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domenica 26 luglio 2026

L'assalto degli incappucciati

Alberto Giulini
No Tav, l’assalto degli incappucciati Sessanta feriti
Corriere della Sera, 26 luglio 2026

Centinaia di No Tav incappucciati hanno dato l’assalto ai cantieri dell’alta velocità nel Torinese. Dopo il corteo partito da Venaus, gruppi di manifestanti hanno raggiunto i lavori di Chiomonte, Salbertrand e San Didero. Duri scontri con lancio di pietre, molotov e bombe carta. La risposta delle forze dell’ordine con idranti e lacrimogeni. In fiamme quattro mezzi di carabinieri, finanza e polizia. Meloni: «La violenza non piegherà lo Stato». Il sindacato di polizia: «Feriti sessanta agenti». A loro il ringraziamento di Sergio Mattarella.

L’orologio segna le 13 in punto quando il lungo serpentone si mette in marcia da Borgata 8 dicembre a Venaus, cuore del festival Alta felicità, la rassegna No Tav arrivata alla decima edizione. «Siamo ventimila — esultano i manifestanti —. Davanti alla distruzione della nostra terra ci contrapponiamo. Oggi vogliamo fermare la Tav, la Val di Susa ci ha insegnato a lottare». Il corteo procede tra gli applausi dei residenti, si affacciano anche bambini a sventolare bandiere No Tav. Ma dopo poche centinaia di metri il lungo serpentone si divide: metà si incammina verso Giaglione e il presidio dei Mulini, il resto del corteo imbocca la strada verso Susa. Di lì a poco inizierà un lungo pomeriggio di scontri e attacchi su più fronti, che segnano il ritorno della guerriglia No Tav, con centinaia di antagonisti incappucciati che hanno usato sassi,bombe carta e anche molotov contro le forze dell’ordine a protezione dei cantieri dell’alta velocità. Il bilancio, ancora provvisorio, ieri sera era di una sessantina di agenti feriti e almeno quattro mezzi dati alle fiamme.

Il fronte più caldo è quello che raggiunge il presidio dei Mulini, dopo una camminata di chilometri e chilometri tra i sentieri nei boschi. A guidare il corteo è un anziano, bandiera No Tav in una mano e bastone per sorreggersi nell’altra. Il serpentone guada un fiume, arriva a ridosso del cantiere di Chiomonte e aspetta di ricompattarsi per dare il via all’assalto più importante. Il «blocco nero», costituito dagli antagonisti eredi degli storici Black bloc che operarono in molte città tra cui Genova durante il G8 del 2001, si fa largo. In settecento entrano nel cantiere, dando il via a una lunga battaglia.

In serata il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha chiamato il ministro dell’interno Matteo Piantedosi per esprimere alle forze dell’ordine la sua «solidarietà e il suo ringraziamento per la loro azione al servizio della comunità nazionale» e sottolineare la sua vicinanza agli agenti feriti. Piantedosi vede nei fatti di ieri «la conferma di una volontà, da parte di qualcuno, di dare luogo a un’escalation che richiede la massima attenzione. Serve una presa di posizione unitaria, netta e senza ambiguità da parte di tutte le forze politiche e delle istituzioni».

Per la premier Giorgia Meloni «chi lancia bombe carta, incendia mezzi dello Stato e aggredisce le forze dell’ordine non sta difendendo un’idea, sta attaccando lo Stato. A Chiomonte, dopo quanto accaduto nei giorni scorsi a Bologna, ancora una volta donne e uomini in divisa sono stati bersaglio della violenza di delinquenti incappucciati. A loro va la mia solidarietà e quella del Governo. La violenza non piegherà lo Stato: chi serve l’italia non sarà mai lasciato solo». Vittorio Pisani, capo della Polizia, ha telefonato al questore di Torino Massimo Gambino per ringraziare i poliziotti, i carabinieri ed i finanzieri che anche oggi hanno affrontato un servizio impegnativo e rischioso, esprimendo vicinanza ai numerosi feriti.

La guerriglia No Tav finisce al centro del dibattito politico. Il vicepremier Tajani attacca: «La sinistra è sempre più tollerante, se non addirittura connivente, con i teppisti, i violenti e i gruppi eversivi, da Bologna alla Val di Susa». II vicepremier leghista Matteo Salvini parla di «frutti avvelenati e violenti di una sinistra che alimenta odio e delegittimazione contro le forze dell’ordine». «I No Tav che hanno assalito i cantieri e bruciato camionette dei carabinieri sono dei criminali che devono pagare», afferma Matteo Renzi. Condanne anche dal Pd: «La violenza non è mai accettabile, solidarietà alle forze dell’ordine aggredite», dice il responsabile sicurezza del Pd, Matteo Mauri. Per il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, «le gravissime violenze meritano una condanna ferma e senza alcuna ambiguità» ma «il diritto al dissenso merita sempre piena tutela».


sabato 20 dicembre 2025

Askatasuna. Il patto tradito

Giorgio Rossetto

Giancarlo Caselli
Vittorio Barosio
Quel patto tradito da Askatasuna e i garanti

La Stampa, 20 gennaio 2025

All’inizio del 2024 la Città di Torino, per risolvere i problemi derivanti dall’occupazione da parte di Askatasuna dell’immobile in corso Regina 47, aveva lodevolmente sottoscritto con un “gruppo informale di soggetti civici” un Patto di collaborazione. Lo scopo era non solo quello di evitare i possibili disordini conseguenti ad uno sgombero forzato, ma soprattutto quello di intraprendere un’esperienza nel campo culturale e di promozione sociale, destinando poi l’immobile a luogo in cui organizzare momenti di partecipazione aperti a tutto il quartiere. Si è cercato in questo modo di trovare una forma di collaborazione tra la Città e Askatasuna per realizzare un fine di interesse pubblico.

Il Patto di collaborazione stabiliva fra l’altro che «l’uso della struttura edilizia rimanesse interdetto fino alla conclusione degli approfondimenti tecnici sulla sicurezza» dell’immobile, e che i soggetti civici (cosiddetti “garanti”) fossero «responsabili delle azioni che con il presente Patto e con le attività annesse e connesse si sono impegnati a realizzare». Era però ormai da tempo che l’immobile di corso Regina, anziché restare vuoto, costituiva di fatto la centrale operativa degli aderenti ad Askatasuna, nella quale si organizzavano azioni violente che certamente costituivano violazioni del Patto, e che comunque non possono essere organizzate in alcun edificio.

La Città di Torino ha cercato in questi due anni di “passare sopra” a queste numerose e gravi violazioni, pur di non far saltare il Patto. Ma l’assalto del 28 novembre alla redazione de La Stampa è stato così violento, aberrante e pericoloso da non consentire più margini di tolleranza. Ed è questo episodio che, unito a tutti i fatti precedenti, ha reso ormai inevitabile lo sgombero. Con esso si è superata quella linea rossa oltre la quale l’organo dello Stato delegato alla sicurezza pubblica non poteva non intervenire. Di chi è la colpa? Certamente degli aderenti ad Askatasuna che in questi anni, approfittando di ogni occasione, hanno continuato a commettere atti di violenza. Ma la colpa è anche dei garanti, che evidentemente non hanno assolto al loro compito di sorveglianza: né sul fatto che i piani superiori dell’edificio restassero vuoti, né sull’attività che aveva luogo nell’edificio stesso e che aveva ad oggetto la pianificazione di iniziative illecite.

Che cosa ha determinato questa mancanza di controllo nonostante i garanti si fossero assunti l’obbligo di sorveglianza e di rispetto del Patto? E il Comune? Esso, in quanto parte contraente del Patto (e per di più proprietario dell’immobile), aveva titolo per interloquire con i garanti al fine di assicurarsi che essi svolgessero effettivamente il compito di sorveglianza che si erano assunti con il Patto. Di fronte all’inerzia dei garanti stessi il Comune lo ha fatto? Si è attivato con i garanti per avere da loro tutte le dovute informazioni su ciò che accadeva nell’edificio e per spingerli a svolgere sul serio la dovuta attività di vigilanza? È chiaro poi che, con lo sgombero dell’immobile, veniva meno la base per l’attività di collaborazione tra il Comune e Askatasuna, e che quindi non aveva più senso la prosecuzione del Patto. Ed era quindi logico che il Comune, dopo l’ordine di sgombero, si avvalesse del suo potere, espressamente previsto dal Patto, di recedere da esso. Resta l’amarezza sulla conclusione di una iniziativa che certamente, se si fosse mantenuta entro binari corretti, non sarebbe stata solo di notevole utilità per tutta la cittadinanza e per il quartiere, ma avrebbe anche costituito un ottimo esempio, e una vera e propria “avanguardia”, nella gestione del potere pubblico condivisa fra i privati cittadini e la Pubblica Amministrazione.

