Gian Enrico Rusconi
Papa Francesco, la solitudine del rivoluzionario
Bergoglio e i cambiamenti nella Chiesa, bestseller al Salone. Ma un libro di Marco Politi: quale sarà l’approdo?
La Stampa, 8 maggio 2014
Si sente una nuova sottile amarezza nelle espressioni pubbliche di papa
Francesco alla fine del suo «primo anno di grazia». I temi della
«tenerezza» e della «misericordia» lasciano il posto all’accorata
denuncia della ricerca della vanità, del potere, del denaro.
Particolarmente dure ed esplicite sono le critiche agli uomini di Chiesa
che non sono all’altezza della loro missione.
Nell’enfasi pubblica
che accoglie sistematicamente ogni parola o raccomandazione del
Pontefice, si percepisce la delusione che alle parole non seguono gli
attesi pronti mutamenti concreti nella realtà ecclesiale e sociale.
Bergoglio è troppo intelligente per non capire che la continua
evocazione della sua «rivoluzione» a fronte dell’immobilismo della
comunità ecclesiale e civile, cui è rivolta, rischia di logorarsi come
mero annuncio mediatico.
«Si sentono applausi scroscianti da tutte
le parti e al contempo si avverte una grande inerzia nelle strutture
ecclesiastiche», scrive Marco Politi nel suo libro Francesco tra i lupi.
Il segreto di una rivoluzione (Laterza, 2014), uno studio che è tra i
più informati e attenti al fenomeno Bergoglio.
L’interesse del
lavoro sta anche nel modo in cui è costruita la narrazione e la
documentazione. Testimonia – forse senza volerlo – l’evoluzione di
giudizio degli osservatori simpatetici verso il Papa. Si trovano davanti
ad una personalità che si rivela assai più complessa e difficile da
capire, dotata di qualità e limiti che contrastano sia le entusiastiche
valutazioni iniziali che le irritate stroncature.
Del libro di
Politi vorrei qui mettere in evidenza soltanto alcuni passaggi, che
portano a quesiti cruciali aperti. Dopo una acuta analisi del
predecessore Ratzinger e della dinamica interna del Conclave («Il colpo
di stato di Benedetto XVI», «I segreti del conclave anti-italiano»)
sorge il dubbio se tutti i cardinali elettori conoscessero davvero il
nuovo eletto Bergoglio. A questo proposito sono preziose le pagine del
libro dedicate alla sua biografia, le vicende pregresse di Superiore
generale dei gesuiti, il difficilissimo periodo della dittatura
argentina e l’esperienza di arcivescovo di Buenos Aires. Viene fuori una
personalità di pastore tutt’altro che politicamente disarmato, ma abile
nel muoversi in una società complessa, civile e clericale. «A Buenos
Aires negli ambienti cattolici e no, il giudizio sulle qualità di
Bergoglio come dirigente è unanime. E’ un uomo di comando, dicono». Ma
non meno straordinaria è l’autocritica che Bergoglio fa
retrospettivamente proprio su questo punto, ripromettendosi di avere un
atteggiamento di paziente attenzione verso tutti.
Il Papa che viene
dalla «fine del mondo» non è uno sprovveduto né per esperienza, né per
cultura, né per dottrina. Ma probabilmente ha sottovalutato la
resistenza ( dei suoi stessi grandi elettori) a innovare davvero gli
atteggiamenti pastorali, riaprendo anche implicitamente una riflessione
dottrinale. Ma su questo punto sembra solo. Non a caso gli si rimprovera
una certa leggerezza dottrinale nella controversa problematica della
«pastorale della famiglia». Su questo si arriverà presto ad un
confrontoscontro sulla questione (apparentemente marginale)
dell’eucarestia per i credenti divorziati e risposati.
Credo che
Papa Bergoglio sia consapevole che la posta in gioco non sia soltanto
pastorale ma dottrinale . Ma è un modo concreto di affrontare il tema
del «peccato» , che è stato toccato soltanto genericamente in uno dei
dialoghi «laici» dell’inizio del suo pontificato che tanto hanno
contribuito a creare la sua immagine pubblica. Non è stata semplicemente
la sua personalità umana ma i suoi strappi verbali e una implicita
ermeneutica dottrinale innovativa a sdrammatizzare il contrasto tra
credente e non credente, spiazzando anche molti laici nostrani. «Al Papa
argentino è del tutto estranea l’idea che l’essere atei provochi
sofferenza e porti alla decadenza dell’umano» – ricorda Politi. Ma mi
chiedo quali conseguenze pratiche avrà questo atteggiamento sul
contenzioso sempre aperto nel nostro paese sui diritti civili e
personali che sinora ha dovuto fare i conti con la barriera dei «valori
non negoziabili»?
