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venerdì 29 agosto 2025

Il fascino perverso di Simenon


Massimo Raffaeli
Una poetica che si basa sulla spietata rappresentazione degli esseri umani

il manifesto, 28 agosto 2025

Tra le innumerevoli iniziative editoriali di Goffredo Fofi c’è un volume a più voci su Georges Simenon che uscì una prima volta da L’ancora del Mediterraneo nel 2004 e che oggi viene meritoriamente riproposto da Altreconomia, Simenon, l’uomo nudo (Piccola biblioteca morale, pp. 118, euro 12).

SI TRATTA DI TRE CONTRIBUTI molto differenti nel taglio e nello stile ma concentrici quanto alla volontà di distinguere l’uomo dallo scrittore Simenon e nello stesso tempo di individuare le mozioni di una poetica che mira ad una spoglia, severa e persino spietata rappresentazione degli esseri umani.

Nella «Lettera aperta a Georges Simenon», Gianni Da Campo (1943-2014, regista cinematografico e fervido appassionato dello scrittore di Liegi) gli si rivolge in prima persona con una lettera aperta indagandone il rapporto con la madre Henriette che fu un caso di amore profondo e mai ricambiato da parte di lei, una donna reclusa nell’etica piccolo borghese, asfissiante e nella sostanza omicida.
Da Campo legge in un simile e reiterato manque l’origine di una letteratura capace di restituirne la cruda e anaffettiva verità ma anche di colmare il vuoto con uno stile inderogabile, dove nel grigio plumbeo dell’esistenza quotidiana vengono a ibridarsi e fatalmente a spegnersi tutti quanti i colori del mondo.

Per parte sua Claudio G. Fava (1929-2014), che fu un fuoriclasse della critica cinematografica, con «La pipa di Maigret» stralcia da quanto definisce l’«immenso impero narrativo» di Simenon la serie intitolata al commissario, raccontando la sua passione e, insieme, l’identificazione con un personaggio «privo di illusioni ma consapevole dei suoi diritti e dei suoi doveri, rispettoso della legge e dell’ordine, temerato e intemerato»: il cinema gli ha prestato, fra non pochi altri, il volto di Jean Gabin e la nostra televisione, tra gli anni Sessanta e Settanta, quello indimenticabile di Gino Cervi, una specie di Cardinal Lambertini da commissariato – scrive Fava – ma capace con la sua laconica présence e la parola continuamente inceppata, talora ruminante, di dare vita a un personaggio il cui metodo investigativo antepone, notoriamente, il comprendere al giudicare e, più che mai, al condannare.

DI QUI MUOVE il contributo dello stesso Fofi, «La solitudine dell’‘uomo nudo’», che torna al rapporto fra vita e opera avanzando intanto una critica durissima alla monumentale biografia di Pierre Assouline (Georges Simenon, 1992, da noi Odoya 2014) che ritiene burocratica nell’analisi e «avversa allo scrittore» per pregiudizio. Fofi, viceversa, valorizza sia la filiazione da Dostoevskij e Maupassant (efferati indagatori del reclusorio familiare come del legame sociale) sia il genio analitico che vede nell’intreccio di sesso/sangue/soldi la più autentica couche delle azioni umane, per tacere, quanto al profilo linguistico-stilistico, di «un ritegno narrativo, una economia di mezzi e un’assenza di predicatorietà che appartengono solo a lui, un tono che è solo suo».

In conclusione Fofi dà un elenco delle sue personali preferenze (La neve era sporca, Il gatto, La vedova Couderc, Il borgomastro di Furnes) e si accorge che potrebbe andare avanti citando decine di titoli però si ferma, a un certo punto, ed esclama qualcosa che qualunque lettore probabilmente sottoscriverebbe: sono talmente tanti i suoi romanzi, che per fortuna ci sarà sempre un Simenon che non abbiamo ancora letto.

lunedì 24 febbraio 2025

Alienazione e sentimento in Calvino


Ermanno Olmi, Il posto (1961)

La condizione sociale dei personaggi nell'opera narrativa di Italo Calvino merita un esame più attento. Colpisce la scarsa presenza degli operai. Marcovaldo è un impiegato e un operaio al tempo stesso, una figura intermedia, essendo di fatto magazziniere. Non ci sono operai nella trilogia dei Nostri antenatiMedardo di Terralba, Cosimo Piovasco di Rondò e Agilulfo vivono in epoche lontane, in un mondo che non è stato ancora toccato dalla Rivoluzione industriale. Agilulfo, il cavaliere inesistente, è addirittura uno tra i paladini che si trovano alla corte di Carlomagno. Medardo di Terralba, il visconte dimezzato, aveva per compagno un medico inglese che aveva esercitato la sua professione sulle navi  del capitano Cook; questo permette di collocare la vicenda narrata intorno agli anni 1770. Cosimo Piovasco di Rondò, il barone rampante, è già in movimento al tempo di Voltaire e dell'Enciclopedia, ma fa in tempo a conoscere la Rivoluzione e l'Impero, parla con Napoleone in persona, incrocia il principe Andrej di Guerra e pace e da ultimo sperimenta l'avvio della Restaurazione. Se poi andiamo a vedere i racconti inclusi in Ultimo viene il corvo troviamo personaggi in genere molto pittoreschi, tutti collocabili in una posizione sociale lontana dall'universo del capitale e del lavoro salariato in una fabbrica o manifattura che sia. Ci sono un giardiniere, dei ragazzi ancora adolescenti, due bambini, due o tre coltivatori diretti, dei lavoranti, dei contadini poveri, un pastore, dei proprietari terrieri un po' agiati, un apicultore, degli studenti, diversi partigiani, dei trasportatori dotati di un animale - bue in un caso, mulo nell'altro -, degli animali tra i quali un gatto, dei trafficanti in dollari, delle prostitute, il cavalier servente di una vedova, un fante, un giudice, un poliziotto, un finanziere, un giornalista, un deputato, un generale, un contrabbandiere e un pescivendolo (più esattamente uno che vende frutti di mare).

