José
Antonio Kast conquista la presidenza del Cile con il 58% dei voti al
ballottaggio contro Jeannette Jara, raccogliendo i voti degli elettori
di destra ed estrema destra. L’esito della consultazione elettorale
riflette un profondo spostamento dell’elettorato verso proposte
conservatrici e di “mano dura” su temi come sicurezza e immigrazione,
temi che hanno dominato la campagna elettorale. Analizziamo le radici
storiche di questo risultato con Tiziana Bertaccini, docente di Storia dell’America Latina presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino.
Professoressa, nonostante Jara fosse in testa dopo il primo turno, la vittoria di Kast non è stata una sorpresa. Perché?
Kast
ha vinto nettamente su Jara, con uno scarto di 16 punti percentuali. Ha
ottenuto il 58,16% contro il 41,84% della contendente, superando i 7
milioni di voti e diventando così il presidente più votato nella storia
del Cile. Questo risultato segna un chiaro spostamento verso destra, in
particolare verso una “nuova” destra radicale, la più radicale al
governo dal processo di democratizzazione degli anni Novanta.
Per
comprendere quanto accaduto è utile richiamare alcuni elementi
preliminari. Al primo turno si è presentata, per la prima volta nella
storia cilena, una candidata del Partito Comunista: Jeanette Jara. Si
tratta di un fatto assolutamente insolito, se si considera che il
Partito Comunista cileno ha tradizionalmente una rappresentanza
limitata, intorno al 6% del sistema politico. Jara ha ottenuto il 26,8%
dei voti, collocandosi chiaramente nello spettro della sinistra. La
candidata dell’“ufficialismo”, cioè della continuità del governo di
Gabriel Boric, rappresentando un’alleanza tra partiti di sinistra e di
centrosinistra. Non a caso, Jara era stata ministra del Lavoro nel suo
esecutivo. Tuttavia, la sua militanza storica nel Partito Comunista ha
rappresentato una sinistra diversa rispetto a quella che voleva essere
la “nuova sinistra” di Boric. Il risultato del primo turno, inferiore al
30%, è stato infatti più basso rispetto al consenso ottenuto da Boric.
Sul
fronte opposto, Kast aveva vinto il primo turno con il 23,9%. È
esponente di queste nuove destre, spesso definite ultradestre o destre
radicali, e immediatamente dopo il primo turno ha ottenuto il sostegno
delle altre forze di destra. In particolare, la destra tradizionale
rappresentata da Evelyn Matthei, che aveva raccolto il 12,4%, e la
destra libertaria di Johannes Kaiser, ancora più radicale, che aveva
ottenuto il 13,9% dei voti. Sommando questi consensi, Kast avrebbe
raggiunto già al primo turno una base potenziale del 50-51% dei voti per
il ballottaggio. Questo dato rende evidente che l’esito finale non è
stato una sorpresa: queste destre rappresentavano almeno la metà
dell’elettorato cileno.
Uno scenario politico quindi fortemente polarizzato.
Sì,
con un’offerta elettorale molto spostata a destra da un lato e molto a
sinistra dall’altro. È probabile, inoltre, che Kast nel ballottaggio
abbia intercettato anche una parte dei voti del candidato populista
Franco Parisi, arrivato terzo al primo turno e vera sorpresa di quelle
elezioni. Parisi non aveva dato indicazioni di voto, invitando piuttosto
all’astensione o al voto nullo, ma quei consensi sembrano essersi
redistribuiti nelle elezioni di ieri. A questo va aggiunto un elemento
cruciale: circa cinque milioni di elettori che in passato si erano
astenuti sono stati questa volta obbligati a votare, poiché si trattava
della prima elezione con voto obbligatorio.
È importante
sottolineare che Kast non è un outsider. Si è candidato per la terza
volta e già nel 2021 aveva vinto il primo turno contro Boric, per poi
perdere al ballottaggio. Le nuove destre non nascono improvvisamente:
sono parte di reti internazionali con un progetto politico comune,
cresciute nel corso degli anni all’interno delle loro società grazie a
un lavoro costante e coordinato.