Giorgio Rossetto, volto storico di Askatasuna
https://www.lastampa.it/torino/2025/12/20/news/la_minaccia_di_aska_faremo_di_torino_la_nuova_val_susa-15441621/

«Spero che la risposta (allo sgombero ndr) sia adeguata e mi sembra che la scelta della Questura di fare prima delle feste natalizie questa operazione sia un po’ avventata; c’è la possibilità di tenere il fiato sul collo, in modo che sia lo stesso fiato sul collo che si tiene sulle montagne della Val Susa, ai cantieri, e penso che ci siano i margini anche nella zona di Vanchiglia, la zona dell’Askasatuna, per poter lavorare ad un logoramento dello schieramento avversario».

Jacopo Rosatelli
https://ilmanifesto.it/lassessore-rosatelli-a-torino-un-modello-alternativo-al-governo

Proprio oggi (ieri, ndr) con il sindaco e la vice abbiamo incontrato alcuni dei garanti di questo accordo. È stato un confronto che è servito per ribadire un messaggio: questo tentativo che stiamo facendo deve andare avanti, perché siamo convinti che sia un modello di relazione con i movimenti sociali radicalmente alternativo rispetto alla repressione del governo. Qui a Torino noi amministratori rivendichiamo questo percorso fatto su Askatasuna, non ne siamo pentiti e anzi pensiamo che sia ancora necessario salvaguardarlo. L’idea che sta alla base del patto è valida, e vogliamo costruire le condizioni per farlo ripartire insieme ai garanti, ai proponenti e a tutti quelli che vogliono fare di Torino un laboratorio di innovazione sociale e solidarietà. Contro chi invece vorrebbe che questa città diventasse un laboratorio di repressione.

venerdì 19 dicembre 2025

Giù le mani da Askatasuna

 

Comunicato stampa   su sgombero di Askatasuna  

Questa mattina all’alba ingenti forze di polizia, carabinieri e guardia di finanza in assetto antisommossa, dopo avere bloccato il quartiere Vanchiglia, chiuso due scuole, deviato il traffico e finanche il tragitto dei mezzi pubblici, hanno fatto irruzione nello stabile dell’ex asilo di corso Regina Margherita 47 già sede del centro sociale Askatasuna e da oltre due anni oggetto di un progetto, concordato tra un gruppo di cittadini e il Comune e accettato dal collettivo di Askatasuna, finalizzato, come si legge nelle delibere comunali, a mettere l’edificio in condizioni di sicurezza e di maggior agibilità per attività sociali, culturali e ricreative utili al territorio. All’esito dell’irruzione le forze di polizia hanno provveduto a murare gli accessi all’edificio e a tagliare le utenze di acqua e luce. Il ministro dell’interno, il prefetto e i media parlano di “sgombero”: peraltro in maniera del tutto impropria, ché l’edificio era stato dismesso da Askatasuna (il cui collettivo ha continuato, peraltro, ad operare) e, secondo quanto comunicato dalla prefettura, la perquisizione effettuata ha solo accertato la presenza nei piani superiori di sei “attivisti” e due gatti (sic!): assai poco per dimostrare l’esistenza di un centro sociale operativo e in grado, addirittura, di attentare all’ordine pubblico! 

La finalità dell’operazione di polizia, come è chiaro nei tempi e nella dinamica e come si legge tra le righe delle dichiarazioni del ministro, è quella di contrastare le mobilitazioni contro il genocidio in Palestina e contro le derive autoritarie e la repressione delle opinioni dissenzienti in atto in città e nel Paese, assumendo come pretesto alcuni episodi di violenza a cui avrebbero partecipato, tra gli altri, attivisti del collettivo Askatasuna destinatari di provvedimenti dell’autorità giudiziaria. Evidente, infatti, è la sproporzione – a dir poco – tra il perseguimento di eventuali reati e l’operazione di polizia realizzata, preparata, del resto, da campagne di stampa risalenti e martellanti, da iniziative anche istituzionali della destra e da una criminalizzazione che ha condotto addirittura a un processo penale nei confronti di esponenti di Askatasuna per il delitto di associazione a delinquere, la cui esistenza è stata esclusa all’esito del dibattimento di primo grado dal Tribunale di Torino. L’operazione di polizia appare, dunque, nient’altro che una rivincita del Governo contro le ripetute smentite, anche giudiziarie, delle sue politiche di ordine pubblico e contro la scelta del Comune di avviare un dialogo con realtà antagoniste in vista di un governo della città inclusivo e capace di dare spazio a tutte le sue componenti nella prospettiva del superamento di contrapposizioni violente e improduttive. 

A fronte di questa operazione, sorprende e preoccupa l’atteggiamento del sindaco di Torino che, lungi dall’opporsi – come pure sarebbe stato doveroso – a un intervento teso a vanificare un proprio progetto, ha dichiarato in tempo reale la “cessazione” del patto di collaborazione (intervenuto, tra l’altro, non con Askatasuna ma con i proponenti il percorso di riqualificazione) in conseguenza dell’“accertamento della violazione delle prescrizioni relative all’interdizione all’accesso ai locali” (circostanza idonea a motivare richieste di chiarimento e successive prescrizioni ma non certo a determinare la chiusura d’autorità – e da parte di altri – dell’edificio e del progetto per esso elaborato). 

In questa situazione, come sottoscrittori della lettera con cui, sin dal settembre 2023, abbiamo sostenuto il progetto di trasformazione dell’ex asilo di corso Regina Margherita in bene comune a disposizione della città, esprimiamo la più ferma protesta per l’operazione di polizia tesa ad impedirlo, chiediamo alla Giunta comunale e alle forze politiche che la sostengono di adoperarsi per la riattivazione del progetto e ribadiamo il nostro impegno ad operare in tale direzione, convinti che le complesse dinamiche cittadine richiedono dialogo e confronto e non interventi autoritari e repressivi che – è facile prevederlo – determineranno solo ulteriori contrapposizioni e violenze 

Torino, 18 dicembre 2025 

Maria Chiara Acciarini 

Giorgio Airaudo 

Alessandra Algostino 

Eleonora Artesio 

Sandro Busso 

Amedeo Cottino 

Angelo d’Orsi 

Leopoldo Grosso 

Roberto Lamacchia 

Livio Pepino 

Gianfranco Ragona 

Marco Revelli


Askatasuna, l'epilogo

Giuseppe Legato
Sassaiole, minacce e scontri di piazza: lo sgombero di Aska dopo 70 giorni di assalti

La Stampa, 19 dicembre 2025

Settanta giorni di fuoco racchiusi in un decreto di perquisizione. Dal 22 settembre al 28 novembre. Settanta giorni di scontri, danneggiamenti, assalti. Di violenza di piazza, di dissenso organizzato senza rispetto delle oceaniche maggioranze pacifiche che difendevano la causa palestinese. Dalle Ogr alla redazione de La Stampa, da Leonardo alla Città Metropolitana, dai blocchi dei binari a Porta Nuova e Porta Susa fino all’invasione della pista dell’aeroporto di Caselle si è arrivati dritti all’ultimo capitolo - dopo 29 anni - del centro sociale Askatasuna. Che era nell’aria come la neve a Natale. E si è scritto ieri mattina all’alba.

La Digos ha eseguito otto perquisizioni per alcuni degli autori di quei disordini. Altri 17 sono indagati dalla procura guidata da Giovanni Bombardieri per aver partecipato a un’infilata di sassaiole, assalti e proteste sconfinate in un lenzuolo - ipotizzato - di infrazioni al Codice penale. Eccole: «Violenza privata, lesioni personali aggravate, interruzione di pubblico servizio, danneggiamento aggravato, violenza e resistenza a pubblico ufficiale aggravata, blocco stradale in concorso». Più che i singoli titoli di reato è però il ruolo dei militanti del centro sociale e dei collettivi che vi aderiscono a scandire il ritmo di quanto accaduto ieri.

