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sabato 9 maggio 2026

La vecchiaia

 

Roger-Pol Droit
«Lungi dall'essere un inevitabile ‘naufragio’, la vecchiaia, secondo Bertrand Quentin, è soprattutto una rivelatrice dei temperamenti individuali.»
Le Monde, 8 maggio 2026

Mai prima d'ora nella storia dell'umanità si è registrata una popolazione anziana così numerosa come oggi. E il loro numero aumenterà considerevolmente nei prossimi decenni. Questo cambiamento sta innescando una serie di conseguenze – economiche, politiche, mediche, sociali – la cui portata e complessità stiamo solo ora iniziando a comprendere appieno. Pertanto, che si scelga di parlare di "predecessori", "anziani" o  "senior" è irrilevante; il numero di "persone anziane" sembra crescere, mentre la definizione stessa di vecchiaia rimane vaga. Si tratta di un'ineluttabile realtà biologica? Di una rappresentazione sociale mutevole? Di un concetto filosoficamente descrivibile? Di una questione personale, vissuta in modo diverso da ogni individuo?

Queste questioni sono intrecciate; è necessario districarle, dissipare la confusione. Questo è ciò che Bertrand Quentin si propone di fare, metodicamente, in *Filosofia della vecchiaia*. Laureato all'HEC di Parigi, insegnante qualificato e dottore in filosofia, specializzato in etica medica e ospedaliera, questo docente presso l'Università Gustave Eiffel di Marne-la-Vallée (Seine-et-Marne) è autore di diverse opere, tra cui *I disabili: nuove riflessioni filosofiche sulla disabilità* (Erès, 2019). Con questo nuovo libro, esplora il concetto di vecchiaia da diverse prospettive, rivelando come sia molto meno semplice di quanto si possa spontaneamente credere.

un divario insormontabile

Certamente, i filosofi hanno tentato di definirla, da Platone a Beauvoir, passando per Aristotele, Cicerone e Montaigne, ma senza riuscire a sviluppare un concetto coerente. Ovunque, infatti, si riscontra un divario insormontabile tra chi enfatizza il declino come elemento essenziale e chi, al contrario, insiste sulla serenità infine raggiunta, o resa accessibile. I primi denigrano la vecchiaia per i malanni che proliferano, le incapacità che aumentano, la fine che si avvicina. I secondi vi celebrano la libertà conquistata, la saggezza acquisita, la distanza ottenuta dalle frenesie del mondo. La questione non è stabilire chi ha ragione e chi ha torto, osserva Bertrand Quentin, ma piuttosto comprendere quanto queste visioni opposte riflettano una realtà intrinsecamente diversificata e ambigua.

L'attenta analisi dei principali discorsi filosofici sulla vecchiaia non è l'unico pregio di questo saggio. L'autore pratica quello che definisce un "politeismo metodologico" e diversifica i suoi approcci. Attraverso l'economia: gli anziani, "bocche inutili ", sono ancora da considerare? Attraverso una critica delle rappresentazioni: la vecchiaia esiste oggettivamente o solo nell'immaginario collettivo? Attraverso l'esame di un tema tabù: la sessualità degli anziani. Attraverso un'analisi della grande paura dello spettro dell'Alzheimer, una realtà antica e un mito moderno.

Lungi dall'essere un inevitabile "naufragio ", la vecchiaia, secondo Bertrand Quentin, è soprattutto una rivelatrice dei temperamenti individuali. In definitiva, anziché essere radicalmente trasformata dall'età avanzata, ogni persona rivela le proprie debolezze e i propri punti di forza. Osserva come invecchi e scoprirai chi sei. Lungi dall'essere indeboliti, gli anziani diventano resilienti, perseverando nella propria esistenza. Queste interessanti riflessioni preannunciano numerose possibili discussioni, sia tra anziani che tra generazioni.

https://www.lemonde.fr/livres/article/2026/05/08/loin-d-etre-un-naufrage-inevitable-la-vieillesse-selon-bertrand-quentin-serait-avant-tout-le-revelateur-des-temperaments-individuels_6687086_3260.html


domenica 26 aprile 2026

Tre donne

 segreti, bugie e qualche atto mancato
Susie Boyt. Tre generazioni di donne stanno insieme in un breve romanzo che riesce a dare conto della complessità dei rapporti famigliari e non solo

Sara Sullam
Il Sole 24ore, 26 aprile 2026

Tre generazioni di donne – nonna, madre, nipote – abbandoni, segreti, tossicodipendenza. Potrebbero essere gli ingredienti di una corposa tragedia familiare. E invece no: in Ti voglio bene, mi manchi (traduzione di Ilaria Dagnini Brey), con grazia e delicatezza, senza sconti sulla durezza della vita, ma con una capacità narrativa che disinnesca ogni tentazione di semplice compatimento, Susie Boyt riesce a tenere insieme tutto (e tutte) in sole 192 pagine, e a ritrarre con lucidità la complessità dei rapporti familiari e non. Non è cosa da poco, ma Boyt, pur al suo esordio in Italia, è una scrittrice navigata, che ai temi dell’assenza, del lutto e della cura ha dedicato diversi libri. È autrice di diversi romanzi, nonché del memoir My Judy Garland Life (2009). Ha curato una nuova edizione di Il giro di vite e altri racconti di Henry James, scrittore che, afferma, le ha spiegato la vita. E, non da ultimo è la bisnipote di Freud, figlia del pittore Lucian Freud, sorella della scrittrice Esther Freud. Ma lasciamo da parte la biografia, e godiamoci il romanzo.

