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domenica 26 aprile 2026

Tre donne

 segreti, bugie e qualche atto mancato
Susie Boyt. Tre generazioni di donne stanno insieme in un breve romanzo che riesce a dare conto della complessità dei rapporti famigliari e non solo

Sara Sullam
Il Sole 24ore, 26 aprile 2026

Tre generazioni di donne – nonna, madre, nipote – abbandoni, segreti, tossicodipendenza. Potrebbero essere gli ingredienti di una corposa tragedia familiare. E invece no: in Ti voglio bene, mi manchi (traduzione di Ilaria Dagnini Brey), con grazia e delicatezza, senza sconti sulla durezza della vita, ma con una capacità narrativa che disinnesca ogni tentazione di semplice compatimento, Susie Boyt riesce a tenere insieme tutto (e tutte) in sole 192 pagine, e a ritrarre con lucidità la complessità dei rapporti familiari e non. Non è cosa da poco, ma Boyt, pur al suo esordio in Italia, è una scrittrice navigata, che ai temi dell’assenza, del lutto e della cura ha dedicato diversi libri. È autrice di diversi romanzi, nonché del memoir My Judy Garland Life (2009). Ha curato una nuova edizione di Il giro di vite e altri racconti di Henry James, scrittore che, afferma, le ha spiegato la vita. E, non da ultimo è la bisnipote di Freud, figlia del pittore Lucian Freud, sorella della scrittrice Esther Freud. Ma lasciamo da parte la biografia, e godiamoci il romanzo.

Siamo a Londra, tra gli anni 90 e i primi Duemila: Ruth, insegnante di letteratura inglese, vive con la nipote Lily, figlia di sua figlia Eleanor, da anni tossicodipendente e allontanatasi dalla madre da adolescente. Ruth ha mantenuto a fatica una relazione con Eleanor (che ha cresciuto da sola), e dopo la nascita di Lily ha deciso senza troppi indugi di prendere con sé la nipote, gesto a cui Eleanor non ha opposto particolare resistenza. Il romanzo, narrato in prima persona da Ruth, racconta della gioiosa fatica di crescere Lily, bambina e poi adolescente modello. Malgrado la difficilissima situazione di Eleanor, presenza tanto evanescente quanto minacciosa, nonna e nipote vivono rendendosi felici e contente.

C’è ampio spazio per la bellezza della vita, una vita di donne mai rinchiuse solo nello spazio domestico, ma che si muovono per Londra (altra protagonista del romanzo) con noi lettori al seguito, o che lasciano il segno nelle aule scolastiche a colpi di letteratura inglese. C’è spazio per le amicizie, come quella profonda tra Ruth e la collega Jean. La tragedia non è mai saliente, anche se la morte aleggia sempre: per dirla con una celebre frase di Virginia Woolf: «Volevo scrivere della morte, ma la vita ha fatto irruzione come sempre». C’è un talento – mi si conceda un ricorso esplicito ai caratteri nazionali – del tutto British nel rappresentare la vita in tutta la sua complessità, con understatement humour. C’è qualcosa del cinema di Mike Leigh, di cui molti ricorderanno il magistrale Segreti e bugie (1996), anch’esso incentrato su un difficile rapporto madre-figlia.

Segreti e bugie, appunto. Ruth è una narratrice abile, ci tiene attaccati alle pagine e non ci lascia fino a quando esala l’ultimo respiro. A prima vista, Ti voglio bene, mi manchi potrebbe sembrare un romanzo sulla gioia che danno i bambini (quando sono come Lily), sulla fortuna di avere una seconda possibilità dopo quello che si percepisce come un fallimento, sulla generosità di Ruth, su una figura materna quasi santificata. Tutto questo c’è, è innegabile, ma Ti voglio bene, mi manchi non si risolve in un romanzo facilmente consolatorio. Senza che ce ne accorgiamo – talvolta senza che se ne accorga in tempo nemmeno Ruth – affiorano nel testo affondi nel passato, rivelazioni che ci mettono a parte di segreti ed episodi cruciali e non certo privi di tensione. Segreti che nulla tolgono alla forza di Ruth, al suo amore “mancato” per Eleanor: semplicemente, danno una profondità diversa al personaggio e al romanzo, e mostrano come una narrazione sola sia per forza piena di buchi, omissioni (volontarie o meno), atti mancati (famille oblige). «Io non so se sono una buona o cattiva persona», dice Ruth, «ma sapevo quello che volevo»: è lei stessa a stabilire un patto ben preciso con i lettori.

