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venerdì 24 luglio 2026

Il taoismo

 

Roger-Pol Droit
Laozi, creatore del taoismo: tra l'elogio della debolezza e la violenza totalitaria
Le Monde des livres, 24 luglio 2026

"Con un battito di ciglia, il saggio governa l'impero." Questa curiosa frase racchiude la visione politica taoista: azioni minime portano a conseguenze colossali. Ecco perché il minimo gesto del saggio – un uomo apparentemente debole, sconosciuto e impotente – può generare effetti politici immensi e duraturi. La massima compare nel Laozi, un testo scritto in Cina nel VI secolo  a.C.

Questo classico di 81 capitoli ha avuto un unico autore? Si chiamava Laozi? La figura è reale o immaginaria? Visse tra il 604 e il 517? Era un funzionario pubblico, un archivista, prima di fuggire? Si oppose a Confucio e alla sua filosofia morale , come narra la leggenda? Nessuno lo sa con certezza. L'unica certezza è che l'opera, nota anche come il Libro della Via e della Virtù – Tao Te Ching (oggi Dao de Jing ) – è stata un pilastro fondamentale del pensiero cinese per oltre due millenni.

Il tutto si fonda su una serie di paradossi interconnessi. Il Dao ("la Via", "il sentiero" nel linguaggio comune) qui designa la totalità della natura, nei suoi minimi dettagli così come nella sua infinita potenza cosmica. Questo grande insieme è in perenne mutamento e movimento, mentre le nostre parole e i nostri concetti sono fissi. Pertanto, questa realtà illimitata si rivela impossibile da descrivere e da concepire. Radicalmente indifferente ai nostri progetti, ai nostri poteri, alle nostre ambizioni. Sperare di manipolarla, sognare di piegarla al nostro volere, è del tutto vano.

La vera conoscenza, il vero potere

Secondo Laozi, l'unica via da seguire è prestare attenzione alla lezione fondamentale impartita dallo spettacolo del mondo: il più debole è al comando. Osservate: le gocce di pioggia alla fine superano la montagna, il vento erode le rocce più dure, il neonato – muto, indifeso, dipendente, impotente – governa la famiglia in modo assoluto. Allo stesso modo, la persona saggia agisce raramente. Rimane nell'ombra. Nessuno la nota. Eppure, invisibile, dirige ogni cosa. Grazie alla sua immersione nel flusso.

La debolezza così trasformata in potere supremo, con conseguenze sconvolgenti. La non-azione (wu wei) custodisce il segreto della suprema efficacia. L'assenza di volontà, di piani e di intenzioni è la chiave del successo. Non pensare né parlare definisce la vera conoscenza... In definitiva, l'imperatore regnante, il signore che sembra governare, è solo una figura di facciata. Un miraggio e un burattino. Le sue guardie, la sua Città Proibita, i suoi consiglieri, la sua burocrazia, le sue forze armate non sono altro che un'illusione. Il vero sovrano è impercettibile. Comanda tutto, isolato da qualche parte in campagna. Questo vero signore può essere povero, persino disprezzato. Che sia sporco o un ubriacone è irrilevante. Lui governa.

Laozi inventò questa figura singolare: un saggio supremo e sovrano anonimo. Marco Aurelio e altri tentarono di combinare i ruoli di filosofo e imperatore in un'unica persona. Al contrario, il maestro cinese iniziò rifiutando ogni forma di governo costituita, conferendo il potere assoluto al solo saggio. Tuttavia, è meglio non rallegrarsi prematuramente, perché questo governo cosmico conduce a un autoritarismo senza limiti. "Il saggio non è umano ", sottolinea il testo, ricordandoci anche che "il mezzo d'azione più efficace dello Stato non deve essere rivelato all'umanità " .

La politica taoista inizialmente si presenta come anarchica, ribelle e sovversiva. Ben presto assume le sembianze di un totalitarismo implacabile, legittimato dalla natura stessa del mondo e privo di timore di qualsiasi violenza. A volte è meglio diffidare dei saggi.

https://www.lemonde.fr/livres/article/2026/07/23/laozi-createur-du-tao-entre-eloge-de-la-faiblesse-et-violence-totalitaire_6730452_3260.html

martedì 26 maggio 2026

Volgersi alla radice

Tao te ching
edizione Acrobat

a cura di Patrizio Sanasi 


XVI - VOLGERSI ALLA RADICE


Arrivare alla vacuità è il culmine, 

mantenere la quiete è schiettezza:

le diecimila creature insieme sorgono 

ed io le vedo ritornare a quelle, 

quando le creature hanno avuto il lor rigoglio 

ciascuna fa ritorno alla sua radice. 

Tornare alla radice è quiete, 

il che vuol dire restituire il mandato, 

restituire il mandato è eternità. 

Chi conosce l'eternità è illuminato, 

chi non la conosce insensatamente provoca sventure. 

Chi conosce l'eternità tutto abbraccia, 

tutto abbracciando è equanime, 

essendo equanime è sovrano, 

essendo sovrano è Cielo, 

essendo Cielo è Tao, 

essendo Tao a lungo dura 

e per tutta la vita non corre pericolo.

domenica 17 maggio 2026

La solitudine dell'imperatore fragile

Ezio Mauro
Il declino dello spirito del caos

la Repubblica, 17 maggio 2026

Come se la politica fosse ridotta a incantesimo — il nome che diamo alle grandi suggestioni di massa quando non le sappiamo spiegare — , improvvisamente il sortilegio che ha liberato lo spirito imperiale di Donald Trump sembra spezzarsi, rivelando la fragilità del progetto onnipotente, testimoniata dalla sua inconcludenza, dalla sproporzione tra gli annunci e i risultati, dalla debolezza strategica di un leader che apre una crisi dopo l’altra senza riuscire mai a chiuderle.

