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giovedì 25 giugno 2026

Le sorelle ritrovate

Viviana Daloiso
Le sorelle ritrovate e la guerra degli adulti: cosa racconta davvero il caso di Sarah e Alisya

Avvenire, 25 giugno 2026

«Non hanno fatto salti di gioia», ripete ai giornalisti il procuratore capo di Sulmona Luciano D'Angelo. Non hanno abbracciato i soccorritori dopo quindici giorni di ricerche che hanno tenuto con il fiato sospeso due regioni e mobilitato decine di investigatori. Quando i militari hanno aperto la porta dell'appartamento di Formia dove erano nascoste, Sarah e Alisya, 16 e 12 anni, si sono chiuse nella stanza in cui vivevano da giorni. E quando è arrivato il momento di lasciarla, quella casa, la più piccola avrebbe opposto anche resistenza, spiegando di voler restare con la sua mamma. È uno dei dettagli emersi dalla conferenza stampa con cui stamane, il giorno dopo il ritrovamento delle due sorelline scomparse nella notte tra il 6 e il 7 giugno dalla casa famiglia di Civitella Alfedena, gli inquirenti hanno ricostruito l'ennesima vicenda che riguarda i minori nel nostro Paese e che - da qualsiasi parte la si guardi - ha dello sconfortante. Niente gialli, o rapimenti, ma una guerra familiare combattuta sulla pelle di due figlie e di cui queste ultime sono anche le uniche vere vittime.
La loro fuga si è conclusa domenica sera a Formia, nel quartiere Rio Fresco. Le ragazze erano ospitate nell'abitazione di una donna di ottant'anni, parente acquisita della madre, Valentina D'Acunto. Secondo la ricostruzione degli investigatori vivevano in una stanza dalla quale non potevano uscire né aprire le persiane, quasi segregate. Guardavano la televisione, seguivano i telegiornali che raccontavano la loro scomparsa e aspettavano. Non è ancora chiaro per quanto tempo sarebbero dovute restare lì né quale fosse il progetto elaborato dagli adulti che le avevano portate via. La Procura ha disposto il fermo della madre, del compagno della donna, del nonno materno e della proprietaria della casa con l'accusa di sequestro di persona. Ma il procuratore ha subito chiarito che la vicenda non va letta come una normale storia criminale: «Non stiamo festeggiando degli arresti, ma la liberazione di due ragazze. E questa è una storia di amore genitoriale malato: mi riferisco al fatto che quelle bambine hanno due genitori, non un solo genitore, la madre. Sono due genitori che hanno rinunciato al primo dovere che ha chiunque abbia la fortuna e l'onere di diventare genitore, ossia essere portatori di un amore disinteressato, mettere al primo posto l'interesse dei minori. Queste ragazzine da quando avevano 6 e 3 anni non hanno mai avuto alcuno che si occupasse di loro, il massimo dell'attenzione è stata in questi giorni: un'attenzione, mediatica forse anche oltremisura». Parole pesanti, soprattutto perché arrivano al termine di un'indagine che ha costretto i magistrati a immergersi in una separazione tormentata. Lo stesso D'Angelo ha raccontato che una delle prime attività investigative è stata acquisire gli atti delle cause familiari per comprendere il contesto nel quale erano maturati gli eventi: anni di scontri giudiziari, denunce, accuse reciproche e decisioni assunte dai tribunali per tentare di gestire una conflittualità diventata ingestibile. Una situazione talmente compromessa da portare i giudici, pur in assenza di abusi e di maltrattamenti, ad allontanare le ragazze da mamma e papà revocando loro la potestà genitoriale, per poi inserirle nella struttura protetta dalla quale sono poi scappate. 

L'appartamento dove sono state ritrovate a Formia le sorelline scomparse a Cividella Alfedena / ANSA 
L'appartamento dove sono state ritrovate a Formia le sorelline scomparse a Cividella Alfedena / ANSA 
Adesso Sarah e Alisya sono state trasferite in una nuova struttura protetta. Il padre, Stefano Di Giacinto (che nel contesto del lungo contenzioso familiare aveva più volte accusato la madre di manipolare le figlie e per cui a fine maggio il Tribunale per i minorenni di Cassino aveva disposto il ripristino della responsabilità genitoriale) ha chiesto che vengano collocate in un luogo sicuro e che sia dato loro il tempo necessario per elaborare quanto accaduto. È probabilmente l'unica certezza possibile in questa fase. Il lieto fine, se così si può definire, riguarda soltanto il loro ritrovamento in buone condizioni di salute fisica. Il resto della loro esistenza va ricucito da un mondo adulto che, almeno finora, ha fallito. Dai genitori che per anni hanno trasformato la separazione in una guerra permanente fino alle istituzioni chiamate a governarne le conseguenze. La vicenda d'altronde si consuma in un momento storico in cui il sistema italiano di tutela dei minori, complice il caso della “famiglia nel bosco”, è nuovamente al centro di uno scontro politico e culturale. Da una parte chi vede nei tribunali minorili, nei servizi sociali e nelle comunità educative un apparato invasivo, capace di interferire eccessivamente nella vita delle famiglie; dall'altra chi ricorda che proprio a quelle strutture lo Stato affida il compito più difficile, proteggere bambini e adolescenti quando il contesto familiare diventa fonte di sofferenza anziché di tutela. Le sorelline scomparse e ritrovate rischiano così di essere arruolate nell'ennesima battaglia ideologica, nonostante l'appello lanciato dallo stesso procuratore di Sulmona: «Questa vicenda deve farci riflettere», ha detto, ricordando come sia raro arrivare alla compressione della responsabilità genitoriale non per abusi o violenze, ma come conseguenza di una separazione divenuta distruttiva. Una considerazione che sposta il fuoco della discussione oltre le polemiche sulle case famiglia e sulle decisioni dei tribunali, riportandolo al nodo più difficile da affrontare: che cosa succede, cioè, a un figlio quando il conflitto tra genitori diventa la cifra stessa della sua crescita? È l'interrogativo che attraversa migliaia di vicende familiari e giudiziarie nel nostro Paese e che mette alla prova un sistema di tutela dei minori gravato da carenze strutturali, riforme incomplete e risorse insufficienti. Ma che prima dello Stato, e dei suoi possibili interventi a tutela dei bambini, chiama in causa la responsabilità degli adulti. Non esiste provvedimento giudiziario, comunità educativa o percorso di sostegno capace di cancellare il peso degli anni trascorsi nel mezzo di una guerra familiare. Quella guerra, semplicemente, non dovrebbe mai cominciare.

domenica 26 aprile 2026

Tre donne

 segreti, bugie e qualche atto mancato
Susie Boyt. Tre generazioni di donne stanno insieme in un breve romanzo che riesce a dare conto della complessità dei rapporti famigliari e non solo

Sara Sullam
Il Sole 24ore, 26 aprile 2026

Tre generazioni di donne – nonna, madre, nipote – abbandoni, segreti, tossicodipendenza. Potrebbero essere gli ingredienti di una corposa tragedia familiare. E invece no: in Ti voglio bene, mi manchi (traduzione di Ilaria Dagnini Brey), con grazia e delicatezza, senza sconti sulla durezza della vita, ma con una capacità narrativa che disinnesca ogni tentazione di semplice compatimento, Susie Boyt riesce a tenere insieme tutto (e tutte) in sole 192 pagine, e a ritrarre con lucidità la complessità dei rapporti familiari e non. Non è cosa da poco, ma Boyt, pur al suo esordio in Italia, è una scrittrice navigata, che ai temi dell’assenza, del lutto e della cura ha dedicato diversi libri. È autrice di diversi romanzi, nonché del memoir My Judy Garland Life (2009). Ha curato una nuova edizione di Il giro di vite e altri racconti di Henry James, scrittore che, afferma, le ha spiegato la vita. E, non da ultimo è la bisnipote di Freud, figlia del pittore Lucian Freud, sorella della scrittrice Esther Freud. Ma lasciamo da parte la biografia, e godiamoci il romanzo.

