandosi. Le distonie tra il comandante in capo e il capo del Pentagono denunciano improvvisazione. «Abbiamo quasi finito», ha sostenuto Donald Trump mentre il pur fedele Pete Hegseth annunciava «gli attacchi più pesanti» sull’Iran. Gli Usa starebbero «combattendo per la libertà degli iraniani» aveva affermato in precedenza il presidente, mentre il suo ministro chiariva che la guerra non ha nulla a che fare con il nation building o la democrazia.
Così, se è evidente il peso di costi sempre più smisurati per gli Stati Uniti e per l’intera economia mondiale a causa dell’operazione Sansone con cui Teheran tenta di terrorizzare i Paesi del Golfo trascinandoli nella propria caduta (senza risparmiare il vitale Stretto di Hormuz) ciò che appare più preoccupante è il progressivo disvelarsi di un grande vuoto. L’assenza di una strategia sembra essersi sposata dapprincipio col retropensiero di poter fare in Iran ciò che a inizio gennaio era stato fatto in Venezuela: un cambio di regime tramite un blitz con cui decapitare il nemico per poi trattare con un successore addomesticato dalla paura.
Allora la friabilità di Caracas consentì alla Delta Force di andare addirittura a catturare Nicolás Maduro per portarlo in ceppi in un carcere di Brooklyn: la vice di Maduro, Delcy Rodriguez, diventò obbediente vassalla di Washington in un batter di ciglia. Il diverso spessore difensivo dei pasdaran e le imparagonabili dimensioni geopolitiche dell’Iran hanno sconsigliato un’analoga incursione di terra, inducendo così all’eliminazione diretta dell’ayatollah Khamenei coi primi devastanti raid missilistici congegnati con Israele.
Ma l’idea di fondo era ed è la stessa. Questa ricetta del cambio di regime (o, meglio, della sua sottomissione: Trump avrebbe voluto «nominarne» lui stesso il nuovo capo) si sta rivelando impraticabile. Ed è stata perciò via via rimpiazzata da altri target intermedi (il programma nucleare e i missili balistici iraniani, il sostegno ai proxy) che s’impantanano tutti davanti a un’evidenza: gli ayatollah non mollano. E hanno affinato una dottrina «a mosaico» con una trentina di comandi provinciali separati per renderne impossibile la distruzione simultanea, garantendo continuità. Secondo il New York Times, che cita fonti militari, Teheran ha accettato di non poter competere per potenza di fuoco e si sta «adattando» all’assalto di Usa e Israele.
Che ne avesse la capacità era chiaro sui paper strategici sin dal 2010. Ma Trump lo ha ignorato. Sulla sua sventatezza patologica s’è accumulata negli Usa una ponderosa letteratura sin dal primo mandato: è purtroppo plausibile che queste giornate andranno ad arricchire la collezione. Tuttavia, nel caso specifico, il presidente americano è in qualificata compagnia per via di una sindrome molto legata a una ben precisa concezione del potere. Nel suo Nexus, Yuval Noha Harari affronta il tema della paranoia che spinge un autocrate ad affidarsi a qualche pretoriano che gli dia sempre ragione distaccandolo così dalla effettiva comprensione dei fatti. L’esempio è l’imperatore romano Tiberio che finì per mettersi nelle mani del suo prefetto Lucio Elio Seiano, capace di fargli il vuoto attorno. L’altra faccia di questa medaglia è ovviamente l’avversione ad ascoltare opinioni in dissenso.
Intendiamoci. La distanza morale tra Iran e Ucraina sta in premessa. Teheran ha promosso per mezzo secolo il terrorismo e ispirato il pogrom del 7 ottobre: la caduta degli ayatollah sarebbe un bene per il mondo. Kiev ha difeso con coraggio la propria democrazia dalla brutale invasione d’un nemico più potente: la sua caduta sarebbe un colpo esiziale per tutti noi europei. Ciò detto, l’abbaglio di Trump sull’Iran e quello di Putin sull’Ucraina sono simili per motivazioni ed esiti. Il presidente americano ha volutamente frainteso gli ammonimenti che venivano dal capo degli Stati Maggiori Riuniti, Dan Caine (non un boyscout: alla nomina gli promise «ucciderò per lei, signore!»). Il generale, raccogliendo il pensiero dei vertici militari, l’aveva avvisato che la guerra non sarebbe stata breve né facile e che i soldati americani, esposti al rischio della rappresaglia pasdaran, sarebbero stati uccisi o feriti. Trump ne ha travisato il pensiero su Truth: «Caine è convinto che un’operazione militare sarà una facile vittoria». E s’è lasciato blandire dall’opportunista JD Vance, il quale, messa da parte la radicata ostilità per l’intervento, ha consigliato al suo capo di andare «big and fast».
Putin, che durante l’isolamento da Covid aveva divorato libri sulla storia russa riflettendo sul posto che gli sarebbe spettato, s’è fatto persuadere dagli immancabili lacchè di ciò di cui era già persuaso: che gli ucraini avrebbero accolto come fratelli i soldati della Federazione (non a caso provvisti di divise da parata negli zaini). E ha zittito minacciosamente l’unico che, avendo notizie contrarie, tentava di metterlo sull’avviso: il capo dei servizi segreti Sergej Naryshkin, trattato quasi da traditore al Consiglio di sicurezza convocato appena prima dell’invasione. Come è noto, anziché gli attesi fiori, gli ucraini sin dal primo giorno hanno lanciato molotov sui carri nemici.
Poiché Putin è un tiranno fortunato, l’abbaglio di Trump si sta ora rivelando per lui provvidenziale: più dura la guerra iraniana, più sale il prezzo del petrolio, più le casse russe si rimpinguano in vista di nuovi round contro il povero Zelensky. E poiché il presidente americano non si lascia certo sfuggire l’occasione per dargli una mano ulteriore, gli sta allentando le sanzioni. «In Iran non abbiamo ancora finito», ha infine detto, con l’ennesima capriola. A Mosca, sulla carta alleata di Teheran, qualcuno sorride in segreto.