Nessun segreto viene rivelato a Lily, e probabilmente nemmeno a Eleanor. Ti voglio bene, mi manchi non ha rivelazioni finali e risolutive, non servono. Perché il punto non è la rivelazione, bensì la mossa improvvisa di Boyt verso la fine del romanzo, in cui è Lily a passare, senza soluzione di continuità e lasciando i lettori orfani della guida di Ruth, alla prima persona della narrazione e a offrire la propria storia: altrettanto parziale, altrettanto ricca, semplicemente diversa, in grado di cogliere doppi sensi e complessità. Lo si vede bene nell’episodio che dà il titolo al romanzo. Ruth e Lily sono nel giardino di una chiesa, e si fermano davanti a una vecchia tomba, la cui lapide reca l’iscrizione «Loved and missed» (e qui va detto che il titolo italiano, che traduce la frase con «ti voglio bene, mi manchi», perde il doppio senso e vira verso il sentimentale). Lily scoppia a ridere, e Ruth, stupita, le chiede perché: «perché sembra che le persone abbiano provato ad amarsi, ma un bersaglio si è mosso, oppure la mira non era buona, e l’amore insomma non si è realizzato, non è andato a buon segno?» È una domanda che resta aperta, e va bene così.

Con il romanzo di Boyt Bollati aggiunge un ulteriore titolo di qualità a un catalogo inglese di tutto rispetto, che negli anni ha saputo portare al pubblico italiano voci nuove, tra cui uno scrittore del Nord come Ben Myers (Giorni sempre più bui, Blu come te, All’orizzonte), o Eliza Clark (Penitenza e Maschi a pezzi), o riconoscerne di preziose, come Boyt.

Susie Boyt
Ti voglio bene, mi manchi
Bollati Boringhieri, pagg. 192, € 18

venerdì 24 aprile 2026

Angoscia mortale

Caterina Soffici
Perde il figlio e vuole morire: l'eutanasia choc di Wendy Duffy

La Stampa, 24 aprile 2026

Wendy Duffy, madre inglese di 56 anni, ha perso il suo unico figlio e ha deciso che anche lei vuole morire. Troppa la sofferenza, non riesce a riprendersi. Ha provato da sola a suicidarsi ma non ci è riuscita. Così si è rivolta a una clinica svizzera e nei prossimi giorni sarà eseguita la sua volontà di “morire assistita”. Il caso scuote le coscienze in Gran Bretagna, dove per l’ennesima volta la legge sul suicidio assistito e sull’eutanasia si è incagliata alla Camera dei Lord.

Tutto inizia quattro anni fa, quando il figlio ventitreenne Marcus torna ubriaco da una serata molto allegra con gli amici. Mangia un sandwich, collassa sul divano del salotto e soffoca. Una storia terribile, una morte assurda. Ma chi ha figli adolescenti sa che le storie terribili e le morti assurde sono il terrore sempre in agguato dietro l’angolo. Wendy ci è finita in mezzo, è caduta nel pozzo e non è più riuscita a risalire.

In una lunga intervista al quotidiano britannico Daily Mail spiega i motivi della sua scelta che sta spaccando l’Inghilterra. Perché Wendy non è malata terminale. È in buona salute, sana di mente e piena di amici e familiari. Il suo è un caso che sposta in alto l’asticella dell’etica della buona morte e Wendy Duffy ha deciso di condividerla proprio per richiamare l’attenzione sull’“ingiustizia”, come la definisce, che l’attuale sistema comporta per la sua famiglia. «Voglio morire e questo è quello che farò - dice -. È la mia vita. È la mia scelta». Se pure non è tecnicamente una malata terminale, Wendy sostiene che non c’è stata terapia o medicina in grado di alleviare il suo dolore. Quindi è come se lo fosse. Si è rivolta alla clinica svizzera che esaudirà il suo desiderio. Wendy ha spiegato la propria decisione alle sue quattro sorelle e ai suoi due fratelli, ma senza comunicare i dettagli. Per proteggerli: se qualcuno avesse deciso di accompagnarla o l’avesse aiutata in qualsiasi modo a suicidarsi, avrebbe rischiato un processo penale. Quindi è partita per la Svizzera, anche se nessuno sa di preciso quando sarà il giorno stabilito. A breve, comunque.

Ha già predisposto tutto. Ha pagato 10mila sterline (poco più di 11mila euro), scritto le lettere di addio e anche scelto la canzone che vuole durante la procedura della morte: Die With A Smile (Muori col sorriso) di Lady Gaga e Bruno Mars. Queste saranno le ultime note che sentirà. Nelle foto Wendy sembra una benestante signora di mezza età. Bionda, occhi azzurri, curata nell’aspetto e nei vestiti. All’apparenza tranquilla e sorridente. L’inferno deve essere dentro, ben mascherato, come è tipico degli inglesi. Un dolore tale da soddisfare i criteri rigorosi di Pegasos, la clinica svizzera. La sua richiesta è stata approvata da una commissione di esperti, tra cui alcuni psichiatri, dopo mesi di valutazioni. Per la legge svizzera è vietato trarre profitto dall’eutanasia, e Pegasos è un’organizzazione senza scopo di lucro. I clienti finanziano i farmaci, pagano i medici (c’è una regola secondo cui non possono guadagnare più di quanto guadagnerebbero in un ospedale) e le spese funerarie. Una parte va anche allo Stato svizzero, per placare la preoccupazione dei contribuenti di dover pagare per il “turismo della morte”.

