Visualizzazione post con etichetta Wu Ming. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Wu Ming. Mostra tutti i post

sabato 13 febbraio 2016

Wu Ming, addio alla storia


Michele Smargiassi
Noi Wu Ming diciamo addio alla Storia”
Il collettivo di autori si congeda dal genere con “L’invisibile ovunque” sulla Grande guerra
la Repubblica, 27 novembre 2015


BOLOGNA In un chiostro del mistico labirinto delle sette chiese di Santo Stefano, la nebbia di novembre inumidisce l’anagrafe di marmo del grande macello di un secolo fa. Assieme ai Wu Ming, i quattro autori “senza nome” del collettivo di scrittura bolognese che vent’anni fa rivoluzionò il romanzo storico in Italia, passeggiamo in laica meditazione fra le lapidi ai caduti della Prima guerra mondiale. Ossia l’epoca in cui si svolgono i quattro racconti di “L’invisibile ovunque” (Einaudi). Il libro che per loro, Wu Ming, segna l’evasione dalla loro stessa storia, verso terreni nuovi della narrazione.
Neppure voi avete resistito alla tentazione del centenario, quindi?
«Le librerie sono piene di rievocazioni, in montagna si imbellettano i camminamenti e si lucidano i fili spinati per i pacchetti turistici, ma l’occasione l’hanno colta in pochi. L’occasione di riflettere su quanto quella guerra abbia condizionato pesantemente il nostro presente. Si è preferito un anniversario di retorica della conciliazione. La cultura italiana è tornata indietro anche rispetto all’antiretorica pacifista di Uomini contro, si è recuperato perfino l’interventismo democratico. Una volta prestato l’omaggio rituale al cliché della “inutile strage”, si è archiviata la grande guerra come una sorta di catastrofe naturale, deprecabile, inevitabile. Si è come ricucito chirurgicamente un trauma storico e politico. Ma il filo è marcito sulle ferite...».
È un libro-verità, il vostro, allora?
«No. Non è “il grande romanzo dei Wu Ming sulla guerra”, qualcuno forse si aspettava le ottocento pagine epiche, forse è il libro più sottile che abbiamo mai scritto (ma solo in apparenza, perché è denso come un file zippato…). Per noi il modo di chiudere quel percorso ventennale attraverso il romanzo storico che iniziò nel ‘95 con Q e che è finito con L’armata dei sonnambuli ».
Un genere che avete reinventato, il neoromanzo storico italiano, che ha avuto fortuna ed epigoni: rinnegate tutto?
«Niente affatto, né possiamo giurare che non ci torneremo mai. Ma dopo averlo esplorato, deformato, forzato, abbiamo piegato le sbarre della finestra e ce ne siamo andati. Questo libro è un po’ la mappa della nostra evasione da un genere che almeno a noi ha dato tutto ciò che poteva dare».
Verso quale destinazione?
«Qui ci sono quattro racconti, che sono poi quattro spostamenti progressivi della forma narrativa. Il primo è nello stile del romanzo storico classico: un individuo alle prese con la grande storia, un racconto immaginario ispirato a racconti familiari e storie orali. Il secondo è una sorta di docufiction che fonde in una storia virtuale vicende reali tratte da diari e memorie di persone reali. Il terzo è un anti-romanzo di taglio surrealista, del resto il suo protagonista è André Breton. Il quarto è quello che gli anglosassoni hanno chiamato mockumentary, e funziona al contrario del secondo: vicende largamente immaginarie vengono proposte nello stile del saggio storico. Nell’insieme, è un po’ come offrire ai lettori la tastiera più vasta delle cose che ci piace scrivere ora».
Anche la tecnica di scrittura è cambiata?