Siamo a Londra, tra gli anni 90 e i primi Duemila: Ruth, insegnante di letteratura inglese, vive con la nipote Lily, figlia di sua figlia Eleanor, da anni tossicodipendente e allontanatasi dalla madre da adolescente. Ruth ha mantenuto a fatica una relazione con Eleanor (che ha cresciuto da sola), e dopo la nascita di Lily ha deciso senza troppi indugi di prendere con sé la nipote, gesto a cui Eleanor non ha opposto particolare resistenza. Il romanzo, narrato in prima persona da Ruth, racconta della gioiosa fatica di crescere Lily, bambina e poi adolescente modello. Malgrado la difficilissima situazione di Eleanor, presenza tanto evanescente quanto minacciosa, nonna e nipote vivono rendendosi felici e contente.

C’è ampio spazio per la bellezza della vita, una vita di donne mai rinchiuse solo nello spazio domestico, ma che si muovono per Londra (altra protagonista del romanzo) con noi lettori al seguito, o che lasciano il segno nelle aule scolastiche a colpi di letteratura inglese. C’è spazio per le amicizie, come quella profonda tra Ruth e la collega Jean. La tragedia non è mai saliente, anche se la morte aleggia sempre: per dirla con una celebre frase di Virginia Woolf: «Volevo scrivere della morte, ma la vita ha fatto irruzione come sempre». C’è un talento – mi si conceda un ricorso esplicito ai caratteri nazionali – del tutto British nel rappresentare la vita in tutta la sua complessità, con understatement e humour. C’è qualcosa del cinema di Mike Leigh, di cui molti ricorderanno il magistrale Segreti e bugie (1996), anch’esso incentrato su un difficile rapporto madre-figlia.

Segreti e bugie, appunto. Ruth è una narratrice abile, ci tiene attaccati alle pagine e non ci lascia fino a quando esala l’ultimo respiro. A prima vista, Ti voglio bene, mi manchi potrebbe sembrare un romanzo sulla gioia che danno i bambini (quando sono come Lily), sulla fortuna di avere una seconda possibilità dopo quello che si percepisce come un fallimento, sulla generosità di Ruth, su una figura materna quasi santificata. Tutto questo c’è, è innegabile, ma Ti voglio bene, mi manchi non si risolve in un romanzo facilmente consolatorio. Senza che ce ne accorgiamo – talvolta senza che se ne accorga in tempo nemmeno Ruth – affiorano nel testo affondi nel passato, rivelazioni che ci mettono a parte di segreti ed episodi cruciali e non certo privi di tensione. Segreti che nulla tolgono alla forza di Ruth, al suo amore “mancato” per Eleanor: semplicemente, danno una profondità diversa al personaggio e al romanzo, e mostrano come una narrazione sola sia per forza piena di buchi, omissioni (volontarie o meno), atti mancati (famille oblige). «Io non so se sono una buona o cattiva persona», dice Ruth, «ma sapevo quello che volevo»: è lei stessa a stabilire un patto ben preciso con i lettori.

Nessun segreto viene rivelato a Lily, e probabilmente nemmeno a Eleanor. Ti voglio bene, mi manchi non ha rivelazioni finali e risolutive, non servono. Perché il punto non è la rivelazione, bensì la mossa improvvisa di Boyt verso la fine del romanzo, in cui è Lily a passare, senza soluzione di continuità e lasciando i lettori orfani della guida di Ruth, alla prima persona della narrazione e a offrire la propria storia: altrettanto parziale, altrettanto ricca, semplicemente diversa, in grado di cogliere doppi sensi e complessità. Lo si vede bene nell’episodio che dà il titolo al romanzo. Ruth e Lily sono nel giardino di una chiesa, e si fermano davanti a una vecchia tomba, la cui lapide reca l’iscrizione «Loved and missed» (e qui va detto che il titolo italiano, che traduce la frase con «ti voglio bene, mi manchi», perde il doppio senso e vira verso il sentimentale). Lily scoppia a ridere, e Ruth, stupita, le chiede perché: «perché sembra che le persone abbiano provato ad amarsi, ma un bersaglio si è mosso, oppure la mira non era buona, e l’amore insomma non si è realizzato, non è andato a buon segno?» È una domanda che resta aperta, e va bene così.

Con il romanzo di Boyt Bollati aggiunge un ulteriore titolo di qualità a un catalogo inglese di tutto rispetto, che negli anni ha saputo portare al pubblico italiano voci nuove, tra cui uno scrittore del Nord come Ben Myers (Giorni sempre più bui, Blu come te, All’orizzonte), o Eliza Clark (Penitenza e Maschi a pezzi), o riconoscerne di preziose, come Boyt.

