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sabato 29 agosto 2026

La pulsione securitaria

Massimo Recalcati
Come rispondere alla paura

la Repubblica, 28 agosto 2026 

In un tempo traumatizzato dalle guerre e dall’incertezza per il nostro avvenire il tema della sicurezza si è caricato di una valenza che non è più solo politica, ma assume anche una connotazione mentale. Ridurre l’esigenza di sicurezza alla manifestazione di un rudimentale analfabetismo politico non solo è un errore strategico che spalanca praterie per una predicazione “alla” Vannacci, ma segnala soprattutto l’incapacità di comprendere il carattere inaggirabile della pulsione securitaria.
L’essere umano non è, infatti, solamente un «animale sociale» — come riteneva classicamente Aristotele — ma è anche animato da una spinta (antisociale) a rifiutare l’estraneo, lo straniero, a identificarlo, come direbbe Freud, con l’ostile in quanto fattore di perturbazione del suo equilibrio interno. Prima ancora di essere politica, l’esigenza di sicurezza è dunque una esigenza psichica. Per questa ragione la richiesta di sicurezza non può essere liquidata come un comportamento politicamente regressivo o come il frutto di un’azione di mera propaganda organizzata a fini elettorali. È questa la contraddizione che bisognerebbe riuscire a rendere feconda: non si dovrebbe semplicemente opporre apertura a chiusura, libertà a sicurezza. Se, come sappiamo, una società che organizza la propria identità intorno alla paura è destinata a trasformare la protezione in una forma di segregazione, non dovremmo nemmeno dimenticare che una società che nega l’esistenza della paura finisce per consegnarsi ai peggiori propagandisti della reazione.
Il compito della politica non è quello di sopprimere la pulsione securitaria, ma di tenerne conto dandole una forma che non distrugga ciò che pretende di proteggere. Non abbiamo paura soltanto perché qualcuno ci ha insegnato ad averne. Abbiamo paura perché siamo esseri vulnerabili, esposti alle insidie del mondo. La civiltà non comincia quando eliminiamo la paura, ma quando impariamo a non trasformarla in una spinta aggressiva. La paura non è l’esito di un deficit cognitivo ma ci appartiene. Cosa ne possiamo fare? La brace che alimenta la follia di una società chiusa su se stessa che trasforma i suoi confini in muraglie o una domanda di sicurezza da tenere in seria considerazione, non negata e non schernita snobisticamente come se fosse solo il prodotto pregiudiziale di una cattiva educazione o di una manipolazione propagandistica?



lunedì 8 giugno 2026

A lezione da Jung

Stefano Carpani
A lezione da Jung: "La conoscenza di sé è un  veleno che non tutti possono assumere"

La Stampa, 7 giugno 2026

A sessantacinque anni dalla morte, Carl Gustav Jung continua a occupare un luogo singolare nell’immaginario contemporaneo, ben oltre i confini della psicoanalisi. Per alcuni resta un visionario, per altri una figura controversa. Eppure, al di là delle caricature e delle semplificazioni (dalle biografie romanzate alle trasposizioni cinematografiche come A Dangerous Method di David Cronenberg), continua ad essere una delle grandi figure intellettuali del Novecento.

Come osserva Stefano Candellieri, fu un intellettuale omericamente “polìtropo”, cioè dal multiforme ingegno: clinico rigoroso, sperimentatore innovativo, pensatore capace di attraversare discipline e linguaggi diversi senza mai ridurre la complessità dell’esperienza umana a un sistema chiuso. La sua influenza, infatti, non si limita al mondo clinico, e il suo pensiero ha attraversato filosofia, antropologia, arte, letteratura, studi religiosi, neuroscienze e teoria politica, continuando ancora oggi a offrire strumenti per interpretare il disagio contemporaneo (non solo psichico).In Ricordi, sogni, riflessioni, curato con Aniela Jaffé, Jung scriveva: «Ho visto persone diventare nevrotiche quando si accontentavano di risposte inadeguate o sbagliate alle domande della vita. Cercano posizione sociale, matrimonio, reputazione, successo esteriore o denaro, e rimangono infelici e nevrotiche anche quando ottengono ciò che stavano cercando». Jung descrive individui apparentemente realizzati, perfettamente integrati e persino vincenti secondo i parametri della modernità, ma vuoti. Persone che inseguono obiettivi socialmente riconosciuti senza interrogarsi davvero su chi siano. E questo passaggio colpisce ancora oggi per la sua lucidità.

Per Jung, molte forme di sofferenza nascevano proprio da questo scarto tra vita esteriore e vita interiore. L’essere umano, sosteneva, non può vivere soltanto di adattamento sociale. Per questo attribuiva un’importanza decisiva allo sviluppo interiore: non un semplice miglioramento personale, ma un processo complesso e spesso doloroso che chiamò “individuazione”, cioè il tentativo di diventare ciò che si è realmente integrando gli aspetti inconsci della psiche.

La salute psichica, per Jung, coincideva con la capacità di sostenere il confronto con la propria interiorità. L’analisi non era quindi una tecnica per eliminare sintomi, bensì un’esperienza trasformativa e culturale capace di andare oltre l’immagine che l’individuo ha di sé. «La cura può essere un veleno che non tutti possono assumere», avvertiva, «oppure un’operazione che, quando è controindicata, può rivelarsi fatale». La conoscenza di sé non era dunque un percorso rassicurante. Ogni trasformazione autentica implica una perdita, una destabilizzazione dell’identità precedente. Ed è proprio questo che rende il pensiero junghiano così distante dalle molte forme contemporanee di auto-aiuto, spesso orientate a un benessere rapido, performativo e superficiale.

Un altro tema centrale della sua riflessione riguarda la paura. «Ovunque vi sia una discesa nell’esperienza più intima, nel nucleo della personalità», scriveva, «la maggior parte delle persone viene sopraffatta dalla paura, e molti fuggono». In questa intuizione si concentra gran parte della sua antropologia: l’essere umano teme l’incontro con se stesso. L’attivismo incessante, la produttività compulsiva o le identificazioni collettive possono così diventare strategie per evitare il confronto con le parti più oscure e contraddittorie della psiche. Da qui deriva anche uno dei concetti più celebri e fraintesi di Jung: l’ombra. Quando non viene riconosciuta, sosteneva, tende a proiettarsi sugli altri — sul nemico politico, sul diverso, sullo straniero, sull’avversario morale.

È per questo, a mio modo di vedere, che l´approccio junghiano, post-junghiano e neo-junghiano continua a essere evocato nel dibattito culturale e politico contemporaneo. In un mondo segnato dalla polarizzazione, dalla costruzione continua di nemici e dalla radicalizzazione identitaria, Jung ricordava che il male non è mai soltanto esterno. Ogni società, come ogni individuo, porta dentro di sé una zona d’ombra che preferisce non vedere.

giovedì 21 maggio 2026

Bauman interprete e profeta

Francesco Antonelli
Bauman, a tu per tu con la modernità

il manifesto, 21 maggio 2026

C’è una domanda che continua a tornare, ogni volta che il nostro presente sembra precipitare dentro nuove crisi: cosa direbbe oggi Zygmunt Bauman? Che diagnosi darebbe di un mondo attraversato contemporaneamente da guerre, riarmo, crisi climatica, rivoluzione digitale, precarizzazione del lavoro e ritorno dei nazionalismi? La risposta, naturalmente, non possiamo conoscerla. Eppure pochi sociologi contemporanei hanno saputo fornire strumenti interpretativi tanto potenti da continuare a parlarci anche dopo la loro scomparsa.

BAUMAN NON È STATO soltanto uno dei più importanti interpreti della globalizzazione. È stato soprattutto un sociologo capace di trasformare l’esperienza diffusa dello spaesamento in linguaggio condiviso. La sua opera ha dato nome a sentimenti collettivi che milioni di persone sperimentavano senza riuscire ancora a tematizzarli pienamente: precarietà, insicurezza, fragilità dei legami, individualizzazione, paura dell’esclusione. La metafora della «modernità liquida» ha avuto successo proprio per questo: non semplicemente perché descriveva il mondo, ma perché permetteva di riconoscersi dentro di esso.
Per comprendere davvero Bauman bisogna però guardare alle diverse stagioni del suo percorso intellettuale. Un itinerario segnato non solo da svolte teoriche, ma da una biografia tragicamente intrecciata alla storia europea del 900. Ebreo polacco costretto alla fuga dopo l’invasione nazista del 1939, soldato nell’esercito sotto comando sovietico, poi intellettuale marxista nella Polonia socialista, infine espulso dall’università durante la campagna antisemita del 1968 e costretto a un nuovo esilio, prima in Israele e poi in Inghilterra. La sua sociologia nasce sempre da questa esperienza concreta dell’insicurezza, dell’estraneità e della discontinuità.

