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martedì 23 giugno 2026

Case congeniali

Le case nuove di Virginia Woolf e Vanessa Bell
Francesca Mancini

Il Post, 13 giugno 2026

«They lived in squares, painted in circles and loved in triangles».

Si dice che questa frase sia stata pronunciata da Dorothy Parker per descrivere il gruppo di Bloomsbury. Non è importante stabilire se sia stata davvero lei a inventarla: ciò che conta è capire perché riesca a definire un gruppo di intellettuali indefinibili che, nella prima metà del Novecento, diedero forma a un modo completamente nuovo di intendere la vita e l’arte. Vivevano nelle piazze di Londra, facevano la nuova pittura senza l’ormai antica prospettiva, e si amavano fuori dai confini della coppia.

«They lived in squares, painted in circles and loved in triangles»


è la frase che pronuncia la volontaria che ci accoglie nel salotto verde salvia di Monk’s House, che Virginia e Leonard Woolf acquistarono nel 1919 per 700 sterline. «Il verde era il colore preferito di Virginia», ci dice, «e per ottenerlo dovettero scrostare le vecchie pareti e poi passare diverse volte il colore». Era una soluzione nuovissima, una reazione alle tristi carte da parati vittoriane dell’infanzia. Ora sembra essersi insinuato nel tessuto stesso di Monk’s House, al punto che non si riesce a immaginare la casa di un altro colore.

È nel giardino che si trova la lapide di Virginia, sovrastata dal busto, incorniciato da una magnolia giapponese grondante fiori rosa. A poca distanza, sullo stesso muretto, c’è il busto di Leonard.

«They lived in squares, painted in circles and loved in triangles»:

questa frase, geniale e intraducibile, si riferisce alle piazze quadrate in cui vivevano a Londra, alla collettività e allo stile che avevano di dipingere e ai triangoli delle loro poco convenzionali vite amorose. È una frase che avrebbe potuto pronunciare anche la guida che ci ha accolto a Charleston Farmhouse, la straordinaria casa-opera d’arte nella quale Vanessa Bell – la sorella pittrice di Virginia – visse gran parte della sua vita, a dieci chilometri da quella della sorella, a partire dal 1916, centodieci anni fa. Entrambe le dimore si trovano nel Sussex, ai piedi delle South Downs, colline calcaree nel sud dell’Inghilterra: infinite distese verdi punteggiate da pecore con il muso e le zampe nere, falesie bianche a picco sul mare, cottage nascosti da cascate di fiori rosa e viola, glicini e narcisi. Un paesaggio di silenzi e strade strette a poco più di un’ora da Londra.

Questo non vuole essere un sentimentale diario di viaggio di una lettrice che ha imparato la propria idea di libertà leggendo Virginia Woolf da giovanissima e rileggendola da adulta, per ritrovare l’origine di quello stupore e di quella meraviglia provati, da adolescente, perdendo il senso del tempo tra le pagine di Al faro, Una stanza tutta per sé, La signora Dalloway. È piuttosto il tentativo di raccontare uno stupore nuovo, quello che ho provato attraversando le stanze di quelle case e scoprendo, un dettaglio dopo l’altro, che tipo di vita si fossero inventati, lontano da Londra e dai pettegolezzi, gli intellettuali e artisti raccolti intorno alle due sorelle geniali e con lo sprezzo per le convenzioni.

Che comunità stavano costruendo quei compagni, amici, amanti, che intorno alle due sorelle avevano scoperto la possibilità di una felicità oltre le regole e oltre le norme? Come doveva essere assaporare quella libertà mentre la guerra incombeva e i lutti si moltiplicavano? Eppure, lì, nascosta e mai così visibile, la comunità di Bloomsbury stava inventando il modernismo in letteratura, ridisegnando l’arte e scardinando la morale vittoriana.

– Leggi anche: La signora Dalloway era guarita dall’influenza spagnola

Pioviggina a Rodmell. Virginia e Leonard Woolf hanno vissuto in una casa semplice e accogliente, dominata da un giardino fiorito e dalla guglia della chiesa di St. Peter con intorno il piccolo cimitero del villaggio. La cucina non si trovava nella casa principale: la domestica viveva in un edificio vicino, acquistato dai coniugi. Virginia custodiva gelosamente la propria privacy e non amava gli odori intensi della preparazione del cibo, né le distrazioni di una vita di rappresentanza.

