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lunedì 22 giugno 2026

Carlo Ginzburg, imparare



la gioia di imparare e i debiti coi maestri.
Un discorso di Carlo Ginzburg. Per ricordare il grande storico, scomparso in settimana, ripubblichiamo il denso e commovente discorso di accettazione pronunciato in occasione del Premio Balzan, che gli fu conferito nel 2010
Il Sole 24ore, 22 giugno 2026

Carlo Ginzburg

Sono profondamente onorato dal premio prestigioso che mi è stato conferito. In questo momento provo il bisogno di ringraziare tutti coloro che mi hanno aiutato con il loro affetto, le loro critiche, il loro insegnamento. Alle persone della mia famiglia e ai miei amici rivolgo un pensiero riconoscente: a quelli che ci sono e a quelli che non ci sono più. Qui, in quest’occasione pubblica, voglio ricordare coloro da cui ho imparato – non tutti, perché l’elenco sarebbe troppo lungo; ma qualcuno sì.

Insegnare è stato il mio mestiere, o meglio un aspetto del mio mestiere, accanto al lavoro di ricerca. Mi è capitato spesso di dire che insegnare mi piace, ma imparare mi piace ancora di più. Considero l’imparare una delle grandi gioie della vita. Ho avuto la fortuna di imparare da persone diversissime, piene di qualità straordinarie; se mi volto indietro, la loro generosità e la loro diversità umana e intellettuale mi riempiono di commozione. E penso al meraviglioso disegno in cui Goya ha raffigurato un vecchione con la barba bianca che avanza faticosamente appoggiandosi a due bastoni, sovrastato da due parole: Aun aprendo, imparo ancora, sto ancora imparando. Goya pensava a se stesso, e io guardando quel vecchio mi riconosco in lui. Non si finisce mai di imparare. Ho imparato fuori dalla scuola, in maniera imprevedibile e in circostanze imprevedibili; e ho imparato dentro la scuola, dalle elementari in su, fino a ieri, quando ho lasciato formalmente l’insegnamento: perché, come si sa, gli insegnanti imparano dagli studenti, e viceversa. Quello che dico è banale, perché tutti imparano (l’homo sapiens non è l’animale che sa, è l’animale che sa imparare). Ma non è banale ricordare tutto questo oggi, in un’occasione così solenne, quando in tanti paesi, a cominciare da quello di cui sono cittadino, la scuola è diventata un’istituzione fragile e minacciata – dalla miopia della classe politica, in primo luogo, ma anche dall’attenzione assolutamente inadeguata dell’opinione pubblica.

Ho detto miopia: ma mi rendo conto di aver usato un termine improprio. Certo, tagliare gli investimenti destinati all’istruzione, in un mondo in cui l’istruzione è (e sempre più sarà) il bene più prezioso per lo sviluppo di una società, è un gesto miope, che va contro gli interessi del paese: un gesto, diciamolo senza infingimenti, che lo condanna fin d’ora a una sicura decadenza. E tuttavia quest’argomentazione è insufficiente e va respinta, perché di fatto scende sul terreno che vuole combattere, accettando l’idea, così spesso data per scontata, che l’istruzione e la trasmissione del sapere siano beni soggetti alla legge di mercato, al meccanismo della domanda e dell’offerta. Allora mi correggo: non si tratta di miopia, o comunque non solo di miopia. Che cosa ispira l’attacco (perché di attacco si tratta) all’istruzione pubblica: malizia o matta bestialitate? si chiederanno i lettori di Dante. Forse entrambe, chissà.