La novità si produce nel 1957, quando a Torino si forma un gruppo di artisti decisi a introdurre un nuovo repertorio nel campo della musica leggera. Non più le canzoni stucchevoli presentate al Festival di Sanremo ma dei pezzi ispirati a tematiche di rilievo sul piano civile, sociale o politico: i cantacronache. Per loro Calvino nel maggio 1958 scrisse in particolare un testo sulla vita di due sposi la cui vita affettiva e sessuale era devastata dalla necessità di rispettare i turni di lavoro in fabbrica. Niente più amore, cuore e fiore disposti alla fine di ogni verso per fare rima, ma una pesante routine in un quadro fatto di nebbia e sguardi tristi. Concessioni al sentimento: un bacio in fretta e il tepore del letto. Canzone triste si intitolava il brano, fu musicato da Sergio Liberovici e portato in scena dalla moglie di lui, Margherita Galante Garrone, detta Margot.  

Erano sposi. Lei s'alzava all'alba
prendeva il tram, correva al suo lavoro.
Lui aveva il turno che finisce all'alba
entrava in letto e lei n'era già fuori.

Soltanto un bacio in fretta posso darti
bere un caffè tenendoti per mano.
Il tuo cappotto è umido di nebbia.
Il nostro letto serba il tuo tepor.

Dopo il lavoro lei faceva spesa
- buio era già - le scale risaliva.
Lui in cucina con la stufa accesa,
fanno da cena e poi già lui partiva.

Soltanto un bacio in fretta posso darti
bere un caffè tenendoti per mano.
Il tuo cappotto è umido di nebbia.
Il nostro letto serba il tuo tepor.

Mattina e sera i tram degli operai
portano gente dagli sguardi tetri;
fissar la nebbia non si stancan mai
cercando invano il sol, fuori dai vetri.

Soltanto un bacio in fretta posso darti
bere un caffè tenendoti per mano.
Il tuo cappotto è umido di nebbia.
Il nostro letto serba il tuo tepor.

Poco tempo dopo, in novembre, Calvino pubblicò una nuova edizione dei suoi racconti, aggiungendo a quelli già pubblicati in precedenza dei nuovi pezzi e, tra questi, inserì una versione narrativa della vicenda trattata nella canzone. Invece dei versi allineati in uno spazio ristretto alcune pagine dense di  nuovi particolari altrettanto significativi e realistici. Umberto Massola era l'operaio comunista che aveva scritto un resoconto emblematico degli scioperi in tempo di guerra. E Arturo Massolari si chiama il protagonista del racconto. La moglie è nota solo con il nome di Elide. Il risveglio di lei al mattino è descritto con minuzia. Perfino i rumori sono codificati e si ripetono uguali da una volta all'altra. C'è l'imbarazzo di lei nel mostrarsi spettinata e ancora impastata di sonno. Le cose vanno meglio quando lui fa in tempo a svegliare Elide portandole il caffè. Un abbraccio suggella l'incontro. Il cappotto umido di nebbia evocato nella canzone diventa un giaccone impermeabile che funziona da rilevatore del tempo atmosferico. Qualche parola su ciò che era successo nelle ore precedenti, la prossimità dei corpi in bagno, lei che si veste, lui che la guarda con un certo imbarazzo, arriva il momento del bacio e lei è già proiettata fuori. Lui la segue con l'udito e con il pensiero. Poi Arturo si mette a letto e, quando si alza cerca di sbrigare, e sbriga malamente, qualche faccenda domestica. La cena viene consumata a spese di una tenerezza che non riesce a trovare il suo spazio. Alla fine con perfetta simmetria rispetto al mattino è Elide a ritrovarsi da sola nel letto e a cercare una traccia del calore lasciato dal suo sposo. Il fascino del racconto sta tutto nella finezza con cui viene analizzato e descritto l'intreccio tra il sentimento e l'invadenza delle abitudini meccaniche. 