Lo scrive Virginia Woolf nei diari 1915-1919:

«Queste stanze sono piccole, mi sono detta; non sopravvalutare quel camino antico & le acquasantiere. I monaci non sono niente di straordinario. La cucina è decisamente brutta. C’è un fornello a petrolio & nemmeno un focolare. Niente acqua calda né vasca da bagno, di un gabinetto esterno, poi, neppure l’ombra. Tutte osservazioni prudenti che tenevano a bada l’entusiasmo; ma anche quelle hanno dovuto cedere all’intenso piacere per le dimensioni, la forma, la fertilità & il rigoglio del giardino. Sembrava che ci fossero alberi da frutto a non finire; i prugni erano così carichi che la punta dei rami si piegava sotto il peso dei frutti; tra i cavoli spuntavano fiori inaspettati. C’erano filari curati di piselli, carciofi, patate; i cespugli di lamponi mostravano piccole piramidi chiare di frutti; & ho immaginato una piacevolissima passeggiata nel frutteto sotto i meli, con lo spegnitoio grigio del campanile della chiesa a indicarmi il confine. […] È una casa senza pretese, lunga & bassa, una casa con tante porte…»

Quando la casa sembra terminare in un muro, tre gradini conducono all’esterno, e altri gradini portano a una nuova stanza costruita addosso alla casa originale del Seicento: la sua camera da letto. La sua “stanza tutta per sé” non ha collegamenti interni con il resto della casa. Questa la prima scoperta. Virginia ha ispirato un secolo di scrittrici, inventando la figura della scrittrice moderna, emancipata. Vedendo il suo letto singolo quasi monacale in una stanza costruita ingrandendo a forza, forse perfino sgraziatamente, una casa, la stanza tutta per sé mi è diventata un’immagine molto più forte.

Dentro ci sono diverse opere d’arte di Vanessa. In un’alta e stretta libreria si trova ancora la sua collezione dei libri di Shakespeare con le copertine artigianali realizzate da Virginia. Accanto al letto una grande finestra guarda sul giardino: aprendo gli occhi al mattino si vedono il cielo, gli alberi, i fiori. A proteggere la nuca dal muro gelido, una grande libreria in legno; accanto, un camino, sempre decorato da Vanessa, e altre librerie ancora. Poi un piccolo lavandino con uno specchio.

In quella stanza Virginia Woolf scriveva quando il suo studio in fondo al giardino, ricavato da un vecchio capanno degli attrezzi – ancora una stanza solo per lei – e circondato dal frutteto, da crochi e narcisi, era troppo freddo o lei non si sentiva particolarmente bene. Respirando il profumo della lavanda e della rosa rampicante “Princess Marie” fuori dalla finestra, appoggiava una tavola di legno sui bracci della poltrona, con un calamaio fissato sopra. Quando stava meglio, invece, attraversava il giardino:

«Camminando tra queste stanze, una dietro l’altra, in silenzio, come fossi a una messa che ho il terrore di interrompere, sento tutto, sento e vedo che spazio costruisce intorno a sé chi sa perfettamente di cosa ha bisogno per vivere».

Per Virginia Woolf la scrittura era la vita, come scriveva in una lettera che Liliana Rampello cita in Il canto del mondo reale: «è che mi piace la vita umana presa alla grande, con calore e avventura: cani, fiori, figli, case».

Virginia amava la solitudine quanto la compagnia. Leonard trascorreva ore in giardino: era lui ad averlo progettato e a occuparsene. Virginia ne godeva i benefici, ma non conosceva il nome dei fiori né le esigenze delle piante. Era Leonard a dedicare giorni interi d’inverno alla meticolosa potatura degli alberi da frutto, a concimare, piantare, pulire.

Quando i Woolf arrivarono a Monk’s House, il giardino era poco più di un orto tra le rovine di vecchi fabbricati. Nascosto dietro muri di selce e siepi di tasso, mezzo secolo dopo Leonard Woolf aveva creato uno spazio rigoglioso, un frutteto splendido e un orto ricchissimo. Virginia prendeva spesso in giro Leonard per il tempo che trascorreva tra i fiori: «È la tua amante», scherzava, gelosa del tempo sottratto a lei.

