Massimo Recalcati
Come rispondere alla paura
la Repubblica, 28 agosto 2026

Massimo Recalcati
Come rispondere alla paura
la Repubblica, 28 agosto 2026
Stefano Carpani
A lezione da Jung: "La conoscenza di sé è un veleno che non tutti possono assumere"
La Stampa, 7 giugno 2026
A sessantacinque anni dalla morte, Carl Gustav Jung continua a occupare un luogo singolare nell’immaginario contemporaneo, ben oltre i confini della psicoanalisi. Per alcuni resta un visionario, per altri una figura controversa. Eppure, al di là delle caricature e delle semplificazioni (dalle biografie romanzate alle trasposizioni cinematografiche come A Dangerous Method di David Cronenberg), continua ad essere una delle grandi figure intellettuali del Novecento.
Come osserva Stefano Candellieri, fu un intellettuale omericamente “polìtropo”, cioè dal multiforme ingegno: clinico rigoroso, sperimentatore innovativo, pensatore capace di attraversare discipline e linguaggi diversi senza mai ridurre la complessità dell’esperienza umana a un sistema chiuso. La sua influenza, infatti, non si limita al mondo clinico, e il suo pensiero ha attraversato filosofia, antropologia, arte, letteratura, studi religiosi, neuroscienze e teoria politica, continuando ancora oggi a offrire strumenti per interpretare il disagio contemporaneo (non solo psichico).In Ricordi, sogni, riflessioni, curato con Aniela Jaffé, Jung scriveva: «Ho visto persone diventare nevrotiche quando si accontentavano di risposte inadeguate o sbagliate alle domande della vita. Cercano posizione sociale, matrimonio, reputazione, successo esteriore o denaro, e rimangono infelici e nevrotiche anche quando ottengono ciò che stavano cercando». Jung descrive individui apparentemente realizzati, perfettamente integrati e persino vincenti secondo i parametri della modernità, ma vuoti. Persone che inseguono obiettivi socialmente riconosciuti senza interrogarsi davvero su chi siano. E questo passaggio colpisce ancora oggi per la sua lucidità.
Per Jung, molte forme di sofferenza nascevano proprio da questo scarto tra vita esteriore e vita interiore. L’essere umano, sosteneva, non può vivere soltanto di adattamento sociale. Per questo attribuiva un’importanza decisiva allo sviluppo interiore: non un semplice miglioramento personale, ma un processo complesso e spesso doloroso che chiamò “individuazione”, cioè il tentativo di diventare ciò che si è realmente integrando gli aspetti inconsci della psiche.
La salute psichica, per Jung, coincideva con la capacità di sostenere il confronto con la propria interiorità. L’analisi non era quindi una tecnica per eliminare sintomi, bensì un’esperienza trasformativa e culturale capace di andare oltre l’immagine che l’individuo ha di sé. «La cura può essere un veleno che non tutti possono assumere», avvertiva, «oppure un’operazione che, quando è controindicata, può rivelarsi fatale». La conoscenza di sé non era dunque un percorso rassicurante. Ogni trasformazione autentica implica una perdita, una destabilizzazione dell’identità precedente. Ed è proprio questo che rende il pensiero junghiano così distante dalle molte forme contemporanee di auto-aiuto, spesso orientate a un benessere rapido, performativo e superficiale.
Un altro tema centrale della sua riflessione riguarda la paura. «Ovunque vi sia una discesa nell’esperienza più intima, nel nucleo della personalità», scriveva, «la maggior parte delle persone viene sopraffatta dalla paura, e molti fuggono». In questa intuizione si concentra gran parte della sua antropologia: l’essere umano teme l’incontro con se stesso. L’attivismo incessante, la produttività compulsiva o le identificazioni collettive possono così diventare strategie per evitare il confronto con le parti più oscure e contraddittorie della psiche. Da qui deriva anche uno dei concetti più celebri e fraintesi di Jung: l’ombra. Quando non viene riconosciuta, sosteneva, tende a proiettarsi sugli altri — sul nemico politico, sul diverso, sullo straniero, sull’avversario morale.