Negli ultimi due anni, il dissenso violento di piazza ha visto il marchio di Askatasuna o di suoi asseriti riferimenti ricorrere con crescente frequenza. Per i pm la regia è sempre la stessa. Lo era stata prima degli ultimi 70 giorni - e per la precisione negli ultimi due anni dalla visita della premier Giorgia Meloni in occasione del Festival delle Regioni o del ministro Valditara, al volantinaggio di studenti di destra all’università (5 dicembre 2023) o alla manifestazione per la Palestina davanti alla sede Rai di via Verdi (13 febbraio 2024) o - ancora - il corteo contro il G7 a Palazzo Nuovo (29 aprile 2024).

Lo scorso ottobre un giudice ha firmato misure cautelari per una decina di esponenti dell’area antagonista. Allora gli indagati «istigavano i manifestanti contro la polizia per far degenerare manifestazioni pubbliche con l’obiettivo (anche) di strumentalizzare mediaticamente l’operato delle forze dell’ordine ottenendo solidarietà e guadagnando nuovi sostenitori e hanno assunto da tempo un ruolo di primo piano nelle mobilitazioni di piazza gestendole sempre con l’obiettivo di innalzare il livello dello scontro e della tensione facendo degenerare manifestazioni pubbliche in atti di violenza». Allora come oggi diversi, sempre legati ad Askatasuna figurano nell’elenco degli indagati intenti a «occupare binari, a danneggiare le Officine Grandi Riparazioni il giorno prima che da programma arrivassero - si legge nei decreti di perquisizione - Jeff Bezos fondatore di Amazon e Ursula Von Der Leyen presidente della Commissione Europea nell’ambito dell’evento “Italian Tech Week”». In quest’ultimo caso distruggevano «arredi, monitor, vetrate e vetture di Stellantis per complessivi 132 mila euro di danni».

In occasione - 3 ottobre 2025 - della mobilitazione a sostegno della Global Sumud Flotilla attaccavano la sede di Leonardo in corso Francia «effettuando - scrivono i pm - un fitto lancio di oggetti contundenti e pietre all’indirizzo delle forze dell’ordine (sei feriti, ndr) causando numerosi danni alle autovetture dei dipendenti (dieci), danneggiando il cancello meccanico, due telecamere di sicurezza, gli apparati elettrici e videocitofoni con un danno totale di 25 mila euro». A colpi di estintore contro la polizia si erano introdotti il 14 novembre (“No Meloni day”) negli uffici della Città Metropolitana in corso Inghilterra.

Due settimane dopo l’ultima firma: l’irruzione a La Stampa. Letame sulle scale, al grido «Giornalista ti ammazziamo, giornalista ti uccidiamo». Ancora: «Scavalcavano il cancello, con minaccia esercitata come forza intimidatoria in ragione dell’elevato numero di manifestanti nei confronti delle addette alla reception, costringevano le stesse a tollerare l’invasione dell’edificio. Tutto, asportando telecamere di sorveglianza, forzando l’ingresso del bar, danneggiando porte e mettendo a soqquadro l’intero openspace della redazione». Un nome ricorre: Sara Munari, giovanissima, 24 anni. Per i pm di Torino fa parte di un trio violento che guida le rivolte di piazza. Altri, giovani come lei, erano ieri in strada davanti allo stabile di corso Regina. Sono le nuove leve di Askatasuna che forse, molto meno delle vecchie, volevano il patto siglato con il Comune per la cogestione dell’immobile.

Andrea Joly 
Dalla nascita del Patto al tramonto in meno di due anni: la storia del progetto fallito di Askatasuna
La Stampa, 18 dicembre 2025

Si chiude l’era del Patto con Askatasuna. Una collaborazione per trasformare l’immobile occupato di corso Regina 47 in un bene comune voluta dalla Sinistra del Comune di Torino, avallata dal sindaco Stefano Lo Russo, ma che non si compirà: questa mattina, a seguito dell’operazione delle forze dell’ordine che ha allontanato 6 attivisti che risultavano vivere all’interno dell’edificio, il Comune ha revocato il patto.


Gennaio 2024: nasce il Patto per corso Regina 47

Il percorso di progettazione partecipata sull’immobile di corso Regina Margherita 47 è iniziato il 30 gennaio 2024. È questo il giorno in cui la giunta Lo Russo ha dato il via libera al tavolo tecnico per i beni comuni recependo la proposta di collaborazione da parte di un comitato di cittadini. I motivi del percorso, per la Città, sono sempre stati due: restituire ai torinesi la fruizione pubblica di un immobile occupato da quasi trent’anni e rimettere in sicurezza l’immobile. Dalle prescrizioni di Asl e Vigili del Fuoco di fine 2023 il centro sociale Askatasuna è risultato inagibile. «Il rilascio dell'immobile di proprietà del Comune da parte degli occupanti», condizione vincolante promossa dai garanti del progetto, non era più rinviabile.


Febbraio 2024: primo sopralluogo e tensioni crescenti

Il progetto bene comune è proseguito tra attività (poche) e attacchi politici (molti). Un sopralluogo del 15 febbraio 2024 conferma: l’immobile è liberato. Ma il centrodestra incalza, scendendo in piazza a Torino e attaccando in Consiglio comunale e in Parlamento. Anche il Viminale esprime dubbi. Il 12 marzo viene approvato in via ufficiale il patto e iniziano verifiche e ispezioni nella struttura. Intanto, corteo dopo corteo a Torino, sale il livello di tensione. «Dietro c’è chi soffia sul fuoco», attacca il prefetto Donato Cafagna. «Nel nostro distretto assistiamo al monopolio da parte del movimento antagonista torinese denominato Askatasuna», afferma il Procuratore Generale Lucia Musti. Lo Russo non arretra: «Le responsabilità, qualora accertate, sono individuali. Non è il palazzo che va ai cortei».

Febbraio 2025: luci accese e polemiche sullo stabile

A febbraio 2025 nell’immobile di corso Regina Margherita 47 le finestre si illuminano. Ma non dovrebbero: l’immobile è inagibile. Il centrodestra attacca: chiedono lo sgombero di Askatasuna. Stefano Lo Russo, in diretta tv da Massimo Giletti, difende il progetto: «Il processo per riportare quell’immobile alla legalità non si ferma». Ricorda come dal 1996 a oggi si siano alternati 16 governi e 13 ministri dell’Interno, e nessuno abbia agito. Il percorso avviato il 30 gennaio 2024 va avanti.


Marzo 2025: rinnovo del Patto e stretta degli inquirenti

A marzo 2025 il Comune rinnova il Patto, ma arriva la comunicazione del Questore Paolo Sirna al Prefetto Donato Cafagna. Le perizie e relazioni tecniche della Digos, Asl e Vigili del Fuoco confermano: l’intero stabile è inagibile per condizioni strutturali, impiantistiche e antincendio. L’ordinanza di inagibilità firmata dal Comune è una risposta anche alla Procura della Repubblica. Lo stabile, dal primo piano in poi, deve restare vuoto. A ribadirlo sono anche i garanti del progetto. «Basta sgarri», dichiara Ugo Zamburru, psichiatra e proponente.


Legge regionale di Marrone e ricorsi al Tar

Fratelli d’Italia si muove: l’assessore Maurizio Marrone promuove una legge regionale sui beni comuni e avvia due ricorsi al Tar a maggio 2025. Ma il Tar dà ragione al Comune sul ricorso depositato il 20 maggio 2025 da consiglieri della Circoscrizione 7 e alcuni cittadini. La legge regionale 5/24 non si applicherebbe ai beni comunali. Inoltre, secondo il Tar, l’immobile risultava libero al momento dell’avvio della co-progettazione. «La procedura amministrativa che abbiamo seguito è corretta – commenta il sindaco Lo Russo – Il percorso di restituzione alla comunità dell’immobile prosegue».