Susie Boyt
Ti voglio bene, mi manchi
Bollati Boringhieri, pagg. 192, € 18

lunedì 21 luglio 2025

Prigionieri del passato

Donald Trump (79) e Benjamin Netanyahu (75)

Mauro Magatti, Il mondo nelle mani dei potenti (ultrasettantenni) prigionieri del passato, Avvenire, 20 luglio 2025

Oggi il potere globale è saldamente nelle mani di ultrasettantenni (maschi) cresciuti all’epoca della Guerra Fredda e del mondo diviso in blocchi: Donald Trump classe 1947, Narendra Modi 1950, Vladimir Putin, 1952, Xi Jinping 1953. E potremmo aggiungere il brasiliano Lula del 1945 e il turco Erdogan, il più “giovane” del gruppo, del 1954. Evaporata l’idea della globalizzazione e della crescita economica lineare – attorno a cui per un trentennio si erano conformate il pensiero e le pratiche delle élites planetarie – ora il pendolo oscilla pericolosamente verso la polarità opposta, con un allineamento all’idea di un mondo diviso e destinato fatalmente al conflitto economico se non alla guerra armata. Sembra così avverarsi la previsione di Zygmunt Bauman che, in una delle sue ultime opere, aveva parlato di “retrotopia”, della tendenza cioè a rifugiarsi in visioni idilliache del passato per sfuggire alle incertezze del presente.

Così, Xi sogna la “grande rinascita della nazione cinese” guardando alle glorie imperiali. Putin vuole “rimettere insieme” i pezzi dell’Unione Sovietica e della Russia zarista, rivendicando territori e identità con la forza. Trump, col suo “make America great again”, scuote il mondo intero con decisioni di cui l’unica razionalità è l’interesse nazionalistico. E Modi persegue una politica identitaria immaginando l’India come potenza regionale. Tutti progetti politici che pescano nel mito del passato, non nel futuro.

Che si tratti di scelte commerciali, politiche ambientali, migrazioni o conflitti armati, la retorica è sempre la stessa: noi contro loro. L’America di Trump contro la Cina, la Russia contro l’Occidente, la Cina contro il “contenimento” statunitense. Non c’è più spazio per la costruzione di beni comuni globali. La politica mondiale è oggi caratterizzata da una potente vena nostalgica. Non ci sono idee nuove, solo varianti dello stesso tema: recuperare, restaurare, ripristinare. Non c’è una visione di come potrebbe essere il mondo domani, solo il desiderio di ritornare a quello di ieri. Le grandi trasformazioni tecnologiche, i cambiamenti climatici, la mutazione delle forme di lavoro e di vita sembrano sfuggire all’agenda dei governi. È come se questi leader – e le élite che li sostengono – non riuscissero a immaginare un mondo che non sia già esistito.

Colpisce altresì, come a questi protagonisti del nostro tempo sfugga la consapevolezza della fine. Essere nell’ultima parte della loro vita non li spinge a moderare la volontà di potenza. A usare la saggezza accumulata nel corso di una vita intera. Al contrario, per non lasciare spazio a ciò che verrà dopo di loro, essi trascinano interi popoli – e generazioni più giovani – nel vortice dell’odio e della guerra. Il loro sguardo fisso al passato alimenta conflitti che nessuno vorrebbe più combattere: guerre territoriali nell’era della crisi climatica, muri nell’epoca della mobilità, armi nucleari nell’era delle emergenze sanitarie globali.

Il problema, allora, non è anagrafico. È generazionale. Fatica a realizzarsi quel ricambio che è necessario per aprire pagine nuove della storia. Invece di accogliere l’idea che ogni generazione ha diritto di reinventare il mondo a modo suo, i leader attuali vogliono imporre la loro idea di mondo fino all’ultimo respiro. Di conseguenza, il cambiamento è lento e doloroso. Con un conflitto intergenerazionale che cova sotto la cenere: molti giovani vedono il loro futuro sequestrato da chi guarda solo indietro.
Non basta la tecnologia a rendere il mondo moderno, se la politica resta prigioniera del passato. Servono idee nuove, all’altezza delle sfide del tempo. Che possono venire solo da chi non è cresciuto dentro le paure della Guerra Fredda o il sogno infranto della globalizzazione.