È per questo, a mio modo di vedere, che l´approccio junghiano, post-junghiano e neo-junghiano continua a essere evocato nel dibattito culturale e politico contemporaneo. In un mondo segnato dalla polarizzazione, dalla costruzione continua di nemici e dalla radicalizzazione identitaria, Jung ricordava che il male non è mai soltanto esterno. Ogni società, come ogni individuo, porta dentro di sé una zona d’ombra che preferisce non vedere.
Francesco Antonelli
Bauman, a tu per tu con la modernità
il manifesto, 21 maggio 2026
C’è una domanda che continua a tornare, ogni volta che il nostro presente sembra precipitare dentro nuove crisi: cosa direbbe oggi Zygmunt Bauman? Che diagnosi darebbe di un mondo attraversato contemporaneamente da guerre, riarmo, crisi climatica, rivoluzione digitale, precarizzazione del lavoro e ritorno dei nazionalismi? La risposta, naturalmente, non possiamo conoscerla. Eppure pochi sociologi contemporanei hanno saputo fornire strumenti interpretativi tanto potenti da continuare a parlarci anche dopo la loro scomparsa.
BAUMAN
NON È STATO soltanto uno dei più importanti
interpreti della globalizzazione. È stato soprattutto un sociologo
capace di trasformare l’esperienza diffusa dello spaesamento in
linguaggio condiviso. La sua opera ha dato nome a sentimenti
collettivi che milioni di persone sperimentavano senza riuscire
ancora a tematizzarli pienamente: precarietà, insicurezza, fragilità
dei legami, individualizzazione, paura dell’esclusione. La metafora
della «modernità liquida» ha avuto successo proprio per questo:
non semplicemente perché descriveva il mondo, ma perché permetteva
di riconoscersi dentro di esso.
Per comprendere davvero Bauman
bisogna però guardare alle diverse stagioni del suo percorso
intellettuale. Un itinerario segnato non solo da svolte teoriche, ma
da una biografia tragicamente intrecciata alla storia europea del
900. Ebreo polacco costretto alla fuga dopo l’invasione nazista del
1939, soldato nell’esercito sotto comando sovietico, poi
intellettuale marxista nella Polonia socialista, infine espulso
dall’università durante la campagna antisemita del 1968 e
costretto a un nuovo esilio, prima in Israele e poi in Inghilterra.
La sua sociologia nasce sempre da questa esperienza concreta
dell’insicurezza, dell’estraneità e della discontinuità.
LA PRIMA FASE del suo pensiero è quella del rapporto tra sociologia e marxismo. Il giovane Bauman si forma dentro l’orizzonte del socialismo reale, ma progressivamente prende le distanze dalle sue degenerazioni burocratiche e autoritarie. Non abbandonerà mai, però, l’idea che la sociologia debba mantenere una tensione emancipativa. In questa stagione, il tema centrale è il rapporto tra cultura e potere: il modo in cui le strutture sociali plasmano le coscienze e costruiscono conformismo. Già qui emerge una delle intuizioni che attraverseranno tutta la sua opera: la critica di ogni riduzione dell’essere umano a semplice ingranaggio sistemico. La seconda fase coincide con il confronto con la postmodernità. La crisi delle grandi narrazioni, il tramonto delle appartenenze collettive e la dissoluzione delle identità stabili vengono letti da Bauman non come semplice liberazione, ma come apertura di una condizione profondamente ambivalente. Da una parte, il venir meno delle rigidità della modernità fordista produce nuovi spazi di libertà individuale; dall’altra dissolve quelle cornici simboliche e sociali che davano continuità e senso alle esistenze. È qui che Bauman affronta una delle questioni decisive della sociologia contemporanea: l’individualizzazione. Un processo che interpreta in modo molto diverso sia dall’ottimismo neoliberale sia dalle nostalgie comunitariste.
