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mercoledì 1 aprile 2026

Gli imprevisti della guerra

Mario Del Pero 
Trump in un cul-de-sac ora fa il gioco dell'Iran (e di Netanyahu)

Domani, 1 aprile 2026

È oggettivamente difficile, se non impossibile, seguire Donald Trump nelle sue tante esternazioni sulla guerra in corso. Perché tutto e il suo contrario viene detto quasi quotidianamente; perché alcune dichiarazioni sfidano qualsiasi razionalità e buon senso; e perché l’ostentato ottimismo pare stridere con un conflitto che si sta protraendo ben oltre il previsto e con la inattesa capacità iraniana di socializzarne, regionalmente e globalmente, i costi, attraverso gli attacchi a vari paesi del Golfo e la chiusura dello Stretto di Hormuz (con la paradossale conseguenza che uno dei temi dei negoziati in corso, e delle leve negoziali di Teheran, è il ripristino di una condizione – la riapertura di Hormuz – venuta meno proprio a causa della guerra).

Gli obiettivi dell’attacco di Israele e Stati Uniti sono in realtà chiari: indebolire drasticamente il regime iraniano, impedendogli di continuare a minacciare Israele o di ambire a svolgere un ruolo significativo nelle dinamiche mediorientali; estendere il dominio regionale di una Grande Israele, che in parallelo risolve con violenza, espulsioni e annessioni le “questioni” di Gaza e Cisgiordania; rendere i paesi del Golfo degli hub finanziari e tecnologici, dalle criptovalute all’intelligenza artificiale, grazie ai loro ingenti capitali e alla disponibilità a indirizzarli verso specifiche attività imprenditoriali, incluse quelle della famiglia Trump.

L’opacità della politica e le nebbie della guerra si sono però da subito frapposte a un disegno così nitido e all’apparenza coerente. Il regime iraniano non è imploso, confermando per il momento quanto illusorio sia credere che il dispiegamento della forza militare possa produrre facili palingenesi politiche e sociali (una lezione, questa, anche recente – si pensi solo a Iraq e Afghanistan – che pare però essere stata dimenticata molto rapidamente). L’instabilità provocata dalla guerra ha alimentato turbolenze borsistiche che vanno a colpire molti piccoli investitori statunitensi. Il blocco di Hormuz ha provocato una crescita dei prezzi, con potenziali spirali inflattive che spaventano i consumatori americani, i cui indici di fiducia sono oggi ai minimi storici, al di sotto addirittura dei livelli raggiunti durante la grande crisi del 2008-9. E una chiara maggioranza dell’opinione pubblica Usa, oltre il 60 per cento, considera la guerra un grave errore.

Trump e il suo segretario della Guerra rispondono con un lessico estremo e caricaturale, che combina apocalissi veterotestamentarie, nuove crociate suprematiste e machismi tardo-adolescenziali («nessuna tregua né pietà verso i nemici – ha tuonato Hegseth – niente assurde regole d’ingaggio … niente guerre politicamente corrette», l’obiettivo è la «massima letalità, non l’insulsa legalità»). Al netto di queste esibizioni ad alto contenuto testoteronico, solo due opzioni sembrano disponibili: alzare ulteriormente la soglia dell’escalation, facendo eventualmente uso delle forze speciali dispiegate di recente nel Golfo; o cercare una qualche via di uscita, con un accordo con l’Iran che di certo non può essere basato sui termini (di fatto una resa senza condizioni) prospettati da Washington.

L’escalation rischia di accentuare ancor più i costi globali del conflitto e di provocare un numero crescente di vittime statunitensi, acuendo così l’opposizione alla guerra negli Usa. Il disimpegno negoziato espone a un’umiliazione, minando la credibilità della politica estera di Trump e delle sue velleità neoimperiali. Entrambe le opzioni sono peraltro condizionate dalle scelte di due attori – l’alleato israeliano e il nemico iraniano – che diversamente dagli Usa paiono invece avere un interesse a proseguire il conflitto. Per infliggere un danno permanente e strutturale alle capacità militari e industriali dell’Iran, nel caso di Tel Aviv. Per completare il recupero di una capacità deterrente che sembrava essere venuta meno, e capitalizzare diplomaticamente su di essa e sul controllo delle cruciali rotte navali del Golfo Persico, in quello di Teheran.

martedì 31 marzo 2026

Il destino del popolo iraniano


Gli iraniani intrappolati nell'incoerenza di Donald Trump
Le Monde, editoriale, 30 marzo 2026

A più di quattro settimane dall'inizio della guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro il regime iraniano, guerra che sembra sfuggire ai loro piani, si parla sempre meno di un attore che, tuttavia, si trova in prima linea, e in peggio: il popolo iraniano.

