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venerdì 21 agosto 2026

Il paesaggio greco

 

quel paesaggio colmo di atmosfere oniriche

Antonio Perazzi
Il Sole 24ore, 2 agosto 2026

Il paesaggio greco è ancora la cornice naturale ideale dell’attesa teofania: resiste immutato attraverso la storia con una tale coerenza da permettere di immaginare a chiunque lo percorra cosa provassero gli antichi. Esprime sensazioni di coerenza contrastanti: rovine, templi, teatri, monumenti e strade immersi in una natura aspra ma seducente. Fuori dalle strade carrabili, i sentieri sono ricalcati su quelli formati dagli animali, percorrerli con sandali, con le gambe nude, non vuol dire solo prestare attenzione ai propri movimenti ma soprattutto stare in ascolto della Natura.

Ora come allora i fili d’erba pungono e tagliano come rasoi: qui anche i semi sono coperti di arpioni e sembrano avere uno scopo nella vita che è quello di uncinarsi a noi per essere trasportati altrove come materializzazione polisemica e polisensoriale. Qui, ogni pietra é aguzza e ogni pianta é armata: Sarcopoterium spinosus, Calicotome spinosa, Asparagus horridus. Nel Mediterraneo, le piante spinose sono il risultato di una brillante evoluzione convergente di adattamento: le spine si sono evolute come trasformazioni fogliari e sono la risposta mirata a scarsità d’acqua e pressione degli erbivori. Capre e pecore sono i veri residenti del territorio tanto da trasformarsi in giardinieri, anzi maestri di arte topiaria dediti alla continua potatura della macchia che, grazie al loro passaggio si conferma giardino.

L’epifania del divino nel paesaggio greco è una maturazione psicofisica attraverso i profumi e i colori delle piante e degli altri elementi naturali. che si evolvono. Micene, dove si trova la celebre tomba di Agamennone, anticamente era detta Mekone dal sintagma melon/mekon, pomo/capsula del papavero da oppio qui abbondantemente coltivato per i semi nutrienti e per le proprietà psicotrope dell’oppio da cui si estraevano sedativi. L’oniricità è una costante in questo paesaggio: cercare rifugio sotto un albero di corbezzolo, fico o sotto l’imponente chioma di una quercia vallonea provoca un torpore che non è sonno, ma piuttosto una sospensione delle percezioni sensoriali, una sorta di stato ipnotico innescato dallo stormire delle fronde.

E quando le temperature si fanno più miti unite alle piogge, a primavera come in autunno, appaiono fioriture generosissime e inaspettate.

Ma quale era il rapporto con la natura ai tempi di Ulisse? E il loro paesaggio era diverso da quello attuale? La risposta è no, anzi ciò che rende ancora oggi straordinaria questa terra è che ha mantenuto una coerenza biologica come è raro trovare altrove, dove invece ci sono state trasformazioni per necessità abitative umane e biologiche per le piante e gli animali esotici che si sono insediati.

Nell’Iliade domina un paesaggio di desolazione e guerra in cui le battaglie vengono descritte tramite similitudini naturalistiche: mare tempestoso, vento che abbatte le messi, fiumi in piena. Ma nell’Odissea, il paesaggio assume dimensioni fiabesche e oniriche legate al tema dell’esplorazione. Vengono descritte numerose piante che fanno presagire che ci fosse una forte consapevolezza del legame tra flora e ambiente. Si incontrano luoghi selvaggi e pericolosi senza piante: come l’isola delle sirene o la grotta di Polifemo, contrapposti a diverse forme di giardini. Quelli incantati delle divinità: l’isola di Calipso è incontaminata e lussureggiante, popolata di viti ma anche di ontani, pioppi e cipressi odorosi, quattro fiumi danno da bere a prati di viole. Poi ci sono i giardini reali come quello descritto nel canto VII dove il giardino di re Alcinoo si fa rappresentazione di un alleanza tra lavoro umano e natura. Tutte le piante sono legate alle divinità come medium e ognuna è associata a un dio: Zeus la quercia, Atena l’olivo, Apollo l’alloro, Demetra il grano, Dioniso la vite, Era il melograno e il giglio, Poseidone i pini e le conifere delle scogliere, Afrodite e i fiori profumati dalla rosa alla viola, fino al mirto.

I greci antichi conoscevano alla perfezione il paesaggio in cui erano immersi e anche le proprietà delle piante con cui condividevano il territorio che apprezzavano come natura incontaminata e lussureggiante, oppure come risultato di una trasformazione mirata a creare espressioni di natura civilizzata. Quindi erano in grado di discernere una foresta selvaggia pullulante di insidie, rappresentazione dell’ignoto, dai boschi sacri dove risiede l’armonia sovrumana, come i boschi delle ninfe di Itaca. I paesaggi omerici letterari sono vivi e vegeti e risiedono nella natura che ci circonda, tra passato e presente, mantenendo vivo il desiderio di tornare al mito.



mercoledì 19 agosto 2026

Itaca per noi



 la terra dei padri e del «nostos» aspro

A Itaca/1 L’isola è piccola, austera e brulla, con tanta vita paesana dei tempi andati appena si esce fuori dalla capitale in miniatura Vathi dove ogni negozio ha un nome ispirato all’Odissea