L’INDIVIDUO CONTEMPORANEO viene formalmente liberato da molti vincoli tradizionali, ma questa libertà si trasforma spesso in obbligo alla prestazione, all’auto-costruzione permanente, alla competizione continua. La biografia diventa un compito individuale, mentre problemi collettivi e sofferenze sociali vengono scaricati sulle spalle dei singoli. In questo passaggio Bauman riprende implicitamente una grande intuizione di Émile Durkheim: la modernità rischia continuamente di produrre anomia, disgregazione, perdita di legami. Già molti anni fa avevo cercato di mostrare come, pur partendo da presupposti differenti, Durkheim e Bauman condividessero la stessa preoccupazione per gli effetti distruttivi di un individualismo puramente utilitarista e competitivo. Se per Durkheim il «pathos del moderno» era il rischio della dissoluzione morale della società, in Bauman quel rischio sembra diventare realtà storica compiuta. La terza stagione del suo pensiero coincide con la teoria della globalizzazione e della modernità liquida. Qui il sociologo polacco descrive un capitalismo che non ha più bisogno di strutture stabili, di appartenenze durevoli o di identità coerenti. Tutto deve diventare flessibile: il lavoro, i rapporti affettivi, i territori, perfino il rapporto con sé stessi. La liquidità non è semplicemente una metafora culturale: è la forma sociale assunta dal capitalismo globale.
NELLA MODERNITÀ LIQUIDA, osserva Bauman, il potere si separa progressivamente dalla politica. I mercati globali acquisiscono una capacità di movimento e pressione che gli Stati nazionali non riescono più a controllare. La politica resta locale, mentre il potere diventa globale. È qui che nasce una delle grandi contraddizioni del nostro tempo: cittadini formalmente sempre più liberi, ma concretamente sempre più impotenti. Questa impotenza alimenta paura, rancore e desiderio di protezione. Non sorprende che Bauman abbia dedicato tante pagine al rapporto tra insicurezza sociale e ritorno dei nazionalismi. La sua categoria di «retrotopia» descrive precisamente questa dinamica: quando il futuro smette di apparire promessa di emancipazione, le società si rifugiano nella nostalgia di un passato idealizzato. È ciò che vediamo oggi nelle nuove destre sovraniste, nelle politiche identitarie e nel ritorno della politica di potenza. Ma la modernità liquida non dissolve il bisogno di appartenenza. Lo rende invece più fragile, intermittente, ansioso. Ed è proprio questa fragilità che produce la ricerca di appartenenze compensative, capaci di offrire riconoscimento, protezione simbolica e senso. In fondo, la crisi delle appartenenze collettive nasce anche dall’indebolimento di quel compromesso tra libertà ed uguaglianza che aveva sorretto le democrazie europee del secondo dopoguerra: quando la libertà viene percepita come precarietà e competizione permanente, cresce inevitabilmente la domanda di protezione identitaria. Le nuove radicalizzazioni contemporanee – dai nazionalismi aggressivi ai movimenti misogini online, fino alle culture complottiste e alle nuove forme di estremismo digitale – possono essere lette anche così: tentativi dal segno culturalmente reazionario di ricostruire identità e legami dentro una società che individualizza sempre di più le biografie e privatizza le sofferenze collettive.
QUESTE
CULTURE della violenza non nascono nel vuoto. Emergono
dentro ecosistemi sociali e digitali segnati da precarietà
esistenziale, crisi del riconoscimento e indebolimento delle
tradizionali forme di integrazione collettiva. In questo senso,
l’eredità di Bauman ci aiuta ancora oggi a comprendere uno dei
grandi problemi del presente: il rapporto tra appartenenze fragili,
insicurezza sociale e fascinazione per forme violente di
soggettivazione.
Naturalmente, alcune parti della sua diagnosi
vanno oggi ripensate. Il mondo contemporaneo non è più soltanto
quello della fluidità neoliberale degli anni 90 e 2000. Accanto alla
liquidità sono riemerse nuove rigidità: guerre tra potenze,
sorveglianza digitale, capitalismo geopolitico, riarmo, confini,
nuove forme di controllo statale. La globalizzazione non è finita,
ma è entrata in una fase diversa e più conflittuale.