Siamo a Londra, tra gli anni 90 e i primi Duemila: Ruth, insegnante di letteratura inglese, vive con la nipote Lily, figlia di sua figlia Eleanor, da anni tossicodipendente e allontanatasi dalla madre da adolescente. Ruth ha mantenuto a fatica una relazione con Eleanor (che ha cresciuto da sola), e dopo la nascita di Lily ha deciso senza troppi indugi di prendere con sé la nipote, gesto a cui Eleanor non ha opposto particolare resistenza. Il romanzo, narrato in prima persona da Ruth, racconta della gioiosa fatica di crescere Lily, bambina e poi adolescente modello. Malgrado la difficilissima situazione di Eleanor, presenza tanto evanescente quanto minacciosa, nonna e nipote vivono rendendosi felici e contente.

C’è ampio spazio per la bellezza della vita, una vita di donne mai rinchiuse solo nello spazio domestico, ma che si muovono per Londra (altra protagonista del romanzo) con noi lettori al seguito, o che lasciano il segno nelle aule scolastiche a colpi di letteratura inglese. C’è spazio per le amicizie, come quella profonda tra Ruth e la collega Jean. La tragedia non è mai saliente, anche se la morte aleggia sempre: per dirla con una celebre frase di Virginia Woolf: «Volevo scrivere della morte, ma la vita ha fatto irruzione come sempre». C’è un talento – mi si conceda un ricorso esplicito ai caratteri nazionali – del tutto British nel rappresentare la vita in tutta la sua complessità, con understatement humour. C’è qualcosa del cinema di Mike Leigh, di cui molti ricorderanno il magistrale Segreti e bugie (1996), anch’esso incentrato su un difficile rapporto madre-figlia.

Segreti e bugie, appunto. Ruth è una narratrice abile, ci tiene attaccati alle pagine e non ci lascia fino a quando esala l’ultimo respiro. A prima vista, Ti voglio bene, mi manchi potrebbe sembrare un romanzo sulla gioia che danno i bambini (quando sono come Lily), sulla fortuna di avere una seconda possibilità dopo quello che si percepisce come un fallimento, sulla generosità di Ruth, su una figura materna quasi santificata. Tutto questo c’è, è innegabile, ma Ti voglio bene, mi manchi non si risolve in un romanzo facilmente consolatorio. Senza che ce ne accorgiamo – talvolta senza che se ne accorga in tempo nemmeno Ruth – affiorano nel testo affondi nel passato, rivelazioni che ci mettono a parte di segreti ed episodi cruciali e non certo privi di tensione. Segreti che nulla tolgono alla forza di Ruth, al suo amore “mancato” per Eleanor: semplicemente, danno una profondità diversa al personaggio e al romanzo, e mostrano come una narrazione sola sia per forza piena di buchi, omissioni (volontarie o meno), atti mancati (famille oblige). «Io non so se sono una buona o cattiva persona», dice Ruth, «ma sapevo quello che volevo»: è lei stessa a stabilire un patto ben preciso con i lettori.

Nessun segreto viene rivelato a Lily, e probabilmente nemmeno a Eleanor. Ti voglio bene, mi manchi non ha rivelazioni finali e risolutive, non servono. Perché il punto non è la rivelazione, bensì la mossa improvvisa di Boyt verso la fine del romanzo, in cui è Lily a passare, senza soluzione di continuità e lasciando i lettori orfani della guida di Ruth, alla prima persona della narrazione e a offrire la propria storia: altrettanto parziale, altrettanto ricca, semplicemente diversa, in grado di cogliere doppi sensi e complessità. Lo si vede bene nell’episodio che dà il titolo al romanzo. Ruth e Lily sono nel giardino di una chiesa, e si fermano davanti a una vecchia tomba, la cui lapide reca l’iscrizione «Loved and missed» (e qui va detto che il titolo italiano, che traduce la frase con «ti voglio bene, mi manchi», perde il doppio senso e vira verso il sentimentale). Lily scoppia a ridere, e Ruth, stupita, le chiede perché: «perché sembra che le persone abbiano provato ad amarsi, ma un bersaglio si è mosso, oppure la mira non era buona, e l’amore insomma non si è realizzato, non è andato a buon segno?» È una domanda che resta aperta, e va bene così.

Con il romanzo di Boyt Bollati aggiunge un ulteriore titolo di qualità a un catalogo inglese di tutto rispetto, che negli anni ha saputo portare al pubblico italiano voci nuove, tra cui uno scrittore del Nord come Ben Myers (Giorni sempre più bui, Blu come te, All’orizzonte), o Eliza Clark (Penitenza e Maschi a pezzi), o riconoscerne di preziose, come Boyt.

Susie Boyt
Ti voglio bene, mi manchi
Bollati Boringhieri, pagg. 192, € 18

mercoledì 1 aprile 2026

L' ospite regale


il naufragio di una famiglia perfetta Henrik Pontoppidan.
«L’ospite regale» arriva una sera e con i suoi modi signorili, in cui però traspare qualcosa di volgare, confonde le carte in tavola e si insinua nella relazione tra un giovane medico e la moglie, mandandola all’aria 
Marta Morazzoni 
Il Sole 24ore, 29 marzo 2026

Dopo il corposo Pietro il fortunato ora un piccolo romanzo, L’ospite regale da Iperborea. 800 pagine all’incirca da una parte, dall’altra 99 non proprio fitte. Il romanzo è un elemento flessibile e si adatta a ogni misura senza perdere nulla della completezza necessaria a farne il privilegiato tra gli impianti narrativi. Pontoppidan, autore dei due lavori accennati, è in alto nella scala degli scrittori danesi tra Otto e Novecento; nel 1917 ricevette il Nobel ex aequo, un caso abbastanza singolare nella storia del premio più prestigioso al mondo. Ma fuori dalla patria e negli anni a venire la sua fama è rimasta in una nicchia ed è stata, per l’Italia, la proposta nel 2022 da parte di Fazi di Pietro il fortunato a riportare l’attenzione su un nome di primo piano tra i nordici. A monte dell’Ospite regale, scritto nel 1908, si agita l’ombra del Faust di Goethe, mentre dopo Pontoppidan, e con una lunga gestazione, il tema tornerà con Il maestro e Margherita di Bulgakov, scritto negli anni ’30. Parentele apparentemente stiracchiate, ma a ben guardare parentele a tutti gli effetti. Mephisto, il prestigiatore Woland e il regale ospite di una sera di Carnevale in un paese sperduto dello Jutland hanno dei tratti in comune, un modo di guardare, un’eleganza di toni e la signorilità in cui si insinua qualcosa di volgare che confonde le carte in tavola e spariglia il gioco con regole nuove. Ho amato molto il romanzo di Bulgakov e sentito la dovuta soggezione nei riguardi del Faust goethiano, devo quindi stare attenta a non lasciarmi trasportare dal gioco delle analogie, che potrebbe confondere toni e voci. Ma l’ospite imponente e bizzarro che Pontoppidan immagina irrompere la sera di Carnevale in una casa felice, un paradiso domestico in cui la tentazione non era mai entrata prima, ha una qualche affinità con i due altolocati personaggi di cui sopra, anche se con una funzione diversa. Riconosciamo subito che pochi altri come questa figura dai tanti nomi (qui Principe Carnevale) hanno avuto una così grande sagacia nel leggere e comprendere il contesto in cui si insinuano e mettere in campo poi con abilità la provocazione che ne scompagina l’ordine. La casa del giovane medico Arnold Højer, di sua moglie Emmy e dei loro bambini è un piccolo, dichiarato eden in cui si inquadra la famiglia perfetta; e allora viene da pensare che la perfezione, anche in formato ridotto, non sia di questo mondo, sicché occorre sparigliare le carte e portare alla luce quel grumo di oscurità che ciascuno chiude in sé, conscio o meno di un segreto desiderio, di un’aspirazione inconfessata.
Carnevale è il tempo della sospensione delle regole, difficile però, una volta soppiantato anche per gioco l’ordine consueto, ricomporlo senza pagare pegno per il momento di follia. Che poi sia solo la follia di un momento è tutto da dimostrare. Se Pietro il fortunato è un lungo, frastagliato percorso per arrivare alla conoscenza di sé, l’ospite di questo piccolo romanzo scardina invece le certezze che sei anni di matrimonio hanno dato alla coppia, su cui scivolano ora ombre e sospetti e ripensamenti che ne sovvertono gli equilibri. È sano o malsano questo procedimento insinuante? Vengono in mente due battute del Faust di Goethe, che Bulgakov cita a premessa al suo romanzo: Chi sei? Io sono una parte di quella forza che vuole il Male e opera costantemente il Bene. Non è una piccola osservazione. Questo Principe Carnevale, che accende tutte le luci della casa del dottore, che accende i sensi della coppia e li provoca insinuando il germe della gelosia nell’uomo e un desiderio prepotente nella donna, insieme a una indefinita nostalgia, ha in fondo una funzione di questa natura.
È interessante che sia la musica, perfetta costruzione matematica e insieme potente cardine emozionale, a sollecitare il gioco incrociato di desideri e gelosie. Gli equilibri messi in discussione in una notte sospesa nel tempo (e il Carnevale è appunto una parentesi nell’equilibrio e nell’ordine) preparano una misura nuova del rapporto tra i due coniugi: dall’eden sono stati invitati a uscire ma, una volta varcata questa soglia, non c’è modo di tornare indietro e l’avventura interiore che è cominciata per gioco diventa un passo definitivo. L’ospite regale potrebbe essere un piccolo divertissement letterario, quasi una parentesi nel lavoro impegnativo dei tre grandi romanzi che, ci ricorda nella postfazione Fulvio Ferrari, declinano la complessità della storia politica e culturale della Danimarca negli anni successivi alla guerra persa contro la Germania. Una divagazione, però che contiene alcune notazioni profonde, gioca di leggerezza per affondare poi nei meandri dell’anima senza illudersi di risolverne l’ambiguità. Il «conosci te stesso» di Pietro il fortunato (il solo dei tre grandi romanzi tradotto in italiano) in realtà si rinnova anche nel piccolo Ospite regale, dove la componente irrazionale, l’inconscio, si fa largo nel nuovo inquietante sguardo sulla mente umana e sui suoi inciampi. A ragione alla gente del paese pare che nella casa del dottor Højer ci siano ora «correnti d’aria dappertutto, quasi l’impressione di stare seduti davanti a porte aperte…» appunto! aperte sull’ignoto che ogni individuo ha in sé. 