Wendy non è la prima cittadina britannica a recarsi alla clinica Pegasos, ma nessuno prima d’ora ne aveva parlato così apertamente. Lei lo fa proprio mentre la Camera dei Lord discute del progetto di legge e il Paese è spaccato. I favorevoli sostengono che è solo una questione di scelta personale e di dignità e che lo Stato non dovrebbe impedirlo. Anche perché non tutti hanno abbastanza soldi da potersi permettere un viaggio in Svizzera e i costi relativi. I contrari sostengono che se ai malati terminali viene concesso il “diritto” di morire in qualsiasi circostanza, chiunque voglia morire rivendicherà lo stesso “diritto”. Specialmente le persone più vulnerabili: diabetici, persone con disturbi alimentari e persino chi non vuole invecchiare.

Una donna e il suo straziante dolore portano di nuovo Westminster a interrogarsi sul diritto alla morte, come parte terminale di un diritto alla vita. Fuori manifestano i sostenitori del pro e del contro. Dentro il palazzo non si deciderà neppure stavolta. Ma basta scorrere velocemente i quasi quattrocento commenti in calce all’articolo del Daily Mail – per quel che può valere un sondaggio empirico di questo tipo - per capire che l’opinione pubblica sta con Wendy. «Non è sana, ha il cuore spezzato». «Deve essere una sua decisione, non della Camera dei Lord».

giovedì 7 agosto 2025

Tutto l'inconscio del mondo


Andrea Cortellessa
Incredibile quanta roba ci stia in una vita, se cominci a riordinarla, la frittata è fatta
La Stampa, 23 ottobre 2021

«Non è colpa di nessuno, caro Ingegnere, se lei e mio padre avevate tutti e due una madre matta». Così Lietta Manganelli s’è rivolta a Gadda, ricordandone la mitobiografica sfuriata contro suo padre Giorgio, reo di Hilarotragoedia l’anno dopo La cognizione del dolore: fra loro troppo simili, secondo qualcuno, perché fosse un caso. Oggi sappiamo che si erano composte l’una indipendentemente dall’altra: sicché la spiegazione è quella di Lietta. Socialgossip recente favoleggia di simili baruffe tra due dei nostri maggiori narratori, e allora sarà bene che precisi: difficile pensare a due altri scrittori più diversi di Ugo Cornia e Andrea Bajani ma, se questi non fosse la persona di mondo che è, qualcosa da ridire potrebbe avere sul titolo La vita in ordine alfabetico: pensando ai propri racconti usciti nel ’15 col titolo La vita non è in ordine alfabetico.

Dietro a quel libro c’era un modello dichiarato di euritmica armonia, i Sillabari di Parise; mentre quelli dell’anti-armonico Cornia non sono neppure «racconti». Semmai voci di un Dizionario della mia vita la cui «idea» aveva da un pezzo: «anche per vedere quale “mia vita” ne sarebbe saltata fuori». Perché «è incredibile quanta roba ci stia in una vita», roba la più varia e disordinata immaginabile: mentre man mano che a quella vita pensa chi la scrive, volente o nolente, finisce per darle un ordine. A quel punto la frittata è fatta, e siamo in piena autobiografia.

A dispetto dell’ostentata bêtise, Cornia lo sa bene: e scantona dall’«infrastruttura logica» del genere autobiografico (solo in apparenza casuale l’invettiva contro Agostino, che il genere ha inventato), che tutte ’ste robe «armonizzi e le renda funzionali a una specie di destino»: mentre «l’eventuale destino forse lo si vede a posteriori, essendosi ormai perso tutto il ciarpame di cui felicemente siamo fatti». La vita in ordine alfabetico è allora il bidone aspiratutto che contiene «tutto l’inconscio del mondo, cioè tutte quelle microscosse continuate tra te e il mondo».

Nessuna gerarchia, allora, fra la morte dei genitori (nerissima stella polare, primo motore immobile attorno al quale, da sempre, lentissimo ruota il cosmo di Cornia) e il prurito di una zecca allo scroto; tra le mille «disubbidienze civili» che oppone alle «violenze esterne che la mia testa deve subirsi per forza stando a bagno nel mondo» e le esperienze di morte in vita del «corpo disanimato», «pura pila di roba materiale che casca su se stessa»; fra la filosofica «potenza» della «donna nuda» e il calcolo accurato di quanti escrementi producano i maiali di Formigine.

Come ben sa ogni vero pigro, però, per evitare di lavorare – nella fattispecie, di elaborare il proprio lutto che è scriversi la vita – si fa una fatica bestiale. E così tutte queste robe, preso da «altri sviluppi più appassionati e immediati della sua vita», Cornia le aveva sempre trascurate. Gliele mette sotto gli occhi la più scontata delle occasioni: nel lockdown, come altri riordinano casa, Ugo riordina la sua vita. Tanto che, col suo infantile «amore delle catastrofi», si augura che la reclusione si protragga quanto basta per finire, già che c’è, pure due romanzi. Poi però il successivo «regime di mezza galera» lo innervosisce e basta: «sarà per la prossima pandemia».

