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domenica 12 aprile 2026

La Chiesa e la guerra

Leone XIV con l'arcivescovo di Teheran, il cardinale Domininique Joseph Mathieu


Il Papa dice "basta con la guerra" e denuncia "l'illusione dell'onnipotenza" durante la veglia per la pace.

Le dichiarazioni di Leone non menzionavano direttamente la guerra in Iran, ma rappresentavano la sua più ferma condanna del conflitto fino ad ora.

Sabato, durante le preghiere serali nella Basilica di San Pietro in Vaticano, Papa Leone XIV è intervenuto sulla scena politica internazionale, affermando che la preghiera per la pace è "un baluardo contro quell'illusione di onnipotenza che ci circonda e che sta diventando sempre più imprevedibile e aggressiva".

Il primo papa nato negli Stati Uniti ha affermato: "Persino il santo Nome di Dio, il Dio della vita, viene trascinato in discorsi di morte".

Rivolgendosi ai leader mondiali che decidono di entrare in guerra, Leo ha affermato: "A loro gridiamo: fermatevi! È tempo di pace! Sedetevi al tavolo del dialogo e della mediazione, non al tavolo dove si pianifica il riarmo e si decidono azioni mortali".

«Basta con l'idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l'ostentazione del potere! Basta con la guerra! La vera forza si dimostra servendo la vita», ha aggiunto.

Sebbene il Papa non abbia menzionato esplicitamente la guerra tra Stati Uniti e Israele e l'Iran , né abbia nominato alcun Paese o presidente in particolare, le sue parole saranno interpretate come la sua più ferma condanna finora di un conflitto che il segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, ha definito una lotta sacra. Le dichiarazioni del Papa sono giunte durante i negoziati diretti tra le delegazioni statunitense e iraniana in Pakistan, volti a consolidare una fragile tregua e a porre fine in modo definitivo alle ostilità.

La delegazione statunitense a Islamabad era guidata dal vicepresidente J.D. Vance, il cui nuovo libro tratta della sua conversione al cattolicesimo. I colloqui si sono svolti pochi giorni dopo la notizia che l'amico di Vance, Elbridge Colby, un alto funzionario del Pentagono anch'egli cattolico, aveva convocato a gennaio l'ambasciatore vaticano negli Stati Uniti per rimproverarlo in merito ad alcune dichiarazioni del Papa rilasciate nello stesso mese. La dichiarazione di Leo di gennaio , secondo cui "una diplomazia che promuove il dialogo e cerca il consenso tra tutte le parti viene sostituita da una diplomazia basata sulla forza", avrebbe fatto infuriare i funzionari del Pentagono. 
Il tono e il messaggio di Leo di sabato sembravano rivolti ai funzionari della amministrazione Trump, che si sono vantati della superiorità militare degli Stati Uniti e hanno giustificato la guerra in termini religiosi.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha invocato la sua fede cristiana per presentare gli Stati Uniti come una nazione cristiana che cerca giustamente di sconfiggere i suoi nemici, descrivendo l'attacco all'Iran come una guerra santa condotta "nel nome di Gesù Cristo" e paragonando persino il salvataggio di un pilota di un F-15 abbattuto con termini che riecheggiavano la resurrezione di Gesù.

Il Papa ha affermato che coloro che pregano «sono consapevoli dei propri limiti. Non uccidono né minacciano di morte. La morte, invece, rende schiavi coloro che hanno voltato le spalle al Dio vivente, trasformando se stessi e il proprio potere in un idolo muto, cieco e sordo, al quale sacrificano ogni valore, pretendendo che il mondo intero si inginocchi».

Come riportato dalla newsletter Letters from Leo , il Papa ha pronunciato l'omelia presso la tomba di San Pietro durante una veglia di preghiera annunciata nel suo messaggio pasquale Urbi et Orbi. Vi hanno partecipato parrocchie di ogni continente e migliaia di persone nella Basilica di San Pietro per una serata di rosario e meditazione.