Novembre 2025: progetti fermi, ma riparte la raccolta fondi

A novembre 2025 si muove qualcosa in corso Regina Margherita 47. I proponenti organizzano una conferenza stampa nel cortile dell’edificio, presentando la fine delle attività di riordino e pulizia per avviare i lavori al piano terra. Ugo Zamburru e Giorgio Cremaschi lanciano la raccolta fondi “Supporta il 47”: l’obiettivo è raccogliere 100 mila euro tramite eventi e iniziative. «Max Casacci ci darà una mano – assicurano – ma dobbiamo definire un calendario».


Attacco a La Stampa e perquisizioni: il Patto è violato

A fine novembre, l’attacco alla redazione de La Stampa in via Lugaro segna un punto di rottura. Fumogeni, passamontagna, graffiti «Fuck stampa», e minacce: «Giornalista ti ammazziamo». L’azione, insieme ai disordini alle Ogr e all’azienda Leonardo, porta alle perquisizioni che coinvolgono sei attivisti all’interno dello stabile. Il Patto è violato. Il sindaco Stefano Lo Russo annuncia: «In questo contesto la Prefettura di Torino ha comunicato alla Città l’accertamento della violazione delle prescrizioni relative all’interdizione all’accesso ai locali di corso Regina Margherita 47. Tale situazione configura un mancato rispetto delle condizioni del patto di collaborazione che pertanto è cessato, come comunicato ai proponenti».

mercoledì 17 dicembre 2025

Il Cile in prospettiva storica

 

Immigrazione e sicurezza: come Kast ha conquistato il Cile giocando sulle paure
Otto, Università di Torino, 16 dicembre 2025

José Antonio Kast conquista la presidenza del Cile con il 58% dei voti al ballottaggio contro Jeannette Jara, raccogliendo i voti degli elettori di destra ed estrema destra. L’esito della consultazione elettorale riflette un profondo spostamento dell’elettorato verso proposte conservatrici e di “mano dura” su temi come sicurezza e immigrazione, temi che hanno dominato la campagna elettorale. Analizziamo le radici storiche di questo risultato con Tiziana Bertaccini, docente di Storia dell’America Latina presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino.

Professoressa, nonostante Jara fosse in testa dopo il primo turno, la vittoria di Kast non è stata una sorpresa. Perché?

Kast ha vinto nettamente su Jara, con uno scarto di 16 punti percentuali. Ha ottenuto il 58,16% contro il 41,84% della contendente, superando i 7 milioni di voti e diventando così il presidente più votato nella storia del Cile. Questo risultato segna un chiaro spostamento verso destra, in particolare verso una “nuova” destra radicale, la più radicale al governo dal processo di democratizzazione degli anni Novanta.

Per comprendere quanto accaduto è utile richiamare alcuni elementi preliminari. Al primo turno si è presentata, per la prima volta nella storia cilena, una candidata del Partito Comunista: Jeanette Jara. Si tratta di un fatto assolutamente insolito, se si considera che il Partito Comunista cileno ha tradizionalmente una rappresentanza limitata, intorno al 6% del sistema politico. Jara ha ottenuto il 26,8% dei voti, collocandosi chiaramente nello spettro della sinistra. La candidata dell’“ufficialismo”, cioè della continuità del governo di Gabriel Boric, rappresentando un’alleanza tra partiti di sinistra e di centrosinistra. Non a caso, Jara era stata ministra del Lavoro nel suo esecutivo. Tuttavia, la sua militanza storica nel Partito Comunista ha rappresentato una sinistra diversa rispetto a quella che voleva essere la “nuova sinistra” di Boric. Il risultato del primo turno, inferiore al 30%, è stato infatti più basso rispetto al consenso ottenuto da Boric.

Sul fronte opposto, Kast aveva vinto il primo turno con il 23,9%. È esponente di queste nuove destre, spesso definite ultradestre o destre radicali, e immediatamente dopo il primo turno ha ottenuto il sostegno delle altre forze di destra. In particolare, la destra tradizionale rappresentata da Evelyn Matthei, che aveva raccolto il 12,4%, e la destra libertaria di Johannes Kaiser, ancora più radicale, che aveva ottenuto il 13,9% dei voti. Sommando questi consensi, Kast avrebbe raggiunto già al primo turno una base potenziale del 50-51% dei voti per il ballottaggio. Questo dato rende evidente che l’esito finale non è stato una sorpresa: queste destre rappresentavano almeno la metà dell’elettorato cileno.

Uno scenario politico quindi fortemente polarizzato.

Sì, con un’offerta elettorale molto spostata a destra da un lato e molto a sinistra dall’altro. È probabile, inoltre, che Kast nel ballottaggio abbia intercettato anche una parte dei voti del candidato populista Franco Parisi, arrivato terzo al primo turno e vera sorpresa di quelle elezioni. Parisi non aveva dato indicazioni di voto, invitando piuttosto all’astensione o al voto nullo, ma quei consensi sembrano essersi redistribuiti nelle elezioni di ieri. A questo va aggiunto un elemento cruciale: circa cinque milioni di elettori che in passato si erano astenuti sono stati questa volta obbligati a votare, poiché si trattava della prima elezione con voto obbligatorio.

È importante sottolineare che Kast non è un outsider. Si è candidato per la terza volta e già nel 2021 aveva vinto il primo turno contro Boric, per poi perdere al ballottaggio. Le nuove destre non nascono improvvisamente: sono parte di reti internazionali con un progetto politico comune, cresciute nel corso degli anni all’interno delle loro società grazie a un lavoro costante e coordinato.

Quali fattori storici e sociali hanno influito sulla decisione dell’elettorato di orientarsi verso una figura conservatrice come José Antonio Kast?

La particolarità di questa elezione è stato il voto obbligatorio, introdotto per contrastare l’elevato astensionismo che aveva caratterizzato il Cile negli ultimi decenni. L’elettorato cileno si è storicamente distinto per una forte disaffezione verso la politica. Nel corso di questo millennio si è osservato un andamento pendolare: il voto del cambiamento, più che ideologico, ha proposto un’alternanza sistematica tra centrodestra e centrosinistra, premiando di volta in volta chi non era al governo. Questa dinamica riflette una profonda disillusione, in particolare verso le sinistre che avevano governato con la Concertación e poi con la Nueva Mayoría, giudicate incapaci di realizzare riforme strutturali incisive, come quella del lavoro, o percepite come eccessivamente moderate.

L’ascesa di Boric aveva riacceso le speranze di un rinnovamento, incarnando una sinistra giovane e diversa. Tuttavia, il suo governo è stato segnato sin dall’inizio dal fallimento del progetto di una nuova Costituzione, bocciato da quello stesso elettorato che lo aveva votato, e da un secondo tentativo costituzionale, affidato proprio a Kast, poi nuovamente respinto. Nel 2018, dopo il governo di sinistra della Nueva Mayoría, il potere era tornato alla destra convenzionale di Sebastián Piñera, confermando questo andamento oscillatorio. Ma la destra che vince oggi non è più quella tradizionale: è una nuova destra radicale.

Il ciclo si chiude simbolicamente con le proteste del 2019, caratterizzate da una contestazione generalizzata contro l’intera classe politica. Quelle mobilitazioni hanno reso evidente la profonda disaffezione dell’elettorato cileno verso la politica e le istituzioni.

Al proposito, ci può spiegare meglio la dimensione economica e sociale del Cile contemporaneo?

Il contesto strutturale è quello di un paese fortemente diseguale. Nonostante la crescita economica, il Cile rimane uno dei paesi più diseguali dell’America Latina, che nel suo complesso è la regione più diseguale al mondo. Già nel 2015 il Cile figurava tra i paesi con i più alti livelli di diseguaglianza. Secondo i dati OCSE del 2025, la diseguaglianza nelle opportunità che è aumentata in generale nei paesi membri, in Cile resta tra le più elevate, con un livello superiore al 35%. Questo dato aiuta anche a comprendere la sconfitta della candidata di sinistra: nonostante Jara avesse promosso una riforma del lavoro attesa da decenni, tale risultato non è stato sufficiente ad attrarre l’elettorato.

A questa diseguaglianza materiale si affianca una forte percezione sociale del problema: almeno sei cileni su dieci considerano la diseguaglianza una questione centrale. Si aggiunge poi l'elemento strutturale della debolezza e sfiducia istituzionale legato alle transizioni democratiche incomplete e al generale arretramento della democrazia di questi ultimi anni, fenomeno comune a gran parte dell’Occidente. L’America Latina è la regione con il più alto livello di sfiducia al mondo, secondo il World Values Survey.