lunedì 23 febbraio 2026

Ucraina senza pace

Nathalie Tocci
Così Trump ha allungato la guerra in Ucraina

La Stampa, 23 febbraio 2026

Sono passati quattro anni dall’invasione russa su larga scala dell’Ucraina e dodici dall’inizio della guerra, scatenata dall’annessione della Crimea e dall’attacco russo nel Donbas. È la più lunga e sanguinosa in Europa dalla Seconda guerra mondiale: tra morti e feriti, civili e militari, si stimano circa due milioni di vittime. Non sappiamo quanto durerà ancora: dipende dalla velocità con cui si esauriranno le risorse a disposizione dell’unica persona che può porvi fine, il presidente russo Vladimir Putin. Ciò che sappiamo è che il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha probabilmente prolungato la guerra, e sicuramente l’ha resa più violenta.

La guerra in Ucraina non è difficile da comprendere. Il Donbas, l’espansione della Nato a Est, i diritti linguistici della minoranza russofona sono tutti argomenti usati come specchietti per le allodole, carne da macello per la disinformazione russa che si diffonde sui media e si insinua nelle istituzioni. Alla radice del conflitto c’è solo l’ossessione di Putin di ricostruire un impero perduto. E le guerre imperiali, a differenza di quelle civili o secessioniste, si concludono con la vittoria o la sconfitta di una delle parti; la colonizzazione avviene o non avviene, non ci sono vie di mezzo. Il mio non è un auspicio, ma una constatazione analitica.

La guerra in Ucraina è la guerra di Putin, e per Mosca non sta andando bene. Nel 2014, in pochi mesi, la Russia aveva occupato il 14% del territorio ucraino con pochissime vittime e sanzioni irrisorie da parte della comunità internazionale. Negli ultimi quattro anni, ha conquistato solo un altro 6% del Paese. Negli scorsi 12 mesi, l’avanzata è stata poco più dell’1%. Intanto, Mosca perde tra le 30 e le 40 mila unità al mese, e l’economia russa, escluso il comparto militare, è quasi completamente de-industrializzata. Il prezzo del petrolio, che nei primi due anni aveva sostenuto l’economia con picchi oltre i 100 dollari al barile, ora oscilla intorno ai 60 dollari, senza considerare lo sconto imposto sul greggio russo esportato soprattutto verso Cina e India.

I rubinetti del gas verso l’Europa sono quasi chiusi, e le vendite di Gnl compensano solo una frazione delle perdite. Se Putin voleva conquistare l’Ucraina per farne un trampolino verso mire imperiali ancora più ambiziose, le cose stanno andando assai male. Ma non per questo è pronto a cambiare strada: anzi, la prosecuzione della guerra è diventata essenziale per la sopravvivenza del suo regime. Se il conflitto cessasse oggi, Putin non potrebbe definirla una vittoria, l’economia di guerra si arenerebbe e il regime probabilmente imploderebbe. Se non si pedala, la bicicletta cade, e la guerra in Ucraina finirà quando, un giorno, la bicicletta russa cadrà.

L’Ucraina, però, soffre. Centinaia di migliaia di vittime, circa sette milioni di profughi, un quinto del Paese occupato e la crescente pioggia di missili e droni russi sulle infrastrutture energetiche da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, raccontano di un Paese esausto. È un’Ucraina stanca e sofferente, ma non meno determinata a resistere di quanto non fosse il primo giorno. Sacrificio e determinazione sono due facce della stessa medaglia: Kyiv resisterà finché la bicicletta di guerra russa non cadrà.