Henrik Pontoppidan,  L’ospite regale, Traduzione e postfazione di Fulvio Ferrari
Iperborea, pagg. 110, € 16

martedì 6 gennaio 2026

Segreti in famiglia

Elise Mignot 
Laurence Joseph, psicoanalista: "Tutti abbiamo dei segreti in famiglia, ma questo non significa che sia consigliabile tenerli nascosti."
Le Monde, 6 gennaio 2026

Laurence Joseph è psicoanalista e psicologa clinica a Parigi. Per questa ex membro dell'Istituto Ospedaliero di Psicoanalisi dell'Ospedale Sainte-Anne, la questione dei segreti e della loro rivelazione solleva chiaramente la questione dell'auto-narrazione e della verità nelle nostre storie familiari. Cita come prova diversi recenti successi letterari, dal romanzo vincitore del Premio Goncourt * La Maison vide * di Laurent Mauvignier (Les Editions de Minuit, 2025) a *  Mon vrai nom est Elisabeth * di Adèle Yon (Sous-sol, 2025).

In che modo la segretezza è un elemento essenziale della famiglia?

Questa è persino una delle definizioni di famiglia: la capacità di mantenere segreti sulla morte, la malattia, le origini, la sessualità... Li rompiamo e iniziamo costantemente a ricrearli, come se ogni essere umano imparasse a percepirsi come imperfetto e vuoto. I segreti sono, del resto, presenti in tutte le mitologie greco-romane, indù e norrene.

Ma più che la creazione di segreti, è l'indicibile a costituire la nostra umanità. Questo indicibile è il corollario della nostra ossessione per la purezza. Con ogni nascita, vogliamo offrire a nostro figlio un patrimonio familiare perfetto e immacolato. Speriamo in questo modo di risparmiargli ogni barbarie umana e ogni fardello che ne appesantirebbe l'esistenza. Ma questi silenzi, intesi come etici e protettivi, a volte possono rivelarsi dannosi. Tutti abbiamo dei segreti in famiglia, ma questo non significa che sia consigliabile mantenerli. Una persona cresciuta con un segreto di cui si vergogna è come se una parte del suo corpo fosse paralizzata, handicappata.

Nel suo libro "I nostri silenzi: imparare ad ascoltarli" (Autrement, 2025), lei richiama l'etimologia latina della parola segreto ("secretus"), che significa "mettere da parte", "vagliare"... Questo traccia una linea di demarcazione tra il grano buono e quello cattivo. Cosa ne deduce?

Per me, il "grano buono" è la bella e già pronta auto-narrazione, completa di un impeccabile albero genealogico. La versione migliore dei nostri familiari... E poi c'è il "grano cattivo", una specie di caverna in cui sono relegati tutti i segreti che ci siamo lasciati alle spalle.

Più passa il tempo, più diventano incompatibili con il resto della nostra narrazione. Nella mia pratica, vedo donne che, ad esempio, vogliono sporgere denuncia perché hanno subito abusi, ma che mi dicono: "Non voglio che i miei figli sappiano che sono stata violentata". Ci sono segreti che temiamo possano contaminare il resto della nostra vita. Come se la loro rivelazione potesse distruggere completamente l'esistenza di qualcuno. Ma a volte, la narrazione repressa ha effetti molto più tossici del segreto stesso.

Ciò significa che è auspicabile rivelare tutti i segreti? Perché non lasciarli in questa grotta?

Il problema non è tanto cosa sia stato nascosto nella caverna, ma come ci conviviamo. Quando il silenzio non viene rotto, la verità viene neutralizzata. Ci ritroviamo con famiglie incapaci di confrontarsi con la verità. Come persona che lavora a lungo sul tema degli abusi sui minori, vedo molto chiaramente come la segretezza possa essere sfruttata per permettere a crimini e abusi di continuare. Rompere il silenzio è la chiave per sfuggire al codice del silenzio.

giovedì 25 dicembre 2025

Dickens mania

Cécile Ducourtieux
Nel regno Unito i discendenti di Charles Dickens portano ancora la magia del Natale

Le Monde, 25 dicembre 2025

REPORTAGE: A più di 150 anni dalla morte dell'autore di "Oliver Twist", i suoi pronipoti continuano a riunirsi per recitare le sue opere e dare vita al suo museo londinese. Perpetuano la memoria dell'illustre romanziere, il cui primo racconto, "Canto di Natale", continua a risuonare anno dopo anno nella sua famiglia allargata e nel pubblico britannico.

Il 9 giugno 2025, il Charles Dickens Museum, al numero 48 di Doughty Street, nello storico quartiere londinese di Holborn, ha aperto le sue porte per una giornata davvero speciale. Il museo celebra il centenario della sua apertura e il 155° anniversario della morte dello scrittore, che morì il 9 giugno 1870, all'età di 58 anni, stremato da una vita di duro lavoro ed eccessi.

Questo monumento della letteratura britannica rimase solo due anni in questa casa dalla modesta facciata in mattoni scuri (tra il 1837 e il 1839). Ma furono anni prolifici: da giovane giornalista, vi terminò di scrivere il satirico "Il Circolo Pickwick" , che diede il via alla sua carriera di scrittore, e vi scrisse "Oliver Twist", il suo grande romanzo sulla povertà infantile.

Al piano superiore, in un salotto dove Charles Dickens, che sognava di diventare attore e idolatrava William Shakespeare, era solito recitare ad alta voce i suoi testi, si mescolano visitatori inglesi, americani e cinesi. Un giovane legge con entusiasmo un brano di Oliver Twist (1838), quello in cui il bambino viene isolato in orfanotrofio per aver osato chiedere altro cibo.

Lo scrittore "si schiariva la voce con il brandy", confidò Ollie Dickens alla fine della sua performance. Dickens? "Sono il pronipote di Charles", confermò il trentenne, vestito con un gilet e un abito aderente.

"Il gene dell'artista!"

Al piano terra, in uno stretto salotto, la storica dell'arte Lucinda Hawksley si sofferma sui ritratti di famiglia: Charles Dickens, Catherine, nata Hogarth, sua moglie e la loro numerosa prole. "Caterina ebbe dieci figli e subì almeno due aborti spontanei in quindici anni. Non era un'eccezione per una donna dell'epoca vittoriana [la regina Vittoria ebbe nove figli] . Ma soffriva di depressione post-partum a ogni parto", racconta ai visitatori affascinati questa cinquantenne dagli intensi occhi azzurri, pronipote della coppia.

