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lunedì 12 ottobre 2026

L'impotenza riflessiva


Mauro Magatti
Vedere e sapere tutto senza poterci fare niente: è l'"impotenza riflessiva"

Avvenire, 11 ottobre 2026

Viviamo in una società che ha fatto della possibilità la propria parola d’ordine. Ci viene ripetuto che possiamo fare tutto: scegliere chi essere, dove vivere, come lavorare, che cosa credere. Ogni divieto, si dice, è stato bandito; ogni limite è un ostacolo provvisorio, in attesa che la tecnica o l’iniziativa individuale trovino il modo di rimuoverlo. In effetti, mai l’umanità ha avuto a disposizione un patrimonio così grande di intelligenza, mezzi economici, strumenti tecnici. Sappiamo più di quanto abbiamo mai saputo, produciamo più di quanto abbiamo mai prodotto, comunichiamo senza ritardi da un capo all’altro del pianeta.
Eppure, di fronte alle questioni più urgenti del nostro tempo, scopriamo che, nel momento in cui tutto sembra permesso, molte cose ci appaiono fuori portata. Prendiamo le vicende dell’Ucraina e della Palestina. Conflitti che si trascinano da anni, tra distruzioni e lutti senza fine. In una spirale bellica che nessuna iniziativa diplomatica riesce a fermare. Non che le trattative falliscano: è che non si riesce nemmeno a pensarle. I governi sembrano muoversi dentro copioni già scritti, le opinioni pubbliche sono divise in tifoserie che immaginano solo di vincere o perdere, mentre la parola “pace” finisce per suonare ingenua, quasi sospetta.
La stessa cosa accade per la questione dell’Intelligenza artificiale. Se ne discute incessantemente. E le ricerche internazionali dicono che tra le persone cresce la preoccupazione per i suoi possibili effetti negativi. Anche in questo caso, però, non si riesce a capire come intervenire. Così che, a prevalere, è una sorta di rassegnazione: lo sviluppo tecnico è come una macchina lanciata a folle velocità senza che nessuno sia in grado di orientarla.
Ogni giorno si susseguono dichiarazioni di scienziati e grandi manager che apertamente parlano del “superamento della specie umana” come di un destino ormai segnato. C’è chi lo teme e chi lo celebra, ma quasi tutti condividono la stessa conclusione: non siamo più in grado di intervenire.
E che dire del cambiamento climatico? Anno dopo anno le previsioni più pessimistiche vengono superate. Gli obiettivi concordati nelle conferenze internazionali vengono ripetutamente mancati. E ogni fallimento, invece di spronarci a un impegno maggiore, rafforza la convinzione che non ci sia niente da fare. La rassegnazione si nutre dei propri risultati: più falliamo, più ci convinciamo che fallire sia inevitabile.
Ci troviamo insomma davanti a un paradosso: società che hanno arbolito tutti i divieti scoprono di essere prigioniere di un nuovo (e pericolosissimo) fatalismo.
La libertà che ci è stata promessa può (forse) esercitarsi nella sfera privata, nella scelta tra mille opzioni di consumo e di stile di vita; ma la situazione cambia drasticamente non appena ci si sposta sulle questioni più importanti. Possiamo tutto come individui, ma quasi nulla come collettività. L’onnipotenza dichiarata e l’impotenza vissuta sono così due facce della stessa medaglia.
Il filosofo inglese Mark Fisher ha chiamato questa condizione “impotenza riflessiva”. Non siamo ignari di ciò che non funziona attorno a noi. Al contrario, sappiamo che si sono accumulati una serie di nodi che devono essere sciolti. Ma a questa consapevolezza si accompagna la convinzione di non poterci fare nulla. Un po’ perché sono questioni troppo grandi; un po’ perché sono troppo complesse; e un po’ perché non sappiamo come metterci insieme per risolverle. Sta di fatto che la rassegnazione, ormai interiorizzata, diventa una profezia che si autoavvera.
L’impotenza riflessiva non è l’apatia di chi non vede. Chi ne è segnato comprende lo sfruttamento, le disuguaglianze, la precarietà, la crisi ecologica, i fallimenti di un modello economico che consuma più di quanto rigenera. Ma la conoscenza non si traduce in azione: resta commento o tutt’al più urlo e imprecazione. Sappiamo che il sistema è disfunzionale, ma la possibilità di un cambiamento appare irrealistica, fuori portata, quasi infantile. E così rinunciamo. C’è dunque da capire perché una società così ricca di intelligenza e di mezzi abbia smarrito la capacità di immaginare che le cose possano essere diverse da quelle che sono.
Uno dei problemi è la spinta continua verso la concentrazione del potere, con il formarsi di oligarchie chiuse e autoreferenziali e perciò sorde rispetto a ciò che va al di là del loro interesse. Ma più in profondità, questo fatalismo di ritorno è la sindrome di società che hanno cancellato ogni senso della trascendenza e hanno fatto dell’innovazione continua il loro unico criterio di riferimento. L’ipercomplessità e la velocità in cui viviamo appaiono soverchianti e di fatto impediscono di riuscire persino a immaginare un avvenire che non sia già scritto. Un esito paradossale: tutto è permesso ma niente è davvero possibile.