In questo quadro, il Cile si colloca tra gli ultimi paesi latinoamericani per fiducia nelle istituzioni: solo il 12% dei cittadini ha fiducia nei partiti politici, il 19% nel Congresso, il 18% nel potere giudiziario. La fiducia nel presidente, nel 2024, si attestava al 36%, mentre quella nel governo al 33%. Emergono così tratti di una cultura politica caratterizzata da leader forti e partiti deboli, come dimostra il caso di Jara, votata ben oltre il peso elettorale del Partito Comunista.

In contrasto con questa sfiducia verso partiti e governo, il Cile registra livelli molto alti di fiducia nelle forze armate e nella polizia. Il 60% dei cittadini dichiara di avere fiducia nelle forze armate, posizionando il Cile al terzo posto in America Latina, dopo El Salvador governato dalla destra radicale di Bukele e l’Ecuador di Noboa. Ancora più elevata è la fiducia nella polizia, al 64%, seconda sempre a El Salvador. Questi dati si inseriscono in un contesto di indifferenza politica crescente: secondo alcune indagini, circa un quarto dei latinoamericani è indifferente a chi governa, e in Cile circa metà della popolazione concorda con l’affermazione “per me è lo stesso chi governa, tanto devo andare a lavorare”.

Accanto ai fattori strutturali, vi sono elementi più contingenti. Kast ha costruito la sua campagna facendo leva sulle paure più diffuse nella società cilena. I temi centrali sono stati la sicurezza pubblica e l’immigrazione irregolare, promettendo di espellere più di 300.000 immigrati irregolari (oltre a una critica dura ai risultati del governo Boric, alla pressione fiscale e al ruolo dello Stato). Kast ha parlato di una “crisi multipla di insicurezza”, legata alla bassa crescita economica e all’alto numero di migranti, arrivando a promettere un governo di emergenza.

Negli ultimi anni il Cile ha effettivamente visto crescere l’immigrazione, soprattutto a causa dell’esodo venezuelano, e si è registrato un aumento della violenza, sebbene non paragonabile a quello di altri paesi latinoamericani. Tuttavia, ciò che conta politicamente sono le percezioni: secondo il Latinobarómetro 2024, il 47% dei cileni ha paura della violenza per strada e il 77% teme di essere vittima di un crimine violento, il dato più alto di tutta l’America Latina, superiore persino a quello di paesi con livelli di violenza molto più elevati, come il Messico.

Ancora più significativo è il dato sull’immigrazione: l’85% dei cileni ritiene che gli immigrati causino un aumento della criminalità. Questo elemento è fondamentale per comprendere il voto a favore di Kast e non sorprende se confrontato con dinamiche simili osservate anche in Europa e in Italia, dove si registra uno scarto crescente tra le posizioni politiche progressiste sull’immigrazione e le percezioni dell’opinione pubblica, degli elettori di sinistra.

Quali conseguenze avrà questo risultato sullo scenario geopolitico dell’America Latina?

Questa vittoria ha implicazioni rilevanti non solo per lo scenario latinoamericano, ma anche per quello internazionale. Le nuove destre possono essere comprese solo tenendo conto di due livelli: quello interno, che abbiamo in parte ricostruito, e quello internazionale. Esse sono fortemente interconnesse e portano avanti un progetto politico comune ormai da anni.

L’America Latina è oggi al centro degli interessi di queste nuove destre radicali occidentali, mentre le sinistre si sono progressivamente allontanate dalla regione rispetto al passato. Questa centralità emerge anche nei recenti documenti strategici degli Stati Uniti, come la National Security Strategy annunciata da Trump, ma era già presente nei documenti del suo primo mandato. Ciò implica una volontà di cooperazione non solo economica, ma soprattutto politica e ideologica, per sostenere il progetto comune delle nuove destre occidentali.

Al centro vi è quella che viene definita una “battaglia culturale”, concepita come una lotta contro ciò che queste forze chiamano comunismo, inteso in senso molto ampio come progressismo e per promuovere la loro agenda morale. I valori sono quelli di Dio, Patria e Famiglia contro l’ideologia woke. Questa battaglia culturale di chiara ispirazione gramsciana punta alla promozione culturale di quei valori nella società attraverso festival, case editrici, fondazioni, think tank e piattaforme digitali.

Il caso spagnolo di Vox è emblematico. Vox ha coniato il termine “Iberosfera” per riferirsi all’America Latina, recuperando una visione fortemente colonialista. Dal 2019, quando Vox è diventato la terza forza politica in Spagna, il progetto di espansione in America Latina si è rafforzato. Secondo questa visione, condivisa con le altre destre occidentali, la regione avrebbe grandi potenzialità, ma deve essere “ripulita” dal cosiddetto virus del comunismo, inteso come l'insieme dei valori progressisti, in particolare quelli legati alla visione woke dei diritti civili.

Nel 2019 quando Kast fonda il suo partito, Propuesta Republicana – ed è da questo stesso anno che queste nuove destre si vanno espandendo in America Latina – dichiara di volerlo fondare a immagine e somiglianza del partito di Vox. Vox è stato creato grazie a una fondazione, HazteOir, fondata nel 2001 e poi successivamente un'altra, CitizenGo, nel 2013, che hanno portato avanti all'interno delle società civili, non solo in Spagna ma anche all'estero e in America Latina, l'agenda morale e quindi pro famiglia tradizionale, pro valori conservatori, contro l'ideologia di genere e contro l'ideologia woke.

Quando HazteOir compie dieci anni, nel 2011, considerato un anno chiave per la sua espansione in America Latina, fonda HazteOir in Cile. Da lì il progetto per una futura espansione nell'America Latina. 

Lo stratagemma usato è quello del modello “moltitudine”: fare pressione politica attraverso la mobilitazione sociale e culturale. Si rafforzano così reti internazionali come la Conferenza Politica di Azione Conservatrice, fondata negli Stati Uniti nel 1974, e il Congresso Mondiale delle Famiglie, che iniziano a svolgersi anche in Cile, e nuove piattaforme transnazionali. Kast ha firmato la Carta di Madrid e, dopo la sconfitta del 2021, ha assunto un ruolo di primo piano nella Rete Politica dei Valori, fondata nel 2014, che riunisce politici europei e americani con l’obiettivo di rispondere a quella che definiscono una crisi civilizzatrice dell’Occidente.

Un tema centrale di questa agenda comune è l’immigrazione. Come viene affrontato?

Non si tratta solo di Trump, ma di un pilastro storico delle nuove destre europee, con riferimenti teorici che risalgono al secondo dopoguerra. Viene da pensatori come Locchi, come Benoist. Ricordiamo anche i legami con il governo Meloni e Fratelli d'Italia e Vox. Meloni stessa ha dichiarato, in occasione del vertice di EuroLat 2001 e in un altro incontro internazionale con Milei che l’America Latina è un pilastro fondamentale dell’Occidente e non può essere lasciata alla sinistra radicale. Kast, durante la campagna elettorale, ha incontrato Meloni e ha elogiato il modello italiano di gestione migratoria, promettendo uno “Escudo Fronterizo”, cioè la costruzione di barriere e muri alle frontiere, ispirati all’Europa orientale e a Israele.

In conclusione, questa vittoria rafforza le reti delle nuove destre a livello latinoamericano e internazionale, consolidando la cooperazione tra queste forze. Il prossimo banco di prova sarà il Perù, dove si terranno prossime elezioni e dove Kast ha già avviato accordi in materia di controllo migratorio e chiusura delle frontiere.

Qual è la posizione del presidente neoeletto rispetto all’eredità della dittatura? Esistono punti di contatto tra la destra attuale e Pinochet?

Durante questa campagna elettorale Kast ha adottato una strategia più prudente rispetto al passato, evitando di richiamare esplicitamente la figura di Pinochet per non perdere consensi. Kast proviene dalla destra dell’Unione Democratica Indipendente (UDI), in cui ha militato per quasi vent’anni, prima di fondare nel 2019 il Partito Repubblicano, espressione di queste nuove destre.