La retrotopia è una trappola che rischia di costare carissima. Perché la nostalgia è comprensibile, ma non è in grado di disegnare un programma politico in positivo. Per uscire dalle spire di un potere che non sa morire e permettere finalmente alla svolta generazionale di fare il suo corso, occorre prestare ascolto e dare spazio alle sensibilità che affiorano, al di là delle tante contraddizioni, nelle teste e nei cuori delle nuove generazioni. Come avverrà tra qualche giorno a Roma, col Giubileo dei giovani. Non per rottamare, ma per rigenerare. Non per dimenticare il passato, ma per dare vita a una nuova stagione di creatività. Di fronte alla complessità del mondo che abbiamo costruito, non serve camminare con la testa rivolta al passato. Serve camminare in avanti con gli occhi fissi verso l’orizzonte e i piedi ben piantati sulla terra.

lunedì 31 marzo 2025

Il mito della saggezza perduta

 


L'Italia diventa sempre più, se non lo è già, un paese di vecchi. Gente che non ha la forza, le risorse e gli elementi per immaginare il futuro. Che cosa fa allora questa gente? Torna ossessivamente al passato, a un passato che non passa. Si comporta come quel giocatore che in Dante dopo aver perso una partita ripensa alle diverse mosse e si chiede dove ha sbagliato: 
Quando si parte il gioco de la zara,
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara
Purgatorio, VI, 1-3
Quello che il giocatore cerca di ritrovare è il momento in cui è stato abbandonato dalla fortuna. La zara era un gioco d'azzardo. La storia, stando a Machiavelli, è solo per metà soggetta alla fortuna.
 La domanda che un eroe vero o presunto dovrebbe porsi riguardo a una vicenda umana passata non è "quando la fortuna mi ha abbandonato", dato che la fortuna non dipende da lui. La domanda più giusta sarebbe invece un'altra: dove, in quale momento, in quale fase della vicenda, ho sbagliato. 
Qui le cose si complicano, in quanto il vecchio che volge lo sguardo indietro mette volentieri tra parentesi il mutamento delle circostanze e torna con insistenza su ciò che a suo tempo aveva garantito il successo alla sua parte politica: l'importanza numerica crescente della classe operaia, che per di più aveva una compattezza derivante dal suo inquadramento assai esteso se non proprio prevalente nelle grandi fabbriche; l'esistenza di un ceto medio più o meno agiato che poteva guardare con fiducia al futuro; la divisione del mondo in due blocchi; l'organizzazione burocratica dei partiti; il ruolo rilevante svolto da figure sociali di riferimento, professionisti, intellettuali, conduttori televisivi. 
Tutto questo è venuto meno con il tempo. Non c'è quasi più la grande fabbrica. C'è una massa innumerevole di padroncini, lavoratori in proprio, autonomi. Il ceto medio è andato in pezzi, sono comparsi i nuovi poveri, aspiranti spesso a una sistemazione impiegatizia che non sempre giunge a compimento nella realtà. Ai partiti strutturati in modo stabile si sono sostituiti i più volatili partiti personali, e questo non è avvenuto per una scherzo del destino cinico e baro, sono cambiate le forme della convivenza, la televisione e poi i social hanno preso il posto della piazza. Una istruzione tanto mediocre quanto capillare nella sua distribuzione sul territorio ha condotto alla idea riassunta nello slogan dei Cinque stelle: uno vale uno. Che è poi, come ha di recente fatto osservare Giuliano Ferrara, il trionfo dell'uomo massa teorizzato da Ortega y Gasset: il signorino soddisfatto. 
I vecchi tuttavia non demordono. Se solo si guardasse di nuovo al lavoro come riferimento centrale! Eppure Aris Accornero aveva avvertito che ormai il lavoro è stato sostituito dai lavori. Inoltre per molti giovani la realizzazione personale conta ancora di più che l'ancoraggio al posto. Ma non importa. Quanto erano gloriosi i tempi in cui il lavoro dominava la scena della vita sociale! Perché quei tempi non ritornano? Alberto Asor Rosa che era stato un operaista scrisse nel 1977 un aureo libretto, Le due società. Puntava il dito sulla  divaricazione in atto tra garantiti e non garantiti. Aveva già scoperto gli sfigati che nel 2018 Luca Ricolfi avrebbe riproposto come categoria per spiegare il successo elettorale dei Cinque stelle. E la Dc, la gloriosa Dc, perché non ritorna? Farebbe tanto comodo ai vari Picierno, Ruffini, Boschi e altri sparsi frammenti del grande esercito svanito nel nulla. Ovvio: non ritorna perché non può tornare, non ci sono più le condizioni. Ma i vecchi non demordono, ed ecco le sedute spiritiche mascherate da convegni sull'esistenza del centro. Che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa. 
Vecchietti di ogni età, ceto e orientamento, prima vi convincete e meglio sarà per tutti: il vostro tempo non è destinato a risorgere d'improvviso per un fortunato sortilegio. Il miracolo non si produrrà. Inutile perder tempo a inscenare danze della pioggia. Cercate di guardare avanti, se vi riesce. E soprattutto guardatevi intorno, c'è tutto un mondo che gira, continua a girare e che aspetta solo di essere da voi scoperto e valorizzato come merita.  







lunedì 16 marzo 2015

Podemos non si costruisce a tavolino


Rosalba Carbutti
Landini modello Podemos

Articolo pubblicato il 24 febbraio 2015 su QN (Carlino, Nazione e Giorno)