Il giudizio di Politi sembra sospeso come su altre
questioni. Parlando del «programma della rivoluzione» lo sintetizza
così: riformare la Curia rendendola più snella ed efficiente, fare
pulizia nella banca vaticana e promuovere la collegialità, instaurando
consultazioni frequenti tra il Pontefice, il collegio cardinalizio
(istituito, con esplicito compito di sostegno al Pontefice) e le
conferenze episcopali. Notoriamente sono iniziative di cui si parla in
continuazione e di cui si vedono soltanto i primi passi. Ma il bilancio
del primo anno di pontificato vede crescere le difficoltà. «Benchè abbia
un programma, Francesco in realtà ignora l’approdo a cui perverrà»,
scrive Politi.
In realtà la carta vincente non sarà la persona del
Papa, per quanto straordinaria essa sia, ma l’attivazione di una
effettiva collegialità dei vescovi. Ma è una prospettiva che al momento è
remota.
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venerdì 9 maggio 2014
domenica 4 maggio 2014
Omaggio a Max Weber
Gian Enrico Rusconi
Weber, l’infanzia liberale del leader carismatico
Nasceva 150 anni fa il sociologo tedesco che definì alcuni concetti della politica ancora oggi cruciali
L’attualità della sua concezione religiosa
La Stampa, 4 maggio 2014
«La politica come professione», «il capo carismatico», «l’etica della convinzione e l’etica della responsabilità» , «L’etica protestante e lo spirito del capitalismo», «la razionalità come essenza dell’Occidente» . A chi non capita oggi, in una dotta conversazione anche tra amici, di usare queste espressioni, sicuro di trovare approvazione? E’ l’eredità intellettuale di uno dei «classici» della scienza politica, della sociologia, della storia del secolo passato – Max Weber.
Di lui si ricorda in questi giorni il centocinquantesimo della nascita. Il rito degli anniversari si presta a due operazioni. O è un ripasso di citazioni. O offre l’occasione di rivisitare qualche punto critico per verificarne la forza analitica, ancora oggi.
Cominciamo dalla politica. Weber coltiva un realismo politico che non lascia spazio a quella enfasi sulla «società civile», sui concetti di «cittadinanza» e di «partecipazione democratica» che è caratteristica del nostro tempo. La democrazia per lui è sostanzialmente un meccanismo di governo di interessi che richiedono una guida, un leader (ovvero con il termine tedesco storico, che alle nostre orecchie suona sinistro, un Führer). Il leader naturalmente deve essere espresso da meccanismi elettivi: «Un Parlamento forte e partiti parlamentari responsabili devono fungere da luoghi di selezione e di prova dei capi delle moltitudini come reggitori dello Stato». Ma il capo è tale soltanto se possiede il «carisma», se possiede doti di attrazione, consenso e «seduzione di massa». Si deve proprio a Weber l’utilizzo definitivamente positivo di questo concetto in politica, anche se ha ambigue componenti di tipo «demagogico».
E’ facile vederne oggi il potenziale pericoloso (la Führerdemokratie, che alcuni studiosi italiani traducono con imbarazzo oscillando tra «democrazia autoritaria» o «democrazia guidata»). Non c’è dubbio alcuno però che Weber, convinto liberale, non coltivasse alcuna tendenza autoritaria. Pensava ad una sorta di democrazia presidenziale che, lui vivente, si sarebbe potuto instaurare in Germania dopo la prima guerra mondiale. La scomparsa prematura (1920) di Weber gli ha impedito di verificare se la sua ipotesi avesse contribuito a portare alla crisi la democrazia tedesca, per l’abuso delle competenze presidenziali della Costituzione weimariana, aprendo le porte al Führer per antonomasia.
A questa problematica è dedicato il saggio La politica come professione. Solidamente inquadrate in un’etica politica (distinta tra convinzione e responsabilità), ancorate ad una robusta idea di professione/vocazione (di lontana matrice religiosa) le tesi weberiane sono esenti da ogni sospetto di tendenze fascistoidi o autoritarie o populiste (come diciamo noi oggi). Si può obiettare che la lezione weberiana rimane sostanzialmente di ordine etico, senza che abbia trovato una chiara formula politico-istituzionale. Ma come negare che di fatto oggi le democrazie più efficienti sono quelle che hanno esecutivi guidati da personalità che contano su forti competenze istituzionali e posseggono capacità decisionali? Che godono di un consenso di massa che utilizza anche spregiudicatamente il sistema mediatico (ignoto a Weber)? Insomma in qualche modo sono capi carismatici?