Con gli anni e le vendite dei romanzi di Virginia, riuscirono ad acquistare ulteriore terreno oltre il perimetro originario della casa, e il frutteto che vi crearono fu un’aggiunta fondamentale. Lo amavano perché era «il luogo perfetto per sedersi e parlare per ore», per la sua intensa bellezza primaverile quando gli alberi erano in fiore e i frutti si moltiplicavano generosi. Nei diari scriveva:

«…stiamo piantando a casaccio, ispirati dal linguaggio del venditore di sementi: dal fatto che crescano in altezza & mettano petali azzurro sgargiante. […] Mi piace sradicare tarassaco & senecio. Poi suona la campanella del tè & mentre io me ne sto seduta a meditare con la mia brava sigaretta, L. corre fuori come un bambino che ha ottenuto il permesso di uscire».

Ho immaginato per tutta la vita Virginia Woolf con forbici e cesoie, a pulire i fiori dalle graminacee, a gettare semi e a cercare angoli nel giardino per le sue nuove piante. Come ho sbagliato: «Dovresti venire a vedere il nostro giardino, che è la passione prediletta di Leonard. Come potrai immaginare, io non alzo mai un dito, ma passeggio all’ombra degli alberi, senza riuscire a ricordarne i nomi».

In questa casa dai soffitti bassi che avvolgono e proteggono, Virginia Woolf scriveva, accoglieva amici per giocare a bocce in giardino e conversare, cercava equilibrio nei periodi più difficili della sua salute. Una casa che le ha permesso di scrivere alcune delle sue opere più grandi e che l’ha vista incamminarsi per l’ultima volta verso il torrente Ouse, a pochi passi dal luogo in cui era stata felice.

venerdì 9 aprile 1937
«Simile felicità, ovunque la si incontri, merita compassione, poiché è certamente cieca». Sì, ma la mia felicità non è cieca. Questo è il punto d’arrivo, pensavo fra le tre e le quattro di stamattina, dei miei cinquantacinque anni. Giacevo sveglia, calma, pacificata, come se fossi passata dal mondo tumultuoso a un profondo e tranquillo spazio azzurro e lì esistessi a occhi aperti, al di là del male, agguerrita contro qualunque cosa possa accadere. Non avevo mai provato in vita mia questa sensazione, ma l’ho provata varie volte dall’estate scorsa. Fu allora che la conobbi per la prima volta, nel momento dello sconforto peggiore, come se uscissi, lasciando cadere un mantello, sdraiata sul letto a guardare le stelle, in quelle sere a Monk’s House».
(Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, 2019, minimum fax).

Se Monk’s House è il luogo della contemplazione e anche della solitudine necessaria alla scrittura, la casa di Vanessa a Charleston è invece il laboratorio di una vita condivisa, dove arte e relazioni si intrecciano continuamente. Nel 1916 Vanessa Bell con i figli Julian e Quentin e con il suo amante Duncan Grant – insieme a un altro amante di lui, David Garnett – si trasferirono in questa casa a pochi chilometri da Virginia. Fu proprio Virginia a suggerire alla sorella quella dimora scoperta durante una delle sue passeggiate nei dintorni di Firle. Qui per anni si incontrarono artisti, scrittori e pensatori tra i più radicali del XX secolo. Vanessa Bell ricorda così l’atmosfera dei primi incontri tra le pagine del suo La nostra Bloomsbury. Io, mia sorella Virginia e gli altri:

«È stato come se, non appena cominciò a esistere e a prender vita, la nostra innocentissima associazione avesse suscitato ostilità. […] Di certo mi ricordo che mi è stato domandato con curiosità da un gruppo di adulti e giovani durante una banale festicciola se davvero stavamo alzati fino alle ore piccole a chiacchierare con dei giovanotti. Di che cosa parlavamo? Di che cosa parlavamo? L’unica risposta onesta è: di qualunque cosa ci passasse per la testa. Naturalmente i giovanotti provenienti da Cambridge avevano la testa piena della «natura del bene».

Charleston divenne rifugio dalla leva obbligatoria durante la guerra: fingere che Duncan Grant e David Garnett lavorassero per Vanessa Bell in una sorta di società agricola era sufficiente perché lo Stato li esonerasse. Ma soprattutto fu un luogo in cui sperimentare una forma di famiglia nuova, svincolata dalla morale corrente: convivenze eccentriche, sodalizi artistici e sentimentali in cui il desiderio, la creatività e l’intelligenza non seguivano ruoli prestabiliti.