È una guerra imperiale che può essere accorciata o prolungata dagli attori esterni, a partire da Ue, Cina e Usa. I diciannove pacchetti di sanzioni europee contro la Russia adottati finora, gli aiuti militari ed economici all’Ucraina, l’accoglienza ai profughi e le prospettive di adesione all’Ue mirano a rafforzare chi resiste e indebolire chi aggredisce. Dal sostegno a Kyiv spesso erogato col contagocce agli asset russi congelati ma non utilizzati, fino alle sanzioni su Mosca, incrementali e troppo spesso aggirate, l’Europa potrebbe fare di più. Ma ha mantenuto dritta la barra strategica e morale in questi quattro anni.

La Cina, pur ribadendo la propria neutralità, ha contribuito ad allungare il conflitto. Sebbene abbia aiutato a frenare le minacce nucleari di Mosca, Pechino ha fornito linfa vitale all’economia, alla tecnologia e, indirettamente, al settore militare russo, prolungando così la guerra.

Infine, gli Stati Uniti. Con Trump, la politica è cambiata radicalmente. L’ex presidente Joe Biden era criticabile per l’eccessiva cautela, che ha favorito una guerra di logoramento, ma almeno agiva nel campo giusto. Trump fa l’opposto: pensava di porre fine al conflitto con un’intesa-lampo tra “uomini forti”, a spese degli ucraini. Nel suo mondo, le guerre le vincono i forti a scapito dei deboli; e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, a suo dire, non aveva le carte in mano. Per accelerare la fine della guerra con la sconfitta dell’Ucraina, Trump ha cercato di toglierle le poche risorse disponibili. Oggi gli Usa non forniscono più aiuti militari a Kyiv. Il supporto di intelligence statunitense rimane importante, ma meno di un anno fa, sostituito in parte dagli europei.

Trump forse crede ancora di poter sottomettere Zelensky e il popolo ucraino, costringendoli ad abbandonare territori che la Russia non è riuscita a conquistare, minacciando di negare loro le garanzie di sicurezza. Ma a quali garanzie di sicurezza degli Stati Uniti guidati da Trump si può credere se persino l’articolo 5 della Nato (cioè la clausola di difesa collettiva in caso di attacco ai danni di uno dei Paesi membri) rischia di diventare carta straccia con le minacce di annessione della Groenlandia, e ogni accordo commerciale siglato da questa amministrazione sembra destinato a essere disatteso? Chi non ha le carte in mano sulla guerra è proprio il presidente Usa. O meglio, Trump avrebbe le carte per accorciare il conflitto, sanzionando ulteriormente la Russia, anziché legittimandola. Ma ha scelto di non giocarle, prolungando così la guerra, e rendendo l’anno appena concluso quello finora più sanguinoso.

domenica 11 gennaio 2026

I limiti della potenza americana

Gilles Gressani, esperto di geopolitica: "La dottrina del trumpismo può essere espressa attraverso un concetto: la ricolonizzazione"
Le Monde, 11 gennaio 2026

Le rivoluzioni sono macchine strane: per evitare di crollare, devono accelerare. Nel 2026, il nuovo Trumpismo entra nel suo secondo anno. È un momento delicato. Molto è stato fatto in dodici mesi, ma è vero: è allo stesso tempo troppo e non abbastanza.

Le elezioni di medio termine si avvicinano, i sondaggi sono negativi per i repubblicani e, quando gli americani vanno a votare, i risultati sono ancora peggiori, come dimostrano le schiaccianti sconfitte alle elezioni per i sindaci di New York e Miami. I giudici sono ancora lì e le prove delle azioni del presidente americano al limite dell'illegalità si stanno accumulando. In meno di un anno, il patrimonio del presidente e della sua famiglia è aumentato di diversi miliardi di dollari, proprio nel momento in cui il potere d'acquisto rimane una questione estremamente delicata per chiunque non faccia parte dell'élite americana.

Le élite trumpiane lo sanno. Ecco perché, dal 2 gennaio, stiamo vivendo un momento geopolitico senza precedenti. Dalla Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti non avevano mai, nel giro di poche ore, minacciato di intervenire in cinque paesi stranieri – Cuba, Colombia, Iran, Messico e Groenlandia  [un'isola dipendente dalla Danimarca] – dopo averne attaccato un sesto  [Venezuela] . Mai prima d'ora avevano catturato e rapito un presidente in carica per processarlo. Mai prima d'ora avevano fatto dell'annessione territoriale un obiettivo esplicito della loro politica estera.

Nuovo impero clanico

Questa spettacolare dimostrazione di forza e brutalità ci tende una trappola. Se in Venezuela abbiamo assistito a un colpo di stato contro un dittatore – ma non ancora contro una dittatura – è perché, in realtà, l'unico vero tentativo di cambio di regime non sta avvenendo a Caracas, ma a Washington.

La dottrina complessiva del trumpismo è ora esplicita, radicale e reazionaria. Può essere espressa attraverso un concetto: ricolonizzazione .  "Riportare in auge il colonialismo" e  "Rendere di nuovo grande il colonialismo" sono diventati i nuovi slogan della principale potenza occidentale.