domenica 16 agosto 2026

Introvabile Itaca. La nostalgia

Maurizio De Giovanni
La nostalgia è un utensile ambivalente. Può darci felicità e pace, o fare e farci del male

La Stampa, 16 agosto 2026

Anche la nostalgia che sembra più sana potrebbe rivelarsi ambigua… col passare del tempo non ricordiamo tutto nei minimi particolari. In un ricordo che ci sembra innocente, potrebbe celarsi anche una certa atmosfera stagnante e perversa che si confonde con i momenti che appaiono limpidi ed evanescenti contemporaneamente.

Questa riflessione mette in discussione un’idea molto diffusa: che la nostalgia sia sempre qualcosa di buono e puro. Però il ricordo non è una fotografia, ma una ricostruzione della memoria, e quindi può mescolare elementi diversi. La nostalgia tende a idealizzare, e ciò che appare limpido potrebbe non esserlo stato del tutto. Con il passare degli anni, i contorni si sfumano; le emozioni piacevoli rimangono più vive, mentre gli aspetti meno luminosi possono essere rimossi oppure fondersi in un’atmosfera difficile da decifrare.

Dal punto di vista psicologico, l’intuizione ha un fondamento: la memoria è ricostruttiva, non riproduttiva. Ogni volta che ricordiamo, in parte ricreiamo il passato alla luce del presente. Per questo la nostalgia può essere insieme autentica e ingannevole.

Dal punto di vista spirituale la nostalgia può diventare ambigua quando ci porta a vivere rivolti all’indietro, come se il bene appartenesse solo al passato. La tradizione cristiana invita invece a fare memoria con gratitudine, senza trasformare il passato in un idolo. Il passato può essere una sorgente di sapienza, ma non deve sostituire il presente, che è il luogo in cui Dio continua a operare.

Questa riflessione richiama, in fondo, una distinzione sottile: non tutto ciò che è nostalgico è vero, e non tutto ciò che è vero è nostalgico. La memoria può illuminare, ma può anche velare.

Forse la nostalgia più autentica non consiste nel desiderare di tornare indietro, bensì nel riconoscere ciò che di vero e di bello merita di essere portato nel presente.

Pier Angelo Piai – Cividale del Friuli

Carissimo Pier Angelo,

la sua bella lettera è uno spunto straordinario per una riflessione sul passato, sulla memoria e soprattutto sul nostro modo di vivere tenendone conto. Ha ragione, la vita che abbiamo alle spalle può costituire una terribile tentazione, soprattutto se, come purtroppo accade nella maggioranza dei casi, vi si trovano luoghi, persone e situazioni decisamente più piacevoli o belle di quelle che ci offre il presente; ma come tutti gli strumenti fabbricati dall’uomo, la nostalgia è un utensile ambivalente. Può servire a darci felicità e pace, o a fare e farci del male.

Del resto, la stessa parola è molto chiara: significa letteralmente “la sofferenza del ritorno”, e al solito i greci sapevano benissimo quello che volevano dire. Per come pare al sottoscritto, infatti, tornare indietro è comunque e in ogni caso fonte di sottile dolore: il rimpianto, il rimorso risiedono nel passato, chiaramente. E nel passato abitano quei frammenti di felicità che abbiamo avuto senza riuscire a rendercene conto. Immagini, caro Pier Angelo, di scavare in una scatola di metallo, di quelle che una volta erano piene di biscotti e che adesso fanno da contenitore alle vecchie foto sbiadite dei tempi in cui non esistevano i cellulari, e immagini di trovare alla rinfusa momenti della sua infanzia, dell’adolescenza o dei suoi primi anni, pieni di speranze legate alla maturità. Potrà trovarsi facilmente di fronte a un se stesso bambino, magari con la faccia imbronciata per un momentaneo fastidio, mano nella mano ai genitori o a un nonno, sullo sfondo di una perduta lontana estate, così diversa da questa per sapori e odori. Guardando quell’immagine con l’odierna consapevolezza, cercando le tracce dei pensieri di quel bambino, potrebbe fare una tragica scoperta: e cioè che, senza averne la minima idea, quel bambino era felice. Erano tutti vivi, genitori, nonni, zii; il cuore non aveva solitudini né malinconie, non c’era nessuno dei problemi che sono venuti dopo, tradimenti, soldi, salute; tutti si adoperavano perché lei, Pier Angelo, fosse felice, nutrito, vestito e in piena salute. In quella vecchia immagine, insomma, lei troverà quella stessa felicità per la quale si alza ogni giorno, nella vana speranza di poterla ritrovare.