«Anche quella ha preso una forma più individuale. Per la prima volta, anche se il progetto è stato deciso in comune, anziché editare assieme il testo, ciascuno di noi quattro ha scritto un racconto che è stato semplicemente riletto dagli altri».
Perché la prima guerra mondiale? Si prestava bene all’esperimento?
«Non è in realtà neppure un libro sulla grande guerra: la attraversa, in qualche modo la evade. È precisamente un libro sull’evasione. Per quello che racconta, e per come lo fa».
Cosa intendete per evasione?
«Una strategia umana molecolare di fuga dall’orrore, una forma di resistenza individuale alla stretta del potere, di cui la guerra è solo l’espressione più evidente. Da un punto di vista puramente narrativo, sono quattro storie di uomini che eludono la paura della guerra in modi diversi».
La storia quasi-vera della “brigata camaleonte” è una delle più avvincenti del libro. Ma alla luce della cronaca recente, è anche inquietante. I guerrieri mimetizzati nell’ambiente, che sbucano dal nulla, non sono in fondo i commando stragisti del Daesh nascosti nelle nostre città?
La tuta mimetica nacque per salvare la vita, non per aggredirla meglio. Per rendere il corpo del soldato invisibile al nemico, per proteggerlo. Poi il suo scopo è cambiato, è diventato il mascheramento del cecchino che colpisce senza essere visto. Ma nella teoria della mimetizzazione è rimasta la traccia di una domanda ancora aperta: può esistere un modo per nascondersi completamente agli occhi della guerra? Farsi questa domanda è già un atto di resistenza, anche ai terrori di oggi».
Quelle raccontate nel libro sono fughe individuali. Un po’ sorprendente da parte vostra: affezionati al romanzo corale come scrittori, sostenitori dell’azione collettiva nel vostro impegno politico...
«Qualcuno magari si aspettava da noi il racconto di una diserzione di massa, di una brigata intera che si ribella contro i comandi militari, cose che peraltro non ci furono... Magari le avremmo inventate se fossimo, come qualcuno continua a pensare, scrittori di manuali di istruzioni sovversive in forma di romanzi. Certo, la coralità dei nostri romanzi precedenti era voluta, programmatica, ma non era ideologicamente obbligatoria. Continuiamo a credere che senza l’organizzazione e l’azione comune non si va da nessuna parte, ma non sempre è possibile salvarsi collettivamente, ci sono momenti in cui sei da solo, e sono quei momenti che abbiamo sentito il bisogno di esplorare».
Un elogio della fuga, del si salvi chi può, del ciascuno per sé?
«Intendiamoci, l’evasione non è una diserzione. Disertare è abbandonare una causa comune che potrebbe anche avere un senso. Evadere è sottrarsi con uno scarto geniale al vicolo cieco, per ricostruirsi altrove. George Jackson, uno dei fratelli di Soledad, dice: prima fuggo, poi cerco un’arma. La diserzione è istinto di sopravvivenza, l’evasione è offensiva. Ma non c’è intento morale o pedagogico nelle intenzioni del libro. Il nostro impegno, quando scriviamo, è prima di tutto liberare la narrazione. Questa volta il nostro punto di partenza era: come si possa mentire alla guerra, per
detournarne la logica, per fregarla, per ingannarla. L’esito narrativo dell’individualità non era in programma, è esploso da solo nelle narrazioni, ha stupito un po’ anche noi ma l’abbiamo accettato. È vero però che nessuna delle quattro storie di evasione individuale è vincente, tutte finiscono in tragedia o fallimento. Ma ci sono storie per quando lotti con gli altri, e storie per il momento in cui vacilli da solo sull’orlo di un dirupo. L’invisibile ovunque l’abbiamo scritto per momenti come questo».