Vanessa amava Duncan, Duncan amava anche David Garnett. Clive Bell continuava a essere il marito di Vanessa, ma viveva comodamente a Londra, coltivando altre relazioni e interessi. E poi c’erano Roger Fry, John Maynard Keynes, E. M. Forster, Lytton Strachey: ciascuno con la propria stanza, tutti riuniti nello splendido salotto a conversare, dipingere, scrivere, ritrarsi a vicenda.

A Charleston la vita quotidiana diventava arte e la casa diventava una tela su cui sperimentare: pareti, porte, camini, mobili, tessuti venivano dipinti e decorati da Vanessa e Duncan, che trasformarono la casa in un’opera totale, creando uno stile completamente originale e spontaneo con motivi geometrici e floreali, colori intensi ispirati al post-impressionismo e decorazioni libere, oggetti e ceramiche artigianali.

Come scrive Angelica Garnett, la figlia di Vanessa Bell, nel libro sopra citato:

«La libertà che aveva scoperto nella vita si espresse in questo modo di dipingere. Non distrusse nulla, perché la sua sensibilità raggiunse una felice e spesso divertente conciliazione tra la propria fantasia personale e una tradizionale fattoria del Sussex. Charleston divenne ciò che è ancora oggi, la prova dello spirito creativo e dell’amore che lo hanno ispirato».

Ogni stanza è un incanto di colori, tappeti, quadri, specchi e bauli. Le decorazioni sono sulle pareti, sulle testate dei letti, sulle lampade, intorno ai camini. Fiori rossi, azzurri, rosa, lingue di colore verde e giallo, guizzi di nero, vasi marroni su fondo nero e tovaglie gialle. Cerchi arancioni, rosa, bianchi: pieni, puntinati, appena accennati… Vanessa e Duncan decoravano le stanze per i loro amici, appendevano quadri e fotografie, trasformando ogni ambiente in un luogo intimo e sorprendente.

Quando qualcosa scoloriva, qualcuno dipingeva sopra nuovi elementi decorativi. L’attuale tavolo da pranzo – una delicata ruota dipinta con tonalità di giallo intenso, grigio chiaro e verde – è una versione degli anni Cinquanta sopra un originale degli anni Venti.

– Leggi anche: «Merluzzo e salsicce»

Duncan Grant dipinse due pannelli per Vanessa Bell nella stanza che oggi è la biblioteca ma che un tempo era la sua camera da letto: un gallo sopra la finestra per svegliarla e un levriero sotto per proteggerla mentre dormiva. In tutta la casa si colgono scorci del giardino, che è una fonte costante di ispirazione per dipinti e motivi decorativi. Nelle lettere e nei diari si trovano molti riferimenti all’influenza del giardino sul lavoro di chi abitava la casa.

I sedici cerchi gialli racchiusi in rettangoli neri con il bordo rosa sulle ante dell’armadio della meravigliosa stanza da letto di Vanessa Bell, affacciata con un’enorme porta finestra sul giardino, sono diventati il simbolo stesso di Charleston.

Sarebbero tantissime le cose da raccontare, descrivere, ma vorrei soffermarmi su un dettaglio che più di altri mi ha commosso: nella stanza di Roger Fry ci sono i raccoglitori decorati da lui che contengono tutta la corrispondenza del gruppo, tra cui spiccano le lettere tra Virginia e Vanessa (VW/VB) divise per anni. Questa meravigliosa corrispondenza di tutta una vita è diventata un volume (curato da Liliana Rampello e pubblicato da Il Saggiatore, Se vedi una luce danzare sull’acqua) che ho letto molti mesi fa e che mi ha accompagnata in viaggio, raccontandomi una relazione d’amore tra sorelle che è stata fondamentale per la vita di entrambe.

Non credo di riuscire a descrivere meglio di così una casa che, come nessun’altra prima, mi sembra racchiudere tutte le personalità che l’hanno abitata: i loro estrosi slanci e pensieri, il loro spirito anticonvenzionale, la libertà dei costumi, l’audacia, l’allegria e anche la disperazione. In questa casa Vanessa Bell ha costruito la sua idea di famiglia: qui lo spirito era libero, libero era l’amore, libero era il sesso, libera era l’arte, libera era, soprattutto, la possibilità di esprimersi.

Qui l’erotismo incontrava l’arte e l’arte restituiva alla vita la sua pienezza.