In questo giorno di anniversario era atteso anche Mark Dickens, 70 anni, padre di Ollie e pronipote di Charles, accompagnato da diversi pronipoti dello scrittore.

Qual è dunque questa straordinaria discendenza che coltiva la memoria dell'antenato e che comprende una buona dozzina di editori, scrittori e una manciata di attori professionisti? "Dobbiamo aver trasmesso il gene dell'artista!" , osserva Lucinda Hawksley, autrice di una quindicina di biografie e opere storiche.

Due prozie, Mary Angela Dickens, prima nipote di Charles Dickens, e Monica Dickens, sua pronipote, furono prolifiche scrittrici di romanzi della fine del XIX secolo e della seconda metà del XX .

Sebbene Dickens sia un cognome piuttosto comune nel Regno Unito, "i discendenti diretti dello scrittore sono circa 225, tutti discendenti dal figlio maggiore, Charles Dickens Junior, e da Henry Fielding Dickens, il suo ottavo figlio", spiega Mark Dickens, genealogista di famiglia. Gli altri figli della coppia, le cui vite e l'espansione dell'Impero britannico li portarono in Australia, India o Canada, non hanno discendenti noti. "Ci contattano regolarmente affermando di essere imparentati, ma nulla ha confermato queste affermazioni", aggiunge Mark Dickens.

Una quasi-istituzione

Bisogna dire che, dall'altra parte della Manica, Charles Dickens è molto più di un romanziere geniale: è praticamente un'istituzione. I suoi libri vengono costantemente ripubblicati, adattati per il teatro, per il cinema o per serie televisive, come se ciò che raccontavano del loro tempo – le ingiustizie ai deboli, la crudeltà del mondo degli adulti – non fosse invecchiato di un giorno.

"Le sue trame sono geniali", e i suoi scritti, così politici, "hanno contribuito ad abolire le esecuzioni pubbliche e a migliorare l'istruzione dei bambini", spiega Lucinda Hawksley. In particolare "Canto di Natale" , uno dei più grandi successi editoriali nella storia del Paese.

Questa fiaba ha come protagonista un personaggio scontroso, Ebenezer Scrooge, toccato dallo spirito caritatevole del Natale. Quest'inverno, solo a Londra, verrà rappresentata in una mezza dozzina di teatri, in costume all'Old Vic Theatre e in versione hip-hop al Sadler's Wells .

E mentre l'abete fu importato dalla Germania e reso popolare nel XIX secolo  dalla regina Vittoria e da suo marito Alberto, il resto dello spirito natalizio, con petardi a sorpresa, cori e, idealmente, fiocchi di neve, è strettamente legato a Dickens, che è ancora soprannominato " Padre del Natale", in quanto inventore del Natale moderno.

Lo scrittore ebbe un rapporto complicato con la sua famiglia. Secondo di otto figli, la cui vita fu sconvolta dai debiti del padre, John Dickens, ufficiale della Royal Navy, lasciò la scuola a 12 anni per contribuire al sostentamento della famiglia. Lavorò in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne giornalista e ben presto uno scrittore di grande talento, attingendo alle sue esperienze traumatiche per la materia delle sue opere.

Una storia di redenzione

"Era un padre amorevole per i suoi figli, il che era insolito in un'epoca in cui venivano regolarmente picchiati", dice Lucinda Hawksley. Il suo matrimonio, tuttavia, fu di breve durata, finendo quando si innamorò di un'attrice diciottenne, Ellen Ternan, dopo ventidue anni di matrimonio. Catherine perse la custodia dei figli: "Questa era la legge all'epoca. La cosa peggiore non è che Dickens si sia innamorato di qualcun altro, ma che l'abbia lasciata, facendole perdere il suo status sociale. Trovo un po' difficile perdonarlo", aggiunge Lucinda Hawksley.

Prima di questa separazione, feste e spettacoli teatrali erano frequenti in casa Dickens. Lo scrittore, noto per il suo talento mimico, li preparava meticolosamente, assegnando ruoli ai bambini e noleggiando costumi e scenografie. Ciò valeva soprattutto durante le festività natalizie, che all'epoca si celebravano ininterrottamente dal 24 dicembre all'Epifania, il 6 gennaio.

Questo periodo dell'anno assunse un'importanza fondamentale nell'opera dell'autore con la pubblicazione di Canto di Natale nel 1843. All'epoca, Charles Dickens era indignato per il fatto che molti bambini non avessero accesso all'istruzione. Voleva, come spiega Lucinda Hawksley in Dickens and Christmas (Pen and Sword History, 2017), creare una storia che avesse un impatto ben maggiore di un pamphlet politico. Da qui questo racconto di risveglio della coscienza sociale e di redenzione.

"Alla vigilia di Capodanno del 1843, il racconto, pubblicato il 19 dicembre, era già alla terza edizione. L'inverno successivo, ogni editore voleva il suo Canto di Natale", racconta la sua pronipote. La sua antenata avrebbe scritto altri quattro racconti natalizi ( The Chimes, 1844; The Cricket on the Hearth, 1845; The Battle of Life, 1846; The Haunted Man, 1848) e avrebbe lanciato un vero e proprio genere, la letteratura natalizia, che prospera ancora oggi.


Salva la casa

Sebbene Charles (1837-1896), il maggiore dei suoi figli, continuasse a pubblicare la sua rivista letteraria " All the Year Round" fino al 1895, poco prima della sua morte, Henry Fielding (1849-1933), suo fratello minore, si occupò della lettura dei suoi romanzi. Questo avvocato, rinomato, fu anche il primo membro della famiglia a impegnarsi nella Dickens Fellowship, diventandone poi presidente.

Fondata nel 1902 da amici dello scrittore, questa associazione benefica organizza ancora oggi recital di beneficenza e cerimonie commemorative, in particolare presso l'Abbazia di Westminster, dove Charles Dickens è sepolto in Poets' Square, accanto ai re e alle regine d'Inghilterra. Fu questa associazione che, nel 1923, acquistò il numero 48 di Doughty Street per salvare la casa dalla demolizione. È l'unico indirizzo londinese appartenuto allo scrittore a essere scampato ai bombardamenti e alle trasformazioni della città.

Ad oggi, 14 discendenti del romanziere (tra cui due donne) hanno ricoperto la carica di presidente dell'associazione. Tra questi, Cedric Dickens, ex ufficiale di marina scomparso nel 2006, si è distinto ideando modi originali per onorare la sua memoria.

Personaggio pittoresco, l'autore di Drinking with Dickens (New Amsterdam Books, 1988) contribuì a salvare un pittoresco pub della City, il George and Vulture, menzionato nel Circolo Pickwick, dalle grinfie degli speculatori immobiliari. Nel 1952, decise di organizzarvi un pranzo di Natale annuale, riservato esclusivamente agli uomini della famiglia. "Il pasto si svolge l'ultimo venerdì prima di Natale, in una piccola sala al piano superiore del pub", racconta Mark Dickens.

In risposta, Lucinda Hawksley creò, alla fine degli anni 2000, un pranzo prettamente femminile, riunendo, come la sua controparte maschile, una ventina di persone, in un gastropub londinese dal nome molto evocativo: The Bleeding Heart , citato in Little Dorrit (1857), altro grande romanzo sociale di Dickens.

"Mantenere vivo il nome"

Presidente dell'associazione nei primi anni 2010, Mark Dickens venne introdotto al culto del suo celebre antenato in giovanissima età. "Avevo 5 o 6 anni quando ne compresi l'importanza per la prima volta. Avevamo assistito a una messa in suo onore nella cattedrale di Canterbury. Il giorno dopo, il mio nome era sul giornale. Mi chiesi cosa avessi potuto sbagliare. Mio padre allora mi disse: 'È ora che te lo spieghiamo'", racconta questo sommergibilista in pensione (molti Dickens prestarono servizio nell'esercito).

Oggi è un'autorità in materia di memoria del suo celebre antenato: risponde alle domande dei giornalisti ed è consultato da registi e drammaturghi. Non gli dispiace che alcuni adattamenti si discostino dal testo originale: "Ognuna di queste versioni contribuisce a mantenere vivo il nome di Dickens, ed è questo che conta", afferma questo pronipote di Henry Fielding.

