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martedì 9 dicembre 2025

Uno straniero a Parigi

Fabrizio Sinisi
Nel diario di Curzio Malaparte a Parigi si racconta la fine dell'Europa

Domani, 9 novembre 2025

«Torno finalmente a Parigi dopo quattordici anni di esilio in Italia. Questi quattordici anni sono stati i più tristi, i più pericolosi della mia vita». Così inizia il Giornale di uno straniero a Parigi di Curzio Malaparte (Adelphi): il diario di uno straniero che non è davvero straniero, giacché per Malaparte la Francia è ben più che una seconda casa: l’ha lasciata, felice, nel 1933, all’età di trentacinque anni; e ora ci ritorna – dopo quattordici anni, un lungo confino a Lipari e una guerra mondiale nel mezzo – pieno d’amore per il nuovo paese e di disprezzo per quello d’origine: «L’Italia è un miserabile paese di schiavi.

Un paese di uomini sempre esposti, giorno e notte, alle peggiori violenze della polizia, della magistratura, della delazione. Che sia Giolitti, o Mussolini, o De Gasperi, lo Stato disprezza il cittadino, la giustizia lo schernisce, la polizia lo minaccia. Che importa se l’italiano è, individualmente, un uomo libero? Se non ha amici potenti al potere, è alla mercé della polizia, della cattiveria, della gelosia dei vicini, della debolezza, della codardia, della corruzione della magistratura, del suo asservimento all’esecutivo e ai partiti. Sono stato arrestato undici volte in vent’anni, in Italia non posso dormire tranquillo da nessuna parte».

Malaparte arriva a Parigi e finalmente dorme tranquillo. Essendo uno fra i cinque o sei scrittori italiani più talentuosi del Novecento, il suo riposo, sia pur a posteriori, ci è caro. Stupenda è la descrizione del suo sonno, dentro cui penetrano dolcemente i rumori della strada «come le api nella cella dell’alveare».

Stupenda la descrizione dei suoi risvegli, delle sue albe: sentore di «pane tostato, di polvere, questo odore tiepido, femminile, di Parigi, che ritrovo stamani, alla mia finestra». Stupendo è il suo tornare ai luoghi di quella che considera la più grande, la più colta, la più importante città del mondo. Stupenda la sua felicità. Ma è davvero felicità, la sua?

Il tentativo 


Si dice spesso che non si possa cavare grande letteratura dalla felicità, ma solo dal suo opposto: dal rocambolesco tentativo di raggiungerla. Leggendo questo diario si direbbe il contrario: vediamo Malaparte trascorrere le sue giornate parigine posseduto da una gioia quasi adolescenziale: va a teatro, frequenta i salotti e le cene, incontra i soliti diplomatici e le loro mogli, i soliti scrittori importanti, i soliti argutissimi dialoghi dove è sempre lui ad avere l’ultima parola, la battuta fulminante, il witz che chiude la scena a effetto; lo sentiamo tornare a casa, risalire nel suo appartamento di Rue Galilée, trascrivere su questo diario, che leggiamo, quant’è felice di essere a Parigi, quant’è splendida Parigi; quanto non c’è nessun altro posto dove vorrebbe essere eccetto Parigi.

Tuttavia non ci convince. Non sino in fondo. Si sa che quelli che continuano a ripetere quanto sono felici, quanto sono contenti, hanno sempre qualcosa da nascondere; stanno cercando di convincere e convincersi. No: questo Giornale, come tutte le opere di Malaparte, non è un diario né un saggio: è un romanzo, e come ogni romanzo ha il suo nemico. Ogni romanzo di Malaparte (forse ogni romanzo tout court) è la descrizione di una battaglia, e questo non fa eccezione. Ma se stiamo leggendo di una lotta, chi è il nemico?

IL TEMPO

Qui, il nemico è il tempo. Il tempo – quattordici anni – che gli ha fatto lo sgarbo di passare; il tempo che gli ha portato via la sua giovinezza rocambolesca e scapestrata; il tempo che separa il 1933 dal 1947, il trentacinquenne dal cinquantenne, lo scrittore innocente da quello colpevole e compromesso, la Parigi speranzosa del 1933 da questa disperante, miserabile, spezzata Parigi del 1947, che finge di essere la stessa Parigi elegante e avanguardistica di allora, ma che quando si raduna nei teatri per le messinscene di Racine la sala puzza di un odore “leoncino”, di corpi sporchi, perché la gente non ha più neanche l’acqua per lavarsi. «Mi sono proposto, tornando a Parigi, di non dare a vedere che mi accorgo che gli anni passano. Ma il tempo passa».

Capirà solo strada facendo che quella frattura è insanabile; la mutazione avvenuta con i nazifascismi e la Seconda Guerra Mondiale ha modificato il mondo in modo irreversibile. Questo libro è lo spettacolo, grandioso e patetico insieme, di un uomo che comprende che la volontà non basta a far tornare le cose com’erano.

Il tempo è più forte di lui: «Neppure in me c’è più l’ardore di una volta, nessuno ha più l’ardore di una volta, anche questa folla parigina non ha più l’ardore di una volta». Parigi diventa un immenso teorema: la giovinezza non ritorna. Né la sua, né quella dell’Europa. L’innocenza di allora – se mai è stata davvero innocenza – è perduta per sempre.

LE IMMAgini 

Il libro attraversa una serie di straordinarie immagini, all’altezza di quelle che il lettore di Malaparte ha imparato ad amare già ai tempi della Pelle: una piscina proletaria, talmente affollata da non poterci nuotare, dove gli operai che non hanno il costume si coprono il pube coi fogli di giornale; il ricordo delle scure farfalle che, sui campi di battaglia, si posano sul viso dei morti; gli incontri indimenticabili con François Mauriac, con Jean Cocteau, con Filippo de Pisis; una riunione di antichi reduci nel mezzo di Place de la Concorde sgomberata dalla polizia: «Addossato a una colonna, io frenavo a stento le lacrime. Fu quel giorno che io sentii oscuramente che la mia generazione aveva perso la guerra». Tutto accade sotto lo stesso segno fatale, sotto lo stesso cupo presentimento di sventura: ci troviamo nel crepuscolo del mondo.

Ha torto, Malaparte, oppure ha ragione? Quante volte abbiamo letto, e quante volte leggeremo ancora, la meditazione di uno scrittore al crocevia fra il vecchio e il nuovo, che nella fine della sua epoca annusa l’arrivo dell’apocalisse? E ogni volta lo leggiamo e ci chiediamo: siamo davvero nella fine dei tempi?

Certo, qualcosa di vero c’è, e Malaparte ha più ragione di altri nel denunciarlo. Il suo diario è costellato di improvvisi lampi di verità: la mutazione genetica dei giovani, la diffusione quasi endemica del socialismo fra le masse, la fine dell’epica e il suo curvarsi nella psicologia, nell’esistenzialismo, nell’individualismo; l’inizio dell’irrilevanza dell’Europa nello scenario mondiale: «Parigi, come gran parte dell’Europa, subisce in questo momento la crisi che l’Oriente ha già subìto: quella del passaggio dal mondo vivo e attivo della storia, al mondo tetro, passivo, rassegnato del fatalismo storico. L’Europa, è evidente, sta diventando un grande paese levantino».

Malaparte ha senz’altro ragione. Eppure nel contempo ha torto: nella sua invettiva c’è qualcosa che non torna, come sempre accade in quelli che, a partire dal proprio dramma personale, deducono grandi verità collettive. È vero: il mondo sta cambiando in modo così profondo che sembra annunciare la sua fine.

Ma non è davvero così: quella che sembra l’apocalisse, è solo una trasformazione, l’ennesima. Ogni generazione crede che la sua fine coincida con la fine del mondo; ma non è mai davvero così. Non è il passato che si rimpiange, ma la propria giovinezza, che in quel passato è stata smarrita, sprecata, corrotta. E ora non si ricorda forse più nemmeno come questo è avvenuto. Ecco qual è il meccanismo tragico di questo romanzo mascherato da diario: il dubbio che forse non era il mondo a essere giovane e innocente: eravamo noi.