Quali fattori storici e
sociali hanno influito sulla decisione dell’elettorato di orientarsi
verso una figura conservatrice come José Antonio Kast?
La
particolarità di questa elezione è stato il voto obbligatorio,
introdotto per contrastare l’elevato astensionismo che aveva
caratterizzato il Cile negli ultimi decenni. L’elettorato cileno si è
storicamente distinto per una forte disaffezione verso la politica. Nel
corso di questo millennio si è osservato un andamento pendolare: il voto
del cambiamento, più che ideologico, ha proposto un’alternanza
sistematica tra centrodestra e centrosinistra, premiando di volta in
volta chi non era al governo. Questa dinamica riflette una profonda
disillusione, in particolare verso le sinistre che avevano governato con
la Concertación e poi con la Nueva Mayoría, giudicate
incapaci di realizzare riforme strutturali incisive, come quella del
lavoro, o percepite come eccessivamente moderate.
L’ascesa di
Boric aveva riacceso le speranze di un rinnovamento, incarnando una
sinistra giovane e diversa. Tuttavia, il suo governo è stato segnato sin
dall’inizio dal fallimento del progetto di una nuova Costituzione,
bocciato da quello stesso elettorato che lo aveva votato, e da un
secondo tentativo costituzionale, affidato proprio a Kast, poi
nuovamente respinto. Nel 2018, dopo il governo di sinistra della Nueva Mayoría,
il potere era tornato alla destra convenzionale di Sebastián Piñera,
confermando questo andamento oscillatorio. Ma la destra che vince oggi
non è più quella tradizionale: è una nuova destra radicale.
Il
ciclo si chiude simbolicamente con le proteste del 2019, caratterizzate
da una contestazione generalizzata contro l’intera classe politica.
Quelle mobilitazioni hanno reso evidente la profonda disaffezione
dell’elettorato cileno verso la politica e le istituzioni.
Al proposito, ci può spiegare meglio la dimensione economica e sociale del Cile contemporaneo?
Il
contesto strutturale è quello di un paese fortemente diseguale.
Nonostante la crescita economica, il Cile rimane uno dei paesi più
diseguali dell’America Latina, che nel suo complesso è la regione più
diseguale al mondo. Già nel 2015 il Cile figurava tra i paesi con i più
alti livelli di diseguaglianza. Secondo i dati OCSE del 2025, la
diseguaglianza nelle opportunità che è aumentata in generale nei paesi
membri, in Cile resta tra le più elevate, con un livello superiore al
35%. Questo dato aiuta anche a comprendere la sconfitta della candidata
di sinistra: nonostante Jara avesse promosso una riforma del lavoro
attesa da decenni, tale risultato non è stato sufficiente ad attrarre
l’elettorato.
A questa diseguaglianza materiale si affianca una
forte percezione sociale del problema: almeno sei cileni su dieci
considerano la diseguaglianza una questione centrale. Si aggiunge poi
l'elemento strutturale della debolezza e sfiducia istituzionale legato
alle transizioni democratiche incomplete e al generale arretramento
della democrazia di questi ultimi anni, fenomeno comune a gran parte
dell’Occidente. L’America Latina è la regione con il più alto livello di
sfiducia al mondo, secondo il World Values Survey.
In questo
quadro, il Cile si colloca tra gli ultimi paesi latinoamericani per
fiducia nelle istituzioni: solo il 12% dei cittadini ha fiducia nei
partiti politici, il 19% nel Congresso, il 18% nel potere giudiziario.
La fiducia nel presidente, nel 2024, si attestava al 36%, mentre quella
nel governo al 33%. Emergono così tratti di una cultura politica
caratterizzata da leader forti e partiti deboli, come dimostra il caso
di Jara, votata ben oltre il peso elettorale del Partito Comunista.
In
contrasto con questa sfiducia verso partiti e governo, il Cile registra
livelli molto alti di fiducia nelle forze armate e nella polizia. Il
60% dei cittadini dichiara di avere fiducia nelle forze armate,
posizionando il Cile al terzo posto in America Latina, dopo El Salvador
governato dalla destra radicale di Bukele e l’Ecuador di Noboa. Ancora
più elevata è la fiducia nella polizia, al 64%, seconda sempre a El
Salvador. Questi dati si inseriscono in un contesto di indifferenza
politica crescente: secondo alcune indagini, circa un quarto dei
latinoamericani è indifferente a chi governa, e in Cile circa metà della
popolazione concorda con l’affermazione “per me è lo stesso chi
governa, tanto devo andare a lavorare”.
