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domenica 30 agosto 2026

Re Lear

 re lear, tra prove d’amore e tragedie annunciate

Piero Boitani

Il Sole 24ore, 30 agosto 2026

La pubblicazione di opere di Shakespeare è divenuta un’industria proficua per gli editori di tutto il mondo, perché il Bardo viene rappresentato, letto, insegnato e studiato ormai in tutto il pianeta. Ma non tutte queste pubblicazioni, neppure nei paesi di lingua inglese, raggiungono il livello necessario a presentare adeguatamente l’opera di un autore immenso, complesso e ormai antico quale Shakespeare. L’anglistica italiana, tra le più avvertite d’Europa, ha sempre mantenuto un livello scientifico (e traduttivo) di tutto riguardo, ed è in questo solco che s’inserisce con forza ed eleganza l’edizione del Re Lear di Silvia Bigliazzi. Un volume che comprende non solo una importante Introduzione, ma anche un testo criticamente affidabile (e discusso in apposita Nota), una traduzione assai leggibile, una bibliografia (grazie al cielo) selezionata ma ampia, un apparato di varianti testuali, e un commento (finalmente a piè di pagina) che, senza essere sterminato, tocca tutti i punti che necessitano di chiarimento. Insomma, un modello di come debba oggi essere presentato un dramma di Shakespeare. Un volume simile, pur tenendo conto dell’edizione postuma di Alessandro Serpieri, non esisteva sul mercato italiano dal 1979, quando Giorgio Melchori trasportò in «Oscar Biblioteca» la sua edizione del Re Lear per i Meridiani.

«C’era una volta un re che aveva tre figlie», comincia l’Introduzione a questo Re Lear, immettendo quindi una delle tragedie più cupe del canone shakespeariano nell’albero genealogico delle fiabe, e in particolare nell’ambito delle storie di Cenerentola. Il grilletto che fa scattare lo svolgimento tragico è il «love test», la prova d’amore che il padre richiede alle figlie, perché due, Goneril e Regan, dichiarano di amarlo più d’ogni altra cosa, mentre la più giovane, e favorita, Cordelia, proclama di amarlo nella misura giusta, quanto richiede il rapporto ma non di più (non lo amerà, per esempio, più del futuro marito). Lear, padre senza misura, s’infuria e bandisce Cordelia, privandola della dote. Le due sorelle premiate nella spartizione del regno si rivelano subito malvage, togliendo a Lear i cavalieri del suo seguito e in sostanza spogliandolo di qualunque prerogativa regale egli voglia mantenere. Chiunque prenda le parti di Cordelia, come il Duca di Kent, viene bandito allo stesso modo. Nel frattempo, cresce una trama secondaria, parallela e poi intrecciata alla prima. Qui, «c’era una volta un duca – il Duca di Gloucester – con due figli», uno legittimo, Edgar, e uno bastardo, Edmund. Il secondo complotta per fare in modo che il padre cacci l’erede legittimo lasciando lui padrone del ducato. Assistiamo, così, a tre progressive cadute: di Lear che, privato del potere, si ritrova sulla brughiera, in compagnia di Kent e del Matto, a sprofondare nella follia; di Gloucester, che, spodestato da Goneril e Regan su spinta di Edmund, e addirittura accecato, finisce per raggiungere Lear; e di Edgar che, per sfuggire all’ingiusta condanna comminata dal padre, si trasforma in povero mendicante, Tom O’ Bedlam, e si unisce anche lui al re.

La desolata brughiera devastata dalla tempesta, e in essa una misera capanna, occupano perciò le scene centrali del dramma, la quarta e la sesta del terzo Atto. Lear, Kent, il Matto, il povero Tom, poi Gloucester, sono presenti su questo palcoscenico nel quale allo sconvolgimento della natura corrisponde il progressivo decadere della mente di Lear e l’esplodere della logica della pazzia con il Matto e Tom. È un andare del mondo verso il turbine del nulla che culmina in momenti di spaventosa intensità, come quando Lear se la prende con l’ingratitudine filiale, che è la causa immediata della sua caduta: «Come se questa bocca mordesse questa mano / perché porta il cibo! Ma io punirò tutto questo. / No, non piangerò più. Chiudermi fuori / in una notte simile! Avanti, scatenatevi, sopporterò / … Oh, questo mi porta alla pazzia; ma mi sia risparmiato; / Non voglio pensarci più». O nelle battute allucinate di Edgar/Tom: «Chi dà qualcosa al Povero Tom? L’immondo demonio l’ha trascinato tra fuoco e fiamme, per guadi e per gorghi, paludi e pantani». O infine nel farsesco processo che Lear intenta alle figlie cattive.

Pensiamo di avere raggiunto l’acme della tragedia. Ma ci sono altri due Atti e un quarto in cui la trama si attorce attorno ai due protagonisti principali, Lear e Gloucester, che si incontrano e si riconoscono in una scena che spacca il cuore; si raddoppia in Tom che conduce il padre cieco sulle scogliere. E sembra risolversi nel sublime riconoscimento fra Lear e Cordelia – per precipitare nella loro sconfitta e nella loro morte. Tutto viene usato ed evocato da Shakespeare: la crudeltà più perversa e la più alta nobiltà d’animo, la fedeltà e la lussuria, l’Arcadia di Sidney e le cronache medievali, Giobbe e san Paolo. Quando, alla fine, Lear porta sulle braccia il cadavere di Cordelia ululando, «Urlate, urlate, urlate, urlate! Oh, siete uomini di pietra! / Se avessi le vostre lingue e occhi li userei fino a / schiantare la volta del cielo! Se ne è andata per sempre!», per poi stramazzare morto a terra, possiamo davvero commentare soltanto con le parole conclusive di Edgar: «I vecchi hanno sopportato più di ogni altro. Non vedremo / noi giovani tanto, né altrettanto vivremo»?

William Shakespeare, Re Lear, a cura di Silvia Bigliazzi,  testo inglese a fronte, in collaborazione con l’Associazione Italiana di Anglistica, Mondadori, BUR Classici, pagg. 412, € 10


mercoledì 24 giugno 2026

Franca Ongaro Basaglia

Anna Maria Guadagni 
Il Foglio, 24 giugno 2026

I Basaglia erano due, l’altra metà di tutto si chiamava Ongaro. Entrambi furono protagonisti di una rottura culturale tra le più importanti del Novecento, quella che ha umanizzato la malattia di mente, restituito dignità ai matti, scoperchiato l’orrore dei manicomi. Franca e Franco furono una coppia conflittuale e solidale, integrata in un’equipe di lavoro e motivata a realizzare l’impresa pionieristica iniziata all’ospedale psichiatrico di Gorizia nel 1961. Furono un tandem che a suo modo ne ricorda altri più famosi tipo Sartre e de Beauvoir o Pierre e Maria Curie. Tra il 1967 e il 1975 scrissero in collaborazione alcuni tra i testi fondamentali di quella stagione (Che cos’è la psichiatria, l’istituzione negata, Morire di classe, La maggioranza deviante, Crimini di pace). La figlia Alberta racconta come lavoravano: lei decifrava gli appunti di lui, li integrava e la versione finale veniva fuori dalle loro discussioni. E se la visione era di Franco, i piedi per terra, la sistematicità, il metodo erano di Franca. Ongaro aveva cominciato scrivendo favole e riduzioni di grandi libri per il Corriere dei Piccoli, arrivò all’ospedale psichiatrico di Gorizia come moglie del direttore, presto abbandonò le ambizioni letterarie e divenne volontaria in reparto, studiò sociologia a Trento, andò in Scozia per osservare da vicino il primo esperimento di comunità terapeutica diretto da Maxwell Jones, di cui avrebbe poi tradotto le opere più importanti.

Questo volumone raccoglie scritti e discorsi che di Ongaro restituiscono un profilo più strettamente personale. Sono testi elaborati in un trentennio: prefazioni di libri, presentazioni di film, articoli e voci di enciclopedia, discorsi fatti in Senato (Ongaro fu nel gruppo della Sinistra indipendente dal 1983 al 

1992). Si tratta di documenti eterogenei e si può scegliere che cosa leggere. L’analisi dell’impatto internazionale e dell’esito dei primi dieci anni di 180, la legge che abolì i manicomi ma che cadde in vuoto di servizi tale da generare situazioni insostenibili, così da poter essere presto dichiarata utopica e inattuabile. Oppure le drammatiche esplorazioni del manicomio femminile, fatte negli anni Settanta, per scoprire che una donna non conforme (non madre, non oblativa, sessualmente libera) poteva facilmente, soprattutto se povera, essere internata e non uscire più.