sabato 8 novembre 2014

Wu Ming, Danton alla resa dei conti

Wu Ming
L'armata dei sonnambuli
Einaudi, Torino 2014
Atto terzo, scena quarta, Primavera, § 34, pp. 547-48



Hanno accusato Hébert di aver incitato il popolo a rovesciare la Convenzione, e buona notte all'orchestrina.
J.-L. David, Desmoulins con moglie e figlio

Fatto fuori lui, pareva che la battaglia l'avevano vinta Giorgiacco Danton, il patrono dei bottegai, e l'amico suo fedele Camillo Desmoulins.
Invece fa tempo appena a passare una decade, ed ecco che Danton è sotto processo, Saint-Just lo accusa e Robespierre si domanda se la Francia sarà bastante coraggiosa da abbattere un vecchio idolo, ché oramai dentro è tutto marcio e verminoso.
Anche lui lo tirano in mezzo a una faccenda di quattrini, dicono che ha preso i quibus della Compagnia delle Indie e pure quelli di Luigino e degli Orléans. Ma a buon gatto, buon ratto: con la sua parlantina da legale, Danton restituisce colpo su colpo, pare un lottatore alla barriera dei combattimenti.
E va bene che i vermi e il marcio cominciavano a puzzare anche da fuori, va bene che Danton voleva far la pace con l'aristocrazia, ma per i noialtri di allora era pur sempre l'eroe del 10 agosto. Lascia stare che adesso dicono che lui manco c'era per strada, il 10 agosto. Non è una questione di giorni. La questione è che Danton significava la Repubblica, e a vederlo col collare Corday faceva davvero una brutta impressione.
Wille, Danton verso la ghigliottina
Eppure, anche lì, nessuno s'è mosso. Il giorno dopo siamo tornati in fila dal macellaio, a dirci che oramai quel rotolare di teste ci aveva dato l'abitudine, e per farci venire la bocca tonda e il brivido giù per la schiena ci voleva qualcosa di più grosso, qualcosa di enormissimo, tipo che pisciassero sulla tomba di Marat, o tagliassero la zucca a Robespierre.







Si veda inoltre http://www.doppiozero.com/materiali/interviste/wu-ming-sopravvivere-alla-controrivoluzione

Saint-Just




Sei mesi dopo l’uscita in libreria, L’Armata dei Sonnambuli è arrivato alla quinta edizione, per una tiratura complessiva di 65.000 copie. http://www.wumingfoundation.com/giap/?cat=1944


lunedì 28 aprile 2014

Wu Ming, L'armata dei sonnambuli

Andrea Colombo
Wu Ming, storie di sconfitti all'ombra del Terrore
il manifesto Alias, 26 aprile 2014