Claudio Visentin

Il Sole 24ore, 19 luglio 2026

Da sempre i marinai raccontano di isole capricciose e ballerine, isole che si nascondono allo sguardo e all’approdo, isole che si allontanano quando credi di averle raggiunte, isole che forse neppure esistono eppure sono l’ossessione di qualcuno. A volte penso che Itaca sia una di queste. Ogni estate un tale si sveglia e decide che la vera Itaca non è l’isola che abbiamo sempre chiamato così, che non è nell’arcipelago delle Ionie, porta della Grecia, ma in qualche altro mare. Di rado è la proposta di un archeologo o un geografo; più spesso sono studiosi improvvisati provenienti da tutt’altri mestieri. Per esempio un ingegnere nucleare (!) ha immaginato che la vicenda dell’Odissea si svolga tra Baltico, Scandinavia e Atlantico settentrionale; Itaca sarebbe allora la piccola isola danese di Lyø (mentre quello di Ulisse diventa il classico esempio di viaggio senza gli abiti adatti). Altri hanno trasportato l’intera geografia omerica nell’Atlantico, collocando Itaca presso Cadice (e Troia in Inghilterra), o ancora nella Sicilia occidentale (Samuel Butler), con un disinvolto Ulisse trapanese. L’archeologo tedesco Wilhelm Dörpfeld, tra Otto e Novecento, sostenne invece che la vera Itaca fosse l’isola di Leucade, più a nord nell’arcipelago delle Ionie. Infine questa estate, complice il gran caldo credo, diversi autori hanno rilanciato con qualche aggiustamento la tesi di Robert Bittlestone che già vent’anni fa identificava l’Itaca omerica con Paliki, la penisola occidentale di Cefalonia. Abbandonata dopo ricerche infruttuose la teoria che la penisola fosse un tempo un’isola, separata da Cefalonia da un canale, si sostiene ora che di “isola” in senso stretto nel poema non si parla mai a proposito di Itaca: insomma una teoria smentita dalla geologia e poi riformulata attraverso la filologia. Diciamo subito che il testo omerico qualche dubbio lo fa sorgere, per esempio quando Ulisse descrive la sua amata isola come «l’ultima là, in fondo al mare, / verso la notte». Ma a occidente di Itaca c’è la massiccia Cefalonia – e dunque Itaca ultima non è – e appunto Paliki segna qui un punto a suo favore.

Ma ha senso questa acribia filologica applicata a un passo controverso di un poema nato da una lunga tradizione orale, sedimentata e ricomposta per secoli? Ogni altra considerazione poi ci spinge a pensare che Itaca sia … Itaca. Per cominciare così si è creduto fin dall’antichità (e non è argomento da poco) e questa identificazione ha dalla sua una tradizione lunghissima. Inoltre sappiamo da diverse fonti che gli abitanti di Itaca in età ellenistica veneravano Odisseo come eroe locale e organizzavano giochi in suo onore. A Itaca si sono poi trovate testimonianze epigrafiche del culto di Odisseo, con frammenti che riportano il suo nome; nella grotta di Polis sono emersi anche i celebri tripodi di bronzo, di epoca più tarda ma sorprendentemente simili a quelli che nell’Odissea i Feaci donarono a Ulisse. A Paliki invece… poco o nulla. E se tutte queste faticose corrispondenze vi hanno già stancato, sappiate che già alcuni tra gli antichi liquidavano la questione facendosi beffe di chi cercava in un poema precisi riscontri geografici. Per esempio il sommo geografo ellenistico Eratostene, nel III secolo a.C., mette in guardia dalla tentazione di trasformare il mito in geografia reale e ironizza dicendo che si sarebbe scoperto dove aveva viaggiato Odisseo quando si fosse trovato il calzolaio che aveva cucito l’otre dei venti.

Ma queste in fondo sono discussioni da eruditi, condotte nei loro studi tra carte e libri. Se a Itaca si ritorna davvero, come faccio ogni anno da nove anni con la mia scuola di scrittura di viaggio, la prospettiva sul campo è subito diversa. Già lo sbarco dal traghetto nel modesto approdo di Piso Aetos, un piazzale polveroso da dove parte una strada che s’inerpica sulla collina, ridimensiona le aspettative. L’isola è piccola, austera, brulla, con tanta vita paesana dei tempi andati se appena si esce dalla capitale in miniatura Vathi, distesa intorno a una baia luminosa e affollata di turisti. A Stavros, il più importante villaggio del nord dell’isola, ogni negozio ha un nome ispirato all’Odissea e certi dubbi sono semplicemente un’eresia. Ma Itaca non vive solo del passato omerico, anche perché la sua storia è stata assai varia: dopo l’età micenea l’isola conobbe le dominazioniù di romani, bizantini, normanni e latini, poi ottomani, veneziani, francesi e inglesi. Si fa prima a dire chi non è passato di qui.

All’inizio del Cinquecento, quando i veneziani presero il controllo dell’isola, la trovarono quasi spopolata dopo decenni di guerre, pirateria e occupazione ottomana, tanto da dover rifondare la società attirando immigrati. E tuttavia la maggior parte degli edifici, testimonianza delle diverse epoche, è stata cancellata dal terribile terremoto del 1953. Quel tragico evento accelerò l’emigrazione verso Atene e Paesi lontani (Canada, Australia), già avviata nella seconda metà dell’Ottocento. In compenso altri sono arrivati: il portiere della locale squadra di calcio per esempio è albanese: quando non gioca fa il muratore o la guida omerica. Un buon numero di suoi connazionali giunse qui dopo la caduta del regime comunista di Tirana nel 1990-1991, sostituendo gli itacesi emigrati nell’edilizia e nell’agricoltura.

Ma poi per un giorno possiamo dimenticare dispute e rivendicazioni per abbandonarci alla natura; il mare brilla immobile nella luce calda dell’estate, il canto delle cicale è assordante. Al di là di quegli oscuri e gloriosi inizi, Itaca è forse solo un’isola greca come tante altre. Del resto anche Ulisse, nell’Odissea, non rivendica per Itaca nessun primato e non ne nasconde i limiti, pur descrivendola con desiderio e tenerezza, lui che per tornarvi ha respinto l’allettante offerta d’immortalità della dea Calipso: «Aspra, ma buona nutrice di giovani e io nulla / più dolce di quella terra potrò mai vedere». Itaca è la casa, la terra dei padri, e come tale comanda amore. Invece di discutere delle isole altrui – sembra dire – ognuno impari ad amare la propria.


ulisse non c’è, ma frequentiamo la scuola di omero

A Itaca/2

Emanuele Papi
Il Sole 24ore, 2 agosto 2026

Quando c’è di mezzo Ulisse, il pericolo è noto: trovare quel che si va cercando. Già gli antichi litigavano sulle coordinate della sua carta nautica. Eratostene, scettico, suggeriva che fosse più facile rintracciare il pellaio che aveva cucito l’otre dei venti di Eolo; Polibio, più fiducioso, misurava correnti, distanze e pesci; Strabone era per il compromesso: Omero inventava, ma con materiali veri.

Da allora gli interpreti più spericolati cercano di far combaciare la mappa omerica con il Mediterraneo: un muro diventa la reggia di Ulisse, una costa la terra delle Sirene, qualche faraglione minaccioso il paese dei Ciclopi. Di recente è stata riesumata la teoria che trapianta Itaca nella penisola di Paliki, a Cefalonia. Quando la geografia non coincide con Omero, si può sempre cambiare la geografia.