La sua rivolta alla fine di dicembre aveva alimentato le speranze di un cambio di regime, promosse dallo stesso popolo iraniano. Questo movimento di protesta, diffusosi a macchia d'olio, denunciava gli effetti devastanti delle politiche imposte dall'allora Guida Suprema, Ali Khamenei, che avevano portato il Paese a una situazione di debolezza storica. La repressione senza precedenti della mobilitazione ha sancito la frattura insanabile tra il popolo e una casta che pretendeva di rappresentarlo, mentre in realtà era concentrata sulla propria sopravvivenza e sui propri privilegi. Questa frattura ha persino alimentato le speranze di un intervento militare straniero.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avevano esortato i manifestanti a sfidare una macchina repressiva che aveva già dimostrato la sua spietatezza nel 2018, 2019 e 2022, per citare solo i movimenti popolari più recenti. L'inquilino della Casa Bianca aveva persino assicurato loro che gli "aiuti" erano in arrivo. Una menzogna, visto che il sangue era già stato versato.

La guerra iniziata il 28 febbraio fu, nelle sue prime ore, giustificata ancora una volta dalla necessità di rispettare il desiderio di libertà del popolo iraniano. Ma ben presto, la tenacia del regime e, soprattutto, il blocco dello strategico Stretto di Hormuz da parte dell'Iran, in risposta agli intensi bombardamenti, resero irrilevante tale giustificazione.

Con l'intelligence israeliana che prevede una repressione altrettanto spietata delle rivolte come a gennaio, Benjamin Netanyahu sembra non avere altra priorità che indebolire il regime. Questo anche a costo di permettere al suo esercito di attaccare impianti petroliferi e del gas, danneggiando sia gli iraniani che l'attuale governo. Il primo ministro israeliano ha già dimostrato a Gaza e in Libano che il destino dei civili non è una sua priorità.

Una guerra chiaramente improvvisata

Impegnato in una guerra impopolare negli Stati Uniti che minaccia alcune delle sue promesse elettorali, Donald Trump si sta imbarcando in una ricerca incerta di una via d'uscita. Questa potrebbe comportare il dispiegamento di truppe di terra nella speranza di costringere il regime iraniano a riconoscere la sconfitta, pur mantenendolo al potere. Il presidente repubblicano sostiene che la strategia di eliminare i più alti funzionari iraniani abbia già portato a un cambio di regime.

Questo non è ovviamente vero. Il risultato di questi assassinii successivi è, al contrario, un irrigidimento dell'ideologia e delle misure di sicurezza. Persino sotto i bombardamenti americani e israeliani, il regime iraniano continua a reprimere, imprigionare e giustiziare i suoi oppositori.

È ormai chiaro che la fine del programma nucleare e missilistico balistico iraniano, così come la manipolazione delle milizie ad esso affiliate, sono legate alla natura stessa del regime di Teheran. Lanciando quella che è stata chiaramente una guerra improvvisata, Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno rischiato di radicalizzarlo ulteriormente. E le principali vittime sono proprio coloro che affermavano di voler liberare, intrappolati più che mai tra bombe e una repressione sempre più brutale. 

https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/03/30/les-iraniens-dans-le-piege-de-l-incoherence-de-donald-trump_6675412_3232.html