Nonostante il silenzio strategico della campagna, il suo passato parla chiaro. Nel referendum del 1988 Kast votò a favore della continuità del regime di Pinochet. Nel 2017 dichiarò che se Pinochet fosse stato vivo avrebbe votato per lui e in altre occasioni ha sostenuto che il dittatore avrebbe guidato una transizione alla democrazia. Queste posizioni si inseriscono in un più ampio atteggiamento revisionista delle nuove destre, evidente anche in Argentina con Milei, che tendono a relativizzare o reinterpretare le dittature del passato, adottando posizioni ambigue sui diritti umani e sui crimini contro l’umanità.

Va infine ricordato che, al momento, Kast non dispone di una maggioranza assoluta in Congresso. Questo apre interrogativi importanti sulla governabilità, sulla fattibilità delle riforme e sugli equilibri istituzionali del prossimo futuro.

 

Paolo Hutter
Sicurezza e neoliberismo, non è più il paese di Allende

Domani, 15 dicembre 2025

Questa vittoria della destra in Cile l’abbiamo vista arrivare da anni. La “luna di miele” col giovane e brillante presidente progressista Gabriel Boric era durata pochi mesi, dopo la sua entrata in carica nel marzo del 2022. La proposta di Costituzione eco-woke-socialista elaborata dalla euforica Assemblea Costituente era stata bocciata da oltre il 60 per cento degli elettori nel settembre 2022. Nel parlamento, eletto in contemporanea al primo turno presidenziale, il centrosinistra non aveva la maggioranza. La spinta a destra si è accentuata nelle elezioni locali e in quella della seconda Costituente.

Sicurezza, espulsioni, nuova crescita attraverso il liberismo sembrano diventate le nuove idee dominanti. Cosa è successo al Cile di Allende che sembrava risorto con i suoi ideali dopo la dittatura di Pinochet? Il colpo di stato del 1973 lo avevo visto arrivare coi miei occhi, ma recentemente ho visto anche i giovani rivoltosi del cosiddetto estallido attaccare la polizia nel 2019 in nome della “Dignidad” e poi confluire nella barriera del voto a Boric nel 2021.

Se l’Assemblea costituente aveva sbagliato per eccesso di radicalismo, non si può certo dire la stessa cosa per il governo di Boric. Costretto alla prudenza dagli sfavorevoli rapporti di forza in parlamento, dai sondaggi, dall’esaurirsi dei movimenti, e anche da una certa inesperienza. Sembra quasi di poter dire – ma qui entriamo nella “filosofia della storia” – che il vento è cambiato a prescindere dalle capacità dei gruppi dirigenti politici. O anche più semplicemente che si vota regolarmente contro il governo uscente e Kast ha potuto presentarsi come la destra che non ha mai governato.

Il Cile porta in America un nuovo Bolsonaro, o un nuovo Milei, un nuovo Trump? Molti migranti hanno tremato per la promessa minaccia di cacciarli, e hanno affollato la frontiera col Peru per uscire. La spesa sociale, che già storicamente non è granché, è a rischio. Alcuni elementi portano però a una visione meno angosciosa per i democratici. Dal punto di vista elettorale la sconfitta candidata Jeannette Jara non è andata così male. Aveva il doppio handicap di essere, anche se pulita e brava, pur sempre una ministra uscente di un governo con basso consenso, e di essere militante di un partito che si chiama comunista. In termini assoluti ha preso più voti di quelli che portarono alla vittoria Boric, 5 milioni e 200mila anziché 4 milioni e 600mila, ma il problema è che i voti di Kast, rispetto al 2021, sono raddoppiati.

Da qualche anno il voto in Cile è diventato obbligatorio. C’è un sondaggio che dice che senza voto obbligatorio Jara poteva vincere. Sono stati gli elettori più ignoranti e demotivati a far vincere Kast. Nel nuovo Parlamento le destre sono più forti, ma comunque non hanno una maggioranza assoluta. Il nuovo presidente dovrà tessere e faticare almeno un po’. Al termine di una giornata elettorale del tutto tranquilla sia Boric che Jara che persino Bachelet si sono affrettati a complimentarsi pubblicamente e cerimoniosamente con Kast e a invocare lealtà istituzionale, spirito repubblicano e confronto democratico. Vogliono giocare di sponda col centrodestra più tradizionale e moderato per cercare di normalizzare Jose Antonio (è un nome raro, gli è stato dato dal padre nazista in omaggio al fondatore della Falange spagnola, Primo de Rivera. Acqua passata...). Bachelet vuole l’appoggio per la carica di segretario generale dell’Onu.

Il clima è di attesa per vedere che presidente sarà. Ci sono stati alcuni momenti di tensione in Plaza Italia (ex Plaza Dignidad) tra giovani antagonisti e polizia, ma al di sotto del fisiologico.

martedì 16 dicembre 2025

Il ritorno della destra in Cile

Tiago Rogero
Ultra-conservative José Antonio Kast elected Chile’s next president
The Guardian, 15 december 2025
 

L'ex deputato ultraconservatore José Antonio Kast è stato eletto nuovo presidente del Cile. Con oltre il 99% dei seggi elettorali scrutinati, Kast ha ottenuto il 58,16% dei voti, contro il 41,84% della deputata di sinistra Jeannette Jara, ex ministro del lavoro sotto l'attuale presidente Gabriel Boric.

Figlio di un membro del partito nazista, ammiratore del dittatore Augusto Pinochet e convinto cattolico noto per essersi opposto all'aborto e al matrimonio tra persone dello stesso sesso, Kast ha costruito la sua campagna sulla promessa di espellere decine di migliaia di migranti privi di documenti.

“Qui non ha vinto nessun individuo, non ha vinto nessun partito – ha vinto il Cile e ha vinto la speranza. La speranza di vivere senza paura. Quella paura che tormenta le famiglie”, ha detto Kast alle migliaia di sostenitori che hanno atteso il suo discorso per più di due ore.

Molti analisti ritengono che gli ultraconservatori siano riusciti ad affrontare una delle principali preoccupazioni dei cileni’: l'aumento della violenza, che è aumentata negli ultimi anni nonostante il Paese rimanga uno dei più sicuri dell'America Latina.

Negli ultimi dieci anni, il numero di migranti è raddoppiato, alimentato da circa 700.000 venezuelani costretti a lasciare il proprio Paese a causa del collasso economico.

Kast ha ripetutamente presentato i migranti come la causa della crescente insicurezza. Durante la campagna elettorale, ha dato ai circa 330.000 migranti privi di documenti –la maggior parte dei quali venezuelani – un ultimatum per andarsene prima che il prossimo presidente entri in carica l'11 marzo o vengano espulsi “con solo i vestiti sulla schiena”.

Nel suo discorso di vittoria, in cui ha ripetutamente affermato che i cileni vivono nella “paura”, il presidente eletto ha affermato che la sua amministrazione dimostrerà “grande fermezza nell'affrontare tutti coloro che ci danneggiano”. Ha aggiunto: “Quando diciamo a un migrante irregolare che sta infrangendo la legge e che deve lasciare il nostro Paese se vuole avere la possibilità di tornare, lo pensiamo davvero… Dobbiamo dimostrare grande fermezza contro la criminalità, la criminalità organizzata, l’impunità e il disordine.”

La piattaforma di Kast includeva un piano ispirato a Trump per costruire centri di detenzione e muri alti cinque metri, recinzioni elettriche e trincee profonde tre metri, nonché una maggiore presenza militare lungo il confine, in particolare nel nord, al confine con Perù e Bolivia.

Questo è stato il terzo tentativo di Kast di diventare presidente: nel 2021 è stato sconfitto da Boric al ballottaggio.

In una telefonata televisiva, Boric si è congratulato con Kast per “una netta vittoria” e ha invitato il presidente eletto a un primo incontro lunedì mattina a La Moneda, il palazzo presidenziale di Santiago, per iniziare la transizione. Boric ha affermato che Kast “prima o poi capirà cosa significa la solitudine del potere e i momenti in cui devono essere prese decisioni molto difficili.”

Sebbene Jara avesse vinto il primo turno a novembre, la vittoria di Kast era stata ampiamente attesa dai sondaggi e perché ci si aspettava che ereditasse i voti degli altri candidati di destra, che superavano di gran lunga quelli di sinistra.