È un mondo nuovo, con un'anima antichissima. Un nuovo impero basato sui clan sta prendendo piede a Washington. Profondamente influenzato dai metodi della Silicon Valley, sta fondendo il settore pubblico e quello privato, cercando di trasformare gli Stati Uniti in un'azienda nelle mani di un CEO e il resto del mondo in spazi sottomessi da gestire in base alla loro redditività.

Il presidente americano possiede la forza dell'esercito più potente del mondo. Esercita anche l'immenso potere del suo apparato digitale. Chi può quindi resistergli? Realisticamente, sorgono due domande. La prima è puramente analitica: chi ha oggi la capacità di contrastare questo consolidamento imperiale, la vassallaggio dell'Europa e dell'Occidente, l'erosione della sovranità popolare e la disgregazione delle istituzioni pubbliche che ne deriva? Chi siamo noi per opporci alla trasformazione della NATO in un nuovo Patto di Varsavia  [un'ex alleanza militare tra i paesi dell'Europa orientale e l'URSS, creata nel 1955 e sciolta nel 1991] , dissolvendo ogni sovranità sostanziale in un vasto spazio algoritmico?

La seconda domanda, inscindibile dalla prima, è di tutt'altro ordine: cosa ne sarà di noi se non tentiamo di opporci a questo progetto? La forza dell'avventurismo emisferico della Casa Bianca deriva dall'impressione di inevitabilità che crea. È alimentato dallo shock e da una mentalità disfattista. La  compiacente sottomissione  dei nostri leader ha soffocato l'energia e la capacità d'azione dei nostri sistemi politici e delle nostre società.

Forza difensiva repubblicana

Eppure, nulla è scolpito nella pietra. Non siamo né pedine né spettatori passivi in ​​una partita a scacchi tra figure potenti. Il padrone del Cremlino, Vladimir Putin, l'ispiratore del nuovo trumpismo, non è riuscito, dopo quattro anni di guerra, a sottomettere una popolazione in armi. Le repubbliche sono forze insormontabili quando capiscono di dover combattere.

Ogni scontro geopolitico è anche uno scontro politico. Le istituzioni di Washington non sono – non ancora – quelle di Mosca. Oggi si dice che non ci sarebbe alcuna possibilità militare di resistere a un'occupazione della Groenlandia con la forza. Questo ignora il fatto che qualsiasi attacco, soprattutto mortale, contro soldati europei in posizione difensiva in Groenlandia rappresenterebbe un enorme problema politico per Donald Trump, sia per quanto riguarda i pesi e contrappesi ancora esistenti al Congresso, e soprattutto al Senato, sia per quanto riguarda il suo elettorato, inclusa la fazione suprematista bianca della sua base, o i suoi alleati nel resto del mondo.

Stiamo vivendo un momento che sembra – quasi caricaturalmente – gollista [gaullien]. Non c'è alcuna garanzia che sarà possibile resistere a questo consolidamento imperiale e alla sconfitta che ci promette. Ma tutto indica che, per rimanere ciò che siamo, dovremmo impegnarci per accelerarne la caduta. Il guinzaglio dell'impero non è abbastanza lungo da sottomettere a lungo tutti i popoli del mondo, e gli Stati Uniti sono ancora – per il momento – una repubblica.

Ciò richiede una chiara diagnosi della situazione attuale. Senza soccombere al disfattismo o alle illusioni, rompere con la logica degli aggiustamenti marginali ci permetterebbe di riconnetterci con la grande politica: abbracciare l'equilibrio di potere significherebbe liberare le energie necessarie per intraprendere una profonda trasformazione delle nostre istituzioni sclerotiche. Opporsi a questa controrivoluzione reazionaria, infatti, non deve equivalere a difendere l'Ancien Régime.

Si possono criticare le istituzioni della Quinta Repubblica, ma sono state concepite proprio per momenti come questo. La Francia è in una posizione unica in Europa per essere il primo Paese a dimostrare che, contro questo imperialismo basato sui clan, la richiesta di una forza repubblicana difensiva è profonda e popolare. Ha il potere di travolgere tutto ciò che incontra perché è contagiosa, al punto da ispirare e sostenere gli stessi americani.

Tutti capiscono cosa ci aspetta se non reagiamo, e cosa significhi veramente sottometterci a Washington e ai capricci dei nuovi signori della tecnologia. Se avete ancora qualche dubbio, guardate l'intelligenza artificiale di Elon Musk, con i suoi contenuti apertamente antisemiti e negazionisti dell'Olocausto, o la generazione di immagini pedopornografiche di vere ragazze nude da parte dell'algoritmo. E tutti capiscono anche un'altra cosa: in questo momento storico, saremo giudicati per ciò che abbiamo fatto, o non abbiamo fatto.