EPPURE molte
intuizioni di Bauman continuano a mostrarci la loro forza: la
fragilità dei legami sociali, l’insicurezza esistenziale, la
trasformazione dell’identità in prestazione permanente, la
privatizzazione delle sofferenze collettive, la difficoltà di
costruire solidarietà durevoli. Forse è questo il suo lascito più
importante: averci ricordato che la modernità non è mai soltanto un
processo economico o tecnologico, ma sempre una questione morale e
politica.
In un tempo attraversato da nuove paure collettive e
profondi sconvolgimenti globali, Bauman continua allora a parlarci
non perché possieda risposte definitive, ma perché ci costringe
ancora a porci le domande essenziali: quale idea di essere umano
stiamo costruendo? Quale rapporto vogliamo tra libertà individuale e
responsabilità collettiva? E soprattutto: siamo ancora capaci di
immaginare forme di appartenenza, modelli di società, non fondati
sulla paura, sull’esclusione e sulla violenza?
Giuseppe Lavenia
Non chiamatela follia
la Repubblica, 19 maggio 2025
Il caso di Modena ci sta mostrando la tendenza sempre più diffusa a trasformare automaticamente la salute mentale in violenza. È quello che sta accadendo in queste ore sui social, nei commenti, nei dibattiti improvvisati. Basta la parola “fragilità psichica” perché scattino paura, odio, inviti alla punizione, etichette disumane. E così la sofferenza mentale smette di essere compresa e diventa il nuovo mostro da dare in pasto all’opinione pubblica.
È una scorciatoia emotiva ed è pericolosissima. Perché la stragrande maggioranza delle persone che soffrono di un disturbo mentale non è violenta. Non aggredisce e non rappresenta un pericolo sociale. Molto più spesso quella sofferenza la vive nel silenzio, nell’isolamento, nella vergogna di chiedere aiuto, nella paura di essere giudicata.
Ma tutto questo scompare nel momento in cui la cronaca incontra la rabbia collettiva. Sui social stiamo assistendo a qualcosa di inquietante. Commenti violenti, odio incontrollato, diagnosi fatte in pochi secondi, persone che invocano “matti da rinchiudere” come se la psichiatria dovesse diventare una discarica sociale dove nascondere tutto ciò che spaventa. Non c’è spazio per comprendere la complessità. C’è solo il bisogno di trovare un colpevole semplice a un problema complesso.
Eppure i dati raccontano una realtà molto diversa da quella costruita dalla paura. Secondo il ministero della Salute e la Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica (SIEP), in Italia oltre 845 mila persone sono seguite dai servizi di salute mentale. Ma il nostro Paese investe nella salute mentale circa il 3% del Fondo Sanitario Nazionale, una delle percentuali più basse in Europa.

Tradotto: aumentano le fragilità, ma diminuiscono gli strumenti per accoglierle. Mancano psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, educatori. Mancano servizi territoriali realmente presenti. Mancano interventi precoci. E quando una persona interrompe le cure, si isola o smette lentamente di esistere socialmente, troppo spesso ce ne accorgiamo soltanto quando il dolore esplode.
L’errore che facciamo
Non possiamo continuare a usare la salute mentale per spiegare automaticamente il male. Perché così facendo stiamo costruendo una società ancora più sola. Una società in cui chi soffre avrà sempre più paura di chiedere aiuto per non essere visto come pericoloso. Una società che parla continuamente di benessere psicologico, ma che davanti alla fragilità reale reagisce ancora con paura, giudizio e distanza.
Nel frattempo aumentano solitudine, ritiro sociale, disagio giovanile e dipendenze emotive. Secondo le ricerche della nostra associazione Di.Te., 7 adolescenti su 10 chiedono agli adulti più ascolto e meno giudizio. E sempre più ragazzi raccontano di sentirsi compresi più da un’intelligenza artificiale che da una persona reale. Questo dovrebbe interrogarci profondamente.