Certo: contro ogni deriva o tentazione populista vale la raccomandazione che il vero leader sa contemperare la determinazione all’azione che gli deriva dalle sue convinzioni con l’etica della responsabilità verso la pluralità degli interessi che deve governare. Compreso un oculato calcolo delle conseguenze non previste delle sue decisioni.
Questo ci porta ad alcune considerazioni sull’altra tesi che fonda il pensiero di Weber: la razionalità o il razionalismo come tratto caratterizzante, anzi come «essenza» dell’Occidente. Alcune sue pagine sembrano l’apoteosi del razionalismo occidentale, che trova la sua realizzazione nello Stato moderno, dotato di una costituzione razionalmente promulgata, di un diritto razionalmente costituito, di un’amministrazione di funzionari specialisti, affiancato dalla scienza della politica e dalla organizzazione capitalistica dell’economia, che è definita «la potenza più fatale» dell’Occidente.
Weber naturalmente vede i lati negativi di questa costruzione. Da un lato la burocratizzazione del sistema che lo riduce ad una paralizzante «gabbia d’acciaio» e dall’altro la subordinazione della logica del capitalismo ad una visione e ad una pratica predatoria, mentre l’economia produttiva reale lascia il posto alla mera speculazione finanziaria. E’ l’esito che abbiamo sotto i nostri occhi.
Ma a questo punto dobbiamo allargare il discorso sull’idea di razionale e di razionalità che percorre il pensiero weberiano – dalla politica, all’economia, alla religione. La razionalità infatti convive sempre con il suo opposto, con l’irrazionalità. L’irrazionale è il polo di rimando del razionale e allo stesso tempo ciò che, nel suo nucleo profondo, è ad esso irriducibile. Esprime «la vita», nel cui ambito si genera l’elemento carismatico, profetico, demoniaco e l’erotico – tutte potenze attive e positive dell’esperienza vitale.
Il testo che tratta questa problematica è la Considerazione intermedia (nella Sociologia delle religioni) dove l’esistenza umana è presentata come un insieme di sfere vitali in conflitto tra di loro, perché ciascuna segue una sua propria logica specifica. Così è per la sfera dell’etica religiosa che entra in tensione con la sfera dell’economia e della politica che è la depositaria del monopolio dell’uso legittimo della forza. Ma non meno drammatica e radicale è la tensione tra la sessualità e l’etica della fratellanza, tra la sfera erotica e quella della religione. L’erotismo in particolare appare come una forza di rottura irresistibile verso l’irrazionale, «una porta verso il nucleo più irrazionale e insieme più reale della vita». Ma è nella sfera religiosa che si consuma il contrasto più radicale. «Con la crescita del razionalismo della scienza empirica la religione viene progressivamente cacciata dal regno del razionale nell’irrazionale e diventa la potenza irrazionale e antirazionale sovrapersonale tout court».
Sono frasi forti, un po’ enigmatiche nella loro perentorietà. Ma offrono uno sguardo enormemente più penetrante dei dibattiti oggi correnti sulla secolarizzazione o viceversa sul «ritorno delle religioni», sulla potenza dei nuovi carismi comunicativi delle personalità religiose. Il Weber studioso del fenomeno religioso si conferma intellettualmente stimolante come e più dello studioso del razionalismo capitalistico o della politica. Meriterebbe maggiore attenzione anche nel discorso pubblico e pubblicistico.
Weber, l’infanzia liberale del leader carismatico
Nasceva 150 anni fa il sociologo tedesco che definì alcuni concetti della politica ancora oggi cruciali
L’attualità della sua concezione religiosa
La Stampa, 4 maggio 2014
«La politica come professione», «il capo carismatico», «l’etica della convinzione e l’etica della responsabilità» , «L’etica protestante e lo spirito del capitalismo», «la razionalità come essenza dell’Occidente» . A chi non capita oggi, in una dotta conversazione anche tra amici, di usare queste espressioni, sicuro di trovare approvazione? E’ l’eredità intellettuale di uno dei «classici» della scienza politica, della sociologia, della storia del secolo passato – Max Weber.
Di lui si ricorda in questi giorni il centocinquantesimo della nascita. Il rito degli anniversari si presta a due operazioni. O è un ripasso di citazioni. O offre l’occasione di rivisitare qualche punto critico per verificarne la forza analitica, ancora oggi.