Il tentativo di contestare qualsiasi giustificazione religiosa della guerra fu fatto davanti a emissari sia degli Stati Uniti che dell'Iran: tra i banchi della basilica c'erano Laura Hochla, vice capo missione dell'ambasciata statunitense presso la Santa Sede, e l'arcivescovo di Teheran, il cardinale belga Dominique Joseph Mathieu.

All'inizio della guerra, sei settimane fa, Papa Leone, originario di Chicago, inizialmente sembrò riluttante a condannare pubblicamente la violenza e limitò i suoi commenti a timidi appelli alla pace e al dialogo.

Ma la Domenica delle Palme ha intensificato le critiche e in seguito ha affermato che la minaccia di Donald Trump, la domenica di Pasqua, di annientare la civiltà iraniana era "davvero inaccettabile".

Venerdì, Leone ha scritto sul suo account ufficiale di X: “Dio non benedice alcun conflitto. Chiunque sia discepolo di Cristo, il Principe della Pace, non si schiera mai dalla parte di coloro che un tempo brandivano la spada e oggi sganciano bombe. L'azione militare non creerà spazio per la libertà né tempi di #Pace, che derivano solo dalla paziente promozione della convivenza e del dialogo tra i popoli”.

Il Papa ha anche scritto : «Una violenza assurda e disumana si sta diffondendo ferocemente nei luoghi sacri dell'Oriente cristiano, profanati dalla bestemmia della guerra e dalla brutalità degli affari, senza alcun riguardo per la vita umana, considerata al massimo un danno collaterale dell'interesse personale. Ma nessun guadagno può valere la vita dei più deboli, dei bambini o delle famiglie. Nessuna causa può giustificare lo spargimento di sangue innocente».

Sabato, Leone ha rinnovato il suo appello a tutte le persone di buona volontà affinché preghino per la pace, per “spezzare il ciclo demoniaco del male” e costruire invece un mondo “in cui non ci siano spade, né droni, né vendetta, né banalizzazione del male, né profitto ingiusto, ma solo dignità, comprensione e perdono”.


Luca Kocci
"Prevost smaschera la guerra sottraendola alla geopolitica"

il manifesto, 5 aprile 2026

«Papa Leone usa parole che vogliono colpire il principio spirituale e politico che rende possibile la guerra». Risponde così al manifesto il gesuita Antonio Spadaro, già direttore de La Civilità Cattolica, ora sottosegretario del Dicastero vaticano per la cultura, ruolo istituzionale che però non gli impedisce libertà di analisi.

Papa Prevost è troppo cauto?

No. Se si ascolta bene, si coglie una grande nettezza: dice che l’urgenza umanitaria a Gaza è sempre più pressante, che «ogni membro della comunità internazionale ha una responsabilità morale: fermare la tragedia della guerra, prima che essa diventi una voragine irreparabile», che «non esistono conflitti lontani quando la dignità umana è in gioco». È un modo di sottrarre la guerra alla geopolitica e riportarla al suo vero nome, cioè ferita inferta all’umano. Alle Palme ha detto che nessuno può usare Dio per giustificare la guerra, Giovedì santo ha parlato di «un’umanità in ginocchio per molti esempi di brutalità»: sono espressioni teologiche ma di un’intensità politica chiara. Usa la parola come strumento di discernimento e smascheramento. A qualcuno sembra meno incisivo, a me pare una forma diversa di radicalità.

È inevitabile il confronto con Bergoglio.

Francesco aveva una comunicazione dirompente, capace di produrre immagini indimenticabili: Lampedusa, il bacio dei piedi ai leader del Sud Sudan, le telefonate serali al parroco di Gaza, l’ospedale da campo, la terza guerra mondiale a pezzi. Bergoglio agiva per scosse simboliche capaci di creare narrative nuove. Leone è meno esplosivo ma non meno deciso, il suo dilemma è tra diplomazia e profezia. Francesco aveva trovato un equilibrio: ne parlammo durante un viaggio, si era arreso all’idea di essere rimasto l’ultima voce morale di valore globale. Credo che Leone abbia la stessa sensazione e stia cercando la sua postura, ora che il caos ha avuto un’accelerazione.

Prevost è indulgente verso il connazionale Trump per ragioni di opportunità?