Ulisse sfuggì a Polifemo, ma da secoli non riesce a liberarsi dei suoi inseguitori e, da eroe astuto, continua a giocare loro qualche scherzo. Il suo palazzo a Itaca occupa poco spazio negli studi, moltissimo in TV, sul web e nell’orgoglio degli abitanti delle isole Ionie. Il problema non è soltanto l’entusiasmo dei divulgatori. È anche il silenzio degli archeologi, che ritengono la questione troppo fatua per meritare una replica. Così i due mondi procedono senza parlarsi: i giornali rivelano scoperte e l’accademia inarca il sopracciglio.

A Itaca è stato trovato qualcosa di meno spettacolare ma più interessante: non il domicilio di Ulisse, bensì il luogo dove gli abitanti, molti secoli dopo la composizione dell’Odissea, lo veneravano. Il luogo si trova ad Agios Athanasios, a nord dell’isola; è chiamato «Scuola di Omero», un nome che promette troppo e spiega poco. Al centro emerge una grande roccia; le strutture occupano due terrazze: in alto resta una torre del III secolo a.C., più in basso un edificio con spazi per le offerte.

Gli scavi, condotti dal 1994 al 2011, hanno ricostruito una storia di millenni. Il luogo fu frequentato già nel Neolitico, tra il V e il IV millennio a.C. Al XIV e XIII secolo a.C., in età micenea, risalgono una trentina di vasi. Presenze antiche, ma che non bastano a consegnare le chiavi di casa a Ulisse. In età ellenistica e romana l’area conobbe il suo periodo più intenso. Sono stati riconosciuti bacini per aspersioni, molti ex-voto e oltre cento monete, coniate dal III secolo a.C. al II secolo d.C. in città lontane: la zona non era frequentata soltanto dagli isolani. Il più celebre viaggiatore greco era diventato a sua volta meta di viaggio.

Le tegole conservano due iscrizioni: in una si legge «di Odisseo», nell’altra «a Odisseo». Altri marchi certificano la proprietà pubblica delle costruzioni. Nel 1904 l’archeologo olandese Carl Wilhelm Vollgraff aveva trovato una testa bronzea di Ulisse con il suo berretto a cono. Nessuno di questi indizi, considerato isolatamente, sarebbe sufficiente a identificare il santuario dell’eroe. Nel loro insieme, però, architetture, offerte, monete e iscrizioni compongono un quadro difficile da liquidare e collegano l’area a un luogo di culto già noto dalle fonti scritte. Intorno al 207 a.C. la città di Itaca emanò infatti un decreto che menziona un Odysseion, il santuario di Odisseo, e gli Odysseia, gare in suo onore. A quel punto Ulisse non apparteneva più soltanto ai cantori: era entrato nel calendario, nei culti e nelle istituzioni della città. Agios Athanasios offre concretezza alle parole dell’iscrizione.

A Itaca c’è anche la grotta di Polis, esplorata negli anni Trenta dall’archeologa britannica Sylvia Benton. Qui si rinvennero molti doni cerimoniali tra cui una dozzina di tripodi, sostegni in bronzo per calderoni. È inevitabile pensare ai tripodi donati a Ulisse dai Feaci e nascosti nella grotta delle Ninfe. Ma la coincidenza non basta: la cavità fu un luogo di culto e vi compare anche una dedica «a Odisseo»: testimonianza sicura della devozione per l’eroe, non un punto GPS dell’antro descritto nel XIII libro dell’Odissea.

L’archeologia non ha trovato Ulisse. Ha trovato una comunità che trasformò il protagonista del poema in un antenato della storia civica, gli dedicò un centro religioso, offerte e giochi. Gli eroi non hanno bisogno di essere esistiti: cominciano a vivere quando qualcuno li riconosce come propri. Per questo, presentare l’Odysseion di Itaca come la magione del re significa confondere due storie diverse. L’identificazione funziona bene sugli schermi, meno in archeologia. Tra il culto di Ulisse e il celebre letto nuziale costruito attorno a un olivo resta ancora molto spazio, che è tutto occupato dalla poesia.





domenica 16 agosto 2026

Introvabile Itaca. La nostalgia

Maurizio De Giovanni
La nostalgia è un utensile ambivalente. Può darci felicità e pace, o fare e farci del male

La Stampa, 16 agosto 2026

Anche la nostalgia che sembra più sana potrebbe rivelarsi ambigua… col passare del tempo non ricordiamo tutto nei minimi particolari. In un ricordo che ci sembra innocente, potrebbe celarsi anche una certa atmosfera stagnante e perversa che si confonde con i momenti che appaiono limpidi ed evanescenti contemporaneamente.

Questa riflessione mette in discussione un’idea molto diffusa: che la nostalgia sia sempre qualcosa di buono e puro. Però il ricordo non è una fotografia, ma una ricostruzione della memoria, e quindi può mescolare elementi diversi. La nostalgia tende a idealizzare, e ciò che appare limpido potrebbe non esserlo stato del tutto. Con il passare degli anni, i contorni si sfumano; le emozioni piacevoli rimangono più vive, mentre gli aspetti meno luminosi possono essere rimossi oppure fondersi in un’atmosfera difficile da decifrare.

Dal punto di vista psicologico, l’intuizione ha un fondamento: la memoria è ricostruttiva, non riproduttiva. Ogni volta che ricordiamo, in parte ricreiamo il passato alla luce del presente. Per questo la nostalgia può essere insieme autentica e ingannevole.

Dal punto di vista spirituale la nostalgia può diventare ambigua quando ci porta a vivere rivolti all’indietro, come se il bene appartenesse solo al passato. La tradizione cristiana invita invece a fare memoria con gratitudine, senza trasformare il passato in un idolo. Il passato può essere una sorgente di sapienza, ma non deve sostituire il presente, che è il luogo in cui Dio continua a operare.

Questa riflessione richiama, in fondo, una distinzione sottile: non tutto ciò che è nostalgico è vero, e non tutto ciò che è vero è nostalgico. La memoria può illuminare, ma può anche velare.

Forse la nostalgia più autentica non consiste nel desiderare di tornare indietro, bensì nel riconoscere ciò che di vero e di bello merita di essere portato nel presente.

