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domenica 11 marzo 2018

Sulle orme di Dostojevskij



Anna Momigliano, La letteratura naturale di Elif Batuman, Studio, 11 marzo 2018 

Negli ultimi mesi mi sono accorta di avere sviluppato una discreta ossessione per alcune scrittrici che rispondono allo stesso identikit: quarantenne nordamericana che scrive sul New Yorker e che dà il meglio di sé nella nonfiction, e più precisamente in quel genere giornalistico-letterario che i più chiamano “personal essay” e che il New Yorker ha ribattezzato, con non poco snobismo, “personal history”. Ariel Levy, Kathryn Schulz ed Elif Batuman. Le tre autrici sono accomunate anche da un approccio che combina, con grazia e lucidità, il rigore analitico alla compassione, permettendo loro di muoversi con invidiabile naturalezza tra il generale e il particolare.
Elif Batuman, la più giovane, è nata a New York nel 1977 da una famiglia turca colta e benestante, musulmani laici e kemalisti: la madre aveva studiato al liceo americano di Ankara; il padre, di origini più modeste, è cresciuto nell’Anatolia meridionale. Elif, il cui nome, racconta, deriva dalla pronuncia turca della prima lettera dell’alfabeto arabo, la alif, cresce nel New Jersey, studia linguistica e letteratura russa a Harvard e Stanford. Il suo primo libro parla di un’impacciata ragazza turco-americana e della sua fascinazione per la letteratura russa. Il suo secondo libro parla, beh, di un’impacciata ragazza turco-americana e della sua fascinazione per la letteratura russa.
I Posseduti, pubblicato nel 2010 da Farrar, Straus and Giroux e portato in Italia da Einaudi nella traduzione di Eva Kampmann nel 2012, è stato descritto come una collezione di saggi e come un testo a metà strada tra il memoir e una lettera d’amore. Il titolo è un omaggio a Dostoevskij (The Possessed è uno dei nomi inglesi dei Demoni). È un memoir, perché il filo conduttore è il dottorato in letteratura russa che Batuman ha conseguito pur senza aspirare alla carriera accademica. L’alternativa sarebbe stata accettare una residency letteraria in una ex segheria del New England, così la ragazza sceglie il PhD, con la stessa forza della disperazione con cui Bridget Jones sceglieva la vodka e Chaka Khan. L’autrice paragona la sua esperienza a quella di Hans Castorp nella Montagna incantata di Thomas Mann e, miracolosamente, riesce a farlo senza sembrare pomposa: come lui ha passato sette anni in un sanatorio senza avere la tubercolosi, così io ho passato «sette anni in un sobborgo californiano a studiare la forma del romanzo russo» prima per caso, poi per amore. È una collezione di saggi perché si compone di sette testi separati, alcuni dei quali già pubblicati su Harper’sn+1 e New Yorker.

Il secondo libro è un romanzo, però gli elementi autobiografici sono tali da renderlo quasi un prequel del primo. The Idiot, e anche qui c’è l’omaggio a Dostoevskij, pubblicato da Penguin a marzo e non ancora tradotto in italiano, racconta di una studentessa di Harvard, ossessionata dal linguaggio, dai particolari, dalla letteratura russa e, non ultimo, dalla ricerca di un senso. Il tipo di ragazza che ci resta male perché il dizionario che le ha regalato la banca non include il lemma “ratatouille” e che ragiona ad alta voce: «Che cos’è “Cenerentola”, se non un’allegoria dell’infelicità fondamentale di quando vai a comperarti un paio di scarpe?». Come l’autrice stessa nei Posseduti, anche la protagonista di The Idiot spazia dalla realtà all’impressione della realtà, e dall’impressione della realtà a quello che essa evoca.
È la stessa dote che Batuman sfoggia nei suoi pezzi giornalistici. Nella storia di copertina del New Yorker dedicata alla sua esperienza in Turchia e al velo islamico, parte dalla vicenda dei suoi genitori, per raccontare l’ascesa di Erdogan e poi analizzare come sono trattate le donne, sollevando domande su quanto siamo disposti a sacrificare la nostra libertà per essere accettati, citando Houellebecq: riesce a farlo, cosa non da poco, senza l’ombra di un volo pindarico. Si potrebbe osservare, forse a ragione, che non c’è nulla di così speciale nel coniugare teoria ed esperienza, che è anzi un campo di scrittura fin troppo affollato (specie rispetto a quando Chris Kraus inaugurò con I Love Dick «un nuovo genere, qualcosa a metà strada tra critica culturale e fiction», come decretò il critico Sylvère Lotringer, suo ex). Batuman, è vero, non fa nulla di nuovo. Però lo fa tremendamente bene. Del suo secondo libro, la Los Angeles Review of Books ha scritto: «Ha impilato una bella collezione di non-eventi, eppure il risultato è incendiario». Raccogliere frammenti di memoria episodica e provare a trasformarli in memoria narrativa, soffermandosi più sul processo che sul risultato. È la stessa cosa che si legge nei Posseduti: «Gli eventi e i luoghi si succedono come le voci sulla lista della spesa. Possono esserci esperienze interessanti e commoventi, ma un fatto è certo: non prenderanno spontaneamente la forma di un libro meraviglioso».