giovedì 22 gennaio 2026

La retromarcia. Una Guantanamo per la Groenlandia

Vivian Motzfeld e Lars Løkke Rasmussen

Giuseppe Sarcina
Così il segretario Nato (con Merz e Starmer) ha convinto Donald

Corriere della Sera, 22 gennaio 2026

NUUK (GROENLANDIA) Mark Rutte ha iniziato a muoversi subito dopo il fallimentare incontro, il 14 gennaio a Washington, tra il vicepresidente Usa JD Vance e i ministri degli Esteri della Danimarca, Lars Løkke Rasmussen, e della Groenlandia, Vivian Motzfeldt. Il segretario dell’alleanza Atlantica ha condotto un largo giro di consultazioni, coinvolgendo non solo i danesi e gli alleati europei, ma anche l’ambasciatore Matthew Whitaker, il rappresentante americano alla Nato.
Rasmussen e Motzfeldt avevano offerto a Vance la disponibilità della Groenlandia a ospitare tutte le basi militari ritenute necessarie. Vance, però, aveva rilanciato: noi vogliamo diventare proprietari dell’isola. Controproposta: in Groenlandia, per legge, la terra non è in vendita; possiamo concedervi una concessione pluriennale. È l’ipotesi che Donald Trump ieri ha bocciato dal palco di Davos. Il 19 gennaio, Rutte riceve a Bruxelles la ministra della Groenlandia Motzfeldt, accompagnata stavolta dal ministro della Difesa danese, Troels Lund Poulsen. I tre mettono a punto uno schema più ampio, un accordo che preveda l’intervento dei Paesi disponibili a rafforzare la sicurezza militare in Groenlandia e dintorni. Congedati i due, Rutte chiama Trump. Gli prospetta non tanto una formula finale, quanto una cornice: tutti gli alleati accetterebbero la leadership americana nell’area. E aggiunge, solleticando l’interesse del presidente, che i partner sono pronti a spendere di più nell’artico, comprando mezzi militari dagli Stati Uniti. Nel corso della conversazione, Rutte cita proprio l’esempio della Danimarca, già affezionata cliente dell’americana Lockheed Martin per gli F-35. Trump si limita a una risposta interlocutoria. Non sono chiaramente gli unici contatti con la Casa Bianca. Si mobilitano anche il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il premier britannico Keir Starmer.
Il 20 gennaio Rutte riferisce il senso di questa operazione agli ambasciatori dei 32 Paesi membri, riuniti nel Consiglio Atlantico a Bruxelles. Il segretario propone di proseguire il confronto all’interno del «gruppo di lavoro» tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia: unico esito del vertice con Vance. Suggerimento accolto dai danesi e da altri componenti di spicco del consiglio, come i britannici. Ma, soprattutto, l’impostazione di Rutte ottiene il via libera dell’americano Whitaker. Naturalmente serviva il sigillo di Trump. Nel bilaterale di ieri, Rutte avrà dispiegato tutta la sua arte adulatoria di cui ha già dato diverse prove. «Abbiamo un accordo quadro», ha detto il presidente americano. Ora vedremo i dettagli, scivolosi come sempre. Resta centrale la questione della proprietà del territorio. Qualcuno suggerisce il modello Guantanamo, la base navale concessa con un prestito perpetuo nel 1903 dal governo di Cuba agli Stati Uniti.

martedì 20 gennaio 2026

Frankenstein fuori controllo

Mario Del Pero
Il Frankenstein americano è fuori controllo
Domani, 20 gennaio 2026

Intervistato qualche giorno fa dal New York Times, Donald Trump ha sostenuto che vi è una necessità «psicologica» di possedere la Groenlandia. «Il possesso», ha affermato, «ti dà qualcosa che non puoi ottenere con una concessione di uso o un trattato … ti dà cose ed elementi che non puoi ottenere semplicemente firmando un documento».

È la stessa intervista nella quale il presidente statunitense ha indicato nella sua «moralità» l’unica costrizione possibile al dispiego globale della impareggiabile potenza statunitense. La “moralità” personale, non il diritto, non la diplomazia, non l’interazione con gli alleati, non il rispetto della Costituzione.

Sono dichiarazioni che debbono preoccupare e spaventare. Perché ridefiniscono il perimetro del dicibile, dell’immaginabile e quindi dell’agire politico, come ben stiamo vedendo in tanti ambiti, dallo scontro con l’Europa sulla Groenlandia a quello con i governi statali e municipali del Minnesota e di Minneapolis. E perché sostanziano, in forma estrema e finanche caricaturale, il combinato disposto di autoritarismo sul piano interno e imperialismo su quello internazionale che definisce la politica di Trump e della sua amministrazione.

È un’arroganza – una hybris – quella del presidente e di alcuni membri della sua amministrazione, che appare da tempo fuori controllo. Alimenta un senso di onnipotenza e d’impunità ben visibile nella tragica vicenda dell’assassinio di Renee Good da parte di un agente dell’Ice a Minneapolis. Qualsiasi amministrazione, quale che fosse il suo orientamento politico, avrebbe sospeso temporaneamente l’agente e avviato la necessaria indagine. A maggior ragione dopo l’immediata diffusione di numerosi video che mostrano in dettaglio la dinamica dell’accaduto. Trump, il vicepresidente JD Vance e l’ineffabile segretaria della Homeland Security, Kristi Noem, non hanno invece atteso un minuto per difendere l’agente, sostenere (contro l’evidenza) che si sia trattato di autodifesa, e accusare addirittura Good e la moglie di essere delle «terroriste».

Il dipartimento della Giustizia – la cui pretesa indipendenza e autonomia sono ormai poco più di un simulacro – ha annunciato che non vi sarà alcuna indagine sull’agente. Il messaggio, inequivoco, è che l’immunità totale di cui gode il presidente nell’esercizio delle sue funzioni – grazie alla sentenza della Corte suprema del luglio 2024 – discenda a cascata sugli altri membri del gabinetto e sui loro apparati, a partire da quelli, come l’Ice, trasformati di fatto in strumenti al diretto servizio dell’esecutivo, al quale sono ormai pienamente allineati politicamente e ideologicamente.

La hybris di Trump genera (e in una certa misura abbisogna di) una situazione emergenziale permanente. In virtù della quale si giustifica l’adozione di misure straordinarie, configuranti una sorta di stato di eccezione fatto di sospensione delle garanzie costituzionali, radicalizzazione dello scontro con gli altri poteri, uso della violenza sul piano interno e internazionale, violazione (e irrisione) sistematica del diritto internazionale, del multilateralismo e delle sue istituzioni, al punto di prospettare un ruolo globale per l’orwelliano “Comitato di Pace”, presieduto da Trump, creato su Gaza e che oggi si vorrebbe sostituisse l’Onu.