Matteo Marchesini Facebook (dal Foglio)

Esteta del concetto alla Papini, D’Annunzio aggiornato al ‘900 di Hemingway e di Malraux, a quasi settant’anni dalla morte Curzio Malaparte non ha ancora trovato un suo posto sicuro nel canone della letteratura italiana. Troppe doti? Troppa dispersione? Ci ripropone oggi il problema il “Giornale di uno straniero a Parigi”, uno scartafaccio malapartiano curato ottimamente per Adelphi da Michelangelo Fagotti e Monica Zanardo. Le sue pagine sono state scritte tra il 1947 e il ’48, in gran parte in un francese impuro, nella capitale che Malaparte non vedeva da quattordici anni: anni “d’esilio in Italia”, come li definisce con una delle sue acutezze - cioè di carcere, confino, guerra, equivoci. La Francia è davvero un’altra patria. Per lui lo è diventata nel 1914, quando ancora adolescente si è gettato nella Grande guerra; ma forse molti di noi, ogni volta che svegliandosi a un passo dal Louvre fiutano l’odore tiepido di pane tostato descritto nel “Giornale”, si sentono almeno un po’ a casa. Eppure, muovendosi tra salotti e periferie, Curzio si accorge che anche là qualcosa di essenziale è cambiato. Umiliati dalla recente occupazione, i francesi o sembrano apatici o le oppongono la Resistenza in un modo troppo arrogante. Secondo Malaparte, il maquis non ha riscattato l’onta della sconfitta, ma ha continuato coerentemente la lotta del ’40 contro i tedeschi: i combattenti erano gli stessi, dice riecheggiando il suo esordio di “Viva Caporetto!”, la differenza stava solo nei capi. D’altra parte, è pur vero che la vecchia Francia appare ormai travolta: ma da una folla piccolo-borghese (di cui Sartre è la maschera filosofica) che in metropolitana non si ferma nemmeno di fronte a chi cade. “Ho l’impressione di essere un francese, perduto in una folla di stranieri” scrive a questo punto l’italiano con la consueta verve paradossale. La nuova folla, però, gli si rivela anche come una nuova “razza marxista” che a conti fatti lo seduce. I suoi bersagli fissi rimangono invece il cartesianesimo, che avrebbe tolto ai “galli” la magia, e la metafisica come produttrice di crudeltà. Curzio conosce meglio una diversa crudeltà: quella universalmente umana che viene dalla coscienza di dover morire. E a proposito di ciò che lo tocca da vicino, lo scrittore deve respingere di continuo l’accusa di collaborazionismo. Con compiacimento, al solito, si ritrae vincitore negli incontri-scontri con intellettuali inaspettatamente gretti, poco importa che si chiamino Mauriac o Camus. In fondo, il suo tono resta quello del frondista. E infatti nel “Giornale” risaltano molti dei tipici tratti malapartiani. Anche qui Curzio svela a francesi o polacchi chi sono davvero; anche qui i grandi personaggi (vedi Roosevelt) sono malati o folli; anche qui i dittatori hanno un aspetto femmineo; anche qui i ritratti delle amiche sono appena i riflessi di un autoritratto; anche qui l’autore sovrappone alla Storia maiuscola la sua storia personale, e in questo senso sottolinea l’affinità con Chateaubriand; anche qui trionfano la cristologia decadente, l’animalizzazione meccanica dei personaggi, e le anafore che smorzano le analogie troppo crude in una nenia sonnolenta. Lo scartafaccio parigino è un ponte tra “Kaputt” e “La pelle”, uscito di lì a poco in Francia; e torna perfino, dal primo libro, il conte de Foxá, qui protagonista di una beffa macabra. Nelle loro note, Fagotti e Zanardo sottolineano che il “Giornale” si assottiglia via via che il poligrafo fallisce nel suo tentativo di rilancio pubblico oltralpe. Respinto a Parigi come a Roma, rientra allora in Italia. L’opera, insomma, non è autonoma: cosa che però, in una certa misura, vale per tutto Malaparte. E’ anzi questo il problema critico che ci si pone fin dall’abbozzo prefatorio. Un “giornale”, vi scrive l’autore, non è una mera raccolta di note diaristiche, ma esige “la logica di un racconto”. Purtroppo il risultato della commistione è che Malaparte rischia di perdere a un tempo la verità documentaria e la verità poetica, a vantaggio delle mezze verità della retorica. Ed è, ahimè, appunto una tale retorica a sollecitare i nostri letterati, specie perché si unisce alla falsa onnipotenza di un alter ego che non viene mai colto di sorpresa dalla realtà, che è sempre pronto a dominarla con un motto di spirito. Anche per questo, forse, mi sembra al contrario così liberatoria l’autoironia di un appunto preso a Chamonix: “Salgo al Brévent. Sulla teleferica, il macchinista mi chiede: ‘Lei è lo scrittore italiano che abita al Vieux Châlet, vero?’. / ‘Sì’ rispondo. / ‘Come va in Italia?’. / ‘Non c’è male. Più o meno come qui. Ci sono scioperi, rivolte, la vita è cara, la confusione è massima. Ma ne usciremo. Il popolo italiano ha buonsenso. Proprio come il popolo francese’. / ‘Non si tratta di questo. Vorrei sapere come vanno, in Italia, le teleferiche’”.

mercoledì 9 settembre 2015

Napolitano e Malaparte a Capri




Autore dell'intervista, che risale al 29 ottobre 2012, è Maurizio Serra, autore di Malaparte vite e leggende, Marsilio 2012.


Signor Presidente, potrebbe raccontare in quali circostanze fece la conoscenza di Malaparte?
«Fu nel gennaio 1944, a Capri, dove una parte della mia famiglia era stata evacuata. Napoli aveva subito più di cento bombardamenti devastanti e la liberazione era stata seguita dalla carestia, nell'inverno 1943-44. Nondimeno, la città ricominciava a vivere e avevamo appena pubblicato il primo (e solo) numero di una rivista intitolata ‘‘Latitudine'', vicina ai comunisti ma indipendente, che affrontava temi audaci come l'ermetismo, il surrealismo e la letteratura americana, e conteneva citazioni di autori eretici come Gide e Malraux. Ebbi l'idea di andare a farne omaggio a Malaparte».

Quale fu la sua reazione?
«Devo dire innanzitutto che noialtri giovani universitari napoletani, appassionati di letteratura, di poesia, di teatro, di cinema, formavamo una comunità molto vivace già nel 1942-43, prima della caduta del fascismo. Ho debuttato io stesso come critico cinematografico e regista nel teatro universitario, accanto ad amici che si sono fatti conoscere in seguito come Giuseppe Patroni Griffi, Luigi Compagnone, Raffaele La Capria, Francesco Rosi, Massimo Caprara, futuro segretario di Togliatti. Eravamo quindi orientati a sinistra, ma non condividevamo il pregiudizio contro Malaparte dei dirigenti comunisti appena usciti dalla clandestinità. Anzi, la copertina rosso sangue di ‘‘Prospettive'', che si apriva con il suo grande servizio dall'assedio di Leningrado, intitolato ‘‘Sangue operaio'', ci aveva entusiasmati. Considero ancora oggi che le corrispondenze de ‘‘Il Volga nasce in Europa'' rappresentino quel che ha scritto di meglio, con ‘‘Kaputt''. Per farla breve, non conoscevamo il suo passato d'uomo compromesso col regime, ma, in quanto intellettuale, lo sentivamo vicino a noi».