La mia generazione ha fatto in tempo ad essere coinvolta nella straordinaria tecnologia che ha trasformato la trasmissione e l’apprendimento del sapere: Internet. Qualcuno ha detto che Internet è uno strumento di democrazia. Presa alla lettera, quest’affermazione è falsa. Bisogna aggiungere: è uno strumento di democrazia potenziale. Il motto di Internet è riassumibile nelle parole, paradossali e politicamente scorrette, pronunciate da Gesù: “a chi ha sarà dato” (Matteo, XIII, 12). Per navigare in Internet, per distinguere le perle dalla spazzatura, bisogna avere già avuto accesso alla cultura – un accesso che di norma (parlo per esperienza personale) è associato al privilegio sociale. Internet, che potenzialmente potrebbe essere uno strumento in grado di attenuare le disparità culturali, nell’immediato le esaspera. La scuola ha bisogno di Internet, certo; ma Internet, per essere usato secondo le sue potenzialità (diciamo realisticamente: secondo un milionesimo delle sue capacità) ha bisogno di una scuola pubblica che insegni davvero. Ho avuto la fortuna nel corso della mia vita di frequentare scuole e università, in Italia e fuori d’Italia, incontrando studiosi straordinari che erano anche tutti, nessuno escluso, insegnanti straordinari. Se non li avessi incontrati sarei oggi un’altra persona, una persona che non riesco nemmeno a immaginare. Ne nomino alcuni: Delio Cantimori, Arsenio Frugoni, Augusto Campana, Arnaldo Momigliano, Gianfranco Contini, Carlo Dionisotti, Ernst Gombrich, Lawrence Stone. E poi, fuori dalle aule universitarie, Felice Balbo, Sebastiano Timpanaro, Cesare Garboli. Ho citato solo nomi di persone morte. Ai vivi, alle persone che mi sono vicine e carissime, va ancora una volta la mia gratitudine. 

lunedì 4 agosto 2025

Gian Carlo Jocteau

Il professor Jocteau, lo studio tra Gramsci e aristocrazia
Pier Franco Quaglieni, Corriere Torino, 4 agosto 2025

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La morte del professor Gian Carlo Jocteau priva l’università di Torino di uno dei più seri e colti docenti di Storia contemporanea. Ha scelto di mantenere un profilo basso, dedicandosi soprattutto ai suoi studi e ai suoi corsi. Non ha mai cercato la notorietà come altri colleghi, forse inconsciamente orgoglioso di appartenere alla nobile famiglia savoiarda che si pose al servizio del nuovo regno d’Italia e possedette un castello in Valle D’Aosta, oggi sede della scuola alpina.

Jocteau era invece consapevole della decadenza della nobiltà, e a questo dedicò parte dei suoi studi. Fummo ambedue allievi del liceo classico del Collegio San Giuseppe e ci iscrivemmo all’università, rincontrandoci alle lezioni dello storico del Risorgimento ed eroe dell’antifascismo Aldo Garosci.

La posizione di Gian Carlo Jocteau sulla contestazione, insieme al liberale Diego Marconi, creò tra noi una certa difficoltà di comunicare. Chi scrive si schierò con nettezza e forse con troppa intransigenza con Venturi, Garosci e Getto considerato la bestia nera della Facoltà di Lettere.

Le nostre strade furono necessariamente molto diverse e quindi credo di essere in grado di scriverne con il distacco necessario, malgrado la nostra amicizia e anche affinità di idee al liceo. La sua opera scientifica e divulgativa è ampia e non convenzionale.

Si è dedicato a Gramsci con una guida alla lettura che libera il politico e studioso sardo di quell’aura da cui è stato circondato e anche strumentalizzato. Assai importante è stato anche un suo saggio sul concetto di egemonia in Gramsci e Togliatti. Erano molto diversi tra loro perché lo studioso si riferiva ad un’egemonia, in primis, culturale.

Togliatti, invece, guardava a un’egemonia politica. Da una parte Gramsci scrisse le sue opere più importanti in carcere, mentre Togliatti dovette misurarsi nell’Italia post bellica. Fu il momento in cui il Pci scelse una via nazionale al socialismo di fatto diversa dall’unità antifascista della Costituzione e dalla concezione della democrazia «progressiva», che doveva per ragioni internazionali convivere con il capitalismo.

Un’opera importante di Jocteau è «Nobili e nobiltà nell’Italia unita» del 1997. Importante [ancora] è la sua riflessione sulla nobiltà durante il fascismo: «In un tempo di ormai rapida e inarrestabile decadenza delle aristocrazie europee il fascismo tentò di riproporre, attraverso nuove nobilitazioni, alcuni aspetti simbolici della tradizione nobiliare. Si cercò pertanto di creare una sorta di aristocrazia di regime: una nobiltà delle armi e una della terra, entrambe legate a benemerenze belliche o agricole. E poi una nobiltà del mecenatismo e della beneficenza, per ricchi borghesi che ai meriti imprenditoriali univano elargizioni alle iniziative del regime e doni di opere d’arte allo Stato italiano». Sono infine interessanti le opere collettanee a cui ha partecipato. È stato uno studioso che merita di essere riscoperto anche fuori dal mondo accademico perché il suo lascito merita di essere conosciuto dai giovani d’oggi.