Non è l’effetto della nostalgia che ci spaventa, insomma. È quello che noi stessi abbiamo fatto e facciamo da allora, quanto siamo stati in grado di allontanarci dal poco che realmente ci serviva rincorrendo quello che ci sembrava necessario, e che alla prova dei fatti non lo era per niente.

È la lezione di Ulisse, a ben vedere; non quello post traumatico e in crisi di coscienza di Nolan, ma quello pensato da Omero. Uno che voleva solo tornare a casa, per scoprire che il luogo dove voleva tornare non esisteva più.

O che forse non era mai esistito.

venerdì 24 luglio 2026

Il taoismo

 

Roger-Pol Droit
Laozi, creatore del taoismo: tra l'elogio della debolezza e la violenza totalitaria
Le Monde des livres, 24 luglio 2026

"Con un battito di ciglia, il saggio governa l'impero." Questa curiosa frase racchiude la visione politica taoista: azioni minime portano a conseguenze colossali. Ecco perché il minimo gesto del saggio – un uomo apparentemente debole, sconosciuto e impotente – può generare effetti politici immensi e duraturi. La massima compare nel Laozi, un testo scritto in Cina nel VI secolo  a.C.

Questo classico di 81 capitoli ha avuto un unico autore? Si chiamava Laozi? La figura è reale o immaginaria? Visse tra il 604 e il 517? Era un funzionario pubblico, un archivista, prima di fuggire? Si oppose a Confucio e alla sua filosofia morale , come narra la leggenda? Nessuno lo sa con certezza. L'unica certezza è che l'opera, nota anche come il Libro della Via e della Virtù – Tao Te Ching (oggi Dao de Jing ) – è stata un pilastro fondamentale del pensiero cinese per oltre due millenni.

Il tutto si fonda su una serie di paradossi interconnessi. Il Dao ("la Via", "il sentiero" nel linguaggio comune) qui designa la totalità della natura, nei suoi minimi dettagli così come nella sua infinita potenza cosmica. Questo grande insieme è in perenne mutamento e movimento, mentre le nostre parole e i nostri concetti sono fissi. Pertanto, questa realtà illimitata si rivela impossibile da descrivere e da concepire. Radicalmente indifferente ai nostri progetti, ai nostri poteri, alle nostre ambizioni. Sperare di manipolarla, sognare di piegarla al nostro volere, è del tutto vano.

La vera conoscenza, il vero potere

Secondo Laozi, l'unica via da seguire è prestare attenzione alla lezione fondamentale impartita dallo spettacolo del mondo: il più debole è al comando. Osservate: le gocce di pioggia alla fine superano la montagna, il vento erode le rocce più dure, il neonato – muto, indifeso, dipendente, impotente – governa la famiglia in modo assoluto. Allo stesso modo, la persona saggia agisce raramente. Rimane nell'ombra. Nessuno la nota. Eppure, invisibile, dirige ogni cosa. Grazie alla sua immersione nel flusso.

La debolezza così trasformata in potere supremo, con conseguenze sconvolgenti. La non-azione (wu wei) custodisce il segreto della suprema efficacia. L'assenza di volontà, di piani e di intenzioni è la chiave del successo. Non pensare né parlare definisce la vera conoscenza... In definitiva, l'imperatore regnante, il signore che sembra governare, è solo una figura di facciata. Un miraggio e un burattino. Le sue guardie, la sua Città Proibita, i suoi consiglieri, la sua burocrazia, le sue forze armate non sono altro che un'illusione. Il vero sovrano è impercettibile. Comanda tutto, isolato da qualche parte in campagna. Questo vero signore può essere povero, persino disprezzato. Che sia sporco o un ubriacone è irrilevante. Lui governa.

Laozi inventò questa figura singolare: un saggio supremo e sovrano anonimo. Marco Aurelio e altri tentarono di combinare i ruoli di filosofo e imperatore in un'unica persona. Al contrario, il maestro cinese iniziò rifiutando ogni forma di governo costituita, conferendo il potere assoluto al solo saggio. Tuttavia, è meglio non rallegrarsi prematuramente, perché questo governo cosmico conduce a un autoritarismo senza limiti. "Il saggio non è umano ", sottolinea il testo, ricordandoci anche che "il mezzo d'azione più efficace dello Stato non deve essere rivelato all'umanità " .

