sabato 29 agosto 2026

La pulsione securitaria

Massimo Recalcati
Come rispondere alla paura

la Repubblica, 28 agosto 2026 

In un tempo traumatizzato dalle guerre e dall’incertezza per il nostro avvenire il tema della sicurezza si è caricato di una valenza che non è più solo politica, ma assume anche una connotazione mentale. Ridurre l’esigenza di sicurezza alla manifestazione di un rudimentale analfabetismo politico non solo è un errore strategico che spalanca praterie per una predicazione “alla” Vannacci, ma segnala soprattutto l’incapacità di comprendere il carattere inaggirabile della pulsione securitaria.
L’essere umano non è, infatti, solamente un «animale sociale» — come riteneva classicamente Aristotele — ma è anche animato da una spinta (antisociale) a rifiutare l’estraneo, lo straniero, a identificarlo, come direbbe Freud, con l’ostile in quanto fattore di perturbazione del suo equilibrio interno. Prima ancora di essere politica, l’esigenza di sicurezza è dunque una esigenza psichica. Per questa ragione la richiesta di sicurezza non può essere liquidata come un comportamento politicamente regressivo o come il frutto di un’azione di mera propaganda organizzata a fini elettorali. È questa la contraddizione che bisognerebbe riuscire a rendere feconda: non si dovrebbe semplicemente opporre apertura a chiusura, libertà a sicurezza. Se, come sappiamo, una società che organizza la propria identità intorno alla paura è destinata a trasformare la protezione in una forma di segregazione, non dovremmo nemmeno dimenticare che una società che nega l’esistenza della paura finisce per consegnarsi ai peggiori propagandisti della reazione.
Il compito della politica non è quello di sopprimere la pulsione securitaria, ma di tenerne conto dandole una forma che non distrugga ciò che pretende di proteggere. Non abbiamo paura soltanto perché qualcuno ci ha insegnato ad averne. Abbiamo paura perché siamo esseri vulnerabili, esposti alle insidie del mondo. La civiltà non comincia quando eliminiamo la paura, ma quando impariamo a non trasformarla in una spinta aggressiva. La paura non è l’esito di un deficit cognitivo ma ci appartiene. Cosa ne possiamo fare? La brace che alimenta la follia di una società chiusa su se stessa che trasforma i suoi confini in muraglie o una domanda di sicurezza da tenere in seria considerazione, non negata e non schernita snobisticamente come se fosse solo il prodotto pregiudiziale di una cattiva educazione o di una manipolazione propagandistica?



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