LA PRIMA FASE del suo pensiero è quella del rapporto tra sociologia e marxismo. Il giovane Bauman si forma dentro l’orizzonte del socialismo reale, ma progressivamente prende le distanze dalle sue degenerazioni burocratiche e autoritarie. Non abbandonerà mai, però, l’idea che la sociologia debba mantenere una tensione emancipativa. In questa stagione, il tema centrale è il rapporto tra cultura e potere: il modo in cui le strutture sociali plasmano le coscienze e costruiscono conformismo. Già qui emerge una delle intuizioni che attraverseranno tutta la sua opera: la critica di ogni riduzione dell’essere umano a semplice ingranaggio sistemico. La seconda fase coincide con il confronto con la postmodernità. La crisi delle grandi narrazioni, il tramonto delle appartenenze collettive e la dissoluzione delle identità stabili vengono letti da Bauman non come semplice liberazione, ma come apertura di una condizione profondamente ambivalente. Da una parte, il venir meno delle rigidità della modernità fordista produce nuovi spazi di libertà individuale; dall’altra dissolve quelle cornici simboliche e sociali che davano continuità e senso alle esistenze. È qui che Bauman affronta una delle questioni decisive della sociologia contemporanea: l’individualizzazione. Un processo che interpreta in modo molto diverso sia dall’ottimismo neoliberale sia dalle nostalgie comunitariste.

L’INDIVIDUO CONTEMPORANEO viene formalmente liberato da molti vincoli tradizionali, ma questa libertà si trasforma spesso in obbligo alla prestazione, all’auto-costruzione permanente, alla competizione continua. La biografia diventa un compito individuale, mentre problemi collettivi e sofferenze sociali vengono scaricati sulle spalle dei singoli. In questo passaggio Bauman riprende implicitamente una grande intuizione di Émile Durkheim: la modernità rischia continuamente di produrre anomia, disgregazione, perdita di legami. Già molti anni fa avevo cercato di mostrare come, pur partendo da presupposti differenti, Durkheim e Bauman condividessero la stessa preoccupazione per gli effetti distruttivi di un individualismo puramente utilitarista e competitivo. Se per Durkheim il «pathos del moderno» era il rischio della dissoluzione morale della società, in Bauman quel rischio sembra diventare realtà storica compiuta. La terza stagione del suo pensiero coincide con la teoria della globalizzazione e della modernità liquida. Qui il sociologo polacco descrive un capitalismo che non ha più bisogno di strutture stabili, di appartenenze durevoli o di identità coerenti. Tutto deve diventare flessibile: il lavoro, i rapporti affettivi, i territori, perfino il rapporto con sé stessi. La liquidità non è semplicemente una metafora culturale: è la forma sociale assunta dal capitalismo globale.

NELLA MODERNITÀ LIQUIDA, osserva Bauman, il potere si separa progressivamente dalla politica. I mercati globali acquisiscono una capacità di movimento e pressione che gli Stati nazionali non riescono più a controllare. La politica resta locale, mentre il potere diventa globale. È qui che nasce una delle grandi contraddizioni del nostro tempo: cittadini formalmente sempre più liberi, ma concretamente sempre più impotenti. Questa impotenza alimenta paura, rancore e desiderio di protezione. Non sorprende che Bauman abbia dedicato tante pagine al rapporto tra insicurezza sociale e ritorno dei nazionalismi. La sua categoria di «retrotopia» descrive precisamente questa dinamica: quando il futuro smette di apparire promessa di emancipazione, le società si rifugiano nella nostalgia di un passato idealizzato. È ciò che vediamo oggi nelle nuove destre sovraniste, nelle politiche identitarie e nel ritorno della politica di potenza. Ma la modernità liquida non dissolve il bisogno di appartenenza. Lo rende invece più fragile, intermittente, ansioso. Ed è proprio questa fragilità che produce la ricerca di appartenenze compensative, capaci di offrire riconoscimento, protezione simbolica e senso. In fondo, la crisi delle appartenenze collettive nasce anche dall’indebolimento di quel compromesso tra libertà ed uguaglianza che aveva sorretto le democrazie europee del secondo dopoguerra: quando la libertà viene percepita come precarietà e competizione permanente, cresce inevitabilmente la domanda di protezione identitaria. Le nuove radicalizzazioni contemporanee – dai nazionalismi aggressivi ai movimenti misogini online, fino alle culture complottiste e alle nuove forme di estremismo digitale – possono essere lette anche così: tentativi dal segno culturalmente reazionario di ricostruire identità e legami dentro una società che individualizza sempre di più le biografie e privatizza le sofferenze collettive.

QUESTE CULTURE della violenza non nascono nel vuoto. Emergono dentro ecosistemi sociali e digitali segnati da precarietà esistenziale, crisi del riconoscimento e indebolimento delle tradizionali forme di integrazione collettiva. In questo senso, l’eredità di Bauman ci aiuta ancora oggi a comprendere uno dei grandi problemi del presente: il rapporto tra appartenenze fragili, insicurezza sociale e fascinazione per forme violente di soggettivazione.
Naturalmente, alcune parti della sua diagnosi vanno oggi ripensate. Il mondo contemporaneo non è più soltanto quello della fluidità neoliberale degli anni 90 e 2000. Accanto alla liquidità sono riemerse nuove rigidità: guerre tra potenze, sorveglianza digitale, capitalismo geopolitico, riarmo, confini, nuove forme di controllo statale. La globalizzazione non è finita, ma è entrata in una fase diversa e più conflittuale.

EPPURE molte intuizioni di Bauman continuano a mostrarci la loro forza: la fragilità dei legami sociali, l’insicurezza esistenziale, la trasformazione dell’identità in prestazione permanente, la privatizzazione delle sofferenze collettive, la difficoltà di costruire solidarietà durevoli. Forse è questo il suo lascito più importante: averci ricordato che la modernità non è mai soltanto un processo economico o tecnologico, ma sempre una questione morale e politica.
In un tempo attraversato da nuove paure collettive e profondi sconvolgimenti globali, Bauman continua allora a parlarci non perché possieda risposte definitive, ma perché ci costringe ancora a porci le domande essenziali: quale idea di essere umano stiamo costruendo? Quale rapporto vogliamo tra libertà individuale e responsabilità collettiva? E soprattutto: siamo ancora capaci di immaginare forme di appartenenza, modelli di società, non fondati sulla paura, sull’esclusione e sulla violenza?


martedì 19 maggio 2026

Non chiamatela follia

Giuseppe Lavenia
Non chiamatela follia

la Repubblica, 19 maggio 2025

Il caso di Modena ci sta mostrando la tendenza sempre più diffusa a trasformare automaticamente la salute mentale in violenza. È quello che sta accadendo in queste ore sui social, nei commenti, nei dibattiti improvvisati. Basta la parola “fragilità psichica” perché scattino paura, odio, inviti alla punizione, etichette disumane. E così la sofferenza mentale smette di essere compresa e diventa il nuovo mostro da dare in pasto all’opinione pubblica.

Una pericolosa scorciatoia

È una scorciatoia emotiva ed è pericolosissima. Perché la stragrande maggioranza delle persone che soffrono di un disturbo mentale non è violenta. Non aggredisce e non rappresenta un pericolo sociale. Molto più spesso quella sofferenza la vive nel silenzio, nell’isolamento, nella vergogna di chiedere aiuto, nella paura di essere giudicata.

Quando la cronaca incontra la rabbia collettiva

Ma tutto questo scompare nel momento in cui la cronaca incontra la rabbia collettiva. Sui social stiamo assistendo a qualcosa di inquietante. Commenti violenti, odio incontrollato, diagnosi fatte in pochi secondi, persone che invocano “matti da rinchiudere” come se la psichiatria dovesse diventare una discarica sociale dove nascondere tutto ciò che spaventa. Non c’è spazio per comprendere la complessità. C’è solo il bisogno di trovare un colpevole semplice a un problema complesso.

Aumentano le fragilità ma diminuiscono le risorse

Eppure i dati raccontano una realtà molto diversa da quella costruita dalla paura. Secondo il ministero della Salute e la Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica (SIEP), in Italia oltre 845 mila persone sono seguite dai servizi di salute mentale. Ma il nostro Paese investe nella salute mentale circa il 3% del Fondo Sanitario Nazionale, una delle percentuali più basse in Europa.

Tradotto: aumentano le fragilità, ma diminuiscono gli strumenti per accoglierle. Mancano psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, educatori. Mancano servizi territoriali realmente presenti. Mancano interventi precoci. E quando una persona interrompe le cure, si isola o smette lentamente di esistere socialmente, troppo spesso ce ne accorgiamo soltanto quando il dolore esplode.