Il lavoro consiste nell’organizzare queste «storie fatte di niente» nella struttura più esteriore e casuale. Tutti i libri di Cornia sono mere rubriche che danno ordine tematico ai suoi pensieri arcidivaganti, ma in questo caso non c’è un tema: il tema è l’assenza di tema, la stravaganza, l’inutilità narrativa di ciascun episodio, evidenziato dalla non-consequenzialità dell’ordine alfabetico appunto. Se per gli altri scrittori sono digressioni con cui abbellire la loro trama avvincentissima, gli aficionados di Cornia, che di trame non sanno che farsene, è solo alle digressioni che badano: un po’ come l’ornamento che, nell’architettura barocca, si fa struttura. Sono «cose che mi ricordo ancora perché non le capivo e quindi mi si sono impresse in testa», epifanie di nulla luccicanti di un senso potenziale, «miracoli potenziali di provincia»; esemplari le pp. 121-124, omaggio alle Condizioni di luce sulla via Emilia del maestro Celati.

Proprio Celati ha scritto del «potenziale» Georges Perec che ha insegnato a «aderire alla vita qualsiasi, ai cibi qualsiasi, alle chiacchiere da bar, alle visioni del banale quotidiano». E davvero somiglia al Perec «minore» dell’Infra-ordinario, di Mi ricordo e Sono nato, questo Cornia quintessenziale, oltranzistico. La vita in ordine alfabetico è come La vita, istruzioni per l’uso cui siano state sottratte, appunto, le istruzioni. Una volta ha detto Cornia che «il Duomo di Modena per me è talmente lì dov’è e dove è sempre stato che non saprei neanche dire se è bello». Lo stesso si può dire di lui: è talmente lui, in questo libro, che viene solo da abbracciarlo.

giovedì 10 aprile 2025

L'organizzatore del caos


Trump, la strategia dell'arroganza

Probabilmente Trump non ha mai sentito parlare del poeta francese Jean Cocteau, ma potrebbe certamente adottare la sua famosa citazione: "Dato che questi misteri sono al di là di noi, fingiamo di esserne gli organizzatori". Di fronte alla pressione del mercato obbligazionario, che stava scivolando in modalità crisi, il presidente degli Stati Uniti ha simulato una mossa strategica a lungo calcolata, cambiando completamente idea mercoledì 9 aprile, riguardo all'applicazione dei dazi su quasi tutti i Paesi, annunciati la settimana prima.

Sostenendo che i paesi presi di mira avessero adottato un atteggiamento costruttivo nei negoziati, Trump ha sospeso le misure per 90 giorni, imponendo solo un dazio del 10% sui prodotti stranieri importati negli Stati Uniti, fatta eccezione per la Cina, per la quale la sanzione è stata aggravata con un dazio del 125%. La manovra non ha ingannato nessuno: i mercati finanziari hanno vinto il primo round di una battaglia appena iniziata.

Da quando Trump è arrivato alla Casa Bianca meno di tre mesi fa, analisti e commentatori si sono confrontati per dare un senso a ciò che sta accadendo al vertice della principale potenza mondiale. Tuttavia, dati gli obiettivi contraddittori dichiarati e le inversioni a U operate con sicurezza, l'operazione assomiglia sempre più a un puzzle con pezzi mancanti. Le bugie e le verità parallele sputate in risposta agli alti e bassi del mercato azionario e alle reazioni indignate faticano sempre più a nascondere la colpevole incoerenza dell'amministrazione americana, che sta iniziando a incrinarsi dall'interno.

Vertiginoso

I mercati finanziari, i governi stranieri, i leader aziendali e la stampa non hanno capito nulla di ciò che sta accadendo sotto i loro occhi. Le grandi manovre di Trump sconvolgono l'ordine mondiale a tal punto che, in ultima analisi, solo la sua cerchia ristretta è in grado di comprenderne i dettagli e apprezzarne appieno il significato. Purtroppo, basta ascoltare e osservare il comportamento nello Studio Ovale per capire che il copione è stato scritto da ideologi mal preparati all'esercizio del potere, facendo sprofondare il mondo in un abisso di cautela.

La giustificazione per l'inversione di tendenza sui dazi è vertiginosa: "Stavo osservando il mercato obbligazionario", ha spiegato Trump. "Il mercato obbligazionario è molto insidioso. Lo stavo osservando. Ma se lo guardi ora, è meraviglioso". Come un bambino affascinato dalle proprie malefatte, Trump cerca di convincere il suo Paese che sta lavorando per il bene comune riparando all'istante il danno che ha appena causato.

https://www.lemonde.fr/en/opinion/article/2025/04/10/donald-trump-the-strategy-of-arrogance_6740061_23.html

giovedì 21 novembre 2024

Quasimodo e Mallarmé: il suono




Nell'estetica di Galvano Della Volpe, l'arte esprime concetti, non è solo forma e stile. Nel caso di Salvatore Quasimodo il pensiero appare sfuggente, inafferrabile. Quel che resta tuttavia mantiene un suo fascino. In questo componimento breve la musica è evocata dal nome di uno strumento che immemore e sordo trasmette una gioia duratura. Altre parole risuonano dense di allitterazioni. La poesia scorre tra le parole.