Apprezza anche l'assenza di tensioni tra i discendenti. "Nelle famiglie, in generale, i conflitti principali sono legati al denaro", osserva. Niente di tutto ciò si applica alla famiglia Dickens, poiché l'opera dello scrittore è di pubblico dominio da decenni.

Suo figlio Ollie, 33 anni, ha scoperto Dickens inconsapevolmente, imbattendosi in un esilarante adattamento cinematografico del Muppet Show di Canto di Natale in tenera età : un film del 1992 diretto da Brian Henson, con Michael Caine nel ruolo di Scrooge. "Ho adorato quella versione". Ma ha fatto il collegamento con la sua famiglia solo più tardi: "Solo a 12 anni, dopo una discussione con un compagno di classe che insisteva sul fatto che il film dei Muppet fosse basato su Dickens, ho capito", racconta.

Laureato in teatro, Ollie ha lavorato nell'insegnamento e nel settore immobiliare prima di "abbracciare pienamente il nome Dickens"  : ogni anno a dicembre, vola a Galveston, in Texas, dove partecipa al Dickens on The Strand (che prende il nome dalla via principale della città), un festival che attrae migliaia di fan del suo antenato.

Come una "calamita"

Anche Lucinda Hawksley, appartenente alla sezione di Henry Fielding, presiede la Dickens Fellowship dal 2024. Mentre studiava le opere di Dickens all'università, il suo interesse per la storia la portò anche a conoscere le donne della famiglia, in particolare Kate Perugini, la terzogenita del grande scrittore: "Era una pittrice di grande talento, una ritrattista ricercata. Purtroppo, è stata dimenticata, come troppe artiste", si rammarica l'autrice, che le ha dedicato una biografia ( Dickens's Artistic Daughter Katey, Pen and Sword History, 2018).

Se i discendenti restano così mobilitati, è probabilmente perché il loro antenato agisce come una "calamita"  : "Abbiamo tutti un punto in comune molto forte, ecco perché ci conosciamo come cugini di terzo, quarto o addirittura quinto grado per matrimonio", suggerisce colei a cui spesso viene detto che assomiglia alla sua antenata Catherine Hogarth.

L'attore Harry Lloyd, 42 anni, è l'attuale star della famiglia. Nipote di Mark Dickens, ha interpretato Viserys Targaryen nella prima stagione di Game of Thrones della HBO e in episodi di Doctor Who per la BBC. Ha ottenuto il suo primo ruolo a 15 anni in un adattamento del romanzo David Copperfield (1850) per l'emittente pubblica britannica, dove ha recitato al fianco di Daniel Radcliffe.

"Ero preoccupato, forse perché pensavo di aver ottenuto il ruolo a causa della mia storia familiare. Per molto tempo, non ho voluto essere associato a Dickens, per dimostrare che potevo avere successo da solo", spiega l'attore, imparentato con lo scrittore tramite la madre, Marion Dickens. Harry Lloyd, tuttavia, studiò l'opera del suo antenato all'Università di Oxford, dove scrisse persino una tesi su di lui, concentrandosi sulla difficoltà di illustrare i suoi romanzi, data la versatilità dei suoi personaggi.

Ma negli ultimi vent'anni ha interpretato una serie di ruoli in film, teatro, serie TV e film per la televisione, senza avere l'opportunità di lavorare sul proprio repertorio. Tuttavia, afferma di voler "tornare a interpretare i suoi personaggi". L'opera di Dickens lo ispira, "perché ha vissuto come noi, in un periodo di grandi sconvolgimenti, con la prima rivoluzione industriale, la ferrovia e la formazione dell'Impero britannico. Aveva anche la sensazione che nulla sarebbe più stato lo stesso".

Durante la pandemia di Covid-19, ha registrato un audiolibro per Penguin, " Great Expectations". "È il mio romanzo di Dickens preferito. L'ho letto almeno cinque volte. In studio, ho dovuto usare 50 voci diverse; è stato difficile, ma mi è piaciuto molto", spiega l'attore. Anche lui si sta preparando a continuare la tradizione di leggere ad alta voce "A Christmas Carol" alla moglie durante le vacanze di Natale.

https://www.lemonde.fr/m-le-mag/article/2025/12/25/au-royaume-uni-les-descendants-de-charles-dickens-enchantent-encore-noel_6659368_4500055.html?search-type=classic&ise_click_rank=1


lunedì 17 novembre 2025

Giovani senza autonomia

 


Giovani in ritardo nei progetti di vita: età adulta più distante
Generazioni. Tappe della maturità affettiva e lavorativa spostate in avanti: nel 2024 il 63% dei maggiorenni under 35 viveva ancora con i genitori, posticipato il matrimonio. Il primo figlio arriva a 32,6 contro i 30,8 del 2005

giovedì 25 settembre 2025

L'appello contro l'assoluzione del marito picchiatore


Elisa Sola
Lucia Regna picchiata dall'ex, Procura impugna la sentenza di assoluzione
La Stampa, 25 settembre 2025

Le violenze denunciate da Lucia Regna «sembrano quasi delle condotte meritate». Non solo. Nella sentenza di assoluzione dell’ex compagno da uno dei reati contestati, i maltrattamenti, «c’è una critica costante, del tutto superflua, moralmente e giuridicamente inammissibile, alla decisione di una donna di separarsi dal marito e di denunciarlo per quanto patito». Sono alcune delle considerazioni scritte dalla pm Barbara Badellino nell’atto di appello contro la sentenza di primo grado. L’imputato, assolto dai maltrattamenti di cui ora la procura ribadisce la sussistenza, era stato condannato a 18 mesi per lesioni. Per avere, il 28 luglio 2022, spaccato il volto di Lucia, poi ricostruito in ospedale. Gli erano state concesse le attenuanti. Nelle motivazioni il giudice aveva scritto che Regna non è «attendibile». Che aveva «sfaldato un matrimonio». Mentre l’ex, invece, si sentiva «vittima di un torto», perché lei aveva un altro. «Un sentimento molto umano e comprensibile per chiunque», aveva precisato il giudice. 

Espressioni che la procura adesso contesta e condanna. La pm Badellino aveva chiesto quattro anni e mezzo di reclusione per l’imputato, ricostruendo anni di presunte umiliazioni e violenze, testimoniate anche dai familiari di Regna. Eppure, così scrive nell’appello la magistrata, «il tribunale ha gravemente e forse pretestuosamente travisato le prove acquisite». Traendo, riguardo ai maltrattamenti, una «conclusione erronea e contrastante con le risultanze istruttorie, oltre che motivata in maniera aprioristica e volutamente parziale». In sostanza, scrive la pm, l’esame è «viziato da un preconcetto». «Tutto viene giustificato e inquadrato - sottolinea - nella “umanamente comprensibile reazione” (era questa la frase scritta dal giudice nelle motivazioni della sentenza di assoluzione, ndr) alla dissoluzione dell’unione familiare voluta e causata dalla persona offesa!!!». I tre punti esclamativi non sono un refuso. Sono stampati nella seconda pagina dell’appello.

E sono seguiti da queste valutazioni della pm: «Il giudice legge volutamente quanto dichiarato da Regna in maniera parziale e orientata». «Anche rispetto agli appellativi rivolti al figlio (“coglione”) il tribunale decide che si trattasse di “affermazioni scherzose”». E ancora: «La ritenuta credibilità dell’imputato si basa sul nulla o forse (sarebbe terribile) sulla sostanziale condivisione e giustificazione del suo rancore per la rottura del matrimonio voluta dalla moglie e per la “colpa” della stessa di avere iniziato una nuova relazione». «La brutale aggressione subita dalla Regna, e che non si limita a un solo pugno, viene spiegata e quasi compresa dal tribunale, come reazione un po’ eccessiva». In sintesi: «La violenza fisica e verbale messa in atto sembrano quasi delle condotte meritate».