In realtà non è così semplice interpretare la deriva di un fenomeno politico che ha deviato il corso del secolo, e che può ancora tenere in scacco l’America e il mondo. Certamente il presidente degli Stati Uniti, nell’affanno dei sondaggi sfavorevoli con midterm che si avvicina, ha ridimensionato inconsciamente la sua leadership parlando di «declino» americano (anche se lo ha attribuito interamente all’eredità negativa di Biden) e soprattutto ha trasmesso l’impressione fisica, antropologica, di cercare nel vertice di Pechino con Xi Jinping qualcosa di più di un’intesa: quasi un appoggio, forse un sostegno a distanza. Addirittura una sponda.

Pechino, 14 maggio: Xi Jinping e Donald Trump
Pechino, 14 maggio: Xi Jinping e Donald Trump 

Questa condizione di necessità denuncia la solitudine in cui si muove il capo della Casa Bianca dopo aver disarticolato la rete di alleanze internazionali costruite nel dopoguerra, e dopo aver disattivato il circuito occidentale che garantiva la persistenza attiva di una cultura della democrazia come risorsa permanente.

È una solitudine anche tecnica, perché le centrali operative dell’amministrazione americana sono state svuotate dall’alto dalla gestione personale e individuale di tutti i dossier da parte del presidente, e sono state esautorate dal basso con la discesa in campo dei suoi inviati speciali nelle aree di crisi, trasformati in plenipotenziari occasionali e mediatori improvvisati.

Un Trump indebolito, dunque, alle prese con tutti i segnali di una crisi che sconcerta, perché ribalta nel vuoto il titanismo autoritario di chi vuole tutto, non concede nulla, e si prende ciò che crede, solo perché gli serve. Ma leggere questo passaggio ricorrendo alle categorie extra-politiche della leadership trasformata in suggestione e dell’istinto convertito in carisma mitizza tutto e non spiega niente, perché accetta di mantenere l’esperimento Trump nel registro leggendario dell’eccezione, della rappresentazione e dell’illusione: mentre in realtà la politica può smontare l’epica e tornare alla realtà, spiegando il tutto.

Trump è in difficoltà perché il saldo tra il nuovo e il caos è diventato negativo. Il grande spettacolo del leader trasformato in performer non funziona più. Il suo continuo sfondamento del limite gli consentiva di spuntare ogni giorno in una zona imprevista del campo con una nuova pretesa, un’altra minaccia, un diverso nemico da colpire. Prometteva di esplorare l’inaudito, di conquistare l’impensabile, dunque di attraversare ogni volta la linea rossa del possibile e del consentito. La stessa destra nelle sue mani si trasformava andando oltre se stessa, spostando non solo il confine dell’estremismo, ma la sua natura identitaria.

È evidente che a questo punto Trump fuorusciva addirittura dalla politica in un continuo esperimento che evocava Marte e la Groenlandia, voltava le spalle a Zelensky e applaudiva Putin, trattava i nuovi imperatori come partner e i vecchi alleati come sudditi, imponeva i dazi e annunciava il superamento della democrazia, cercava il Nobel per la pace alzando in volo i bombardieri. Soprattutto demoliva i punti di resistenza del sistema (che coincidevano con gli istituti di garanzia democratica) spianandolo e preparandolo all’avvento della nuova era.

Questa era la vera cifra del trumpismo: trasformare la destra in quella che abbiamo chiamato «la fabbrica del nuovo» e coinvolgere in questo impeto l’intera società americana, anche la parte che non lo approvava politicamente, grazie alla forza dell’innovazione. È come se il presidente avesse individuato una sorta di nuova frontiera immateriale, qualcosa che esiste da sempre e per sempre nel profondo dell’anima dell’America e che la spinge a sporgersi oltre il confine, ad andare più in là, a esplorare forzando il limite.

E qui sta la vera ragione dell’adesione al progetto trumpiano da parte del capitalismo tecnologico della Silicon Valley, lo spettacolo indecoroso di un capitalismo innovatore e nello stesso tempo irresponsabile, che non sente il dovere di difendere dall’attacco del presidente la democrazia in cui ha prosperato: perché preferisce lucrare l’abbattimento del confine tra tecnica e politica, che consente di trasformare la tecnologia nell’ultima ideologia, partecipando direttamente alla re-distribuzione delle quote del potere, e addirittura alla riscrittura delle tavole della legge.

Oggi questi soggetti insieme americani e universali sono i primi a rendersi conto che il trumpismo non riesce a tenere il ritmo dell’accelerazione promessa e s’incaglia. Il meccanismo si è inceppato, rallenta, sfasa i tempi tra la distruzione — facile — degli assetti esistenti e la difficile ricostruzione di un nuovo ordine mondiale. Si misura il costo di questa distonia e di questo divario, si somma il prezzo del caos, si calcola il peso della nuova insicurezza americana, e si ottiene la cifra del vuoto di governo.

La fabbrica del nuovo, alla resa dei conti, produce più sganghero che innovazione. Il dispositivo è in atto, va avanti, ma la fase in cui stiamo entrando è la più pericolosa, perché l’innovazione che demolisce l’esistente senza realizzare se stessa rischia di produrre deformazione, e nient’altro. In più non sappiamo come reagirà il titanismo al fallimento, o almeno all’incompiuta, comunque alla mediocrità anonima dei risultati.