Brunello Mantelli, Storia glocale, 3 agosto 2025

Giancarlo Jocteau era un vecchio amico, oltre che essere stato a lungo un ottimo collega. Ci eravamo conosciuti nell’autunno del 1967, quando prese avvio l’occupazione di Palazzo Campana, allora sede della Facoltà di Lettere di UniTO e tra gli eventi che diedero avvio al Sessantotto. Giancarlo, di un paio d’anni più anziano, era un esponente dei Goliardi Indipendenti (GI), area che faceva riferimento alla sinistra liberale e a Piero Gobetti, io, matricola, confusamente di sinistra e al tempo iscritto al PSIUP. Condividemmo successivamente, assieme ad alcuni altri amici e colleghi l’essere allievi di Nicola Tranfaglia, giunto a UniTO nel 1970, e una serie di avventure intellettuali da Nicola promosse e coordinate. Successivamente i nostri percorsi di ricerca si divaricarono, pur nella condivisione di didattica e lavoro comune nel Dipartimento di Storia, di cui lui per alcuni anni fu direttore. Con la dipartita di Giancarlo Jocteau è un’altra parte della storiografia contemporaneistica torinese che se ne va. Spero ci saranno occasioni, torinesi e non solo, per ripensare la sua figura ed il suo contributo.


Mariolina Bertini
Fb

Molti ricorderanno Gian Carlo Jocteau (1947-2025) come studioso di Gramsci, di storia sociale, di storia dell'aristocrazia. Io lo ricorderò sempre come il più simpatico degli occupanti di Palazzo Campana, nel 1967; quello che aveva più humour e più gentilezza; quello che sapeva tutto e non se la tirava; quello che quando tutti concionavano, sapeva sempre ascoltare, ascoltare davvero.


lunedì 28 luglio 2025

Il cattolicesimo nella storia


Alberto Melloni
Chiesa e democrazia sotto Pio XII
Corriere della Sera, 28 luglio 2025

Quando nel 1881 Leone XIII decise di aprire a tutti gli studiosi gli archivi vaticani, tornati a Roma da Parigi pochi decenni prima, sembrava l’inizio di una pace fra la Chiesa e la storia. Una pace che durò pochissimo: il suo successore, ossessionato da fermenti dottrinali, letterari, esegetici che credeva essere i tentacoli d’un mostruoso «modernismo», ne vedeva uno pericoloso nella storiografia. E dopo di lui la diffidenza verso il sapere storico continuò: tant’è che solo nel 1984 Wojtyla diede adito alle carte dell’archivio segreto vaticano fino a Benedetto XV. Nel 2006 fu poi la volta delle carte degli anni di Pio XI mentre erano già accessibili le carte del concilio, quelle dei Papi conciliari oggetto di processi di canonizzazione e quelle del Sant’ufficio. L’esito di tali aperture è stato diverso. Su Pio X, di cui tanti reclamavano i documenti per capire una repressione che aveva colpito alla cieca (da Roncalli, denunciato da una spia gesuita, a Ratzinger, la cui tesi di dottorato non fu pubblicata), ci sono stati importanti studi di Giovanni Vian e Claus Arnold, e l’edizione più imponente l’ha fatta Monsignor Sergio Pagano, a lungo prefetto dell’archivio, con due tomi che documentano la spregiudicatezza repressiva di un Papa, sul piano personale, umilissimo e santo.
Per Benedetto XV è stata molto lavorata la sua azione diplomatica. Per Pio XI sono stati dirimenti gli studi di Lucia Ceci ed Emma Fattorini e ancora le edizioni curate da Sergio Pagano, e tutti sono rimasti in attesa dell’archivio di Pio XII, di cui si conoscevano dispacci di età bellica usciti per volontà di Paolo VI dopo l’esplosione del dibattito su quello che Pacelli prima di tutto definì il «suo silenzio».
E quando nel 2020 Papa Francesco ha aperto il fondo Pacelli (di cui Giovanni Coco ha dato un inventario nel 2023) è esploso un interesse così febbrile da diventare rivelatore di una debolezza storiografica più profonda. Sia nelle sofisticate iniziative di ricerca elaborate dall’Ecole française de Rome da Laura Pettinaroli e del Deutsches Institut con Simon Unger-Alvi, sia in quelle più divulgative, emergono segni di feticismo archivistico che fa parte del manierismo e non della ricerca.
Perché lo storico sa che gli archivi non coincidono con la realtà e non contengono solo verità nascoste, ma anche banali riflessi dell’efficienza degli uffici che li producono. Sono il precipitato di atti di governo, raccolte di informazioni, visioni illusorie o fobiche che hanno destinatari, obiettivi, codici, orientamenti intenzionali, che possono essere capiti solo attraverso un lavoro di studio che collega, fonti edite e inedite, letteratura grigia e storiografia.
Se si salta questo passaggio si entra nell’alto artigianato di cui ha dato da poco prova Giovanni Coco con Un mosaico di silenzi (Mondadori) dedicato a Pio XII e la questione ebraica, che non conosce o omette la ricerca e le edizioni di fonti che non gli garbano. Oppure si passa direttamente al dilettantismo colto surclassato da chi — lo dimostrarono proprio quarant’anni fa gli studi di Andrea Riccardi nei quali ad archivi chiusi l’intelligenza critica faceva capire la Chiesa e la Roma di Pacelli — aveva meno chilometri di carte davanti ma più filo intellettuale da tessere.
E senza intelligenza critica si producono gradevoli passeggiate nelle fonti come quella offerta ora dal nuovo volume su L’Italia Vaticana. L’egemonia della Chiesa di Pio XII sulla Repubblica (San Paolo) di Cesare Catananti, storico della medicina passato alla storia ecclesiastica. Passeggiate archivistiche che confondono le illusioni di cui l’archivio conserva traccia con ciò che è effettivamente accaduto.
Nelle pieghe della curia pacelliana c’era chi sognava una Italia nazional-cattolica, con una legislazione posta a protezione delle concezioni morali vigenti e una capacità di condizionare la politica di una Dc ritenuta creatura detestabile del detestato Montini?Ovviamente sì. Ma questa domanda a chi fa il mestiere di storico non interessa niente: ciò che preme è capire se quel desiderio s’è realizzato o perché è fallito. E allora, per dirla col titolo del volume, c’è stata un’italia «vaticana» e l’italia poteva esserlo? La risposta è semplice: no.
No, perché i pensieri di Pacelli, di Montini, di Tardini, di Dell’acqua, di Ronca — per non dire di Schuster, di Roncalli, di Siri, di Lercaro — non erano uniformi. No, perché l’anticomunismo a cui Gedda voleva far riassorbire il neofascismo in un anticomunismo