L’errore che facciamo

Non possiamo continuare a usare la salute mentale per spiegare automaticamente il male. Perché così facendo stiamo costruendo una società ancora più sola. Una società in cui chi soffre avrà sempre più paura di chiedere aiuto per non essere visto come pericoloso. Una società che parla continuamente di benessere psicologico, ma che davanti alla fragilità reale reagisce ancora con paura, giudizio e distanza.

Nel frattempo aumentano solitudine, ritiro sociale, disagio giovanile e dipendenze emotive. Secondo le ricerche della nostra associazione Di.Te., 7 adolescenti su 10 chiedono agli adulti più ascolto e meno giudizio. E sempre più ragazzi raccontano di sentirsi compresi più da un’intelligenza artificiale che da una persona reale. Questo dovrebbe interrogarci profondamente.

Il caso di Modena allora non può diventare soltanto l’ennesima discussione sulla sicurezza o sull’emergenza psichiatrica. Deve costringerci a guardare una società che si accorge della sofferenza solo quando diventa tragedia.

Proteggere la fragilità prima che il dolore diventi cronaca

Servono più professionisti nei servizi pubblici e nelle scuole. Serve continuità nelle cure, serve prevenzione. Ma soprattutto serve smettere di raccontare la salute mentale come una minaccia sociale.

Perché una società civile non si riconosce da quanto velocemente trova qualcuno da odiare. Si riconosce da quanto riesce a proteggere le fragilità prima che il dolore diventi cronaca.

martedì 16 dicembre 2025

Il ritorno della destra in Cile

Tiago Rogero
Ultra-conservative José Antonio Kast elected Chile’s next president
The Guardian, 15 december 2025
 

L'ex deputato ultraconservatore José Antonio Kast è stato eletto nuovo presidente del Cile. Con oltre il 99% dei seggi elettorali scrutinati, Kast ha ottenuto il 58,16% dei voti, contro il 41,84% della deputata di sinistra Jeannette Jara, ex ministro del lavoro sotto l'attuale presidente Gabriel Boric.

Figlio di un membro del partito nazista, ammiratore del dittatore Augusto Pinochet e convinto cattolico noto per essersi opposto all'aborto e al matrimonio tra persone dello stesso sesso, Kast ha costruito la sua campagna sulla promessa di espellere decine di migliaia di migranti privi di documenti.

“Qui non ha vinto nessun individuo, non ha vinto nessun partito – ha vinto il Cile e ha vinto la speranza. La speranza di vivere senza paura. Quella paura che tormenta le famiglie”, ha detto Kast alle migliaia di sostenitori che hanno atteso il suo discorso per più di due ore.

Molti analisti ritengono che gli ultraconservatori siano riusciti ad affrontare una delle principali preoccupazioni dei cileni’: l'aumento della violenza, che è aumentata negli ultimi anni nonostante il Paese rimanga uno dei più sicuri dell'America Latina.

Negli ultimi dieci anni, il numero di migranti è raddoppiato, alimentato da circa 700.000 venezuelani costretti a lasciare il proprio Paese a causa del collasso economico.

Kast ha ripetutamente presentato i migranti come la causa della crescente insicurezza. Durante la campagna elettorale, ha dato ai circa 330.000 migranti privi di documenti –la maggior parte dei quali venezuelani – un ultimatum per andarsene prima che il prossimo presidente entri in carica l'11 marzo o vengano espulsi “con solo i vestiti sulla schiena”.

Nel suo discorso di vittoria, in cui ha ripetutamente affermato che i cileni vivono nella “paura”, il presidente eletto ha affermato che la sua amministrazione dimostrerà “grande fermezza nell'affrontare tutti coloro che ci danneggiano”. Ha aggiunto: “Quando diciamo a un migrante irregolare che sta infrangendo la legge e che deve lasciare il nostro Paese se vuole avere la possibilità di tornare, lo pensiamo davvero… Dobbiamo dimostrare grande fermezza contro la criminalità, la criminalità organizzata, l’impunità e il disordine.”

La piattaforma di Kast includeva un piano ispirato a Trump per costruire centri di detenzione e muri alti cinque metri, recinzioni elettriche e trincee profonde tre metri, nonché una maggiore presenza militare lungo il confine, in particolare nel nord, al confine con Perù e Bolivia.

Questo è stato il terzo tentativo di Kast di diventare presidente: nel 2021 è stato sconfitto da Boric al ballottaggio.

In una telefonata televisiva, Boric si è congratulato con Kast per “una netta vittoria” e ha invitato il presidente eletto a un primo incontro lunedì mattina a La Moneda, il palazzo presidenziale di Santiago, per iniziare la transizione. Boric ha affermato che Kast “prima o poi capirà cosa significa la solitudine del potere e i momenti in cui devono essere prese decisioni molto difficili.”

Sebbene Jara avesse vinto il primo turno a novembre, la vittoria di Kast era stata ampiamente attesa dai sondaggi e perché ci si aspettava che ereditasse i voti degli altri candidati di destra, che superavano di gran lunga quelli di sinistra.

Domenica Jara ha chiamato Kast per ammettere la sconfitta e, in un discorso successivo, ha affermato di non volere un Paese diviso e che avrebbe guidato un'opposizione “costruttiva”, ma che avrebbe “condannato qualsiasi accenno di violenza, da qualunque parte provenga”.

Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, si è congratulato domenica con Kast, la cui vittoria ha aggiunto un altro leader di destra più strettamente allineato con Donald Trump in America Latina. Sotto la guida di Kast, “siamo fiduciosi che il Cile porterà avanti priorità condivise tra cui il rafforzamento della sicurezza pubblica, la fine dell'immigrazione clandestina e il rilancio delle nostre relazioni commerciali,” ha affermato Rubio in una nota.

Il presidente di estrema destra argentino, Javier Milei, si è congratulato con il suo “amico” Kast con un post sui social media: “Un altro passo per la nostra regione in difesa della vita, della libertà e della proprietà privata. Sono sicuro che lavoreremo insieme affinché le Americhe abbraccino le idee di libertà e possiamo liberarci dal giogo oppressivo del socialismo del 21° secolo.”

Anche il presidente di sinistra brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, si è congratulato con Kast in un post e ha affermato che “continuerà a lavorare” con il governo cileno per rafforzareAnche il presidente di sinistra del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, si è congratulato con Kast in un post e ha affermato che “continuerà a lavorare” con il governo cileno per rafforzare le relazioni tra i due paesi e per garantire “la preservazione del Sud America come zona di pace”.

Sebbene molti analisti vedano il risultato come parte di una più ampia ondata di destra che sta travolgendo il Sud America – con vittorie quest'anno alle elezioni di medio termine in Ecuador, Bolivia e Argentina – molti analisti cileni vedono anche la vittoria di Kast come una continuazione dell'alternanza di potere tra sinistra e destra da quando il paese è tornato alla democrazia dopo la dittatura militare durata dal 1973 al 1990.

Nonostante la sua schiacciante vittoria, Kast non otterrà la maggioranza assoluta al Congresso, né alla Camera bassa né al Senato, nemmeno contando tutti i partiti di destra insieme.

L'ultraconservatore si è impegnato a tagliare la spesa pubblica di 6 miliardi di dollari entro 18 mesi, ma non ha spiegato come intende farlo.

“Ci sono molte cose su come sarà un governo Kast che non sappiamo perché non ha detto come le farà,” ha detto Rossana Castiglioni, professoressa di scienze politiche all'Universidad Diego Portales.

“In termini di politica economica, è molto probabile che vedremo misure di aggiustamento tipiche della destra. Ma non abbiamo certezze su come le attuerà… dove c’è molta meno incertezza è sulla politica di sicurezza, perché è stato il suo cavallo di battaglia per tutta la campagna,” ha aggiunto.
 
 

The ultra-conservative former congressman José Antonio Kast has been elected as Chile’s next president.

With more than 99% of polling stations counted, Kast took 58.16% of the vote, against 41.84% for the leftist Jeannette Jara, a former labour minister under the current president, Gabriel Boric.

The son of a Nazi party member, an admirer of the dictator Augusto Pinochet and a staunch Catholic known for opposing abortion and same-sex marriage, Kast built his campaign on a promise to expel tens of thousands of undocumented migrants.

“Here, no individual won, no party won – Chile won, and hope won. The hope of living without fear. That fear that torments families,” Kast told the thousands of supporters who waited more than two hours for his speech.

Many analysts believe the ultra-conservative succeeded in addressing one of Chileans’ main concerns: rising violence, which has increased in recent years even though the country remains one of the safest in Latin America.

Over the past decade, the number of migrants has doubled, fuelled by about 700,000 Venezuelans forced to leave their country amid its economic collapse.