Pier Angelo Piai – Cividale del Friuli

Carissimo Pier Angelo,

la sua bella lettera è uno spunto straordinario per una riflessione sul passato, sulla memoria e soprattutto sul nostro modo di vivere tenendone conto. Ha ragione, la vita che abbiamo alle spalle può costituire una terribile tentazione, soprattutto se, come purtroppo accade nella maggioranza dei casi, vi si trovano luoghi, persone e situazioni decisamente più piacevoli o belle di quelle che ci offre il presente; ma come tutti gli strumenti fabbricati dall’uomo, la nostalgia è un utensile ambivalente. Può servire a darci felicità e pace, o a fare e farci del male.

Del resto, la stessa parola è molto chiara: significa letteralmente “la sofferenza del ritorno”, e al solito i greci sapevano benissimo quello che volevano dire. Per come pare al sottoscritto, infatti, tornare indietro è comunque e in ogni caso fonte di sottile dolore: il rimpianto, il rimorso risiedono nel passato, chiaramente. E nel passato abitano quei frammenti di felicità che abbiamo avuto senza riuscire a rendercene conto. Immagini, caro Pier Angelo, di scavare in una scatola di metallo, di quelle che una volta erano piene di biscotti e che adesso fanno da contenitore alle vecchie foto sbiadite dei tempi in cui non esistevano i cellulari, e immagini di trovare alla rinfusa momenti della sua infanzia, dell’adolescenza o dei suoi primi anni, pieni di speranze legate alla maturità. Potrà trovarsi facilmente di fronte a un se stesso bambino, magari con la faccia imbronciata per un momentaneo fastidio, mano nella mano ai genitori o a un nonno, sullo sfondo di una perduta lontana estate, così diversa da questa per sapori e odori. Guardando quell’immagine con l’odierna consapevolezza, cercando le tracce dei pensieri di quel bambino, potrebbe fare una tragica scoperta: e cioè che, senza averne la minima idea, quel bambino era felice. Erano tutti vivi, genitori, nonni, zii; il cuore non aveva solitudini né malinconie, non c’era nessuno dei problemi che sono venuti dopo, tradimenti, soldi, salute; tutti si adoperavano perché lei, Pier Angelo, fosse felice, nutrito, vestito e in piena salute. In quella vecchia immagine, insomma, lei troverà quella stessa felicità per la quale si alza ogni giorno, nella vana speranza di poterla ritrovare.

Non è l’effetto della nostalgia che ci spaventa, insomma. È quello che noi stessi abbiamo fatto e facciamo da allora, quanto siamo stati in grado di allontanarci dal poco che realmente ci serviva rincorrendo quello che ci sembrava necessario, e che alla prova dei fatti non lo era per niente.

È la lezione di Ulisse, a ben vedere; non quello post traumatico e in crisi di coscienza di Nolan, ma quello pensato da Omero. Uno che voleva solo tornare a casa, per scoprire che il luogo dove voleva tornare non esisteva più.

O che forse non era mai esistito.

lunedì 18 maggio 2026

Presso il Bisenzio

Mario Luzi
1963

La nebbia ghiacciata affumica la gora della concia
 e il viottolo che segue la proda. Ne escono quattro
non so se visti o non mai visti prima,
 pigri nell’andatura, pigri anche nel fermarsi fronte a fronte.
Uno, il più lavorato da smanie e il più indolente,
mi si fa incontro, mi dice: “Tu? Non sei dei nostri.
 Non ti sei bruciato come noi al fuoco della lotta
quando divampava e ardevano nel rogo bene e male”.
Lo fisso senza dar risposta nei suoi occhi vizzi, deboli,
e colgo mentre guizza lungo il labbro di sotto un’inquietudine.
 “Ci fu solo un tempo per redimersi” qui il tremito
 si torce in tic convulso “o perdersi, e fu quello”.
Gli altri costretti a una sosta impreveduta
dànno segni di fastidio, ma non fiatano,
muovono i piedi in cadenza contro il freddo
 e masticano gomma guardando me o nessuno. 
 “Dunque sei muto?” imprecano le labbra tormentate
 mentre lui si fa sotto e retrocede
frenetico, più volte, finché è là
fermo, addossato a un palo, che mi guarda
 tra ironico e furente. E aspetta. Il luogo,
quel poco ch’è visibile, è deserto;
 la nebbia stringe dappresso le persone
 e non lascia apparire che la terra fradicia dell’argine
 e il cigaro, la pianta grassa dei fossati che stilla muco.
 E io: “È difficile spiegarti. Ma sappi che il cammino
 per me era più lungo che per voi
 e passava da altre parti”. “Quali parti?”
 Come io non vado avanti,
mi fissa a lungo ed aspetta. “Quali parti?”
 I compagni, uno si dondola, uno molleggia il corpo sui garetti
 e tutti masticano gomma e mi guardano, me oppure il vuoto.
 “È difficile, difficile spiegarti.”
C’è silenzio a lungo, mentre tutto è fermo,
 mentre l’acqua della gora fruscia.
 Poi mi lasciano lì e io li seguo a distanza.