L’avventura di due sposi

L’operaio Arturo Massolari faceva il turno della notte, quello che finisce alle sei.  Per rincasare aveva un lungo tragitto, che compiva in bicicletta nella bella stagione,  in tram nei mesi piovosi e invernali. Arrivava a casa tra le sei e tre quarti e le sette,  cioè  alle  volte  un  po’  prima  alle  volte  un  po’  dopo  che  suonasse  la  sveglia  della  moglie, Elide.    Spesso  i  due  rumori:  il  suono  della  sveglia  e  il  passo  di  lui  che  entrava  si  sovrapponevano  nella mente  di  Elide,  raggiungendola in  fondo al  sonno, il  sonno  compatto  della  mattina  presto  che  lei  cercava  di  spremere  ancora  per  qualche  secondo col viso affondato nel guanciale. Poi si tirava su dal letto di strappo e già infilava le braccia alla cieca nella vestaglia, coi capelli sugli occhi. Gli  appariva così,  in  cucina,  dove  Arturo  stava  tirando  fuori  i  recipienti  vuoti  dalla  borsa  che  si portava con sé sul lavoro: il portavivande, il termos, e li posava sull'acquaio. Aveva  già  acceso  il  fornello  e  aveva  messo  su  il  caffè.  Appena  lui  la  guardava,  a  Elide  veniva  da  passarsi  una mano  sui  capelli,  da  spalancare  a  forza  gli  occhi,  come se ogni volta si vergognasse un po' di questa prima immagine  che il marito aveva di lei  entrando  in  casa,  sempre  così  in  disordine,  con  la  faccia  mezz’addormentata.  Quando  due  hanno  dormito  insieme  è  un’altra  cosa,  ci  si  ritrova  al  mattino  a  riaffiorare entrambi dallo stesso sonno, si è pari.    Alle volte invece era lui che entrava in camera a destarla, con la tazzina del caffè,  un minuto prima che la sveglia suonasse; allora  tutto era più naturale, la  smorfia  per  uscire  dal  sonno  prendeva  una  specie  di  dolcezza  pigra,  le  braccia  che  s’alzavano  per  stirarsi,  nude,  finivano  per  cingere  il  collo  di  lui.  S’abbracciavano.  Arturo  aveva  indosso  il  giaccone  impermeabile;  a  sentirselo  vicino  lei  capiva  il  tempo  che  faceva:  se  pioveva  o  faceva  nebbia  o  c’era  neve,  a  secondo  di  com’era  umido  e  freddo.  Ma  gli  diceva  lo  stesso:  –  Che  tempo  fa?  –  e  lui  attaccava  il  suo  solito brontolamento mezzo ironico, passando in rassegna gli inconvenienti che gli  erano occorsi, cominciando dalla fine: il percorso in bici, il tempo trovato uscendo  di  fabbrica, diverso da quello di quando c’era entrato la sera prima, e le grane sul  lavoro, le voci che correvano nel reparto, e così via.    A quell’ora, la casa era sempre poco scaldata, ma Elide s’era tutta spogliata, un  po’  rabbrividendo, e  si lavava,  nello  stanzino  da  bagno. Dietro  veniva lui,  più  con  calma, si spogliava e si lavava anche lui, lentamente, si toglieva di dosso la polvere e  l’unto dell’officina. Così stando  tutti e due intorno allo stesso lavabo, mezzo nudi,  un po’ intirizziti, ogni  tanto dandosi delle spinte,  togliendosi di mano il sapone, il  dentifricio, e  continuando a  dire le  cose  che avevano  da  dirsi,  veniva il momento  della confidenza, e alle  volte, magari aiutandosi a  vicenda a strofinarsi la schiena,  s’insinuava una carezza, e si trovavano abbracciati. Ma tutt’a un tratto Elide: – Dio! Che ora è già! – e correva a infilarsi il reggicalze, la gonna, tutto in fretta, in piedi, e con la spazzola già andava su e giù per i capelli, e sporgeva il viso allo specchio del comò, con le mollette strette tra le labbra. Arturo le veniva dietro, aveva acceso una  sigaretta, e la guardava stando in piedi, fumando, e ogni volta pareva un po' impacciato, di dover stare lì senza poter fare nulla. Elide era pronta, infilava il cappotto nel corridoio, si davano un bacio, apriva la porta e  già la si sentiva correre giù per le scale. Arturo  restava  solo.  Seguiva il  rumore dei  tacchi di Elide giù  per  i  gradini,  e quando non  la  sentiva  più  continuava  a seguirla  col  pensiero,  quel  trotterellare veloce per il  cortile, il portone, il marciapiede, fino alla fermata del tram. Il tram lo sentiva bene,   invece: stridere,  fermarsi, e lo sbattere della pedana a ogni persona  che  saliva. “Ecco,  l’ha preso”,  pensava,  e vedeva  sua  moglie  aggrappata  in  mezzo alla folla d’operai e  operaie  sull’”undici”, che la portava in fabbrica come tutti i giorni. Spegneva la cicca,  chiudeva gli sportelli alla finestra, faceva buio, entrava in  letto.    Il letto era come l’aveva lasciato Elide alzandosi, ma dalla parte sua, di Arturo,  era quasi intatto, come fosse stato rifatto allora. Lui si coricava dalla propria parte,  per  bene,  ma  dopo  allungava  una  gamba  in  là,  dov’era  rimasto il calore di sua moglie, poi ci allungava anche l’altra gamba, e così a poco a poco si spostava tutto dalla  parte di Elide, in quella nicchia di tepore che conservava ancora la forma del corpo di  lei,  e  affondava  il  viso  nel  suo  guanciale,  nel  suo  profumo,  e  s’addormentava.    Quando Elide tornava, alla sera, Arturo già da un po’ girava per le stanze: aveva  acceso  la  stufa,  messo  qualcosa  a  cuocere.  Certi  lavori  li  faceva  lui,  in  quelle  ore  prima di cena, come rifare il letto, spazzare un po’, anche mettere a bagno la roba da  lavare.  Elide  poi  trovava  tutto  malfatto,  ma  lui  a  dir  la  verità  non  ci  metteva  nessun  impegno  in  più:  quello  che  lui  faceva  era  solo  una  specie  di  rituale  per  aspettare lei,  quasi  un  venirle incontro  pur  restando  tra le  pareti  di  casa, mentre  fuori  s’accendevano  le  luci  e  lei  passava  per  le  botteghe  in  mezzo  a  quell’animazione  fuori  tempo dei quartieri dove ci sono  tante donne che  fanno la  spesa alla sera.    Alla  fine  sentiva  il  passo  per  la  scala,  tutto  diverso  da  quello  della  mattina, adesso appesantito, perché Elide saliva stanca dalla giornata di lavoro e  carica della  spesa.  Arturo  usciva  sul  pianerottolo,  le  prendeva  di  mano  la  sporta,  entravano  parlando. Lei si buttava su una sedia in cucina, senza togliersi il cappotto,  intanto  che lui levava la  roba  dalla  sporta.  Poi:  –  Su,  diamoci  un  addrizzo, – lei  diceva,  e  s’alzava,  si  toglieva  il  cappotto,  si  metteva  in  veste  da  casa.  Cominciavano  a  preparare  da mangiare:  cena  per  tutt’e  due,  poi  la merenda  che  si  portava lui in  fabbrica  per  l’intervallo  dell’una  di  notte,  la  colazione  che  doveva  portarsi  in  fabbrica  lei  l’indomani,  e  quella  da  lasciare  pronta  per  quando  lui  l’indomani  si  sarebbe svegliato.    Lei un po’ sfaccendava un po’ si sedeva sulla seggiola di paglia e diceva a lui cosa  doveva fare. Lui invece era l’ora in cui era riposato, si dava attorno, anzi voleva far  tutto lui, ma sempre un po’ distratto, con la  testa già ad altro.  In quei momenti lì,  alle volte arrivavano sul punto di urtarsi, di dirsi qualche parola brutta, perché lei  lo  avrebbe  voluto  più  attento  a  quello  che  faceva,  che  ci  mettesse  più  impegno,  oppure che fosse più attaccato a lei, le stesse più vicino, le desse più consolazione.  Invece lui, dopo il primo entusiasmo perché lei era  tornata, stava già con la  testa  fuori di casa, fissato nel pensiero di far presto perché doveva andare. Apparecchiata  tavola,  messa  tutta  la  roba  pronta  a  portata  di  mano  per  non doversi più alzare,  allora c’era il momento dello struggimento che li pigliava tutti e due d'avere così poco  tempo per stare insieme, e quasi non riuscivano a portarsi il cucchiaio alla bocca, dalla  voglia che avevano di star lì a tenersi per mano.    Ma non era ancora passato tutto il caffè e già lui era dietro la bicicletta a vedere  se  ogni  cosa  era  in  ordine.  S’abbracciavano.  Arturo  sembrava  che  solo  allora capisse  com’era morbida e tiepida la sua sposa. Ma si caricava sulla spalla la canna della bici  e scendeva attento le scale.    Elide lavava i piatti, riguardava la casa da cima a fondo, le cose che aveva fatto il  marito, scuotendo il capo. Ora lui correva le strade buie, tra i radi fanali, forse era già dopo il gasometro. Elide andava a letto,  spegneva la luce. Dalla propria parte, coricata,  strisciava un piede verso il posto di suo marito, per cercare il calore di lui,  ma  ogni  volta  s’accorgeva  che  dove  dormiva  lei  era  più  caldo, segno che anche Arturo aveva dormito lì, e ne provava una grande tenerezza.  