E il suo atteggiamento lo confermò?
«Assolutamente, fu prodigo di elogi e ci incoraggiò a continuare. Purtroppo la nostra rivista era stata accolta male dai responsabili della federazione napoletana del Pci, il che ne provocò la fine e accrebbe le mie perplessità riguardo al partito. Decisi allora di prendere le distanze e andai a fare la mia prima esperienza di lavoro in una filiale della Croce Rossa americana, a Capri, che era stata trasformata in campo di riposo dell'aviazione degli Stati Uniti. Ciò mi diede l'occasione di vedere Malaparte molto spesso, quasi quotidianamente, fino all'incirca all'autunno 1944, allorché le nostre strade si separarono. Con me era di una grande disponibilità, cosa che mi colpiva, anche perché tutti lo conoscevano, ma piuttosto da lontano. Era considerato un eccentrico e si mescolava poco alla vita locale. Aveva, in definitiva, pochi amici, tra cui l'ambasciatore Rulli».

Come si svolgevano i vostri incontri?
«Non appena lasciavo il lavoro, lo raggiungevo all'albergo Quisisana, che era il suo punto d'incontro. Da lì ci dirigevamo a piedi alla casa di Capo Masullo, lungo uno degli itinerari più pittoreschi dell'isola, che da un golfo immette sull'altro. Bisognava risalire una scalinata intagliata nella roccia di più di cento gradini, ma lui non aveva mai bisogno di riprendere fiato. Dopo di che, si arrivava a ‘‘Casa come Me'': l'ingresso incredibile, che sembrava quello di una nave, si apriva sul grande salone arredato con mobili finlandesi, che allora erano d'avanguardia, fino alla sua scrivania, con la macchina da scrivere di fronte all'immensa vetrata sui Faraglioni, i tre scogli forse più impressionanti del Mediterraneo... La sua conversazione era straordinaria, faceva girare la testa. Non avevo ancora compiuto diciannove anni, ma potevo rendermi conto lo stesso che affabulava quasi a ogni frase: era comunque uno spettacolo indimenticabile. Dire che avesse una grande opinione di sé è dir poco; ma aveva anche una spiccata capacità di seduzione, un fascino notevole. Parlava di tutto: i suoi incontri, i suoi viaggi, le sue idee sull'arte e l'avvenire del mondo. Era quasi una replica di ‘‘Kaputt'' che si svolgeva sotto i miei occhi, cosa che ho capito solo più tardi, quando mi offrì la prima edizione del libro, pubblicata dall'editore Casella, a Napoli, con una dedica molto lusinghiera: ‘‘A Giorgio Napolitano, che non perde mai la calma, nemmeno durante l'Apocalisse'', con riferimento alle devastazioni di Napoli.
Purtroppo, ho imprestato il libro a Maria Antonietta Macciocchi, che non me lo ha mai restituito».

Malaparte si era avvicinato al Pci in quel momento.
«Direi che era un comunista quasi dichiarato. Si figuri che mi confidò di essere pronto ad aprire una scuola di leninismo nella sua casa! Togliatti, sbarcato a Napoli al ritorno dall'Unione Sovietica, il 27 marzo 1944, si precipitò a trovarlo dopo pochi giorni, accompagnato da due dirigenti del pci napoletano, Eugenio Reale, futuro ambasciatore a Varsavia, e Velio Spano, che fu il primo direttore de ‘‘l'Unità'': Togliatti non attese neppure di pronunciare il suo grande discorso dell'11 aprile sulla necessità di una svolta nazionale nella nuova politica del partito. L'incontro fu molto cordiale. Malaparte mi raccontò di essere stato molto impressionato da Togliatti, il quale lo avrebbe addirittura messo in difficoltà, parlandogli di Stendhal, che Malaparte si vantava di aver introdotto in Italia! Fu allora che venne autorizzato a diventare corrispondente del quotidiano comunista sul fronte di Firenze, a condizione di adottare uno pseudonimo, Gianni Strozzi».

In cambio, scrisse per Togliatti la celebre autobiografia.
«Sì, e all'indomani della morte di Malaparte, sarà pubblicata su ‘‘Rinascita'', accompagnata da un elogio vibrante del segretario generale al valore e alla... sincerità di quel documento. Era anche vicino, in quel periodo, ai servizi americani. Gli americani controllavano Capri, che avevano occupato una ventina di giorni prima della liberazione di Napoli. Malaparte provò anche a mettere in piedi un corpo di spedizione per combattere i tedeschi. Le adesioni si raccoglievano in un caffè. Mi sono iscritto anch'io. Naturalmente, non se n'è fatto nulla».

La collaborazione con il Pci s'interruppe poco dopo la liberazione di Firenze, nell'agosto 1944.
«Già qualche mese prima, dopo la liberazione di Roma, alcuni dirigenti influenti del partito, come Mario Alicata, avevano denunciato i trascorsi fascisti di Malaparte. La cosa prese rapidamente delle proporzioni tali che Togliatti, pur rammaricandosene, non fu più in condizione di difenderlo».

Ma Togliatti lo salvò dai rigori dell'epurazione, nonostante Malaparte fosse scivolato subito dopo nel campo anticomunista.
«È probabile. Ma ufficialmente i rapporti furono rotti a ogni livello, il che riguardava anche me, visto che nel frattempo ero entrato nel partito. A Napoli continuavamo a svolgere una grande azione culturale, in un clima di effervescenza ben diverso da quello di prostrazione, descritto ne ‘‘La pelle''. Alicata era diventato condirettore di un quotidiano frontista, ‘‘La Voce'', e mi propose di fondare con altri due compagni una associazione culturale per ampliare il nostro uditorio. Potei così invitare delle personalità straniere. Ricordo l'accoglienza calorosa che riservammo a Eluard, che recitò meravigliosamente i suoi versi nell'anfiteatro del Conservatorio, e che è rimasto uno dei miei poeti prediletti. Più tardi, fu la volta di Pablo Neruda, che scrisse e pubblicò a Napoli, in edizione privata, alcuni dei suoi poemi più belli. Ma con Malaparte erano tagliati tutti i ponti. Mi è capitato di incontrarlo più di una volta nei corridoi della Camera, all'inizio degli anni cinquanta. Io cominciavo la carriera politica e lui ci veniva come giornalista. I nostri sguardi si sono incrociati, ma abbiamo evitato di salutarci. Lei si deve ricollocare nella mentalità dell'epoca».

Fu il vostro ultimo contatto?
«No, ho seguito con interesse il suo riavvicinamento al partito, nel 1956-57, quando partì per l'Urss e la Cina e inviò delle corrispondenze sempre scintillanti a ‘‘Vie Nuove'', diretto da Maria Antonietta Macciocchi. E beninteso sono andato a trovarlo, al suo ritorno, alla ‘‘Sanatrix''».

Come l'accolse?
«Nel modo più naturale del mondo, come se ci fossimo appena lasciati. Non perdeva mai il senso della battuta, nemmeno sul letto di morte. Sembrava che niente potesse sorprenderlo. Mi ricordo che Togliatti stava uscendo, mentre entravo, e Malaparte commentò: ‘‘Che impressione mi ha fatto Togliatti! Sembra un vecchio saggio...''».