La politica taoista inizialmente si presenta come anarchica, ribelle e sovversiva. Ben presto assume le sembianze di un totalitarismo implacabile, legittimato dalla natura stessa del mondo e privo di timore di qualsiasi violenza. A volte è meglio diffidare dei saggi.

https://www.lemonde.fr/livres/article/2026/07/23/laozi-createur-du-tao-entre-eloge-de-la-faiblesse-et-violence-totalitaire_6730452_3260.html

venerdì 5 giugno 2026

Sedersi sotto una quercia


Natalie Fée
Esperienza: mi sono seduta sotto una quercia per un anno

The Guardian, 5 giugno 2026

Nel 2022 mi sono trasferita a Clevedon, vicino a Bristol. Appena ho visto la quercia dietro il mio appartamento, ho iniziato a sedermi sotto di essa. Non si trova in un luogo incantevole e isolato, bensì su una collina urbana circondata da prati, ma come albero solitario sul fianco della collina, ha attirato la mia attenzione.

Ero esausta. Per 10 anni avevo gestito un'organizzazione no-profit che si occupava dell'inquinamento da plastica. Eravamo riuscite a convincere il governo a vietare le posate di plastica e gli imballaggi da asporto in polistirolo, e i supermercati a vietare i bastoncini di cotone in plastica. Erano stati grandi successi, ma era stato un lavoro duro ed ero sfinita. Stavo gradualmente abbandonando l'attivismo e lavoravo solo tre giorni a settimana.

Alla ricerca di maggiore serenità, ho avuto un'idea un po' folle: come sarebbe meditare sotto lo stesso albero ogni giorno per un anno intero? Ho deciso di iniziare con il solstizio d'inverno del 2023.

I primi mesi sono stati pesanti e desolanti. Pioveva molto ed ero sferzata da temporali e venti fortissimi. Portavo sempre con me un piccolo pezzo di pelle di pecora su cui sedermi, e a volte una borsa dell'acqua calda. Non succedeva granché sotto l'albero e l'idea di dover fare tutto questo per un anno intero mi intimoriva un po'. Alcuni giorni mi chiedevo perché lo stessi facendo, ma volevo portare a termine la sfida.

Di solito trascorrevo i primi 10 minuti seduta immobile, guardandomi intorno per godermi ciò che accadeva. Poi chiudevo gli occhi e meditavo per 20-30 minuti, tornavo a casa e scrivevo appunti e una poesia. Rileggendo quelle che ho scritto quell'inverno, mi sembrano piuttosto introspettive.

La primavera portò con sé un senso di speranza. L'inverno era sembrato un periodo di pausa; ora era come se qualcuno avesse premuto play. Il giorno in cui i narcisi spuntarono sotto l'albero fu una festa. Li avevo visti arrivare e ogni giorno pensavo: "Sbocceranno da un momento all'altro".

All'improvviso mi ritrovai con compagnia, questo grande e luminoso cespuglio di fiori accanto a me, ma dopo due settimane erano spariti. Erano cresciuti per 50 settimane; mi colpì la consapevolezza di quanto effimera possa essere la vita. Poi arrivarono i nontiscordardimé, e da lì in poi fu un'esplosione di vita e colore. La prateria desolata si trasformò in un tripudio di vita e colori.

È stato incredibile assistere a tutti i piccoli cambiamenti della natura. I ranuncoli sembravano spuntare dal nulla, così come i grilli: un giorno non ce n'era nessuno, il giorno dopo cantavano tutt'intorno a me. Un altro giorno ancora, ho sentito il canto di un uccello nuovo. "Ah, sono arrivati ​​i rondoni", ho pensato. Tutto questo stare seduta in silenzio ha affinato i miei sensi. Tornavo a casa quasi ogni giorno raggiante.

Con l'arrivo dell'estate, mi sembrava che tutto nel prato si riposasse, tranne me. Pur apprezzando il mio rituale, durante il giorno continuavo a sfinirmi lavorando, componendo musica e scrivendo poesie. Ma mi resi conto che si trattava di riconnettermi con la natura, quindi avrei dovuto fare ciò che la natura stava facendo. Rallentare richiese uno sforzo, ma era necessario.

Sotto l'albero tutto sembrava più tranquillo e, senza le solite distrazioni, la mia meditazione era più chiara. Una volta, aprii gli occhi e vidi un cervo davanti a me. Poi un cane attraversò di corsa e il cervo scappò via.

Ho sentito un miglioramento sia nella mia salute mentale che fisica. Non avevo più mal di schiena e il mio senso di pace e meraviglia è salito alle stelle. Ho provato una felicità che non provavo dall'infanzia e ho riscoperto la voglia di giocare.