Kast repeatedly presented migrants as the reason for rising insecurity. During the campaign, he gave the roughly 330,000 undocumented migrants – most of them Venezuelan – an ultimatum to leave before the next president takes office on 11 March or be expelled “with only the clothes on their backs”.

In his victory speech, in which he repeatedly said Chileans were living in “fear”, the president-elect said his administration would show “great firmness in confronting all those who harm us”.

He added: “When we tell an irregular migrant that they are breaking the law and must leave our country if they ever want the chance to return, we mean it … We must show great firmness against crime, organised crime, impunity and disorder.”

Kast’s platform included a Trump-inspired plan to build detention centres and five-metre-high walls, electric fences and three-metre-deep trenches, as well as an increased military presence along the border, particularly in the north, on the frontier with Peru and Bolivia.

This was Kast’s third attempt at the presidency: in 2021, he was defeated by Boric in the runoff.

In a televised phone call, Boric congratulated Kast on “a clear victory” and invited the president-elect to a first meeting on Monday morning at La Moneda, the presidential palace in Santiago, to begin the transition.

Boric said Kast “will at some point come to understand what the loneliness of power means, and the moments in which very difficult decisions must be made.”

Although Jara won the first round in November, Kast’s victory had been widely anticipated by polls and because he was expected to inherit the votes of the other rightwing candidates, which far outnumbered those of the left.

Jara called Kast on Sunday to concede and, in a speech afterwards, said she did not want a divided country and that she would lead a “constructive” opposition, but would “condemn any hint of violence, wherever it comes from”.

The US secretary of state, Marco Rubio, on Sunday congratulated Kast, whose victory has added another right wing leader more closely aligned with Donald Trump in Latin America.

Under Kast’s leadership, “we are confident Chile will advance shared priorities to include strengthening public security, ending illegal immigration, and revitalising our commercial relationship,” Rubio said in a statement.

Argentina’s far-right president, Javier Milei, congratulated his “friend” Kast with a post on social media: “One more step for our region in defence of life, liberty and private property. I am sure we will work together so that the Americas embrace the ideas of freedom and we can free ourselves from the oppressive yoke of 21st-century socialism.”

Brazil’s leftist president, Luiz Inácio Lula da Silva, also congratulated Kast in a post and said he “will continue working” with the Chilean government to strengthen relations between the two countries and to ensure “the preservation of South America as a zone of peace”.

Although many analysts see the result as part of a broader rightwing wave sweeping South America – with victories this year in Ecuador, Bolivia and Argentina’s midterms – many Chilean analysts also view Kast’s win as a continuation of the alternation of power between left and right since the country returned to democracy after the military dictatorship which lasted from 1973 to 1990.

Despite his sweeping victory, Kast will not command an absolute majority in Congress, neither in the lower house nor in the Senate, even when counting all rightwing parties together.

The ultra-conservative has pledged to cut public spending by $6bn within 18 months, but has not explained how he intends to do so.

“There are many things about what a Kast government will look like that we don’t know because he has not said how he will do them,” said Rossana Castiglioni, a political science professor at the Universidad Diego Portales.

“In terms of economic policy, it is very likely we will see adjustment measures typical of the right. But we have no certainty about how he will implement them … where there is far less uncertainty is on security policy, because that has been his workhorse throughout the campaign,” she added.

 

Ariel Dorfman
Cile, il terremoto politico che dopo 20 anni resuscita il fantasma di Pinochet

la Repubblica, 16 dicembre 2025

SANTIAGO DEL CILE – Augusto Pinochet, l’uomo che dal 1973 al 1990 impose sul Cile un regno del terrore, con ogni probabilità sta sorridendo nella tomba. Un suo grande ammiratore, il fanatico di estrema destra José Antonio Kast, è appena stato eletto presidente con il 58% dei voti, sbaragliando l’avversaria di centrosinistra, la comunista Jeannette Jara, fermatasi al 42%. È la prima volta, da quando trentacinque anni fa nel Paese è stata restaurata la democrazia, che un sostenitore della dittatura ottiene la presidenza. È vero, la vittoria di Kast non deve essere interpretata come un sostegno partecipe alla sua venerazione per Pinochet. Il suo programma e le sue promesse, oggi tristemente familiari alle donne e agli uomini degli Stati Uniti e di altri Paesi, hanno fatto presa su una popolazione arrabbiata, confusa e desiderosa di un cambiamento radicale: la promessa di espellere tutti i 330 mila immigrati clandestini e di usare il pugno di ferro contro il crimine e il narcotraffico, il licenziamento di innumerevoli funzionari pubblici (che uno dei suoi consiglieri più stretti ha definito «parassiti») e l’impegno a ridurre l’inflazione. È possibile, quindi, vedere questo risultato come uno dei tanti esempi della tendenza mondiale verso l’autoritarismo nativista, ma in un Paese la cui lotta vittoriosa per la democrazia è stata, nel corso dell’ultimo mezzo secolo, fonte di ispirazione per il mondo intero, è particolarmente sconcertante.

I cileni furono capaci di liberarsi della dittatura, in particolare con il referendum dell’ottobre 1988, quando i tentativi del generale Pinochet di mantenere indefinitamente il governo del Paese vennero sonoramente sconfitti; un voto tanto più coraggioso perché aveva sfidato un regime che controllava i media, l’economia e la forza pubblica. La stella di Pinochet si offuscò ulteriormente nel 1990, quando fu restaurata la democrazia, e ancora nel 1998, quando il generale fu arrestato a Londra con l’accusa di aver commesso crimini contro l’umanità e, successivamente, quando si scoprì che aveva sottratto al paese milioni di dollari.

Sembrava che la sua morte, il 10 dicembre del 2006 (ironia della sorte: è la giornata internazionale per i diritti umani), avesse inflitto il colpo di grazia alla sua influenza. In tutte le città del Cile si riunirono folle festanti che scandivano «Adiòs, General». Quei cittadini che esultavano e ballavano avevano l’occasione di seppellire per sempre, oltre che le sue spoglie, le sue idee e l’influenza che aveva esercitato sul Cile per così tanti, tristi decenni.

Io non ne ero del tutto sicuro. Mi chiesi se il generale fosse realmente morto. E scrissi: «Il Cile cesserà mai di essere una nazione divisa? La battaglia per l’anima del mio Paese è appena cominciata». Quasi venti anni dopo, vorrei essere stato meno profetico.

Molti sostenitori di Pinochet, recalcitranti, avevano continuato a venerarlo (per aver salvato il Cile dal comunismo, per aver imposto la legge e l’ordine, perché le sue politiche economiche neoliberiste avevano, secondo loro, fatto del Cile un Paese «moderno»). Ma erano una minoranza. La vittoria di Kast va quindi interpretata come un terremoto politico ed etico. L’uomo più potente del Paese cercherà di ripulire il passato violento della dittatura, le esecuzioni, gli esili, le torture e i campi di concentramento. E ha già annunciato di voler graziare i 141 detenuti condannati dalle corti cilene per violazioni dei diritti umani, compreso Miguel Krasnoff, che per i suoi crimini è stato condannato a più di mille anni di prigione.

Inoltre, Kast ha intenzione di abolire l’Istituto per i diritti umani e la commissione incaricata di indagare sulla sorte dei 1.210 cileni tuttora desaparecidos. Di più: fautore di un cattolicesimo reazionario e tradizionalista, è contrario all’aborto, anche in caso di stupro o di rischio per la vita della madre; ha votato contro le unioni civili per le coppie omosessuali; respinge le rivendicazioni delle popolazioni indigene riguardo ai loro diritti e alla loro identità.

(reuters)

In questa crociata per riscrivere il passato e riplasmare il futuro, Kast incontrerà la resistenza dei milioni di cileni che hanno votato contro di lui; anche se al momento sono una minoranza, sono gli eredi di una tradizione centenaria di ricerca della giustizia. È di questa incarnazione della speranza e della lotta che mi ero innamorato al mio arrivo in Cile, a dodici anni: prima mi avevano sedotto le bellezze naturali, la cordillera e i suoi mari agitati, poi ho scoperto la vera bellezza nel tumulto della gente che «come un fiume di tigri», per dirla con Neruda, avanzava risoluta verso la liberazione. Quel fiume traboccherà di indignazione quando Kast proverà a smantellare il welfare creato da tanti uomini e donne che sono stati disposti a rischiare la vita per costruire un paese fondato sulla solidarietà anziché sul profitto. Non hanno avuto paura in passato e non ne avranno ora. Ma perché la mobilitazione che si opporrà a Kast abbia successo, per fare in modo che questa sia solo una parentesi nelle alterne vicende del Cile e non una tendenza dominante dei prossimi decenni, la resistenza avrà bisogno di un altrettanto valoroso tentativo di trovare una via d’uscita dalla crisi. Perché Kast non avrebbe vinto se i partiti di centrosinistra e le loro élite non avessero fallito nel tentativo di proporre un’alternativa percorribile, se non avessero perso il contatto con i problemi che assillano il cittadino medio. Ciò di cui c’è bisogno adesso è un profondo rinnovamento intellettuale delle forze progressiste, una dolorosa resa dei conti con i nostri limiti. Serve uno sforzo per capire come la lotta per la democrazia può essere collegata alla lotta per avere case e lavori migliori, a quella contro le devastazioni dell’apocalisse climatica, a quella per l’uguaglianza, in un mondo dominato dai super ricchi. Ora che il Cile ferito e instabile si unisce alla schiera delle nazioni che si trovano a fare i conti con l’autoritarismo, la frase che ho usato tanti anni fa in occasione della morte di Pinochet torna a essere attuale: «La battaglia per l’anima del mio Paese è appena cominciata».