Ma uno d’essi, il più giovane, mi pare, e il più malcerto,
 si fa da un lato, s’attarda sul ciglio erboso ad aspettarmi
 mentre seguo lento loro inghiottiti nella nebbia. A un passo
 ormai, ma senza ch’io mi fermi, ci guardiamo,
 poi abbassando gli occhi lui ha un sorriso da infermo.
 “O Mario” dice e mi si mette al fianco
 per quella strada che non è una strada
 ma una traccia tortuosa che si perde nel fango
 “guardati, guardati d’attorno. Mentre pensi
 e accordi le sfere d’orologio della mente
 sul moto dei pianeti per un presente eterno
 che non è il nostro, che non è qui né ora,
 volgiti e guarda il mondo com’è divenuto,
 poni mente a che cosa questo tempo ti richiede,
non la profondità, né l’ardimento,
 ma la ripetizione di parole, la mimesi senza perché né come
 dei gesti in cui si sfrena la nostra moltitudine
 morsa dalla tarantola della vita, e basta.
Tu dici di puntare alto, di là dalle apparenze,
 e non senti che è troppo. Troppo, intendo,
 per noi che siamo dopo tutto i tuoi compagni,
giovani ma logorati dalla lotta e più che dalla lotta, dalla sua mancanza umiliante.”
 Ascolto insieme i passi nella nebbia dei compagni che si eclissano
 e questa voce venire a strappi rotta da un ansito.
Rispondo: “Lavoro anche per voi, per amor vostro”.
Lui tace per un po’ quasi a ricever questa pietra in cambio
 del sacco doloroso vuotato ai miei piedi e spanto.
 E come io non dico altro, lui di nuovo: “O Mario,
 com’è triste essere ostili, dirti che rifiutiamo la salvezza,
né mangiamo del cibo che ci porgi, dirti che ci offende”.
Lascio placarsi a poco a poco il suo respiro mozzato
 dall’affanno mentre i passi dei compagni si spengono
 e solo l’acqua della gora fruscia di quando in quando.
“È triste, ma è il nostro destino: convivere in uno stesso tempo e luogo
 e farci guerra per amore. Intendo la tua angoscia,
ma sono io che pago tutto il debito. E ho accettato questa sorte.”
E lui, ora smarrito ed indignato: “Tu? Tu solamente?”.
Ma poi desiste dallo sfogo, mi stringe la mano con le sue convulse
 e agita il capo: “O Mario, ma è terribile, è terribile tu non sia dei nostri”.
E piange, e anche io piangerei
 se non fosse che devo mostrarmi uomo a lui che pochi ne ha veduti.
 Poi corre via succhiato dalla nebbia del viottolo.
Rimango a misurare il poco detto,
 il molto udito, mentre l’acqua della gora fruscia,
mentre ronzano fili alti nella nebbia sopra pali e antenne.
“Non potrai giudicare di questi anni vissuti a cuore duro,
mi dico, potranno altri in un tempo diverso.
Prega che la loro anima sia spoglia
e la loro pietà sia più perfetta.”

 

mercoledì 19 novembre 2025

La modernità in forma di fuga

Francesco Antonelli
Zygmunt Bauman, attraverso le ferite della modernità
il manifesto, 18 novembre 2025

Ne La condizione postmoderna (1979) il filosofo Jean-François Lyotard annunciava, tra i primi, l’apertura di una nuova epoca segnata dal tramonto delle grandi narrazioni prodotte dalla modernità. Vale a dire quei discorsi totalizzanti e unificanti – come l’emancipazione del genere umano, la rivoluzione o il progresso scientifico – che nella società post-industriale, frammentata, preda dell’individualismo e dominata dalla tecnologia, non sarebbero più stati in grado di fornire un senso alla realtà.

Quelle narrazioni, osservava Lyotard, tenevano insieme destino individuale e collettivo orientandoli verso un futuro radioso. La loro crisi ci consegna invece un mondo che, da una parte, ha cercato di sostituirle con nuove (e spesso tragiche) epiche locali, fondate su identità culturali, etniche o religiose; e dall’altra ci affida il peso di ritrovare dentro noi stessi il senso della nostra esistenza, sperimentando continuamente l’insufficienza di ogni cornice interpretativa. Anche il soggetto diventa più malinconico, disincantato, spaesato. Soprattutto il soggetto-intellettuale che, da aspirante «legislatore» sociale, si trasforma in un più modesto ma forse più efficace interprete: sia della realtà che osserva, sia del nesso tra quella realtà e la propria traiettoria biografica.

Siamo dunque condannati all’intimismo e all’impolitica leggerezza dell’essere? Non necessariamente, se riusciamo a trasformare le sofferenze e gli spaesamenti individuali – nati dall’incrocio tra vicende personali e storia collettiva – in un linguaggio universale ed empatico, capace di far specchiare ciascuno nell’altro e di ricostruire così un terreno comune per un nuovo agire politico e intellettuale.

Il grande merito di La mia vita. Un’autobiografia in frammenti (Il Margine, pp. 296, euro 20) sta proprio qui. La curatrice, Izabela Wagner, non si limita a raccogliere gli scritti autobiografici di Zygmunt Bauman: li ordina, li ricostruisce e li monta con grande attenzione filologica ed emotiva, restituendoci non solo un documento biografico, ma una chiave di lettura della sua intera opera. Il lavoro di Wagner è prezioso: fa emergere un Bauman privato e vulnerabile senza tradirne il rigore intellettuale.

La vita del sociologo appare come un vero patchwork di lettere, appunti, memorie e confessioni: un’esistenza segnata da migrazioni forzate, scelte politiche laceranti, delusioni e ripartenze. Ritroviamo l’infanzia ebraica in Polonia, l’antisemitismo viscerale che lo colpirà più volte, la fuga del 1939, l’arruolamento nell’esercito sovietico e poi nel Kbw (il Corpo di Sicurezza Interna della Polonia comunista). Un passato a lungo indicibile e spesso strumentalizzato contro di lui.

Senza tr

Seguono il graduale distacco dal comunismo – ma non dall’idea di socialismo come giustizia sociale – e il trauma dell’espulsione dall’università di Varsavia durante la campagna antisemita del 1968. Inizia un nuovo esilio: prima Israele, poi, grazie ai buoni uffici di Anthony Giddens, l’approdo a Leeds, dove Bauman troverà finalmente un luogo da cui pensare un mondo in trasformazione.
I frammenti autobiografici illuminano in controluce il suo pensiero: la metafora della liquidità, l’idea dell’interregno, la sensibilità per l’estraneità e la fragilità dei legami sociali nascono da un’esperienza personale segnata dall’insicurezza e dalla discontinuità.

IL LIBRO MOSTRA il Bauman privato, vulnerabile, spesso ferito, ma sempre animato da un ostinato ottimismo etico: il desiderio di capire la complessità del presente e di partecipare, attraverso la scrittura, alla vita degli altri. Quattro capitoli sono particolarmente significativi, a questo proposito. Il capitolo due («Il destino di un profugo e di un soldato») ricostruisce gli anni in cui Bauman, adolescente ebreo polacco, fugge con la famiglia dopo l’invasione nazista del 1939. L’esilio nelle zone occupate dall’Urss significa precarietà, fame, lavoro duro e un’identità continuamente messa in discussione. In Unione Sovietica vive la paura del sospetto politico e le difficoltà di adattamento a un nuovo sistema che, però, egli ammirava. Da giovane si arruola nell’esercito polacco sotto comando sovietico, dove sperimenta insieme idealismo e disillusione. L’insieme di queste esperienze – guerra, esilio, violenza istituzionale – plasmerà la sua futura sensibilità verso fragilità, estraneità e insicurezza sociale.