Il caso di Modena allora non può diventare soltanto l’ennesima discussione sulla sicurezza o sull’emergenza psichiatrica. Deve costringerci a guardare una società che si accorge della sofferenza solo quando diventa tragedia.
Servono più professionisti nei servizi pubblici e nelle scuole. Serve continuità nelle cure, serve prevenzione. Ma soprattutto serve smettere di raccontare la salute mentale come una minaccia sociale.
Perché una società civile non si riconosce da quanto velocemente trova qualcuno da odiare. Si riconosce da quanto riesce a proteggere le fragilità prima che il dolore diventi cronaca.
Tiago Rogero
Ultra-conservative José Antonio Kast elected Chile’s next president
The Guardian, 15 december 2025
The ultra-conservative former congressman José Antonio Kast has been elected as Chile’s next president.
With more than 99% of polling stations counted, Kast took 58.16% of the vote, against 41.84% for the leftist Jeannette Jara, a former labour minister under the current president, Gabriel Boric.
The son of a Nazi party member, an admirer of the dictator Augusto Pinochet and a staunch Catholic known for opposing abortion and same-sex marriage, Kast built his campaign on a promise to expel tens of thousands of undocumented migrants.
“Here, no individual won, no party won – Chile won, and hope won. The hope of living without fear. That fear that torments families,” Kast told the thousands of supporters who waited more than two hours for his speech.
Many analysts believe the ultra-conservative succeeded in addressing one of Chileans’ main concerns: rising violence, which has increased in recent years even though the country remains one of the safest in Latin America.
Over the past decade, the number of migrants has doubled, fuelled by about 700,000 Venezuelans forced to leave their country amid its economic collapse.
Kast repeatedly presented migrants as the reason for rising insecurity. During the campaign, he gave the roughly 330,000 undocumented migrants – most of them Venezuelan – an ultimatum to leave before the next president takes office on 11 March or be expelled “with only the clothes on their backs”.
In his victory speech, in which he repeatedly said Chileans were living in “fear”, the president-elect said his administration would show “great firmness in confronting all those who harm us”.
He added: “When we tell an irregular migrant that they are breaking the law and must leave our country if they ever want the chance to return, we mean it … We must show great firmness against crime, organised crime, impunity and disorder.”
Kast’s platform included a Trump-inspired plan to build detention centres and five-metre-high walls, electric fences and three-metre-deep trenches, as well as an increased military presence along the border, particularly in the north, on the frontier with Peru and Bolivia.
This was Kast’s third attempt at the presidency: in 2021, he was defeated by Boric in the runoff.
In a televised phone call, Boric congratulated Kast on “a clear victory” and invited the president-elect to a first meeting on Monday morning at La Moneda, the presidential palace in Santiago, to begin the transition.
Boric said Kast “will at some point come to understand what the loneliness of power means, and the moments in which very difficult decisions must be made.”
Although Jara won the first round in November, Kast’s victory had been widely anticipated by polls and because he was expected to inherit the votes of the other rightwing candidates, which far outnumbered those of the left.
Jara called Kast on Sunday to concede and, in a speech afterwards, said she did not want a divided country and that she would lead a “constructive” opposition, but would “condemn any hint of violence, wherever it comes from”.
The US secretary of state, Marco Rubio, on Sunday congratulated Kast, whose victory has added another right wing leader more closely aligned with Donald Trump in Latin America.
Under Kast’s leadership, “we are confident Chile will advance shared priorities to include strengthening public security, ending illegal immigration, and revitalising our commercial relationship,” Rubio said in a statement.
Argentina’s far-right president, Javier Milei, congratulated his “friend” Kast with a post on social media: “One more step for our region in defence of life, liberty and private property. I am sure we will work together so that the Americas embrace the ideas of freedom and we can free ourselves from the oppressive yoke of 21st-century socialism.”