(traduzione di Alessandra Neve)

Claudia Fanti
La scalata di Kast alla presidenza cilena

il manifesto, 14 dicembre 2025  

La strategia di Jara, tutta centrata sulla necessità di «fermare l’estrema destra», di «vincere per non retrocedere», rassicurando al contempo la classe dominante, è tuttavia nata spuntata. Né è stato ben visto il suo incontro con l’ambasciatore statunitense in Cile Brandon Judd, il quale si era fatto già notare per aver spudoratamente dichiarato, a metà novembre, appena undici giorni dopo aver assunto il suo incarico, che era «più facile lavorare» con un governo ideologicamente allineato all’amministrazione Trump – tanto più un governo che avrebbe molto da offrire agli Stati Uniti, a cominciare dal litio di cui il paese è come noto assai ricco -, esprimendo inoltre «delusione» per le critiche di Boric alla politica ambientale del tycoon.

LA SUA UNICA CHANCE, al contrario, sarebbe stata quella di presentare una proposta di trasformazione reale in grado di riaccendere la speranza sorta con l’estallido social di sei anni fa e soffocata dai successivi quattro anni di governo Boric: una deludentissima riedizione del patto di governabilità – in funzione dello status quo – stretto dai due lati estremi della stessa classe dominante e garantito per 16 anni dall’alternanza al potere della coppia Bachelet-Piñera. Prima che la rivolta del 2019 puntasse a spazzare via il modello economico e politico ereditato dalla dittatura di Pinochet.

Era stato proprio grazie alle centinaia di migliaia di cittadini che si erano riversati sulle strade del paese malgrado una brutale repressione che Gabriel Boric aveva potuto conquistare la presidenza, e per di più con un forte grado di legittimità. Con un compito unico e preciso: trasformare in realtà le rivendicazioni popolari, liquidando una volta per tutte il lascito di Pinochet.

Era un’occasione unica, e Boric l’ha sprecata miseramente, incapace di offrire nient’altro che una quasi completa continuità economica con il modello di sempre; la stessa repressione, solo più selettiva, della protesta sociale; una criminalizzazione se possibile ancora più accentuata del popolo mapuche; l’abbandono di qualsiasi promessa di trasformazione strutturale.

IL RISULTATO del fallimento si traduce in una cifra che dice tutto: al primo turno, l’estrema destra pinochetista, con le sue tre candidature – Kast, Johannes Kaiser ed Evelyn Mattei – ha raccolto il 50% dei voti, non solo assicurandosi la vittoria alle presidenziali, ma, come ha evidenziato uno dei candidati di centro-sinistra, Marco Enríquez-Ominami, riconquistando «l’immaginario politico del Cile». E quel che è peggio, ha aggiunto, è che non lo ha fatto per meriti propri, ma per il «collasso totale del campo riformista»; non attraverso l’offerta di soluzioni nuove, ma utilizzando semplicemente l’arma della «strumentalizzazione della paura», nel segno dell’ordine, del controllo e del pugno di ferro.




mercoledì 2 settembre 2015

Ambrogio Lorenzetti, la democrazia erosa dalla collera

Fabio Gambaro
Patrick Boucheron: "E' la collera che distrugge la democrazia"
la Repubblica, 10 luglio 2014 







LE MINACCE che insidiano dall'interno la democrazia sono a volte più pericolose degli attacchi esterni. Per Ambrogio Lorenzetti, ciò era evidente già nel 1338, l'anno in cui dipinse a Siena il celebre affresco del "buon governo". Lo ricorda oggi lo storico Patrick Boucheron in un libro affascinante che in Francia sta riscuotendo l'elogio unanime del pubblico e della critica: Conjurer la peur (Seuil, pagg. 288, euro 33), un denso saggio "sulla forza politica delle immagini" che parte proprio da un'originale e dettagliata analisi dell'opera con cui il pittore senese mise in guardia contro gli Effetti del buono e del cattivo governo in città e in campagna .

Secondo lo studioso francese, professore di storia medievale alla Sorbona, l'insegnamento dello straordinario affresco è ancora oggi di grandissima attualità, specie alla luce delle ultime elezioni europee e dei risultati del Fronte Nazionale di Marine Le Pen. Pur essendo stato dipinto quasi sette secoli fa, il lavoro visionario di Lorenzetti continua a dirci qualcosa sui rischi che corre la democrazia e sulla necessità di difenderla.

"Nell'affresco del buon governo, di solito si sottolineano le allegorie della giustizia, della pace e della concordia, se ne dà insomma una lettura rassicurante", spiega Boucheron, di cui in Italia è appena stato pubblicato Leonardo e Machiavelli (Viella, pagg. 157, euro 19), un saggio che prova a ricostruire l'incontro tra le due grandi figure del Rinascimento. "In realtà, l'opera di Lorenzetti non è per niente rassicurante. Al contrario, è inquietante, perché tradisce un sentimento d'urgenza di fronte a una minaccia sfuggente e poco identificabile. È il momento in cui il comune sta per passare sotto il controllo della signoria, sullo sfondo di una crisi finanziaria che provoca il fallimento di alcuni banchieri, spingendo il popolo a cercare la protezione di un uomo provvidenziale. L'affresco mette in guardia contro questa lenta e insidiosa sovversione delle istituzioni da parte di una realtà ancora indefinita ma estremamente minacciosa. Insomma, le analogie con il nostro presente non mancano."

La minaccia da scongiurare è quella della tirannide che prende forma all'interno della democrazia?
"All'epoca si usava questa espressione. Ma al di là delle parole, che per altro possono essere inadeguate alle realtà attuali, Lorenzetti ci dice che il peggior nemico della democrazia è la collera che erode dall'interno le istituzioni collettive. Nell'affresco, la minaccia non viene da un nemico esterno alla città, ma dal cuore stesso della società comunale, minando a poco a poco il vivere civile. È il cattivo governo che consente l'emergere del risentimento e della demagogia. La storia ci ha insegnato che certe evoluzioni silenziose e senza rotture apparenti sono estremamente pericolose. A forza di piccole rinunce, piccoli tradimenti, piccole vigliaccherie collettive, un bel giorno all'improvviso ci si rende conto che la repubblica, il bene comune, il vivere civile non esistono più. Per questo, al centro dell'affresco di Siena figura un gruppo di danzatori che "scongiurano" la paura. Rappresentano la volontà di mobilitare le energie e le passioni collettive per cercare di reagire contro chi corrompe la democrazia dall'interno" Lorenzetti mette l'arte al servizio di un messaggio politico forte...
"Innanzitutto insiste sull'idea che la politica deve essere finalizzata al buon governo. Questo si realizza non tanto perché esercitato in nome di principi giusti e da persone virtuose, ma solo in quanto riesce concretamente a prendersi cura delle persone, producendo effetti benefici nella vita quotidiana.

Contemporaneamente però Lorenzetti ci dice anche che questo ideale non è mai pienamente raggiungibile. Più si cerca di realizzarlo e più esso si allontana, forse perché alla costruzione del bene comune domandiamo sempre di più. Non a caso, nell'affresco, la donna che rappresenta la pace è melanconica e triste. Esprime la consapevolezza di chi sa che l'orizzonte della politica è anche inevitabilmente fatto di delusioni e frustrazioni. Ciò però non deve scoraggiare gli individui. Al contrario, la lucidità deve essere uno stimolo a continuare la battaglia. Come diceva Machiavelli, per centrare il bersaglio, occorre mirare più in alto".