Punti di vista


Non mancarono le pressioni per un’Italia nazional-cattolica Ma ci fu chi le respinse

di massa, incontra resistenze onerose: quella del futuro Paolo VI che la paga e finirà in esilio a Milano, senza porpora; quella di De Gasperi che sventa l’accordo coi missini a Roma anche a costo di vedersi negata l’udienza dell’anniversario di nozze. No, perché la Repubblica sulla quale questa egemonia vorrebbe esercitarsi non si piega grazie a un cattolicesimo pensante, che subisce «pressioni indicibili» (come disse Dossetti) che non si vedono negli archivi italiani e le respinge: non per laicità, ma perché i cattolici migliori sono convinti che cedere sulla legittimazione democratica della Repubblica non farebbe la nazione più cattolica, ma la Chiesa più miserabile.

«L’Italia è di chi se la prende» sibila padre Lombardi al Papa nel gennaio 1947 (p. 44): ma sbaglia. L’Italia repubblicana è già della Costituzione in fieri. E questo non lo dice un foglio d’udienza, ma la storia.

Sicché quando le carte di Pio XII saranno state studiate a sufficienza — senza anacronismi, senza giocare a far sembrare la Santa Sede «più aperta» o «più chiusa» a seconda di convenienze ideologiche — capiremo che in quel tratto della vicenda nazionale sul quale Catananti giustamente attira l’attenzione, c’è stato un processo forse non ancora del tutto esaurito: che richiede non solo gli archivi aperti (che sono un gran bene), ma un senso critico che oggi rischia di essere messo in fuori gioco dal manierismo storiografico che confonde le carte vaticane con il Papa o addirittura la Chiesa. Così si racconta un passato che non c’è a un presente anestetizzato; che è il contrario della funzione di una conoscenza storica uscita dalla paideia pubblica, con gli effetti che vediamo.