«Mi domando: cosa penserebbero quelli che immaginano una rarefatta atmosfera di arguzia, intelligenza, spirito critico, consapevole genialità e totale intolleranza dell’ordinaria banalità, di austere giovani donne per le quali era inconcepibile non parlare del tempo, o del cane di Adrian, Hans, che insisteva a divertire la compagnia spegnendo fiammiferi, o di un mucchio di altri comportamenti e discussioni infantili? Quando si dice che non esitavamo a parlare di qualsiasi cosa, bisogna intenderlo alla lettera. […] C’era poco imbarazzo, credo, in quei primi incontri, del resto la vita era eccitante, terribile e divertente e noi dovevamo esplorarla, contenti di poterlo fare così liberamente».

Con queste parole, Vanessa Bell ha vissuto e raccontato Bloomsbury e con questa stessa intensità Virginia Woolf ha attraversato il tempo per consegnarci i suoi capolavori e la sua straordinaria libertà.

– Leggi anche: Le case di Virginia Woolf e degli altri di Bloomsbury

domenica 12 aprile 2026

La Chiesa e la guerra

Leone XIV con l'arcivescovo di Teheran, il cardinale Domininique Joseph Mathieu


Il Papa dice "basta con la guerra" e denuncia "l'illusione dell'onnipotenza" durante la veglia per la pace.

Le dichiarazioni di Leone non menzionavano direttamente la guerra in Iran, ma rappresentavano la sua più ferma condanna del conflitto fino ad ora.

Sabato, durante le preghiere serali nella Basilica di San Pietro in Vaticano, Papa Leone XIV è intervenuto sulla scena politica internazionale, affermando che la preghiera per la pace è "un baluardo contro quell'illusione di onnipotenza che ci circonda e che sta diventando sempre più imprevedibile e aggressiva".

Il primo papa nato negli Stati Uniti ha affermato: "Persino il santo Nome di Dio, il Dio della vita, viene trascinato in discorsi di morte".

Rivolgendosi ai leader mondiali che decidono di entrare in guerra, Leo ha affermato: "A loro gridiamo: fermatevi! È tempo di pace! Sedetevi al tavolo del dialogo e della mediazione, non al tavolo dove si pianifica il riarmo e si decidono azioni mortali".

«Basta con l'idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l'ostentazione del potere! Basta con la guerra! La vera forza si dimostra servendo la vita», ha aggiunto.

Sebbene il Papa non abbia menzionato esplicitamente la guerra tra Stati Uniti e Israele e l'Iran , né abbia nominato alcun Paese o presidente in particolare, le sue parole saranno interpretate come la sua più ferma condanna finora di un conflitto che il segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, ha definito una lotta sacra. Le dichiarazioni del Papa sono giunte durante i negoziati diretti tra le delegazioni statunitense e iraniana in Pakistan, volti a consolidare una fragile tregua e a porre fine in modo definitivo alle ostilità.

La delegazione statunitense a Islamabad era guidata dal vicepresidente J.D. Vance, il cui nuovo libro tratta della sua conversione al cattolicesimo. I colloqui si sono svolti pochi giorni dopo la notizia che l'amico di Vance, Elbridge Colby, un alto funzionario del Pentagono anch'egli cattolico, aveva convocato a gennaio l'ambasciatore vaticano negli Stati Uniti per rimproverarlo in merito ad alcune dichiarazioni del Papa rilasciate nello stesso mese. La dichiarazione di Leo di gennaio , secondo cui "una diplomazia che promuove il dialogo e cerca il consenso tra tutte le parti viene sostituita da una diplomazia basata sulla forza", avrebbe fatto infuriare i funzionari del Pentagono. 
Il tono e il messaggio di Leo di sabato sembravano rivolti ai funzionari della amministrazione Trump, che si sono vantati della superiorità militare degli Stati Uniti e hanno giustificato la guerra in termini religiosi.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha invocato la sua fede cristiana per presentare gli Stati Uniti come una nazione cristiana che cerca giustamente di sconfiggere i suoi nemici, descrivendo l'attacco all'Iran come una guerra santa condotta "nel nome di Gesù Cristo" e paragonando persino il salvataggio di un pilota di un F-15 abbattuto con termini che riecheggiavano la resurrezione di Gesù.