mercoledì 22 novembre 2023

Il padrone delle mine


Un contrabbandiere chiamato grimpante fa strage di pesci sparando a una mina recuperata da Baci Degli Scogli. Sembra una fiaba. E invece i particolari della storia sono tutti molto realistici. A cominciare dalla descrizione dei poveri affamati, ancora dei marginali. 

Italo Calvino, Il padrone delle mine, l'Unità edizione piemontese 23 novembre 1948
 

 Alla villa del finanziere Pompilio gli invitati prendevano il caffè sulla veranda. C’era il generale
Amalasunta che spiegava la terza guerra mondiale con le tazzine e i cucchiaini, e la signora
Pompilio diceva - Spaventoso! - sorridendo, da quella donna di sangue freddo che era.
Solo la signora Amalasunta faceva un po’ la costernata e poteva permetterselo dato che suo
marito era tanto coraggioso da volere subito la guerra totale su quattro fronti. "Speriamo che non
duri tanto..." lei diceva. Ma il giornalista Strabonio era scettico: "Eh, eh, tutto previsto, - diceva. - Ricorda, eccellenza, quel mio articolo, già l’anno passato..."
- Eh, eh, - annuiva Pompilio che se ne ricordava perché quell’articolo Strabonio l’aveva scritto
dopo un colloquio con lui.
- Con questo non si deve escludere... - disse l’onorevole Uccellini che non era riuscito a
dimostrare chiaramente la missione pacificatrice del Papato prima, durante e dopo l’immancabile
conflitto. - Ma sì, ma sì, onorevole... - fecero gli altri con tono conciliante. La moglie dell’onorevole era
l’amante di Pompilio e non gli si potevano dare tanti dispiaceri.
Il mare si vedeva negli intervalli della tenda a righe, strofinarsi contro la spiaggia come un
tranquillo gatto inconsapevole, arcuandosi alle passate della brezza.
Entrò un cameriere e chiese se volevano dei frutti di mare. Era venuto un vecchio, disse, con una
cesta di ricci e di patelle. La discussione dal pericolo di guerra passò al pericolo di tifo, il generale
citò gli episodi africani, Strabonio citò degli episodi letterari, l’onorevole dava ragione a tutti.
Pompilio, che se ne intendeva, disse che facessero venire lì il vecchio con la roba e avrebbe scelto
lui.
Il vecchio si chiamava Bacì Degli Scogli; fece delle storie con il cameriere perché non voleva che
toccasse le ceste. Le ceste erano due, mezzo sfasciate e ammuffite: una la reggeva contro un fianco
e appena entrato la lasciò cadere a terra; l’altra, ch’egli teneva su una spalla, stando tutto contorto,
doveva essere pesantissima ed egli la posò a terra con molta attenzione. Era chiusa da un pezzo di
sacco legato intorno.
La testa di Bacì era coperta da una lanugine bianca, senza differenza di capelli e barba. La poca
pelle nuda era rossa come se da anni il sole non riuscisse ad abbronzarla ma solo a bollirla e
scorticarla; e gli occhi erano sanguigni come se fin la cispa gli si fosse trasformata in sale. Aveva un
corpo basso, da ragazzo, con membra nodose che sporgevano dagli strappi del vestito vetusto,
indossato sulla pelle, senza neanche camicia. Le scarpe doveva averle pescate in mare, tanto
sformate, spaiate, incartapecorite erano. E da tutta la sua persona s’alzava un forte odore d’alghe
marce. Le signore dissero: - Che caratteristico.
Bacì Degli Scogli, scoperta la cesta leggera, andava mostrando i ricci ammucchiati in un
digrignare d’aculei neri e lucidi. Con quelle sue mani vizze, tutte punti neri di spine conficcate,
maneggiava i ricci come fossero conigli da prender per le orecchie, e li rivoltava e mostrava la
polpa rossa e molle. Sotto i ricci c’era un ripiano di sacco e sotto ancora le patelle, coi piatti corpi
zonati giallo-bruni sotto i gusci barbuti e lichenosi.
Pompilio esaminava ed annusava: "Non sboccano mica delle fogne, dalle vostre parti, no?" Bacì sorrise nella sua lanugine: "Eh, no, io sto sulla punta, le fogne le avete voi qui, dove fate i bagni..."
Gli invitati cambiarono discorso. Comprarono dei ricci, delle patelle e incaricarono Bacì di
fornirne loro ancora nei giorni venturi. Anzi, gli diedero ciascuno il proprio biglietto da visita, in
modo ch’egli potesse fare il giro delle loro ville.
- E che ci avete in quell’altra cesta? - chiesero.
- Eh, - il vecchio ammiccò, - una bestia grossa. Una bestia che non vendo.
- Che ve ne fate allora? La mangiate?
- Mangiarla! É una bestia di ferro... Bisogna che trovi il suo padrone, per ridargliela. Che se la
sbrighi un po’ lui, dico bene?
Gli altri non capivano.
- Sapete, - lui spiegò, - la roba che il mare porta a riva, io la divido. Da una parte le latte,
dall’altra le scarpe, le ossa da un’altra ancora. Ed ecco che mi arriva quest’accidente. Dove lo
metto? Lo vedo al largo che viene avanti, mezzo sott’acqua e mezzo sopra, verde d’alghe e
rugginoso. Perché li mettono in mare questi accidenti, io non capisco. Vi piacerebbe, trovarli sotto il
letto? o in un armadio? Io l’ho preso e adesso cerco chi è che ce li mette e gli dico: tienilo un po’ tu,
fa’ il favore!
E così dicendo aveva avvicinato con cautela la cesta, aveva slegato il coperchio di sacco e aveva
scoperto un grosso, mostruoso, ferreo oggetto. Le signore dapprima non capirono, ma diedero in un
grido quando il generale Amalasunta esclamò: - Una mina! - La signora Pompilio andò in deliquio.
Ci fu una gran confusione, chi si affannava a far vento alla signora, chi assicurava: - Certo è
inoffensiva, da tanti anni così, alla deriva... - chi diceva: - Bisogna portarla via, bisogna arrestare
quel vecchio -. Ma il vecchio intanto era sparito, con la terribile cesta.