Infine, in un’integrazione all’appello, la procura mette nero su bianco questa dichiarazione: «Si dissente profondamente non solo dall’impianto della sentenza che ha in maniera quasi scientifica sminuito le dichiarazioni della persona offesa, leggendole con preconcetto e senza calarle nella normale realtà processuale, ma anche e soprattutto sulle valutazioni, assolutamente superflue e non necessarie per motivare l’assoluzione del delitto di maltrattamenti di cui tutta la sentenza è farcita e permeata». Il giudice lascia trasparire «avversione» verso la donna, precisa la pm, «esprimendo una implicita (neanche tanto) critica nei suoi confronti» solo perché voleva separarsi. Concetti e parole «inaccettabili».

https://machiave.blogspot.com/2025/09/colpire-si-puo.html

lunedì 25 agosto 2025

Mia madre viene da me


Arundhati Roy racconta la sua infanzia da fuggitiva: "Le mie ginocchia erano piene di cicatrici e tagli, segno della mia vita selvaggia, imperfetta e senza padre"

Quando scoppiò la guerra tra India e Cina, l'autrice e suo fratello furono portati dalla madre in un viaggio caotico da una casa di campagna a un'eccentrica famiglia nel Kerala. Avrebbero mai trovato un posto sicuro?

Un insegnante era ciò che mia madre aveva sempre desiderato essere, ciò per cui era qualificata. Durante gli anni in cui fu sposata e visse con nostro padre, che lavorava come assistente manager in una remota piantagione di tè in Assam, il sogno di intraprendere una carriera di qualsiasi tipo si atrofizzò e svanì. Si riaccese (più come un incubo che come un sogno) quando si rese conto che suo marito, come molti giovani che lavoravano in piantagioni di tè isolate, era irrimediabilmente dipendente dall'alcol.

Quando scoppiò la guerra tra India e Cina nell'ottobre del 1962, donne e bambini furono evacuati dai distretti di confine. Ci trasferimmo a Calcutta. Una volta arrivati, mia madre decise che non sarebbe più tornata in Assam. Da Calcutta attraversammo il paese, fino a Ootacamund, una piccola località collinare nello stato del Tamil Nadu. Mio fratello, LKC, Lalith Kumar Christopher Roy, aveva quattro anni e mezzo e io mancava un mese al mio terzo compleanno. Non vedemmo né sentimmo più nostro padre fino ai vent'anni.

A Ooty vivevamo in una metà di un cottage "per le vacanze" che apparteneva a nostro nonno materno, che si era ritirato come alto funzionario governativo – un entomologo imperiale – presso il governo britannico a Delhi. Lui e mia nonna erano separati. Aveva reciso i legami con lei e i suoi figli anni prima. Morì l'anno in cui nacqui.

Non so come siamo entrati in quel cottage. Forse l'inquilina che viveva nell'altra metà aveva una chiave. Forse siamo entrati noi. Il cottage era umido e tetro, con pavimenti di cemento freddi e screpolati e un soffitto di amianto. Un tramezzo di compensato separava la nostra metà dalle stanze occupate dall'inquilina. Era un'anziana signora inglese di nome Mrs Patmore. Portava i capelli raccolti in una pettinatura alta e gonfia, il che ci faceva chiedere cosa ci nascondessero dentro. Vespe, pensavamo io e mio fratello. Di notte faceva brutti sogni e urlava e si lamentava. Non sono sicuro che pagasse l'affitto. Forse non sapeva a chi pagarlo. Noi, di certo, non pagavamo l'affitto. Eravamo abusivi, intrusi, non inquilini. Vivevamo come fuggitivi tra enormi bauli di legno pieni zeppi degli abiti opulenti dell'Entomologo Imperiale defunto: cravatte di seta, camicie eleganti, tailleur.

Trovammo una vecchia scatola di biscotti piena di gemelli. Più tardi, quando io e mio fratello fummo abbastanza grandi da capire, ci raccontarono le leggendarie storie di famiglia su di lui: sulla sua vanità (si faceva fotografare in uno studio fotografico di Hollywood) e sulla sua violenza (frustava i figli, li cacciava di casa regolarmente e spaccava la testa di mia nonna con un vaso di ottone). Fu per allontanarsi da lui, ci raccontò nostra madre, che sposò il primo uomo che le chiese di sposarlo.

Poco dopo il nostro arrivo, trovò un lavoro come insegnante in una scuola locale chiamata Breeks. Ooty, all'epoca, pullulava di scuole, alcune delle quali gestite da missionari britannici che avevano scelto di rimanere in India dopo l'indipendenza. Strinse amicizia con un gruppo di loro che insegnavano in una scuola per soli bianchi chiamata Lushington, che accoglieva i figli dei missionari britannici che lavoravano in India. Riuscì a convincerli a lasciarla assistere alle loro lezioni quando aveva del tempo libero dal lavoro. Assorbì avidamente i loro metodi di insegnamento innovativi, pur rimanendo turbata dal loro razzismo gentile e benintenzionato verso gli indiani e l'India.

Dopo pochi mesi dalla nostra fuga, mia nonna (la vedova dell'entomologo) e il suo figlio maggiore – il fratello maggiore di mia madre, G. Isaac – arrivarono dal Kerala per sfrattarci. Non li avevo mai visti prima. Dissero a mia madre che, ai sensi del Travancore Christian Succession Act, le figlie non avevano alcun diritto sulla proprietà del padre e che dovevamo lasciare immediatamente la casa.

Roy nel 1963 a Ootacamund, con la madre e il fratello. Fotografia: per gentile concessione di Arundhati Roy

A loro non sembrava importare che non avessimo un posto dove andare. Mia nonna non parlava molto, ma mi spaventava. Aveva le cornee coniche e indossava occhiali da sole opachi. Ricordo mia madre, mio ​​fratello e io che ci tenevamo per mano, correndo per la città in preda al panico, cercando un avvocato. Nella mia memoria era notte e le strade erano buie. Ma non poteva essere così. Perché riuscimmo a trovare un avvocato, che ci disse che il Travancore Act si applicava solo allo stato del Kerala, non al Tamil Nadu, e che anche gli abusivi avevano dei diritti. Disse che se qualcuno avesse cercato di sfrattarci, avremmo potuto chiamare la polizia. Tornammo al cottage tremanti ma trionfanti.

Nostro zio G. Isaac non poteva sapere allora che, cercando di sfrattare la sorella minore dalla casa del padre, stava gettando le basi per la propria rovina. Ci sarebbero voluti anni prima che mia madre avesse i mezzi e la legittimazione per contestare il Travancore Christian Succession Act e pretendere una quota equa della proprietà di suo padre in Kerala. Fino ad allora, avrebbe protetto e custodito questo ricordo della sua mortificazione come se fosse un prezioso cimelio di famiglia, il che, in un certo senso, lo era.

Dopo il nostro colpo di stato legale, ci siamo trasferiti nel cottage e ci siamo fatti un po' di spazio. Mia madre regalava i completi e i gemelli dell'Entomologo Imperiale ai tassisti alla stazione dei taxi vicino al mercato, e per un po' Ooty ha avuto i tassisti più eleganti del mondo.

Nonostante il nostro senso di sicurezza, conquistato a fatica ma ancora incerto, le cose non andarono come volevamo. Il clima freddo e umido di Ooty aggravò l'asma di mia madre. Giaceva sotto una spessa trapunta rosa metallizzato su un'alta brandina di ferro, respirando affannosamente, costretta a letto per giorni interi. Pensavamo che stesse per morire. Non le piaceva che la fissassimo e ci ordinava di uscire dalla sua stanza. Così io e mio fratello andavamo a cercare qualcos'altro da fissare.

Per lo più, ci dondolavamo sul basso e traballante cancello all'angolo del complesso triangolare, osservando le coppie di sposi novelli in luna di miele che si tenevano per mano e passavano davanti a casa nostra, diretti a corteggiarsi nei famosi giardini botanici di Ooty. A volte si fermavano a parlare con noi. Ci davano dolci e noccioline. Un uomo ci ha regalato una fionda. Abbiamo passato giorni a perfezionare la mira. Abbiamo fatto amicizia con degli sconosciuti. Una volta, uno di loro mi ha afferrato la mano e mi ha trascinata dentro casa. Ha detto a mia madre con tono severo che sua figlia aveva la varicella. Mi ha costretta a mostrarle la vescica sulla pancia, che avevo mostrato a chiunque volesse esaminarla. Mia madre era furiosa. Dopo che se ne fu andato, mi diede un forte schiaffo sulla guancia e mi disse che non dovevo mai sollevare il vestito e mostrare la pancia agli sconosciuti. Soprattutto agli uomini.