Accanto ai fattori
strutturali, vi sono elementi più contingenti. Kast ha costruito la sua
campagna facendo leva sulle paure più diffuse nella società cilena. I
temi centrali sono stati la sicurezza pubblica e l’immigrazione
irregolare, promettendo di espellere più di 300.000 immigrati irregolari
(oltre a una critica dura ai risultati del governo Boric, alla
pressione fiscale e al ruolo dello Stato). Kast ha parlato di una “crisi
multipla di insicurezza”, legata alla bassa crescita economica e
all’alto numero di migranti, arrivando a promettere un governo di
emergenza.
Negli ultimi anni il Cile ha effettivamente visto
crescere l’immigrazione, soprattutto a causa dell’esodo venezuelano, e
si è registrato un aumento della violenza, sebbene non paragonabile a
quello di altri paesi latinoamericani. Tuttavia, ciò che conta
politicamente sono le percezioni: secondo il Latinobarómetro 2024, il
47% dei cileni ha paura della violenza per strada e il 77% teme di
essere vittima di un crimine violento, il dato più alto di tutta
l’America Latina, superiore persino a quello di paesi con livelli di
violenza molto più elevati, come il Messico.
Ancora più
significativo è il dato sull’immigrazione: l’85% dei cileni ritiene che
gli immigrati causino un aumento della criminalità. Questo elemento è
fondamentale per comprendere il voto a favore di Kast e non sorprende se
confrontato con dinamiche simili osservate anche in Europa e in Italia,
dove si registra uno scarto crescente tra le posizioni politiche
progressiste sull’immigrazione e le percezioni dell’opinione pubblica,
degli elettori di sinistra.
Quali conseguenze avrà questo risultato sullo scenario geopolitico dell’America Latina?
Questa vittoria ha implicazioni rilevanti non solo per lo scenario latinoamericano,
ma anche per quello internazionale. Le nuove destre possono essere
comprese solo tenendo conto di due livelli: quello interno, che abbiamo
in parte ricostruito, e quello internazionale. Esse sono fortemente
interconnesse e portano avanti un progetto politico comune ormai da
anni.
L’America Latina è oggi al centro degli interessi di queste
nuove destre radicali occidentali, mentre le sinistre si sono
progressivamente allontanate dalla regione rispetto al passato. Questa
centralità emerge anche nei recenti documenti strategici degli Stati
Uniti, come la National Security Strategy annunciata da Trump, ma era
già presente nei documenti del suo primo mandato. Ciò implica una
volontà di cooperazione non solo economica, ma soprattutto politica e
ideologica, per sostenere il progetto comune delle nuove destre
occidentali.
Al centro vi è quella che viene definita una
“battaglia culturale”, concepita come una lotta contro ciò che queste
forze chiamano comunismo, inteso in senso molto ampio come progressismo e
per promuovere la loro agenda morale. I valori sono quelli di Dio,
Patria e Famiglia contro l’ideologia woke. Questa battaglia
culturale di chiara ispirazione gramsciana punta alla promozione
culturale di quei valori nella società attraverso festival, case
editrici, fondazioni, think tank e piattaforme digitali.
Il
caso spagnolo di Vox è emblematico. Vox ha coniato il termine
“Iberosfera” per riferirsi all’America Latina, recuperando una visione
fortemente colonialista. Dal 2019, quando Vox è diventato la terza forza
politica in Spagna, il progetto di espansione in America Latina si è
rafforzato. Secondo questa visione, condivisa con le altre destre
occidentali, la regione avrebbe grandi potenzialità, ma deve essere
“ripulita” dal cosiddetto virus del comunismo, inteso come l'insieme dei
valori progressisti, in particolare quelli legati alla visione woke dei diritti civili.