Quello che appare certo è che intanto si sono indeboliti i meccanismi democratici di salvaguardia, le istituzioni terze, gli organismi arbitri, che dovrebbero intervenire proprio nei momenti decisivi di reset del sistema. Rischiamo di assistere, come ultimo atto, a un corpo a corpo tra la forza declinante e la democrazia risorgente: con lo spirito del caos che difficilmente accetterà di rientrare da solo nella bottiglia da cui è fuoruscito stravolgendo il mondo.

giovedì 14 maggio 2026

La trappola di Tucidide


Parlando con la sua controparte americana, Xi Jinping ha anche menzionato "uno dei suoi concettiteorici  preferiti ", la "trappola di Tucidide", come riportato dal Wall Street Journal. Secondo lo storico greco del V secolo a.C. "l'ascesa di Atene ispirò a Sparta un tale timore che la guerra  tra le due città divenne inevitabile", ricorda il quotidiano americano. In altre parole, una potenza dominante rischia di entrare in guerra con una potenza emergente di cui teme l'ascesa. Questo è un rischio che Xi Jinping intende evitare.  

Cina-Usa, Xi evoca a Trump la "Trappola di Tucidide": di che cosa si tratta?

Al summit il leader cinese richiama la teoria di Graham Allison: la sfida tra potenza emergente e potenza dominante può trascinare il mondo verso il conflitto: "Evitiamo lo scontro"

TGcom24, 14 maggio 2026

Xi Jinping torna a parlare il linguaggio della storia per descrivere il presente. Durante il vertice con Donald Trump nella capitale cinese, il leader cinese ha evocato la cosiddetta "Trappola di Tucidide", una delle formule più citate negli ultimi anni nel dibattito strategico internazionale, per lanciare un messaggio chiaro agli Stati Uniti: la rivalità tra Washington e Pechino non deve trasformarsi in uno scontro aperto. Il presidente cinese ha invitato gli Usa a considerare la Cina "un partner e non un rivale", in una fase in cui i rapporti tra le due superpotenze sono attraversati da tensioni sempre più profonde: commercio, semiconduttori, intelligenza artificiale, Taiwan e sicurezza globale sono ormai i fronti permanenti della competizione.

Che cos'è la "Trappola di Tucidide"?

 L'espressione è stata resa popolare dal politologo americano Graham Allison, docente di Harvard, autore del saggio Destined for War: Can America and China Escape Thucydides's Trap?. La teoria si ispira alla Guerra del Peloponneso raccontata dallo storico greco Tucidide: il conflitto tra Sparta e Atene sarebbe nato dalla crescita della potenza ateniese e dalla paura che questa ascesa provocò nella Sparta dominante.

Applicata al XXI secolo, la formula descrive il rischio di una collisione tra la Cina, potenza emergente, e una potenza consolidata, gli Stati Uniti. Non perché una guerra sia inevitabile, ma perché diffidenza reciproca, errori di calcolo, pressione politica interna e competizione strategica possono rendere il confronto sempre più difficile da controllare. Xi ha ripreso proprio questo concetto davanti a Trump, trasformando una teoria geopolitica in un messaggio diplomatico: evitare che la rivalità degeneri.

Taiwan resta il nodo più pericoloso

Nel colloquio con il presidente americano, Xi Jinping ha indicato Taiwan come il punto più delicato delle relazioni bilaterali. Secondo il leader cinese, la gestione dell’isola determinerà il futuro dell’intero rapporto tra Cina e Stati Uniti. Pechino considera Taiwan una provincia ribelle destinata alla riunificazione, mentre Washington continua a sostenere militarmente e politicamente Taipei. È qui che la "Trappola di Tucidide" assume una dimensione concreta: una crisi militare nello Stretto potrebbe trascinare le due potenze in un confronto diretto. Xi ha avvertito che una cattiva gestione del dossier potrebbe spingere i due Paesi "verso lo scontro o persino il conflitto", con conseguenze destabilizzanti per l'intero equilibrio internazionale.

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Xi Jinping richiama la trappola di Tucidide nel vertice con Trump. Ecco cos’è
La trappola di Tucidide si riferisce al modo in cui, storicamente, le tensioni tra una potenza emergente e una al potere hanno spesso portato a una guerra
Il Sole 24ore, 14 maggio 2026

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha incontrato a Pechino il suo omologo cinese Xi Jinping, dando il via a un vertice di alto profilo che si prevede toccherà temi come commercio, dazi, Taiwan e Iran, e che si concluderà venerdì.

Secondo le immagini ufficiali trasmesse, Trump ha dichiarato a Xi nel suo discorso di apertura che le relazioni tra i due Paesi saranno «migliori che mai». Trump, che aveva già visitato la Cina nel 2017 durante il suo primo mandato, ha affermato che i due leader si conoscono personalmente da più tempo di qualsiasi altro presidente degli Stati Uniti o della Cina.

Xi, da parte sua, ha sottolineato l’attenzione globale sull’incontro e ha affermato che una questione fondamentale per i due Paesi è evitare la “trappola di Tucidide”, secondo una traduzione ufficiale in inglese delle sue dichiarazioni in cinese trasmesse dalla CCTV.