Non è una situazione sostenibile, ovviamente. Non sono immaginabili altri tre anni come quello appena trascorso. E al contempo è difficile contemplare un indietreggiamento di Trump e dei suoi. Una loro passiva accettazione delle conseguenze di quella che al momento appare una quasi certa sconfitta elettorale al midterm di novembre, ad esempio. L’unico auspicio è che l’Europa raddrizzi la schiena, come pare finalmente fare sulla Groenlandia, e che il malessere montante sempre più negli Usa – dove, secondo i sondaggi, meno del 20 per cento sostiene l’acquisizione dell’isola – induca un pezzo del Partito repubblicano a fare finalmente i conti con un Frankenstein che ha contribuito a creare e del quale ha perso da tempo ogni controllo.

mercoledì 5 novembre 2025

Democratici alla riscossa negli Stati Uniti

Usa: storico tris dem, Mamdani eletto sindaco di New York

Nel suo discorso dopo il successo elettorale come sindaco di New York, Zohran Mamdani ha affermato che la sua vittoria mostra la strada per "sconfiggere" Donald Trump. "Se qualcuno può mostrare a una nazione tradita da Trump come sconfiggerlo, quella è la città che lo ha fatto nascere", ha detto. "Donald Trump, visto che so che stai guardando, ho quattro parole per te: alza il volume" (turn the volume up)", ha aggiunto. 

Primo test amaro per Donald Trump ad un anno dalla sua vittoria e dalle prossime elezioni di midterm: i dem fanno un tris dal sapore storico nelle elezioni chiave dell'election day del 4 novembre, imponendo a New York il giovane astro nascente del partito ed eleggendo le prime due donne governatrici in New Jersey e in Virginia, swing state quest'ultimo strappato ai repubblicani. Il tycoon ammette la sconfitta su Truth ma, citando non meglio precisati sondaggisti, sostiene che "il fatto che Trump non fosse sulla scheda elettorale e lo shutdown sono stati i due motivi per cui i repubblicani hanno perso le elezioni stasera".

L'America intanto stupisce ancora il mondo eleggendo alla guida della Grande Mela, la più grande metropoli Usa e icona stessa del capitalismo, il 34enne Zohran Mamdani, il primo sindaco musulmano e socialista della città. Nonché il più giovane in oltre un secolo della sua storia e il più 'diverso' con le sue origini sud-asiatiche: mamma indiana e padre dell'Uganda, dove è nato. Ha fatto breccia partendo come semisconosciuto deputato statale, sostenuto dall'ala progressista di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, appoggiato alla fine da Barack Obama (anche se non formalmente) ma non da tutto l'establishment dem. Ha vinto con un programma per rendere Ny più abbordabile (bus gratis, supermercati comunali, affitti calmierati e più tasse ai ricchi) e con un'energia che non si vedeva da anni, soprattutto tra i giovani.
Dopo la chiusura delle urne, dove hanno votato oltre due milioni di elettori (record dal 1969), Mamdani ha viaggiato poco sopra il 50% mantenendo una distanza di circa 10 punti sull'ex governatore dem dell'Empire State Andrew Cuomo, mentre il repubblicano Curtis Sliwa non superava il 10%. Sconfitto alle primarie, Cuomo si era riciclato come indipendente con l'endorsement di Donald Trump ed Elon Musk. La vittoria di Mamdani è quindi una sfida vinta anche contro il tycoon, che lo ha bollato come "comunista antisemita", gli ha aizzato contro la potente comunità ebraica newyorchese e ha minacciato di tagliargli i fondi federali. Anche se ora pensa di usarlo come spauracchio nazionale della deriva comunista dei democratici.

Ma il partito dell'Asinello ha mostrato di saper vincere anche con candidati moderati, indicando una seconda via per riconquistare la Casa Bianca nel 2028. Come la 46enne Abigail Spanberger, ex operativa della Cia che in Virginia ha strappato la leadership ai repubblicani diventando la prima donna governatrice dello stato, con un'altra donna come vice: Ghazala Hashmi, senatrice statale di origine indiana, prima persona musulmana e sudasiatica a ricoprire un incarico statale nell'Old Dominion State. In Virginia i dem hanno conquistato anche la carica di attorney general: Jay Jones ha battuto l'uscente Jason Miyares, appoggiato da Trump. Il partito ha fatto la storia inoltre mantenendo la guida del New Jersey con la vittoria della 53enne deputata "Mikie" Sherrill, che diventa la prima governatrice donna del 'Garden State': sposata, madre di 4 figli, studi d'élite, è una ex procuratrice federale e una ex ufficiale di Marina, una 'top gun' che ha pilotato elicotteri con missioni in Europa e in Medio Oriente. Ha battuto l'uomo d'affari italo-americano Giacchino Michael "Jack" Ciattarelli, 64 anni, che aveva ricevuto l'endorsement di Trump, col quale si è schierato dopo che nel 2015 lo aveva definito un "ciarlatano".  