domenica 27 dicembre 2015

La ricerca del senso

Romano Màdera
La filosofia come stile di vita
Bruno Mondadori, Milano 2003
















La filosofia è sempre stata un modo di vivere, quel modo di vivere che riceveva la sua impronta dall'amore per la sapienza.
Eppure, se oggi chiedessimo alla maggior parte dei filosofi in che cosa consista il loro particolare stile di vita, ci accorgeremmo che esso tende a coincidere con quello dei professori: la filosofia, come modo di vivere, è diventata il modo di vivere dei professori che si occupano di filosofia. Se questa è la pratica filosofica essa si riduce all'esercizio dello studio, della scrittura e dell'insegnamento dei risultati di tale studio. Nella maggior parte dei casi non viene neppure percepito il problema della riducibilità, o dell'irriducibilità, della figura del filosofo a quella di un mestiere. Tuttavia, amare la sapienza non può essere un mestiere particolare: questa vocazione può toccare tutti, indipendentemente dal lavoro svolto e dal ruolo ricoperto nella società. Anche i personaggi dei libri di storia della filosofia sono stati insegnanti di filosofia solo in epoche determinate, soprattutto nella modernità, e pur sempre con vistose eccezioni. Questa semplice verità, provata da numerosissimi esempi, leggendari e biografici (da Talete a Socrate, Diogene, Epicuro, Marco Aurelio, Avicenna, Bruno, Spinoza, Kierkegaard, Marx, Wittgenstein), è stata oscurata per decenni dall'identificazione tra filosofia e insegnante di filosofia. Benché libera, la vocazione filosofica è stata, nella maggior parte dei casi, vincolata per secoli alle modalità previste dalle legislazioni degli stati per insegnare qualsiasi altra "materia scolastica".
Oggi l'insegnamento della filosofia nelle scuole è una possibilità occupazionale assai ridotta, e questa incertezza sugli "sbocchi professionali" può diventare un'occasione per riproporre una domanda cruciale per ogni epoca; quali possono essere le forme della filosofia in quanto pratica della filosofia? Una pratica unita a un discorso filosofico, ma non riducibile a esso?
Studiare, insegnare e scrivere devono certamente continuare a riguardare la filosofia come arte dell'inesauribile domandare ragione di ogni conoscenza in ogni campo della conoscenza. Amare la sapienza significa prima di tutto sentirsi spinti a oltrepassare ogni risposta che trova acquietamento in una sua bastante funzionalità. La sapienza chiede a volte l'inutile, il sapere per il sapere, per la bellezza e il tormento della sua stessa impresa. Ma la sapienza non è senza mondo: il suo desiderio nasce nelle passioni, nei comportamenti, nelle tecniche, nelle scienze e nelle arti del mondo. La storia della filosofia non può quindi autoriferirsi alla storia della sola filosofia senza esaurire l'humus dal quale nasce. Ogni volta essa riprende vigore dalle domande del mondo, dalle circostanze della storia di una particolare comunità umana, dalla vita quotidiana di singoli individui. Credo che nel nostro mondo la filosofia si debba rinnovare ma che, per rinnovarsi, debba uscire dalle limitazioni di una pratica solo professorale e reimmergersi nella sua più ampia vocazione di ricerca della via alla sapienza. Pretesa apparentemente risibile, sommersi come siamo da ingestibili quantità di informazioni e infinite offerte di formazione. Ancor peggio, pretesa anacronistica per rilevanti settori di specialisti che ritengono ormai proponibile solo una filosofia nei limiti della storia della filosofia, e assurda per una diversa e significativa parte della comunità filosofica, potremmo dire di derivazione quiniana, che assegna alla filosofia il compito di essere scienza fra le scienze, dedita ai problemi di tipo generalistico che attraversano diversi campi scientifici. Dunque la filosofia come viene concepita e proposta in questo scritto rappresenta un diverso modo di praticarla, che intende rinnovarla ritornando alla sua vocazione originaria, per aprire un sentiero di saggezza che accolga le domande di senso della nostra epoca.
Secondo questa scelta, praticare la filosofia significa mettersi alla scuola della domanda sul senso e del senso del tutto. Sentendo questa domanda come un intenso desiderio. Niente di meno, e niente di più lontano dalla mentalità maggioritaria di un'epoca prostrata dalle delusioni dei miti del moderno che, a loro volta, avevano relegato nei musei dello spirito i miti religiosi. Ma è esattamente la combinazione fra il debito con ciò che il tempo pare aver abbandonato e il profluvio di offerte per rimediare a un'angosciosa domanda di senso che chiede una svolta. Non possiamo sottrarci, anche se il compito appare disperato, perché la domanda di senso sembra, già nel suo porsi, sapersi destinata all'elusione: infinite e reciprocamente relativizzabili le risposte, e presumibilmente ininfluenti. 

http://www.platon.it/Consulenza/elaborati/Filosofia%20come%20stile%20di%20vita.pdf