Sedermi in mezzo alla quercia ha anche cambiato la mia prospettiva sul tempo. Prima cercavo di controllare le cose, ma ora sono diventato più paziente e fiducioso nei loro tempi naturali.

In una giornata di fine estate, i rondoni erano insolitamente attivi: facevano un gran baccano. Il giorno dopo erano spariti, come se avessero annunciato la loro partenza. Con l'arrivo dell'autunno, il vento si era intensificato e le foglie avevano iniziato a cambiare colore.

Il mio ultimo giorno, nel solstizio d'inverno del 2024, ho preso la mia chitarra e ho ringraziato l'albero per avermi offerto rifugio per un anno. La sfida era compiuta e avevo ritrovato una nuova forza interiore. Ero anche sollevata di poter viaggiare e rivedere la mia famiglia.

Non c'è bisogno di andare lontano per trovare un angolo di natura dove sedersi e riflettere. La natura sa di cosa hai bisogno ed è sempre pronta a offrirtelo: devi solo trovare la tranquillità necessaria per riceverla. Io continuo a visitare l'albero quasi tutti i giorni, anche se devo ammettere che evito quelli di pioggia.

Come raccontato a Fleur Britten




martedì 26 maggio 2026

Volgersi alla radice

Tao te ching
edizione Acrobat

a cura di Patrizio Sanasi 


XVI - VOLGERSI ALLA RADICE


Arrivare alla vacuità è il culmine, 

mantenere la quiete è schiettezza:

le diecimila creature insieme sorgono 

ed io le vedo ritornare a quelle, 

quando le creature hanno avuto il lor rigoglio 

ciascuna fa ritorno alla sua radice. 

Tornare alla radice è quiete, 

il che vuol dire restituire il mandato, 

restituire il mandato è eternità. 

Chi conosce l'eternità è illuminato, 

chi non la conosce insensatamente provoca sventure. 

Chi conosce l'eternità tutto abbraccia, 

tutto abbracciando è equanime, 

essendo equanime è sovrano, 

essendo sovrano è Cielo, 

essendo Cielo è Tao, 

essendo Tao a lungo dura 

e per tutta la vita non corre pericolo.

sabato 2 maggio 2026

Il senso della vita

François-André Vincent, Démocrite parmi les Abdéritains, 1791, Los Angeles County Museum of Arts

Marco Belpoliti
Lucrezio, Camus e il senso della vita

la Repubblica, 2 dicembre 2020


Albert Camus è ricoverato in ospedale per un incidente automobilistico. Sopravvissuto allo scontro, lo scrittore riceve la visita di Jacques Monod, biologo, con cui sta scrivendo un libro a quattro mani. Tre anni prima Camus ha ricevuto il Premio Nobel per la letteratura, mentre Monod avrà quel riconoscimento per i suoi studi di biologia nel 1965.

Telmo Pievani, uno dei più interessanti e acuti studiosi italiani di scienza ha immaginato che Camus e Monod stiano lavorando a un libro comune in quella stanza d’ospedale. Molte cose li uniscono: hanno partecipato entrambi alla Resistenza contro il nazifascismo e nell’Europa postbellica, divisa dalla cortina di ferro che separa Est e Ovest, e perseguono un comune ideale di libertà. In realtà Camus è morto in un incidente il 4 gennaio 1960 e il libro comune non è mai stato scritto. Nel suo romanzo filosofico Pievani fa incontrare il letterato e lo scienziato, e li fa dialogare sui grandi temi dell’esistenza, sul destino ultimo del genere umano, sulla possibilità di superare la nostra limitatezza di esseri destinati a morire.

Monod legge le bozze del libro a Camus steso nel suo letto nella clinica dove è ricoverato, e insieme discutono in modo serrato ogni pagina del lavoro. Il tema centrale è quello della fine, o meglio della finitudine, ovvero la condizione di ciò che è finito, limitato. In termini filosofici si tratta del tema della finitezza, su cui si è esercitata parte della filosofia del Novecento, a partire da Martin Heidegger, e che presente in modo insistito nel pensiero poetante di Giacomo Leopardi. Si tratta di un tema d’origine romantica, tuttavia il testo guida del libro di Pievani non è né Lo zibaldone né Essere e tempo, bensì il De rerum natura di Lucrezio con il suo materialismo filosofico e la forza poetica. Ogni capitolo del libro immaginato da Pievani è preceduto da un brano tratto da quell’opera di filosofia naturale, che ha avuto una grande influenza nella letteratura e nella filosofia occidentale. Lo scenario su cui si apre il volume è immenso e sconcertante: La Terra è vecchia. Tra un miliardo di anni, ben prima della dissoluzione del pianeta il sole brillerà più di ora e di conseguenza gli oceani evaporeranno così che l’atmosfera della Terra sarà stravolta. Pievani racconta attraverso Monod il destino del corpo celeste che abitiamo in una prospettiva temporale enorme, eppure numericamente finita. La finitezza è dunque prima di tutto una misura calcolabile e un concetto filosofico, e poi anche un pensiero che occupa la mente di ogni donna o uomo che si misura con la propria morte.