Brazil’s leftist president, Luiz Inácio Lula da Silva, also congratulated Kast in a post and said he “will continue working” with the Chilean government to strengthen relations between the two countries and to ensure “the preservation of South America as a zone of peace”.
Although many analysts see the result as part of a broader rightwing wave sweeping South America – with victories this year in Ecuador, Bolivia and Argentina’s midterms – many Chilean analysts also view Kast’s win as a continuation of the alternation of power between left and right since the country returned to democracy after the military dictatorship which lasted from 1973 to 1990.
Despite his sweeping victory, Kast will not command an absolute majority in Congress, neither in the lower house nor in the Senate, even when counting all rightwing parties together.
The ultra-conservative has pledged to cut public spending by $6bn within 18 months, but has not explained how he intends to do so.
“There are many things about what a Kast government will look like that we don’t know because he has not said how he will do them,” said Rossana Castiglioni, a political science professor at the Universidad Diego Portales.
“In terms of economic policy, it is very likely we will see adjustment measures typical of the right. But we have no certainty about how he will implement them … where there is far less uncertainty is on security policy, because that has been his workhorse throughout the campaign,” she added.
Ariel Dorfman
Cile, il terremoto politico che dopo 20 anni resuscita il fantasma di Pinochet
la Repubblica, 16 dicembre 2025
SANTIAGO DEL CILE – Augusto Pinochet, l’uomo che dal 1973 al 1990 impose sul Cile un regno del terrore, con ogni probabilità sta sorridendo nella tomba. Un suo grande ammiratore, il fanatico di estrema destra José Antonio Kast, è appena stato eletto presidente con il 58% dei voti, sbaragliando l’avversaria di centrosinistra, la comunista Jeannette Jara, fermatasi al 42%. È la prima volta, da quando trentacinque anni fa nel Paese è stata restaurata la democrazia, che un sostenitore della dittatura ottiene la presidenza. È vero, la vittoria di Kast non deve essere interpretata come un sostegno partecipe alla sua venerazione per Pinochet. Il suo programma e le sue promesse, oggi tristemente familiari alle donne e agli uomini degli Stati Uniti e di altri Paesi, hanno fatto presa su una popolazione arrabbiata, confusa e desiderosa di un cambiamento radicale: la promessa di espellere tutti i 330 mila immigrati clandestini e di usare il pugno di ferro contro il crimine e il narcotraffico, il licenziamento di innumerevoli funzionari pubblici (che uno dei suoi consiglieri più stretti ha definito «parassiti») e l’impegno a ridurre l’inflazione. È possibile, quindi, vedere questo risultato come uno dei tanti esempi della tendenza mondiale verso l’autoritarismo nativista, ma in un Paese la cui lotta vittoriosa per la democrazia è stata, nel corso dell’ultimo mezzo secolo, fonte di ispirazione per il mondo intero, è particolarmente sconcertante.
I cileni furono capaci di liberarsi della dittatura, in particolare con il referendum dell’ottobre 1988, quando i tentativi del generale Pinochet di mantenere indefinitamente il governo del Paese vennero sonoramente sconfitti; un voto tanto più coraggioso perché aveva sfidato un regime che controllava i media, l’economia e la forza pubblica. La stella di Pinochet si offuscò ulteriormente nel 1990, quando fu restaurata la democrazia, e ancora nel 1998, quando il generale fu arrestato a Londra con l’accusa di aver commesso crimini contro l’umanità e, successivamente, quando si scoprì che aveva sottratto al paese milioni di dollari.
Sembrava che la sua morte, il 10 dicembre del 2006 (ironia della sorte: è la giornata internazionale per i diritti umani), avesse inflitto il colpo di grazia alla sua influenza. In tutte le città del Cile si riunirono folle festanti che scandivano «Adiòs, General». Quei cittadini che esultavano e ballavano avevano l’occasione di seppellire per sempre, oltre che le sue spoglie, le sue idee e l’influenza che aveva esercitato sul Cile per così tanti, tristi decenni.