A me non pare, semmai è più difficile da liquidare. Proprio perché americano, quando parla della libertà religiosa, del rapporto tra fede e potere, di un cattolicesimo funzionale a un progetto politico nazionale, la sua parola pesa. È rispettoso delle istituzioni, ma non accomodante verso il nazional-cattolicesimo. La sua origine americana lo rende più esposto ma potenzialmente più incisivo perché la sua critica, quando arriva, non può essere letta sbrigativamente come antiamericana.

Qual è l’impatto di Leone XIV negli Usa?

È presto per bilanci definitivi, ma qualche linea si intravede. Può aiutare a disinnescare la riduzione del cattolicesimo statunitense a una grammatica puramente politica. La sua figura rompe lo schema: è americano ma non è rinchiudibile negli Usa, porta dentro di sé il Perù, l’esperienza missionaria, una sensibilità ecclesiale internazionale.

E l’effetto sui vescovi?

Può produrre meno appiattimento sulle culture wars, più attenzione alla dignità umana, alla pace, alla coscienza, ai poveri. L’episcopato Usa vive una tensione evidente. Il conservatore Broglio, già ordinario militare e presidente dei vescovi, ha definito il conflitto con l’Iran non giustificato. I cardinali Cupich, McElroy e Tobin hanno scritto che gli Usa stanno vivendo «il dibattito più profondo» dalla fine della Guerra fredda sulla base morale delle loro azioni nel mondo. Al contrario il vescovo Barron, sui media conservatori, cerca di ridimensionare la portata politica delle parole papali.

Prevost parla spesso di unità.

Per Leone le differenze non devono tradursi in polarizzazione. È un messaggio potente: in un Paese dove la religione viene spesso usata come collante nazionale, può riaprire lo spazio di un linguaggio pubblico meno ideologico.

Bergoglio è morto a Pasquetta dell’anno scorso, cosa resta?

Quando un pontificato finisce, il rischio è ridurlo a una galleria di immagini. Nel caso di Francesco sarebbe un errore. Io stesso, che l’ho seguito da vicino, ho bisogno di tempo per capire. Il suo pontificato è stato un trauma e i traumi tendono a essere rimossi, ma agiscono in profondità. Resta la sua diagnosi del mondo: la «terza guerra mondiale a pezzi» non era uno slogan impressionistico, ma una lettura profetica. Resta la consapevolezza che il mondo si sta sgretolando e che la Chiesa non può rispondere con la nostalgia dell’ordine ma con misericordia, fraternità, prossimità, pace. Restano il discernimento come alternativa all’ideologia e alla rigidità, la sinodalità come forma di una Chiesa che ascolta, la convinzione che la riforma non sia un riassetto tecnico ma una conversione. Resta l’uscita dal regime di cristianità, cioè il rifiuto di un cristianesimo alleato del potere e la scelta di una Chiesa al servizio di tutti. A un anno dalla sua morte, Francesco è diventato eredità. E l’eredità, quando è viva, non si ripete, si trasmette.


mercoledì 1 aprile 2026

Gli imprevisti della guerra

Mario Del Pero 
Trump in un cul-de-sac ora fa il gioco dell'Iran (e di Netanyahu)

Domani, 1 aprile 2026

È oggettivamente difficile, se non impossibile, seguire Donald Trump nelle sue tante esternazioni sulla guerra in corso. Perché tutto e il suo contrario viene detto quasi quotidianamente; perché alcune dichiarazioni sfidano qualsiasi razionalità e buon senso; e perché l’ostentato ottimismo pare stridere con un conflitto che si sta protraendo ben oltre il previsto e con la inattesa capacità iraniana di socializzarne, regionalmente e globalmente, i costi, attraverso gli attacchi a vari paesi del Golfo e la chiusura dello Stretto di Hormuz (con la paradossale conseguenza che uno dei temi dei negoziati in corso, e delle leve negoziali di Teheran, è il ripristino di una condizione – la riapertura di Hormuz – venuta meno proprio a causa della guerra).