Signor Presidente, potrebbe raccontare in quali circostanze fece la conoscenza di Malaparte? Fu nel gennaio 1944, a Capri, dove una parte della mia famiglia era stata evacuata. Napoli aveva subito più di cento bombardamenti devastanti e la liberazione era stata seguita dalla carestia, nell’inverno 1943-44. Nondimeno, la città ricominciava a vivere
e avevamo appena pubblicato il primo (e solo) numero di una rivista intitolata «Latitudine», vicina ai comunisti ma indipendente, che affrontava temi audaci come l’ermetismo, il surrealismo e la letteratura americana, e conteneva citazioni di autori eretici come Gide e Malraux. Ebbi l’idea di andare a farne omaggio a Malaparte.
Quale fu la sua reazione?
Devo dire innanzitutto che noialtri giovani universitari napoletani, appassionati di letteratura, di poesia, di teatro, di cinema, formavamo una comunità molto vivace già nel 1942-43, prima della caduta del fascismo. Ho debuttato io stesso come critico cinematografico e regista nel teatro universitario, accanto ad amici che si sono fatti conoscere in seguito come Giuseppe Patroni Griffi, Luigi Compagnone, Raffaele La Capria, Francesco Rosi, Massimo Caprara, futuro segretario di Togliatti. Eravamo quindi orientati a sinistra, ma non condividevamo il pregiudizio contro Malaparte dei dirigenti comunisti appena usciti dalla clandestinità. Anzi, la copertina rosso sangue di «Prospettive», che si apriva con il grande servizio dall’assedio di Leningrado, intitolato Sangue operaio, ci aveva entusiasmati. Considero ancora oggi che le corrispondenze de Il Volga nasce in Europa rappresentino quel che ha scritto di meglio, con Kaputt. Per farla breve, non conoscevamo il suo passato d’uomo compromesso col regime, ma, in quanto intellettuale, lo sentivamo vicino a noi.
E il suo atteggiamento lo confermò?
Assolutamente, fu prodigo di elogi e ci incoraggiò a continuare. Purtroppo la nostra rivista era stata accolta male dai responsabili della federazione napoletana del pci, il che ne provocò la fine e accrebbe le mie perplessità riguardo al partito. Decisi allora di prendere le distanze e andai a fare la mia prima esperienza di lavoro in una filiale della Croce Rossa americana, a Capri, che era stata trasformata in campo di riposo dell’aviazione degli Stati Uniti. Ciò mi diede l’occasione di vedere Malaparte molto spesso, quasi quotidianamente, fino all’incirca all’autunno 1944, allorché le nostre strade si separarono. Con me era di una grande disponibilità, cosa che mi colpiva, anche perché tutti lo conoscevano, ma piuttosto da lontano. Era considerato un eccentrico e si mescolava poco alla vita locale. Aveva, in definitiva, pochi amici, tra cui l’ambasciatore Rulli.
Come si svolgevano i vostri incontri?
Non appena lasciavo il lavoro, lo raggiungevo all’albergo Quisisana, che era il suo punto d’incontro. Da lì ci dirigevamo a piedi alla casa di Capo Masullo, lungo uno degli itinerari più pittoreschi dell’isola, che da un golfo immette sull’altro. Bisognava risalire una scalinata intagliata nella roccia di più di cento gradini, ma lui non aveva mai bisogno di riprendere fiato. Dopo di che, si arrivava a «Casa come Me»: l’ingresso incredibile, che sembrava quello di una nave, si apriva sul grande salone arredato con mobili finlandesi, che allora erano d’avanguardia, fino alla sua scrivania, con la macchina da scrivere di fronte all’immensa vetrata sui Faraglioni, i tre scogli forse più impressionanti del Mediterraneo… La sua
conversazione era straordinaria, faceva girare la testa. Non avevo ancora compiuto diciannove anni, ma potevo rendermi conto lo stesso che affabulava quasi a ogni frase: era comunque uno spettacolo indimenticabile. Dire che avesse una grande opinione di sé è dir poco; ma aveva anche una spiccata capacità di seduzione, un fascino notevole. Parlava di tutto: i suoi incontri, i suoi viaggi, le sue idee sull’arte e l’avvenire del mondo. Era quasi una replica di
Kaputt che si svolgeva sotto i miei occhi, cosa che ho capito solo più tardi, quando mi offrì la prima edizione del libro, pubblicata dall’editore Casella, a Napoli, con una dedica molto lusinghiera: «A Giorgio Napolitano, che non perde mai la calma, nemmeno durante l’Apocalisse», con riferimento alle devastazioni di Napoli. Purtroppo, ho imprestato il libro a Maria Antonietta Macciocchi, che non me lo ha mai restituito.
Malaparte si era avvicinato al PCI in quel momento.
Direi che era un comunista quasi dichiarato. Si figuri che mi confidò di essere pronto ad aprire una scuola di leninismo nella sua casa! Togliatti, sbarcato a Napoli al ritorno dall’Unione Sovietica, il 27 marzo 1944, si precipitò a trovarlo dopo pochi giorni, accompagnato da due dirigenti del pci napoletano, Eugenio Reale, futuro ambasciatore a Varsavia, e Velio Spano, che fu il primo direttore de «l’Unità»: Togliatti non attese neppure di pronunciare il suo grande discorso dell’11 aprile sulla necessità di una svolta nazionale nella nuova politica del partito. L’incontro fu molto cordiale. Malaparte mi raccontò di essere stato molto impressionato da Togliatti, il quale lo avrebbe addirittura messo in difficoltà, parlandogli di Stendhal, che Malaparte si vantava di aver introdotto in Italia! Fu allora che venne autorizzato a diventare corrispondente del quotidiano comunista sul fronte di Firenze, a condizione di adottare uno pseudonimo, Gianni Strozzi.
In cambio, scrisse per Togliatti la celebre autobiografia.
Sì, e all’indomani della morte di Malaparte, sarà pubblicata su «Rinascita», accompagnata da un elogio vibrante del segretario generale al valore e alla… sincerità di quel documento.
Era anche vicino, in quel periodo, ai servizi americani.
Gli americani controllavano Capri, che avevano occupato una ventina di giorni prima della liberazione di Napoli. Malaparte provò anche a mettere in piedi un corpo di spedizione per combattere i tedeschi. Le adesioni si raccoglievano in un caffè. Mi sono iscritto anch’io. Naturalmente, non se n’è fatto nulla.
La collaborazione con il PCI s’interruppe poco dopo la liberazione di Firenze, nell’agosto 1944.
Già qualche mese prima, dopo la liberazione di Roma, alcuni dirigenti influenti del partito, come Mario Alicata, avevano denunciato i trascorsi fascisti di Malaparte. La cosa prese rapidamente delle proporzioni tali che Togliatti, pur rammaricandosene, non
fu più in condizione di difenderlo.
Ma Togliatti lo salvò dai rigori dell’epurazione, nonostante Malaparte fosse scivolato subito dopo nel campo anticomunista.
È probabile. Ma ufficialmente i rapporti furono rotti a ogni livello, il che riguardava anche me, visto che nel frattempo ero entrato nel partito. A Napoli continuavamo a svolgere una grande azione culturale,
in un clima di effervescenza ben diverso da quello di prostrazione, descritto ne La pelle. Alicata era diventato condirettore di un quotidiano frontista, «La Voce», e mi propose di fondare con altri due compagni una associazione culturale per ampliare il nostro uditorio. Potei così invitare delle personalità straniere. Ricordo l’accoglienza calorosa che riservammo a Eluard, che recitò meravigliosamente i suoi versi nell’anfiteatro del Conservatorio, e che è rimasto uno dei miei poeti prediletti. Più tardi, fu la volta di Pablo Neruda, che scrisse e pubblicò a Napoli, in edizione privata,
alcuni dei suoi poemi più belli. Ma con Malaparte erano tagliati tutti i ponti. Mi è capitato di incontrarlo più di una volta nei corridoi della Camera, all’inizio degli anni cinquanta. Io cominciavo la carriera politica e lui ci veniva come giornalista. I nostri sguardi si sono incrociati, ma abbiamo evitato di salutarci. Lei si deve ricollocare nella mentalità dell’epoca.
Fu il vostro ultimo contatto?
No, ho seguito con interesse il suo riavvicinamento al partito, nel 1956-57, quando partì per l’urss e la Cina e inviò delle corrispondenze sempre scintillanti a «Vie Nuove», diretto da Maria Antonietta Macciocchi. E beninteso sono andato a trovarlo, al suo ritorno, alla «Sanatrix».
Come l’accolse?
Nel modo più naturale del mondo, come se ci fossimo appena lasciati. Non perdeva mai il senso della battuta, nemmeno sul letto di morte. Sembrava che niente potesse sorprenderlo. Mi ricordo che Togliatti stava uscendo, mentre entravo, e Malaparte commentò: «Che impressione mi ha fatto Togliatti! Sembra un vecchio saggio…».