Suona ancora emozionante l’incipit del congedo scritto all’indomani della morte del marito: “Ora che la mia lunga lotta con e contro l’uomo che ho amato si è conclusa, so che ogni parola scritta in questi anni era una discussione senza fine con lui…”. Il cuore desidera armonia e consenso, la mente ha bisogno di confronto (e di conflitto) con l’altro. Lei lo sapeva.


A. Basaglia, S. Jop, M. Setaro (a cura di)
Una voce scomoda 
Il Saggiatore, 936pp.


Una voce scomoda raccoglie quasi quarant'anni di scritti e interventi di Franca Ongaro, tra le figure decisive nel processo che ha portato alla legge 180 e al superamento dell'istituzione del manicomio. Spesso relegata nell'immaginario comune a un ruolo marginale all'interno di quella stagione, quest'opera vuole restituire visibilità e spessore alla sua figura di intellettuale e attivista, portatrice di una riflessione autonoma e originale in un'epoca che troppo spesso concedeva alle donne solo di accompagnare, senza prendere parola.

Se il manicomio è il luogo da cui muovono gli interrogativi che hanno guidato il lavoro di Franca Ongaro, questo non ne è mai stato l'unico orizzonte. A ricorrere nei suoi ragionamenti pubblici, di decade in decade, è soprattutto una domanda più ampia: che cosa accade quando ciò che dovrebbe proteggere finisce per sorvegliare, ciò che dovrebbe garantire tutele lascia soli, ciò che dovrebbe curare normalizza? In queste pagine possiamo osservare il suo sguardo allargarsi verso altri luoghi in cui la sofferenza incontra il potere - il carcere, il fine vita, il disagio minorile, la tossicodipendenza - fino alla sua decennale esperienza parlamentare, quando ha scelto di portare tali temi nel campo delle leggi e delle decisioni politiche. All'interno di questo movimento è la questione femminile ad acquistare un posto centrale, non tanto come semplice dato biografico, bensì come prospettiva concreta da cui interrogare il corpo, la maternità, la famiglia, il lavoro di cura e il modo in cui una differenza diventa inferiorità sociale.

Oggi la voce di Franca Ongaro mantiene la sua forza critica, perché non consente di chiamare cura ciò che rischia di essere «controllo», né tutela ciò che può tradursi in «esclusione». Anche quando le forme della segregazione sembrano arretrare, ne svela il ritorno sotto aspetti più discreti e accettabili. Ed è per questo che resta una voce scomoda, e ancora necessaria. (presentazione editoriale)

domenica 3 maggio 2026

I volti

una più libera coscienza di sé stessi

Tove Ditlevsen. Un viaggio dentro l’alienazione mentale dell’autrice che arriva a mostrare quanto sia malato il vivere abbarbicati al proprio io

Marta Morazzoni
Il Sole 24ore, 3 maggio 2026

Di Tove Ditlevsen abbiamo parlato al tempo della pubblicazione della Trilogia di Copenaghen (Fazi). È un’autrice sostanziale nel panorama della letteratura danese del ‘900 e la sua caratteristica è la struttura autobiografica che diventa narrativa pura. Materia ne aveva da vendere! La sua fu una vita travagliata e controcorrente sempre, a cominciare dalla determinazione precoce ad essere scrittrice in tempi di ostracismo alle donne; il seguito del suo percorso si svolse tra complesse vicende sentimentali, fasi di depressione e alterazione che la portarono alla dipendenza da alcool e droghe: non una storia facile che si concluse con il suicidio nel 1976.

E ora il romanzo breve I volti: scritto nel 1968, è un viaggio nei meandri di una mente disturbata, ma sembra staccarsi per qualche scheggia di strana luce dal passo drammatico della Trilogia. È un azzardo parlare di luce nella narrazione di un tempo recluso in una casa di cura, dove la protagonista, una scrittrice di libri per bambini, è ricoverata dopo aver simulato un tentativo di suicidio. Lo ha messo in atto per sfuggire al pericolo di essere uccisa dal marito e dalla domestica, sua amante. Di questo pericolo l’hanno avvertita le voci che ha sentito salire dalle tubature dell’acqua. Verità o ossessione? Non è questa la domanda essenziale, anche se corre lungo tutto il romanzo. La domanda essenziale sta alla fine ed è la chiave di volta dell’intero edificio narrativo. Ma prima affrontiamo le traversie di una mente alterata e ipersensibile, che dà corpo alle voci e vede volti della consistenza di maschere di gomma che si indossano e si depongono come abiti di cui ci si spoglia la notte per riprenderli al mattino. Un’immagine che rimanda a certe inquietanti fisionomie di Francis Bacon.

La storia di Lise, della sua percezione della realtà, delle suggestioni frutto di paure e sfiducia, si dipana in un quadro che ha per sfondo la degenza in un ospedale psichiatrico, un luogo rifugio per sfuggire ai suoi persecutori. Il tema si sviluppa intorno al potenziale creativo della mente in questo tempo sospeso, in cui cresce e si impone una dimensione parallela, una linea di confine tra la realtà e la sua disturbata elaborazione. Allora le metamorfosi dei volti e l’ossessione delle voci, che arrivano dalle vie più disparate, allertano la protagonista a scoprire verità da cui rifuggire, mentre le diventano, per paradosso, necessarie. È la cronaca di un percorso dentro l’alienazione mentale, che si oggettiva nella più totale instabilità: caratteri che mutano, tratti somatici come calchi che si mettono e si smettono. Le suggestioni si accavallano, si scompongono, la percezione della realtà per Lise è labile, mentre le figure che avanzano e arretrano dallo sfondo prendono consistenza e mettono radici nella sua mente. È quasi una danza che si materializza ai suoi occhi, passi a cui corpo e mente si adeguano. Danza e pittura, perché il tema dei colori è a sua volta determinante e produce qualcosa di simile all’effetto di certe droghe.

Straordinariamente brava nel raccontare il tracciato della deriva mentale, di cui ha fatto esperienza e ne ha conosciuto la forza di opposizione alla realtà, Tove Ditlevsen mette nero su bianco la diversità delle immagini, dei suoni, l’interpretazione del presente e del passato in una persona temporaneamente disancorata dal senso comune, sempre che un senso comune esista! Per il lettore è un esercizio d’agilità passare dalle percezioni di Lise all’oggettiva condizione in cui lei si trova, un ospedale o un ricovero dove la sua alienazione si incontra con altre forme di perdita di coscienza, ed è un gioco pirotecnico il percorso delle impressioni visive, delle voci insinuanti che la raggiungono. Lo stile narrativo della Ditlevsen giostra i passaggi tra ragione e irrazionalità, con naturalezza fa confluire un mondo nell’altro. È un dato di qualità stilistica alta messo in campo dall’autrice, che tiene le fila di due azioni parallele: nel ruolo di narratore e in fondo di testimone di se stessa, passa attraverso le opposte dimensioni della mente, dal reale alle percezioni alterate che la psiche genera e di cui si alimenta.

Un frammento di luce, ho incautamente scritto all’inizio! Perché in effetti l’itinerario di questo tormentoso romanzo conduce a una inattesa indipendenza: c’è per Lise l’intuizione di una rinnovata, più libera coscienza di sé: domani torno a casa e comincio a scrivere un libro nuovo… un libro nuovo significa il progetto di un’invenzione, una vita cui dare forma a partire dalla scoperta che in fondo non si sa cosa sia vero e cosa no in questo mondo; e, visto da una diversa angolatura, non è forse una malattia che la gente viva abbarbicata al proprio io? …tutto questo caos di voci, volti, ricordi che le persone si lasciano sfuggire solo goccia a goccia? È una domanda inquietante, sovverte la nostra lettura del reale, ma per Lise è la domanda che rimette in moto la scrittura, quindi di nuove la vita.

Tove Ditlevsen
I volti
Fazi Editore, traduzione di Alessandro Storti, pagg.136, € 17


 

venerdì 17 aprile 2026

Max Ernst

 tutto l’impegno di max ernst

Renania. A 50 anni dalla morte, un docufilm e una mostra celebrano l’artista: è quanto mai attuale l’Europa dei conflitti nell’ottica del Surrealismo come movimento politico antifascista

Martina Mazzotta
Il Sole 24ore, 12 aprile 2026

 «Chi determina la storia mondiale? Non certo le persone più ragionevoli, quanto piuttosto dei folli. Dunque, se la pittura è un riflesso della realtà, deve essere folle, così da mostrare l’immagine veritiera della nostra epoca. Contrapponiamo una follia a un’altra follia».