Gli obiettivi dell’attacco di Israele e Stati Uniti sono in realtà chiari: indebolire drasticamente il regime iraniano, impedendogli di continuare a minacciare Israele o di ambire a svolgere un ruolo significativo nelle dinamiche mediorientali; estendere il dominio regionale di una Grande Israele, che in parallelo risolve con violenza, espulsioni e annessioni le “questioni” di Gaza e Cisgiordania; rendere i paesi del Golfo degli hub finanziari e tecnologici, dalle criptovalute all’intelligenza artificiale, grazie ai loro ingenti capitali e alla disponibilità a indirizzarli verso specifiche attività imprenditoriali, incluse quelle della famiglia Trump.

L’opacità della politica e le nebbie della guerra si sono però da subito frapposte a un disegno così nitido e all’apparenza coerente. Il regime iraniano non è imploso, confermando per il momento quanto illusorio sia credere che il dispiegamento della forza militare possa produrre facili palingenesi politiche e sociali (una lezione, questa, anche recente – si pensi solo a Iraq e Afghanistan – che pare però essere stata dimenticata molto rapidamente). L’instabilità provocata dalla guerra ha alimentato turbolenze borsistiche che vanno a colpire molti piccoli investitori statunitensi. Il blocco di Hormuz ha provocato una crescita dei prezzi, con potenziali spirali inflattive che spaventano i consumatori americani, i cui indici di fiducia sono oggi ai minimi storici, al di sotto addirittura dei livelli raggiunti durante la grande crisi del 2008-9. E una chiara maggioranza dell’opinione pubblica Usa, oltre il 60 per cento, considera la guerra un grave errore.

Trump e il suo segretario della Guerra rispondono con un lessico estremo e caricaturale, che combina apocalissi veterotestamentarie, nuove crociate suprematiste e machismi tardo-adolescenziali («nessuna tregua né pietà verso i nemici – ha tuonato Hegseth – niente assurde regole d’ingaggio … niente guerre politicamente corrette», l’obiettivo è la «massima letalità, non l’insulsa legalità»). Al netto di queste esibizioni ad alto contenuto testoteronico, solo due opzioni sembrano disponibili: alzare ulteriormente la soglia dell’escalation, facendo eventualmente uso delle forze speciali dispiegate di recente nel Golfo; o cercare una qualche via di uscita, con un accordo con l’Iran che di certo non può essere basato sui termini (di fatto una resa senza condizioni) prospettati da Washington.

L’escalation rischia di accentuare ancor più i costi globali del conflitto e di provocare un numero crescente di vittime statunitensi, acuendo così l’opposizione alla guerra negli Usa. Il disimpegno negoziato espone a un’umiliazione, minando la credibilità della politica estera di Trump e delle sue velleità neoimperiali. Entrambe le opzioni sono peraltro condizionate dalle scelte di due attori – l’alleato israeliano e il nemico iraniano – che diversamente dagli Usa paiono invece avere un interesse a proseguire il conflitto. Per infliggere un danno permanente e strutturale alle capacità militari e industriali dell’Iran, nel caso di Tel Aviv. Per completare il recupero di una capacità deterrente che sembrava essere venuta meno, e capitalizzare diplomaticamente su di essa e sul controllo delle cruciali rotte navali del Golfo Persico, in quello di Teheran.

lunedì 23 febbraio 2026

Una brutta cerimonia di chiusura


Sebbene gran parte della stampa ufficiale abbia celebrato l'evento come un successo coreografico all'
Arena di Verona, diverse testate e commentatori hanno sollevato critiche specifiche su alcuni aspetti della cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026.

Ecco i punti principali che sono stati oggetto di discussione nei media:
Le "gondolette" bocciate: Nelle pagelle della cerimonia, la Gazzetta dello Sport ha assegnato un 4 alla scelta scenografica delle gondolette, definendola un elemento poco riuscito rispetto al resto dello show.
Mix Pop vs Lirica: Alcuni critici hanno evidenziato un contrasto stridente tra la sacralità del luogo e le esibizioni più "pop" e commerciali, come quelle di Achille LauroGabry Ponte e i Major Lazer, che per una parte del pubblico hanno rasentato il kitsch.
Critiche estetiche e moda: La rubrica di moda di D di Repubblica ha pubblicato una lista di "promossi e bocciati", evidenziando come alcuni look e scelte estetiche non fossero all'altezza della solennità olimpica.