Il padrone di casa chiamò la servitù: - L’avete visto? Dov’è andato? - Nessuno poteva assicurare
fosse uscito. - Cercate per tutta la casa: aprite gli armadi, i comodini, vuotate la cantina!
- Si salvi chi può, - gridò Amalasunta improvvisamente impallidito. - Questa casa è in pericolo,
via tutti!
- Perché proprio la mia? - protestò Pompilio. - E la sua, generale, pensi alla sua!
- Bisognerà che vada a sorvegliare casa mia... - disse Strabonio che s’era ricordato di certi suoi
articoli di una volta e di adesso.
- Pietro! - gridava la signora Pomponio, rinvenuta, gettandosi al collo del marito.
- Pierino! - gridava la signora Uccellini, gettandosi anch’essa al collo di Pompilio e scontrandosi
con la legittima consorte.
- Luisa! - osservò l’onorevole Uccellini. - Andiamo a casa!
- Non crederà mica che casa sua sia più sicura? - gli dissero. – Con la politica che fa il suo
partito, lei è più in pericolo di noi!
Uccellini ebbe un lampo di genio: - Chiamiamo la polizia!
La polizia si scatenò per la cittadina rivierasca, alla ricerca del vecchio con la mina. Le ville del
finanziere Pompilio, del generale Amalasunta, del giornalista Strabonio e dell’onorevole Uccellini
ed altre ancora furono piantonate da picchetti armati, e reparti di sminatori del Genio le
ispezionarono dalla cantina alle soffitte. I commensali di villa Pompilio si disposero a bivaccare
all’aperto quella notte.
Intanto un contrabbandiere chiamato Grimpante, che grazie alle sue amicizie riusciva sempre a
sapere tutto, s’era messo per conto suo sulle piste di Bacì Degli Scogli. Grimpante era un
omaccione con un berrettino marinaro di tela bianca; gli affari loschi che si svolgevano sul mare e
sulla riva passavano tutti per le sue mani. Fu facile a Grimpante, fatto il giro di qualche osteria del
quartiere delle Case Vecchie, d’imbattersi in Bacì che usciva brillo con la misteriosa cesta in spalla.
Lo invitò a bere all’Osteria dell’Orecchia Mozzata, e versando da bere cominciò a spiegargli la
sua idea.
- É inutile che restituisci la mina al proprietario, - diceva, - tanto lui appena può la rimette dove
l’hai trovata. Invece, se dài retta a me, ci prendiamo tanti di quei pesci da invadere i mercati di tutta
la riviera e farci milionari in pochi giorni.
Bisogna sapere che un monello chiamato Zefferino, solito a ficcare il naso dappertutto, aveva
seguito i due nell’Osteria dell’Orecchia Mozzata e s’era nascosto sotto il tavolo. E capito a volo
quel che intendeva Grimpante scappò via e corse a passar la voce tra i poveri delle Case Vecchie.
- Ehi, volete farvi il fritto, oggi?
Dalle finestre strette e sbilenche s’affacciavano donne magre e spettinate con bambini al petto,
vecchi con il cornetto acustico, comari che pelavano radicchi, giovani disoccupati che si facevano la
barba.
- E come? E come?
- Zitti zitti, venite con me, - disse Zefferino.
Grimpante che aveva fatto un salto a casa sua, tornò con una custodia da violino e s’incamminò
col vecchio Bacì. Presero la strada che fiancheggiava il mare. Dietro, in punta di piedi, venivano i
poveri delle Case Vecchie. Le donne ancora in grembiale, con le padelle a spall’arm, i vecchi
paralitici nelle carrozzelle, i mutilati con le stampelle, e una torma di ragazzini tutt’intorno al
branco.
Giunti sugli scogli della punta, la mina fu abbandonata in mare, a una corrente che la portava
verso il largo. Grimpante aveva tirato fuori dalla custodia di violino uno di quegli arnesi
ammazzacristiani che sparano a raffica e l’aveva piazzato dietro un riparo di scogli. Quando la mina
gli fu a tiro cominciò a sparacchiare: i colpi sull’acqua segnavano una scia di piccoli zampilli. I
poveri, ventre a terra sullo stradone litoraneo, si turarono gli orecchi.
Tutt’a un tratto una grande colonna d’acqua s’alzò nel mare dal punto dove prima era la mina. Il
fragore fu enorme: i vetri delle ville andarono in frantumi. L’ondata arrivò fin allo stradone. Appena
le acque si quetarono cominciarono a venire a galla le pance bianche dei pesci. Grimpante e Bacì
stavano mettendo mano a una gran rete, quando furono travolti dalla folla che correva verso il mare.
I poveri si misero in acqua vestiti, chi con le scarpe in mano e i calzoni rimboccati, chi con le
scarpe e tutto, le donne con le sottane galleggianti a cerchio: e tutti giù ad acchiappare i pesci morti.
Chi li pescava con le mani, chi col cappello, chi con le scarpe, chi li metteva in tasca, chi nella
borsetta. I ragazzi erano i più veloci ma non s’azzuffavano: tutti erano d’accordo di dividerli in parti
uguali. Anzi, badavano ad aiutare i vecchi che ogni tanto scivolavano sott’acqua e uscivano con la
barba piena d’alghe e granchiolini. Le più fortunate erano le beghine che procedevano a due a due
coi loro veli tesi a fior d’acqua e rastrellavano tutto il mare. Le belle ragazze ogni tanto gridavano: -
Ih... ih... perché un pesce morto saliva loro sotto le sottane, e i giovanotti giù a cercare di pescarlo.
Sulla riva cominciarono ad accendersi fuochi d’alghe secche e comparvero le padelle. Ognuno
tirò fuori di tasca un boccettino d’olio e si cominciò a sentire odor di fritto. Grimpante se l’era
svignata perché la polizia non lo acciuffasse con quell’arrotavivi per le mani. Bacì Degli Scogli
invece se ne stava in mezzo agli altri, con pesci, granchi e gamberi che gli spuntavano da tutti gli strappi del vestito, e si mangiava una triglia cruda dalla contentezza.