Monod nel dialogo assume la prospettiva dell’uomo di scienza: razionale, informato, puntuale, a tratti distaccato, ma sempre coinvolto da quello che accade, in una parola: appassionato. Camus è il portatore di un punto di vista letterario e filosofico; è attento alle questioni etiche, catturato dal tema della libertà e da quello dell’autodeterminazione; è ancora un filosofo umanista. La discussione ruota intorno alla possibilità di sfidare la morte, la fine d’ogni esistenza singola. Lo fanno entrambi in modo laico, poiché sono dei non credenti. Contrastano il nichilismo contemporaneo, che pure Camus ha sfiorato nei suoi saggi. Come tenere insieme l’istinto alla ribellione e l’indispensabile solidarietà tra gli esseri umani? Senza dubbio Pievani s’identifica più con le ragioni di Monod che non con quelle di Camus, il quale rappresenta l’istanza umanistica che alberga nella vocazione d’ogni scienziato. Scienza e letteratura sono conflittuali oppure possono integrarsi e trovare un punto d’equilibro, o meglio ancora d’integrazione? L’idea di fondo del libro è quella di superare il conflitto tra scienza e letteratura attraverso una comune ispirazione etica. Non a caso Pievani è un acuto studioso del pensiero biologico, ovvero di ciò che riguarda il vivente in generale, e l’uomo in particolare. Il suo punto di vista è quello dello scienziato che s’ispira a Lucrezio e al suo poema; sa perfettamente che “le mura della finitudine biologica ci imprigionano e al contempo ci proteggono, dandoci una misura”.

Il tema della misura ritorna in tante pagine del libro attraverso figure di scienziati, ricerche e i punti d’approdo della scienza moderna. Camus appare come l’altro presente nella mente di Monod, a cui cerca continuamente di rispondere. Il biologo stigmatizza a tratti l’ispirazione antiscientifica di Camus; gli ricorda l’importanza della scienza e della sua verità relativa.

Scritto con grande eleganza, Finitudine è un’opera chiara, efficace, ricca di idee e di punti di vista affascinanti; aiuta i lettori ad ambientarsi con le questioni etiche sollevate dalla ricerca scientifica. Ma non è solo questo. La domanda radicale che pone è: se la scienza ha rivelato in modo incontrovertibile che tutto è destinato a finire, l’universo, la Terra e l’esistenza di ciascuno di noi, come possiamo dare un senso a quello che facciamo? Ma la finitudine non è solo un destino; appare una chance, un’opportunità, una probabilità e insieme un azzardo. La vocazione teatrale della scrittura di Pievani è sempre in primo piano nei dialoghi che si svolgono nella stanza d’ospedale dove giace Camus. La diversità di ogni singolo essere umano non è solo una risposta culturale e antropologica, ma innanzi tutto biologica, una forma di resistenza, che attraversa la storia della nostra esistenza sul Pianeta azzurro.


Teresa Simone
Siamo effimeri, e sappiamo di esserlo

Micromega, 2 aprile 2021

"Sa che la Terra è vecchia". Inizia così "Finitudine", il primo romanzo di Telmo Pievani, edito da Raffaello Cortina Editore. Il libro nasce da una finzione letteraria: un dialogo mai avvenuto tra uno scienziato, Jacques Monod, e un filosofo, Albert Camus. Accomunati dalla medesima tensione ideale, dalla volontà di combattere le ingiustizie e dalla necessità di concretarla nell’azione, con la forza di un’intelligenza che si fa etica e la coerenza di un impegno espresso anche nella lotta di Resistenza contro il nazifascismo – poetiche sono le pagine in cui è ricordato il martirio dei partigiani che, pur non credendo nella resurrezione, hanno sacrificato l’unica vita che avevano – questi due pensatori “meridiani”, grazie a un artifizio narrativo che altera tempi e accadimenti, sono accostati per consentire il progetto di un libro a due mani, “la fusione meticcia di due linguaggi diversi”.

Pievani immagina, infatti, che nel tragico incidente in cui in realtà persero la vita Gallimard e Camus, il secondo si sia salvato e che discuta in ospedale con l’amico scienziato. S’intravede il desiderio di raccontare il percorso di due compagni di viaggio, uniti da una profonda stima, che rappresentano la lettura umanistica, di un umanesimo che è scientifico, socialista ed esistenzialistico, di Pievani stesso. Non solo: il libro è intessuto di continui richiami filosofici che ne arricchiscono la trama e stemperano il rigore del linguaggio scientifico con cui si cerca di spiegare il difficile cammino dell’evoluzione e l’irrompere casuale della vita sul nostro pianeta.