Cominciamo dalla politica. Weber coltiva un realismo politico che non lascia spazio a quella enfasi sulla «società civile», sui concetti di «cittadinanza» e di «partecipazione democratica» che è caratteristica del nostro tempo. La democrazia per lui è sostanzialmente un meccanismo di governo di interessi che richiedono una guida, un leader (ovvero con il termine tedesco storico, che alle nostre orecchie suona sinistro, un Führer). Il leader naturalmente deve essere espresso da meccanismi elettivi: «Un Parlamento forte e partiti parlamentari responsabili devono fungere da luoghi di selezione e di prova dei capi delle moltitudini come reggitori dello Stato». Ma il capo è tale soltanto se possiede il «carisma», se possiede doti di attrazione, consenso e «seduzione di massa». Si deve proprio a Weber l’utilizzo definitivamente positivo di questo concetto in politica, anche se ha ambigue componenti di tipo «demagogico».
E’ facile vederne oggi il potenziale pericoloso (la Führerdemokratie, che alcuni studiosi italiani traducono con imbarazzo oscillando tra «democrazia autoritaria» o «democrazia guidata»). Non c’è dubbio alcuno però che Weber, convinto liberale, non coltivasse alcuna tendenza autoritaria. Pensava ad una sorta di democrazia presidenziale che, lui vivente, si sarebbe potuto instaurare in Germania dopo la prima guerra mondiale. La scomparsa prematura (1920) di Weber gli ha impedito di verificare se la sua ipotesi avesse contribuito a portare alla crisi la democrazia tedesca, per l’abuso delle competenze presidenziali della Costituzione weimariana, aprendo le porte al Führer per antonomasia.
A questa problematica è dedicato il saggio La politica come professione. Solidamente inquadrate in un’etica politica (distinta tra convinzione e responsabilità), ancorate ad una robusta idea di professione/vocazione (di lontana matrice religiosa) le tesi weberiane sono esenti da ogni sospetto di tendenze fascistoidi o autoritarie o populiste (come diciamo noi oggi). Si può obiettare che la lezione weberiana rimane sostanzialmente di ordine etico, senza che abbia trovato una chiara formula politico-istituzionale. Ma come negare che di fatto oggi le democrazie più efficienti sono quelle che hanno esecutivi guidati da personalità che contano su forti competenze istituzionali e posseggono capacità decisionali? Che godono di un consenso di massa che utilizza anche spregiudicatamente il sistema mediatico (ignoto a Weber)? Insomma in qualche modo sono capi carismatici?
Certo: contro ogni deriva o tentazione populista vale la raccomandazione che il vero leader sa contemperare la determinazione all’azione che gli deriva dalle sue convinzioni con l’etica della responsabilità verso la pluralità degli interessi che deve governare. Compreso un oculato calcolo delle conseguenze non previste delle sue decisioni.
Questo ci porta ad alcune considerazioni sull’altra tesi che fonda il pensiero di Weber: la razionalità o il razionalismo come tratto caratterizzante, anzi come «essenza» dell’Occidente. Alcune sue pagine sembrano l’apoteosi del razionalismo occidentale, che trova la sua realizzazione nello Stato moderno, dotato di una costituzione razionalmente promulgata, di un diritto razionalmente costituito, di un’amministrazione di funzionari specialisti, affiancato dalla scienza della politica e dalla organizzazione capitalistica dell’economia, che è definita «la potenza più fatale» dell’Occidente.
Weber naturalmente vede i lati negativi di questa costruzione. Da un lato la burocratizzazione del sistema che lo riduce ad una paralizzante «gabbia d’acciaio» e dall’altro la subordinazione della logica del capitalismo ad una visione e ad una pratica predatoria, mentre l’economia produttiva reale lascia il posto alla mera speculazione finanziaria. E’ l’esito che abbiamo sotto i nostri occhi.
Ma a questo punto dobbiamo allargare il discorso sull’idea di razionale e di razionalità che percorre il pensiero weberiano – dalla politica, all’economia, alla religione. La razionalità infatti convive sempre con il suo opposto, con l’irrazionalità. L’irrazionale è il polo di rimando del razionale e allo stesso tempo ciò che, nel suo nucleo profondo, è ad esso irriducibile. Esprime «la vita», nel cui ambito si genera l’elemento carismatico, profetico, demoniaco e l’erotico – tutte potenze attive e positive dell’esperienza vitale.