Che cosa c’entra un sindacalista ultra cinquantenne in felpa rossa con «El Coleta», detto il codino, ricercatore universitario spagnolo di 36 anni con due lauree? Nulla. Ma, si sa, l’essenziale è invisibile agli occhi. E basta analizzare il mondo «Podemos» per trovare un’eco nell’operazione «coalizione sociale» di Maurizio Landini.
Il leader della Fiom, infatti, ha ribadito il suo impegno a creare «una coalizione sociale che superi i confini della rappresentanza sindacale».
Un altro dei protagonisti del progetto «a sinistra del Pd», l’ex Pds Stefano Rodotà, aveva tradotto la «discesa in campo» così: «Un’unione di associazioni, movimenti e pezzi di sindacato in grado di rispondere a istanze che vanno dal lavoro alla salute, dall’istruzione all’abitazione».
In pratica: un’alternativa al PdR, il partito di Renzi, capace di generare malcontento a sinistra. Dal Jobs Act in avanti.
Podemos, nato dal movimento degli indignados spagnoli, fiaccati dalla precarietà e dalla crisi economica, è il modello a cui la sinistra nostrana in cerca di rappresentanza s’ispira. Del resto, come scrive il giornalista Giacomo Russo Spena nel libro Podemos, la sinistra spagnola oltre la sinistra (Alegre), l’obiettivo è «trasformare l’indignazione in un cambiamento politico». Dalla piazza al governo.
Podemos nasce ufficialmente nel gennaio 2014 e in 128 giorni ha conquistato l’8% alle Europee, portando a Bruxelles cinque eurodeputati. La ricetta? Partito liquido, matrice di sinistra, collegamenti col mondo latino-americano. Dando uno sguardo superficiale vien da dire: sono i grillini di Spagna. Sbagliato. Gli slogan, certo, possono sembrare simili: «Destra e sinistra sono categorie novecentesche»; «Lotta alla casta e alla povertà»; «Basso contro alto»; «Primarie via web». Ma, se si va oltre, le differenze col M5S sono macroscopiche. Primo: Podemos è un partito. Secondo: non vuole uscire dall’euro. Terzo: dietro ci sono milioni di indignados, non il Vday. Quattro: è di sinistra e i suoi attivisti hanno un lungo passato di militanza. In pratica, niente a che vedere con l’armata Brancaleone dei grillini degli esordi. E maggiore vicinanza a Tsipras e al movimento Occupy Wall street del 2011. Agli esordi Podemos prese vita da un collettivo universitario a Madrid, simile a quella che fu l’Università di Sociologia di Trento negli anni Sessanta/Settanta. Il leader, Pablo Iglesias Turrìon, benché non si definisca di sinistra, viene da lì. Tant’è che la compagna, Tania Sánchez Melero, è un’ex deputata di Izquierda Unida, una specie di Sel spagnola che vale circa il 4,5%. Laurea in Giurisprudenza e Scienze Politiche, master in comunicazione e tesi di laurea sui ‘Disobbedienti’ di Luca Casarini. Sì, quel Casarini, che oggi ride: «Con Pablo ho vissuto momenti importanti dal 1999 al 2001. Lui era in Erasmus in Italia e venne con me a Genova, quando fu ucciso Carlo Giuliani. Dal movimentismo no global di quegli anni ha dato vita a Podemos. Chi l’avrebbe mai detto che tra i miei amici ci sarebbe stato il futuro premier di Spagna?». Podemos, da allora, è andato molto avanti. È legato al movimento dei cittadini di base, nella sede di Madrid (uno scantinato) aiuta i cittadini a pagare le tasse, ad iscriversi alle liste di disoccupazione, dà una mano agli immigrati. È quello che vuol fare Landini? Forse. «Ma – come spiega Russo Spena – la differenza è che in Italia manca la spinta dal basso di Puerta del Sol. Ed è per questo che Landini temporeggia...».
In effetti, Podemos ha un appeal diverso, prende l’80% dei consensi tra gli under 40 e gli attivisti hanno al massimo 35 anni.
«El Coleta», ex no global, scrive libri citando la serie tv il «Trono di spade» e usa slogan come «Es Ahora», è ora, come mantra. Il soggetto è sempre «El pueblo». Che, stando i sondaggi, lo premierebbe con il 27,7%.  Landini, ad oggi, se davvero scendesse in campo, è dato tra il 5 e l’8%. La differenza c’è. E si vede.

lunedì 16 dicembre 2013

Lucia Annunziata su Renzi

Renzi dà l'addio alla "meglio gioventù". La ribellione generazionale cambia la narrativa del paese
Huffington Post, 16 dicembre 2013