Io non ne ero del tutto sicuro. Mi chiesi se il generale fosse realmente morto. E scrissi: «Il Cile cesserà mai di essere una nazione divisa? La battaglia per l’anima del mio Paese è appena cominciata». Quasi venti anni dopo, vorrei essere stato meno profetico.
Molti sostenitori di Pinochet, recalcitranti, avevano continuato a venerarlo (per aver salvato il Cile dal comunismo, per aver imposto la legge e l’ordine, perché le sue politiche economiche neoliberiste avevano, secondo loro, fatto del Cile un Paese «moderno»). Ma erano una minoranza. La vittoria di Kast va quindi interpretata come un terremoto politico ed etico. L’uomo più potente del Paese cercherà di ripulire il passato violento della dittatura, le esecuzioni, gli esili, le torture e i campi di concentramento. E ha già annunciato di voler graziare i 141 detenuti condannati dalle corti cilene per violazioni dei diritti umani, compreso Miguel Krasnoff, che per i suoi crimini è stato condannato a più di mille anni di prigione.
Inoltre, Kast ha intenzione di abolire l’Istituto per i diritti umani e la commissione incaricata di indagare sulla sorte dei 1.210 cileni tuttora desaparecidos. Di più: fautore di un cattolicesimo reazionario e tradizionalista, è contrario all’aborto, anche in caso di stupro o di rischio per la vita della madre; ha votato contro le unioni civili per le coppie omosessuali; respinge le rivendicazioni delle popolazioni indigene riguardo ai loro diritti e alla loro identità.
In questa crociata per riscrivere il passato e riplasmare il futuro, Kast incontrerà la resistenza dei milioni di cileni che hanno votato contro di lui; anche se al momento sono una minoranza, sono gli eredi di una tradizione centenaria di ricerca della giustizia. È di questa incarnazione della speranza e della lotta che mi ero innamorato al mio arrivo in Cile, a dodici anni: prima mi avevano sedotto le bellezze naturali, la cordillera e i suoi mari agitati, poi ho scoperto la vera bellezza nel tumulto della gente che «come un fiume di tigri», per dirla con Neruda, avanzava risoluta verso la liberazione. Quel fiume traboccherà di indignazione quando Kast proverà a smantellare il welfare creato da tanti uomini e donne che sono stati disposti a rischiare la vita per costruire un paese fondato sulla solidarietà anziché sul profitto. Non hanno avuto paura in passato e non ne avranno ora. Ma perché la mobilitazione che si opporrà a Kast abbia successo, per fare in modo che questa sia solo una parentesi nelle alterne vicende del Cile e non una tendenza dominante dei prossimi decenni, la resistenza avrà bisogno di un altrettanto valoroso tentativo di trovare una via d’uscita dalla crisi. Perché Kast non avrebbe vinto se i partiti di centrosinistra e le loro élite non avessero fallito nel tentativo di proporre un’alternativa percorribile, se non avessero perso il contatto con i problemi che assillano il cittadino medio. Ciò di cui c’è bisogno adesso è un profondo rinnovamento intellettuale delle forze progressiste, una dolorosa resa dei conti con i nostri limiti. Serve uno sforzo per capire come la lotta per la democrazia può essere collegata alla lotta per avere case e lavori migliori, a quella contro le devastazioni dell’apocalisse climatica, a quella per l’uguaglianza, in un mondo dominato dai super ricchi. Ora che il Cile ferito e instabile si unisce alla schiera delle nazioni che si trovano a fare i conti con l’autoritarismo, la frase che ho usato tanti anni fa in occasione della morte di Pinochet torna a essere attuale: «La battaglia per l’anima del mio Paese è appena cominciata».