Attraversato da un sotterraneo fiume speculativo che cresce sulle riflessioni, non tutte esplicitate, di un Democrito, di un Eraclito, di un Platone, di uno Schopenhauer, di un Bruno, di un Montaigne, di un Leibniz, di un Pascal, riprende, riassume e rilancia la visione filosofica epicurea nello sguardo laico e aperto di Lucrezio, che domina, da più di venti secoli, sulla struttura del mondo e sul destino dell’uomo, sottraendolo all’inganno di un finalismo inapplicabile e alla consolazione di una trascendenza inconsistente.

Il caso e la necessità, che è anche il titolo dell’opera che Monod pubblicherà undici anni dopo i tempi in cui è collocato il romanzo, reggono l’universo e sono all’origine della vita sulla Terra. Una vita caratterizzata dalla finitudine: implacabile, imprescindibile, inevitabile. Ma anche necessaria, dal momento che tale drammatica ineluttabilità è la condizione per apprezzare l’unicità e la dignità dell’esistenza umana. “Alla diade – propone Camus – manca un elemento, la libertà, e diventa la nostra triade, Jacques” (p. 63).

Tra il caso e la necessità si pone, dunque, la libertà, ontologicamente giustificata da una deviazione nella traiettoria degli atomi quasi impercettibile, sufficiente, comunque, a spezzarne il determinismo, secondo l’intuizione di Epicuro che la indicava con parénklisis e che Lucrezio traduce con clinamen.

Tale cambiamento di direzione, introdotto per consentire, sul piano fisico, l’incontro tra atomi e per salvare, sul piano etico, la libertà dell’uomo, diventa, nel superamento della ferrea necessità democritea, un elemento centrale anche nel dialogo tra il filosofo e lo scienziato. È il punto d’incontro e di raccordo che consente, da un lato, di conservare il rigore della teoria scientifica e, dall’altro, l’imprevedibilità dell’accidente “uomo”, riconosciuta dalla riflessione filosofica, la cui radice è nella consapevolezza peculiare dell’animale metafisico di schopenhauriana memoria. È il pensiero della morte che spinge a interrogarsi, a chiedersi quale sia l’essenza ultima della vita, ad avviare l’analisi. Dolorosa, ma imprescindibile.

La trama è intessuta di biologia e filosofia che s’intersecano e interagiscono continuamente, a dimostrare come, in fondo, l’essere umano, questo “impasto inestricabile di virtù e abiezione” (p. 249), non possa ridursi solo a natura o a cultura ma sia l’una e l’altra insieme, particella materiale percorsa, però, da qualcosa che la rende unica e irripetibile, e cioè la coscienza di sé, la consapevolezza di un essere finito in un universo infinito.

Scienza e filosofia si attraversano, dialogano tra di loro, superando steccati disciplinari inutili ed escludenti; d’altronde, ricorda Pievani, una volta la scienza si chiamava filosofia naturale.

La scienza, continua Pievani-Monod-Camus, è sovversiva perché, nello smontarle, si rivolta contro le certezze acquisite, contro la tradizione, contro i suoi stessi maestri. Il suo compito non è consolare ma spiegare. Lo scienziato ricerca, scompone teorie, prova e riprova, corregge e si corregge, in un estenuante ma connaturato bisogno di verità. È un eretico, un dissidente, un rivoltoso. È un distruttore e ricostruttore: il suo lavoro è fatica di Sisifo.

Certo, non è facile acquisire il dato di una finitudine che è del Sole, della Terra, di noi stessi. Nel caso dell’uomo, poi, c’è qualcosa che rende più dura la sua condizione: siamo effimeri, e sappiamo di esserlo.

Per noi dunque, la finitudine è insopportabile, se non speriamo in un altro viaggio: può bastare la fiducia nella ragione a superare il timore della morte, a permetterci di “lasciare questa vita come banchettanti felici dopo una festa”? In realtà, anche Lucrezio, ricorda Pievani, ammette che questa verità è troppo amara da accettare e che vada edulcorata: “L’acre assenzio di questa dottrina, che sembra troppo tetra per l’animo umano a chi non la pratica, va addolcito con il miele della poesia” (pp. 51-52).