Nel capitolo quattro («Maturazione») Zygmunt Bauman racconta invece il passaggio dall’adolescenza alla prima età adulta, un periodo in cui si intrecciano formazione personale, impegni politici, scelte morali e cambiamenti storici radicali. È un capitolo di snodo, perché segna il momento in cui la sua biografia individuale si fonde definitivamente con la storia europea del Novecento. Centrale è qui la sfera emotiva: il capitolo si sofferma sulla vita famigliare, il rapporto con i genitori e la nascita della relazione con Janina, che diventerà la sua compagna di vita. Questa dimensione affettiva non è un semplice sfondo, ma uno dei motori della sua maturazione: la costruzione di una famiglia, la necessità di mediare tra responsabilità lavorative e aspirazioni intellettuali, la ricerca di stabilità dopo anni di incertezze.

NEL CAPITOLO SEI («Prima del crepuscolo») Bauman riflette sul rapporto fra memoria, responsabilità e identità, intrecciando il proprio vissuto con riferimenti filosofici e letterari, in particolare a Jean Améry, testimone dell’orrore di Auschwitz. L’autore indaga il ruolo dell’intellettuale in tempi di oscurità politica e morale, facendo i conti con le derive autoritarie che hanno attraversato la Polonia e l’Europa. Riemergono episodi biografici legati al 1968, all’antisemitismo e alle campagne d’odio che lo colpirono, ripresentate come monito contro ogni forma di nazionalismo semplificante. Nel «crepuscolo», suggerisce, non c’è resa ma un ultimo esercizio di coraggio intellettuale. Infine, il capitolo conclusivo di questa raccolta, il sette («Guardando al passato, per l’ultima volta»), uno scritto del 2016, assume la forma di un testamento intellettuale.

LA DISTANZA DELL’ETÀ avanzata permette a Bauman di valutare senza rancore la durezza del passato e le sue contraddizioni. Così, l’ultimo sguardo è rivolto alle generazioni future: non come eredità dottrinale, ma come invito a coltivare un’etica della responsabilità, della curiosità e dell’apertura. È il congedo di un autore che ha fatto della propria inquietudine, delle proprie appartenenze e identità multiple, personali e pubbliche, una forma di attenzione al mondo: la stessa che abbiamo oggi, in una fase di profondi ed incerti sconvolgimenti, il dovere di coltivare e rilanciare con forza.

Wlodek Goldkorn
Cent'anni e tre esili di un uomo fuori dalla tribù

Huffington Post, 19 novembre 2025

Alle domande a cui non voleva rispondere reagiva con la frase “sono un sociologo”, un modo non per troncare il discorso ma per spiegare che lui raccontava, interpretava e analizzava i fenomeni sociali, le loro cause e svolgimento ma non gli interessava fare il profeta, indicare le ricette su “che fare”, né tantomeno azzardare previsioni sul futuro. Diceva anche di essere una specie di uccello, una “rara avis” e al contempo un ornitologo, ossia, che nelle ricerche e narrazioni partiva dalla sua esperienza personale, a riprova dell’assurdità di ogni pretesa per cui la validità e la qualità del racconto dipendano dalla presunta imparzialità e dal non coinvolgimento personale di chi parla. E infatti la sua principale opera è stata la riflessione sulla modernità, articolata in quella che lui chiamava la “trilogia” - La decadenza degli intellettuali. Da legislatori a interpreti; Modernità e olocausto e Modernità e ambivalenza – scritti fra gli ultimi anni Ottanta e i primi Novanta del Novecento. Confessava che quelli erano i suoi tre libri più personali. Aggiungiamo che in quei testi dimostrava di essere un erede dei giganti del pensiero critico del secolo scorso; prima fra tutte Hannah Arendt.

Cent’anni fa, il 19 novembre 1925 a Poznan, in Polonia, nasceva Zygmunt Bauman. Nella sua vita è stato due, o forse tre volte un esule. Ma prima di tutto questo, da ragazzo ha conosciuto il fenomeno dell’antisemitismo, dell’esclusione in quanto “altro” sulla base di un pregiudizio antico quanto idiota (nel senso di irriflessivo) e che torna ciclicamente. Il primo esilio fu la fuga, assieme al padre, in Unione sovietica nel 1939, dopo l’invasione nazista della Polonia. Raccontava spesso un paradosso: fu in Urss che venne riconosciuto come polacco, un’appartenenza che gli veniva negata invece dagli antisemiti dell’estrema destra del suo Paese. Il secondo esilio era quello del 1968. Questa volta in seguito a una campagna antisemita scatenata non da estrema destra, ma dal potere comunista e mascherata da una “lotta al sionismo” ma con l’uso della stessa retorica dei fascisti d’anteguerra. Per la cronaca: sulle pagine dei giornali di regime, Bauman era raccontato come un capo “sionista”, nemico della patria. Il terzo esilio, questa volta volontario, ebbe inizio nel 1971, quando infastidito dal clima dell’euforia nazionalista in Israele in seguito alla guerra del 1967 e dalla realtà dell’occupazione, dopo tre anni di insegnamento all’Università di Tel Aviv se n’era andato a Leeds, in Gran Bretagna.

Da queste esperienze trasse una conclusione semplice: occorreva non solo essere contro ogni nazionalismo (cosa per lui ovvia) ma non aderire ad alcun pensiero “tribale”, ai codici semantici rigidi e alle terminologie che segnano appartenenze ma non spiegano niente. Critico del capitalismo non si dichiarava anticapitalista, avversario del sionismo non si definiva antisionista, critico e vittima del comunismo mai si è arruolato (parole sue) nelle file degli anticomunisti.