Le parole sono di Max Ernst. L’epoca è quella delle dittature tra le due guerre in Europa che l’artista visse drammaticamente in prima persona: dalle trincee del primo conflitto mondiale ai campi di concentramento per intellettuali e artisti “degenerati” in Francia, nel 1940, dall’esilio al dramma dell’uccisione ad Auschwitz della prima moglie Luise Straus, importante storica e critica d’arte ebrea rimastagli sempre amica e madre del suo unico figlio, Jimmy. Queste stesse parole marcano le scene d’esordio di un ottimo docufilm che il regista di Colonia Daniel Guthmann e la sua Filmproduktion hanno prodotto in collaborazione con ZDF e Arte. Scritto insieme con Christian Buckard, s’intitola Max Ernst. Il surrealista e il mostro fascista (Max Ernst, der Surrealist und das Trampeltier/Max Ernst, le surréaliste et le monstre fasciste) e rappresenta un piccolo, inatteso gioiello che resterà visibile fino al 2030 nella Mediateca di Arte.

Analoghe istanze relative alla Storia europea riecheggiano in questi mesi a Bonn, nella stupenda Casa-Museo del “cavaliere azzurro” August Macke (amico caro di Ernst, morto durante la Prima Guerra, come il compagno Franz Marc), nelle sale della mostra curata dalla direttrice Friederike Voßkamp e intitolata «Max Ernst e August Macke. Visioni del modernismo».

Entrambe le iniziative, film e mostra, celebrano il cinquantesimo anniversario della morte di Ernst, avvenuta in coincidenza con la notte precedente al suo compleanno, il 2 aprile 1976.

Sebbene in tanti musei, come ad esempio il MoMa di New York, si parli di lui eminentemente quale artista franco-americano, e sebbene le sue opere siano disseminate un po’ in tutto il mondo, è altamente significativo che le due iniziative messe in moto in occasione dell’anniversario della morte siano state concepite nella sua vera Heimat. Parliamo di un Land tedesco incantato, di quel tratto di Renania che si estende tra Bonn e Colonia, nei cui paesaggi risuonano le sinfonie di Beethoven, ma anche le musiche di Brahms e dei coniugi Schumann (Ernst nacque a Brühl e studiò all’università di Bonn come Aby Warburg, nella culla della “Kulturwissenschaft”). Tappa del Grand Tour decantata da Lord Byron, meta di pellegrinaggi romantici e d’itinerari wagneriani, tale zona è peraltro ricchissima di musei di primo piano, anche al di fuori delle città maggiori.

Un esempio per tutti: il monumentale Arp Museum-Bahnhof Rolandseck (Arp fu amico del cuore di Ernst per più di cinque decenni). Il museo fu progettato da Richard Meier circa vent’anni fa e si trova a monte della storica stazione ferroviaria di Rolandseck, alla quale è collegato da un fantascientifico tunnel.

Ma torniamo al film e alla mostra di produzione renana. Entrambi i progetti hanno coinvolto attivamente storici dell’arte e curatori (tra i quali Jürgen Pech e chi scrive, presenti nel film come nel catalogo del Museo Macke) nell’affrontare temi e problemi dell’opera dell’artista che risultassero rilevanti per il mondo e le generazioni di oggi. La cornice resta l’Europa dei conflitti del “secolo della memoria breve”, anche in relazione alle culture distanti, nonché l’Europa nell’ottica del Surrealismo, quale movimento politico antifascista.

Attraverso brani di animazione digitale, fumetti, filmati originali, fotografie, interviste con specialisti e testimoni diretti, e poi riprese di luoghi storici, di mostre e musei, il film di Guthmann ha saputo intrecciare la Storia d’Europa e del Surrealismo con la produzione di opere d’arte di Ernst che si legano a temi politico-sociali. Da notare che i colori e la resa delle superfici di dipinti, collages, frottages, sculture presenti nella pellicola sono stati attentamente calibrati da Jürgen Pech, nel rispetto degli originali, proprio come accade con i libri (quelli buoni).

Da segnalare, inoltre, l’animazione ottimamente riuscita del capolavoro del 1937 L’angelo del focolare, opera che fu centrale nella rassegna milanese nel 2022-23 e di seguito anche in tutte le iniziative e mostre organizzate in diversi paesi in occasione del centenario del Surrealismo, nel ‘24. Il trionfo del Surrealismo è l’altro titolo dell’opera che fu ispirata, come racconta lo stesso Ernst, dalla guerra di Spagna nella quale aveva tentato di arruolarsi, da Guernica di Picasso, nonché dalla furia delle dittature, soprattutto in Germania. Alla presenza di fumetti si alternano interviste e documenti d’archivio quando il film affronta una storia poco nota, quella di camp des Milles. Nella Francia progressivamente occupata dai nazisti, infatti, oltre 3mila intellettuali e artisti austriaci e tedeschi residenti, ma considerati “nemici del Paese”, furono deportati in una immensa fabbrica di mattoni convertita in Lager. Lion Feuchtwanger ebbe modo di descriverlo nel libro Le diable en France (fu lui a far infine evacuare il campo di concentramento, in accordo col direttore, sottraendo tutti alla morte). A camp des Milles, e nella stessa cella, si ritrovarono Max Ernst, che vi realizzò la decalcomania L’angoscia dell’ebreo (1940), e Hans Bellmer, che ritrasse il suo compagno con un volto composto interamente di mattoni. Flashback riportano tra le macerie della Prima Guerra, che vide il soldato ferito Ernst ricomporre i frammenti delle rovine nei suoi collage degli anni 20, al tempo del Dada di Colonia, prima che le sue opere giungessero a Parigi e impostassero le basi fondamentali per la nascita del Surrealismo.

Attraverso opere significative come le serie de I Barbari che calpestano le proprie origini, il film racconta poi dell’approdo a Marsiglia nel ’41, alla Villa Air-Bel, da dove l’artista si avviò con Peggy Guggenheim sulla via della salvezza, verso l’America. E qui si conclude il film, quasi fosse una “parte I” (preludio a un sequel sulla seconda parte della vita dell’artista?). Nei fotogrammi conclusivi, un capolavoro assoluto quale L’Europa dopo la pioggia (1940-’42) viene accarezzato dalla telecamera che si ferma su una coppia, un uccello e una donna (Europa). Improvvisamente i due si animano, volgono le spalle a noi e all’oscurità e si dirigono verso la luce. Accompagnano la scena i versi finali del poema di Ernst Das Schnabelpaar, dove è la coppia Rondinel-Rondinella a guardare al futuro, indicando il cammino: «E quando ancora rovesciano piogge e mattoni / sull’Europa / sulla Kafkasia e la Kafkamerica / invece d’allegri compari di svaghi e d’amori / e quando le loro teste diventano pietre / e le loro digressioni giallo-senape chiaro / le schiene canicolari / le piume dure come correggie / che cosa fa rondinel / acchiappa quei duri titani / per le loro code di topo / e con un gesto indica il cammino».





venerdì 3 aprile 2026

La salute mentale di Trump

Mary L. Trump

Oliviero Ponte Di Pino
Trump e gli psichiatri

Doppiozero, 27 febbraio 2026

Dai tempi del cavallo di Caligola, la follia dei potenti è al centro del pettegolezzo politico e della riflessione storica. Nella Bibbia incontriamo sovrani che impazziscono, come il babilonese Nabucodonosor e il re d'Israele Saul. Nell'Europa Occidentale, Giovanna di Castiglia aveva riunito le corone di Castiglia e d'Aragona prima di essere soprannominata “La Pazza”. Carlo VI di Francia “Il Folle” pensava di essere fatto di vetro ed era terrorizzato dalla possibilità che qualcuno lo toccasse, mandandolo in frantumi. Negli ultimi anni del suo regno Giorgio III d'Inghilterra, dopo aver dato a lungo evidenti segni di squilibrio, venne affiancato come reggente dal figlio, il futuro Giorgio IV. Gian Gastone, l'ultimo dei Medici, visse per anni come un hikikomori su un sudicio divano.

Si è molto discusso delle possibili patologie di Adolf Hiter (la diagnosi: una miscela di disturbi della personalità e psicosi, tra cui paranoia, narcisismo maligno e tratti psicopatici) e della sua cricca: il tema è tornato d'attualità con il film Norimberga: ma i gerarchi nazisti non avevano evidenti patologie psichiche (vedi su Doppiozero Marco Ercolani, Norimberga: i gerarchi e lo psichiatra).

Nel 2024, Donald Trump aveva costruito la sua campagna elettorale sul declino cognitivo dell'anziano presidente Joe Biden, divenuto evidente nel loro ultimo faccia a faccia elettorale televisivo. La disastrosa esibizione di “Sleepy Joe” – Joe il Dormiglione – ha dato la spinta decisiva per riportare Trump alla Casa Bianca.