La frase più efficace, o almeno quella che a me è sembrata la migliore nel segnare il crinale di un passaggio, è stata: " Basta pensare che la meglio gioventù sia nata e morta con l'alluvione di Firenze". La questione generazionale è stata ancora una volta la chiave del successo con cui il neosegretario Matteo Renzi a Milano ha preso d'impeto il suo Partito e lo ha portato dalla sua parte.
Chiave generazionale che nulla ha a che fare con la stucchevole, e francamente banale, questione della rottamazione, della stima fra vecchi e giovani, e bolle teoriche del genere. Il ricambio generazionale è sempre una presa del potere a mano armata, non avviene mai in maniera indolore, e la mia generazione (che è quella oggi ampiamente rottamata) con i suoi vecchi all'epoca ha saputo fare di ben peggio di quel che oggi ha fatto Renzi. Infatti, come ci si poteva aspettare, questa parte banalizzante del ricambio di età, è arrivata all'appuntamento milanese già ampiamente sgonfia, avviata, con la elezione di Cuperlo, sulla strada di pragmatiche soluzioni.
La interpretazione generazionale più autentica riguarda invece la memoria, e l'eredità che compongono e giustificano l'investitura nel presente della classe dirigente di una società. Il dominio di una generazione ha infatti quasi tutto a che fare con la interpretazione del suo passato. In questo l'Italia è certo un paese di superconservatori, ancor prima che di anziani. Un paese in cui il vuoto di visione da anni viene coperto da una versione mitizzata, e dunque distorta, del tempo che fu.
Nella nostra immaginazione collettiva - e non solo quella di sinistra, va detto - il passato si è fissato in una sorta di età dell'oro rispetto a cui tutto il resto è una unica, lunga , strada di decandenza. Dalla Resistenza prima, dal glorioso Dopoguerra poi e, perfino, da un Sessantotto raccontato come non è mai stato, quello di una non casualmente autodefinitasi "meglio gioventù'" di cui si ricordano in metafora l'alluvione, ma non le rotture, gli errori e anche orrori che ha commesso.
Questa memoria ricostruita (la polemica qui, ripeto, è contro la finzione della memoria, non è la negazione dei meriti del passato) è in effetti diventata la maggiore forza di resistenza al cambiamento che conosciamo perché ha fondato l'idea che di teste come quelle che in passato hanno fatto politica (ma ugualmente si può dire per tutte le altre istituzioni, incluso il mondo imprenditoriale) non se ne sono prodotte più. Al punto che tocca ancora oggi a queste teste continuare (magari mentre si lamentano per il peso della responsabilità) a ragionare, a tenere insieme il paese, ad essere responsabili per tutti gli irresponsabili e gli "ignoramus" che popolano il nostro territorio.
Nel senso di questa missione degli anziani c'è tutto il disprezzo, e neppure tanto sottile, per giovani cui si attribuisce una minorità intellettuale permanente. Giovani corrotti, si dice, da una società consumista, dalla società del successo facile, e dalla mancanza di una "vera cultura". In queste due affermazioni ci sono due fantasmi che spuntano anche senza farne il nome: quello di Silvio Berlusconi, cui si intesta la corruzione degli attuali "mores", e quello di Internet, come viene chiamata con semplificazione, quella rivoluzione tecnologica che ha portato un cambiamento che i vecchi non capiscono e di cui si liberano dicendo che è la fine dell'umanesimo, della vita sociale, dei diritti, insomma, della cultura occidentale "alta".
Si capisce bene come questa visione del mondo sia (occasionalmente) all'origine delle Larghe Intese, e (strategicamente) la base di una visione crepuscolare, triste, avvolta in un permanente velo luttuoso, del declino della nostra società. Di una dell'Italia sull'orlo del baratro, e di italiani troppo immaturi per votare e ancora più immaturi per esprimersi in politica. Che debbano insomma essere salvati da se stessi, dal loro populismo brado e dalla loro ignoranza, ad opera di un manipolo di quel che rimane della "meglio gioventù", sentinella permanente ed effettiva sulla retta via.
Renzi, come lui stesso ha detto, ha usato toni spesso non condivisibili per sfondare questo muro di resistenza. Lui stesso ha definito "forse volgare" il termine rottamazione - e certo un filo di ombra di eutanasia si è sempre steso su questa parola. Ma a Milano sembra aver finalmente portato a segno la spiegazione delle sue stesse idee, ribaltando il senso della narrazione dei nostri tempi. Ridando in mano ai giovani la supremazia in questo momento della frontiera culturale: "I giovani non hanno mai avuto tale accesso al sapere, non hanno mai avuto un tale deposito di cultura a cui attingere".
Osando attaccare quello stupidario sull'Italia cui si è ridotta, con il tempo, la storia dei giovani che vanno a studiare all'estero, diventati simbolo di una malfunzione del paese invece che naturale ristrutturazione (e ambizione) del mercato del lavoro globale. "Ne ho incontrato uno che si è presentato", ha raccontato Renzi, "dicendo 'sono un tipico cervello all'estero'. Dopo che gli ho parlato gli avrei detto 'e ci puoi pure restare, viste le sciocchezze che mi hai detto'. Non è che uno è un cervello solo perché è all'estero. I cervelli sono anche in Italia".
Sembrano solo osservazioni, ma sono tutti pezzi di un racconto diverso, in cui il nostro paese , descritto come un luogo in profonda crisi economica, non è certo però in crisi di energie e progetti. Un paese con le mani legate da burocrazia e resistenze - in cui quelle della politica risultano persino minori se comparate a mandarinati statali, furberie, e avvilimento di ogni meritocrazia - ma non della forza d'urto intellettuale e sociale per farcela.
È questo cambio di sguardo il vero elemento di novità, perché tocca una corda profonda nel cuore dei 35/40enni italiani che si avvertono come una generazione mandata al macero dai propri adulti. Renzi sa restituire loro un ruolo, e se non potesse contare sulla loro forza d'urto l'accelerazione che ha proposto nel programma politico non avrebbe senso. Riforma elettorale (entro gennaio), riforme politiche, semplificazione del mercato del lavoro, diritti, cittadinanza. Tutto e subito, ha promesso Renzi. Con coraggio forse maggiore del realismo. E, forse senza volerlo, ma chissà?, riprendendo una parola d'ordine proprio di quella"'meglio gioventù'' che ha appena sostituito.

