Giuseppe Lavenia
Non chiamatela follia
la Repubblica, 19 maggio 2025
Il caso di Modena ci sta mostrando la tendenza sempre più diffusa a trasformare automaticamente la salute mentale in violenza. È quello che sta accadendo in queste ore sui social, nei commenti, nei dibattiti improvvisati. Basta la parola “fragilità psichica” perché scattino paura, odio, inviti alla punizione, etichette disumane. E così la sofferenza mentale smette di essere compresa e diventa il nuovo mostro da dare in pasto all’opinione pubblica.
Una pericolosa scorciatoia
È una scorciatoia emotiva ed è pericolosissima. Perché la stragrande maggioranza delle persone che soffrono di un disturbo mentale non è violenta. Non aggredisce e non rappresenta un pericolo sociale. Molto più spesso quella sofferenza la vive nel silenzio, nell’isolamento, nella vergogna di chiedere aiuto, nella paura di essere giudicata.
Quando la cronaca incontra la rabbia collettiva
Ma tutto questo scompare nel momento in cui la cronaca incontra la rabbia collettiva. Sui social stiamo assistendo a qualcosa di inquietante. Commenti violenti, odio incontrollato, diagnosi fatte in pochi secondi, persone che invocano “matti da rinchiudere” come se la psichiatria dovesse diventare una discarica sociale dove nascondere tutto ciò che spaventa. Non c’è spazio per comprendere la complessità. C’è solo il bisogno di trovare un colpevole semplice a un problema complesso.
Aumentano le fragilità ma diminuiscono le risorse
Eppure i dati raccontano una realtà molto diversa da quella costruita dalla paura. Secondo il ministero della Salute e la Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica (SIEP), in Italia oltre 845 mila persone sono seguite dai servizi di salute mentale. Ma il nostro Paese investe nella salute mentale circa il 3% del Fondo Sanitario Nazionale, una delle percentuali più basse in Europa.

Tradotto: aumentano le fragilità, ma diminuiscono gli strumenti per accoglierle. Mancano psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, educatori. Mancano servizi territoriali realmente presenti. Mancano interventi precoci. E quando una persona interrompe le cure, si isola o smette lentamente di esistere socialmente, troppo spesso ce ne accorgiamo soltanto quando il dolore esplode.
L’errore che facciamo
Non possiamo continuare a usare la salute mentale per spiegare automaticamente il male. Perché così facendo stiamo costruendo una società ancora più sola. Una società in cui chi soffre avrà sempre più paura di chiedere aiuto per non essere visto come pericoloso. Una società che parla continuamente di benessere psicologico, ma che davanti alla fragilità reale reagisce ancora con paura, giudizio e distanza.
Nel frattempo aumentano solitudine, ritiro sociale, disagio giovanile e dipendenze emotive. Secondo le ricerche della nostra associazione Di.Te., 7 adolescenti su 10 chiedono agli adulti più ascolto e meno giudizio. E sempre più ragazzi raccontano di sentirsi compresi più da un’intelligenza artificiale che da una persona reale. Questo dovrebbe interrogarci profondamente.
Il caso di Modena allora non può diventare soltanto l’ennesima discussione sulla sicurezza o sull’emergenza psichiatrica. Deve costringerci a guardare una società che si accorge della sofferenza solo quando diventa tragedia.
Proteggere la fragilità prima che il dolore diventi cronaca
Servono più professionisti nei servizi pubblici e nelle scuole. Serve continuità nelle cure, serve prevenzione. Ma soprattutto serve smettere di raccontare la salute mentale come una minaccia sociale.
Perché una società civile non si riconosce da quanto velocemente trova qualcuno da odiare. Si riconosce da quanto riesce a proteggere le fragilità prima che il dolore diventi cronaca.

Nessun commento:
Posta un commento