Nel 2021 il settantottenne Joe Biden era diventato il presidente più anziano della storia degli Stati Uniti. Il giorno del suo insediamento il 20 gennaio 2025, Donald Trump era di 142 giorni più anziano. “The Donald” rivendica una salute di ferro e una genetica fuori del comune. Tuttavia, dopo averlo visto all'opera nel suo secondo mandato, sono sempre più numerosi gli osservatori che si interrogano sulle sue condizioni. La salute fisica: vedi i misteriosi lividi sulla mano destra comparsi nel luglio del 2025. Ma soprattutto quella psichica: vedi i discorsi spesso incoerenti, le divagazioni fuori luogo, i repentini cambi d'opinione, i pisolini durante gli eventi ufficiali, la compulsiva attività social, soprattutto notturna, con oltre 6600 messaggi su Truth (il canale di sua proprietà) nel 2025... Poi c'è la megalomania egocentrica che l'ha portato per esempio nel dicembre 2025 a cambiare il nome del “Kennedy Center” di Washington, facendolo diventare “Donald J. Trump and John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Arts”. E a progettare per la capitale americana un Arco di Trionfo molto più grande del modello che ha ammirato di recente a Parigi.

Nel dicembre 2025 la capa di gabinetto della Casa Bianca, Susie Wiles, in un'intervista a “Vanity Fair” si era lasciata sfuggire che Trump, anche se beve solo Diet Coke, “ha una personalità da alcolizzato”. Tra i primi a esprimere grandi preoccupazioni sulla sua personalità era stata la figlia di Fred Trump II, il fratello maggiore di Donald: nel 2020 Mary L. Trump aveva pubblicato il memoir Too Much and Never Enough: How My Family Created the World's Most Dangerous Man, che in Usa ha venduto un milione di copie nella prima settimana e che ora esce in Italia in versione aggiornata da UTET con il titolo Sempre troppo e mai abbastanza. È un ritratto rivelatore: “Mio zio è stato un ragazzino viziato cui pochi hanno detto di no. Una cosa per me sconcertante perché, in realtà, è un uomo debole, incapace di gestire le situazioni ostili”, ha raccontato ad Anna Lombardi (“il Venerdì”, 13 febbraio 2026). “Quando ancora frequentavo la casa dei nonni, mio zio era sempre al centro dell'attenzione. Tutti si rivolgevano a lui e ne era evidentemente lusingato”. A proposito del rapporto con l'avvocato Ray Cohn, consulente del senatore Joseph McCarthy, radiato dall'ordine nel 1986 e morto poco dopo per AIDS, Mary L. Trump ricorda: “Fu ancora una volta il nonno, di cui Roy Cohn era amico, ad affidarglielo. Quindi anche le radici di quell'atteggiamento vanno rintracciate in famiglia. Poi, certo, trovando terreno fertile, Cohn ebbe un'ampia influenza negativa di Don. Il nonno gli aveva insegnato a non assumersi mai la responsabilità di nulla. Cohn aggiunse un livello di aggressività che prima non c'era”.

La psichiatra forense Bandy Lee, ex docente della Yale School of Medicine, ha raccolto nel volume The Dangerous Case of Donald Trump (2017) le diagnosi di 27 psichiatri, psicologi ed esperti di salute mentale, per concludere che il presidente non era adatto a governare e costituiva un grave pericolo per la nazione. In sintesi, Donald Trump manifesterebbe tratti riconducibili al narcisismo maligno, una combinazione di narcisismo, psicopatia, sadismo e paranoia.

Alla costruzione della personalità di Trump si è dedicato anche Stefano Massini, che nel 2025 gli ha dedicato un monologo che sta girando con successo l'Italia, e che accompagna il protagonista dall'infanzia fino alla discesa in campo: “È una storia, secondo me, straordinaria perché shakespeariana: c’è la mania del potere, il suo sviluppo esponenziale. È uno spettacolo che si sbilancia totalmente verso una forma di mania: del possesso, dell’accumulo. È uno spettacolo che procede per una forma quasi insostenibile – kitsch, pacchiana – di sovrapposizioni continue, di segni, di conquiste, di colpi di scena; ed è Trump. È lui che vive di accentramento, di ipertrofia, come dicevo, e di imprevedibilità. Trump è la costruzione di questa ascesa, è l’apoteosi degli anni ’80, vedi la Trump Tower, un monumento che – anche urbanisticamente, architettonicamente – rappresenta la forza di quest’uomo che, in fin dei conti, allora aveva poco più che trent’anni. Più tardi, il capitombolo micidiale degli anni ’90, le bancarotte in sequenza, l’ossessione di salvarsi e la ripartenza dallo zero. Per questo è una bella storia, perché non è lineare, è contraddittoria, ricca di incoerenze, di asimmetrie” (dal programma di sala di Donald. Storia molto più che leggendaria di un Golden Man). Quello che emerge da questo monologo non è necessariamente il ritratto di un pazzo. Di recente Massini ha avvertito che “la pazzia scalmanata di certi sovrani è da sempre più una strategia che una patologia” (“la Repubblica”, 6 febbraio 2026).

La sgangherata aggressività del maschio alfa può ispirare una efficace strategia di management, come lascia intuire Manfred F.R. Kets de Vries, autore di un piccolo classico, Leader, giullari e impostori, ripubblicato da Cortina nel 2019. Di recente questo psicologo e teorico del management ha dissezionato Il leader narcisista (Cortina, Milano, 2026), risalendo fino al mito greco, per spiegare che la vicenda di Narciso “non riguarda solo un giovane uomo pieno di sé”: sotto la superficie, “scopriremo anime emotivamente storpie, individui coinvolti in un discorso autoreferenziale, affetti da quello che può essere definito un disturbo di deficit di attenzione”. I narcisisti, essenzialmente privi di empatia o di compassione verso gli altri, “vivono nel timore di non sentirsi mai abbastanza straordinari da essere notati, amati” e dunque “in un cantuccio della loro anima si nasconde un piccolo bimbo spaventato” (p. XVII). Una certa dose di narcisismo è indispensabile per sopravvivere. E dunque è possibile distinguere un narcisismo costruttivo e un narcisismo reattivo, eccessivo, che non tollera il disaccordo né la critica. È il narcisista maligno. Lo spirito del capitalismo, nota de Vries, alimenta narcisismo, avidità e invidia (p. 53): queste caratteristiche appaiono perfettamente funzionali al sistema.

Il narcisista può anche essere illuminato da un irresistibile carisma: l'estrema fiducia in sé stesso, l'energia, la propensione ad assumersi rischi, l'abilità oratoria, le visionarietà, possono contribuire a una leadership ispiratrice e visionaria (p. 60). Ma è una leadership pericolosa, avverte de Vries, dove convergono “un comportamento arrogante e grandioso (Hybris)” e la postura del “giudice giusto (Nemesi)” ma implacabile, in un abbinamento macabro e contraddittorio: questo mix lo investe di un grandioso ruolo salvifico, in grado di risarcire le ingiustizie subite e salvare da pericoli apocalittici (più immaginari che veri).

Per De Vries il narcisista maligno (anche se la diagnosi non è riconosciuta ufficialmente nel DSM-5-TR, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) si distingue dal narcisista costruttivo per il sadismo: fa gratuitamente del male agli altri, avendo poco o nessun rimorso per il danno inflitto. Il narcisista maligno tende a essere molto esigente e conflittuale nelle trattative, è molto bravo a gestire la propria immagine ed è assai abile nel polarizzare e nel far emergere le parti più tenebrose della natura umana (pp. 73-74). Nella galleria dei narcisisti maligni, “Hitler non è il solo. In una certa misura, leader come Donald Trump, Recep Tayyip Erdogan, Viktor Orbán e Narendra Modi hanno seguito un copione simile” (p. 72).

Ad affrontare il tema delle possibili patologie trumpiane era stato una decina d'anni fa Allen Frances, un docente di psichiatria che ha curato la precedente edizione del DSM, autore di L'America di Trump all'esame di uno psichiatra (Bollati Boringhieri, Torino, 2018, ripubblicato nel 2024). Frances ricorda la “regola di Goldwater”. Durante le elezioni presidenziali del 1964 alcuni “psichiatri di sinistra” avevano “medicalizzato” il loro astio politico contro il candidato repubblicano: dopo quell'episodio, l'American Psychiatric Association vieta ai suoi soci di fare diagnosi su personalità pubbliche che non hanno mai incontrato.