* Gilles Gressani  è presidente del Gruppo di studi geopolitici dell'Ecole Normale Supérieure e dirige la rivista "Le Grand Continent".

https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/01/11/gilles-gressani-specialiste-en-geopolitique-la-doctrine-du-trumpisme-peut-s-exprimer-a-partir-d-une-notion-la-recolonisation_6661343_3232.html?search-type=classic&ise_click_rank=1


Giuseppe Gagliano
La strategia di Sicurezza statunitense per un mondo che non esiste più

Analisi Difesa, 7 dicembre 2026

La nuova Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, pubblicata nel novembre 2025, è un testo che pretende di essere una bussola per i prossimi anni, ma finisce per somigliare più a una dichiarazione d’intenti ideologica che a un vero manuale di sopravvivenza in un mondo complesso e frammentato. Dietro il linguaggio solenne, le celebrazioni dell’“America forte” e i toni autocelebrativi, si intravede una potenza che fatica a riconoscere i propri limiti e a convivere con la fine della propria supremazia indiscussa.

Il documento parte da un atto d’accusa contro le élite del dopo guerra fredda: avrebbero inseguito il miraggio di un dominio planetario permanente, sacrificando industria nazionale, classe media e credibilità internazionale. Per rimediare, la nuova linea propone un ritorno alla “priorità degli interessi nazionali” e al rifiuto di istituzioni e vincoli sovranazionali. Ma, invece di produrre una vera ricalibratura, questa svolta rischia di diventare solo una versione più dura e più chiusa dello stesso universalismo americano: la convinzione che la sicurezza degli Stati Uniti coincida con l’ordinamento del mondo secondo criteri stabiliti a Washington. 

Sovranità come parola magica

La parola chiave della nuova dottrina è “sovranità”. Sovranità dei confini, del mercato interno, del sistema energetico, delle filiere industriali, perfino del discorso pubblico, visto come minacciato da potenze straniere, piattaforme digitali e organizzazioni internazionali. Non è solo una preoccupazione legittima, dopo decenni di delocalizzazioni e dipendenze strategiche: è una vera ossessione.

Ogni fenomeno viene ricondotto alla stessa matrice: migrazioni di massa, accordi commerciali, organismi multilaterali, intese sulla tutela del clima, tutto sarebbe un modo per indebolire l’identità e la sicurezza statunitensi. Da qui discende la volontà di rompere con la stagione del “libero commercio” e del multilateralismo e di tornare a una gestione bilaterale, transazionale e contingente dei rapporti esterni.

Il problema è che questo ritorno alla sovranità assoluta è pensato solo per gli Stati Uniti. Il documento proclama di difendere la piena legittimità di ogni Stato a perseguire i propri interessi, ma di fatto nega lo stesso diritto quando quegli interessi non coincidono con quelli di Washington. La libertà degli altri si ferma dove cominciano i corridoi energetici, le filiere di approvvigionamento e gli spazi di manovra militare voluti dagli Stati Uniti. 

L’emisfero occidentale come cortile di casa

Il capitolo sul continente americano è il più esplicito: si annuncia una sorta di “corollario” alla dottrina Monroe, con cui gli Stati Uniti si arrogano il diritto di impedire a potenze esterne di possedere infrastrutture strategiche, basi, porti, reti di comunicazione o risorse chiave in tutto l’emisfero.

L’obiettivo dichiarato è la stabilità: bloccare i flussi di droga, gestire la migrazione, garantire catene di approvvigionamento sicure. Ma lo strumento scelto è un misto di pressione militare, economica e diplomatica che lascia ben poco spazio alla sovranità degli altri. Si parla di “arruolare” Paesi della regione per stabilizzare aree di crisi, ospitare forze statunitensi, adattare la propria politica industriale alle priorità di Washington.

Non è una novità: la storia dell’America latina è piena di colpi di Stato, interventi mascherati, pressioni economiche. La differenza è che, oggi, sullo stesso terreno agiscono anche Cina, Russia, Turchia, monarchie del Golfo. Pensare di poterli cacciare tutti con qualche tariffa, qualche base navale e qualche prestito agevolato significa non capire che, per molti governi latinoamericani, la competizione tra potenze è diventata un’opportunità, non una minaccia. 

Asia: contenere la Cina senza dirlo

Il capitolo asiatico è in apparenza improntato alla moderazione. Si afferma di non voler la guerra con la Cina, ma di voler “riequilibrare” i rapporti economici, proteggere le filiere critiche, coordinarsi con alleati e partner per impedire qualsiasi forma di dominio regionale. Dietro la prudenza lessicale, però, c’è un obiettivo chiarissimo: contenere l’ascesa cinese in ogni settore.

Economia, tecnologia, finanza, spazio, mari: la regione del Pacifico viene descritta come il teatro decisivo del secolo. Il testo insiste sulla necessità di un sistema di alleanze che vada dal Giappone all’India, dall’Australia alla Corea, passando per i Paesi dell’Associazione del sud-est asiatico, legati tra loro da accordi militari, cooperazione industriale, progetti infrastrutturali e regole comuni sulle esportazioni sensibili.