Nel
2019 quando Kast fonda il suo partito, Propuesta Republicana – ed è da
questo stesso anno che queste nuove destre si vanno espandendo in
America Latina – dichiara di volerlo fondare a immagine e somiglianza
del partito di Vox. Vox è stato creato grazie a una fondazione,
HazteOir, fondata nel 2001 e poi successivamente un'altra, CitizenGo,
nel 2013, che hanno portato avanti all'interno delle società civili, non
solo in Spagna ma anche all'estero e in America Latina, l'agenda morale
e quindi pro famiglia tradizionale, pro valori conservatori, contro
l'ideologia di genere e contro l'ideologia woke.
Quando
HazteOir compie dieci anni, nel 2011, considerato un anno chiave per la
sua espansione in America Latina, fonda HazteOir in Cile. Da lì il
progetto per una futura espansione nell'America Latina.
Lo
stratagemma usato è quello del modello “moltitudine”: fare pressione
politica attraverso la mobilitazione sociale e culturale. Si rafforzano
così reti internazionali come la Conferenza Politica di Azione
Conservatrice, fondata negli Stati Uniti nel 1974, e il Congresso
Mondiale delle Famiglie, che iniziano a svolgersi anche in Cile, e nuove
piattaforme transnazionali. Kast ha firmato la Carta di Madrid e, dopo
la sconfitta del 2021, ha assunto un ruolo di primo piano nella Rete
Politica dei Valori, fondata nel 2014, che riunisce politici europei e
americani con l’obiettivo di rispondere a quella che definiscono una
crisi civilizzatrice dell’Occidente.
Un tema centrale di questa agenda comune è l’immigrazione. Come viene affrontato?
Non
si tratta solo di Trump, ma di un pilastro storico delle nuove destre
europee, con riferimenti teorici che risalgono al secondo dopoguerra.
Viene da pensatori come Locchi, come Benoist. Ricordiamo anche i legami
con il governo Meloni e Fratelli d'Italia e Vox. Meloni stessa ha
dichiarato, in occasione del vertice di EuroLat 2001 e in un altro
incontro internazionale con Milei che l’America Latina è un pilastro
fondamentale dell’Occidente e non può essere lasciata alla sinistra
radicale. Kast, durante la campagna elettorale, ha incontrato Meloni e
ha elogiato il modello italiano di gestione migratoria, promettendo uno
“Escudo Fronterizo”, cioè la costruzione di barriere e muri alle
frontiere, ispirati all’Europa orientale e a Israele.
In
conclusione, questa vittoria rafforza le reti delle nuove destre a
livello latinoamericano e internazionale, consolidando la cooperazione
tra queste forze. Il prossimo banco di prova sarà il Perù, dove si
terranno prossime elezioni e dove Kast ha già avviato accordi in materia
di controllo migratorio e chiusura delle frontiere.
Qual è
la posizione del presidente neoeletto rispetto all’eredità della
dittatura? Esistono punti di contatto tra la destra attuale e Pinochet?
Durante
questa campagna elettorale Kast ha adottato una strategia più prudente
rispetto al passato, evitando di richiamare esplicitamente la figura di
Pinochet per non perdere consensi. Kast proviene dalla destra
dell’Unione Democratica Indipendente (UDI), in cui ha militato per quasi
vent’anni, prima di fondare nel 2019 il Partito Repubblicano,
espressione di queste nuove destre.
Nonostante il silenzio
strategico della campagna, il suo passato parla chiaro. Nel referendum
del 1988 Kast votò a favore della continuità del regime di Pinochet. Nel
2017 dichiarò che se Pinochet fosse stato vivo avrebbe votato per lui e
in altre occasioni ha sostenuto che il dittatore avrebbe guidato una
transizione alla democrazia. Queste posizioni si inseriscono in un più
ampio atteggiamento revisionista delle nuove destre, evidente anche in
Argentina con Milei, che tendono a relativizzare o reinterpretare le
dittature del passato, adottando posizioni ambigue sui diritti umani e
sui crimini contro l’umanità.
Va infine ricordato che, al momento,
Kast non dispone di una maggioranza assoluta in Congresso. Questo apre
interrogativi importanti sulla governabilità, sulla fattibilità delle
riforme e sugli equilibri istituzionali del prossimo futuro.