Una parte dell'affresco rappresenta la città in tempo di pace. Che tipo di società immagina Lorenzetti?
"La sua città è molto diversa dalla celebre Città ideale conservata ad Urbino. La sua è una città viva e animata, risultato di una molteplicità di punti di vista. Per il pittore senese, la vita in tempo di pace non è perfezione immobile e divina. Al contrario è una società dinamica di uomini reali con i loro limiti e le loro contraddizioni. La vita civile nasce da contrasti e compromessi. E la democrazia è l'arte di organizzare le divergenze e ricomporre i conflitti. Insomma, la città di Lorenzetti è una successione di conversazioni, dove ognuno ha diritto alla parola. All'epoca, i comuni italiani avevano l'ossessione della circolazione armoniosa della parola. Per questo, i teorici dell'eloquenza civile diffidavano degli oratori popolari capaci di trasformarsi in demagoghi. Per loro, quando la parola pubblica si carica di risentimento e d'invidia è il segno che la vita politica si sta degradando. Che poi è quello che accade oggi un po' dappertutto in Europa".

La funzione politica dell'artista è rendere visibile il pericolo che incombe sulla società?
"L'affresco di Lorenzetti mostra le conseguenze negative del cattivo governo. La creazione artistica è anticipazione, ci mette in guardia sui rischi a venire. L'artista sente il pericolo, come quei gatti che nelle miniere sentivano il grisù prima degli uomini, permettendo di evitare la tragedia. L'artista non è un profeta, ma solo qualcuno che ha una sensibilità più spiccata degli altri".

Dare un volto alle minacce e alle paure, significa conoscerle e quindi un po' combatterle?
"Penso di sì. Quando il pericolo è indefinito e impreciso fa sempre più paura. La forza politica delle immagini è proprio questa capacità di rendere visibile ciò che ancora non lo è, mettendo il risultato a disposizione di tutti. Lorenzetti è come se dicesse ai suoi concittadini, e in fondo anche a noi: "Adesso non potrete mai più dire che non sapevate". Che poi è la stessa intenzione all'origine del mio lavoro".

La sua concezione della storia incrocia diversi filoni di ricerca, dalla storia culturale alla storia economica, dalla storia politica alla storia dell'arte. È il vecchio sogno di una storia totale?
"In parte sì. Soprattutto però difendo l'idea di una storia inquieta e disorientata. A scuola, ci hanno sempre insegnato a orientare la storia secondo la freccia del tempo, costringendoci a pensarla come necessariamente unidirezionale. Io preferisco interessarmi ai momenti di rottura o d'involuzione, quando appunto la storia perde l'orientamento. Come ad esempio la crisi dei comuni medievali. Questa storia disorientata è di conseguenza una storia inquieta, che non è fatta per confortare le nostre certezze o le nostre identità. Non trasmette sicurezze. Al contrario, è una storia che c'interroga e suscita dubbi, ma proprio per questo è molto più interessante. Per me la storia è igiene dell'inquietudine e un esercizio di disorientamento che ci aiuta ad organizzare il nostro inevitabile pessimismo. Ci aiuta a essere lucidi, che significa guardare in faccia il baratro che si avvicina e provare a dominare le nostre paure".


http://www.eutopiamagazine.eu/en/patrick-boucheron/columns/europe-yes-and-no-trail-ambrogio-lorenzetti
http://www.eutopiamagazine.eu/fr/patrick-boucheron/columns/oui-et-non-leurope-dans-le-sillage-d-ambrogio-lorenzetti
http://sciences.blogs.liberation.fr/home/2014/06/sienne-boucheron-hollande-et-lorenzetti.html
http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2014-08-17/fragilita-buon-governo-081401.shtml?uuid=ABeC

Quentin Skinner, Ambrogio Lorenzetti e la raffigurazione del governo virtuoso, pp.53-122 e Ambrogio Lorenzetti sul potere e la gloria delle repubbliche pp.123-154 in Id. Virtù rinascimentali, Il Mulino, Bologna 2006.

mercoledì 14 gennaio 2015

Kaputt settant'anni dopo

Matteo Nucci
A settant'anni da "Kaputt" di Curzio Malaparte
Il Venerdì di Repubblica, 9 gennaio 2015, n. 1399

Per Kurt Suckert, meglio conosciuto come Curzio Malaparte, quello di settant’anni fa fu un capodanno di festa. A poco più di un mese dall’uscita di Kaputt, le reazioni di stupore si reduplicavano e all’estero già si preparavano a tradurlo. Dalla casa di Capo Massullo,
tuttavia, lo scrittore fingeva di riservare interesse a ben altre vicende. Il secondo capitolo dell’immane sforzo di raccontare «la peste della guerra» era già aperto (La pelle sarebbe uscito quattro anni dopo) e il bisogno di Malaparte di accreditarsi nel mondo nuovo che andava consolidandosi lo spingeva a cercare una sponda nelle fila del Partito Comunista. Fu così che, mentre il consenso letterario accoglieva una delle più straordinarie opere del Novecento, nell’Italia ancora spezzata, Kaputt apparve anche come il furbo prodotto di quell’uomo dal passato fascista che gran parte del mondo politico e intellettuale si sarebbe poi affannato a condannare. Negli anni seguenti, alle accuse contro l’abilità nel destreggiarsi fra opposti poteri si aggiunse la critica all’affidabilità dei resoconti. Tanto che si addensarono sull’opera dello scrittore ombre che si sono allungate fino ai nostri anni.
A rileggere oggi questo capolavoro (da poco tascabile: Adelphi, pp. 476, euro 13), si resta sbalorditi. E innanzitutto proprio per l’abilità della mano con cui Malaparte riuscì a trasformare la realtà. Magia, grottesco, follia, allegoria, sogno, delirio si alternano a raccontare una dimensione che sfugge di continuo, tanto è l’orrore di un’umanità che fatica a restare nell’alveo della sua animalità. Questo «viaggio al termine della notte» nell’Europa in fiamme (Céline è stato più volte chiamato in causa) fu sì il risultato dei viaggi del Malaparte inviato sul fronte orientale per il Corriere della sera (Romania, Polonia, Jugoslavia, Germania, Ucraina, Russia, Svezia e Finlandia) ma fu soprattutto esso stesso un viaggio nel mondo animale dominato da quel «mostro allegro e crudele» cui allude la «dura e quasi misteriosa parola tedesca Kaputt, che letteralmente significa “rotto, finito, andato in pezzi, in malora”».
Le sei parti del libro sono intitolate a cavalli, topi, cani, uccelli, renne e mosche. Perché, come scrive Maurizio Serra, autore della definitiva biografia (Malaparte. Vite e leggende, trad. dal francese di A. Folin, Marsilio, pp. 587, euro 25), «gli animali sono gli unici innocenti per definizione, i soli che soffrano di una pena che non ha la sua origine nell’espiazione di una colpa, ma nel sacrificio puro, gratuito, cristologico». Animali sono dunque gli uomini nella loro veste di vittime, laddove nel momento in cui si fanno persecutori si assimilano piuttosto alla perversione di «animali degradati dalla ragione».
Le storie che l’io narrante del libro, ovvero lo stesso Malaparte, racconta in circostanze reali trasformate da una penna trasfigurante, gettano luce, oltreché sugli esseri umani, sui popoli. E principalmente, è ovvio, sui tedeschi di cui si racconta in continuazione la paura: «Hanno paura sopra tutto degli esseri deboli, delle donne, dei bambini. Hanno paura dei vecchi. La loro paura ha sempre suscitato in me una profonda pietà. Se l’Europa avesse pietà di loro, forse i tedeschi guarirebbero del loro orribile male». Degli italiani, Malaparte ghigna in prima persona: «Io ho perso l’abitudine di agire. Sono un italiano. Non sappiamo più agire, non sappiamo più assumere alcuna responsabilità». Degli spagnoli, invece, egli parla attraverso uno dei personaggi principali del libro, il Conte Augustín de Foxá, Ministro di Spagna a Helsinki: «È crudele e funereo come ogni buon spagnolo. Soltanto per l’anima ha rispetto: il corpo, il sangue, le sofferenze lo lasciano indifferente. Gli piace parlar della morte, si rallegra come una festa nel veder passare un funerale».
Mai come in Kaputt, Malaparte ci appare nella sua potenza di camaleonte.  «Aristocratico con gli aristocratici, diplomatico con i diplomatici, militare con i militari, operaio con gli operai», compare sulla scena a Stoccolma, a fianco del Principe Eugenio di Svezia, cui dopo poco comincia a narrare di un villaggio ucraino dove con soldati romeni discorre di Unione Sovietica pensando a Tolstoj e affondando sempre più in un vortice di storie e di lingue. Tedesco, francese, romeno attraversano la scena, mentre Malaparte porta ovunque il suo sarcasmo, il gusto del paradosso, la battuta salace tipica del ragazzo nato a Prato da padre sassone e madre milanese.
Dalla “corte” del Generalgoverneur di Polonia, Hans Frank (poi condannato a morte a Norimberga), dove si aprono gli scenari più atroci del ghetto di Varsavia e del tragico pogrom romeno di Jassy (dove morirono 14000 ebrei), fino all’amata Finlandia dove Malaparte affabula gli ascoltatori fra l’altro con i bombardamenti di Belgrado vissuti da un cane. Berlino, Zagabria, il mefistofelico duce croato Ante Pavelic, Capri, Axel Munthe, Edda Ciano, e finalmente la Lapponia dove incontriamo Himmler nudo in sauna, giunto lì a punire con la fucilazione i soldati tedeschi presi dal desiderio del suicidio. Il paradosso domina. Tutto si confonde. Vita e morte perdono i loro significati elementari e l’abilità di scrittore di Malaparte raggiunge vette inarrivabili.
Kaputt è anche un gioco di tempi. Presente e passato s’intrecciano senza lasciar più
speranza al lettore. Sogni e ricordi prendono il sopravvento, notti ebbre si riempiono di violenza pronta a sciogliersi in risate folli. E, prima che l’autore torni a Roma e Napoli (gli ultimi due capitoli) un aneddoto reale viene trasformato al punto da chiarire definitivamente quella che è la vera chiave del libro:  il misero scontro fra uomini e uomini s’illumina soltanto quando l’uomo affronta l’animale che è in sé. È la storia della lotta contro i salmoni ingaggiata dai soldati tedeschi nella loro pesca guidata dall’insana brama di estirpare la specie ittica. Ma «i salmoni sono coraggiosissimi e non è facile vincerli». Così, quando il generale von Heunert si troverà a dover sconfiggere l’ultimo esemplare del fiume Juutuanjoki, Malaparte regalerà al lettore una delle scene più indimenticabili.
Nell’appendice che Adelphi propone troviamo la vera storia su cui lavorò letterariamente (p. 452). È una prova eccezionale per capire quanto egli stesso avrebbe detto circa il suo stile in Pelle, forse già difendendosi dalle accuse montanti. È un manifesto di poetica, quello messo in bocca, nella finzione, a un colonnello americano di nome Hamilton. Dovrebbe tranquillizzarci per sempre e consentirci di ridare a questo fenomenale scrittore il posto che gli è stato spesso negato. «Non ha alcuna importanza» dice Hamilton «se quel che Malaparte racconta è vero o falso. La questione da porsi è un’altra: se quel che egli fa è arte, o no».