Xi, Trump, Carney e la pace preventiva

La trappola di Tucidide si riferisce al modo in cui, storicamente, le tensioni tra una potenza emergente e una al potere hanno spesso portato a una guerra. Graham Allison, il professore di Harvard che ha reso popolare il concetto, ha tuttavia dichiarato alla CNBC di aspettarsi che la tregua commerciale raggiunta da Trump e Xi durante il loro incontro in Corea del Sud lo scorso autunno diventi un accordo formale. In particolare la trappola di Tucidide si verifica quando una potenza emergente (la Cina di oggi) minaccia di soppiantare una potenza dominante come gli Stati Uniti. La potenza emergente sfida la posizione di una potenza dominante non necessariamente perché una delle due voglia la guerra, ma perché paura, rivalità, errori di calcolo e competizione per il prestigio possono rendere lo scontro sempre più difficile da evitare.

Allison ha parlato diffusamente del concetto nel libro «Destined for War: Can America and China Escape Thucydides’s Trap?», pubblicato nel 2017. Allison ha applicato al rapporto tra Washington e Pechino una lezione tratta dalla Guerra del Peloponneso, il conflitto che nel V secolo avanti Cristo oppose Atene e Sparta. Secondo l’analisi di Allison, la Cina rappresenta la potenza in ascesa, mentre gli Stati Uniti incarnano la potenza già dominante, chiamata a gestire la perdita relativa di primato senza trasformarla in confronto militare.

https://machiave.blogspot.com/2026/02/tucidide-lezioni-per-trump.html



venerdì 8 maggio 2026

Fallimento epico

Nathalie Tocci
Da Hormuz libero al regime change: è il fallimento epocale di Trump

La Stampa, 8 maggio 2026 

Doveva essere una “Furia Epica” quella che il presidente Usa avrebbe scagliato contro la Repubblica islamica dell’Iran. Dopo aver già «annientato» il programma nucleare iraniano nella guerra del giugno 2025, Washington lo avrebbe distrutto di nuovo. Ma non solo: avrebbe eliminato le capacità missilistiche iraniane, obbligato Teheran a rinunciare alle milizie filo-iraniane sparse per il Medio Oriente e, soprattutto, avrebbe rovesciato il regime. Indebolito dall’ultima ondata di proteste a gennaio, a quest’ultimo sarebbe bastata un’ultima spallata da parte di Israele e Stati Uniti, e il gioco era fatto.

Invece è stato un “Fallimento Epico”. Non c’è ancora completa chiarezza sul piano in 14 punti presentato da Washington ai mediatori pakistani: circolano diverse versioni e la confusione potrebbe far deragliare ancora una volta la trattativa. A far saltare il negoziato potrebbero essere le dichiarazioni roboanti e spesso campate in aria di Trump, una sua ennesima virata a favore di una nuova guerra, oppure l’intransigenza di un regime iraniano indurito e radicalizzato. Ma qualora dovesse essere raggiunto un accordo che ricalchi a grandi linee la proposta statunitense in circolazione in queste ore, è difficile non vedere la debacle strategica degli Stati Uniti.

Fallimento perché l’unico vero accordo immediato riguarderebbe la riapertura dello Stretto di Hormuz. Ed è bene ricordare che questo era l’unico problema a non esistere prima della guerra, quando lo Stretto era serenamente aperto. Con questo conflitto l’Iran ha dimostrato di poter controllare Hormuz, ed è ora impossibile riavvolgere il nastro. Se Teheran lo ha chiuso una volta, può farlo di nuovo: la leva strategica regalata dagli Stati Uniti e da Israele all’Iran non può essere facilmente eliminata. Lo Stretto può certamente riaprire ma solo attraverso un compromesso con il regime – che prevede probabilmente la fine del blocco navale Usa, lo scongelamento di asset iraniani detenuti all’estero e la sospensione di alcune sanzioni. Rimane inoltre da capire se verrà formalizzato un qualche sistema di pedaggio a vantaggio di Teheran.

Poi c’è il file nucleare. Laddove l’accordo prevedesse la sospensione totale dell’arricchimento dell’uranio per un certo numero di anni – gli iraniani premono per 5, Washington per 20 – questo sarebbe un miglioramento rispetto all’accordo del 2015, che consentiva all’Iran la capacità limitata di arricchire l’uranio al 3,67% per un periodo di 15 anni. Così come quel testo prevedeva una durata limitata, anche questo avrebbe un arco temporale circoscritto, riconoscendo implicitamente all’Iran il diritto all’arricchimento. Cosa più importante, mentre il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) firmato da Obama conteneva un meccanismo iper-dettagliato e intrusivo di verifica internazionale, la bozza attuale lascia tutto questo ancora da studiare e concordare. Così come rimane da chiarire la sorte dei 440 chili di uranio arricchito oltre il 60%, soglia per la quale non c’è alcuna applicazione civile. In sintesi, le premesse di un eventuale accordo non sarebbero sostanzialmente diverse – né migliori – rispetto a quelle del Jcpoa, vituperato da Trump e poi violato dalla sua prima amministrazione nel 2018, soprattutto alla luce dei costi finanziari, politici e di sicurezza che il ritiro americano dal Jcpoa ha comportato negli anni seguenti – questa guerra, del resto, ne è a tutti gli effetti una conseguenza.

Di missili, nel frattempo, non si fa cenno. Eppure la guerra non ha distrutto tutte le capacità missilistiche iraniane, per non parlare dei droni: l’ultimo attacco a Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, ne è l’amara testimonianza. L’accordo non tratta nemmeno le milizie pro-iraniane nella regione. Hamas, nonostante una guerra genocida di Israele, rimane in controllo di quel che resta di Gaza; Hezbollah, pur indebolita, è in piedi e in grado di contrattaccare Israele dal Sud del Libano; gli Houthi in Yemen continuano a rappresentare un asso nella manica di Teheran, con la possibile chiusura dello Stretto di Bab al-Mandeb fra Golfo di Aden e Mar Rosso sempre pronta come potenziale leva di escalation.