Il Papa ha affermato che coloro che pregano «sono consapevoli dei propri limiti. Non uccidono né minacciano di morte. La morte, invece, rende schiavi coloro che hanno voltato le spalle al Dio vivente, trasformando se stessi e il proprio potere in un idolo muto, cieco e sordo, al quale sacrificano ogni valore, pretendendo che il mondo intero si inginocchi».

Come riportato dalla newsletter Letters from Leo , il Papa ha pronunciato l'omelia presso la tomba di San Pietro durante una veglia di preghiera annunciata nel suo messaggio pasquale Urbi et Orbi. Vi hanno partecipato parrocchie di ogni continente e migliaia di persone nella Basilica di San Pietro per una serata di rosario e meditazione.

Il tentativo di contestare qualsiasi giustificazione religiosa della guerra fu fatto davanti a emissari sia degli Stati Uniti che dell'Iran: tra i banchi della basilica c'erano Laura Hochla, vice capo missione dell'ambasciata statunitense presso la Santa Sede, e l'arcivescovo di Teheran, il cardinale belga Dominique Joseph Mathieu.

All'inizio della guerra, sei settimane fa, Papa Leone, originario di Chicago, inizialmente sembrò riluttante a condannare pubblicamente la violenza e limitò i suoi commenti a timidi appelli alla pace e al dialogo.

Ma la Domenica delle Palme ha intensificato le critiche e in seguito ha affermato che la minaccia di Donald Trump, la domenica di Pasqua, di annientare la civiltà iraniana era "davvero inaccettabile".

Venerdì, Leone ha scritto sul suo account ufficiale di X: “Dio non benedice alcun conflitto. Chiunque sia discepolo di Cristo, il Principe della Pace, non si schiera mai dalla parte di coloro che un tempo brandivano la spada e oggi sganciano bombe. L'azione militare non creerà spazio per la libertà né tempi di #Pace, che derivano solo dalla paziente promozione della convivenza e del dialogo tra i popoli”.

Il Papa ha anche scritto : «Una violenza assurda e disumana si sta diffondendo ferocemente nei luoghi sacri dell'Oriente cristiano, profanati dalla bestemmia della guerra e dalla brutalità degli affari, senza alcun riguardo per la vita umana, considerata al massimo un danno collaterale dell'interesse personale. Ma nessun guadagno può valere la vita dei più deboli, dei bambini o delle famiglie. Nessuna causa può giustificare lo spargimento di sangue innocente».

Sabato, Leone ha rinnovato il suo appello a tutte le persone di buona volontà affinché preghino per la pace, per “spezzare il ciclo demoniaco del male” e costruire invece un mondo “in cui non ci siano spade, né droni, né vendetta, né banalizzazione del male, né profitto ingiusto, ma solo dignità, comprensione e perdono”.


Luca Kocci
"Prevost smaschera la guerra sottraendola alla geopolitica"

il manifesto, 5 aprile 2026

«Papa Leone usa parole che vogliono colpire il principio spirituale e politico che rende possibile la guerra». Risponde così al manifesto il gesuita Antonio Spadaro, già direttore de La Civilità Cattolica, ora sottosegretario del Dicastero vaticano per la cultura, ruolo istituzionale che però non gli impedisce libertà di analisi.

Papa Prevost è troppo cauto?

No. Se si ascolta bene, si coglie una grande nettezza: dice che l’urgenza umanitaria a Gaza è sempre più pressante, che «ogni membro della comunità internazionale ha una responsabilità morale: fermare la tragedia della guerra, prima che essa diventi una voragine irreparabile», che «non esistono conflitti lontani quando la dignità umana è in gioco». È un modo di sottrarre la guerra alla geopolitica e riportarla al suo vero nome, cioè ferita inferta all’umano. Alle Palme ha detto che nessuno può usare Dio per giustificare la guerra, Giovedì santo ha parlato di «un’umanità in ginocchio per molti esempi di brutalità»: sono espressioni teologiche ma di un’intensità politica chiara. Usa la parola come strumento di discernimento e smascheramento. A qualcuno sembra meno incisivo, a me pare una forma diversa di radicalità.

È inevitabile il confronto con Bergoglio.