Forse era la sua malattia o i farmaci, ma diventò estremamente irascibile e cominciò a picchiarci spesso. Quando lo faceva, mio ​​fratello scappava e tornava a casa solo dopo il tramonto. Era un ragazzo tranquillo. Non piangeva mai. Quando era arrabbiato, appoggiava la testa sul tavolo da pranzo e fingeva di dormire. Quando era felice, il che non accadeva spesso, mi saltava intorno pugilando l'aria, dicendo di essere Cassius Clay. Non so come facesse a sapere chi fosse Cassius Clay; io non lo sapevo. Forse glielo aveva detto nostro padre. Credo che quegli anni a Ooty siano stati più difficili per lui che per me perché ricordava le cose. Ricordava una vita migliore. Ricordava nostro padre e la grande casa in cui avevamo vissuto nella piantagione di tè. Ricordava di essere stato amato. Per fortuna, io no.

Mio fratello iniziò la scuola prima di me. Frequentò la Lushington, la scuola dei bianchi, per qualche mese. (Dev'essere stato un favore fatto a mia madre dai missionari.) Ma quando iniziò a chiamare i bambini del posto come noi "quei bambini indiani", lei lo tirò fuori e lo iscrisse alla Breeks, la scuola in cui insegnava.

Nei giorni in cui l'asma era particolarmente forte, mia madre scriveva una lista della spesa con verdure e provviste, la metteva in un cestino e ci portava in città. Ooty era una cittadina sicura, piccola, con poco traffico. I poliziotti ci conoscevano. I negozianti erano sempre gentili e a volte ci facevano persino credito. La più gentile di tutte era una signora di nome Kurussammal, che lavorava nel laboratorio di maglieria. Ci fece a maglia due maglioni a collo alto. Verde bottiglia per mio fratello. Prugna per me.

Quando mia madre fu costretta a letto per alcune settimane, Kurussammal si trasferì da noi. Il nostro stile di vita audace finì. Fu Kurussammal a insegnarci cos'è l'amore. Cos'è l'affidabilità. Cosa significa essere abbracciati. Cucinava per noi e ci faceva il bagno all'aperto, nel gelido freddo di Ooty, con l'acqua che faceva bollire in un'enorme pentola su un fuoco di legna. Ancora oggi, io e mio fratello dobbiamo essere quasi bolliti per sentirci lavati a dovere.

Prima di farci il bagno, ci ha tolto i pidocchi dai capelli con il pettine e ci ha mostrato come eliminarli. Mi piaceva molto ucciderli. Facevano un suono appagante quando li schiacciavo con l'unghia del pollice. Oltre a essere una magliaia fulminea, Kurussammal era una cuoca superba. Era specializzata nel preparare cibo praticamente senza ingredienti. Persino il riso bollito con sale e peperoncino verde fresco era delizioso quando lo metteva nei nostri piatti. Il nome di Kurussammal significa "madre della croce" in tamil. Suo marito era Yesuratnam ("Gesù gioiello", "gioiello dei gioielli"). Aveva un gozzo sul collo che nascondeva con la sua sciarpa di lana. Anche lui, come noi, emanava sempre odore di fumo di legna.

Alla fine mia madre si ammalò troppo per mantenere il suo lavoro. Nemmeno gli steroidi che assumeva aiutarono. Finimmo i soldi. Io e mio fratello diventammo denutriti e contraemmo la tubercolosi primaria. Dopo altri mesi difficili di lotta su tutti i fronti, mia madre si arrese. Decise di mettere da parte il suo orgoglio e tornare in Kerala, ad Ayemenem, il villaggio di nostra nonna. Non aveva più alternative.

Mentre il nostro treno attraversava il confine tra Tamil Nadu e Kerala, il paesaggio passava dal marrone al verde. Tutto, compresi i pali della luce, era ricoperto di piante e rampicanti. Tutto luccicava. Quasi tutte le persone che passavano davanti al finestrino del treno, uomini e donne, indossavano abiti bianchi e portavano ombrelli neri.

Il mio cuore cantava.

E poi affondò.

Arrivammo ad Ayemenem senza invito e palesemente sgradite. La casa sulla cui soglia ci presentammo con la nostra invisibile ciotola per l'elemosina apparteneva alla sorella maggiore di mia nonna, la signorina Kurien. All'epoca doveva avere circa 60 anni. I suoi capelli grigi, radi e ondulati, erano tagliati in uno stile che un tempo veniva chiamato paggetto. Indossava sari inamidati e di carta con ampie camicette ampie. La signorina Kurien era molto più avanti della maggior parte delle donne del suo tempo. Era single, aveva una laurea magistrale in letteratura inglese e aveva insegnato in un college in Sri Lanka (all'epoca Ceylon).

Mia madre le assicurò che saremmo rimasti solo il tempo necessario a trovare un lavoro. La signorina Kurien, che si vantava di essere una buona cristiana, acconsentì a farci restare, ma non fece alcuno sforzo per nascondere la sua disapprovazione nei nostri confronti e nella nostra situazione. Lo fece ignorandoci e riversando il suo delicato affetto sui figli degli altri parenti che andavano a trovarla. Faceva loro dei regali, suonava il pianoforte e cantava per loro con la sua voce tremolante. Anche se ci fece capire chiaramente che non le piacevamo (il che ci rendeva antipatici), fu l'unica persona che ci aiutò e ci diede un tetto sopra la testa quando ne avevamo più bisogno.

Anche mia nonna viveva con lei. A quel tempo era quasi cieca e portava ancora gli occhiali scuri. Anche di notte. Aveva una cresta che le attraversava il cuoio capelluto: la sua famosa cicatrice a forma di vaso di ottone. A volte mi lasciava passarci sopra il dito. Ogni sera si sedeva in veranda e suonava il violino. Aveva preso lezioni di musica quando suo marito, entomologo imperiale, era stato assegnato a Vienna. Quando il suo tutore gli disse che sua moglie aveva il potenziale per diventare una violinista da concerto, lui interruppe le lezioni e, in un impeto di rabbia e gelosia, distrusse il primo violino che aveva posseduto.

Ero troppo piccolo per capire quanto suonasse bene, ma quando ad Ayemenem calò l'oscurità e il canto dei grilli si fece più intenso, la sua musica rese le serate e le notti più buie ancora più malinconiche di quanto non fossero già.

Mio zio G. Isaac viveva in una dependance annessa alla casa principale. All'inizio ero terrorizzata da lui. Lo conoscevo solo come l'uomo alto, grasso e arrabbiato che aveva cercato di cacciarci di casa a Ooty. Ad Ayemenem, però, ho iniziato ad amarlo dopo che ha iniziato a portare me e mio fratello al fiume e a insegnarmi a nuotare. G. Isaac è stato uno dei primi studiosi di Rhodes in India. La sua materia era la mitologia greca e romana. A tavola, all'improvviso, diceva cose come: "Non è meraviglioso avere un dio del vino e dell'estasi?". Tutti lo guardavano con aria assente. E lui ci raccontava di Dioniso, o di chiunque fosse il suo dio del giorno.

Dopo aver insegnato per alcuni anni in un college di Madras, abbandonò la carriera accademica per tornare alle sue radici e avviare una fabbrica di sottaceti, marmellate e curry in polvere con sua madre. Si chiamava Malabar Coast Products. La gestivano dalla casa di famiglia dell'Entomologo Imperiale nella città di Kottayam, raggiungibile con un breve tragitto in autobus. (Questa fu la casa che sarebbe diventata il centro della disputa quando mia madre contestò il Travancore Christian Succession Act.) G. Isaac, nonostante il suo vivo interesse per l'eredità e la proprietà privata, era marxista. Diceva di aver rinunciato alla carriera per avviare una fabbrica per promuovere la piccola industria e creare occupazione locale. Stanca delle sue sciocchezze, la moglie svedese, Cecilia, che aveva conosciuto a Oxford, lo lasciò e tornò in Svezia con i loro tre figli piccoli. In questi strani e molteplici modi, questa costellazione di persone straordinarie, eccentriche e cosmopolite, sconfitte dalla vita, si riunì nel piccolo villaggio di Ayemenem.

Vivere lì era come vivere su una sporgenza da cui potevamo essere spinti giù da un momento all'altro. Persino Kochu Maria, la cuoca, mi diceva che non avevamo il diritto di vivere lì. Borbottava e brontolava sulla vergogna di avere figli senza padre che vivevano sotto lo stesso tetto di persone perbene. Ogni due o tre giorni i Cosmopolitan litigavano. Quando litigavano, tutta la casa tremava. I piatti venivano rotti, le porte sfondate.