Domenica Jara ha chiamato Kast per ammettere la sconfitta e, in un discorso successivo, ha affermato di non volere un Paese diviso e che avrebbe guidato un'opposizione “costruttiva”, ma che avrebbe “condannato qualsiasi accenno di violenza, da qualunque parte provenga”.

Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, si è congratulato domenica con Kast, la cui vittoria ha aggiunto un altro leader di destra più strettamente allineato con Donald Trump in America Latina. Sotto la guida di Kast, “siamo fiduciosi che il Cile porterà avanti priorità condivise tra cui il rafforzamento della sicurezza pubblica, la fine dell'immigrazione clandestina e il rilancio delle nostre relazioni commerciali,” ha affermato Rubio in una nota.

Il presidente di estrema destra argentino, Javier Milei, si è congratulato con il suo “amico” Kast con un post sui social media: “Un altro passo per la nostra regione in difesa della vita, della libertà e della proprietà privata. Sono sicuro che lavoreremo insieme affinché le Americhe abbraccino le idee di libertà e possiamo liberarci dal giogo oppressivo del socialismo del 21° secolo.”

Anche il presidente di sinistra brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, si è congratulato con Kast in un post e ha affermato che “continuerà a lavorare” con il governo cileno per rafforzareAnche il presidente di sinistra del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, si è congratulato con Kast in un post e ha affermato che “continuerà a lavorare” con il governo cileno per rafforzare le relazioni tra i due paesi e per garantire “la preservazione del Sud America come zona di pace”.

Sebbene molti analisti vedano il risultato come parte di una più ampia ondata di destra che sta travolgendo il Sud America – con vittorie quest'anno alle elezioni di medio termine in Ecuador, Bolivia e Argentina – molti analisti cileni vedono anche la vittoria di Kast come una continuazione dell'alternanza di potere tra sinistra e destra da quando il paese è tornato alla democrazia dopo la dittatura militare durata dal 1973 al 1990.

Nonostante la sua schiacciante vittoria, Kast non otterrà la maggioranza assoluta al Congresso, né alla Camera bassa né al Senato, nemmeno contando tutti i partiti di destra insieme.

L'ultraconservatore si è impegnato a tagliare la spesa pubblica di 6 miliardi di dollari entro 18 mesi, ma non ha spiegato come intende farlo.

“Ci sono molte cose su come sarà un governo Kast che non sappiamo perché non ha detto come le farà,” ha detto Rossana Castiglioni, professoressa di scienze politiche all'Universidad Diego Portales.

“In termini di politica economica, è molto probabile che vedremo misure di aggiustamento tipiche della destra. Ma non abbiamo certezze su come le attuerà… dove c’è molta meno incertezza è sulla politica di sicurezza, perché è stato il suo cavallo di battaglia per tutta la campagna,” ha aggiunto.
 
 

The ultra-conservative former congressman José Antonio Kast has been elected as Chile’s next president.

With more than 99% of polling stations counted, Kast took 58.16% of the vote, against 41.84% for the leftist Jeannette Jara, a former labour minister under the current president, Gabriel Boric.

The son of a Nazi party member, an admirer of the dictator Augusto Pinochet and a staunch Catholic known for opposing abortion and same-sex marriage, Kast built his campaign on a promise to expel tens of thousands of undocumented migrants.

“Here, no individual won, no party won – Chile won, and hope won. The hope of living without fear. That fear that torments families,” Kast told the thousands of supporters who waited more than two hours for his speech.

Many analysts believe the ultra-conservative succeeded in addressing one of Chileans’ main concerns: rising violence, which has increased in recent years even though the country remains one of the safest in Latin America.

Over the past decade, the number of migrants has doubled, fuelled by about 700,000 Venezuelans forced to leave their country amid its economic collapse.

Kast repeatedly presented migrants as the reason for rising insecurity. During the campaign, he gave the roughly 330,000 undocumented migrants – most of them Venezuelan – an ultimatum to leave before the next president takes office on 11 March or be expelled “with only the clothes on their backs”.

In his victory speech, in which he repeatedly said Chileans were living in “fear”, the president-elect said his administration would show “great firmness in confronting all those who harm us”.

He added: “When we tell an irregular migrant that they are breaking the law and must leave our country if they ever want the chance to return, we mean it … We must show great firmness against crime, organised crime, impunity and disorder.”

Kast’s platform included a Trump-inspired plan to build detention centres and five-metre-high walls, electric fences and three-metre-deep trenches, as well as an increased military presence along the border, particularly in the north, on the frontier with Peru and Bolivia.

This was Kast’s third attempt at the presidency: in 2021, he was defeated by Boric in the runoff.

In a televised phone call, Boric congratulated Kast on “a clear victory” and invited the president-elect to a first meeting on Monday morning at La Moneda, the presidential palace in Santiago, to begin the transition.

Boric said Kast “will at some point come to understand what the loneliness of power means, and the moments in which very difficult decisions must be made.”

Although Jara won the first round in November, Kast’s victory had been widely anticipated by polls and because he was expected to inherit the votes of the other rightwing candidates, which far outnumbered those of the left.

Jara called Kast on Sunday to concede and, in a speech afterwards, said she did not want a divided country and that she would lead a “constructive” opposition, but would “condemn any hint of violence, wherever it comes from”.

The US secretary of state, Marco Rubio, on Sunday congratulated Kast, whose victory has added another right wing leader more closely aligned with Donald Trump in Latin America.

Under Kast’s leadership, “we are confident Chile will advance shared priorities to include strengthening public security, ending illegal immigration, and revitalising our commercial relationship,” Rubio said in a statement.

Argentina’s far-right president, Javier Milei, congratulated his “friend” Kast with a post on social media: “One more step for our region in defence of life, liberty and private property. I am sure we will work together so that the Americas embrace the ideas of freedom and we can free ourselves from the oppressive yoke of 21st-century socialism.”

Brazil’s leftist president, Luiz Inácio Lula da Silva, also congratulated Kast in a post and said he “will continue working” with the Chilean government to strengthen relations between the two countries and to ensure “the preservation of South America as a zone of peace”.

Although many analysts see the result as part of a broader rightwing wave sweeping South America – with victories this year in Ecuador, Bolivia and Argentina’s midterms – many Chilean analysts also view Kast’s win as a continuation of the alternation of power between left and right since the country returned to democracy after the military dictatorship which lasted from 1973 to 1990.

Despite his sweeping victory, Kast will not command an absolute majority in Congress, neither in the lower house nor in the Senate, even when counting all rightwing parties together.

The ultra-conservative has pledged to cut public spending by $6bn within 18 months, but has not explained how he intends to do so.

“There are many things about what a Kast government will look like that we don’t know because he has not said how he will do them,” said Rossana Castiglioni, a political science professor at the Universidad Diego Portales.

“In terms of economic policy, it is very likely we will see adjustment measures typical of the right. But we have no certainty about how he will implement them … where there is far less uncertainty is on security policy, because that has been his workhorse throughout the campaign,” she added.

 

Ariel Dorfman
Cile, il terremoto politico che dopo 20 anni resuscita il fantasma di Pinochet

la Repubblica, 16 dicembre 2025

SANTIAGO DEL CILE – Augusto Pinochet, l’uomo che dal 1973 al 1990 impose sul Cile un regno del terrore, con ogni probabilità sta sorridendo nella tomba. Un suo grande ammiratore, il fanatico di estrema destra José Antonio Kast, è appena stato eletto presidente con il 58% dei voti, sbaragliando l’avversaria di centrosinistra, la comunista Jeannette Jara, fermatasi al 42%. È la prima volta, da quando trentacinque anni fa nel Paese è stata restaurata la democrazia, che un sostenitore della dittatura ottiene la presidenza. È vero, la vittoria di Kast non deve essere interpretata come un sostegno partecipe alla sua venerazione per Pinochet. Il suo programma e le sue promesse, oggi tristemente familiari alle donne e agli uomini degli Stati Uniti e di altri Paesi, hanno fatto presa su una popolazione arrabbiata, confusa e desiderosa di un cambiamento radicale: la promessa di espellere tutti i 330 mila immigrati clandestini e di usare il pugno di ferro contro il crimine e il narcotraffico, il licenziamento di innumerevoli funzionari pubblici (che uno dei suoi consiglieri più stretti ha definito «parassiti») e l’impegno a ridurre l’inflazione. È possibile, quindi, vedere questo risultato come uno dei tanti esempi della tendenza mondiale verso l’autoritarismo nativista, ma in un Paese la cui lotta vittoriosa per la democrazia è stata, nel corso dell’ultimo mezzo secolo, fonte di ispirazione per il mondo intero, è particolarmente sconcertante.