Infine, il regime iraniano non solo rimane in piedi, ma è – come era prevedibile – una versione più militarizzata e incattivita di se stessa. Da metà marzo a oggi ben 28 cittadini sono stati giustiziati in applicazione di una nuova legge, ratificata alla fine dell’anno scorso, che inasprisce le pene per crimini di spionaggio allargando le maglie per la pena di morte. Più che una spallata alla Repubblica islamica, la guerra rischia di aver delegittimato i suoi oppositori – ora associati a un’aggressione straniera – dando paradossalmente sostegno insperato a un regime che, per la prima volta, aveva davvero iniziato a scricchiolare.

Tutto questo sullo sfondo di una guerra che, anziché rafforzare la posizione americana nella competizione con la Cina, ha ottenuto il contrario: Pechino diventa interlocutore sempre più privilegiato nel Golfo e in Iran, e cavalca la catastrofe nei mercati energetici per consolidare la sua leadership nelle tecnologie verdi. Un fallimento epico – o forse, dati i deliri messianici di Trump, diremmo di proporzioni bibliche.

lunedì 13 aprile 2026

I termini della catastrofe


Lucia Capuzzi
Dalla crisi del Golfo al dominio asiatico: "Il mondo di 5 settimane fa non c'è più"
Avvenire, 13 aprile 2026

«Il nuovo ordine mondiale sarà governato da un asse invisibile che da Pechino si estenderà fino a Città del Capo. L’Europa e l’America saranno le prime a rimetterci. L’Africa e il mondo musulmano forniranno le risorse necessarie alla nuova leadership economica globale». Era il 2001 quando Loretta Napoleoni scrisse queste parole al termine del celebre saggio Economia canaglia. Il lato oscuro del nuovo ordine mondiale, appena ripubblicato in Italia da Solferino. Venticinque anni dopo, l’economista e analista, tra le massime esperte internazionali di finanziamento delle organizzazioni terroristiche, conferma la propria previsione. «Anzi, la vedo prendere forma concreta», spiega, durante una pausa del Link Media Festival, che si conclude oggi a Trieste. E aggiunge: «Assistiamo ad una vera e propria una catastrofe, nel significato che questo termine aveva per gli antichi greci: colpo di scena finale della tragedia».

In quali termini si configura questo colpo di scena?
Il mondo com’era fino a cinque settimane fa non esiste più. Tra un anno lo scenario sarà differente, tra dieci la trasformazione sarà radicale. Per prima cosa, è cambiato il Medio Oriente. Un accordo fra Usa e Iran, anche se, per assurdo, fosse raggiunto oggi, non potrebbe scongiurare la crisi delle petro-monarchie. La perdita in termini di immagine è enorme. Dubai, Abu Dhabi, la stessa Arabia Saudita, erano riusciti a emanciparsi dall’instabilità regionale e accreditarsi come mete turistiche, paradisi fiscali e hub dell’innovazione. I missili degli ayatollah li hanno riportati indietro di decenni. Decine delle infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo sono state, inoltre, gravemente dagli attacchi missilistici di Teheran. A essere colpiti, in modo particolare, sono stati gli impianti di liquefazione del gas naturale, il cosiddetto Gnl: da Ras Laffan in Qatar a Habshan, Shah e Das Island negli Emirati. Secondo quanto dichiarato da Saad al-Qaabi, ministro per gli Affari energetici di Doha, già a metà marzo, i raid avevano messo fuori uso il 17 per cento della capacità produttiva, l’equivalente di 12,8 milioni di tonnellate l’anno di Gnl. E per ripristinarla ce ne vorranno dai tre ai cinque. L’offerta di gas naturale liquido, dunque, si ridurrà: un problema non da poco per l’Europa che lo importa soprattutto dalla regione. Il rivolgimento mediorientale, dunque, si estende al mondo.
Con quale impatto?
Il baricentro globale si sposta verso est. A guadagnare dalla crisi sono la Russia e, soprattutto, la Cina. È quest’ultima la vera regista del negoziato di Islamabad. Non a caso, il 31 marzo scorso, dopo gli incontri con Turchia, Egitto e Arabia Saudita in cui ha cominciato ad essere abbozzato il piano, il ministro degli Esteri pachistano è andato a Pechino.
Perché l’Iran è tanto cruciale per gli interessi cinesi?
C’è il nodo dell’approvvigionamento energetico ma non è determinante: il Paese punta all’uscita degli idrocarburi entro il 2060. Vitale è, invece, la questione geopolitica. L’Iran è il ponte verso il Medio Oriente e, soprattutto, l’Africa. La direttrice che collega Pechino al Continente e, via Turchia, al Mediterraneo, passa per Teheran. Senza la Cina verrebbe declassata al grado di potenza regionale, non più globale.
E gli Stati Uniti?
L’effetto si profila dirompente, in senso negativo. Nonostante gli Usa siano un Paese esportatore di petrolio, l’inflazione si farà sentire. Il piano di ri-industrializzazione di Donald Trump – tra le promesse-cardine della campagna – è la grande vittima della crisi mediorientale. Come si può rilanciare il tessuto manifatturiero con il petrolio oltre i cento dollari al barile? Questo ha determinato uno scollamento profondo con la base MAGA. La sconfitta al Midterm, a questo punto, è scontata. Il tutto per un conflitto inutile.
Perché allora Trump l’ha fatto?
L’Iran è una vecchia ossessione dal tycoon, come risulta da un’intervista di inizio anni Ottanta. La versione più plausibile è quella del New York Times: è stato convinto da Benjamin Netanyahu.
Il capo della Casa Bianca potrebbe smarcarsi ora da Israele?
È improbabile. Il fattore tempo, però, è importante. Trump deve trovare il modo di uscire dal pantano entro fine aprile quando scadono i termini per sottoporre al Congresso il via libera alla guerra. Poiché sa di non poterlo avere, deve terminarla prima.