Òboe sommerso 

Avara pena, tarda il tuo dono
in questa mia ora
di sospirati abbandoni

Un òboe gelido risillaba
gioia di foglie perenni
non mie e smemora;

in me si fa sera:
l'acqua tramonta
sulle mie mani erbose.

Ali oscillano in fioco cielo
labili: il cuore trasmigra
ed io son gerbido,

e i giorni una maceria.

A suo tempo un poeta francese si era incamminato su una strada simile ed era andato molto oltre. In una delle sue poesie più note, aveva snocciolato un buon numero di vocaboli rari. Aveva inoltre immaginato una serie di versi che finivano con il suono ix: onyx, Phénix, ptyx, Styx. Aveva soprattutto curato l'aspetto sonoro del componimento senza badare troppo al senso. Quando aveva cercato di spiegare ciò che aveva voluto fare, aveva indicato l'obiettivo da lui perseguito in questo modo: "il senso (se c'è un senso) è evocato da un miraggio interno delle parole stesse". Se poi non ci fosse un senso - precisava - "mi consolerei grazie alla dose di poesia che il sonetto racchiude". Le poesie di Mallarmé - è di lui che stiamo parlando - sono state a suo tempo pubblicate in un volume della Pléiade. Secondo i curatori di tale edizione, Henri Mondor e G. Jean-Aubry, "l'effetto di questo sonetto si basa sulla sonorità stessa delle parole e principalmente delle rime scelte tra le più difficili". L'allitterazione raggiunge una vetta difficilmente eguagliabile nel celebre verso: "Aboli bibelot d'inanité sonore".  Nelle terzine finali ricompaiono leggermente modificate le rime delle quartine iniziali: "ore" e "yx" diventano "or" e "ixe". Altra variazione, i maschili diventano femminili e viceversa. La poesia sta nel suono, più che nel senso.

Stéphane Mallarmé

Ses purs ongles très haut dédiant leur onyx,
L'Angoisse, ce minuit, soutient, lampadophore,
Maint rêve vespéral brûlé par le Phénix
Que ne recueille pas de cinéraire amphore

Sur les crédences, au salon vide : nul ptyx
Aboli bibelot d'inanité sonore,
(Car le Maître est allé puiser des pleurs au Styx
Avec ce seul objet dont le Néant s'honore.)

Mais proche la croisée au nord vacante, un or
Agonise selon peut-être le décor
Des licornes ruant du feu contre une nixe,

Elle, défunte nue en le miroir, encor
Que, dans l'oubli fermé par le cadre, se fixe
De scintillations sitôt le septuor.


Ed ecco la traduzione dovuta ad Adriano Guerrini:

Le pure unghie di onice levando verso i cieli
L'Angoscia a mezzanotte sostiene, lampadofora,
Arsi dalla Fenice i sogni vesperali
Che non furono accolti da cineraria anfora:

Valve qui nella vuota sala io non discerno
Abolito gingillo d’inanità sonora
(Poi che il Maestro attinge i pianti dell’Averno
Con questo solo oggetto di che il Nulla s’onora.

Ma accanto alla vetrata aperta al nord un oro
Agonizza seguendo l’araldico decoro
Di licorni avventanti fuoco contro un’ondina

Ella, defunta, ignuda dentro lo specchio china,
Ancor che l’oblio chiuso nel quadro presto forse
Fissi lo scintillio settemplice dell’Orse. 