giovedì 19 ottobre 2023

Italo Calvino sul set di Riso amaro


 

Italo Calvino, Il regista di "Caccia tragica" sta girando "Riso amaro". Tra i pioppi della risaia la "cinecittà" delle mondine, L'Unità edizione piemontese, 24 luglio 1948. 

Raffaele Vallone, al pugno di Vittorio Gassmann, finì per terra e Gassmann gli fu sopra. S'avvinghiarono e si rotolarono nella polvere. Gassmann ha una furia selvaggia e un fisico potente. Vallone ha più abilita ginnastica e più controllo delle sue forze. Se le davano di santa ragione, si strofinavano la faccia nella polvere. Beppe De Santis, seduto sul carrello li fissava senza perdere una mossa arrotolandosi un ciuffo di capelli tra le dita.
Siamo tra i pioppi e le risale di Veneria di Lignana. Poco distante, nelle cascine dell'azienda IFI, è accampata la “troupe” della Lux Film che sta girando Riso amaro, il film che ha per sfondo la monda del riso nel Vercellese. E’ notte e si sta girando una delle scene più drammatiche del film.
lo prima non avevo un’idea chiara di come facessero a girare le scene di cazzottature: far cascare ogni colpo dove doveva cascare, tutto così in fretta. Se anche gli altri registi fanno come De Santis il sistema è semplice : lasciare che gli attori s'arrabbino veramente e se le suonino sul serio. Basilio Franchina, l’aiuto regista, mi confida in gran segreto che per tutta la giornata avevano montato Vallone e Gassmann uno contro l’altro dicendo a entrambi: "Guarda che stasera ha deciso di picchiarti sul serio". L'altro aiuto-regista, Gianni Puccini, più maligno, spiega diversamente la loro furia interpretativa: la lotta avrebbe un solo scopo, quello di "disimpallarsi", cioè di presentare sempre la faccia scoperta alla macchina da presa, come è costante preoccupazione di ogni attore dello schermo.