martedì 8 luglio 2014

Canetti, Massa e potere, parte seconda

Elias Canetti, Masse und Macht, Claassen Verlag, Hamburg 1960 tr. it. di F. Jesi, Massa e potere, Adelphi, Milano 1981 
Valentina Sperotto,  Scheda di lettura, Giornale Critico di Storia delle Idee

Si chiude quindi la prima parte dedicata alla massa e si apre la seconda in cui Canetti analizza il potere.
Questa seconda parte si apre riprendendo nuovamente l’elemento iniziale del contatto e della paura che esso suscita in quanto «il contatto provocato dal toccare preannuncia l’assaggio», ovvero il contatto evoca i più antichi terrori dell’uomo. Il rapporto di forze che si crea fra chi tocca e chi viene toccato fa si che a seconda della durata della resistenza suscitata esso possa avere diversi gradi. Diversi gradi del contatto sono i diversi gradi dell’afferrare che può divenire anche schiacciare o sfracellare. Poiché però il vero atto dell’incorporare inizia dalla bocca sono i denti «il più evidente strumento di potere che uomini e moltissimi animali portano in sé» tanto che essi «possono essere considerati come il primo ordinamento, il quale esige formalmente un riconoscimento più generale; un ordinamento che funge da minaccia verso l’esterno , che non è sempre visibile, ma che appare alla vista ogniqualvolta la bocca si apre». La minaccia dell’incorporazione è così la caratteristica fondamentale del potere. Il potente, infatti, considera gli altri uomini come a sé sottoposti, li considera alla stregua di animali, di un gregge, e il suo scopo sarà quello di sfruttarli, incorporarli, anche quando egli negherà di sfruttare e “digerire” i suoi sudditi.
L’afferrare e il mangiare sono le azioni originarie del potere, ma l’istante della potenza vero e proprio è l’istante del sopravvivere. A tale istante corrisponde una forza incomparabile, la sensazione di essere un eletto, l’unico sopravvissuto tra molti che hanno invece avuto un destino comune. La forza deriva dalla consapevolezza di essere ancora vivi, e poiché il sopravvissuto è l’unico ad esserlo tra molti, egli si sente in qualche modo migliore. Alla sopravvivenza sono legati tutti i desideri d’immortalità, mentre nella sua forma più semplice essa consiste nell’uccidere. Colui a cui capita di sopravvivere più volte è considerato un eroe. Il piacere di sopravvivere è tale che può persino divenire pericoloso e insaziabile, una passione morbosa, quella che spesso muove gli eroi e i condottieri. Ma non è sempre necessario che il singolo metta in pericolo se stesso per sopravvivere: il comandante non sempre entra in battaglia, spesso il suo compito è quello di prendere le decisioni da cui dipende il suo esito; se la battaglia sarà vinta sarà il comandante ad appropriarsi dell’esito della battaglia e dei morti.
La morte è il pericolo supremo e in quanto tale il potente per eccellenza è colui che dispone del diritto di vita e di morte sugli altri individui. La morte è certamente quella che il sovrano infligge o può infliggere, generando terrore nei suoi sudditi, ma il verso della paura si ribalta nel momento in cui qualcuno si sottrae alla sentenza del sovrano: il potente è così immediatamente in pericolo. Tale angoscia del pericolo aumenta man mano che i suoi comandi vengono eseguiti poiché le sue vittime, anche se non si sono apertamente schierate contro di lui, avrebbero potuto farlo. L’inganno di ogni capo è così quello di farsi precedere dalla morte: «il capo vuole sopravvivere, e perciò si rafforza. Quando egli ha dei nemici cui sopravvivere tutto va bene; altrimenti, sopravvivrà alla sua stessa gente. In ogni caso egli si serve degli uni e degli altri, alternativamente o simultaneamente.»
Considerando la questione della sopravvivenza dal punto di vista di colui cui viene già riconosciuto il potere il sopravvivente gli è naturalmente avverso poiché guasta l’immagine del potente come unico in grado di sopravvivere; inoltre nel caso si tratti del successore (in linea dinastica), ovvero colui che gli sopravvivrà, si instaura tra i due un aspro rapporto di odio, il più giovane desidera infatti ardentemente la morte di colui che meno di tutti vorrebbe morire.
La sopravvivenza va poi considerata nelle sue diverse forme: come mito dell’origine in primis, la generazione di una discendenza, effettivamente, presso moltissime culture dipende dalla sopravvivenza ad un evento catastrofico di una sola coppia da cui avrà origine l’intera stirpe.
In secondo luogo vanno considerate le epidemie, queste producono lo stesso risultato finale di catastrofi come un terremoto, ma il loro effetto, invece che essere immediato, è cumulativo, esse durano nel tempo dando luogo a poco a poco all’accumularsi dei cadaveri e rendendo gli uomini testimoni del progredire della morte. Contrario all’epidemia è invece il suicidio di massa in cui la morte è rivolta contro la propria gente affinché nessuno cada nelle mani del nemico.
Vi è poi la sopravvivenza come timore dei morti: i morti sono coloro cui altri sopravvivono, per questo i vivi temono la loro invidia e da questo dipende spesso la formazione di mute di lutto volte a placare risentimento del morto, in alcuni casi tali mute si trasformano in vere e proprie forme di culto degli antenati.
Di fronte al mucchio di cadaveri, ai morti sul campo di battaglia o alla schiera delle tombe in un cimitero il sopravvissuto, unico a camminare tra coloro che giacciono defunti, prova quello che Canetti definisce il sentimento del cimitero, una soddisfazione segreta.
Alla fine di questa parte dedicata alla sopravvivenza Canetti dedica un paragrafo alla scelta di Stendhal: lo scrittore invece che mirare all’immortalità in forma di sopravvivenza fisica preferì l’immortalità dei suoi scritti. In tal modo egli scelse di appartenere alla schiera di «coloro che furono nei tempi trascorsi, e la cui opera ancora vive – coloro che parlano ancora a qualcuno, e delle cui opere ci si nutre.» Questo esempio che Canetti sceglie è volto a mostrare come sia possibile concepire la sopravvivenza in un modo che non comporti il sacrificio degli altri, che sopravvivere non sia la situazione da cui uno trae vantaggio e che vede gli altri soccombere. La sopravvivenza di Stendhal come degli altri grandi scrittori e pensatori è volta a favore dei vivi.
Restano poi da analizzare alcuni elementi del potere: la forza, la velocità, la domanda, il segreto, e le sentenze di condanna o grazia. Per quanto riguarda la forza essa è più pressante e immediata del potere (che rispetto ad essa è più generale e ampio), e si trasforma in esso solo quando dura a lungo, d’altra parte nei momenti decisivi il potere si trasforma nuovamente in forza.
[...]  il nucleo più interno del potere è il segreto, il potere del silenzio, mentre colui che viene interrogato dal potente è obbligato a rispondere, pena la tortura, il potente può tacere. Il silenzio isola, ancora una volta il potente è unico e distaccato rispetto agli altri, la singolarità di colui che detiene il segreto – o dei pochi che lo detengono – ha come conseguenza la concentrazione (ossia il rapporto tra coloro che il segreto colpisce e coloro che lo custodiscono) . Così «buona parte dell’autorità di cui godono le dittature deriva dal fatto che si accorda loro la forza concentrata del segreto, ripartita su molti ripartita su molti e rarefatta nelle democrazie.» L’apoteosi e la glorificazione del segreto ha luogo quando gli uomini sono disposti a fare e sopportare molte cose se sono loro imposte con energia e in segreto, anche se d’altra parte, i segreti sono destinati ad essere fatali tanto per chi li detiene quanto per chi ne è colpito.