Francesco aveva una comunicazione dirompente, capace di produrre immagini indimenticabili: Lampedusa, il bacio dei piedi ai leader del Sud Sudan, le telefonate serali al parroco di Gaza, l’ospedale da campo, la terza guerra mondiale a pezzi. Bergoglio agiva per scosse simboliche capaci di creare narrative nuove. Leone è meno esplosivo ma non meno deciso, il suo dilemma è tra diplomazia e profezia. Francesco aveva trovato un equilibrio: ne parlammo durante un viaggio, si era arreso all’idea di essere rimasto l’ultima voce morale di valore globale. Credo che Leone abbia la stessa sensazione e stia cercando la sua postura, ora che il caos ha avuto un’accelerazione.

Prevost è indulgente verso il connazionale Trump per ragioni di opportunità?

A me non pare, semmai è più difficile da liquidare. Proprio perché americano, quando parla della libertà religiosa, del rapporto tra fede e potere, di un cattolicesimo funzionale a un progetto politico nazionale, la sua parola pesa. È rispettoso delle istituzioni, ma non accomodante verso il nazional-cattolicesimo. La sua origine americana lo rende più esposto ma potenzialmente più incisivo perché la sua critica, quando arriva, non può essere letta sbrigativamente come antiamericana.

Qual è l’impatto di Leone XIV negli Usa?

È presto per bilanci definitivi, ma qualche linea si intravede. Può aiutare a disinnescare la riduzione del cattolicesimo statunitense a una grammatica puramente politica. La sua figura rompe lo schema: è americano ma non è rinchiudibile negli Usa, porta dentro di sé il Perù, l’esperienza missionaria, una sensibilità ecclesiale internazionale.

E l’effetto sui vescovi?

Può produrre meno appiattimento sulle culture wars, più attenzione alla dignità umana, alla pace, alla coscienza, ai poveri. L’episcopato Usa vive una tensione evidente. Il conservatore Broglio, già ordinario militare e presidente dei vescovi, ha definito il conflitto con l’Iran non giustificato. I cardinali Cupich, McElroy e Tobin hanno scritto che gli Usa stanno vivendo «il dibattito più profondo» dalla fine della Guerra fredda sulla base morale delle loro azioni nel mondo. Al contrario il vescovo Barron, sui media conservatori, cerca di ridimensionare la portata politica delle parole papali.

Prevost parla spesso di unità.

Per Leone le differenze non devono tradursi in polarizzazione. È un messaggio potente: in un Paese dove la religione viene spesso usata come collante nazionale, può riaprire lo spazio di un linguaggio pubblico meno ideologico.

Bergoglio è morto a Pasquetta dell’anno scorso, cosa resta?

Quando un pontificato finisce, il rischio è ridurlo a una galleria di immagini. Nel caso di Francesco sarebbe un errore. Io stesso, che l’ho seguito da vicino, ho bisogno di tempo per capire. Il suo pontificato è stato un trauma e i traumi tendono a essere rimossi, ma agiscono in profondità. Resta la sua diagnosi del mondo: la «terza guerra mondiale a pezzi» non era uno slogan impressionistico, ma una lettura profetica. Resta la consapevolezza che il mondo si sta sgretolando e che la Chiesa non può rispondere con la nostalgia dell’ordine ma con misericordia, fraternità, prossimità, pace. Restano il discernimento come alternativa all’ideologia e alla rigidità, la sinodalità come forma di una Chiesa che ascolta, la convinzione che la riforma non sia un riassetto tecnico ma una conversione. Resta l’uscita dal regime di cristianità, cioè il rifiuto di un cristianesimo alleato del potere e la scelta di una Chiesa al servizio di tutti. A un anno dalla sua morte, Francesco è diventato eredità. E l’eredità, quando è viva, non si ripete, si trasmette.