Marianna non ha pelle d’alabastro, mani curate, capelli lucidi sotto il ber­retto fri­gio. Ha le dita rovi­nate di chi passa la vita tra la cucina e il lavoro a maglia. Però non sfer­ruzza più solo nei tuguri popo­lari del Fau­bourg Saint-Antoine, roc­ca­forte gia­co­bina, ma anche di fronte alla Con­ven­zione rivo­lu­zio­na­ria. Non parla il fran­cese di Cha­teau­briand, ma il gergo dia­let­tale e ruvido dei quar­tieri popo­lari e lo fa sen­tire forte e chiaro nel cuore del potere, per­ché la Rivo­lu­zione è que­sto: dare voce a chi non ne aveva, affi­dare potere a chi ha sem­pre dovuto subirlo.
Tra i molti per­so­naggi di L’armata dei son­nam­buli (Stile libero, Einaudi, pp. 796, euro 21.00) l’ultimo romanzo del col­let­tivo Wu Ming, che egua­glia e forse supera il capo­la­voro d’esordio Q, fir­mato allora Luther Blis­set, la vera pro­ta­go­ni­sta è lei, Marianna, il sim­bolo col­let­tivo delle donne di Parigi e del popolo di Parigi, il cuore scon­fitto della Rivo­lu­zione. Ha molti nomi e molti volti: quelli di Marie Nozière, l’operaia dei sob­bor­ghi che forse era ante­nata della famo­sis­sima par­ri­cida Vio­lette Nozière, di Claire Lacombe, l’attrice proto-femminista che tentò di for­zare la mano a Robe­spierre recla­mando il com­pi­mento della Rivo­lu­zione nei fatti e non solo nella let­tera della Costi­tu­zione, della sua amica Pao­line Léon, co-fondatrice della Società delle Repub­bli­cane Rivo­lu­zio­na­rie, quella che chie­deva di armare e arruo­lare le donne della Rivoluzione.
Sono per­so­naggi reali, pur se roman­zati, le pro­ta­go­ni­ste dimen­ti­cate della Grande Rivo­lu­zione, il lato in ombra della sto­ria. Come sono veri quasi tutti gli altri pro­ta­go­ni­sti di que­sta epica saga del Ter­rore e della Con­tro­ri­vo­lu­zione: l’attore ita­liano Leo­nida Modo­nesi, che, chissà, forse era dav­vero il rivo­lu­zio­na­rio in maschera diven­tato dopo Ter­mi­doro l’eroe del popolo scon­fitto dei sob­bor­ghi, Sca­ra­mou­che; il medico Orphée d’Amblanc, esperto in quello che si chia­mava allora «mesme­ri­smo», la tec­nica d’ipnosi che aveva avuto il suo momento di gran glo­ria in Europa subito prima della Rivo­lu­zione e che, nella ver­sione dei Wu Ming somi­glia alla Forza di Star Wars. E con loro tutti gli altri, troppi per nomi­narli tutti, i popo­lani e i dotti, le rivo­lu­zio­na­rie e le cor­ti­giane, i san­cu­lotti e i «muschia­tini», come ven­gono qui defi­niti i «moscar­dini», la truppa con­tro­ri­vo­lu­zio­na­ria com­po­sta da gio­vani piccolo-borghesi tra­ve­stiti da ari­sto­cra­tici che erano anch’essi, senza volerlo e senza saperlo, agenti della tra­sfor­ma­zione, per­ché quando mai il vero ancien régime avrebbe tol­le­rato che una simile ple­b­glia si camuf­fasse da squi­siti ci-devant?
Di libro in libro, i Wu Ming hanno messo a punto una for­mula magica che è facile imi­tare e dif­fi­ci­lis­simo egua­gliare. Lavo­rano con cura meti­co­losa sulla realtà sto­rica, ma rie­scono a farla par­lare con altret­tanta pre­ci­sione del pre­sente: que­sta vicenda di rivo­lu­zione e con­tro­ri­vo­lu­zione, cosa ben diversa dalla mera restau­ra­zione, è una para­bola che abbiamo vis­suto anche noi, nell’Italia degli ultimi decenni. Pro­ce­dono lungo i binari di una nar­ra­tiva epico-popolare, che guarda a Dumas più che a Ken Fol­lett, ma allo stesso tempo lavo­rano sul lin­guag­gio con pas­sione spe­ri­men­tale degna della più sofi­sti­cata avan­guar­dia. Di romanzo in romanzo, i Wu Ming per­se­guono un pro­getto che è tanto let­te­ra­rio quanto poli­tico, spo­stare i riflet­tori sui dimen­ti­cati della sto­ria, le insor­genze can­cel­late e oscu­rate dai vin­ci­tori per­ché se ne per­desse anche la memo­ria: i con­ta­dini d’Europa infiam­mati e poi tra­diti dalla Riforma in Q, i par­ti­giani disar­mati e non domati del dopo­guerra ita­liano in Asce di guerra, le tribù guer­riere e desti­nate allo ster­mi­nio nell’America di Mani­tuana, le rivo­lu­zio­na­rie e i san­cu­lotti di Parigi in quest’ultimo romanzo. Sono sto­rie di scon­fitte che invece di sco­rag­giare accen­dono spe­ranze e resti­tui­scono fidu­cia. Dicono che, comun­que sia finita, è valsa ogni volta la pena di lace­rare, anche solo per un momento, l’ordine eterno delle cose. Avver­tono che, per quanto invin­ci­bile sem­bri dopo ogni scon­fitta il potere, ci sarà sem­pre, di nuovo, chi sce­glierà di cam­mi­nare sulla testa dei re nel grande spet­ta­colo della Rivo­lu­zione, dove le com­parse diven­tano protagonisti.

-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Giovanni Dozzini 
Wu Ming, la rivoluzione francese come non l’ha mai raccontata nessuno
"L'armata dei sonnambuli", l'ultimo romanzo del collettivo bolognese, si fa divorare (ed è già alla seconda ristampa) 
Europa, 23 aprile 2014