LA GIORNATA DI IERI:

Non votate per Zohran Mamdani: è un "chiaro pericolo" e "vi odia". L'appello, a seggi aperti, é agli ebrei di New York, lanciato da Israele e da Donald Trump.
L'ultimo tentativo di indirizzare la scelta degli elettori, nella speranza di un vero e proprio 'miracolo': fermare il candidato socialista nella corsa a sindaco della Grande Mela. "Ogni ebreo che lo vota è uno stupido" perché "vi odia", ha attaccato il presidente dopo aver appoggiato il rivale di Mamdani, Andrew Cuomo, e chiesto ai repubblicani di votare in massa per l'ex governatore. "Che vi piaccia o meno, non c'è altra scelta", ha tagliato corto, tornando a minacciare di tagliare i fondi federali alla città nel caso in cui il candidato democratico vincesse.

Le parole del tycoon hanno fatto eco a quelle del console generale di Israele a New York, Ofir Akunis, che poco prima aveva definito il 34enne Mamdani come un "chiaro e immediato pericolo per la comunità ebraica".

Affondi pesanti che hanno infuocato gli ultimi scampoli di campagna elettorale, con i candidati ancora impegnati a corteggiare gli indecisi. Mentre fuori dai seggi si formavano lunghissime file per votare. "Non mi farò intimidire da questo presidente", ha detto il candidato democratico respingendo le critiche e minimizzando le minacce, come anche quella di inviare a New York le truppe federali. "Sono parole, non è legge", ha osservato Mamdani, sapendo di essere il favorito, forte anche del sostegno di Barack Obama che ne ha lodato l'impressionante campagna elettorale. Anche gli ultimi sondaggi lo davano vincente, primo sindaco musulmano in una città dove gli ebrei rappresentano oltre il 12% della popolazione, la maggiore concentrazione fuori da Israele. E il primo socialista alla guida della capitale del capitalismo, la città più ricca del mondo che ospita il maggior numero di miliardari: ce ne sono 123 e valgono complessivamente 759 miliardi. (ANSA)

venerdì 17 ottobre 2025

Ci vedremo a Budapest

Marta Serafini
Telefonata Trump-Putin: «Ci vedremo a Budapest»
Corriere della Sera, 17 ottobre 2025

A poche ore dall’arrivo di Volodymyr Zelensky a Washington, Donald Trump riapre il dialogo con Vladimir Putin. Lo fa con una telefonata di due ore nella quale i due leader si sono ripromessi di incontrarsi a Budapest «probabilmente nel giro di due settimane», ha detto il presidente Usa. Che poi ha aggiunto: «Domani parlerò a Zelensky della telefonata e farò finire anche la nona guerra».
The Donald parla di «progressi», incassa i complimenti dello zar per la pace a Gaza e ci tiene a far sapere di aver dedicato «molto tempo a parlare del commercio tra Russia e Stati Uniti quando la guerra con l’Ucraina sarà finita». Ma soprattutto, dopo Anchorage, regala al presidente russo un nuovo palcoscenico internazionale, europeo questa volta, ma sicuramente gradito data l’ostilità del premier ungherese Viktor Orbán nei confronti di Zelensky, oltre che teatro nel 1994 della firma del memorandum sulle garanzie di sicurezza per Kiev, che fu violata da Mosca con l’annessione della Crimea nel 2014 e l’invasione del 2022. Stando a Trump, la formula dei negoziati potrebbe prevedere «incontri separati» con lo Zar e il presidente ucraino.

In questo contesto resta sul tavolo la discussione che il presidente statunitense terrà oggi con l’omologo ucraino a proposito il tema della vendita a Kiev dei missili a lungo raggio Tomahawk, con una gittata di oltre 2.000 chilometri, tema già trattato a margine dell’assemblea generale Onu di settembre. Se il ritorno di Zelensky nello Studio Ovale avviene in un’atmosfera assai diversa da quella di febbraio, quando fu messo alle strette, non è assolutamente scontato che torni a casa con la luce verde per l’acquisto di armi considerate fondamentali per la campagna Deepstrike in corso contro obiettivi strategici in territorio russo. Ieri Trump ha commentato: «I Tomahawk? Ne abbiamo tanti, ma servono anche a noi».