I costumi scelti per l'opera e la sovrapposizione con la sfilata degli atleti

La critica ha toccato proprio questi tasti, evidenziando quello che molti hanno definito un "corto circuito" estetico tra la solennità della lirica e il dinamismo della sfilata degli atleti all'Arena di Verona.
Ecco le principali critiche mosse dai media e dagli esperti di costume:
Il caos visivo della sovrapposizione: Diversi commentatori, tra cui quelli di Radio Studio90 Italia, hanno notato come la scelta di far sfilare gli atleti contemporaneamente a quadri operistici complessi abbia prodotto l'effetto di una confusione visiva. Gli atleti, con le loro tute tecniche e colorate, "cozzavano" inevitabilmente con le scenografie barocche e i costumi d'epoca, annullando l'impatto di entrambi i momenti.

Costumi d'Opera giudicati eccessivi: Nelle pagelle di D di Repubblica, i costumi ispirati al mondo della lirica sono stati tra i meno apprezzati. Nonostante l'intento di celebrare la tradizione veronese (come l'opera L'Olimpiade di Vivaldi), molti sono stati giudicati troppo carichi o "datati", incapaci di dialogare con lo spirito contemporaneo dei Giochi.
Perdita di centralità dei protagonisti: Alcuni articoli su La Gazzetta dello Sport hanno sottolineato come gli atleti siano apparsi quasi come "comparse" di uno spettacolo teatrale preesistente, invece di essere il fulcro della celebrazione, proprio a causa della massiccia presenza di figuranti in costume che occupavano lo spazio scenico.
Il contrasto con il segmento "French Alps 2030": La critica ha evidenziato come il passaggio di testimone alla Francia abbia mostrato un approccio estetico molto più minimale e moderno, facendo risaltare ancora di più, per contrasto, la ridondanza stilistica della parte italiana.
In sintesi, il tentativo di unire "colto e popolare" è stato visto da una parte della critica come un'occasione persa, dove la ricerca del grandioso è scivolata nel kitsch proprio per la mancanza di una sintesi visiva coerente.

Il kitsch come criterio supremo

Sia Aida che Violetta erano insopportabilmente sovraccariche e astratte, stessa cosa per le maniche sbuffanti di Rigoletto o Figaro. La critica più feroce è arrivata proprio dai puristi e dagli esperti di costume, che hanno visto in quelle scelte una deriva Disney barocca priva di rigore. Ecco un repertorio delle critiche sollevate dai diversi commentatori. 

Il kitsch operistico: Testate come Classic Voice (spesso molto attenta all'estetica dei festival) hanno sottolineato come la cerimonia abbia preferito l'effetto "parco a tema" alla fedeltà filologica. L'Aida e la Violetta che hai visto sono state descritte come caricature, caricate di strass e volumi eccessivi per "bucare lo schermo", sacrificando la verosimiglianza storica sull'altare del gigantismo televisivo.
Costumi come carri allegorici: Le maniche a sbuffo ipertrofiche di Rigoletto e Figaro sono state paragonate da alcuni critici di moda e costume sui social (e in pezzi di costume su Vanity Fair Italia) a maschere di Carnevale più che a costumi teatrali di alto livello. L'accusa principale è stata quella di aver trasformato il patrimonio dell'Opera in un cliché visivo per il pubblico internazionale.
Anacronismo visivo: La sovrapposizione tra questi "giganti di stoffa" e gli atleti in Gore-Tex ha accentuato l'effetto di straniamento. La mancanza di una direzione artistica che armonizzasse i periodi storici ha reso tutto in qualche modo "insopportabi le" per chiunque avesse un minimo di occhio critico o sensibilità storica.
È interessante notare come, per molti media generalisti, la parola d'ordine sia stata "spettacolarità", ma per chi conosce il teatro, è stata vissuta come una svendita estetica dell'Arena e della sua storia.
A quanto pare. i curatori dell'allestimento hanno seguito il criterio dell'accentuazione spettacolare e si sono lasciati guidare da una sorta di ignoranza ingenua. Molti esperti si sono spinti oltre e hanno parlato di regressione culturale. Invece di proporre una visione contemporanea e sofisticata dell'Italia (come fece ad esempio la cerimonia di Torino 2006 con il design di Italo Lupi), si è scelto di rifugiarsi in uno stereotipo polveroso e iper-decorato.