A Frances, Trump non gli sta certo simpatico: “Abbiamo avuto la nostra bella dose di presidenti stupidi, impulsivi, bugiardi, ignoranti, narcisisti, bellicosi, complottisti e imprevedibili – ma mai un presidente ha incarnato così alla perfezione queste caratteristiche spregevoli tutte quante insieme” (p. 10). Tuttavia “impiegare gli strumenti della psichiatria per screditare Trump porta a tre gravi conseguenze indesiderate”: aumenta lo stigma per gli altri pazienti (in genere i malati non sono animati da cattive intenzioni e in genere si comportano bene); “medicalizzare i comportamenti scorretti di Trump significa sottostimarlo e distogliere l'attenzione dai pericoli insiti nelle sue scelte politiche”; e infine i potenziali sostituti di Trump – oggi J.D. Vance e Marco Rubio – rischiano di essere peggiori del loro boss (p. 13).

Il problema, spiega con chiarezza Allen Frances, non è Trump. Oggi non subiamo più i sovrani per volontà divina e successione dinastica. Siamo in democrazia. Il problema siamo noi, gli elettori che si fanno ammaliare da queste “anime emotivamente storpie” e dai loro slogan. Trump e soci possono anche essere un manipolo di narcisisti maligni, o peggio. Ma la vera patologia è quella di nazioni che si perdono dietro a personalità tossiche, che si rispecchiano nella loro patologia.

Non serve ripetersi che l'attuale inquilino della Casa Bianca è un pazzo. Il problema è politico. Forse un indizio utile ce l'ha dato nel 2017 il suo ex amico, il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, in una mail all'ex segretario al Tesoro Larry Summers, quando è sbottato “Il mondo non capisce quanto è stupido Trump”.
Il problema, avverte de Vries, è che è quasi impossibile liberarsi di un narcisista maligno, una volta che ha assunto posizioni di vertice, anche perché si circonda di un seguito adorante che alimenta i tratti peggiori del suo carattere.

giovedì 2 aprile 2026

Arte e psicanalisi



quanta creatività che viene fuori dallo stare male
Arte & Psicoanalisi
Sara Boffito
Il Sole 24ore, 29 marzo 2026

È vero che il rapporto tra malattia mentale e creatività, tra arte e psicoanalisi è uno dei più navigati, celebrati e anche reciprocamente nutrienti – basti pensare alla celebre lettera inviata da Schönberg a Kandinsky in cui il compositore sentenziava che «l’arte appartiene all’inconscio»; all’altrettanto nota affermazione di Freud a proposito del primato dei poeti, che conoscono «una quantità di cose fra cielo e terra che il nostro sapere accademico neppure sospetta»; alla misteriosa enigmatica relazione analitica tra Samuel Beckett e il geniale psicoanalista Wilfred Bion; a come, più recentemente, Louise Bourgeois abbia dedicato quasi la sua intera produzione artistica alla psicoanalisi; per non parlare della miriade di volumi in cui si analizzano opere o artisti dal vertice psicoanalitico.
Un recente ricchissimo libro a cura di Marco Manzoni osserva questa relazione da un’inclinazione specifica: l’intreccio tra creazione artistica, malessere e solitudine. Il volume si apre con una prima sezione in cui grandi nomi della psichiatria, della psicoanalisi e della filosofia (Eugenio Borgna, Carla Stoppa, Iolanda Stocchi, Luigi Zoja, Emanuele Severino, Carlo Bo) s’interrogano appunto sulla «malattia creativa», un’espressione di Ellenberger ripresa sia da Zoja che da Stocchi, per fare poi spazio a un coro di voci, tra le più importanti della critica, della letteratura e della filosofia, che tentano in queste pagine di scioglierne l’enigma (Giovanni Testori su Van Gogh, Marco Garzonio su Montale, Giovanni Raboni su Proust, Sergio Perosa su James, Nadia Fusini su Kafka, Giuseppe Zigaina su Pasolini, Patrizia Violi su Yourcenar, Carlo Sini su Nietzsche, Marco Gay su Jung, Quirino Principe su Schumann, Andrea Bisicchia su Strindberg e Remo Bodei su Hölderlin).
L’atto creativo ha a che fare con il tempo, un kairós sfuggente, che può essere avvicinato in quelli che Manzoni nella sua introduzione identifica come «momenti critici e topici» dell’esistenza. L’ouverture è un piccolo esemplare saggio di Eugenio Borgna, alla cui memoria il volume è dedicato, che avvicina l’esperienza psicotica ricordandoci che l’irrompere della follia, quella radicale rottura del contatto con il reale, «è in ogni caso una possibilità umana». E aggiunge che attraverso percorsi diversi da quelli abituali, sentieri misteriosi, l’esperienza psicotica trasforma e rinnova: talora può farsi esperienza creativa. Tornano alla mente le osservazioni di Donald Winnicott, che vede l’artista come qualcuno che ha “la capacità e il coraggio” di restare in contatto con quei processi primitivi che le persone sane rischiano di perdere, impoverendosi. Processi tanto vitali che per lui uno dei compiti della psicoanalisi è «permettere alla follia di diventare un’esperienza accettabile», se non la si evita. Per questo l’esperienza degli artisti è così fondamentale. Ed è di solitudine, una solitudine essenziale, «una solitudine intrinseca fondamentale e inalterabile» che caratterizza lo stato originario in cui «l’essere emerge dal non essere» e che permane durante tutto il corso della vita.
Nell’opera di alcuni artisti rintracciamo «l’esile inconfondibile tramatura atmosferica» dell’angoscia psicotica, che Borgna identifica nella straordinaria bellezza e «friabilità mortale» delle liriche di Hölderlin – poeta che fa da cornice al volume di Manzoni, poiché a lui è dedicato anche l’ultimo saggio di Remo Bodei. In effetti Hölderlin è il poeta della Umnachtung, quella situazione di ottenebramento in cui sulla mente è calata la notte e il pensiero è avvolto. Anche Jean Laplanche, in un magnifico libro a lui dedicato, immagina Hölderlin come qualcuno che, «raggiunto da quel cono d’ombra che la terra proietta», ha in qualche modo scelto di puntare dritto verso il sole, un sole nero. La solitudine, per tutti gli artisti narrati in questi saggi, ha a che fare con il buio e con la ricerca della luce. In un piccolo delizioso inedito, dono di questo volume di Manzoni, Giovanni Testori riconosce in Van Gogh – che per comunicare la sua decisione di farsi ricoverare all’ospedale psichiatrico di Saint Rémy, aveva scritto al fratello Theo: “sto pensando di accettare completamente il mio mestiere di pazzo” – una traiettoria in qualche modo affine e parallela nel corteggiare luce e oscurità. Testori identifica come tratto distintivo dell’opera di Van Gogh la “sconfinatezza della luce, che va ben oltre le luci che fin lì la pittura aveva conosciuto”, luce di fronte alla quale, nelle sue oscillazioni di follia, disperazione, esaltazione, l’artista riesce “miracolosamente a sostare e resistere”. Giovanni Raboni, nel saggio dedicato a Proust, identifica la solitudine come uno strumento indispensabile per raggiungere il bene supremo, «la conoscenza del senso, l’anima delle cose»: è necessaria perché crea uno «spazio» reale, proprio come accade nello studio della struttura della materia, che è visibile solo all’interno di un acceleratore di particelle. E Nadia Fusini, alcune pagine dopo, fa eco a questi raggi ragionando sulla ferita di Kafka per cui «definitivo è solo il dolore», la notte. Tanto che appunta sul suo diario «Di giorno non so scrivere. La luce distrae». Eppure, attraverso il buio della solitudine, il dolore ci consegna la forma. Niente come i versi di Emily Dickinson descrive come quella luce laterale, filtrata – «quell’angolo di luce» «che opprime come musica»– può trovare nella solitudine uno sfondo necessario all’emergere, forse, di qualcosa di nuovo: «Insegnarla è impossibile - / il suggello è l’angoscia, / imperiale afflizione / discesa a noi dall’aria. / Quando viene, il paesaggio /ascolta, fino l’ombre / trattengono il respiro. /E quando va, somiglia alla distanza / sul volto della morte». 

Marco Manzoni (a cura di) Creazione e mal-essere. Quando la solitudine diventa arte
Moretti&Vitali, pagg. 272, € 24

mercoledì 21 gennaio 2026

La solitudine dei giovani

Nina Fresia
Vecchioni: "Il dolore per mio figlio non mi lascerà mai. I giovani di oggi i più soli di sempre"

La Stampa, 21 gennaio 2026

MILANO. «Si dice che il dolore passi con il tempo, ma è il contrario: è il tempo che va avanti, mentre il dolore resta sempre lì». Per Roberto Vecchioni niente riuscirà a rimuovere la sofferenza che prova per la perdita del figlio Arrigo, morto nel 2023 dopo aver lottato per diciassette anni contro una malattia mentale.