Già nei giorni scorsi gli analisti, mentre il Cremlino parlava di «pericolosa escalation», avevano sottolineato come i Tomahawk potessero essere più che altro un bluff che Trump avrebbe deciso di giocare per costringere Putin a sedersi al tavolo. Una nuova carta, dopo le sanzioni spesso invocate e mai di fatto inasprite e che — commenta Zelensky — fa correre Putin al tavolo.

In attesa di una data per l’incontro in Ungheria, mentre il leader di estrema destra Orbán esulta su X («Il previsto incontro tra i presidenti americano e russo è una grande notizia per le persone nel mondo che amano la pace. Siamo pronti!»), la Casa Bianca fa sapere che i primi incontri saranno guidati dal segretario di Stato, Marco Rubio, insieme a diverse altre persone da designare. E già la prossima settimana i rispettivi alti funzionari si incontreranno, in vista del nuovo summit di persona tra i due capi di Stato. Il tutto mentre Trump «ritiene ancora possibile» un faccia a faccia tra Putin e Zelensky.

Da Mosca il colloquio viene definito «franco» e basato sulla «fiducia» se non che il Cremlino sottolinea di aver ribadito alla controparte il possesso della piena iniziativa strategica su tutta la linea del fronte. Tradotto: Putin, almeno a parole, si dice favorevole al dialogo, ma afferma ancora una volta di essere pronto e intenzionato a proseguire i combattimenti.

A Zelensky, anticipato da una delegazione ucraina capitanata dalla premier Yulia Svyrydenko, nell’attesa di scoprire cosa Trump abbia in serbo per lui, non resta che far sapere al mondo di aver fatto «i compiti a casa». A «casa» però il leader di Kiev deve fare i conti con un nuovo attacco russo che ha colpito ieri le regioni di Poltava, Kharkiv, Sumy, Vinnytsia e Chernihiv, centrate con missili ipersonici Kinzhal sganciati dai bombardieri MIG-31. E se nessun morto è stato registrato, il produttore di energia Dtek denuncia danni a un impianto di gas naturale nella regione di Poltava. Questo dopo che, secondo Bloomberg, gli ultimi raid russi hanno distrutto addirittura il 60% dell’intera produzione di gas ucraina. Un colpo che costringerà Kiev a un esborso di 2 miliardi di euro per acquistare gas dall’estero in vista dell’inverno. Soldi di cui però l’Ucraina, piegata da tre anni e mezzo di guerra, non dispone.

mercoledì 6 agosto 2025

Un impegno scritto sull'acqua


Pietro Reichlin
Il neofeudalesimo economico di Trump

La Stampa, 6 agosto 2025

L'accordo sulle tariffe commerciali appena raggiunto tra Usa e Unione europea è giudicato in modo molto diverso dai politici e dagli osservatori specializzati. E mentre gli europei discutono se Von der Leyen sia stata all’altezza della situazione, Trump torna a dominare la scena minacciando di rimettere in discussione l’accordo e di punire l’Ue per chissà quali inadempienze. Un comportamento che somiglia a quello di un sovrano assoluto, che ci tratta come vassalli e che si sente libero di mettere le mani nelle nostre “tasche”. C’è chi dice che l’Europa si sia mostrata troppo arrendevole, perché ha accettato dazi sulle nostre esportazioni asimmetrici e troppo elevati, impegnandosi anche a importare risorse energetiche e a fare investimenti in Usa per un valore di 750 e 600 miliardi di dollari rispettivamente, senza ottenere alcuna contropartita. Altri osservano, invece, che l’accordo sui dazi al 15% è il migliore possibile. La ragione è che, se teniamo conto della nostra dipendenza da armamenti e prodotti digitali americani, l’Europa ha un potere negoziale molto limitato. A queste osservazioni più benevole occorre aggiungere che, come sottolineato da Krugman, l’impegno europeo sulle importazioni di gas e sugli investimenti sul territorio americano, è scritto sull’acqua: l’Europa non è in grado di assorbire questa mole di importazioni e non è neanche in grado di imporre alle proprie imprese investimenti così elevati.

La realtà è che operiamo tutti in un libero mercato in cui le decisioni su quanto acquistare e quanto investire sono fatte liberamente dai privati. Alla fine dei conti, i dazi di Trump colpiranno soprattutto i consumatori americani e non riusciranno a produrre quella spinta alla produzione manifatturiera interna che Trump ha promesso ai suoi elettori. In particolare, l’effetto paradossale della politica del governo americano è che, mentre il prezzo di un’auto prodotta in Europa si venderà in Usa con un sovrapprezzo che può raggiungere al massimo il 15%, l’industria dell’auto Usa, per effetto delle tariffe commerciali imposte a Canada e Messico, dovrà acquistare all’estero prodotti semilavorati a prezzi gonfiati in misura ben superiore al 15%. Ciò significa che i produttori americani potrebbero avere uno svantaggio di competitività, e che Trump sta mettendo in ginocchio un’industria che, a parole, vorrebbe difendere. In buona sostanza: se valutiamo queste politiche dal punto di vista della logica economica, dobbiamo concludere che, dalla trattativa con l’Europa, non esce nessun vincitore. Saremo tutti un po’ più poveri, inclusi i cittadini americani.