venerdì 13 dicembre 2013

Perché Torino?


Intervista di Paolo Griseri a Bruno Manghi
la Repubblica, 12 dicembre 2013

PERCHÉ Torino? Perché proprio qui c'è l'epicentro nazionale delle tensioni sociali che agitano l'Italia? Bruno Manghi, sociologo, ex sindacalista, prova a rispondere agli interrogativi che da qualche giorno si rincorrono nelle discussioni e sui quotidiani nazionali.

Dalla protesta no-Tav all'ira dei forconi: movimenti diversi, per certi aspetti opposti. Professor Manghi, perché proprio a Torino?
"Ci sono elementi di oggettiva difficoltà sociale. Il mio amico Nanni Tosco sta raccogliendo dati sull'area torinese che sono molto preoccupanti. A cominciare dal livello di impoverimento e dalla bassa scolarizzazione rispetto ad altre analoghe città italiane".

Come si spiega questo grave peggioramento delle condizioni di vita?
"Con il fatto che Torino ha ancora, nel suo corpo sociale, l'eredità del fordismo, un sistema basato su bassi salari e bassa scolarizzazione. A Torino il sistema economico si sta modificando, ma la stratificazione sociale sopravvive. Il proletariato industriale c'è ed è quello che la cassa integrazione ha impoverito di più trascinando nella crisi i mercatali e gli ambulanti. Contemporaneamente labassa scolarizzazione della parte più povera di Torino rende difficile creare in pochi anni una classe di professionisti in grado di far fronte in modo flessibile ai cambi di congiuntura economica e alla necessità di nuove figure professionali".

Questo spiega la forza del movimento dei forconi. Al di là di quest'ultimo però c'è una tendenza tutta torinese a esasperare i toni delle proteste..
"Torino è una città abituata ad avere rappresentanze sociali, politiche. Ci sono stati partiti e sindacati che hanno mediato i conflitti per tutto il Novecento. Dall'inizio del nuovo secolo quella funzione è venuta meno. E negli anni intorno alle Olimpiadi quel compito di mediazione di interessi diversi lo ha svolto il Municipio. E' stato così durante le giunte Castellani e Chiamparino".

Perché oggi non è più così?
"Perché è impossibile che il Comune continui ad accollarsi quel compito quando mancano le risorse e siamo precipitati nel cuore di una crisi gravissima. L'amministrazione cittadina non riesce più a fare da camera di compensazione dei diversi interessi presenti in città anche per un altro motivo: si è esaurita inevitabilmente la progettualità. I cittadini possono anche accettare dei sacrifici se sanno che domani, grazie a un progetto, a un'idea, a una proposta, potranno vivere meglio. Ma senza quella prospettiva e di fronte a una situazione economica che va peggiorando, sale la rabbia, anche senza richieste e piattaforme specifiche".

Come se ne esce?
"La soluzione immediata non c'è. Sono fenomeni di medio periodo. Certo la tensione in città scemerebbe se non continuassero ad esistere due Torino che si allontanano sempre dipiù. Le vecchie élite cittadine sono composte da gente che non ha mai preso un tram o un autobus in vita sua. C'è una classe di burocrati pubblici che continua a vivere come se nulla fosse cambiato. Un amico imprenditore mi raccontava cheda tre mesi non paga i dipendenti perché aspetta 500mila euro dalla Regione per un lavoro che è già stato terminato. Queste sono le cose che fanno salire la tensione e l'esasperazione di Torino".

Chi deve ricucire le due città, quella che danza nella sala da ballo del Titanic e quella che non quadra i conti?
"I giovani. Sono loro che devono prendere in mano il potere in città mettendo da parte una generazione di burocrati, politici, banchieri, avvocati d'affari, che ha fatto il suo tempo e che non è più in grado di leggere i cambiamenti che stanno producendosi nella vita sociale. Tocca ai giovani rifare il progetto per una nuova Torino".


giovedì 17 gennaio 2013

Massimo Recalcati, Che cosa resta del padre

Così una figura a rischio di evaporazione può riacquistare un ruolo. Non per reprimere i desideri, ma per guidarli. Andando oltre Lacan, come sostiene lo psicoanalista Massimo Recalcati.