Il testo che tratta questa problematica è la Considerazione intermedia (nella Sociologia delle religioni) dove l’esistenza umana è presentata come un insieme di sfere vitali in conflitto tra di loro, perché ciascuna segue una sua propria logica specifica. Così è per la sfera dell’etica religiosa che entra in tensione con la sfera dell’economia e della politica che è la depositaria del monopolio dell’uso legittimo della forza. Ma non meno drammatica e radicale è la tensione tra la sessualità e l’etica della fratellanza, tra la sfera erotica e quella della religione. L’erotismo in particolare appare come una forza di rottura irresistibile verso l’irrazionale, «una porta verso il nucleo più irrazionale e insieme più reale della vita». Ma è nella sfera religiosa che si consuma il contrasto più radicale. «Con la crescita del razionalismo della scienza empirica la religione viene progressivamente cacciata dal regno del razionale nell’irrazionale e diventa la potenza irrazionale e antirazionale sovrapersonale tout court».
Sono frasi forti, un po’ enigmatiche nella loro perentorietà. Ma offrono uno sguardo enormemente più penetrante dei dibattiti oggi correnti sulla secolarizzazione o viceversa sul «ritorno delle religioni», sulla potenza dei nuovi carismi comunicativi delle personalità religiose. Il Weber studioso del fenomeno religioso si conferma intellettualmente stimolante come e più dello studioso del razionalismo capitalistico o della politica. Meriterebbe maggiore attenzione anche nel discorso pubblico e pubblicistico.
domenica 6 aprile 2014
Cari Rodotà e Zagrebelsky
Gian Enrico Rusconi
Lettera a Rodotà e Zagrebelsky
la Stampa, 6 aprile 2014
Perché ora accanirsi contro Matteo Renzi, che è arrivato dopo tanti fallimenti? E' un grande dilettante, certo, e tutti vediamo i suoi limiti e i pericoli della situazione. Ma non sarebbe meglio investire la vostra competenza per indirizzare al meglio la mediocre soluzione che si sta comunque configurando? Non è questo il realismo politico che avremmo dovuto imparare dai nostri maestri?
Nessuno di loro si è trovato davanti all'avvelenata dissoluzione del berlusconismo e all'intollerabile aggressività del Masaniello-Grillo, con i suoi ciechi seguaci. Il tutto accade all'interno di una nevrosi mediatica che impedisce di valutare freddamente la situazione. Anche questa è una grande differenza rispetto al . Il discorso politico è sempre meno condizionato dallo scambio di ragioni ma dominato dal sospetto, dal processo alle intenzioni e soprattutto da un linguaggio indecente e incontinente oltre misura. Da una parte e dall'altra.
[...] Non è evocando come spauracchio autoritarismo, decisionismo, craxismo o anche berlusconismo che si convince una generazione che si sente presa in giro dalla politica. Date fiducia a questa generazione, anche se non vi omaggia, come ha fatto la generazione precedente.
Lettera a Rodotà e Zagrebelsky
la Stampa, 6 aprile 2014
Cari Rodotà e Zagrebelsky,
sapete quanto sono
vostro amico ed estimatore da tanti anni.
Abbiamo fatto tante battaglie
insieme.Voi, giustamente, in prima fila, io
personalmente insieme a tanti altri amici e colleghi, tra
le truppe di complemento. Non sto
facendo ironia. Voi siete i migliori.
Per questo mi colpisce il vostro atteggiamento così negativo verso il
governo Renzi, il tono allarmato di chi vede una battaglia finale per la
democrazia in pericolo.
Consentitemi qui di non entrare nel merito delle singole argomentazioni, obiezioni, contrapposizioni che state usando contro la linea del governo a proposito del Senato. Ieri su questo giornale Augusto Barbera ha esposto in modo fermo e sintetico ragioni opposte alle vostre. «Non vedo proprio cosa ci sia di autoritario nel progetto di riforma di
Renzi». [e quattro costituzionalisti - ha aggiunto - non so fino a che punto esprimano l'opinione dei circa 200 costituzionalisti italiani]. Ha ricordato che sui temi della riforma istituzionale si è discusso per decenni esibendo ogni ragionamento possibile, senza arrivare a nessun risultato concreto. E' stato questo uno dei tanti clamorosi fallimenti dei professionisti della politica e del diritto. Ad esso aggiungerei con altrettanto rammarico la retorica della "società civile" presuntivamente sempre pronta a mobilitarsi per le grandi cause. Perché ora accanirsi contro Matteo Renzi, che è arrivato dopo tanti fallimenti? E' un grande dilettante, certo, e tutti vediamo i suoi limiti e i pericoli della situazione. Ma non sarebbe meglio investire la vostra competenza per indirizzare al meglio la mediocre soluzione che si sta comunque configurando? Non è questo il realismo politico che avremmo dovuto imparare dai nostri maestri?