sabato 29 luglio 2017

Anthony Scaramucci, il portavoce

lui

 Sai cosa farò? Eliminerò tutte le persone nel mio staff, ripartirò da zero. Io gli chiedo di non dire niente alla stampa e loro non riescono a farne a meno. Tu sei un cittadino americano, questa cosa è una catastrofe immane per l'America. Ti chiedo in quanto patriota americano di farmi capire chi è che fa trapelare queste notizie"
"È stato un collaboratore del presidente a dirtelo? Ok, allora sai che faccio? Li licenzio tutti, così non avrai protetto nessuno perché tutti dentro quell'edificio saranno licenziati entro due settimane. Ho chiesto a queste persone di non dire niente alla stampa almeno per un po', di darmi almeno un periodo tranquillo. Niente. Saranno tutti licenziati da me. Ho licenziato un tizio l'altro giorno. Ce ne sono tre o quattro che licenzierò domani. Arriverò alla persona che ha parlato con te. Reince Priebus – fai trapelare questo, se vuoi – si dimetterà molto presto".
«Reince è un cazzo di paranoico schizofrenico. “Oh, c’è anche Bill Shine”, avrà pensato. “Fammelo raccontare ai giornali così vediamo se posso fermarli e rompergli il cazzo così come ho fermato e ho rotto il cazzo a Scaramucci per sei mesi”»
«Stanno cercando di resistermi, ma non funzionerà. Non ho fatto niente di male, quindi dovranno andare a farsi fottere. Io non sono come Steve Bannon. A me non interessa farmi i pompini da solo, costruirmi un mio brand personale usando la cazzo di forza del presidente. Io sono qui per servire il paese. Priebus non ha capito che io rispondo direttamente al presidente. E ho detto al presidente: ecco quali sono le quattro o cinque cose che Priebus mi farà. Quello che voglio fare è ammazzare tutte le persone che parlano con la stampa, così da mettere l’agenda del presidente sui giusti binari. Oh, io sono appena arrivato. Farò pulizia molto presto. Perché li ho incastrati. Grazie all’FBI e al Dipartimento di Giustizia ho le impronte digitali di questi tizi su tutto quello che hanno fatto. Saranno indagati, condannati»

https://www.newyorker.com/news/ryan-lizza/anthony-scaramucci-called-me-to-unload-about-white-house-leakers-reince-priebus-and-steve-bannon

giovedì 23 febbraio 2017

Montale sul New Yorker (1935)



Irma Brandeis
Russell Maloney
Poet's brother
The New Yorker, March 16, 1935, p. 13



We have just received, from a very reliable source, an account of an incident that took place a few weeks ago in Italy, at a café in Florence. Eugenio Montale, the Italian poet, was being introduced to Leo Stein, the brother of Gertrude, at a cafe in Florence. Mr. Stein is quite deaf. Montale, a little embarrassed and at loss for something to say, shouted into the mouthpiece of the apparatus on Mr. Stein's breast. "So you are the brother of Gertrude Stein?" "Louder, louder," said Stein, "I can't hear you," "Are you Gertrude's brother?" "Yes," said Stein, "I am." "Do you like her?" "Oh, very much," the Italian screamed, "Well, I don't," said Leo, "I hate her."


Edward Hirsch, Montale's Songbook, The New Yorker, December 21, 1998
BOOKS review of the collected poems of Eugenio Montale translated by Jonathan Galassi.



... Nowhere has the idea of love as a metaphysical affair had more currency that in Italian lyric poetry, where the beloved is a spur and an inspiration, a siren song, a spiritual twin, an alter ego. She becomes an angelic myth, a "goddess who won't become flesh",  a sun-drenched celestial light, a cosmic force, that he has absorbed into himself, a power that counters the evil in history.
Montale's beloved muse was based on Irma Brandeis, an American Italianist, but she was also a literary construction, a potent device. By framing and revealing his story as an allegorical autobiography, a work of devotion, and a songbook, he was working against - working through - a major line of descent that runs from the songs of the troubadours, who invented the idea of courty love, through Dante's "La Vita Nuova" and Petrarch's "Canzoniere". He once wrote of tradition that is continued "not by those who want to do so, but by those who can". It was given to Montale to lower his voice to a whisper in order to raise the lyric to a high power. His work is a modernist rupture with the past, but it is also a joyous fulfillment of Italian poetry.

 

http://machiave.blogspot.it/2015/02/clizia.html

martedì 17 settembre 2013

Una copertina del New Yorker

La copertina dell’ultimo numero del New Yorker è stata di nuovo disegnata da Adrian Tomine, un disegnatore e fumettista tra i più stimati e famosi negli Stati Uniti, che il New Yorker ha coinvolto spesso. Tomine ha 39 anni, la sua famiglia è californiana di origini giapponesi, ma lui vive da diversi anni a Brooklyn e le sue storie e disegni hanno molto di New York. In Italia Rizzoli ha pubblicato Scene da un matrimonio imminente, Una lieve imperfezione e Coconino Sonnambulo e altre storie.

La copertina di destra è quella pubblicata per prima da Adrian Tomine. Risale al novembre 2004.


 A very talented and respected comic artist, Tomine’s work covers classic editorial with many an illustration gracing the cover of The New Yorker (as pictured), to his own series of excellent comics, Optic Nerve. His books are critically acclaimed and intelligent and they give his medium a whole new dimension. (Bryony Quinn, 24 settembre 2009)
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Sarebbe interessante avere dei commenti. A mio parere i temi che traspaiono e spiegano quindi il fascino esercitato dalle raffigurazioni sono la solitudine urbana, il desiderio di un altrove, l'attrazione verso una realtà virtuale per quanto scontata, l'anonimato, una sorta di calma frustrazione.

giovanni carpinelli