Ma è proprio qui che la strategia mostra il fianco. Molti di questi Paesi hanno rapporti vitali con la Cina, sia commerciali sia finanziari. Accettare fino in fondo la logica americana del “disaccoppiamento” significherebbe mettere a rischio intere economie, catene logistiche, stabilità politiche già fragili. Washington chiede loro di aumentare la spesa militare, di offrire basi e porti, di esporsi nella confrontazione con Pechino. In cambio promette accesso al mercato statunitense, trasferimenti tecnologici, garanzie di sicurezza.

Ma non è affatto scontato che l’Asia voglia farsi trascinare in una nuova guerra fredda. Molti governi, dall’India all’Indonesia, puntano a un gioco multipolare: cooperare con gli Stati Uniti su difesa e tecnologia, senza rompere con la Cina sul piano commerciale. Pretendere un allineamento totale rischia di spingerli proprio tra le braccia di Pechino, o di rafforzare la loro tentazione di restare neutrali in caso di crisi su Taiwan. 

Europa tra paternalismo e diffidenza

La parte dedicata all’Europa è impietosa. Si descrive un continente in declino demografico, schiacciato da apparati burocratici sovranazionali, paralizzato da politiche migratorie giudicate suicidarie, prigioniero di dirigenti che censurano il dissenso e soffocano la libertà di espressione. La critica al “modello europeo” è così radicale da sfiorare il disprezzo.

Eppure, al tempo stesso, si sottolinea che l’Europa resta “vitale”: mercato centrale per le esportazioni statunitensi, culla di industrie avanzate, infrastrutture, ricerca scientifica. In altre parole: un alleato indispensabile, ma considerato inaffidabile sul piano politico e culturale.

La guerra in Ucraina è il banco di prova. La strategia riconosce che il conflitto ha reso l’Europa più dipendente dall’esterno per energia e sicurezza e che ha aggravato le divergenze interne.

Per questo indica come priorità la chiusura relativamente rapida delle ostilità, il ripristino di una stabilità strategica con la Russia e la ricostruzione di un’Ucraina “viabile”. L’interesse centrale, detto senza troppi giri di parole, non è tanto il destino di Kiev quanto la necessità di evitare che l’Europa rimanga intrappolata in una paralisi economica e politica che indebolirebbe l’intero blocco occidentale.

Qui emerge una contraddizione di fondo: da un lato si pretende che gli alleati europei aumentino la spesa militare fino a livelli molto superiori a quelli finora ritenuti accettabili; dall’altro lato si guarda con sospetto a leadership e governi ritenuti incapaci o poco legittimati. Si chiede all’Europa di essere forte, ma non autonoma; responsabilizzata, ma sotto tutela; “grande” solo nella misura in cui resta allineata alla linea statunitense sulla Russia, sulla Cina, sull’energia, sul commercio. 

Medio Oriente: dalla guerra alla gestione del rischio

Per mezzo secolo il Medio Oriente è stato il centro della politica estera americana. Il nuovo documento proclama che questa epoca è finita: grazie alla produzione energetica interna e agli accordi con Israele e monarchie del Golfo, la regione sarebbe ormai meno decisiva. In realtà, la strategia non si traduce in un vero disimpegno, ma in una diversa gestione del rischio.

Iran viene descritto come potenza indebolita dalle ultime operazioni israeliane e dalle azioni statunitensi contro il suo programma nucleare. La questione palestinese è presentata come in fase di “normalizzazione” grazie all’intesa per il cessate il fuoco e alla prospettiva di nuove intese tra Israele e Paesi arabi. La Siria è vista come potenziale candidato a una stabilizzazione guidata dagli attori regionali con il sostegno di Washington.

Dietro le formule ottimistiche restano però aperte tutte le fratture storiche: rivalità tra potenze regionali, fratture confessionali, milizie armate, sistemi politici autoritari. Gli Stati Uniti dichiarano di voler trattare i partner del Medio Oriente “così come sono”, senza più pretendere di esportare modelli democratici. In pratica, accettano regimi poco trasparenti purché garantiscano corridoi energetici, basi, cooperazione contro il terrorismo e, soprattutto, allineamento nel confronto con Iran, Russia e Cina.

La promessa è quella di ridurre le “guerre senza fine” e di sostituirle con accordi diplomatici mirati. Ma l’esperienza degli ultimi decenni insegna che, quando la regione entra in una fase di crisi, le stesse potenze che oggi puntano alla “gestione del rischio” finiscono per essere risucchiate in spirali di intervento sempre più profonde. 

Africa: risorse prima delle persone

Il capitolo sull’Africa è breve ma rivelatore. Gli Stati Uniti annunciano di voler passare da una logica di aiuto allo sviluppo a una logica di investimenti e scambi, privilegiando i Paesi giudicati “affidabili” e pronti ad aprire i propri mercati a imprese e tecnologie statunitensi.

Si insiste sulle potenzialità del continente in termini di minerali critici, energia, crescita demografica. Si parla di accordi nel settore nucleare civile, del gas, delle infrastrutture. Tutto giusto, in teoria. Ma il documento dedica pochissimo spazio alla questione della governance, delle disuguaglianze interne, dei conflitti locali. L’Africa appare come un grande magazzino da cui estrarre materie prime e consenso diplomatico, non come un insieme di società complesse, con interessi propri, memorie di colonizzazione, nuove classi dirigenti che non intendono più essere solo destinatarie di progetti decisi altrove.