In ogni caso, qualunque sia la giusta valutazione dell’operato della Commissione europea, è un errore limitare il nostro ragionamento alla questione delle politiche commerciali. Sembra, piuttosto, che Trump voglia usare queste politiche come un’arma per ottenere vantaggi economici di natura prevalentemente fiscale. I dazi e gli investimenti che impone ai partner commerciali hanno l’obiettivo primario di aumentare le entrate tributarie del governo federale. Un obiettivo che Trump vorrebbe ottenere anche mediante la liberalizzazione del mercato delle monete digitali, da cui si attende il consolidamento della prevalenza del dollaro come moneta di riserva internazionale e ulteriori entrate per il governo tramite il “signoraggio”, ovvero l’imposta da inflazione a carico di chi detiene titoli e moneta emessi dal governo federale. Poco importa se una parte rilevante di queste imposte, esplicite o occulte, saranno pagate dai cittadini americani. Di fronte a questi scenari, l’Europa ha una sola carta da giocare: il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali, l’integrazione politica e l’autonomia tecnologica e militare.


sabato 26 luglio 2025

L'America corrotta di Epstein


Mario Del Pero
L'America, non Trump, paga i costi della vicenda Epstein

Domani, 26 luglio 2025

Attaccare Obama, accusandolo addirittura di alto tradimento; giocare, nel farlo, quella carta razziale che tanto lo ha aiutato nella sua ascesa politica; minimizzare l’importanza dei segreti custoditi al dipartimento di Giustizia, così come della lunga amicizia con Jeffrey Epstein; presentarsi come vittima di teorie della cospirazione di cui, in passato, è stato il primo promotore.

Donald Trump sta usando tutti gli strumenti possibili per evitare che il dossier Epstein possa metterlo in difficoltà, incrinando il controllo ferreo di una base Maga il cui fideismo nei confronti del capo è stato fino a oggi assoluto e a prova di qualsiasi incoerenza. Un dossier, quello del sedicente finanziere e acclarato pedofilo morto in carcere sei anni fa, che sta creando non pochi problemi all’interno di un’amministrazione popolata, soprattutto all’Fbi, di persone che a lungo hanno alimentato letture cospirative tutte tese a dimostrare il legame tra Epstein e le élite globaliste, liberal e democratiche.

Che indicazioni possiamo trarre da questa vicenda e dalla storiaccia da cui prende le mosse? E può davvero mettere in difficoltà un presidente dai tassi di popolarità tanto bassi quanto immutabili, con una soglia di resistenza verso l’alto che difficilmente supera il 45 per cento e una di supporto verso il basso che non scende quasi mai sotto il 40-42?

Per quanto riguarda la seconda domanda, è difficile credere che il dossier Epstein possa indebolire in modo significativo Trump, ovvero portare a defezioni in una base definita primariamente dalla lealtà inscalfibile e dogmatica al proprio capo: ciò è immaginabile solo se quei dossier contengono rivelazioni di gravità inaudita sul presidente, la cui quasi ventennale amicizia e frequentazione con Epstein è nota; come nota – e documentata in video che circolano da tempo online – è la sua partecipazione a feste organizzate da Epstein popolate di giovani donne oggetto dei commenti talora grevi di Trump.

Video, questi, a cui si aggiungono ora i documenti che col contagocce filtrano sui media, soprattutto quel Wall Street Journal a lungo non ostile nei confronti di Trump, ma oggi critico verso la politica economica dell’amministrazione.

Trump è però sopravvissuto a scandali ben peggiori. Non pagò pegno elettorale nel 2016, quando uscì la famosa registrazione in cui si vantava, grazie alla sua fama e ricchezza, di poter impunemente «afferrare» le donne per le parti intime.

Il processo per cui è stato condannato, relativo ai pagamenti illeciti all’ex pornostar Stormy Daniels per comprarne il silenzio, ha esibito la natura di quel mondo newyorchese di soldi, corruzione, donne, media e politica entro cui Trump ha sempre operato con spregiudicatezza.

Se è vero – come sottolinea il bravo columnist conservatore del New York Times Ross Douthat – che l’insorgenza populista di una parte d’America precede l’entrata in campo di Trump, è altresì vero che è stato l’attuale presidente a darle incarnazione e sfruttarla elettoralmente, trasformando rabbia e malessere indistinti in movimento, Maga.

Al netto del danno che il dossier Epstein può causare o meno a Trump, la vicenda è rilevante: mostra quanto ampio, per il populismo attuale, possa essere lo scarto tra la demagogia dispiegata con cinismo per costruire consenso e ottenere voti e le responsabilità che conseguono quando si è chiamati a governare.