Nessuno di loro si è trovato davanti all'avvelenata dissoluzione del berlusconismo e all'intollerabile aggressività del Masaniello-Grillo, con i suoi ciechi seguaci. Il tutto accade all'interno di una nevrosi mediatica che impedisce di valutare freddamente la situazione. Anche questa è una grande differenza rispetto al . Il discorso politico è sempre meno condizionato dallo scambio di ragioni ma dominato dal sospetto, dal processo alle intenzioni e soprattutto da un linguaggio indecente e incontinente oltre misura. Da una parte e dall'altra.
[...] Non è evocando come spauracchio autoritarismo, decisionismo, craxismo o anche berlusconismo che si convince una generazione che si sente presa in giro dalla politica. Date fiducia a questa generazione, anche se non vi omaggia, come ha fatto la generazione precedente.
venerdì 4 gennaio 2013
A che gioco sta giocando il professore
Ritorno alla DC senza neppure un'attenzione nuova per i diritti
Curzio Maltese,
Destra e sinistra pari non sono,
La Repubblica, 4 gennaio 2012
...La speranza per ora è vana. Il Monti leader ha riscoperto il politichese e parla con il linguaggio di un vecchio democristiano. Con in aggiunta un po' di sussiego professorale.
Monti non dice che cosa bisogna fare per uscire dalla crisi, ma chi lo deve fare, ovviamente lui, e chi deve stare fuori. L'elenco è piuttosto lungo, dall'esperto di economia del Pd, Stefano Fassina, alla Cgil di Susanna Camusso, passando per Sel di Nichi Vendola. Il compito assegnato a Bersani, in vista di un'alleanza del centro con il Pd, è di "tagliare le estreme". Dev'essere una versione aggiornata del preambolo di Donat Cattin, se non che i dorotei mai avrebbero usato il termine "silenziare".
Quanto alla concretezza, Mario Monti si richiama all'agenda omonima, si definisce riformista e tanto basta. Peccato che non basti affatto. Riforme e ora anche "agenda Monti" sono parole che non significano nulla. Ormai anche gli amministratori di condominio, all'atto dell'insediamento, si dichiarano riformisti. Da un ventennio il riformismo è sulla bocca di tutti i leader politici italiani, nessuno escluso, e di riforme non se n'è vista l'ombra. Non si può neppure più ascoltare la retorica del "sinistra e destra ormai non esistono più". La destra esiste eccome, nessuno lo sa meglio degli italiani che l'hanno sperimentata al governo per molti anni, con i risultati noti. Ed esiste perfino la sinistra, anche se non sembra, tanto che Monti la vuole "silenziare". Chi sostiene che destra e sinistra non esistono più di solito è di destra, ma non lo vuole ammettere.
Se la salita in campo di Monti doveva servire a riciclare tutti i luoghi comuni dell'ultimo ventennio politico, il professore poteva risparmiarsela. Soprattutto poteva risparmiarla a una nazione che di luoghi comuni sta morendo. Da due decenni l'Italia politica si accapiglia su nominalismi e personalismi ridicoli, mentre il resto del mondo marcia a una velocità pazzesca e le mappe del potere e della ricchezza sono cambiate più che nel secolo precedente.
Da un premier che ha saputo risollevare e modernizzare l'immagine dell'Italia all'estero non ci aspettiamo un'altra lista con nome e cognome e l'ennesima raffica di slogan senza senso, ma finalmente una visione chiara del futuro del Paese. Che cosa fare con tasse, salari, pensioni, rendite, banche, politica industriale, istruzione e ricerca. Roba vera, concreta.
È tempo di scelte che possono essere, quelle sì, di destra o di sinistra. Il professor Monti dovrebbe comunicare agli elettori quali sono le sue. Altrimenti poteva rimanere sereno nel suo seggio di senatore a vita a Palazzo Madama, aspettare un'investitura al Quirinale e lasciare il compito di guidare il centro a Casini, che è un democristiano doc e a non scegliere è bravissimo anche da solo. Come testimonia del resto una lista centrista che va politicamente da Fini agli ex comunisti, socialmente dal salotto di Montezemolo alla comunità di Sant'Egidio.