(traduzione di Alessandra Neve)
Claudia Fanti
La scalata di Kast alla presidenza cilena
il manifesto, 14 dicembre 2025
La strategia di Jara, tutta centrata sulla necessità di «fermare l’estrema destra», di «vincere per non retrocedere», rassicurando al contempo la classe dominante, è tuttavia nata spuntata. Né è stato ben visto il suo incontro con l’ambasciatore statunitense in Cile Brandon Judd, il quale si era fatto già notare per aver spudoratamente dichiarato, a metà novembre, appena undici giorni dopo aver assunto il suo incarico, che era «più facile lavorare» con un governo ideologicamente allineato all’amministrazione Trump – tanto più un governo che avrebbe molto da offrire agli Stati Uniti, a cominciare dal litio di cui il paese è come noto assai ricco -, esprimendo inoltre «delusione» per le critiche di Boric alla politica ambientale del tycoon.
LA SUA UNICA CHANCE, al contrario, sarebbe stata quella di presentare una proposta di trasformazione reale in grado di riaccendere la speranza sorta con l’estallido social di sei anni fa e soffocata dai successivi quattro anni di governo Boric: una deludentissima riedizione del patto di governabilità – in funzione dello status quo – stretto dai due lati estremi della stessa classe dominante e garantito per 16 anni dall’alternanza al potere della coppia Bachelet-Piñera. Prima che la rivolta del 2019 puntasse a spazzare via il modello economico e politico ereditato dalla dittatura di Pinochet.
Era stato proprio grazie alle centinaia di migliaia di cittadini che si erano riversati sulle strade del paese malgrado una brutale repressione che Gabriel Boric aveva potuto conquistare la presidenza, e per di più con un forte grado di legittimità. Con un compito unico e preciso: trasformare in realtà le rivendicazioni popolari, liquidando una volta per tutte il lascito di Pinochet.
Era un’occasione unica, e Boric l’ha sprecata miseramente, incapace di offrire nient’altro che una quasi completa continuità economica con il modello di sempre; la stessa repressione, solo più selettiva, della protesta sociale; una criminalizzazione se possibile ancora più accentuata del popolo mapuche; l’abbandono di qualsiasi promessa di trasformazione strutturale.
IL RISULTATO del fallimento si traduce in una cifra che dice tutto: al primo turno, l’estrema destra pinochetista, con le sue tre candidature – Kast, Johannes Kaiser ed Evelyn Mattei – ha raccolto il 50% dei voti, non solo assicurandosi la vittoria alle presidenziali, ma, come ha evidenziato uno dei candidati di centro-sinistra, Marco Enríquez-Ominami, riconquistando «l’immaginario politico del Cile». E quel che è peggio, ha aggiunto, è che non lo ha fatto per meriti propri, ma per il «collasso totale del campo riformista»; non attraverso l’offerta di soluzioni nuove, ma utilizzando semplicemente l’arma della «strumentalizzazione della paura», nel segno dell’ordine, del controllo e del pugno di ferro.
LE MINACCE che insidiano dall'interno la democrazia sono a volte più pericolose
degli attacchi esterni. Per Ambrogio Lorenzetti, ciò era evidente già
nel 1338, l'anno in cui dipinse a Siena il celebre affresco del "buon
governo". Lo ricorda oggi lo storico Patrick Boucheron in un libro
affascinante che in Francia sta riscuotendo l'elogio unanime del
pubblico e della critica: Conjurer la peur (Seuil, pagg. 288, euro 33),
un denso saggio "sulla forza politica delle immagini" che parte proprio
da un'originale e dettagliata analisi dell'opera con cui il pittore
senese mise in guardia contro gli Effetti del buono e del cattivo
governo in città e in campagna .
Le sei parti del libro sono intitolate a cavalli,
topi, cani, uccelli, renne e mosche. Perché, come scrive Maurizio
Serra, autore della definitiva biografia (Malaparte. Vite e
leggende, trad. dal francese di A. Folin, Marsilio, pp. 587, euro
25), «gli animali sono gli unici innocenti per definizione, i soli
che soffrano di una pena che non ha la sua origine nell’espiazione
di una colpa, ma nel sacrificio puro, gratuito, cristologico».
Animali sono dunque gli uomini nella loro veste di vittime, laddove
nel momento in cui si fanno persecutori si assimilano piuttosto alla
perversione di «animali degradati dalla ragione».