domenica 5 aprile 2020

Alla ricerca del libro perduto


Quello che state per leggere non è un romanzo e neppure un saggio, appartiene se mai al genere della confessione. L'oggetto è il libro, il libro come bene raro, prezioso, degno di ricerca e di amore. Come fa un ammasso di carta stampata e ordinata, tenuta insieme da eventuali cuciture e da una certa quantità di colla, a cambiare natura, cessando di essere materiale inerte per trasformarsi in un capitale prezioso, sentito come necessario e venerato in quanto tale. Che cosa dà valore a un libro? La sua rarità sembra essere la risposta più ovvia. Anche un diamante è raro a suo modo, come lo è un francobollo. Ma un libro è un'altra cosa. Il diamante non contiene messaggi, assorbito com'è dal suo solitario splendore. Un francobollo poi è l'esempio stesso della testimonianza minima e sfuggente. Un francobollo non vale perché è bello ma perché esiste in pochi esemplari e quindi manca in molte collezioni. Tutto qui. Non così il libro che acquista valore per mille altre ragioni. La nostra vita ruota spesso intorno alla ricerca di un senso, o di un sapere. E il libro risponde a un bisogno simile. Narra una vicenda esemplare, oppure strana, oppure appassionante. Contiene versi capaci di mutare l'immagine del mondo. O riflessioni profonde, o formule divertenti. Un libro ti può cambiare la vita. Apporta in certi casi un sapere per te altrimenti irraggiungibile. Poi può anche possedere un certo valore, per via della sua rarità, e questo aggiunge fascino al fascino di quello speciale prodotto. Insomma, intorno a un involucro di carta stampata, con o senza illustrazioni, si può agglutinare una passione potente e irrefrenabile. Parlare di libri come faremo qui è dare prova di attaccamento alla vita, nostra e altrui, mettere in luce passioni e vizi delle persone, scoprire una ricchezza nascosta nel tessuto delle parole e anche delle immagini, nel caso.
Un diamante può appartenere alla Corona, un francobollo non è tanto diverso da un gingillo, a pensarci bene. Un libro si può trovare in biblioteca ma normalmente è legato a una persona. Perciò rimanda a una storia. Queste confessioni in forma di racconto sono l'intreccio di tre vicende personali. Al centro troviamo la figura del commerciante in libri, Marco. Un uomo nel fiore dell'età, con un passato di tipografo. Aveva poi cambiato mestiere ed era stato come se attraverso i libri avesse riscoperto la vita in tutta la gamma delle sue possibili declinazioni. Anche la vita di una casalinga in cerca di evasione, tanto per dire. Accanto a Marco ci sono due presenze fisse. Un battitore libero, Giuliano, che non comprava tanti libri ma sapeva un sacco di cose. C'era poi Giacomo, un cliente fisso, uno che aveva in un primo momento venduto gran parte dei suoi libri e poi, come se si fosse pentito, si era lanciato in una impresa di riconquista e allargamento del patrimonio perduto. La parte del jolly spetta a una donna, Valentina, giovane e intraprendente.

domenica 11 marzo 2018

Sulle orme di Dostojevskij



Anna Momigliano, La letteratura naturale di Elif Batuman, Studio, 11 marzo 2018 

Negli ultimi mesi mi sono accorta di avere sviluppato una discreta ossessione per alcune scrittrici che rispondono allo stesso identikit: quarantenne nordamericana che scrive sul New Yorker e che dà il meglio di sé nella nonfiction, e più precisamente in quel genere giornalistico-letterario che i più chiamano “personal essay” e che il New Yorker ha ribattezzato, con non poco snobismo, “personal history”. Ariel Levy, Kathryn Schulz ed Elif Batuman. Le tre autrici sono accomunate anche da un approccio che combina, con grazia e lucidità, il rigore analitico alla compassione, permettendo loro di muoversi con invidiabile naturalezza tra il generale e il particolare.
Elif Batuman, la più giovane, è nata a New York nel 1977 da una famiglia turca colta e benestante, musulmani laici e kemalisti: la madre aveva studiato al liceo americano di Ankara; il padre, di origini più modeste, è cresciuto nell’Anatolia meridionale. Elif, il cui nome, racconta, deriva dalla pronuncia turca della prima lettera dell’alfabeto arabo, la alif, cresce nel New Jersey, studia linguistica e letteratura russa a Harvard e Stanford. Il suo primo libro parla di un’impacciata ragazza turco-americana e della sua fascinazione per la letteratura russa. Il suo secondo libro parla, beh, di un’impacciata ragazza turco-americana e della sua fascinazione per la letteratura russa.
I Posseduti, pubblicato nel 2010 da Farrar, Straus and Giroux e portato in Italia da Einaudi nella traduzione di Eva Kampmann nel 2012, è stato descritto come una collezione di saggi e come un testo a metà strada tra il memoir e una lettera d’amore. Il titolo è un omaggio a Dostoevskij (The Possessed è uno dei nomi inglesi dei Demoni). È un memoir, perché il filo conduttore è il dottorato in letteratura russa che Batuman ha conseguito pur senza aspirare alla carriera accademica. L’alternativa sarebbe stata accettare una residency letteraria in una ex segheria del New England, così la ragazza sceglie il PhD, con la stessa forza della disperazione con cui Bridget Jones sceglieva la vodka e Chaka Khan. L’autrice paragona la sua esperienza a quella di Hans Castorp nella Montagna incantata di Thomas Mann e, miracolosamente, riesce a farlo senza sembrare pomposa: come lui ha passato sette anni in un sanatorio senza avere la tubercolosi, così io ho passato «sette anni in un sobborgo californiano a studiare la forma del romanzo russo» prima per caso, poi per amore. È una collezione di saggi perché si compone di sette testi separati, alcuni dei quali già pubblicati su Harper’sn+1 e New Yorker.