Per provare a trasformare quel dolore in aiuto per gli altri, con la moglie Daria Colombo il cantautore ed ex insegnante ha costituito, in ricordo del figlio, la Fondazione Vecchioni. L’obiettivo è quello di combattere lo stigma nei confronti della malattia mentale attraverso la cultura: «Se ci si ammala di diabete non si prova vergogna e così dovrebbe essere anche per le patologie psichiatriche. Purtroppo, credetemi, anche di vergogna si muore», ha affermato Colombo, presidente della Fondazione.

Il cantautore alla presentazione a Milano della fondazione dedicata al figlio 

I numeri raccontano di una reale emergenza: secondo l’Istituto superiore di sanità, la seconda causa di morte tra i 15 e i 29 anni è il suicidio. Dopo la pandemia, l’intento suicidario è aumentato del 147%. «Tendiamo a mettere le malattie mentali in un angolo e a non considerarle, invece sono frequentissime», ha sottolineato Vecchioni, «e la sofferenza si quadruplica se pensiamo a chi è vicino a chi vive questi disturbi, che sia un genitore o un fidanzato».

Professore, la Fondazione nasce anche per far sentire meno sole le famiglie di chi affronta un disagio mentale: com’è possibile accompagnarle?

«Non si possono dare delle risposte, ma fornire costruzioni di alternative. Anche se sono marginali e superficiali: il nucleo rimane sempre il dolore che si prova. Nei fatti lo possiamo coprire ogni tanto, ma non se ne andrà mai. A volte è eccessivo, ti perfora. Specie quando sei solo, magari la sera quando vuoi dormire. Ma in altri momenti una piccola possibilità di coprirlo c’è».

Lei in che modo lo fa?

«Ti occupi di altre cose, ami moltissimo, ami tutti quelli che hai intorno: i tuoi figli e i tuoi nipoti. E, perché no, ti lasci andare anche alla cultura, alla lettura, al cinema. Alle cose che, alla fine, fanno l’umanità. Questo ti dà sempre forza».

E a dare un aiuto, dall’esterno, non dovrebbero essere anche le istituzioni?

«Per farlo ci vorrebbero dei politici all’altezza. Tutto parte dalla politica, il resto si irradia. E la politica andrebbe spronata, in tutti i modi, con articoli, lettere personali, colloqui. Ho vissuto tragicamente l’esperienza di mio figlio, affidandomi sia al servizio pubblico che a quello privato. Nessuno dei due è stato all’altezza».

Molti ragazzi e ragazze si rivolgono all’intelligenza artificiale per sfogare i loro problemi, come mai secondo lei?

«È nel destino del tempo che si sia arrivati a questo. Ma non bisogna mai dimenticare che c’è una cultura dalla quale è arrivata anche questa tecnologia. Va usata tutta la cultura artificiale possibile e immaginabile, va benissimo. Ma siamo persone, quindi abbiamo anche sentimenti che la cultura artificiale non ci può restituire».

Si preferisce parlare con una macchina piuttosto che con una persona in carne e ossa anche perché si teme di essere stigmatizzati?

«Credo che si abbia un po’ paura e anche vergogna di sé stessi. Ad esempio, in moltissimi passano molto tempo giocando online: poker, bridge, scacchi o altro in versione digitale. Questo perché non hanno un vero avversario: è vergognoso perdere con un avversario, ma non con una macchina. Dovremmo invece recuperare la cultura della sconfitta. Non è una fine, ma è un confronto. Molti ragazzi sono fragili, fragilissimi, e appena hanno un momento di crisi si sentono persi. Invece le crisi avvengono a tutti, e noi adulti dobbiamo spiegare che c’è sempre una soluzione».

Quello delle malattie mentali è un tema molto sensibile per le generazioni più giovani: è un problema solo loro o semplicemente non ce ne siamo mai accorti prima?

«La situazione per i giovani oggi è molto più precaria di quella di altre generazioni. Per tante ragioni: prima di tutto, hanno vissuto il periodo del Covid. Poi si confrontano con una società esterna che è forse la peggiore da duemila anni a questa parte. Non hanno individuato in questo mondo qualcosa che potesse spingerli a entrarci. Hanno quindi inventato una loro equazione e lì si sono rifugiati. Ma non deve essere così, loro sono il futuro».

Come farli uscire dal loro guscio?

«Devono attingere dal buono che abbiamo avuto nel passato, che è stato tanto, almeno fino al Novecento, per continuare l’umanità. Guardare, per esempio, a quello che i greci ci hanno passato, i dubbi che ci hanno lasciato, dall’astronomia alla letteratura. Devono farsi delle domande: perché viviamo? Chi sono gli altri? È importante stare attenti ai particolari, uscire dal proprio ambito stretto: fermarsi davanti a un quadro e cercare di capire cosa trasmette, non voltarsi dall’altra parte dopo un minuto».

martedì 15 aprile 2025

I finalisti del premio Strega


Raffaella De Santis
Premio Strega 2025: ecco la dozzina dei candidati
la Repubblica, 15 aprile 2025

Lo Strega più pazzo del mondo ha preso il volo con una dozzina inaspettata che creerà qualche mal di pancia. Ci sono naturalmente i favoriti al rush finale verso il podio: Andrea Bajani con L’anniversario (Fetrinelli), Nadia Terranova con Quello che so di te (Guanda) e Paolo Nori con Chiudo la porta e urlo (Mondadori).

Che giornata inaspettata. Lo Strega edizione 79 fa vacillare ogni certezza e inaugura una di quelle partite che manderebbero in tilt gli scommettitori. Molti dei grandi nomi continueranno la gara: Elisabetta Rasy con Perduto è questo mare (Rizzoli); Wanda Marasco con Di spalle a questo mondo (Neri Pozza); Giorgio van Straten, La ribelle. Vita straordinaria di Nada Parri (Laterza). Il resto della lista però è materia incandescente. Fosse solo questo. Le major editoriali stavolta non spadroneggiano e lo spazio lo prendono indipendenti e outsider. Piccoli editori come Ventanas, fondata nel 2023 da Laura Putti, e TerraRossa nata per «seminare parole fuori dai tracciati consueti». E poi nomi nuovi, al di là del mainstream. Profili curiosi di scrittori che vengono da altre vite: come Saba Anglana, cantante e attrice (La signora Meraviglia, Sellerio); Elvio Carrieri, classe 2004, chitarrista e co-autore nel gruppo rock barese “i Winston” (Poveri a noi, Ventanas); Michele Ruol, romanziere esordiente, di professione medico anestesista (Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, TerraRossa).

Meritano di essere citati tutti i finalisti. Gli altri nomi sono: Valerio Aiolli, Portofino blues (Voland); Deborah GambettaIncompletezza. Una storia di Kurt Gödel (Ponte alle Grazie); Renato Martinoni, Ricordi di suoni e di luci. Storia di un poeta e della sua follia (Manni).

Melania Mazzucco, presidente del comitato direttivo che ha selezionato la dozzina, ha analizzato il tono dell’annata letteraria stregata parlando di una pluralità di generi e temi che ruotano intono al leit motiv della follia: «Sbriciolamento dell’Io, depressione, crollo psichico. Nel 2025 la salute mentale è un’emergenza sociale, ma anche letteraria». Si può aggiungere che sono attraversamenti del sé attraverso la memoria familiare, genitori oppressivi di cui liberarsi (Bajani), una bisnonna ricoverata in manicomio (Terranova); padri di cui ricostruire la memoria (Rasy); la follia geniale di Dino Campana (Martinoni); incontri meravigliosamente imperfetti (Marasco); delitti che hanno segnato la cronaca, come quello della contessa Francesca Vacca Augusta (Aiolli), saghe familiari complesse che affondano le radici nell’Africa Orientale (Saba Anglana); elaborazione del lutto (Ruol); storie partigiane (Van Straten) e così via.


venerdì 13 dicembre 2024

Saggezza mondana


 

François de la Rochefoucauld, Réflexions ou sentences et maximes morales
Gallimard, Paris 1965 (1665)

La gelosia è in un certo senso giusta e ragionevole, poiché tende solo a conservare un bene che ci appartiene, o che crediamo ci appartenga; mentre l'invidia è un furore che non può sopportare il bene altrui. (28) Sintomo di un merito straordinario è vedere che chi più lo invidia è costretto a lodarlo. (95)