Il pensiero di Bauman è stato eclettico, le sue fonti variegate, spesso a sostegno delle sue ipotesi citava romanzi o opere teatrali, in particolare Molière, amava richiamare i filosofi, Heidegger e Lévinas, Derrida e ovviamente Arendt. In privato si divertiva a discorrere di calcio e di come le squadre cambiavano carattere a seconda dell’avversario. Il suo metodo era una specie di “non metodo” e infatti ha lasciato molti orfani, ma non una scuola di pensiero né allievi veri: un po’ come appunto Arendt. O se vogliamo, il suo “non metodo” era un metodo: ascolto, attenzione ai dettagli che svelano il rimosso, capacità di stupirsi per le cose considerate ovvie e insofferenza per la banalità.  Non costruiva la sua identità su contrapposizione a un soggetto avversario o nemico, ma sulla sua libera scelta. Parlava della necessità di essere indipendenti dal giudizio altrui, di avere un linguaggio autonomo, a patto di essere consapevoli che il foro interno, il tribunale della coscienza che ognuno di noi ha nel suo intimo, sarebbe stato severo. Curioso, accettava volentieri di farsi intervistare non per vanità ma perché le conversazioni con i giornalisti erano fonti del sapere. Tuttavia non tollerava le domande ossequiose né scontate, conversava con tutti a patto di essere stimolato e anche contestato.

Si è detto che i suoi testi più personali e più importanti erano quelli sulla modernità. Si tratta di libri che contengono le tesi più difficili da digerire per chi si rifiuta di accettare che nella modernità e specie nel pensiero illuminista è insita una contraddizione di conseguenze atroci. Bauman amava ricondurre questa contraddizione alla disputa intorno al terremoto di Lisbona nel 1755 su come padroneggiare la natura, come riordinarla, controllarla, sottoporla al regno e alle regole della Ragione. L’ambivalenza era questa: i propositi di stampo razionalista e illuminista hanno portato l’Occidente alla prassi di esclusione e eliminazione di ogni elemento considerato nocivo, nella natura e fra gli umani. L’origine del razzismo, dell’antisemitismo, dei genocidi, della Shoah stava in quella ambivalenza in quella contraddizione; per rendere il mondo perfetto, per includere tutti si escludono e eliminano parti del genere umano. 

Negli ultimi decenni della sua esistenza terrena, Bauman ha molto riflettuto sulla frammentarietà del mondo, su coincidenza (e non determinismo che cerca l’origine “vera” dei processi) come fattore degli accadimenti, sulle incognite di un universo al tramonto e l’incertezza del nuovo. Sempre da “sociologo” (e semplificando) prediligeva il “disordine” di Simmel alla “razionalità” di Durkheim. Per qualche anno ha praticato la fotografia, un modo questo per raccontare con un linguaggio visivo le riflessioni sul tema di solitudine e disgregazione della società. Poi è tornato alla scrittura con una serie di libri su vari aspetti della modernità “liquida” o se vogliamo della società “liquida”. Non usava il termine “post-modernità”, ha sempre insistito invece sulla parola modernità, che cambiava carattere e volto. Parlava del divorzio fra potere e politica per cui i politici fanno promesse che sanno di non poter mantenere, della dissoluzione del legame fra capitale e territorio per cui non esistono più città fabbrica, spiegava come la crisi della sinistra andasse pensata in termini sociali e non di ideologia: era la scomparsa dei modi di vita della classe operaia con i suoi quartieri, luoghi di aggregazione, comunanza del destino la causa di questa crisi. E ancora, aveva capito come la rete e i social media fossero dei dispositivi per creare solitudine, aggressività e come un clic o un post non fossero impegno né politico né sociale. Spiegava come la rete incoraggiasse la chiusura nella bolla di chi la pensa allo stesso modo e favorisca la cancellazione dell’altro. E rifletteva sul modo in cui, in certi periodi, come questo che stiamo vivendo, quando viene posta l’alternativa fra libertà e sicurezza, le persone optano per la sicurezza (o il suo simulacro). 

Non si può sapere cosa avrebbe detto e pensato una persona che non c’è più. Ma so che gli avrei chiesto cosa pensasse di questa America, non l’America di Trump, ma di New York che coopta al massimo livello un immigrato prodotto di un’élite cosmopolita e laicizzata, figlio di un intellettuale di origini indiane cacciato dall’Uganda allo stesso modo in cui lui Bauman fu cacciato dalla Polonia, e sposato con un’artista figlia della borghesia siriana. Gli avrei chiesto se Zohran Mamdani è un’eccezione o invece un segno della vitalità della società Usa e della sua capacità di rinnovarsi. Una domanda a un sociologo, saggio teorico delle contraddizioni e ambivalenze e non un ideologo.



lunedì 3 febbraio 2025

Il crollo della speranza



 