Forse era dai tempi di Q, da quando si chiamavano ancora Luther Blissett e non avevano cominciato a essere il fenomeno di culto che sarebbero diventati, che i Wu Ming non riuscivano a mettere a punto un congegno a orologeria complesso ed efficace come L’armata dei sonnambuli (Einaudi). Il nuovo romanzo del collettivo bolognese è in libreria da una manciata di giorni e, fanno sapere dalle pagine di Giap, il loro quartier generale sul web, le trentacinquemila copie della prima tiratura sono già sparite. L’attesa per questa nuova creatura d’altronde era tanta, e si portava dietro da parecchio tempo. Ebbene, il libro è molto bello. Quasi ottocento pagine che si fanno divorare, personaggi che appassionano, piccole storie screziate di realtà che sembrano reggere sulle proprie gracili spalle le sorti di mezza umanità, e la Rivoluzione Francese come non ve l’ha mai raccontata nessuno.
Ora, è bene prendere subito atto che la maggior parte di noialtri con la Rivoluzione Francese ha un problema. Ed è probabilmente il problema che riguarda tutta la storia che abbiamo studiato e imparato un po’ troppo semplicemente a scuola. Perché nella Rivoluzione Francese di semplice non c’è stato proprio niente. Soprattutto nel suo lungo strascico, quello che inizia subito dopo la Bastiglia e finisce con l’ascesa al potere di Napoleone Bonaparte. I Wu Ming, qua, provano a spiegarci cosa è successo nel mezzo di quel decennio fatto di illusioni, sangue e disordine. Il balletto delle tante fazioni rivoluzionarie, la guerra fratricida a sinistra e l’attesa sorniona di quelli che oggi chiameremmo i poteri forti, che in fondo hanno sempre saputo come si fa a lasciar che la biglia giro dopo giro finisca per tornare a fermarsi regolarmente sulla loro casella.
In questo romanzo si narra lo sgretolarsi dello spirito rivoluzionario, e ciò che si rende molto bene è soprattutto la qualità dell’aria respirata dai parigini e dai francesi negli anni tra il 1793 e il 1795. È una resa che si nutre di pagine e di tempo, e di molte vicende all’apparenza insignificanti che poco a poco guadagnano spessore e prendono ad attrarsi come magneti dalla forza inarrestabile. E allora eccolo, infine, l’altro grande protagonista dell’Armata dei sonnambuli, la sua linfa, il fluido, direbbe quella gente, che lo attraversa da cima a piedi. Eccolo: è il magnetismo, la disciplina nata col dottore e filosofo tedesco Franz Anton Mesmer, progenitore dell’ipnosi e a suo tempo bandito e bollato dalla scienza ufficiale come poco più di una pratica da stregoni. I Wu Ming immaginano che il suo esercizio fosse efficace e mirabolante, e che pochi uomini di grande arguzia e abilità se ne sapessero servire a fini disparati, finanche sovversivi. E prendendo spunto da avvenimenti, donne e uomini sicuramente o presumibilmente reali, ne fanno il motore di tutto.
Un tutto che comincia con la testa di Luigi XVI che rotola giù dal patibolo: i personaggi che daranno vita al dipanarsi del romanzo sono già tutti lì, a osservare, tramare, arrivare troppo tardi o scappare appena in tempo. Nei due anni successivi staremo dietro a un coraggioso e spaccone attore italiano fuggito a Parigi sulle tracce di Goldoni, a un’agguerrita sarta del focoso faubourg di Sant’Antonio, a un medico esperto di magnetismo inviato dall’autorità a indagare su certi misteriosi fatti in terra d’Alvernia, a un uomo ancor più misterioso ricoveratosi di proposito nel manicomio di Bicêtre dove si fa largo nelle menti e nelle gesta degli altri alienati. E a molta altra gente, rivoluzionari e controrivoluzionari sempre sul crinale, sbirri e nobildonne, bambini malati e predestinati, e poi naturalmente Scaramouche, l’eroe mascherato che fa giustizia di speculatori e squadracce reazionarie.
L’impalcatura narrativa è articolata e solida (se proprio volessimo trovare qualcosa da ridire forse la scena finale sarebbe potuta essere un po’ più lenta), il pathos costante, l’interesse e la curiosità di chi legge non calano mai. E questo è già molto, ma non può essere tutto. Il paradigmatico precipitare degli eventi, delle speranze e delle conquiste eccita e deprime gli animi di chi ancora oggi vuole azzardarsi a credere nella disposizione dell’uomo a tendere al progresso, a costruirsi futuri migliori. La forza dell’Armata dei sonnambuli, composto da una pluralità di lingue e di voci dal timbro pressoché impeccabile, lingue che spesso si spingono al limite con risultati davvero eloquenti e godibili, sta proprio nella sua capacità di raccontare fatti avvincenti e, dietro o sotto di­ loro, sommovimenti ideali e culturali. È il marchio di fabbrica dei Wu Ming, d’altronde, ma stavolta la posta era altissima, perché grossomodo veniamo tutti da lì, dalla Parigi di quegli anni, da quelle vittorie e soprattutto da quelle sconfitte, e allora ancor più alto è il loro merito di essere riusciti in quest’ambizioso proposito.