Il secondo libro è un romanzo, però gli elementi autobiografici sono tali da renderlo quasi un prequel del primo. The Idiot, e anche qui c’è l’omaggio a Dostoevskij, pubblicato da Penguin a marzo e non ancora tradotto in italiano, racconta di una studentessa di Harvard, ossessionata dal linguaggio, dai particolari, dalla letteratura russa e, non ultimo, dalla ricerca di un senso. Il tipo di ragazza che ci resta male perché il dizionario che le ha regalato la banca non include il lemma “ratatouille” e che ragiona ad alta voce: «Che cos’è “Cenerentola”, se non un’allegoria dell’infelicità fondamentale di quando vai a comperarti un paio di scarpe?». Come l’autrice stessa nei Posseduti, anche la protagonista di The Idiot spazia dalla realtà all’impressione della realtà, e dall’impressione della realtà a quello che essa evoca.
È la stessa dote che Batuman sfoggia nei suoi pezzi giornalistici. Nella storia di copertina del New Yorker dedicata alla sua esperienza in Turchia e al velo islamico, parte dalla vicenda dei suoi genitori, per raccontare l’ascesa di Erdogan e poi analizzare come sono trattate le donne, sollevando domande su quanto siamo disposti a sacrificare la nostra libertà per essere accettati, citando Houellebecq: riesce a farlo, cosa non da poco, senza l’ombra di un volo pindarico. Si potrebbe osservare, forse a ragione, che non c’è nulla di così speciale nel coniugare teoria ed esperienza, che è anzi un campo di scrittura fin troppo affollato (specie rispetto a quando Chris Kraus inaugurò con I Love Dick «un nuovo genere, qualcosa a metà strada tra critica culturale e fiction», come decretò il critico Sylvère Lotringer, suo ex). Batuman, è vero, non fa nulla di nuovo. Però lo fa tremendamente bene. Del suo secondo libro, la Los Angeles Review of Books ha scritto: «Ha impilato una bella collezione di non-eventi, eppure il risultato è incendiario». Raccogliere frammenti di memoria episodica e provare a trasformarli in memoria narrativa, soffermandosi più sul processo che sul risultato. È la stessa cosa che si legge nei Posseduti: «Gli eventi e i luoghi si succedono come le voci sulla lista della spesa. Possono esserci esperienze interessanti e commoventi, ma un fatto è certo: non prenderanno spontaneamente la forma di un libro meraviglioso».

sabato 10 marzo 2018

Filosofia e ricerca del senso





Giancarlo Bosetti su Savater

... Elegante è il duello finale tra religione e filosofia a proposito del senso della vita, dove la stessa domanda di senso è già di per sé religiosa perché ci porta fuori, oltre la vita, perché cercare il senso significa cercare comunque "un’altra cosa" rispetto a quella che abbiamo davanti. Il senso del mondo – soccorre ancora Wittgenstein – deve essere fuori di esso. La caratteristica della mentalità religiosa non consiste tanto nel rispondere che questo fuori "è Dio", ma nell’imporre una "frenata" dopo che si è data quella risposta. La mentalità filosofica infatti andrebbe volentieri avanti: una volta ascoltata la risposta "Dio", chiederebbe "e qual è il senso di Dio?".

Religioso non è allora tanto chi spinge per andare al di là della realtà terrena con le sue risposte, ma chi vuole imporre che si smetta di fare domande una volta arrivati là fuori. Commentano questo passaggio due belle citazioni (di cui Savater è un instacabile raccoglitore), una di Pessoa: "Le cose non hanno significato, ma esistenza,/le cose sono l’unico senso occulto delle cose"; e un’altra di Cioran: "Un sistema filosofico è come una religione, ma in versione più idiota".
Ciò che è veramente assurdo, conclude da laico implacabile Savater, non è il fatto che la vita non abbia senso, ma l’ostinarsi a volergliene conferire uno. La mancanza di un senso accertato della vita non apre tuttavia le porte al pessimismo, ma alla gioia di starci, nella vita presente, come temporanea ma incancellabile, irreversibile vittoria sulla morte. 

http://www.caffeeuropa.it/libri/50libri-savaterA.html a proposito di Fernando Savater, Le domande della vita, Laterza 2011

Remo Bodei 

Non è che la filosofia trascini il mondo e possa rovesciare il mondo - non dico nemmeno "ahimè!": il mondo è governato da forze molto più dure, e spesso molto meno ragionevoli, della filosofia. La filosofia deve capire perché certe cose avvengono, aiutarci a comprendere e soprattutto a resistere a quella che potrebbe sembrare una "prepotenza delle cose". La filosofia ci può aiutare ma non ci può salvare. Sarebbe infatti pretendere troppo; nemmeno le religioni oggi credono veramente che simili miracoli avvengano. La filosofia rappresenta una "forza debole" nel senso che dovrebbe essere quella forza che agisce di più, ma invece, ahimè, è quella che socialmente incontra le maggiori resistenze. Finché non si sgombreranno certi interessi troppo potenti, finché soprattutto la vita resterà per milioni e miliardi di persone insicura, ragionare come si fosse in un circolo di amici o di filosofi che non hanno preoccupazioni sarà un lusso per pochi. Ma non è detto che questo lusso per pochi non possa servire come anticipazione di una vita possibile per molti.