Non abbiamo abbastanza forza per seguire tutta la nostra ragione. (42) La giovinezza è un'ebbrezza continua: è la febbre della ragione. (271) Invecchiando si diventa più folli, ma anche più saggi. (210) La fortuna [la sorte] ci corregge da parecchi difetti, che la ragione non saprebbe correggere. (154) Chi vive senza follia non è poi così saggio come crede. (209) È una grande follia voler essere saggi da soli. (231) Chi immagina di poter fare a meno degli altri s'inganna parecchio; ma chi immagina che non si possa fare a meno di lui s'inganna ancora di più. (201) Il vero mezzo di essere ingannati è di credersi più furbo degli altri. (127)

Il bene che la verità produce nel mondo non eguaglia il male che vi arrecano le sue apparenze. (64) Non c'è travestimento che possa nascondere a lungo l'amore dov'è, né fingerlo dove non è. (70) L'assenza affievolisce le passioni mediocri e aumenta le grandi, come il vento spegne le candele e ravviva il fuoco. (276) Le grandi anime non sono quelle che hanno meno passioni e più virtù delle anime comuni, ma solo quelle che hanno progetti più grandi. (602) Avere grandi difetti è prerogativa soltanto dei grandi uomini. (190)

L'ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù. (218) 

L'esagerata premura di sdebitarsi di un obbligo è una forma di ingratitudine. (226)

La vera eloquenza consiste nel dire tutto e soltanto il necessario. (250)

https://machiave.blogspot.com/2024/12/elogio-della-fuga.html

domenica 27 ottobre 2024

Lacan ribelle e prepotente: un genio clinico



Elisabeth Roudinesco, Jacques Lacan. Profilo di una vita, storia di un sistema di pensiero, Raffaello Cortina editore, Milano 2019

La storia di Jacques Lacan è la storia di un pensiero che, per la prima volta dopo Freud, ha voluto strappare l’uomo all’universo della religione, dell’occulto, del sogno, accettando il rischio di rivelare in ciò l’impotenza della ragione, dei lumi, della “verità”. 
Discendente di una famiglia cattolica permeata degli ideali della Francia benpensante, Lacan avvertì precocemente l’urgenza di criticare i valori tradizionali: quelli dei suoi antenati, fabbricanti di aceto, e quelli dei custodi della legittimità psicoanalitica. Certo di essere superiore ai suoi stessi maestri, sorretto da una feroce volontà di riuscire e di sottrarsi all’ambiente di origine, impegnò l’intera vita in questo sforzo.
Al centro del libro, oltre alle figure affascinanti dei massimi protagonisti della cultura del Novecento – Koyré, Kojève, Heidegger, Sartre, Althusser, Lévi-Strauss, Jakobson, le cui posizioni filosofiche sono delineate con straordinaria chiarezza –, innumerevoli aneddoti ed episodi raccontano le passioni dell’uomo, ribelle e anticonformista: padroneggiare il tempo, frequentare i grandi della sua epoca, collezionare oggetti, sedurre le donne. Ma, soprattutto, domina queste pagine il genio clinico che ha sovvertito la pratica psicoanalitica: la potenza teorica, la libertà e lucidità di un uomo fuori del comune che è riuscito a costruire, nel confronto con le più diverse tradizioni intellettuali e scientifiche, un sistema di pensiero fondato sulla determinazione del soggetto attraverso il linguaggio; la sapienza e l’acume di un maestro che ha analizzato con impareggiabile sottigliezza le trasformazioni della famiglia occidentale, il declino della funzione paterna, le contraddizioni dell’amore, le illusioni della rivoluzione, la logica della follia. (presentazione editoriale)

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François Angelier
Le Monde des livres, 26 octobre 2024

S’engager, sans carte et en tenue de ville, n’étant ni disciple ni initié, dans les 700 pages d’une « esquisse » biographique de Jacques Lacan (1901-1981), « histoire [polémique] d’un système de pensée » qu’on imagine barbelée de schémas et tailladée de figures, peut sembler une idée loufoque, une gageure absurde. Cependant, loin de nous égarer dans un dédale théorique en expansion, Elisabeth Roudinesco (collaboratrice du « Monde des livres ») nous convie à partager une épopée intime, une furia intellectuelle et une « passion française (et) balzacienne » rebondissante. Car, en Jacques-Marie Lacan, psychanalyste freudien, confluent les démons de Max Linder et de Casanova, de Brummel et du docteur Mabuse.

C’est en tout cas le sentiment qui emporte vite un lecteur appelé à filocher ce dandy du divan, du collège Stanislas à la Sorbonne, en passant par Sainte-Anne, Normale-Sup et Vincennes, du cabanon de grand-papa à la Cause freudienne. Un parcours qui ne donne pas le sentiment de remonter un corridor hospitalier, mais de funambuler pendant un séisme, car Lacan n’a de cesse de soumettre la vieille psychiatrie puis la jeune psychanalyse a des crash-tests. Il la confronte à Maurras, Bloy et aux pratiques surréalistes, aux philosophies de Spinoza, Hegel et Heidegger, aux visions sacrificielles et à la consumation selon Bataille, aux toiles de Picasso, Dali et Masson, sans exclure quelques cas emblématiques, comme Aimée ou les sœurs Papin. Une pensée portée par une écriture devenue mythique, car jamais prise en défaut de clarté et de lisibilité. Si Lacan fut déclaré par son confrère Rudolph Loewenstein difficilement analysable, il est en revanche totalement biographiable, vivant aux yeux de tous, pensant la vie sur terre à hue et à dia.


martedì 15 ottobre 2024

Angelica e il vero amore



Marco ErbaAngelica contesa da tanti uomini sceglie (e insegna) il vero amore, Avvenire, 14 ottobre 2024

Nell’Orlando furioso, capolavoro del poeta rinascimentale Ludovico Ariosto, la figura di Angelica si impone subito all’attenzione. Angelica, principessa del Catai (la Cina), giunge in Occidente insieme al paladino cristiano Orlando, uno dei guerrieri più valorosi dell’esercito di Carlo Magno. L’opera è infatti ambientata secoli prima, all’epoca degli scontri tra cristiani e saraceni spesso enfatizzati dalla letteratura. Ma si sa, la narrazione dello scontro di civiltà, sovente finalizzata a consolidare il potere politico, funziona in tutte le epoche.

Per Ariosto però questo scontro di civiltà è solo lo sfondo per narrare meravigliose avventure, con arguta ironia. Non c’è alcun realismo storico nel suo racconto: si parla, ad esempio, dei saraceni che assediano Parigi, un falso così clamoroso da [risultare] divertente.

Angelica, dunque, giunge al campo cristiano. I suoi modi, la sua bellezza orientale, il suo fascino soggiogano moltissimi cavalieri, che dimenticano il re e la guerra santa e desiderano solo conquistare il cuore della principessa. Per Angelica nasce una contesa tra Orlando e suo cugino Rinaldo, altro guerriero valorosissimo. Re Carlo ne approfitta: toglie Angelica a Orlando, la assegna al vecchio e saggio Namo, duca di Baviera, e promette la donna a quello dei due cugini che meglio si comporterà nell’imminente battaglia con i saraceni.

Finora Angelica è solo un simulacro, un oggetto di desiderio. È una donna vista come un trofeo da possedere, di cui si guarda solo l’attraente involucro. Angelica è il desiderio inconfessabile di ciascuno: una bellezza irraggiungibile, e che per questo accende ancor di più di passione. Un seducente corpo senz’anima. La descrizione di Ariosto potrebbe anche oggi interrogarci su come vengono presentati i corpi, sia femminili che maschili, sui social, nella pubblicità, a livello mediatico. Persone o oggetti? Storie o icone? Sostanza o apparenza?

Ariosto vive in una società maschilista. L’uomo agisce, decide, governa. La donna gli appartiene: di essa può disporre. Ma l’autore del Furioso è un genio e spariglia le carte. Angelica non si fa possedere, sfugge. Non solo, si fa beffe di ogni maschio alfa che pensa di poterla dominare.

I saraceni sconfiggono i cristiani. Angelica approfitta del caos, salta su un cavallo e si lancia al galoppo nel bosco. Parte così un infinito inseguimento, senza esito per i paladini.