Questa critica è emersa in diversi ambienti:

L'estetica del souvenir: Alcuni commentatori su Artribune hanno paragonato l'estetica della cerimonia a quella dei negozi di souvenir per turisti: un'accumulazione di simboli (l'Opera, le gondole, i costumi gonfiati) priva di una vera regia intellettuale.
Colpa della televisione: Molte testate di settore hanno ipotizzato che la direzione artistica abbia "peccato di hybris", convinta che per colpire il pubblico globale servisse pompare i volumi e i colori, ignorando che la sobrietà e la precisione storica sono i veri tratti distintivi dell'eccellenza italiana.
Il divario con il mondo dell'Opera reale: Mentre teatri come la Scala o la stessa Fondazione Arena cercano da anni linguaggi moderni, questa cerimonia sembra aver fatto un salto all'indietro di cinquant'anni, proponendo un Rigoletto e un Figaro da recita parrocchiale di lusso.
L'aspetto più grave di questa "ignoranza colpevole" è stato proprio l'aver usato l'Arena — un tempio della cultura — come fondale per un'estetica da Vegas sul d'Adige, confermando il timore che, quando l'Italia deve rappresentare se stessa, finisca spesso per cadere nell'auto-caricatura.
È un peccato che, in un'occasione così internazionale, la vera cultura del costume italiano (quella di Piero Tosi o Danilo Donati) sia stata sostituita da un ammasso di "maniche a sbuffo" senza senso.



domenica 22 febbraio 2026

Tucidide, lezioni per Trump

Mirko Canevaro
Università di Edimburgo
I potenti citano sempre Tucidide, ma nessuno lo ha letto davvero
Domani, 21 febbraio 2026

L'inner circle di Donald Trump è sempre stato pieno di gente che fa finta di aver letto Tucidide. Durante la prima presidenza Trump avevamo H.R. McMaster (National Security Adviser) e James Mattis (segretario della Difesa) che sproloquiavano della «trappola di Tucidide»: la crescita della potenza cinese avrebbe reso inevitabile il conflitto con gli Stati Uniti, così come la crescita della potenza ateniese rese inevitabile il conflitto con Sparta. Leggi matematiche delle relazioni internazionali, dicevano.

Adesso ci risiamo, col concorso di pensosi commentatori dai quattro angoli del globo. Steven Miller, numero due di Trump e vera eminenza grigia – dicono – di questa seconda amministrazione spiegava recentemente alla Cnn che «viviamo in un mondo governato dalla forza, dal potere… Sono leggi ferree del mondo dall’inizio dei tempi».

Per questo, opinava, nessuno oserebbe davvero opporsi al controllo americano della Groenlandia, se gli Stati Uniti volessero davvero imporlo – perché il forte fa come crede e il debole subisce. Il riferimento implicito – ma così chiaro da essere quasi esplicito – è a Tucidide, all’onnipresente dialogo dei Melii e degli Ateniesi. Così chiaro che a Davos, poche settimane fa, il primo ministro canadese Mark Carney, nel discorso più applaudito, lo ha esplicitato, contro Trump e Miller: «Ogni giorno ci viene ricordato che i forti fanno ciò che possono, e i deboli soffrono ciò che devono», constatando come «questo aforisma di Tucidide sia presentato come inevitabile – come la logica naturale delle relazioni internazionali». E Carney ha ragione: c’è una sovrabbondanza di realisti politici, ultimamente, nel commentariato e nella politica occidentale, che ci spiegano come va il mondo – lo diceva Tucidide, no?

Lo diceva Tucidide?