martedì 7 aprile 2026

Alta acrobazia cinese

Luca Miele
Prove di dialogo: l'incontro (storico) tra la leader dell'opposizione di Taiwan e Xi

Avvenire, 7 aprile 2026

Per gli analisti dovrà muoversi su una corda tesa. Sul vuoto. La leader dell'opposizione taiwanese Cheng Li-wun sarà, da domani, in Cina per un “potenziale” incontro con il presidente Xi Jinping. Cheng guiderà una delegazione del Kuomintang (Kmt) a Jiangsu, Shanghai e Pechino dal 7 al 12 aprile, ha riferito l’agenzia cinese Xinhua. Non accadeva da dieci anni che un presidente del principale partito di opposizione di Taiwan, si recasse nella “tana del lupo”. Si tratta di una visita dalle valenze soltanto simboliche? O, al contrario, la “missione” può aprire scenari di cambiamento nella politica taiwanese? Una cosa è certa: la tempistica – il viaggio anticipa il faccia a faccia slittato a maggio tra il presidente Usa Donald Trump, impelagato nella guerra in Iran, e il “collega” cinese Xi Jinping – suggerisce che siamo davanti a “una mossa politicamente carica di significato” non priva però di rischi per la stessa Cheng.

La leader del Kuomintang sbarca a Pechino con un messaggio, più volte ribadito. Vuole dimostrare ai taiwanesi che "una guerra nello Stretto di Taiwan non è né inevitabile né necessaria". "La pace è l'unico fondamento per la prosperità e la speranza per il futuro di Taiwan", è il mantra ripetuto dal Kuomintang. Cheng, diventata leader pochi mesi fa, si è fatta promotrice della costruzione di un "ponte di pace" e punta a ritessere il dialogo tra le due sponde dello Stretto sul cosiddetto “Consenso del 1992”, un quadro che riconosce "una sola Cina" e che il Partito Progressista Democratico, al potere a Taipei dal 2016, ha a lungo respinto. Una linea che la avvicina alle posizioni di Pechino: se dovesse vincere le elezioni nel 2028, è verosimile un cambio di rotta della politica taiwanese più favorevole al Dragone.

Come scrive Asia Times, con il dialogo ufficiale tra Taipei e Pechino sostanzialmente congelato, il Kuomintang vuole accreditarsi come intermediario informale, rilanciando il binomio "pace e riconciliazione". Ma, così facendo e recandosi nella Cina continentale, Cheng Li-wun “potrebbe condurre il suo partito dritto in un campo minato politico”. Di fatto avvalorando un’altra narrazione: quella del partito di opposizione come uno strumento docile nelle mani di Xi. Per l'economista e commentatore politico taiwanese Wu Jia-lung “la visita serve a dimostrare che Xi ha un modo per penetrare nella politica interna di Taiwan e, attraverso il Kuomintang, bloccare il bilancio speciale per la difesa".

Un ostruzionismo che sta mettendo in difficoltà i piani di Taipei. Il Parlamento dell’isola, dominato dall'opposizione, ha bloccato l'approvazione del bilancio, congelando anche una proposta separata per 40 miliardi di dollari di spese militari aggiuntive. L'amministrazione del presidente Lai Ching-te, lo scorso agosto, ha annunciato che la spesa per la difesa aumenterà del 22,9% raggiungendo i 949,5 miliardi di dollari taiwanesi nel 2026. Con il 3,32% del prodotto interno lordo, la cifra supererà la soglia del 3% per la prima volta dal 2009.

Gli Stati Uniti hanno approvato la vendita di armi a Taiwan per un valore di 11 miliardi di dollari a dicembre. Altri accordi sono in fase di negoziazione. Ma a Taiwan seguono gli sviluppi della guerra in Iran con grande preoccupazione, con un occhio alle conseguenze per la deterrenza che Washington ha a lungo mantenuto nell'Indo-Pacifico. Come scrive il sito di analisi The Conversation, “l'attuale crisi nello Stretto di Hormuz è stata seguita con attenzione a Taiwan come esempio di come la perturbazione di un punto strategico cruciale possa avere un impatto rapido sul mondo. Ciò solleva interrogativi sulla possibilità che dinamiche simili possano emergere nello Stretto di Taiwan e sulla preparazione degli attori esterni – inclusi gli Stati Uniti – a reagire. Gli Stati Uniti non sono stati in grado di impedire che la guerra con l'Iran si estendesse agli Stati del Golfo Persico. Questo solleva dubbi sulla possibilità di contenere una guerra per Taiwan o sulle sue possibili ripercussioni a livello regionale”.