Gian Enrico Rusconi,
Il cambio di marcia del Professore
La Stampa, 4 gennaio 2013
Intanto però nelle sue prime uscite mediatiche si è mostrato elusivo sul tema dei diritti e delle libertà civili. Gli è stato puntualmente rimproverato con argomenti forti e pacati da Vladimiro Zagrebelsky sul nostro giornale e da Stefano Rodotà su «Repubblica» – per citare soltanto due autorevoli commentatori. Sono certo che a questa reticenza il professore provvederà quanto prima, citando qualche passo dell’Agenda, dove si possono leggere alcune affermazioni di principio molto generali. Ma dall’offensiva mediatica di questi giorni si ricava l’impressione che l’urgenza delle misure economiche declassi la questione dei diritti e delle libertà civili a semplice variabile dipendente. Non intendo affatto attribuire a Monti un residuo di vetero-economicismo che mette le «strutture» prima delle «sovrastrutture». Ma non capisco come si possono invitare i cittadini ad un salto di qualità civile, ad nuovo senso del bene comune, se con questo concetto si intendono soltanto grandezze economiche, sia pure legate alle questioni vitali del lavoro, dimenticando altre dimensioni del vivere civile che toccano milioni di cittadini.
E’ legittimo quindi chiedere all’aspirante premier Monti che cosa pensa dei problemi ancora aperti nel nostro Paese in tema di diritti civili: il riconoscimento delle unioni familiari senza matrimonio, eterosessuali o omosessuali, il cosiddetto testamento biologico, o il riconoscimento della cittadinanza ai figli di migranti nati e cresciuti in Italia (per fare soltanto qualche esempio).
Il fatto di non essersi – ancora - pronunciato espressamente in merito è del tutto contingente? Oppure è un segnale di intesa con una parte cospicua dei suoi sostenitori che considerano fuori luogo una sua presa di posizione, anzi una «uscita fuori dal campo» tacitamente riservatogli, come contropartita al sostegno alla sua politica.
Detto in termini espliciti, la questione dei diritti civili è un terreno minato per un possibile governo Monti, sinché appare tanto dipendente dal mondo cattolico, sia esso organizzato in forma partitica o di movimento. Certo, sappiamo che il mondo cattolico è molto variegato, ha sensibilità e ragionevolezze diverse, ma a livello di discorso pubblico e politico la voce che conta sui temi sopra evocati è soltanto quella della gerarchia e della sue agenzie mediatiche. Deve quindi essere un incubo per un possibile governo Monti la prospettiva di finire nella tagliola dei «valori non negoziabili» - una formula cara alla gerarchia cattolica che mette sullo stesso piano problemi etici molto differenti, che dovrebbero essere trattati in modo differente. Ho il sospetto invece che il professore – qualunque siano le sue convinzioni personali - non voglia entrare in questo tipo di dibattito.
Che ne è allora del riferimento all’Europa come modello che è sempre sulle sue labbra? Monti dovrebbe sapere quanto è progredita l’Europa – pur nelle sue differenze – proprio sulla tematica dei diritti civili, a prescindere dai parametri economico-finanziari da lui sempre evocati. Forse è il caso che ci rifletta.
Curzio Maltese,
Destra e sinistra pari non sono,
La Repubblica, 4 gennaio 2012
...La speranza per ora è vana. Il Monti leader ha riscoperto il politichese e parla con il linguaggio di un vecchio democristiano. Con in aggiunta un po' di sussiego professorale.
Monti non dice che cosa bisogna fare per uscire dalla crisi, ma chi lo deve fare, ovviamente lui, e chi deve stare fuori. L'elenco è piuttosto lungo, dall'esperto di economia del Pd, Stefano Fassina, alla Cgil di Susanna Camusso, passando per Sel di Nichi Vendola. Il compito assegnato a Bersani, in vista di un'alleanza del centro con il Pd, è di "tagliare le estreme". Dev'essere una versione aggiornata del preambolo di Donat Cattin, se non che i dorotei mai avrebbero usato il termine "silenziare".
Quanto alla concretezza, Mario Monti si richiama all'agenda omonima, si definisce riformista e tanto basta. Peccato che non basti affatto. Riforme e ora anche "agenda Monti" sono parole che non significano nulla. Ormai anche gli amministratori di condominio, all'atto dell'insediamento, si dichiarano riformisti. Da un ventennio il riformismo è sulla bocca di tutti i leader politici italiani, nessuno escluso, e di riforme non se n'è vista l'ombra. Non si può neppure più ascoltare la retorica del "sinistra e destra ormai non esistono più". La destra esiste eccome, nessuno lo sa meglio degli italiani che l'hanno sperimentata al governo per molti anni, con i risultati noti. Ed esiste perfino la sinistra, anche se non sembra, tanto che Monti la vuole "silenziare". Chi sostiene che destra e sinistra non esistono più di solito è di destra, ma non lo vuole ammettere.