No, non proprio. Lo fa dire dagli Ateniesi ai Melii, nel 416 a.C., quando intimano a questa povera isoletta neutrale di arrendersi o di essere distrutta. I negoziatori ateniesi rifiutano ogni appello alla giustizia: «La giustizia entra nei ragionamenti umani solo quando le forze sono pari… Noi crediamo che per legge di natura chi è più forte comandi». I Melii resistono. Atene allora, per rappresaglia, massacra gli uomini e schiavizza donne e bambini.

È pur vero che da generazioni questo passo è insegnato nei corsi di relazioni internazionali, da West Point a Pechino, come testo fondativo del “realismo politico”. Il problema degli aforismi, però, è che è facile inciampare se non si legge ciò che li circonda.

La risposta dei Melii in questo caso è significativa: la giustizia conviene anche agli Ateniesi, per evitare che, sconfitti, diventino esempio per tutti della più grande vendetta, del più grande castigo per le loro azioni. Parole a vanvera di chi sta per essere annientato? In realtà ciò che succede agli Ateniesi dopo la distruzione di Melo, nella narrazione Tucididea, è esattamente quello che i Melii avevano previsto.

Quello stesso inverno, convinti da Alcibiade (con argomenti anch’essi di “realismo politico”) a invadere la Sicilia, gli Ateniesi si imbarcarono – convinti della loro forza inarrestabile – in un’impresa eccessiva, sproporzionata, che finì in quella che Tucidide descrive come la più grande disfatta della storia greca, una «rovina totale».

Fortuna inevitabile


Ora, si potrà obiettare che non è obbligatorio ascoltare Tucidide. Verissimo. Ma visto che tutti sembrano volerne ricavare una qualche lezione, eccola – è la lezione tradizionale dell’etica e della morale greca (anche di quella popolare). È tendenza degli uomini (e degli stati) ricchi, potenti, fortunati, convincersi che questa fortuna sia inevitabile, che non possa mai cambiare.

Imbaldanziti dal loro successo, i potenti, non contenti del rispetto, dell’onore che vengono loro tributati, tendono a esagerare, a considerarsi più e meglio di quanto siano, e di conseguenza a calpestare la dignità del prossimo, a negare al prossimo il rispetto a esso dovuto.

Peggio, leggono ogni limite posto da norme e convenzioni alla loro volontà di potenza come una mancanza di rispetto verso di loro, uno sgarro da punire. Si chiama, nel pensiero greco, hubris, e l’hubris rende il potente stupido, lo infetta di una follia, di un difetto di senso e ragione che sfocia regolarmente nella rovina. Ecco la vera “legge naturale” di Tucidide e del pensiero greco.

La legge del più forte


Oggi troppi cercano di spiegarci che il mondo è governato dalla legge del più forte. Sarà, anche se a me pare che questo “realismo politico”, come tutti i realismi, invece di affermare un dato di fatto voglia invece retoricamente imporlo – voglia convincerci che è così per assicurarsi che sia davvero così, che sia legittimo che sia così.

A guardare alle azioni dell’amministrazione Trump – con lenti greche e tucididee – sono altre le cose che balzano all’occhio. Balza all’occhio un uomo – e con lui un gruppo di potere – ubriaco della propria fortuna, ricchezza e potenza. Che manca di rispetto a destra e a manca salvo continuamente inalberarsi per questo o quell’altro che, nel rispondere occasionalmente a tono, è “disrespectful” verso di lui e verso gli Stati Uniti (come osa, Zelensky, senza giacca!). Un uomo che impiastra il proprio nome e la propria faccia ovunque, dal Kennedy Center a ora, nelle intenzioni, persino Penn Station e Dulles Airport. Che si prende crediti che non ha, che organizza una cena alla Casa Bianca coi titani della Silicon Valley solo per farsi adulare oltre ogni decenza dagli uomini più ricchi del mondo (anch’essi complici, senza vergogna). E se la chiave di lettura più corretta per questi tempi tempestosi non fosse il “realismo politico”, ma piuttosto gli effetti – sociali, politici e psicologici – della concentrazione eccessiva di potere e ricchezza in poche mani? Gli effetti dell’hubris che sfocia invariabilmente, come ci ricorda Tucidide, nella follia e nella rovina. Di tutti.

https://machiave.blogspot.com/2022/03/tucidide-le-ragioni-della-forza.html