domenica 7 dicembre 2025

Il futuro di Putin

Marco Imarisio
Il futuro di Putin

Corriere della Sera, 2 dicembre 2025

La vita di ieri è finita. E non tornerà più. Questo il titolo con il quale Nezavisimaya Gazeta, il più liberale dei quotidiani moscoviti, sempre sul filo tra libertà condizionata di pensiero e prigionia in senso non solo figurato, presenta l’ennesima settimana decisiva dei negoziati sulla possibile fine della guerra in Ucraina. Sono passati quasi quattro anni ormai, da quando tutto cominciò. Molti cambiamenti nelle vite di tutti, molta stanchezza, molta polarizzazione nelle società di tutto il mondo. Ma quello che fatichiamo a comprendere, e ad accettare, è come l’essenza stessa della Russia sia cambiata in modo radicale e irreversibile nel corso di questo tempo. «La normalizzazione è possibile, ma su altre basi» si legge nell’articolo che abbiamo citato, senza firma, quindi attribuibile al direttore Konstantin Remchukov, per altro uomo di solida cultura occidentale. «Può Vladimir Putin accettare oggi il “rules based order” occidentale nei confronti del suo Paese? La risposta è ovvia: no. La Russia non vuole tornare a tale “ordine” come una sorta di premio per la pace, come fosse una carota o un torrone. Questo ordine non rappresenta più un valore per la Russia. È un valore per l’UE, ma non per noi».

Chi è convinto, e in Italia ce ne sono molti, che una volta siglata una pace, giusta o sbagliata non importa, tutto tornerà come prima, si sbaglia. Oppure mente a sé stesso. Se non altro, in Russia fanno professione di realismo. Anche se le giovani generazioni, il ceto medio e quello abbiente continuano a guardare con nostalgia e rimpianto all’Europa, nessuno immagina un riavvicinamento al vecchio continente, neppure nella più rosea delle ipotesi. Quella era la vita di ieri, che piaceva a tutti o quasi. Ma nella storia di questo immenso Paese, a comandare, è sempre stato un solo uomo.

Putin si è spinto troppo oltre. La sua strategia, ridisegnata dopo il breve periodo della conquista di Kiev in tre giorni e la vana speranza dell’accettazione di tutti del fatto compiuto, si basa su linee guida che non tengono conto del nostro pensiero e delle nostre esigenze. Per il Cremlino, il rapporto con «l’Occidente collettivo» è ormai solo una questione di soldi, di affari da stringere con il miglior offerente, venite ad aiutare la nostra economia di guerra sempre più traballante, denaro e tecnologie in cambio delle nostre infinite materie prime. Nient’altro. La richiesta di essere riammesso in un eventuale G8 è fumo negli occhi. Putin vuole rendersi indipendente da Europa e Usa, o non ricattabile, per seguire gli alisei della sua visione storica. Cerca un rafforzamento del suo peso globale a colpi di contratti firmati dalle multinazionali del petrolio e del gas. Ma le fondamenta di un sistema alternativo di potere sono già state gettate. La Russia intende parteciparvi, anche se consapevole del fatto di essere un socio di minoranza. Anche qui, nel nuovo Ordine mondiale.

Proprio alla vigilia della visita a Mosca dell’ormai celebre Steve Witkoff, dopo una lunga melina Putin si è rassegnato a mantenere la promessa fatta tre mesi fa a Xi Jinping, firmando un decreto che abolisce i visti per i cinesi che vogliono entrare in Russia. Sembra un gesto di cortesia, così viene presentato dalla propaganda. In realtà, il Cremlino si piega a una richiesta ineludibile dell’alleato più forte, rinunciando al proprio sovranismo e aprendo le porte a una massa immensa di lavoratori che colonizzeranno la Russia orientale.

Ma è un amaro calice che Putin è disposto a bere, nel nome della sua nuova strategia globale, che considera l’Occidente collettivo come un nemico, al massimo come un bene ampiamente fungibile cui si può rinunciare senza alcun rimpianto. Il confronto con la sua indisponibilità a qualunque vera concessione sulla questione ucraina vale più di ogni altra parola. Anche il rapporto con gli Usa dev’essere valutato alla luce di un dado che per la Russia è già stato tratto. Nessuno parla di amicizia o di intesa duratura. Le indicazioni informali dell’amministrazione presidenziale ai media rivelano ben altro. La deferenza con la quale viene trattato Donald Trump è dettata dal semplice interesse. Uno Zio Sam lunatico e ricco, da lodare e sfruttare, finché c’è.

In tutto questo, l’orgogliosa e ostinata resistenza di Volodymyr Zelensky e del suo popolo, costituisce al tempo stesso un fastidio e una questione di principio. Il Nuovo Ordine Mondiale non potrebbe mai accettare di avere tra le sue guide una superpotenza incapace di aggiudicarsi un conflitto locale nella lontana Europa. Al di là delle poche frasi lasciate cadere per tenersi le mani libere in caso di accettazione totale delle proprie condizioni, non c’è un solo indizio della reale volontà russa di arrivare a una pausa delle ostilità. L’economia che fa sempre più fatica non avrà alcun effetto deterrente, al massimo comporterà una ulteriore torsione autoritaria della quale si stanno intravedendo già i segni, per sopire il malcontento della società russa. Questa non è la Cecenia, ereditata da Boris Eltsin. Non è la punizione lampo inferta alla Georgia, non è la lontana Siria. In un Paese che ne è forgiato, non tutte le guerre sono uguali. Questa è la guerra esistenziale di Putin, è il conflitto per il quale lui verrà ricordato nei libri di Storia, sua massima aspirazione. Non una figura di passaggio, l’ultimo homo sovieticus, ma un condottiero. E un vincitore, che per essere tale ha bisogno non di apporre la propria firma su un trattato, ma di territori altrui da rivendicare.

martedì 4 novembre 2025

L' omino di piazza Tienanmen

Mattia Feltri
I conviventi

La Stampa, 4 novembre 2025

Da grande appassionato di Massimo D’Alema, mi sono divorato la bella e lunga intervista concessa a Aldo Cazzullo. Su ogni risposta, non avessimo tutti più prosaiche incombenze quotidiane, si potrebbero aprire interi capitoli di psicologia e politologia dalemiana.