Il rischio è evidente: se l’unico parametro di scelta sarà la fedeltà alla linea statunitense, la competizione con Cina, Russia, India, Turchia e monarchie del Golfo non farà che accentuare la frammentazione interna al continente, alimentando nuovi “clientelismi” geopolitici anziché sostenere una crescita autonoma. 

Il mito dell’“economia come arma totale”

In tutto il documento si respira l’idea che l’economia possa e debba essere usata come strumento integrale di potere. Tariffe, controlli sulle esportazioni, sanzioni finanziarie, incentivi fiscali, controllo delle filiere: tutto viene concepito come parte di un’unica macchina di pressione, da attivare verso avversari, ma anche verso alleati recalcitranti.

Si promette una grande “reindustrializzazione” interna: riportare in patria produzioni strategiche, rilanciare l’industria degli armamenti, garantire energia abbondante e a basso costo grazie a idrocarburi e nucleare, respingere le politiche di riduzione delle emissioni considerate un regalo ai rivali. È un programma ambizioso, che però si scontra con due ostacoli.

Il primo è sociale: riportare fabbriche e catene produttive negli Stati Uniti richiede non solo investimenti pubblici e privati, ma anche manodopera qualificata, infrastrutture, sistemi educativi, alloggi, servizi.

Non basta alzare i dazi per far ricomparire miracolosamente l’industria primaria e quella pesante. Il secondo ostacolo è internazionale: un uso sempre più esteso di sanzioni, blocchi e condizionamenti può spingere gli altri attori a costruire sistemi alternativi di pagamento, nuove valute di riferimento, accordi commerciali sganciati dal dollaro. La supremazia finanziaria statunitense, che il documento dà quasi per scontata, è proprio ciò che viene messo in discussione da questa strategia aggressiva. 

Soft Power in crisi

Curiosamente, in mezzo a tante parole d’ordine muscolari, il testo riconosce anche l’importanza del potere morbido (soft power): la capacità degli Stati Uniti di attrarre con cultura, scienza, innovazione, modelli di vita. Ma la soluzione proposta per “rafforzare” questo potere è quasi esclusivamente morale: recuperare l’orgoglio nazionale, esaltare il passato, respingere la critica interna, schiacciare quelli che vengono percepiti come movimenti “antiamericani” dentro il Paese stesso.

È una contraddizione evidente. Il potere morbido statunitense è nato, storicamente, proprio dalla capacità di presentarsi come società aperta, autocritica, capace di mettere in discussione le proprie ingiustizie. Chiudere gli spazi di dissenso in nome della sicurezza nazionale significa indebolire quella forza di attrazione, trasformando la democrazia americana in una fortezza assediata che non ammette dubbi. 

Una strategia di transizione, non di visione

In conclusione, la Strategia di sicurezza nazionale del 2025 è un documento che fotografa perfettamente il momento storico degli Stati Uniti: una grande potenza che non si rassegna a essere “una” delle potenze, che vuole difendere il proprio primato con tutti gli strumenti possibili, ma che al tempo stesso non offre una visione condivisibile del futuro.

Il testo denuncia gli eccessi del globalismo, ma propone solo una sua versione ristretta e gerarchica, dove il mondo continua a essere diviso tra chi comanda e chi deve allinearsi. Invoca la fine delle guerre infinite, ma non rinuncia all’idea di poter gestire dall’alto i conflitti altrui, scegliendo di volta in volta quali meritino un cessate il fuoco e quali una pressione ulteriore.

Soprattutto, resta prigioniero di una certezza: che l’ordine mondiale sia legittimo solo quando coincide con l’interesse nazionale americano. È una posizione comprensibile per una potenza abituata a decenni di supremazia, ma difficilmente sostenibile in un sistema internazionale che, piaccia o no, è già entrato in una fase multipolare.

L’America potrà ancora pesare moltissimo, forse più di chiunque altro. Ma non potrà più decidere da sola le regole del gioco. Una vera strategia dovrebbe partire da qui. Questa, al contrario, è ancora un tentativo di tenere vivo un mondo che non esiste più.

venerdì 9 gennaio 2026

Ucraina senza pace

Gianluca Di Feo
La guerra di Putin lunga come quella di Stalin

la Repubblica, 9 gennaio 2026

Oggi è una data particolare, che può aiutare a capire alcune cose sul conflitto in Ucraina. E soprattutto può contribuire a smontare la narrativa sull’invincibilità della Russia, alimentata anche da Donald Trump. Sono trascorsi infatti 1.415 giorni dall’inizio dell’invasione ordinata da Vladimir Putin: l’identica durata della Seconda guerra mondiale per l’Urss. L’attacco tedesco è scattato il 22 giugno 1941 e si è concluso con la resa incondizionata del Terzo Reich il 7 maggio 1945. Nello stesso periodo di tempo l’Armata Rossa si è difesa combattendo fino alle porte di Mosca, poi dopo Stalingrado ha iniziato ad avanzare arrivando a espugnare Berlino e occupare l’intera Europa orientale, dalla Bulgaria alle Repubbliche Baltiche.