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Signor Presidente, potrebbe raccontare in quali circostanze fece la conoscenza di Malaparte? Fu nel gennaio 1944, a Capri, dove una parte della mia famiglia era stata evacuata. Napoli aveva subito più di cento bombardamenti devastanti e la liberazione era stata seguita dalla carestia, nell’inverno 1943-44. Nondimeno, la città ricominciava a vivere
e avevamo appena pubblicato il primo (e solo) numero di una rivista intitolata «Latitudine», vicina ai comunisti ma indipendente, che affrontava temi audaci come l’ermetismo, il surrealismo e la letteratura americana, e conteneva citazioni di autori eretici come Gide e Malraux. Ebbi l’idea di andare a farne omaggio a Malaparte.
Quale fu la sua reazione?
Devo dire innanzitutto che noialtri giovani universitari napoletani, appassionati di letteratura, di poesia, di teatro, di cinema, formavamo una comunità molto vivace già nel 1942-43, prima della caduta del fascismo. Ho debuttato io stesso come critico cinematografico e regista nel teatro universitario, accanto ad amici che si sono fatti conoscere in seguito come Giuseppe Patroni Griffi, Luigi Compagnone, Raffaele La Capria, Francesco Rosi, Massimo Caprara, futuro segretario di Togliatti. Eravamo quindi orientati a sinistra, ma non condividevamo il pregiudizio contro Malaparte dei dirigenti comunisti appena usciti dalla clandestinità. Anzi, la copertina rosso sangue di «Prospettive», che si apriva con il grande servizio dall’assedio di Leningrado, intitolato Sangue operaio, ci aveva entusiasmati. Considero ancora oggi che le corrispondenze de Il Volga nasce in Europa rappresentino quel che ha scritto di meglio, con Kaputt. Per farla breve, non conoscevamo il suo passato d’uomo compromesso col regime, ma, in quanto intellettuale, lo sentivamo vicino a noi.
E il suo atteggiamento lo confermò?
Assolutamente, fu prodigo di elogi e ci incoraggiò a continuare. Purtroppo la nostra rivista era stata accolta male dai responsabili della federazione napoletana del pci, il che ne provocò la fine e accrebbe le mie perplessità riguardo al partito. Decisi allora di prendere le distanze e andai a fare la mia prima esperienza di lavoro in una filiale della Croce Rossa americana, a Capri, che era stata trasformata in campo di riposo dell’aviazione degli Stati Uniti. Ciò mi diede l’occasione di vedere Malaparte molto spesso, quasi quotidianamente, fino all’incirca all’autunno 1944, allorché le nostre strade si separarono. Con me era di una grande disponibilità, cosa che mi colpiva, anche perché tutti lo conoscevano, ma piuttosto da lontano. Era considerato un eccentrico e si mescolava poco alla vita locale. Aveva, in definitiva, pochi amici, tra cui l’ambasciatore Rulli.
Come si svolgevano i vostri incontri?
Non appena lasciavo il lavoro, lo raggiungevo all’albergo Quisisana, che era il suo punto d’incontro. Da lì ci dirigevamo a piedi alla casa di Capo Masullo, lungo uno degli itinerari più pittoreschi dell’isola, che da un golfo immette sull’altro. Bisognava risalire una scalinata intagliata nella roccia di più di cento gradini, ma lui non aveva mai bisogno di riprendere fiato. Dopo di che, si arrivava a «Casa come Me»: l’ingresso incredibile, che sembrava quello di una nave, si apriva sul grande salone arredato con mobili finlandesi, che allora erano d’avanguardia, fino alla sua scrivania, con la macchina da scrivere di fronte all’immensa vetrata sui Faraglioni, i tre scogli forse più impressionanti del Mediterraneo… La sua
conversazione era straordinaria, faceva girare la testa. Non avevo ancora compiuto diciannove anni, ma potevo rendermi conto lo stesso che affabulava quasi a ogni frase: era comunque uno spettacolo indimenticabile. Dire che avesse una grande opinione di sé è dir poco; ma aveva anche una spiccata capacità di seduzione, un fascino notevole. Parlava di tutto: i suoi incontri, i suoi viaggi, le sue idee sull’arte e l’avvenire del mondo. Era quasi una replica di
Kaputt che si svolgeva sotto i miei occhi, cosa che ho capito solo più tardi, quando mi offrì la prima edizione del libro, pubblicata dall’editore Casella, a Napoli, con una dedica molto lusinghiera: «A Giorgio Napolitano, che non perde mai la calma, nemmeno durante l’Apocalisse», con riferimento alle devastazioni di Napoli. Purtroppo, ho imprestato il libro a Maria Antonietta Macciocchi, che non me lo ha mai restituito.
Malaparte si era avvicinato al PCI in quel momento.
Direi che era un comunista quasi dichiarato. Si figuri che mi confidò di essere pronto ad aprire una scuola di leninismo nella sua casa! Togliatti, sbarcato a Napoli al ritorno dall’Unione Sovietica, il 27 marzo 1944, si precipitò a trovarlo dopo pochi giorni, accompagnato da due dirigenti del pci napoletano, Eugenio Reale, futuro ambasciatore a Varsavia, e Velio Spano, che fu il primo direttore de «l’Unità»: Togliatti non attese neppure di pronunciare il suo grande discorso dell’11 aprile sulla necessità di una svolta nazionale nella nuova politica del partito. L’incontro fu molto cordiale. Malaparte mi raccontò di essere stato molto impressionato da Togliatti, il quale lo avrebbe addirittura messo in difficoltà, parlandogli di Stendhal, che Malaparte si vantava di aver introdotto in Italia! Fu allora che venne autorizzato a diventare corrispondente del quotidiano comunista sul fronte di Firenze, a condizione di adottare uno pseudonimo, Gianni Strozzi.
In cambio, scrisse per Togliatti la celebre autobiografia.
Sì, e all’indomani della morte di Malaparte, sarà pubblicata su «Rinascita», accompagnata da un elogio vibrante del segretario generale al valore e alla… sincerità di quel documento.
Era anche vicino, in quel periodo, ai servizi americani.
Gli americani controllavano Capri, che avevano occupato una ventina di giorni prima della liberazione di Napoli. Malaparte provò anche a mettere in piedi un corpo di spedizione per combattere i tedeschi. Le adesioni si raccoglievano in un caffè. Mi sono iscritto anch’io. Naturalmente, non se n’è fatto nulla.
La collaborazione con il PCI s’interruppe poco dopo la liberazione di Firenze, nell’agosto 1944.
Già qualche mese prima, dopo la liberazione di Roma, alcuni dirigenti influenti del partito, come Mario Alicata, avevano denunciato i trascorsi fascisti di Malaparte. La cosa prese rapidamente delle proporzioni tali che Togliatti, pur rammaricandosene, non
fu più in condizione di difenderlo.
Ma Togliatti lo salvò dai rigori dell’epurazione, nonostante Malaparte fosse scivolato subito dopo nel campo anticomunista.
È probabile. Ma ufficialmente i rapporti furono rotti a ogni livello, il che riguardava anche me, visto che nel frattempo ero entrato nel partito. A Napoli continuavamo a svolgere una grande azione culturale,
in un clima di effervescenza ben diverso da quello di prostrazione, descritto ne La pelle. Alicata era diventato condirettore di un quotidiano frontista, «La Voce», e mi propose di fondare con altri due compagni una associazione culturale per ampliare il nostro uditorio. Potei così invitare delle personalità straniere. Ricordo l’accoglienza calorosa che riservammo a Eluard, che recitò meravigliosamente i suoi versi nell’anfiteatro del Conservatorio, e che è rimasto uno dei miei poeti prediletti. Più tardi, fu la volta di Pablo Neruda, che scrisse e pubblicò a Napoli, in edizione privata,
alcuni dei suoi poemi più belli. Ma con Malaparte erano tagliati tutti i ponti. Mi è capitato di incontrarlo più di una volta nei corridoi della Camera, all’inizio degli anni cinquanta. Io cominciavo la carriera politica e lui ci veniva come giornalista. I nostri sguardi si sono incrociati, ma abbiamo evitato di salutarci. Lei si deve ricollocare nella mentalità dell’epoca.
Fu il vostro ultimo contatto?
No, ho seguito con interesse il suo riavvicinamento al partito, nel 1956-57, quando partì per l’urss e la Cina e inviò delle corrispondenze sempre scintillanti a «Vie Nuove», diretto da Maria Antonietta Macciocchi. E beninteso sono andato a trovarlo, al suo ritorno, alla «Sanatrix».
Come l’accolse?
Nel modo più naturale del mondo, come se ci fossimo appena lasciati. Non perdeva mai il senso della battuta, nemmeno sul letto di morte. Sembrava che niente potesse sorprenderlo. Mi ricordo che Togliatti stava uscendo, mentre entravo, e Malaparte commentò: «Che impressione mi ha fatto Togliatti! Sembra un vecchio saggio…».
- See more at: http://blog.marsilioeditori.it/2012/11/02/cesare-de-michelis-dal-presidente-giorgio-napolitano/#sthash.sOjBRFtN.dpuf