Il potere, come si è detto, corrisponde anche alla facoltà di condannare o graziare gli altri, ma è anche e innanzitutto potere di dare comandi. L’ordine è ciò che suscita una determinata azione nell’istante in cui viene pronunciato. All’origine del comando vi è qualche cosa di estraneo che dev’essere considerato più forte da colui che obbedisce, vi è la paura, la paura del tocco, poiché solo chi è in grado di vincere (sull’altro) comanda. 
[L'azione di impartire un ordine comporta due aspetti, l'impulso e la spina. L'impulso costringe chi riceve il comamdo a eseguirlo, la spina permane in chi esegue il comando.   Quest'ultimo] si imprime in colui che lo esegue in forma di spina e «la profondità e la durezza con cui esso si imprime dipendono dall’energia con cui è stato impartito, dalla forma che di volta in volta assume, dalla sua preponderanza e anche dal suo contenuto. Esso perdura come qualche cosa di isolato». Libero sarà allora solo l’uomo che ha imparato a non eseguire gli ordini, colui che opponendosi all’impulso di eseguire il comando evita anche la spina ad esso conseguente.
C’è però una situazione in cui al comando non corrisponde una spina, ed è quando il comando viene rivolto alla massa, poiché sulla massa si diffonde orizzontalmente (non verticalmente come da comandante a sottoposto), l’angoscia, la paura, non è più quella vissuta dal singolo, ma un’angoscia contagiosa che passa dall’uno all’altro e che di dissolve al dissolversi della massa.
Canetti prende anche in considerazione un aspetto generalmente poco studiato del potere: la metamorfosi. La metamorfosi è invece un momento originario del potere, essa è quella che gli ha procurato il potere sulle altre creature, ma anche per sfuggire agli inseguitori. In particolare l’uomo attraverso le sue esperienze mitiche quale animale ha imparato a usare gli animali come più gli conviene e le sue metamorfosi a poco a poco sono diventate simulazioni, l’uomo è diventato signore degli animali potendo diventare altro pur continuando ad essere se stesso. Tuttavia a poco a poco la fluidità delle figure della metamorfosi vanno irrigidendosi nella maschera. La maschera stessa però che pone una distanza tra gli individui minaccia l’altro con il segreto che si nasconde dietro di lei.
La metamorfosi, fluida e continua, è determinata dall’influenza di un uomo sull’altro, nel momento in cui la metamorfosi viene proibita, compresa la metamorfosi che ha luogo con il mutar d’espressione del volto, il divieto deriva dalla necessità di autonomia dell’uomo, che fa del proprio volto una maschera e che vieta a tutti l’accesso – e dunque l’influsso – sul proprio animo.
Le relazioni di potere, e dunque l’influsso che colui che lo detiene esercita sugli altri, sono evidenti non solo dal mutamento originario dell’espressione del volto a causa dell’emozione suscitata, ma anche dalla posizione del corpo. Le posture del corpo non solo assumono un valore simbolico, ma Canetti mette in evidenza come tale valore dipenda dalle caratteristiche della posizione stessa (ad esempio lo stare in piedi è manifestazione di autonomia, lo stare seduti di distinzione e così via). Coloro che adeguano anche la propria posizione fisica al potente sono innanzitutto i componenti della sua corte. La corte è un cristallo di massa costituito dalle persone fedeli al potente che sempre lo circondano, ed è la corte che orienta, anche fisicamente, tutti coloro che si avvicinano al sovrano.
A seconda del tipo di potere di cui si tratta la corte e la massa manifesteranno nei suoi confronti diversi tipi di atteggiamenti, colui che mira alla celebrità raccoglie cori, vuole dunque solo essere gratificato dall’udire altri ripetere il proprio nome; colui che mira alla ricchezza è interessato solo a raccogliere mucchi e branchi, dunque non direttamente a suscitare atteggiamenti nella massa, quanto piuttosto a poter comprare gli uomini; in fine il potente, colui che ricerca il potere, raccoglie uomini allo scopo di farsi precedere o accompagnare da essi nella morte e poiché ciò che conta di più per ogni potere è di non passare, al potente non importa di coloro che sono morti prima di lui o che devono ancora nascere, ciò che conta è la propria sopravvivenza, la propria immortalità.
Prima dell’Epilogo Canetti dedica un capitolo al rapporto tra Sovranità e paranoia, a sua volta legato al rapporto massa e paranoia che emerge in più momenti nel corso dell’analisi. In particolare è fondamentale la sensazione di essere circondati da una muta di nemici, evidente in particolare nelle visioni di occhi, ma anche nelle visioni di masse d’insetti che caratterizzano il delirio. L’elemento rilevante che accomuna paranoia e potere è «il desiderio di sopprimere gli altri per essere l’unico, oppure, […] il desiderio di servirsi degli altri per divenire l’unico con il loro aiuto.» Questo è anche il punto cruciale del potere: il rapporto con l’altro è quello esclusivo della sopravvivenza, dunque della negazione dell’altro, così nella massa gli individui riescono a superare il naturale timore del contatto con l’altro solo in quanto la molteplicità dei corpi diviene un solo corpo. Il corpo della massa a sua volta mette in atto un meccanismo comprensibile solo alla luce dello scopo stesso per il quale essa si è formata (ovvero il potere della molteplicità degli individui che ne fanno parte consente loro di conseguire scopi che altrimenti il singolo non potrebbe raggiungere). Altrimenti è il timore che l’altro suscita a dominare e con esso la distanza tra gli individui, ma solo facendo i conti con il rapporto tra il potere del sopravvissuto e la massa stessa, risultano chiari i meccanismi alla base del potere.
Canetti, dopo aver analizzato la massa e il potere separatamente e l’uno in relazione all’altra osserva che l’epoca delle mute del lamento sta tramontando insieme alla perdita della presa delle grandi religioni, mentre, per quanto possano continuare a originarsi guerre e conflitti armati, si è visto che è la muta di accrescimento a essere schiacciante rispetto ad esse, tanto da aver subordinato la tendenza alla guerra. Tuttavia è fondamentale, per comprendere la nostra epoca, il fatto che se la smania di accrescimento è certamente l’elemento dominante, non è per questo diminuito il valore di ogni singolo. Anzi, il desiderio di indistruttibilità è divenuto legittimo, ognuno è persuaso di non dover morire e ai propri stessi occhi degno di lamento. Ciò che però cambia radicalmente rispetto al passato è la situazione del sopravvissuto, questi, infatti, con le nuove armi può sempre essere raggiunto, «i potenti oggi tremano in modo diverso per la propria vita, come se fossero uguali agli altri uomini». Così, se da una parte il potere che il sopravvissuto detiene è decisamente più grande, oggi esso è anche più fuggevole. Le nuove armi implicano d’altra parte che il potente sia più pericoloso, che con le sue decisioni ne va della sopravvivenza di tutti, poiché egli, come il paranoico, non si cura del resto dell’umanità, si sente piuttosto egli solo contro tutto il mondo. La via che indica Canetti è dunque trovare il punto debole del sopravvissuto, l’unico modo per essere liberi è di togliere la spina al potente, essere in grado di scovarla per sottrarsi all’angoscia, quell’angoscia che, dopo i conflitti mondiali, non risparmia nemmeno il potente. Riuscire a scovare e sottrarre la spina a chi detiene il potere poiché scegliere l’isolamento creativo resta ancora, come ai tempi di Stendhal, una soluzione per pochi.