A che punto è la guerra in Ucraina

Oggi il Cremlino cerca di evocare quei successi con l’appello alla nuova guerra patriottica, che ha sostituito la più asettica definizione di “Operazione militare speciale”. Il confronto tra i risultati ottenuti sul campo però è impietoso. In quasi quattro anni di battaglie i russi hanno conquistato Mariupol e la costa del Mar d’Azov, le pianure in parte delle regioni di Zaporizhzhia e di Kherson mentre neppure l’obiettivo iniziale di “liberare” il Donbass è stato raggiunto. Gli ucraini, infatti, continuano a resistere ostinatamente nelle ultime roccaforti del Donetsk e nemmeno la caduta di Pokrovsk, annunciata dal presidente russo il primo dicembre, si è ancora concretizzata.

Un confronto impietoso

Il dettaglio dei numeri è esplicito. L’assalto iniziale della primavera 2022 ha fatto dilagare le brigate del Cremlino in 119 mila chilometri quadrati di Ucraina, ma il contrattacco di Kiev entro dicembre ne ha ripresi oltre 74 mila. Dopo il 2023 trascorso sulla difensiva, i russi hanno ripreso la marcia nel 2024 occupando 4.168 chilometri a cui se ne sono aggiunti altri 4.700 lo scorso anno. Il bilancio totale è di 53.868 chilometri quadrati: la superficie di Lombardia, Piemonte e Liguria. Nello stesso tempo, le truppe di Stalin hanno perso e riconquistato 1,6 milioni di chilometri quadrati dell’Urss per poi scacciare le forze tedesche da altri 1,1 milioni di chilometri quadrati dell’Est Europa.

Quanti sono morti allora e oggi

Indubbiamente questa vittoria – fondamentale per la sconfitta del nazismo – ha richiesto un tributo di sangue enorme per il popolo sovietico: si parla di 27 milioni di morti, con una stima di vittime civili che tocca i 18 milioni. Si tratta di 10 morti o – se consideriamo soltanto i militari – di circa tre caduti per ogni chilometro quadrato. Molti di meno se si include nel calcolo la ritirata fino al Don.

Oggi le stime sulle perdite russe oscillano tra 250 mila e 350 mila uomini: tra cinque e sette soldati hanno perso la vita per ogni chilometro sottratto all’Ucraina. Una statistica che rende chiara la brutalità dei combattimenti in corso, con un livello di letalità che secondo gli osservatori è cresciuto negli ultimi mesi.(reuters)

Le difficoltà di Putin

Questi dati non possono avere valore statistico, perché la natura dei conflitti è troppo diversa: l’ecatombe della guerra totale che ha dilaniato il Continente tra il 1939 e il 1945 fortunatamente non si sta ripetendo, anche se la quantità di città e villaggi rasi al suolo nel Donbass continua ad aumentare. Il parallelismo tra i 1.415 giorni di orrore mette in luce però le difficoltà che il Cremlino incontra sul terreno, nonostante abbia invaso una nazione di gran lunga meno grande, meno popolosa e meno ricca. E non sono gli aiuti bellici occidentali ad avere fermato l’avanzata trionfale di Mosca – quelli americani si sono interrotti nello scorso giugno – quanto la determinazione e l’organizzazione dimostrata dagli ucraini.

Nell’introdurre il paragone tra le due guerre, bisogna però tenere presente un fattore chiave: la Russia non ha schierato tutte le sue risorse umane ed economiche. Putin non ha introdotto la mobilitazione: al fronte vanno solamente volontari e quasi 30 mila ogni mese mese si arruolano attratti da paghe altissime e pacchetti di benefici. Le esportazioni di materie prime hanno alimentato un’industria bellica che acquista potenza di settimana in settimana, senza tagliare la spesa pubblica in altri settori o alzare le tasse. Questo ha permesso al Cremlino di mantenere sostanzialmente intatto il consenso interno. Finora. Perché il nuovo anno si annuncia problematico. Il calo del prezzo del petrolio e le iniziative statunitensi per ostacolare il contrabbando di greggio, il boom del debito statale e il costo dell’armata stanno pesando, tanto da avere dovuto imporre per la prima volta nuove gabelle.

Le sofferenze e la difficoltà dell’Ucraina sono sotto gli occhi di tutti: i bombardamenti della rete elettrica hanno reso l’inverno un incubo e le perdite – la Bbc ritiene che i militari uccisi siano 140 mila – stanno spazzando via una generazione. Dopo 1.415 giorni, questa carneficina ha bisogno di essere fermata ma nessuno riesce a trovare la formula per una “pace giusta”.