Io mi ritaglio però questo spazio e questo tempo per sottoporvi un solo brevissimo passaggio, nel quale l’intervistato esorta l’Occidente a infittire i rapporti con la Cina, senza puzza sotto al naso. “I nostri principi - ha detto - non sono un assoluto, devono convivere con i principi degli altri” (in Cina, aggiungerà subito dopo, ha seguito un molto interessante convegno di studi confuciani). Può darsi sia vero che gli occidentali considerino spesso migliori i loro principi ma il problema è, nel caso cinese, con quali principi dovremmo precisamente convivere.

Perché per esempio mi ricordo di quando, nel 1989, gli studenti provarono a suggerire qualche principio alternativo in piazza Tienanmen, e finirono sotto i cingoli dei carri armati. Guarda caso proprio in questi giorni sto finendo un libro di Mo Yan, cinese, premio Nobel per la letteratura. Si chiama Grande seno, fianchi larghi e racconta un’epopea familiare dagli anni Trenta ai primi Duemila.

Ecco, non è una scoperta, ma lui lo racconta bene che lì, nei decenni, la convivenza dei principi non ha funzionato granché: finiva sempre più o meno proprio come in piazza Tienanmen (che Mo Yan, seppur dissidente, non cita, forse perché coi principi è meglio andarci piano anche per lui). Ma è comunque sempre un incanto riscoprire con quali principi convivano quelli di D’Alema.

martedì 9 settembre 2025

Shanghai, centro pianistico mondiale

Mario Leone
Il Dragone, in fatto di musica, non è mai stato così vicino all'Occidente

Il Foglio. 9 settembre 2025

Con la vittoria del ventenne Yifan Wu alla 65esima edizione del Concorso Pianistico Internazionale Ferruccio Busoni di Bolzano, Shanghai diventa il centro pianistico mondiale, almeno per qualche ora. Sugli altri due gradini del podio, Sandro Nebieridze e Christos Fountos. Nel sestetto finale compare anche l’italiano Elia Cecino (segnatevelo: ne sentirete parlare).Il “Busoni” appartiene a quella ristretta cerchia di concorsi in cui il livello dei concorrenti è altissimo. I giudizi si misurano sulle sfumature e non è sempre facile decretare un vincitore, scelto tra ragazzi dotati della maturità tecnica e musicale di un cinquantenne.
L’esito del concorso ripropone il tema della scuola pianistica cinese. Nulla di nuovo all’orizzonte, sembrerebbe: da decenni, ormai, l’oriente ci sorprende con funamboli dalla tecnica sbalorditiva che, introdotti in patria allo strumento, poi forgiano il loro stile nei grandi centri europei o americani. Ma questa volta, qualcosa è cambiato. Wu – come riporta il sito della manifestazione – è nato a Shanghai dove si è formato e dove ancora oggi risiede. Non solo: prima del Busoni, è risultato vincitore del Singapore International Piano Competition e si è classificato quinto allo Shenzhen International Piano Concerto Competition. Un artista uscito “bello e fatto” dalla scuola cinese che non è solo la folla degli emuli di Lang Lang, ma molto di più.
Le prove del Busoni (tutte pubblicate sul sito del concorso) hanno rivelato un pianista solido con un pensiero netto. “Sono un pensatore – dice dopo la proclamazione – ho delle idee che ritengo anche importanti. Ma serve tempo e maturità per portarle sul palco. […]. Per attrarre qualcuno, bisogna avere qualcosa da comunicare”.
In quest’ultima dichiarazione c’è la sintesi di quello che il pianista si è rivelato durante il concorso: un giovane che, pur distante da una certa cultura, da un “respiro occidentale”, è capace non solo di proporli in maniera coerente e corretta ma anche di rileggerli originalmente. Dunque, quella dichiarazione non conteneva solo buoni propositi: parlare è un conto, salire su un palco e mostrare tutto ciò che si è detto di fronte a una giuria, in un luogo dove ti giochi la carriera, è un’altra cosa. Vuol dire avere senso critico, libertà di osare e mettere il virtuosismo a servizio di un pensiero che può essere anche criticato, ma non si può certo definire assente. Non manca qualche aspetto rivedibile in ciò che Wo ha mostrato a Bolzano: l’ampio uso del rubato nella “Kreisleriana” di Schumann ha evidenziato a tratti una frammentarietà che riguarda più le voci interne che l’agogica. Il suo Beethoven, un po’ troppo sgranato e con qualche inseguimento tra solista e orchestra, è senz’altro migliorabile. Ma la conduzione di un percorso timbrico in Schumann e la ricerca di un pianismo diverso nel quintetto di Šostakóvic indicano un musicista che non avrà bisogno di suonare con una mela o di indossare abiti scollati per attirare l’attenzione: userà il pensiero, quello carico di studi, domande, dubbi e tentativi. In musica, il Dragone non è mai stato così vicino all’occidente.