Signor Presidente, potrebbe raccontare in quali circostanze fece la conoscenza di Malaparte? Fu nel gennaio 1944, a Capri, dove una parte della mia famiglia era stata evacuata. Napoli aveva subito più di cento bombardamenti devastanti e la liberazione era stata seguita dalla carestia, nell’inverno 1943-44. Nondimeno, la città ricominciava a vivere
e avevamo appena pubblicato il primo (e solo) numero di una rivista intitolata «Latitudine», vicina ai comunisti ma indipendente, che affrontava temi audaci come l’ermetismo, il surrealismo e la letteratura americana, e conteneva citazioni di autori eretici come Gide e Malraux. Ebbi l’idea di andare a farne omaggio a Malaparte.
Quale fu la sua reazione?
Devo dire innanzitutto che noialtri giovani universitari napoletani, appassionati di letteratura, di poesia, di teatro, di cinema, formavamo una comunità molto vivace già nel 1942-43, prima della caduta del fascismo. Ho debuttato io stesso come critico cinematografico e regista nel teatro universitario, accanto ad amici che si sono fatti conoscere in seguito come Giuseppe Patroni Griffi, Luigi Compagnone, Raffaele La Capria, Francesco Rosi, Massimo Caprara, futuro segretario di Togliatti. Eravamo quindi orientati a sinistra, ma non condividevamo il pregiudizio contro Malaparte dei dirigenti comunisti appena usciti dalla clandestinità. Anzi, la copertina rosso sangue di «Prospettive», che si apriva con il grande servizio dall’assedio di Leningrado, intitolato Sangue operaio, ci aveva entusiasmati. Considero ancora oggi che le corrispondenze de Il Volga nasce in Europa rappresentino quel che ha scritto di meglio, con Kaputt. Per farla breve, non conoscevamo il suo passato d’uomo compromesso col regime, ma, in quanto intellettuale, lo sentivamo vicino a noi.
E il suo atteggiamento lo confermò?
Assolutamente, fu prodigo di elogi e ci incoraggiò a continuare. Purtroppo la nostra rivista era stata accolta male dai responsabili della federazione napoletana del pci, il che ne provocò la fine e accrebbe le mie perplessità riguardo al partito. Decisi allora di prendere le distanze e andai a fare la mia prima esperienza di lavoro in una filiale della Croce Rossa americana, a Capri, che era stata trasformata in campo di riposo dell’aviazione degli Stati Uniti. Ciò mi diede l’occasione di vedere Malaparte molto spesso, quasi quotidianamente, fino all’incirca all’autunno 1944, allorché le nostre strade si separarono. Con me era di una grande disponibilità, cosa che mi colpiva, anche perché tutti lo conoscevano, ma piuttosto da lontano. Era considerato un eccentrico e si mescolava poco alla vita locale. Aveva, in definitiva, pochi amici, tra cui l’ambasciatore Rulli.
Come si svolgevano i vostri incontri?
Non appena lasciavo il lavoro, lo raggiungevo all’albergo Quisisana, che era il suo punto d’incontro. Da lì ci dirigevamo a piedi alla casa di Capo Masullo, lungo uno degli itinerari più pittoreschi dell’isola, che da un golfo immette sull’altro. Bisognava risalire una scalinata intagliata nella roccia di più di cento gradini, ma lui non aveva mai bisogno di riprendere fiato. Dopo di che, si arrivava a «Casa come Me»: l’ingresso incredibile, che sembrava quello di una nave, si apriva sul grande salone arredato con mobili finlandesi, che allora erano d’avanguardia, fino alla sua scrivania, con la macchina da scrivere di fronte all’immensa vetrata sui Faraglioni, i tre scogli forse più impressionanti del Mediterraneo… La sua
conversazione era straordinaria, faceva girare la testa. Non avevo ancora compiuto diciannove anni, ma potevo rendermi conto lo stesso che affabulava quasi a ogni frase: era comunque uno spettacolo indimenticabile. Dire che avesse una grande opinione di sé è dir poco; ma aveva anche una spiccata capacità di seduzione, un fascino notevole. Parlava di tutto: i suoi incontri, i suoi viaggi, le sue idee sull’arte e l’avvenire del mondo. Era quasi una replica di
Kaputt che si svolgeva sotto i miei occhi, cosa che ho capito solo più tardi, quando mi offrì la prima edizione del libro, pubblicata dall’editore Casella, a Napoli, con una dedica molto lusinghiera: «A Giorgio Napolitano, che non perde mai la calma, nemmeno durante l’Apocalisse», con riferimento alle devastazioni di Napoli. Purtroppo, ho imprestato il libro a Maria Antonietta Macciocchi, che non me lo ha mai restituito.
Malaparte si era avvicinato al PCI in quel momento.
Direi che era un comunista quasi dichiarato. Si figuri che mi confidò di essere pronto ad aprire una scuola di leninismo nella sua casa! Togliatti, sbarcato a Napoli al ritorno dall’Unione Sovietica, il 27 marzo 1944, si precipitò a trovarlo dopo pochi giorni, accompagnato da due dirigenti del pci napoletano, Eugenio Reale, futuro ambasciatore a Varsavia, e Velio Spano, che fu il primo direttore de «l’Unità»: Togliatti non attese neppure di pronunciare il suo grande discorso dell’11 aprile sulla necessità di una svolta nazionale nella nuova politica del partito. L’incontro fu molto cordiale. Malaparte mi raccontò di essere stato molto impressionato da Togliatti, il quale lo avrebbe addirittura messo in difficoltà, parlandogli di Stendhal, che Malaparte si vantava di aver introdotto in Italia! Fu allora che venne autorizzato a diventare corrispondente del quotidiano comunista sul fronte di Firenze, a condizione di adottare uno pseudonimo, Gianni Strozzi.
In cambio, scrisse per Togliatti la celebre autobiografia.
Sì, e all’indomani della morte di Malaparte, sarà pubblicata su «Rinascita», accompagnata da un elogio vibrante del segretario generale al valore e alla… sincerità di quel documento.
Era anche vicino, in quel periodo, ai servizi americani.
Gli americani controllavano Capri, che avevano occupato una ventina di giorni prima della liberazione di Napoli. Malaparte provò anche a mettere in piedi un corpo di spedizione per combattere i tedeschi. Le adesioni si raccoglievano in un caffè. Mi sono iscritto anch’io. Naturalmente, non se n’è fatto nulla.
La collaborazione con il PCI s’interruppe poco dopo la liberazione di Firenze, nell’agosto 1944.
Già qualche mese prima, dopo la liberazione di Roma, alcuni dirigenti influenti del partito, come Mario Alicata, avevano denunciato i trascorsi fascisti di Malaparte. La cosa prese rapidamente delle proporzioni tali che Togliatti, pur rammaricandosene, non
fu più in condizione di difenderlo.
Ma Togliatti lo salvò dai rigori dell’epurazione, nonostante Malaparte fosse scivolato subito dopo nel campo anticomunista.
È probabile. Ma ufficialmente i rapporti furono rotti a ogni livello, il che riguardava anche me, visto che nel frattempo ero entrato nel partito. A Napoli continuavamo a svolgere una grande azione culturale,
in un clima di effervescenza ben diverso da quello di prostrazione, descritto ne La pelle. Alicata era diventato condirettore di un quotidiano frontista, «La Voce», e mi propose di fondare con altri due compagni una associazione culturale per ampliare il nostro uditorio. Potei così invitare delle personalità straniere. Ricordo l’accoglienza calorosa che riservammo a Eluard, che recitò meravigliosamente i suoi versi nell’anfiteatro del Conservatorio, e che è rimasto uno dei miei poeti prediletti. Più tardi, fu la volta di Pablo Neruda, che scrisse e pubblicò a Napoli, in edizione privata,
alcuni dei suoi poemi più belli. Ma con Malaparte erano tagliati tutti i ponti. Mi è capitato di incontrarlo più di una volta nei corridoi della Camera, all’inizio degli anni cinquanta. Io cominciavo la carriera politica e lui ci veniva come giornalista. I nostri sguardi si sono incrociati, ma abbiamo evitato di salutarci. Lei si deve ricollocare nella mentalità dell’epoca.
Fu il vostro ultimo contatto?
No, ho seguito con interesse il suo riavvicinamento al partito, nel 1956-57, quando partì per l’urss e la Cina e inviò delle corrispondenze sempre scintillanti a «Vie Nuove», diretto da Maria Antonietta Macciocchi. E beninteso sono andato a trovarlo, al suo ritorno, alla «Sanatrix».
Come l’accolse?
Nel modo più naturale del mondo, come se ci fossimo appena lasciati. Non perdeva mai il senso della battuta, nemmeno sul letto di morte. Sembrava che niente potesse sorprenderlo. Mi ricordo che Togliatti stava uscendo, mentre entravo, e Malaparte commentò: «Che impressione mi ha fatto Togliatti! Sembra un vecchio saggio…».
- See more at: http://blog.marsilioeditori.it/2012/11/02/cesare-de-michelis-dal-presidente-giorgio-napolitano/#sthash.sOjBRFtN.dpuf