Negli ultimi trent'anni più volte nella politica italiana un partito è sembrato sopravanzare tutti gli altri per arrivare a porsi come rappresentante potenziale dell'intera nazione. Colui o colei che si trova a capeggiare la forza politica sulla cresta dell'onda può pensare di avercela fatta. Quello che era il suo partito sta diventando, è diventato il partito della nazione.  Ora è Giorgia Meloni a coltivare un'idea simile. Prima di lei. era suvccesso a Berlusconi con Forza Italia, poi a Renzi (Renzi!) con il Pd, a Di Maio (Di Maio!) con i Cinque Stelle, e infine a Salvini con la Lega: e fu la breve stagione del Papete. Giorgia Meloni, al di là dei proclami trionfalistici, ha il serio problema di consolidare il risultato raggiunto tesaurizzando per quanto possibile il consenso finora ottenuto. Come questo possa accadere - elezioni anticipate, crescita a danno degli alleati, nuove regole per lo scrutinio - non è dato per il momento ipotizzare. Né è dato sapere se il vento favorevole continuerà a soffiare fino alla prossima chiamata alle urne. Probabilmente la destra al potere è destinata a mantenere una composizione plurale che promette anche di reggere agli scossoni disseminati lungo il percorso futuro. 
Ben diverso è il caso dello schieramento opposto che non può puntare su un semplice mantenimento della sua consistenza attuale, come sembra proporre Dario Franceschini. Sarebbe interessante stabilire come merita di essere chiamato lo "schieramento opposto". Il nome sinistra non gli si addice dato che viene respinto dal capo attuale dei Cinque Stelle. Quest'ultimo si considera "progressista", ma è da vedere se l'espressione vale anche per il centro residuo di Renzi e Calenda. Va bene parlare di "campo larghissimo", ma esiste un aggettivo che sia in grado di precisarne l'orientamento politico? Renzi ora si colloca nell'area del Pd, mentre Calenda si mantiene sulla soglia dell'intero schieramento, non sta né di qua, né di là. E poi la base stessa della sinistra appre contraria alla grande ammucchiata. Come risulta dal sondaggio di Alessandra Ghisleri per la trasmissione Porta a Porta,  l'ipotesi di un "campo larghissimo", appunto, ossia di un'alleanza che incuda anche Italia viva (Renzi) e Azione (Calenda) non scalda molto i cuori tra i democratici e i pentastellati. Scrive Massimiliano Panarari sulla Stampa di oggi:
"Proprio alla luce di questo scenario, a proposito di quanto documentava il sondaggio di ieri di Alessandra Ghisleri, la sinistra-sinistra rischia di fare testimonianza, mentre avrebbe l'esigenza di presentarsi almeno come sinistracentro, se non di tornare a essere compiutamente un centrosinistra. E avrebbe bisogno, sebbene in vari settori del suo elettorato prevalga il virus della divisione e della purezza identitaria – che pare inestirpabile come l'influenza di questa stagione –, dell'unità [corsivo aggiunto] di tutti i progressisti, centristi e riformisti compresi".
Insomma il bravo opinionista arriva a invocare l'unità per uno schieramento che di fatto ha solo una definizione geometrica e che è tuttora privo di una etichetta politica forte. Perché non è il caso di alzare le spalle di fronte all'ostacolo lessicale. Se la parola giusta manca all'appello, ciò accade perché il contenuto sostanziale è oscuro. Il significante è geometrico, mentre un significato persuasivo non può essere detto senza ricorrere a una qualche forzatura. Bisognerebbe arrendersi all'evidenza. A destra c'è una omogeneità culturale di fondo, a sinistra o per meglio dire nello schieramento opposto manca una lingua e soprattutto un discorso, un vero discorso, comune. Va  bene auspicare che si arrivi a uno schieramento capace di evitare la dispersione dei voti. Ma non si parli di unità, per favore. L'unità presuppone una battaglia culturale che una parte della sinistra dovrebbe condurre puntando a unificare culturalmente il cosiddetto campo largo, almeno: Il Pd, i Cinque Stelle, l'Alleanza Verdi Sinistra.   
Se mai il campo degli esterni allo schieramento governativo di destra dovesse puntare alla vittoria e non solo a un piazzamento più o meno onorevole, al di là dei chiarimenti sul fondo - cosa vogliamo? cosa faremo nei primi cento giorni? quali sono le nostre priorità nel medio e nel lungo periodo? -, non sarebbe male che una domanda o due trovassero una risposta. Prima domanda: lo schieramento vuole strappare voti alla destra? impresa quanto mai ardua, per non dire disperata. Gli esterni da Conte a Calenda non hanno perso per via del successo conseguito dai loro avversari nella caccia ai voti. Nel 2022 la destra ha preso gli stessi voti di prima in termini assoluti: 12.305.014 contro 12.409.981 nel 2018. Nel campo larghissimo, tra gli esterni, si è invece prodotto il crollo dei 5 Stelle: hanno ottenuto 4.335.494 voti, ne avevano presi 10.945.411 la volta prima. Gli astenuti sono passati da 12milioni e 800mila circa a 17 milioni. Ed ecco la seconda domanda, quella decisiva: come si può incidere sul fenomeno dell'astensione che ormai colpisce assai più gli esterni che non la destra? Faceva notare qualche tempo fa Paolo Natale come nel campo dell'opposizione aleggiasse "una sorta di insicurezza, indecisione, incapacità di vedersi interprete attivo della vita democratica, quanto meno attraverso l'espressione del voto" (Votanti a destra, astenuti a sinistra, Gli Stati generali, 9 agosto 2023). Questa è la malattia che si tratta di debellare e per una simile operazione non basta certo riproporre pari pari il solito schieramento senza carattere. 
Sarebbe necessario imbastire una nuova narrazione nella quale la rivincita sulle pretese maggioritarie della destra cominciasse ad apparire cosa ragionevole e sensata. Sarebbe soprattutto necessario trovare il linguaggio e le persone adatte per parlare agli esclusi, ai dimenticati, a quanti non osano più sperare in un futuro diverso. Gli esterni potranno aspirare alla vittoria solo se riapriranno le porte alla speranza, se sapranno parlare con convinzione di un altro mondo possibile. Non è cosa da poco. Per questo non basta dire che cosa non va. Occorre dire come può andare, come sta andando là dove si stanno sperimentando soluzioni alternative efficaci. Di questo ha parlato, oggi, sulla Stampa Alessandro De Angelis. 
Alessandro De Angelis
Se il paese non smette di guardare al passato
La Stampa, 3 febbraio 2025
Il discorso pubblico è piuttosto incline a rivolgere la testa al passato. Si celebra molto, ma è come mostrare una foto nel salotto: chi c'era pensa, con un po' di nostalgia, quanto stava bene allora. Un "come eravamo", buono per cultori della materia, sempre meno, e protagonisti canuti che resistono all'uscita di scena, in un paese, esso stesso, molto brizzolato. Qualche intervista e via. Chi non è brizzolato, cambia canale (e talvolta pure paese). Del resto, come può essere interessato se si parla di robe del secolo scorso, sconnesse da quel che accade: Fiuggi mica è stata l'occasione, a destra, per farsi due domande sull'oggi, così come Berlinguer è un santino buono per essere stampato sulle tessere, mica per fare i conti con la [nuova] "questione morale" dei capibastone al Sud. Vale anche per Craxi e il "riformismo", altra parola depauperata di senso; per l'Ulivo che pare una seduta spiritica agli occhi di chi è nato quando Prodi cadde in Senato e vota quest'anno per prima volta; per i cattolici e il loro ruolo, tema che, attualizzata sugli interrogativi etici di oggi e non dei tempi di Don Camillo, sarebbe pure interessante. 
In fondo, la celebrazione è finzione conservativa. Da un lato il passato, trasformato in un ferro vecchio per l'oggi, al massimo strumento (autoreferenziale) di contesa alla bisogna. Dall'altro il presente senz'anima. Risultato: c'è una parola che manca, nel discorso pubblico. Che è la più importante: "futuro". Manca proprio perché siamo immersi dentro un presentismo in cui la dimensione prevalente è il qui e ora, il potere come gestione e la velocità come mito sostitutivo della profondità e del dubbio. Tutto si consuma nello spazio di un tweet e di una dichiarazione che ecciti gli eserciti di follower. Nulla si sedimenta. Ma una democrazia muore se si riduce solo a pagine Instagram e teche, senza grandi racconti che facciano camminare oltre le une e le altre. Appunto, nel futuro.