MILANO. Dopo Le correzioni, nel nuovo romanzone di Franzen, Libertà, torna, tra gli altri, il tema della famiglia. Ma, nell'epoca della massima mutazione dei legami, Cosa resta del padre? È la domanda, e il titolo, dell'ultimo libro dello psicoanalista Massimo Recalcati. Che, riprendendo Jacques Lacan, muove da una constatazione: il padre sta evaporando. Non spaventatevi. Tra gli innumerevoli meriti degli scritti di Recalcati c'è anche quello di condurre a un alto grado d'intellegibilità il pensiero lacaniano - come noto, tra i più impervi nel Novecento.
Partiamo dall'evaporazione.
"È la dissoluzione del Padre-normativo, garante, del Padre-Dio. Dissoluzione che non ha certo origini recenti, ma che oggi va ripensata. Senza nostalgie. E alla luce di nuove urgenze".
Per esempio?
"La tendenza a un godimento senza limiti. Il tramonto del Padre come Legge coincide col trionfo capitalistico dell'oggetto. L'oggetto-merce diventa una promessa sempre più potente di soddisfazione e, al tempo stesso, una vacuità che genera solo pseudomancanze. Una volta una paziente mi ha detto: "Vado al supermercato a vedere quel che mi manca"".
Dal regno del Padre a quello del Papi.
"In Berlusconi coabitano un ideale retorico, pubblicitario, di famiglia tradizionale, e un sottosuolo pullulante di oggetti. Tecnicamente siamo in presenza di un godimento incestuoso".
...
Anche contro queste derive, lei tesse nel libro un elogio, scomodo, dell'intolleranza.
"Sì, ma non è una manovra di restaurazione del Padre-Legge, del Padre-Padrone, insomma quello il cui mestiere è dire sempre No! Questa è una nostalgia impossibile, che caratterizza tutte le ortodossie e i fondamentalismi. Mentre la funzione paterna autentica è quella di stabilire un limite attraverso la donazione. Un padre non si limita a frenare il godimento, ma autorizza anche al desiderio".
Lei insiste sul valore della Testimonianza. Nella quale il Padre non si pone però come modello di condotta.
"Freud diceva che educare è un mestiere impossibile. Il padre migliore è quello che si fa carico di questa impossibilità. Non detiene risposte sul significato ultimo del vivere e del morire. Ma custodisce questo vuoto di sapere. Un genitore (e nel libro parlo, in senso largo, di funzione paterna, al di là dei legami di sangue o di genere) non dovrebbe trasmettere qual è il senso del mondo, ma dire che al mondo si può conferire un senso".
...
Ricostruire dai ruderi del Padre.
"In Lacan l'insistenza sulla funzione simbolica del padre rischia di disincarnarlo. Il mio tentativo è di ripensarlo dai piedi. La funzione paterna deve incarnarsi in qualcosa: una persona, un'esperienza decisiva, un incontro, un libro, un atto...".
Ciò detto, il libro si conclude con una separazione.
"Nel legame familiare la necessità dell'appartenenza dovrebbe favorire e non inibire l'allontanamento. Non c'è ritrovamento di sé senza separazione, strappo, sradicamento".
D'altro canto, nell'epoca in cui i genitori pedalano per il successo della prole, lei tesse un secondo elogio scomodo: quello del fallimento.
"Sartre diceva che se i genitori hanno dei progetti per i loro figli, i figli avranno dei destini quasi mai felici. La giovinezza dovrebbe essere l'epoca del fallimento, o diciamo il tempo in cui il fallimento è consentito. Non c'è formazione senza fallimento".
Da un lato le famiglie irreali di pubblicità, show, fiction, dall'altro quelle, splatter, della cronaca nera. Da Cogne ad Avetrana. "In famiglia la violenza esplode spesso quando c'è assenza di conflitto. Mentre la conflittualità civilizza la violenza ristabilendo la differenza tra generazioni. Prenda le ultime contestazioni contro la riforma Gelmini: seppur circoscritte, le violenze sono esplose quando gli studenti si sono sentiti inascoltati, non riconosciuti in quanto aventi diritto a un conflitto dialettico".
Un altro elogio del libro è dedicato al conflitto. Benché lei parta da una frase con cui, affrontando il grande Parricidio culturale del '68, Lacan frenava, dicendo: va bene liberarsi del Padre, ma a condizione di servirsene. Insomma, non gettate il babbo con l'acqua sporca.
"È l'assunzione dell'eredità. L'idea che abbiamo giocoforza un debito con l'Altro e che dobbiamo riconoscerlo. Che qualcosa della tradizione dev'essere salvato. Altrimenti a trionfare è davvero il totalitarismo degli oggetti, il Far West del godimento. Per oltrepassare il Padre, bisogna riconoscere il debito che abbiamo con lui".
L'iconoclastia tout court rema contro l'emancipazione.
"Per la psicoanalisi l'odio non libera. Ma vincola. Lascia incatenati alla persona o alla cosa odiata, per l'eternità".

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