lunedì 16 marzo 2015

La tattica bonapartista di Renzi

 Marco Damilano
Così dal vuoto è nato il politico Matteo Renzi
l'Espresso, 16 marzo 2015


Il 13 settembre 2012 siamo in tanti nell’auditorium del Palazzo della Gran Guardia nella magnifica piazza Bra di Verona. Giornalisti, amministratori locali, sindaci. Nessun parlamentare, pochissimi volti conosciuti. In prima fila il portavoce Marco Agnoletti presenta una ragazza bionda e sorridente: «Voi non lo sapete, ma è bravissima. Guiderà lei i comitati di Matteo: l’avvocato Maria Elena Boschi». In platea l’unico noto è il sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci Graziano Delrio, e neppure lui si sbilancia: «Sono venuto ad ascoltare Matteo. Per me è fondamentale che la sua sfida si svolga all’interno del Pd».

È la giornata dell’ingresso in campo. Il sindaco di Firenze Matteo Renzi si candida a premier contro Bersani. Sale sul palco in camicia bianca e cravatta scura, diventerà una divisa, mentre sullo schermo scorrono i frame degli ultimi due decenni: Reagan, Thatcher, Madonna, Carl Lewis e poi Falcone e Borsellino, il primo Mac rudimentale, i dischetti per il computer presto andati in pensione, Steve Jobs... Sotto il podio c’è la scritta: Adesso! Il cuore del renzismo nascente. Non un’ideologia, nessuna appartenenza. Adesso è l’anno Zero che arriva dopo il disastro. Il prima e il dopo. Il presente che è l’arma letale di Matteo e dei suoi. Non abbiamo nessun passato, per questo ora tocca a noi. Ci siamo anche noi, quelli che non c’erano prima. Quelli che sono cresciuti in venti anni di zero rappresentanza politica e di devastazione della speranza, negli anni del Blocco.

La frattura del 2011-2014 è molto più profonda di quella del 1992-1994. Quella rivoluzione era rimasta puramente giudiziaria, e dunque destinata al fallimento. Negli ultimi anni la rivolta è stata culturale, generazionale. All’inizio la crisi ha spaccato a metà il Paese, quelli che erano dentro, in un sistema di garanzie, di diritti acquisiti, di privilegi, e quelli che erano rimasti fuori. Poi anche gli interni hanno cominciato a perdere sicurezze, si sono indeboliti, spaventati. E tra i due mondi si è aperto un baratro: gli esclusi, sempre di più, e gli inclusi, sempre di meno. L’elettorato cui si rivolge Renzi è l’Italia normale che si vede in sala, un’Italia periferica e un po’ incazzata. Un’Italia di giovani outsider, di non iscritti, di non tesserati, di non invitati, di non tutelati. Un’Italia di figli che non conta nulla, tra la crisi economica e le liste bloccate.

Renzi invoca speranza, sogno, desiderio, passione, ma la spinta a candidarsi è più di tutto la terribile accusa rovesciata sulla classe dirigente dell’ultimo quarto di secolo: «Hanno trasformato il futuro in una discarica». Un bersaglio enorme, evocato dal leader quando spiega il significato esatto della parola rottamazione.
Non solo svecchiare i gruppi dirigenti. No, c’è qualcosa di molto più grande da rottamare: un’intera generazione di sinistra, la sua cultura, la sua pretesa di dettare modelli di vita, miti e idoli culturali, il sistema delle idee.

«Dobbiamo rottamare la generazione del Sessantotto che dipinge se stessa come l’unica che ha gli ideali, l’unica Meglio Gioventù che ci sia mai stata. No, ci siamo anche noi.» Ecco fissata una volta per tutte la narrazione della scalata renziana. Non la abbandona neppure quando, cinquecentoventisette giorni dopo, in vestito blu entra nel salone delle feste del Quirinale per il giuramento del suo governo. La sconosciuta Boschi presentata a Verona giura in tailleur cobalto da ministro delle Riforme. Il barbuto Delrio che era mescolato nella platea della Gran Guardia affianca i ministri da sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Cinquecentoventisette giorni per diventare il padrone d’Italia.
L’outsider arriva al potere non con un voto popolare, ma con una manovra di Palazzo. Un tradimento, il brutale assassinio politico del capo del governo Enrico Letta, appena rassicurato.
Dal tweet con l’hashtag #enricostaisereno alla defenestrazione del premier non è passato neppure un mese. Renzi va a comunicare all’inquilino di Palazzo Chigi che il giorno dopo sarà sfiduciato dal suo partito, il Pd, senza neppure un passaggio parlamentare, l’onore delle armi, la possibilità di difendere il suo operato in una sede istituzionale.