Privi di speranze trascendenti, orfani di un dio che ci rassicuri, immersi nella nostra contingenza, sarebbe facile arrendersi oppure, di fronte allo spettacolo doloroso ma non meno ingiusto della nostra finitudine, avere uno scatto, “una presa di coscienza, un moto di insurrezione, un’impazienza, una resistenza che scopriamo dentro di noi irriducibile. Dunque, rivoltiamoci contro la nostra condizione, così come ci rivoltiamo contro un oppressore" (p.61).  Assume valore umanistico la rivolta, che ci fa spezzare le catene di una condizione assurda e ci riporta, noi esseri fragili, in mezzo agli altri esseri fragili che abitano questo pianeta.

Come continuare a vivere? Come affrontare il peso della finitudine? Non col nichilismo né col cinismo e men che meno con la rassegnazione e il suicidio: l’unica via percorribile, propone Pievani, è nel farsi carico dell’assurdo e dell’inquietudine, nel sobbarcarsi “le fatiche di Sisifo della scienza, dell’etica e della convivenza umana” (p. 276), nel vivere fino in fondo la nostra comune condizione, nella libertà della solidarietà. La solidarietà della finitudine. La finitudine del Noi.

https://machiave.blogspot.com/2017/12/il-dolore-del-mondo.html


venerdì 1 maggio 2026

Il monito di Odisseo: la misura


Odissea 
18, 124-149

traduzione di Ettore Romagnoli


«Proprio mi sembri, Anfínomo, pieno di senno: figliuolo
degno del babbo tuo, che tanto ne intesi dir bene:
Nisi di Dúlico, tanto dicevano, buono e opulento.
Tu sei suo figlio, dicono, e un uomo dabbene mi sembri.
E ti dirò per questo, se vuoi darmi ascolto e capirmi:
sopra la terra non v’ha creatura piú grama dell’uomo,
fra quante van rependo sovr’essa, traendo il respiro.
Sin che i Celesti gli dànno fortuna, e si regge sui piedi,
pensa che mai non gli debba toccar nel futuro un malanno:
se poi qualche sciagura gli mandano i Numi beati,
a malincuore s’adatta, mal tollera l’animo i pesi.
Tale è l’umor delle genti che vivono sopra la terra,
sin che li tiene in vita degli uomini il padre e dei Numi.
Vivere anch’io fra la gente felice potevo, ed usai
la prepotenza, il sopruso, commisi molti atti malvagi,
nel padre mio, nei miei fratelli fidando. Per questo
dico che nessun uomo dovrebbe mostrarsi malvagio,
bensí godersi il bene che i Numi gli mandano, in pace.
Ora veggio io, per esempio, i proci che ordiscono infamie,
consumano gli averi, rispetto non hanno alla sposa
d’un uomo che, ti dico, lontano dai suoi, dalla patria,
non resterà piú a lungo; ché anzi è vicino. Ma un Nume
te riconduca alla patria, che imbatter con lui non ti debba,
quando alla terra madre ritorno farà; ché giungendo
alla sua casa, farà giustizia dei proci anche Ulisse;
né, senza sangue sarà, per quanto credo io, la giustizia».

Davide Susanetti
La felicità degli antichi. Idee e immagini di una buona vita

Feltrinelli, Milano 2018

Si tratta del monito che Odisseo, tornato a Itaca, ma ancora travestito

come un irriconoscibile mendicante, rivolge a uno dei Proci che consumano

i beni della sua casa e attentano alla virtù di Penelope. Raccontando una

sorta di autobiografia fittizia, l’eroe avverte implicitamente il suo

interlocutore dei rischi di un comportamento ingiusto e tracotante. E, nel far

questo, dispiega una considerazione paradigmatica sulla vita umana.

L’uomo è un essere debole e vulnerabile, ma spesso lo dimentica e si illude

di essere immune dalla sofferenza, salvo doversi ricredere quando la

sventura travolge la sua esistenza, per conseguenza anche dei propri

personali errori. La mente dell’uomo – osserva Odisseo – è tale quale il

“giorno che ad essi manda Zeus (ep’ emar agesi)”. I pensieri e i sentimenti

dell’uomo prendono il colore e il tono della singola giornata, felice o

dolorosa: ne sono determinati sia nella misura dell’inconsapevolezza

soggettiva (se non si riesce a vedere nulla al di là del presente e ci si illude

che nulla cambi in futuro) sia nella forma oggettiva di un’impossibilità di

mutare il corso degli eventi. Il passo omerico – nella formulazione adottata

da Odisseo – illustra la genesi e il significato primario dell’aggettivo

ephemeros, che, in tanta poesia greca, definisce la stirpe dei mortali: l’uomo

è “effimero” non tanto perché la sua vita è di breve durata, quanto piuttosto

perché è strettamente “dipendente dal giorno”, dall’emar o hemera, che

sempre può far mutare le condizioni dell’esistenza individuale, come anche

il Solone di Erodoto provvederà a spiegare.