http://www.caffeeuropa.it/attualita/62filosofia-bodei.html
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/10/16/terry-eagleton.html

domenica 27 dicembre 2015

La ricerca del senso

Romano Màdera
La filosofia come stile di vita
Bruno Mondadori, Milano 2003
















La filosofia è sempre stata un modo di vivere, quel modo di vivere che riceveva la sua impronta dall'amore per la sapienza.
Eppure, se oggi chiedessimo alla maggior parte dei filosofi in che cosa consista il loro particolare stile di vita, ci accorgeremmo che esso tende a coincidere con quello dei professori: la filosofia, come modo di vivere, è diventata il modo di vivere dei professori che si occupano di filosofia. Se questa è la pratica filosofica essa si riduce all'esercizio dello studio, della scrittura e dell'insegnamento dei risultati di tale studio. Nella maggior parte dei casi non viene neppure percepito il problema della riducibilità, o dell'irriducibilità, della figura del filosofo a quella di un mestiere. Tuttavia, amare la sapienza non può essere un mestiere particolare: questa vocazione può toccare tutti, indipendentemente dal lavoro svolto e dal ruolo ricoperto nella società. Anche i personaggi dei libri di storia della filosofia sono stati insegnanti di filosofia solo in epoche determinate, soprattutto nella modernità, e pur sempre con vistose eccezioni. Questa semplice verità, provata da numerosissimi esempi, leggendari e biografici (da Talete a Socrate, Diogene, Epicuro, Marco Aurelio, Avicenna, Bruno, Spinoza, Kierkegaard, Marx, Wittgenstein), è stata oscurata per decenni dall'identificazione tra filosofia e insegnante di filosofia. Benché libera, la vocazione filosofica è stata, nella maggior parte dei casi, vincolata per secoli alle modalità previste dalle legislazioni degli stati per insegnare qualsiasi altra "materia scolastica".
Oggi l'insegnamento della filosofia nelle scuole è una possibilità occupazionale assai ridotta, e questa incertezza sugli "sbocchi professionali" può diventare un'occasione per riproporre una domanda cruciale per ogni epoca; quali possono essere le forme della filosofia in quanto pratica della filosofia? Una pratica unita a un discorso filosofico, ma non riducibile a esso?
Studiare, insegnare e scrivere devono certamente continuare a riguardare la filosofia come arte dell'inesauribile domandare ragione di ogni conoscenza in ogni campo della conoscenza. Amare la sapienza significa prima di tutto sentirsi spinti a oltrepassare ogni risposta che trova acquietamento in una sua bastante funzionalità. La sapienza chiede a volte l'inutile, il sapere per il sapere, per la bellezza e il tormento della sua stessa impresa. Ma la sapienza non è senza mondo: il suo desiderio nasce nelle passioni, nei comportamenti, nelle tecniche, nelle scienze e nelle arti del mondo. La storia della filosofia non può quindi autoriferirsi alla storia della sola filosofia senza esaurire l'humus dal quale nasce. Ogni volta essa riprende vigore dalle domande del mondo, dalle circostanze della storia di una particolare comunità umana, dalla vita quotidiana di singoli individui. Credo che nel nostro mondo la filosofia si debba rinnovare ma che, per rinnovarsi, debba uscire dalle limitazioni di una pratica solo professorale e reimmergersi nella sua più ampia vocazione di ricerca della via alla sapienza. Pretesa apparentemente risibile, sommersi come siamo da ingestibili quantità di informazioni e infinite offerte di formazione. Ancor peggio, pretesa anacronistica per rilevanti settori di specialisti che ritengono ormai proponibile solo una filosofia nei limiti della storia della filosofia, e assurda per una diversa e significativa parte della comunità filosofica, potremmo dire di derivazione quiniana, che assegna alla filosofia il compito di essere scienza fra le scienze, dedita ai problemi di tipo generalistico che attraversano diversi campi scientifici. Dunque la filosofia come viene concepita e proposta in questo scritto rappresenta un diverso modo di praticarla, che intende rinnovarla ritornando alla sua vocazione originaria, per aprire un sentiero di saggezza che accolga le domande di senso della nostra epoca.
Secondo questa scelta, praticare la filosofia significa mettersi alla scuola della domanda sul senso e del senso del tutto. Sentendo questa domanda come un intenso desiderio. Niente di meno, e niente di più lontano dalla mentalità maggioritaria di un'epoca prostrata dalle delusioni dei miti del moderno che, a loro volta, avevano relegato nei musei dello spirito i miti religiosi. Ma è esattamente la combinazione fra il debito con ciò che il tempo pare aver abbandonato e il profluvio di offerte per rimediare a un'angosciosa domanda di senso che chiede una svolta. Non possiamo sottrarci, anche se il compito appare disperato, perché la domanda di senso sembra, già nel suo porsi, sapersi destinata all'elusione: infinite e reciprocamente relativizzabili le risposte, e presumibilmente ininfluenti. 

http://www.platon.it/Consulenza/elaborati/Filosofia%20come%20stile%20di%20vita.pdf