sabato 11 aprile 2026

Non è questo il mio Occidente

Mauro Magatti
Questo non è più il mio Occidente

Avvenire, 11 aprile 2026

Questo non è il mio Occidente. Non lo è quando si presenta con il volto della distruzione, quando intere città, a Gaza come in Libano, vengono ridotte in macerie, quando la vita civile viene spezzata sotto il peso di una violenza che sembra non conoscere più limiti né misura. Non è il mio Occidente quello che, in nome della sicurezza preventiva, attacca altri Paesi fuori da ogni idea di legalità, ignorando o aggirando le istituzioni nate proprio per evitare il ritorno della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Dopo le tragedie del Novecento, avevamo promesso che la forza sarebbe stata subordinata al diritto, che nessuna ragione di potenza avrebbe potuto giustificare la violazione sistematica delle regole comuni. Ma oggi questa promessa è platealmente tradita, in una deriva che ci trascina indietro nel tempo. Non è il mio Occidente quello che usa parole violente e sprezzanti, che disumanizzano gli avversari definiti come “animali” e “pazzi bastardi”. Che dichiara di voler radere al suolo un’intera civiltà. Perché il linguaggio non è mai irrilevante: prepara l’azione, la giustifica, la rende accettabile. Quando la parola si corrompe, facendosi strumento di odio e di esclusione, la politica perde la sua capacità di mediazione e si riduce a pura contrapposizione. È in questo slittamento semantico che si sviluppano i germi della barbarie. Non è il mio Occidente quello che usa la violenza contro i migranti, che trasforma la vulnerabilità in colpa, che considera la dignità umana una variabile secondaria rispetto alla sicurezza o al consenso politico. Le donne e gli uomini che attraversano il mare o le frontiere non sono numeri, né problemi da gestire: sono persone, portatrici di diritti, di storie, di speranze. Trattarli come scarti significa tradire non solo i principi giuridici, ma la radice umanistica su cui si fonda la nostra civiltà.
Non è più accettabile assistere passivamente a questo sfregio quotidiano. Non si tratta di singoli episodi, ma di una deriva profonda che investe il modo in cui l’Occidente si pensa e si presenta al mondo. Un Occidente che si riduce a potenza, che si legittima solo attraverso la forza, che smarrisce la propria vocazione universalistica, nega se stesso. La sua credibilità, già messa a dura prova dalle contraddizioni interne, rischia di dissolversi definitivamente. In questo contesto, l’Europa ha una responsabilità storica. Non può limitarsi a seguire, ma deve ritrovare la propria voce, definendo con chiarezza i limiti entro cui intende operare. Limiti non come segni di debolezza, ma come espressione di una forza diversa: quella che nasce dalla capacità di autolimitarsi, di riconoscere che non tutto ciò che è possibile è anche giusto.
Il primo di questi limiti è l’opzione preferenziale per la pace. Non una pace ingenua o retorica, ma una pace costruita attraverso la fatica della politica: negoziazione, compromesso, ricerca di soluzioni condivise, costruzione di patti. La pace non è mai data una volta per tutte; è un processo fragile che richiede intelligenza, pazienza, capacità di ascolto e di proposta. Rinunciare a questa via significa consegnarsi alla spirale della violenza, in cui ogni azione genera una reazione e ogni conflitto tende ad allargarsi.
Il secondo limite è il rispetto della legalità internazionale e il rafforzamento delle istituzioni che la incarnano. In un mondo sempre più interdipendente, nessuno può pretendere di agire come se fosse al di sopra delle regole. Senza un quadro condiviso, il rischio è quello dell’anarchia globale, in cui la forza torna a essere l’unico criterio. Rafforzare le istituzioni internazionali non è un atto di ingenuità, ma una necessità storica per evitare di precipitare verso scenari sempre più instabili e pericolosi.
Un terzo limite riguarda il linguaggio. Chi ha responsabilità pubbliche non può permettersi un uso sconsiderato delle parole. Le dichiarazioni, i discorsi, le prese di posizione contribuiscono a plasmare il clima culturale e politico. Uno stile misurato non significa debolezza, ma consapevolezza del peso delle proprie parole. Significa evitare la semplificazione aggressiva, il ricorso a stereotipi, la costruzione di nemici assoluti. Significa mantenere aperto lo spazio del dialogo, anche quando il conflitto è duro.
Infine, il quarto limite è il rispetto dei diritti umani, da rafforzare attraverso politiche concrete contro il razzismo, l’odio sociale, le disuguaglianze radicali. All’interno dei singoli Paesi così come nelle relazioni internazionali. Non può esserci credibilità esterna senza coerenza interna. E viceversa. Questo è il mio Occidente: non una fortezza assediata né una potenza arrogante, ma uno spazio politico e culturale capace di tenere insieme libertà e responsabilità, diritto e umanità, forza e limite. Un Occidente che non rinuncia alla propria storia, ma la interpreta in modo critico, aprendosi alla possibilità di cambiare anche attraverso il dialogo con l’altro. Solo percorrendo questa via l’Occidente può ancora offrire un contributo credibile alla costruzione di un mondo più giusto e più umano.

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