Non appena iniziavano le urla, scappavo. Il fiume era il mio rifugio. Compensava tutto ciò che non andava nella mia vita. Trascorrevo ore sulle sue rive e stringevo un rapporto intimo, quasi di confidenza, con i pesci, i vermi, gli uccelli e le piante. Diventai amico intimo di altri bambini (e di alcuni adulti) del villaggio. Imparai rapidamente il malayalam e presto fui in grado di comunicare con tutti abbastanza facilmente. Vivevano in un universo diverso dal mio. La maggior parte di loro lavorava nelle risaie e nelle piantagioni di gomma vicine, o raccoglieva noci di cocco o lavorava come domestica. Vivevano in case di fango e tetto di paglia. Molti di loro appartenevano a caste considerate "intoccabili". All'epoca non sapevo molto di questo orrore, perché tutti nella casa di Ayemenem erano troppo impegnati a litigare tra loro per preoccuparsi di indottrinarmi.

Un giovane che viveva ad Ayemenem ma lavorava a Kottayam, nella Malabar Coast Products, divenne il mio amico più caro. Trascorrevamo molto tempo insieme. Mi costruì una canna da pesca con un culmo di bambù e mi mostrò dove trovare i migliori lombrichi da usare come esca. Mi insegnò a pescare; mi insegnò a stare fermo e in silenzio. Friggeva i piccoli pesci che catturavo e li mangiavamo insieme come se stessimo banchettando. Fu lui a ispirarmi per il personaggio di Velutha, l'amante di Ammu, ne Il Dio delle Piccole Cose .

Nel giro di pochi mesi da quando ero ad Ayemenem, mi sono trasformata in parte del suo paesaggio: una bambina selvaggia con i piedi callosi che conosceva ogni sentiero nascosto e ogni scorciatoia del villaggio che portava al fiume. Vivevo all'aperto e tornavo a casa il più raramente possibile. Nella categoria dei non umani, il mio compagno più intimo era uno scoiattolo striato delle palme che viveva sulla mia spalla e mi sussurrava all'orecchio. Condividevamo segreti. Non era il mio animale domestico. Aveva una sua vita, ma sceglieva di condividerla con me. Scompariva spesso perché aveva impegni. All'ora dei pasti appariva, si appollaiava sul mio piatto e mi sgranocchiava il cibo. Era costantemente vigile, eternamente all'erta per ogni possibilità di pericolo imminente. Mi ha insegnato delle cose.

Mia madre scaricava su me e mio fratello il peso dei suoi litigi e la dose quotidiana di umiliazioni che doveva sopportare. Eravamo l'unico porto sicuro che avesse. Il suo carattere, già pessimo, divenne irrazionale e incontrollabile. Trovavo impossibile prevedere o valutare cosa l'avrebbe fatta arrabbiare e cosa le avrebbe fatto piacere. Dovevo farmi strada in quel campo minato senza una mappa. Quando si arrabbiava con me, imitava il mio modo di parlare. Era una brava imitatrice e mi faceva sembrare ridicolo a me stesso. Ricordo chiaramente ogni volta che lo fece. Persino cosa indossavo. Era come se mi avesse ritagliato – ritagliato la mia forma – da un libro illustrato con un paio di forbici affilate e poi mi avesse fatto a pezzi.

La prima volta che accadde fu mentre tornavamo a casa da Madras, dove eravamo stati per due settimane. Sua sorella maggiore, la signora Joseph, aveva chiesto a mia madre se poteva prendersi cura dei suoi tre figli mentre lei e suo marito erano in vacanza. Mia madre acconsentì. Doveva aver pensato che si sarebbe guadagnata – almeno nominalmente – il suo sostentamento mentre era lì.

A differenza delle litigiose Ayemenem Cosmopolitans, la signora Joseph aveva un marito come si deve, pilota della Indian Airlines; figli come si deve; e una casa come si deve, con tanto di servitù. La signora Joseph era profondamente consapevole del fatto che in queste cose era riuscita dove i suoi fratelli avevano fallito. Era attraente, con una voce alta e compiaciuta che si intonava ai suoi sari inamidati e stirati e alla sua acconciatura ordinata. Aveva un sorriso tirato e complice e sembrava sempre confidarsi con la persona con cui parlava. Non c'era alcuna somiglianza, né fisica né caratteriale, tra lei e mia madre.

Quando la signora Joseph tornò dalle vacanze, le sorelle ebbero un terribile battibecco per qualcosa. Tornammo in Kerala il giorno dopo in aereo. Il marito pilota di mia zia aveva una quota di biglietti gratuiti. Non eravamo mai saliti su un aereo prima. Una volta seduti, con l'intenzione di intrattenere una conversazione ragionevole e adulta, come si dovrebbe fare tra passeggeri di un aereo, chiesi a mia madre come mai, se la signora Joseph era sua sorella, fosse così magra.

Mia madre si voltò verso di me infuriata. Mi sentii rimpicciolire e svuotarmi, vorticando come acqua in un lavandino finché non scomparve. Poi disse: "Quando avrai la mia età sarai tre volte più grande di me". Sapevo di aver detto qualcosa di terribile, ma non ero sicura di cosa. (Ero troppo giovane perché "grasso" e "magro" potessero essere giudizi di valore). Solo anni dopo, quando riuscii a pensarci lucidamente senza soffermarmi sui miei sentimenti, mi resi finalmente conto di quanto doloroso dovesse essere stato ciò che avevo detto.

Gli steroidi che mia madre assumeva l'avevano fatta ingrassare all'improvviso. Aveva sviluppato la tipica faccia a luna piena da cortisone. Il suo viso, dai lineamenti fini e appariscenti, era scomparso dietro guance gonfie e un doppio mento. Doveva essersi sentita abbandonata e senza speranza dopo la visita alla casa perfetta della sorella più magra. La sua trionfale carriera era ancora davanti a lei, ma allora non se ne vedeva traccia.

La mia domanda a mia madre sulla sua sorellina magra sarebbe stata come aceto su una ferita aperta. Parole sconsiderate da una bambina spensierata. Così si voltò verso di me e imitò il modo di parlare della mia bambina di sei anni. E io mi voltai verso di me. Ricordo il colore del mio vestito. Azzurro cielo a pois. Un perfetto abito di seconda mano della mia perfetta cugina con i capelli lisci e i grandi occhi da cerbiatta. Notai che il vestito non si abbinava alle mie ginocchia, piene di cicatrici e tagli: un diario completo della mia vita selvaggia, imperfetta, senza padre e senza pilota sulle rive del fiume Meenachil ad Ayemenem.

Ho organizzato una gara immaginaria con la mia cugina perfetta, e ho vinto a mani basse. Lei aveva un padre pilota. E dei bei capelli. Ma io avevo un fiume verde. (Con dei pesci, con il cielo e gli alberi e di notte la luna gialla e frammentata.) E uno scoiattolo. Mi sono guardata i piedi e ho visto che non erano adatti ai sandali che indossavano.

Era un aereo orribile, pieno di gente orribile in un cielo orribile. Avrei voluto che si schiantasse e che morissimo tutti. Odiavo in particolar modo i bambini viziati con genitori amorevoli. Ma dopo un po' mia madre disse: "Sono tua madre e tuo padre e ti amo il doppio".

E poi l'aereo è tornato a posto. Il cielo è tornato a posto. Ma i miei piedi erano ancora estranei ai sandali che indossavano. E c'erano ancora alcune questioni irrisolte.

Se fossi tre volte più grande di lei, avrei bisogno di tre posti a sedere. Quindi, tre biglietti omaggio. Doppio. Triplo. Una lezione di matematica. Un'operazione da risolvere. Quanto fa il doppio dell'amore diviso per il triplo della mia stazza moltiplicato per i biglietti omaggio diviso per le parole sconsiderate? Una falena fredda e pelosa su un cuore spaventato. Quella falena era la mia compagna costante.

Ho imparato presto che il posto più sicuro può essere il più pericoloso. E che anche quando non lo è, lo rendo tale.

Questo è un estratto rivisitato da "Mother Mary Comes to Me" di Arundhati Roy, pubblicato da Hamish Hamilton al prezzo di 20 sterline.