Se la salita in campo di Monti doveva servire a riciclare tutti i luoghi comuni dell'ultimo ventennio politico, il professore poteva risparmiarsela. Soprattutto poteva risparmiarla a una nazione che di luoghi comuni sta morendo. Da due decenni l'Italia politica si accapiglia su nominalismi e personalismi ridicoli, mentre il resto del mondo marcia a una velocità pazzesca e le mappe del potere e della ricchezza sono cambiate più che nel secolo precedente.
Da un premier che ha saputo risollevare e modernizzare l'immagine dell'Italia all'estero non ci aspettiamo un'altra lista con nome e cognome e l'ennesima raffica di slogan senza senso, ma finalmente una visione chiara del futuro del Paese. Che cosa fare con tasse, salari, pensioni, rendite, banche, politica industriale, istruzione e ricerca. Roba vera, concreta.
È tempo di scelte che possono essere, quelle sì, di destra o di sinistra. Il professor Monti dovrebbe comunicare agli elettori quali sono le sue. Altrimenti poteva rimanere sereno nel suo seggio di senatore a vita a Palazzo Madama, aspettare un'investitura al Quirinale e lasciare il compito di guidare il centro a Casini, che è un democristiano doc e a non scegliere è bravissimo anche da solo. Come testimonia del resto una lista centrista che va politicamente da Fini agli ex comunisti, socialmente dal salotto di Montezemolo alla comunità di Sant'Egidio.
Gian Enrico Rusconi,
Il cambio di marcia del Professore
La Stampa, 4 gennaio 2013
Intanto però nelle sue prime uscite mediatiche si è mostrato elusivo sul tema dei diritti e delle libertà civili. Gli è stato puntualmente rimproverato con argomenti forti e pacati da Vladimiro Zagrebelsky sul nostro giornale e da Stefano Rodotà su «Repubblica» – per citare soltanto due autorevoli commentatori. Sono certo che a questa reticenza il professore provvederà quanto prima, citando qualche passo dell’Agenda, dove si possono leggere alcune affermazioni di principio molto generali. Ma dall’offensiva mediatica di questi giorni si ricava l’impressione che l’urgenza delle misure economiche declassi la questione dei diritti e delle libertà civili a semplice variabile dipendente. Non intendo affatto attribuire a Monti un residuo di vetero-economicismo che mette le «strutture» prima delle «sovrastrutture». Ma non capisco come si possono invitare i cittadini ad un salto di qualità civile, ad nuovo senso del bene comune, se con questo concetto si intendono soltanto grandezze economiche, sia pure legate alle questioni vitali del lavoro, dimenticando altre dimensioni del vivere civile che toccano milioni di cittadini.
E’ legittimo quindi chiedere all’aspirante premier Monti che cosa pensa dei problemi ancora aperti nel nostro Paese in tema di diritti civili: il riconoscimento delle unioni familiari senza matrimonio, eterosessuali o omosessuali, il cosiddetto testamento biologico, o il riconoscimento della cittadinanza ai figli di migranti nati e cresciuti in Italia (per fare soltanto qualche esempio).
Il fatto di non essersi – ancora - pronunciato espressamente in merito è del tutto contingente? Oppure è un segnale di intesa con una parte cospicua dei suoi sostenitori che considerano fuori luogo una sua presa di posizione, anzi una «uscita fuori dal campo» tacitamente riservatogli, come contropartita al sostegno alla sua politica.
Detto in termini espliciti, la questione dei diritti civili è un terreno minato per un possibile governo Monti, sinché appare tanto dipendente dal mondo cattolico, sia esso organizzato in forma partitica o di movimento. Certo, sappiamo che il mondo cattolico è molto variegato, ha sensibilità e ragionevolezze diverse, ma a livello di discorso pubblico e politico la voce che conta sui temi sopra evocati è soltanto quella della gerarchia e della sue agenzie mediatiche. Deve quindi essere un incubo per un possibile governo Monti la prospettiva di finire nella tagliola dei «valori non negoziabili» - una formula cara alla gerarchia cattolica che mette sullo stesso piano problemi etici molto differenti, che dovrebbero essere trattati in modo differente. Ho il sospetto invece che il professore – qualunque siano le sue convinzioni personali - non voglia entrare in questo tipo di dibattito.
Che ne è allora del riferimento all’Europa come modello che è sempre sulle sue labbra? Monti dovrebbe sapere quanto è progredita l’Europa – pur nelle sue differenze – proprio sulla tematica dei diritti civili, a prescindere dai parametri economico-finanziari da lui sempre evocati. Forse è il caso che ci rifletta.
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