I cileni furono capaci di liberarsi della dittatura, in particolare con il referendum dell’ottobre 1988, quando i tentativi del generale Pinochet di mantenere indefinitamente il governo del Paese vennero sonoramente sconfitti; un voto tanto più coraggioso perché aveva sfidato un regime che controllava i media, l’economia e la forza pubblica. La stella di Pinochet si offuscò ulteriormente nel 1990, quando fu restaurata la democrazia, e ancora nel 1998, quando il generale fu arrestato a Londra con l’accusa di aver commesso crimini contro l’umanità e, successivamente, quando si scoprì che aveva sottratto al paese milioni di dollari.

Sembrava che la sua morte, il 10 dicembre del 2006 (ironia della sorte: è la giornata internazionale per i diritti umani), avesse inflitto il colpo di grazia alla sua influenza. In tutte le città del Cile si riunirono folle festanti che scandivano «Adiòs, General». Quei cittadini che esultavano e ballavano avevano l’occasione di seppellire per sempre, oltre che le sue spoglie, le sue idee e l’influenza che aveva esercitato sul Cile per così tanti, tristi decenni.

Io non ne ero del tutto sicuro. Mi chiesi se il generale fosse realmente morto. E scrissi: «Il Cile cesserà mai di essere una nazione divisa? La battaglia per l’anima del mio Paese è appena cominciata». Quasi venti anni dopo, vorrei essere stato meno profetico.

Molti sostenitori di Pinochet, recalcitranti, avevano continuato a venerarlo (per aver salvato il Cile dal comunismo, per aver imposto la legge e l’ordine, perché le sue politiche economiche neoliberiste avevano, secondo loro, fatto del Cile un Paese «moderno»). Ma erano una minoranza. La vittoria di Kast va quindi interpretata come un terremoto politico ed etico. L’uomo più potente del Paese cercherà di ripulire il passato violento della dittatura, le esecuzioni, gli esili, le torture e i campi di concentramento. E ha già annunciato di voler graziare i 141 detenuti condannati dalle corti cilene per violazioni dei diritti umani, compreso Miguel Krasnoff, che per i suoi crimini è stato condannato a più di mille anni di prigione.

Inoltre, Kast ha intenzione di abolire l’Istituto per i diritti umani e la commissione incaricata di indagare sulla sorte dei 1.210 cileni tuttora desaparecidos. Di più: fautore di un cattolicesimo reazionario e tradizionalista, è contrario all’aborto, anche in caso di stupro o di rischio per la vita della madre; ha votato contro le unioni civili per le coppie omosessuali; respinge le rivendicazioni delle popolazioni indigene riguardo ai loro diritti e alla loro identità.

(reuters)

In questa crociata per riscrivere il passato e riplasmare il futuro, Kast incontrerà la resistenza dei milioni di cileni che hanno votato contro di lui; anche se al momento sono una minoranza, sono gli eredi di una tradizione centenaria di ricerca della giustizia. È di questa incarnazione della speranza e della lotta che mi ero innamorato al mio arrivo in Cile, a dodici anni: prima mi avevano sedotto le bellezze naturali, la cordillera e i suoi mari agitati, poi ho scoperto la vera bellezza nel tumulto della gente che «come un fiume di tigri», per dirla con Neruda, avanzava risoluta verso la liberazione. Quel fiume traboccherà di indignazione quando Kast proverà a smantellare il welfare creato da tanti uomini e donne che sono stati disposti a rischiare la vita per costruire un paese fondato sulla solidarietà anziché sul profitto. Non hanno avuto paura in passato e non ne avranno ora. Ma perché la mobilitazione che si opporrà a Kast abbia successo, per fare in modo che questa sia solo una parentesi nelle alterne vicende del Cile e non una tendenza dominante dei prossimi decenni, la resistenza avrà bisogno di un altrettanto valoroso tentativo di trovare una via d’uscita dalla crisi. Perché Kast non avrebbe vinto se i partiti di centrosinistra e le loro élite non avessero fallito nel tentativo di proporre un’alternativa percorribile, se non avessero perso il contatto con i problemi che assillano il cittadino medio. Ciò di cui c’è bisogno adesso è un profondo rinnovamento intellettuale delle forze progressiste, una dolorosa resa dei conti con i nostri limiti. Serve uno sforzo per capire come la lotta per la democrazia può essere collegata alla lotta per avere case e lavori migliori, a quella contro le devastazioni dell’apocalisse climatica, a quella per l’uguaglianza, in un mondo dominato dai super ricchi. Ora che il Cile ferito e instabile si unisce alla schiera delle nazioni che si trovano a fare i conti con l’autoritarismo, la frase che ho usato tanti anni fa in occasione della morte di Pinochet torna a essere attuale: «La battaglia per l’anima del mio Paese è appena cominciata».

(traduzione di Alessandra Neve)

Claudia Fanti
La scalata di Kast alla presidenza cilena

il manifesto, 14 dicembre 2025  

La strategia di Jara, tutta centrata sulla necessità di «fermare l’estrema destra», di «vincere per non retrocedere», rassicurando al contempo la classe dominante, è tuttavia nata spuntata. Né è stato ben visto il suo incontro con l’ambasciatore statunitense in Cile Brandon Judd, il quale si era fatto già notare per aver spudoratamente dichiarato, a metà novembre, appena undici giorni dopo aver assunto il suo incarico, che era «più facile lavorare» con un governo ideologicamente allineato all’amministrazione Trump – tanto più un governo che avrebbe molto da offrire agli Stati Uniti, a cominciare dal litio di cui il paese è come noto assai ricco -, esprimendo inoltre «delusione» per le critiche di Boric alla politica ambientale del tycoon.

LA SUA UNICA CHANCE, al contrario, sarebbe stata quella di presentare una proposta di trasformazione reale in grado di riaccendere la speranza sorta con l’estallido social di sei anni fa e soffocata dai successivi quattro anni di governo Boric: una deludentissima riedizione del patto di governabilità – in funzione dello status quo – stretto dai due lati estremi della stessa classe dominante e garantito per 16 anni dall’alternanza al potere della coppia Bachelet-Piñera. Prima che la rivolta del 2019 puntasse a spazzare via il modello economico e politico ereditato dalla dittatura di Pinochet.

Era stato proprio grazie alle centinaia di migliaia di cittadini che si erano riversati sulle strade del paese malgrado una brutale repressione che Gabriel Boric aveva potuto conquistare la presidenza, e per di più con un forte grado di legittimità. Con un compito unico e preciso: trasformare in realtà le rivendicazioni popolari, liquidando una volta per tutte il lascito di Pinochet.

Era un’occasione unica, e Boric l’ha sprecata miseramente, incapace di offrire nient’altro che una quasi completa continuità economica con il modello di sempre; la stessa repressione, solo più selettiva, della protesta sociale; una criminalizzazione se possibile ancora più accentuata del popolo mapuche; l’abbandono di qualsiasi promessa di trasformazione strutturale.

IL RISULTATO del fallimento si traduce in una cifra che dice tutto: al primo turno, l’estrema destra pinochetista, con le sue tre candidature – Kast, Johannes Kaiser ed Evelyn Mattei – ha raccolto il 50% dei voti, non solo assicurandosi la vittoria alle presidenziali, ma, come ha evidenziato uno dei candidati di centro-sinistra, Marco Enríquez-Ominami, riconquistando «l’immaginario politico del Cile». E quel che è peggio, ha aggiunto, è che non lo ha fatto per meriti propri, ma per il «collasso totale del campo riformista»; non attraverso l’offerta di soluzioni nuove, ma utilizzando semplicemente l’arma della «strumentalizzazione della paura», nel segno dell’ordine, del controllo e del pugno di ferro.