Un mestiere scomodo

Ogni tanto De Santis ordina di smettere, i due si rialzano coperti di polvere, si tastano le ossa e De Santis spiega loro cos’è che non va. Poi Ciak! E ricominciano da capo. Io dovrei fare il tifo per Vallone, che è mio collega, e fino a due mesi fa impaginava la "terza" dell'Unità di Torino, ma Gianni Puccini che dirige le comparse guarda brutto quelli che osano un bisbiglio. Intorno, appesi ai pioppi, come tante lune impigliate tra le foglie, i riflettori inondano la notte sulle risaie di una luce bianca e falsa, proprio “da cinema”. Riso amaro è un film girato tutto in esterni: per De Santis l’amore della realtà rasenta il fanatismo. La scena più violenta del film, per esempio, si svolge in una vera macelleria con vacche squartate appese a uncini e pare che l’odore della carne che andava a male sotto i riflettori abbia molto giovato a ossessionare l’atmosfera.
Ora Vallone con un calcio sullo stomaco fa fare a Gassmann un salto mortale e lo butta nel ruscello. Io non credevo che l'attore nel cinema fosse un mestiere così scomodo: trucchi, pensavo, sono tutti trucchi. Invece Gassmann va a finire a bagno tante volte finché la scena non viene perfetta, mentre De Santis lo seguue sul carrello, tormentandosi il ricciolo con le dita, e Franchina che prima faceva i documentari e sa fare anche l'operatore, riprende la scena con l'Airflex.
Intanto le mondine vere che fanno da comparsa e quelle false, cioè le attrici, hanno il loro daffare a schiacciare le zanzare che sono il flagello di questa “troupe” sperduta tra gli acquitrini. Io non sento niente perché guardo Silvana Mangano che è seduta lì vicino ed è, parola d’onore, la più bella ragazza che io abbia mai visto.

Doris e Silvana

Riso amaro, come ha due protagonisti maschili, ha due protagoniste femminili. Una è americana, Doris Dowling e molti la ricorderanno in Giorni perduti. E' un'attrice di grande educazione artistica; viene dal teatro dove recitava col gruppo d'avanguardia di Clifford Odets, il drammaturgo progressista americano. Si tovava in Italia per turismo, quando le fu proposto di fermarsi per girare un film. Forse alloranon prevedeva che in Italia i film si facessero in condizioni così eroiche, accampati tra le risaie per tre mesi, così lontani da tutti i comfort di Hollywood, ma la Dowling è entusiasta del film, di De Santis, degli attori e recita con un impegno magnifico.
Silvana Mangano mi sembra una delle grandi fortune del film. E’ romana, ha diciott’anni, il viso e i capelli della Venere di Botticelli, ma un’espressione più fiera, dolce e fiera insieme, occhi scuri e capelli biondi, un incarnato terso e limpido, senza ombre né luci, spalle che si aprono con una dolcezza da cammeo, un busto d’una ardita armonia di linee trionfanti e aeree, la vita come uno stelo snello e un mirabile ritmo di curve piene e di arti longilinei. Insomma, a farla breve, Silvana Mangano m’ha fatto una grandissima impressione e devo dichiarare che nessuna fotografia può bastare a darne un’idea.
La trama di Riso amaro è basata sul contrasto tra la vita di fatiche e di solidarietà della risaia e la morale equivoca di una coppia di ladri che vi si rifugiano per sfuggire alla polizia. La più bella delle mondine lascia il sergente di cui era innamorata (Vallone) per il gigolò cittadino (Gassmann) e si perde nel losco affare di un furto di riso, mentre la ladra (Doris Dowling) si redime nella solidarietà con le mondine e tutto tra cazzottature, sparatorie, coltellate, suicidi, inondazioni, feste, balli e belle scene di monda in risaia.

Il ciuffo di De Santis

Il suggello di verità e la moralità vera del film, anche se il soggetto, per esigenze commerciali, indulge a una certa retorica e a un pessimismo convenzionale, vengono dal grande impegno di realismo e di umanità che Beppe De Santis mette nella sua regia. Appollaiato dietro la macchina da presa De Santis spiega, corregge, interpreta la parte di tutti con nervoso accanimento, attorcigliando e avviticchiando il ciuffo in mezzo al cranio, è lo stesso gesto che fa Cesare Pavese mentre scrive: che sia un segno distintivo della scuola realistica? Né le sue fatiche si limitano alle ore di ripresa.  Oggi a Veneria è arrivato il maestro Petrassi che farà il commento musicale di Riso amaro. E De Santis a spiegargli come va impostato lo spartito, in gran parte basato su motivi popolari e a cantargli lui stesso le canzoni delle mondine.
Uno stuolo di giovani attrici di Cinecittà si sono improvvisate mondariso: la diciassettenne Maria Grazia Francia, che già abbiamo visto come figlia dell'Onorevole Angelina; Anna Maestri, una giovane caratterista che viene dal teatro; Lia Corelli che sarà una mondina "prima della classe", con le treccine e i mutandoni; e Isabella [Zennaro], un brunissimo viso che non ci si aspetterebbe mai di trovare in risaia. Tra i "caporali" riconosciamo Nico Pepe, Checco Rissone e Tonino Nediani.
Ma oltre a questi risaioli di Cinecittà c’è la folla dei risaioli autentici. A vedere tornare le mondine dal lavoro, per questi interminabili viali di pioppo tra la campagna, dai monotoni riquadri verdi acquosi, a vedere quelle file di donne giovani e anziani, coi cappelloni di paglia, le calze che lasciano nudo il piede, i vestiti multicolori e fantasiosi, viene da stupirsi che il cinema non abbia pensato prima ad ispirarsi a questa materia così ricca di umanità e di colore, a questi loro quaranta giorni di fatica e di sfruttamento per un guadagno che sfumerà in altrettanto tempo, a questa loro allegria avventurosa piena di combattività collettiva.
Le mondine di Veneria provengono in gran parte dal Modenese: paesi “rossi”. Abbiamo visitato uno dei loro affollati dormitori - per fortuna ci dicono: questo è uno dei migliori! - mentre leggevano la posta ricevuta allora. Le notizie da casa erano allarmanti: la polizia di Scelba era stata al loro paese durante un comizio e aveva manganellato la popolazione. Parecchi loro cari erano stati feriti o arrestati. Le mondine erano in grande apprensione e si leggevano le lettere l'un l'altra.