Avvelenare i pozzi del confronto democratico è facile, come abbiamo visto coi tanti deliri cospirativi alla base del trumpismo, inclusi quelli per i quali Epstein era esempio e simbolo dell’asserita corruzione di élite cosmopolite, a partire dai coniugi Clinton, sublimata da un crimine – la pedofilia – osceno nel suo simboleggiare la violazione dell’innocenza ultima intoccabile, quella dei bambini.

Iniettare tossicità in un corpo di suo già malato, come quello dell’anziana democrazia americana, è però irresponsabile e grave. Difficilmente si trasformerà in un boomerang per Trump; ma molto ci dice di quel che lui e il suo successo politico rappresentano.

giovedì 22 maggio 2025

La caduta di Elon Musk

 


Come Elon Musk è gradualmente scomparso dai social media di Trump

Solveig Le Gat, Libération, 22 maggio 2025

Il “bromance” tra Donald Trump ed Elon Musk è in crisi? In ogni caso, tra i due amici un tempo inseparabili si è creata una certa distanza. Donald Trump, noto per la sua mania di sfogarsi sui social media , ha gradualmente smesso di menzionare il suo ex complice, ormai invisibile nelle pubblicazioni presidenziali.

Per questo motivo, sulla sua piattaforma Truth Social, non ha più menzionato Elon Musk dalla fine di marzo, mentre nei mesi precedenti lo aveva menzionato più volte al giorno. Secondo un'analisi di Politico , tra febbraio e marzo scorsi il presidente americano ha pubblicato in media quattro post a settimana in cui menzionava il capo di SpaceX. Da allora, più niente. Anche i suoi principali consiglieri e l'account ufficiale della Casa Bianca X hanno praticamente smesso di menzionarlo. L'osservazione è reciproca: a febbraio, Elon Musk ha menzionato il Presidente 36 volte sul suo account X, rispetto alle sole tre volte di marzo e alle due di questo mese.

Da star a paria?

Durante l'ultima campagna "Make America Great Again", alla quale ha contribuito con 270 milioni di euro, il nome di Elon Musk era sulla bocca di tutti e i due uomini sembravano inseparabili . Dei venti minuti del suo discorso di vittoria del 6 novembre 2024, il presidente gliene dedicò quattro, presentandolo come " una stella " e " un genio ". Nominato a capo del Dipartimento per l'efficienza dipartimentale (DOGE), con il compito di tagliare 2 trilioni di dollari dal bilancio del governo federale, l'amministratore delegato si era ritagliato un posto comodo accanto a Donald Trump.

Ma Elon Musk non è riuscito a portare a termine la sua missione e lui stesso ha riconosciuto questo fallimento. Il 1° maggio ha ammesso che la sua campagna per i tagli alla spesa federale guidata dal DOGE non era stata “ abbastanza efficace ”. Il dipartimento sostiene un taglio alla spesa di circa 160 miliardi di dollari, ben lontano dai 2 trilioni di dollari inizialmente previsti. Elon Musk ha addirittura ammesso che l'esperienza "non è stata molto divertente".

Ma questa messa da parte di Elon Musk coincide anche con il calo di popolarità del miliardario e di Tesla. Le sue recenti posizioni hanno raffreddato gli acquirenti. Secondo i dati diffusi dalla multinazionale, nel primo trimestre le vendite di Tesla sono diminuite del 13% rispetto all'anno scorso.

Elon Musk si allontana dallo Studio Ovale

Da parte sua, anche Elon Musk sembra voler abbandonare la politica americana per concentrarsi nuovamente sul suo impero commerciale, almeno per ora. Martedì, il capo di Tesla ha annunciato durante una videoconferenza al Qatar Economic Forum che intende spendere " molta meno " della sua fortuna in campagne elettorali in futuro . "Se vedo un motivo per spendere soldi in politica, lo faccio", ha detto. Ma per ora non ne ho.»

Il 1° aprile il capo della Tesla ha subito una grave battuta d'arresto politica . Sebbene avesse investito 20 milioni di dollari nell'ex procuratore generale del Wisconsin Brad Schimel nella speranza che vincesse uno dei seggi della Corte Suprema dello Stato, è stata la giudice Susan Crawford, sostenuta dai democratici, a vincere a valanga.

Il mese scorso ha anche avvertito che da maggio il tempo "assegnato al Dipartimento per l'efficacia del governo", da lui presieduto, sarebbe diminuito "in modo molto significativo".

Ma Musk non è completamente scomparso dalla scena. Il 12 maggio ha accompagnato il presidente in Arabia Saudita nel suo primo viaggio ufficiale. E non è arrivato invano: lungo il cammino la sua azienda, Starlink, si è aggiudicata un contratto.


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Fonte: Politico