Angelica a un certo punto si nasconde in un cespuglio, presso al quale giunge Sacripante, re di Circassia, saraceno. Anch’egli è innamorato di lei. Prorompe in un lamento d’amore, senza sapere che Angelica è proprio lì, al suo fianco, e lo ascolta. La principessa decide così di uscire allo scoperto per farsi aiutare. Sacripante, a questo punto, si rivela per ciò che è: uno smargiasso, che pensa di essere in grado di usare gli altri come vuole, grazie al suo potere e alla sua stazza. Sacripante paragona la verginità di Angelica a una rosa e si dice certo di poter cogliere questo fiore. Il guerriero usa parole che alla nostra sensibilità suonano brutali, violente, agghiaccianti:

Corrò la fresca e matutina rosa,

che, tardando, stagion perder potria.

So ben ch’a donna non si può far cosa

che piú soave e piú piacevol sia,

ancor che se ne mostri disdegnosa,

e talor mesta e flebil se ne stia:

non starò per repulsa o finto sdegno,

ch’io non adombri e incarni il mio disegno.

«Mi prenderò Angelica» dice Sacripante. «A lei piacerà; piace a tutte le donne, anche se a volte fingono di no. Ma io non mi fermerò di certo, neanche se mi respinge, tanto è per finta».




Parole atroci e, purtroppo, ancora attualissime: la volontà di Angelica non conta, il consenso non esiste: c’è solo il brutale desiderio maschile. Ariosto si fa beffe di Sacripante. Il rozzo re di Circassia ha appena finito di parlare ed ecco che spunta un cavaliere vestito di bianco. Il nuovo venuto sfida Sacripante a duello, lo sconfigge in un lampo e lo lascia a terra umiliato. Pochi versi dopo si scopre chi è il misterioso cavaliere: è Bradamante, una fortissima guerriera cristiana. Una donna! Il maschilismo brutale di Sacripante viene dunque umiliato da una donna libera, controcorrente, che invece di restare nel ruolo sociale che la società dell’epoca le vorrebbe imporre, decide di combattere e di sfidare gli uomini alla pari, sconfiggendoli. Un’icona affascinante, che anticipa di secoli le lotte per l’emancipazione femminile. Sacripante, ferito nell’orgoglio, vedrà sfuggirsi anche Angelica poco dopo, quando a lui si contrapporrà in un nuovo scontro lo stesso Rinaldo, in precedenza citato. Tutti si battono per possedere Angelica e lei fugge sempre, ricordandoci che l’amore è dono reciproco, non è mai cattura e conquista.

Dopo mille peripezie, anche Angelica troverà l’amore. E accadrà non con un guerriero oberato di trofei, non con un tronfio cavaliere pieno di sé, non con qualcuno che indossa una impenetrabile armatura. L’amore non tollera corazze, non può riguardare gli egolatrici incapaci di sentire e vedere l’altro. L’amore è dono, appunto. L’amore è tenerezza, è compassione, è cura. Per questo i poeti spesso paragonano l’amore a una ferita: è un modo iperbolico per dire che amare significa sentire l’altro dentro, provare la sua gioia, ma anche essere disposti a condividere la sua sofferenza.

L’amore vero di Angelica nasce dalle ferite. Ferite che Medoro, un oscuro fante saraceno, ha subìto perché sorpreso dai cristiani mentre era impegnato nella nobile impresa di dare sepoltura al corpo del suo re Dardinello, caduto in battaglia e dimenticato. Medoro è una persona nobile d’animo e generosa: l’amore si radica nella parte più bella di noi e la risveglia. L’amore rifiuta le dinamiche di potere.

Angelica si imbatte in lui, quasi morto; lo cura, grazie alle tecniche mediche che ha imparato in Oriente. E lì accade un miracolo:

Quando Angelica vide il giovinetto

languir ferito, assai vicino a morte,

che del suo re che giacea senza tetto,

piú che del proprio mal si dolea forte;

insolita pietade in mezzo al petto

si sentí entrar per disusate porte,

che le fe’ il duro cor tenero e molle,

e piú, quando il suo caso egli narrolle.

Angelica, a poco a poco, si scopre innamorata di Medoro. Prendendosi cura di lui più che di sé stessa, donandogli ciò che ha, scopre un amore ben diverso da quello preteso dagli arroganti paladini. Un amore autentico:

Assai piú larga piaga e piú profonda

nel cor sentí da non veduto strale,

che da’ begli occhi e da la testa bionda

di Medoro aventò l’Arcier c’ha l’ale.

Arder si sente, e sempre il fuoco abonda;

e piú cura l’altrui che ’l proprio male:

di sé non cura, e non è ad altro intenta,

ch’a risanar chi lei fere e tormenta.

Angelica «più cura l’altrui che il proprio male». Amare non è dimenticarsi di se stessi, non è umiliarsi: amare è però mettere il bene dell’altro al primo posto. Se ciò avviene reciprocamente, il cammino può iniziare.

È Angelica a rivelare il suo amore a Medoro. Anche questo passaggio è contro ogni regola dell’epoca, che vuole che sia l’uomo a chiedere in sposa la donna. Angelica invece fa il primo passo, è contraccambiata: i due si sposano nell’umile casa del pastore che li ha accolti. Un matrimonio antitradizionale, senza riti né banchetti. Un matrimonio semplice, che punta all’essenza. L’amore rende liberi, non si fa rinchiudere in schemi. L’amore apre avventure nuove, non è una storia già scritta.

Angelica e Medoro partono insieme. Orlando, il grande paladino che in virtù del suo valore e della sua smisurata forza si credeva in diritto di possedere la principessa del Catai, giunge nei pressi della casa del pastore, nei luoghi in cui è sbocciato l’amore tra i due. Quando scopre cosa è accaduto, si dispera, si strappa la corazza, distrugge tutto ciò che incontra, ormai folle. Rivedrà Angelica tempo dopo, emergendo nudo dalla sabbia della spiaggia di Tarragona: la principessa sta per caso passando di lì con Medoro. Orlando la insegue, cerca di catturarla; lei gli sfugge per l’ennesima volta. Ma la cosa terribile è che Orlando, ormai pazzo, non la riconosce nemmeno:

Come di lei s’accorse Orlando stolto,

per ritenerla si levò di botto:

cosí gli piacque il delicato volto,

cosí ne venne immantinente giotto [desideroso].

D’averla amata e riverita molto

ogni ricordo era in lui guasto e rotto.

Gli corre dietro, e tien quella maniera

che terria il cane a seguitar la fera.

Il suo inseguimento è bestiale. Orlando vede un “delicato volto” e lo desidera. Non vede la persona, non la riconosce, perché la passione egoistica e il desiderio di possesso nulla hanno a che fare con l’amore. Lo stalker non vede l’altro, non lo riconosce. Vede solo il suo desiderio, vede solo sé stesso.

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Sembra una favola a lieto fine. Nelle intenzioni dell'autore vuole essere una parabola, come le parabole evangeliche. Se però si lascia cadere l'interesse prevalente per la narrazione e si guarda al modo in cui sono presentati e si muovono i personaggi, allora si scopre un diverso contenuto del testo. Quelle che appaiono in successione sono figure del desiderio. Prima compare il desiderio astratto che nasce dalla contemplazione del simulacro, dalla bellezza che riluce e attira. E c'è anche la rivalità tra gli spasimanti, due cugini per nulla impressionati dalla parentela che li unisce. Poi compare Sacripante, lo smargiasso che vorrebbe possedere la fanciulla, uno stalker, si direbbe oggi. Viene tolto di mezzo da un'altra donna, Bradamante. Le figure femminili avanzano in primo piano e diventano protagoniste. Le vie dell'amore sono a volte tortuose, Angelica si trova davanti a Medoro, che non è in quel momento un maschio aitante nel pieno possesso delle sue facoltà, è "quasi morto". Lo cura, lo restituisce alla vita e se ne innamora. Il desiderio ha cambiato sesso, è diventato un fatto femminile. È lei che si fa avanti. In pieno Cinquecento, e in un ambiente popolato di cavalieri in armi, non è male. Al povero Orlando non resta che impazzire. Prende il posto di Sacripante, ora è lui lo stalker, il persecutore, prigioniero di un desiderio che non va oltre la sua persona e gli impedisce di vedere l'altro.   


https://www.italianisti.it/pubblicazioni/atti-di-congresso/i-cantieri-dellitalianistica-ricerca-didattica-e-organizzazione-agli-inizi-del-xxi-secolo-2016/CAROCCI.pdf

Angelica è il simbolo: incarna il perturbante femminile, l’oggetto del desiderio, sempre inseguito, sempre sfuggente. Un vero e proprio emblema della femminilità. Forse proprio a questo ruolo si deve il fatto che, nonostante la sua indubbia centralità narrativa e simbolica, gli studi imperniati sul personaggio di Angelica siano relativamente scarsi, soprattutto se confrontati con quelli che si occupano di altre figure femminili del Furioso (Bradamante, Olimpia, Isabella).