Partono le mondine

Dell’inaspettato diversivo cinematografico le ragazze della risaia sono tutte entusiaste. Tra loro e quelli del cinema s’è subito creata la più calorosa amicizia. Ma tra pochi giorni, finita la monda, questo stuolo rumoroso e policromo farà ritorno alle proprie case. Sull’immensa risaia rimarrà solo la “troupe” di De Santis a finire Riso amaro.
I cinematografari non sanno darsene pace. “Veneria senza mondine resterà ben triste” dice De Santis guardando il monotono paesaggio. E sa che non s’è affezionato a loro come a un motivo decorativo, sa che solo con questi contatti tra cinema e popolo si può fare del cinema vero.

 

venerdì 26 gennaio 2018

Vincitori senza futuro

La Grande Armée attraversa il Niemen

Qualcosa del genere è già avvenuto nella storia. Alla vigilia di uno scontro sembra esserci a volte un vincitore atteso, se non che il corso degli eventi muta inaspettatamente. In Italia nel 1994, per esempio, sembrava che la gioiosa macchina da guerra capeggiata dagli ex-comunisti fosse destinata a vincere le elezioni. Poi ci fu la novità di Berlusconi con Forza Italia e il quadro non fu più lo stesso. 
In Europa, nel 1812, pure sembrava esserci in un primo tempo un vincitore obbligato. Il 24 giugno di quell'anno, la Grande Armée, forte di 600mila uomini, attraversò il Niemen per addentrarsi nel territorio russo. Fino ad allora, Napoleone aveva sempre vinto negli scontri campali. Era come se non ci fosse stata scelta. La partita era già chiusa, secondo molti. Bastava che il vincitore designato facesse normalmente la sua parte. E il vincitore designato un po' ci credeva, andava in giro a distribuire sorrisi, riceveva omaggi inaspettati dai suoi sostenitori del momento. Poi arrivò la sorpresa. L'abilità di sempre nella manovra non funzionava e l'esito sperato non si produsse. 
Nella campagna per le elezioni del 4 marzo i pentastellati partivano favoriti. C'è poi stata una prima sorpresa, la ricomposizione della destra. La sorpresa più grande è venuta ancora dopo. In un primo tempo sembrava che le promesse fossero uno strumento utile per attrarre nuovi elettori. Attaccare i politici, promettere l'impossibile: la ricetta era facile, troppo facile. Non solo i pentastellati, anche i loro concorrenti abbondarono in concessioni future a carico del bilancio statale, senza calcolare le ricadute in termini fiscali. Il gioco era sporco e l'opinione pubblica non tardò a avvertire la presa in giro più o meno nascosta. La campagna elettorale si stava traducendo in una occasione per delegittimare ancora più gravemente che in passato l'intera classe politica, grillini compresi:
"Più di un sondaggio ha rilevato che solo il 25% degli italiani intervistati ritiene credibile che la mole di impegni e di annunci che sta caratterizzando questa campagna elettorale possa essere realizzata. Tre cittadini su quattro, al contrario, pensano che le tante promesse elencate non verranno mai mantenute. E da tale valutazione discende, naturalmente, un giudizio assai critico sul modo di agire e sul senso di responsabilità dei partiti in competizione" (Federico Geremicca).
C'è stata addirittura una denuncia dei vescovi che hanno definito immorale la pratica delle promesse a vuoto. Non che ci fosse bisogno di questo allarme per capire. I vescovi si sono uniti al coro dei cittadini indignati e hanno certificato l'errore commesso dai millantatori. 
Adesso, come nel gioco dell'oca, si torna alla casella di partenza. La partita rimane aperta, la percentuale degli astenuti prevedibili resta alta. Forse non suonerà proprio adesso l'ora della politica. Altre follie potranno scatenarsi prima che si arrivi alla fase del ragionamento pacato. Quando saranno resi noti i risultati, si scoprirà quello che gli osservatori più lucidi sanno già. Le elezioni non avranno un vincitore netto e l'incarico di formare il governo dovrebbe andare a una figura di mediatore. E nella misura del possibile sarà prescelto qualcuno che garantisca il mantenimento del legame europeo. Berlusconi lo sa e si sta attrezzando di conseguenza. Sembra poco probabile che il gioco finisca nelle mani dei pentastellati e della Lega. E se questo dovesse accadere, l'esperimento avrebbe una breve durata. Trump, certo, dimostra il contrario. Nel suo caso l'estremismo al potere dura. Non vuol dire. Gli Stati Uniti sono un continente, l'Italia potrebbe avere una politica estera più coraggiosa, non può certo permettersi una cavalcata solitaria con la zavorra di un debito pubblico reso più ampio dagli esercizi di finanza allegra. Esistono spazi di manovra. Chi dovesse tentare una inversione a U, finirebbe fuori strada in un tempo assai breve.