Paolo Hutter
Sicurezza e neoliberismo, non è più il paese di Allende
Domani, 15 dicembre 2025
Questa vittoria della destra in Cile
l’abbiamo vista arrivare da anni. La “luna di miele” col giovane e
brillante presidente progressista Gabriel Boric era durata pochi mesi,
dopo la sua entrata in carica nel marzo del 2022. La proposta di
Costituzione eco-woke-socialista elaborata dalla euforica Assemblea
Costituente era stata bocciata da oltre il 60 per cento degli elettori
nel settembre 2022. Nel parlamento, eletto in contemporanea al primo
turno presidenziale, il centrosinistra non aveva la maggioranza. La
spinta a destra si è accentuata nelle elezioni locali e in quella della
seconda Costituente.
Sicurezza, espulsioni, nuova crescita
attraverso il liberismo sembrano diventate le nuove idee dominanti. Cosa
è successo al Cile di Allende che sembrava risorto con i suoi ideali
dopo la dittatura di Pinochet? Il colpo di stato del 1973 lo avevo visto
arrivare coi miei occhi, ma recentemente ho visto anche i giovani
rivoltosi del cosiddetto estallido attaccare la polizia nel 2019 in nome della “Dignidad” e poi confluire nella barriera del voto a Boric nel 2021.
Se
l’Assemblea costituente aveva sbagliato per eccesso di radicalismo, non
si può certo dire la stessa cosa per il governo di Boric. Costretto
alla prudenza dagli sfavorevoli rapporti di forza in parlamento, dai
sondaggi, dall’esaurirsi dei movimenti, e anche da una certa
inesperienza. Sembra quasi di poter dire – ma qui entriamo nella
“filosofia della storia” – che il vento è cambiato a prescindere dalle
capacità dei gruppi dirigenti politici. O anche più semplicemente che si
vota regolarmente contro il governo uscente e Kast ha potuto
presentarsi come la destra che non ha mai governato.
Il Cile porta
in America un nuovo Bolsonaro, o un nuovo Milei, un nuovo Trump? Molti
migranti hanno tremato per la promessa minaccia di cacciarli, e hanno
affollato la frontiera col Peru per uscire. La spesa sociale, che già
storicamente non è granché, è a rischio. Alcuni elementi portano però a
una visione meno angosciosa per i democratici. Dal punto di vista
elettorale la sconfitta candidata Jeannette Jara non è andata così male.
Aveva il doppio handicap di essere, anche se pulita e brava, pur sempre
una ministra uscente di un governo con basso consenso, e di essere
militante di un partito che si chiama comunista. In termini assoluti ha
preso più voti di quelli che portarono alla vittoria Boric, 5 milioni e
200mila anziché 4 milioni e 600mila, ma il problema è che i voti di
Kast, rispetto al 2021, sono raddoppiati.
Da
qualche anno il voto in Cile è diventato obbligatorio. C’è un sondaggio
che dice che senza voto obbligatorio Jara poteva vincere. Sono stati
gli elettori più ignoranti e demotivati a far vincere Kast. Nel nuovo
Parlamento le destre sono più forti, ma comunque non hanno una
maggioranza assoluta. Il nuovo presidente dovrà tessere e faticare
almeno un po’. Al termine di una giornata elettorale del tutto
tranquilla sia Boric che Jara che persino Bachelet si sono affrettati a
complimentarsi pubblicamente e cerimoniosamente con Kast e a invocare
lealtà istituzionale, spirito repubblicano e confronto democratico.
Vogliono giocare di sponda col centrodestra più tradizionale e moderato
per cercare di normalizzare Jose Antonio (è un nome raro, gli è stato
dato dal padre nazista in omaggio al fondatore della Falange spagnola,
Primo de Rivera. Acqua passata...). Bachelet vuole l’appoggio per la
carica di segretario generale dell’Onu.
Il clima è di attesa per
vedere che presidente sarà. Ci sono stati alcuni momenti di tensione in
Plaza Italia (ex Plaza Dignidad) tra giovani antagonisti e polizia, ma
al di sotto del fisiologico.