L’unico ostacolo che incontra sulla sua strada è una macchina che esce in senso contrario dall’ingresso secondario di Palazzo Chigi: la Smart blu su cui viaggia Renzi guidata dal deputato Ernesto Carbone è costretta a fare retromarcia. Una volta entrati, però, i giochi sono fatti. Il ministro Dario Franceschini, amico di Letta, è già sintonizzato sul nuovo padrone di casa, si fa fotografare accanto alla macchinina parcheggiata nel cortile mentre al piano di sopra si conclude lo sfratto. Rientrerà nel governo Renzi da ministro della Cultura.
...

https://palomarblog.wordpress.com/2016/01/16/renzi-il-leader-della-crisi/

mercoledì 14 gennaio 2015

Kaputt settant'anni dopo

Matteo Nucci
A settant'anni da "Kaputt" di Curzio Malaparte
Il Venerdì di Repubblica, 9 gennaio 2015, n. 1399

Per Kurt Suckert, meglio conosciuto come Curzio Malaparte, quello di settant’anni fa fu un capodanno di festa. A poco più di un mese dall’uscita di Kaputt, le reazioni di stupore si reduplicavano e all’estero già si preparavano a tradurlo. Dalla casa di Capo Massullo,
tuttavia, lo scrittore fingeva di riservare interesse a ben altre vicende. Il secondo capitolo dell’immane sforzo di raccontare «la peste della guerra» era già aperto (La pelle sarebbe uscito quattro anni dopo) e il bisogno di Malaparte di accreditarsi nel mondo nuovo che andava consolidandosi lo spingeva a cercare una sponda nelle fila del Partito Comunista. Fu così che, mentre il consenso letterario accoglieva una delle più straordinarie opere del Novecento, nell’Italia ancora spezzata, Kaputt apparve anche come il furbo prodotto di quell’uomo dal passato fascista che gran parte del mondo politico e intellettuale si sarebbe poi affannato a condannare. Negli anni seguenti, alle accuse contro l’abilità nel destreggiarsi fra opposti poteri si aggiunse la critica all’affidabilità dei resoconti. Tanto che si addensarono sull’opera dello scrittore ombre che si sono allungate fino ai nostri anni.
A rileggere oggi questo capolavoro (da poco tascabile: Adelphi, pp. 476, euro 13), si resta sbalorditi. E innanzitutto proprio per l’abilità della mano con cui Malaparte riuscì a trasformare la realtà. Magia, grottesco, follia, allegoria, sogno, delirio si alternano a raccontare una dimensione che sfugge di continuo, tanto è l’orrore di un’umanità che fatica a restare nell’alveo della sua animalità. Questo «viaggio al termine della notte» nell’Europa in fiamme (Céline è stato più volte chiamato in causa) fu sì il risultato dei viaggi del Malaparte inviato sul fronte orientale per il Corriere della sera (Romania, Polonia, Jugoslavia, Germania, Ucraina, Russia, Svezia e Finlandia) ma fu soprattutto esso stesso un viaggio nel mondo animale dominato da quel «mostro allegro e crudele» cui allude la «dura e quasi misteriosa parola tedesca Kaputt, che letteralmente significa “rotto, finito, andato in pezzi, in malora”».
Le sei parti del libro sono intitolate a cavalli, topi, cani, uccelli, renne e mosche. Perché, come scrive Maurizio Serra, autore della definitiva biografia (Malaparte. Vite e leggende, trad. dal francese di A. Folin, Marsilio, pp. 587, euro 25), «gli animali sono gli unici innocenti per definizione, i soli che soffrano di una pena che non ha la sua origine nell’espiazione di una colpa, ma nel sacrificio puro, gratuito, cristologico». Animali sono dunque gli uomini nella loro veste di vittime, laddove nel momento in cui si fanno persecutori si assimilano piuttosto alla perversione di «animali degradati dalla ragione».
Le storie che l’io narrante del libro, ovvero lo stesso Malaparte, racconta in circostanze reali trasformate da una penna trasfigurante, gettano luce, oltreché sugli esseri umani, sui popoli. E principalmente, è ovvio, sui tedeschi di cui si racconta in continuazione la paura: «Hanno paura sopra tutto degli esseri deboli, delle donne, dei bambini. Hanno paura dei vecchi. La loro paura ha sempre suscitato in me una profonda pietà. Se l’Europa avesse pietà di loro, forse i tedeschi guarirebbero del loro orribile male». Degli italiani, Malaparte ghigna in prima persona: «Io ho perso l’abitudine di agire. Sono un italiano. Non sappiamo più agire, non sappiamo più assumere alcuna responsabilità». Degli spagnoli, invece, egli parla attraverso uno dei personaggi principali del libro, il Conte Augustín de Foxá, Ministro di Spagna a Helsinki: «È crudele e funereo come ogni buon spagnolo. Soltanto per l’anima ha rispetto: il corpo, il sangue, le sofferenze lo lasciano indifferente. Gli piace parlar della morte, si rallegra come una festa nel veder passare un funerale».
Mai come in Kaputt, Malaparte ci appare nella sua potenza di camaleonte.  «Aristocratico con gli aristocratici, diplomatico con i diplomatici, militare con i militari, operaio con gli operai», compare sulla scena a Stoccolma, a fianco del Principe Eugenio di Svezia, cui dopo poco comincia a narrare di un villaggio ucraino dove con soldati romeni discorre di Unione Sovietica pensando a Tolstoj e affondando sempre più in un vortice di storie e di lingue. Tedesco, francese, romeno attraversano la scena, mentre Malaparte porta ovunque il suo sarcasmo, il gusto del paradosso, la battuta salace tipica del ragazzo nato a Prato da padre sassone e madre milanese.
Dalla “corte” del Generalgoverneur di Polonia, Hans Frank (poi condannato a morte a Norimberga), dove si aprono gli scenari più atroci del ghetto di Varsavia e del tragico pogrom romeno di Jassy (dove morirono 14000 ebrei), fino all’amata Finlandia dove Malaparte affabula gli ascoltatori fra l’altro con i bombardamenti di Belgrado vissuti da un cane. Berlino, Zagabria, il mefistofelico duce croato Ante Pavelic, Capri, Axel Munthe, Edda Ciano, e finalmente la Lapponia dove incontriamo Himmler nudo in sauna, giunto lì a punire con la fucilazione i soldati tedeschi presi dal desiderio del suicidio. Il paradosso domina. Tutto si confonde. Vita e morte perdono i loro significati elementari e l’abilità di scrittore di Malaparte raggiunge vette inarrivabili.
Kaputt è anche un gioco di tempi. Presente e passato s’intrecciano senza lasciar più
speranza al lettore. Sogni e ricordi prendono il sopravvento, notti ebbre si riempiono di violenza pronta a sciogliersi in risate folli. E, prima che l’autore torni a Roma e Napoli (gli ultimi due capitoli) un aneddoto reale viene trasformato al punto da chiarire definitivamente quella che è la vera chiave del libro:  il misero scontro fra uomini e uomini s’illumina soltanto quando l’uomo affronta l’animale che è in sé. È la storia della lotta contro i salmoni ingaggiata dai soldati tedeschi nella loro pesca guidata dall’insana brama di estirpare la specie ittica. Ma «i salmoni sono coraggiosissimi e non è facile vincerli». Così, quando il generale von Heunert si troverà a dover sconfiggere l’ultimo esemplare del fiume Juutuanjoki, Malaparte regalerà al lettore una delle scene più indimenticabili.
Nell’appendice che Adelphi propone troviamo la vera storia su cui lavorò letterariamente (p. 452). È una prova eccezionale per capire quanto egli stesso avrebbe detto circa il suo stile in Pelle, forse già difendendosi dalle accuse montanti. È un manifesto di poetica, quello messo in bocca, nella finzione, a un colonnello americano di nome Hamilton. Dovrebbe tranquillizzarci per sempre e consentirci di ridare a questo fenomenale scrittore il posto che gli è stato spesso negato. «Non ha alcuna importanza» dice Hamilton «se quel che Malaparte racconta è vero o falso. La questione da porsi è un’altra: se quel che egli fa è arte, o no».