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mercoledì 2 settembre 2015

Ambrogio Lorenzetti, la democrazia erosa dalla collera

Fabio Gambaro
Patrick Boucheron: "E' la collera che distrugge la democrazia"
la Repubblica, 10 luglio 2014 







LE MINACCE che insidiano dall'interno la democrazia sono a volte più pericolose degli attacchi esterni. Per Ambrogio Lorenzetti, ciò era evidente già nel 1338, l'anno in cui dipinse a Siena il celebre affresco del "buon governo". Lo ricorda oggi lo storico Patrick Boucheron in un libro affascinante che in Francia sta riscuotendo l'elogio unanime del pubblico e della critica: Conjurer la peur (Seuil, pagg. 288, euro 33), un denso saggio "sulla forza politica delle immagini" che parte proprio da un'originale e dettagliata analisi dell'opera con cui il pittore senese mise in guardia contro gli Effetti del buono e del cattivo governo in città e in campagna .

Secondo lo studioso francese, professore di storia medievale alla Sorbona, l'insegnamento dello straordinario affresco è ancora oggi di grandissima attualità, specie alla luce delle ultime elezioni europee e dei risultati del Fronte Nazionale di Marine Le Pen. Pur essendo stato dipinto quasi sette secoli fa, il lavoro visionario di Lorenzetti continua a dirci qualcosa sui rischi che corre la democrazia e sulla necessità di difenderla.

"Nell'affresco del buon governo, di solito si sottolineano le allegorie della giustizia, della pace e della concordia, se ne dà insomma una lettura rassicurante", spiega Boucheron, di cui in Italia è appena stato pubblicato Leonardo e Machiavelli (Viella, pagg. 157, euro 19), un saggio che prova a ricostruire l'incontro tra le due grandi figure del Rinascimento. "In realtà, l'opera di Lorenzetti non è per niente rassicurante. Al contrario, è inquietante, perché tradisce un sentimento d'urgenza di fronte a una minaccia sfuggente e poco identificabile. È il momento in cui il comune sta per passare sotto il controllo della signoria, sullo sfondo di una crisi finanziaria che provoca il fallimento di alcuni banchieri, spingendo il popolo a cercare la protezione di un uomo provvidenziale. L'affresco mette in guardia contro questa lenta e insidiosa sovversione delle istituzioni da parte di una realtà ancora indefinita ma estremamente minacciosa. Insomma, le analogie con il nostro presente non mancano."

La minaccia da scongiurare è quella della tirannide che prende forma all'interno della democrazia?
"All'epoca si usava questa espressione. Ma al di là delle parole, che per altro possono essere inadeguate alle realtà attuali, Lorenzetti ci dice che il peggior nemico della democrazia è la collera che erode dall'interno le istituzioni collettive. Nell'affresco, la minaccia non viene da un nemico esterno alla città, ma dal cuore stesso della società comunale, minando a poco a poco il vivere civile. È il cattivo governo che consente l'emergere del risentimento e della demagogia. La storia ci ha insegnato che certe evoluzioni silenziose e senza rotture apparenti sono estremamente pericolose. A forza di piccole rinunce, piccoli tradimenti, piccole vigliaccherie collettive, un bel giorno all'improvviso ci si rende conto che la repubblica, il bene comune, il vivere civile non esistono più. Per questo, al centro dell'affresco di Siena figura un gruppo di danzatori che "scongiurano" la paura. Rappresentano la volontà di mobilitare le energie e le passioni collettive per cercare di reagire contro chi corrompe la democrazia dall'interno" Lorenzetti mette l'arte al servizio di un messaggio politico forte...
"Innanzitutto insiste sull'idea che la politica deve essere finalizzata al buon governo. Questo si realizza non tanto perché esercitato in nome di principi giusti e da persone virtuose, ma solo in quanto riesce concretamente a prendersi cura delle persone, producendo effetti benefici nella vita quotidiana.

Contemporaneamente però Lorenzetti ci dice anche che questo ideale non è mai pienamente raggiungibile. Più si cerca di realizzarlo e più esso si allontana, forse perché alla costruzione del bene comune domandiamo sempre di più. Non a caso, nell'affresco, la donna che rappresenta la pace è melanconica e triste. Esprime la consapevolezza di chi sa che l'orizzonte della politica è anche inevitabilmente fatto di delusioni e frustrazioni. Ciò però non deve scoraggiare gli individui. Al contrario, la lucidità deve essere uno stimolo a continuare la battaglia. Come diceva Machiavelli, per centrare il bersaglio, occorre mirare più in alto".

Una parte dell'affresco rappresenta la città in tempo di pace. Che tipo di società immagina Lorenzetti?
"La sua città è molto diversa dalla celebre Città ideale conservata ad Urbino. La sua è una città viva e animata, risultato di una molteplicità di punti di vista. Per il pittore senese, la vita in tempo di pace non è perfezione immobile e divina. Al contrario è una società dinamica di uomini reali con i loro limiti e le loro contraddizioni. La vita civile nasce da contrasti e compromessi. E la democrazia è l'arte di organizzare le divergenze e ricomporre i conflitti. Insomma, la città di Lorenzetti è una successione di conversazioni, dove ognuno ha diritto alla parola. All'epoca, i comuni italiani avevano l'ossessione della circolazione armoniosa della parola. Per questo, i teorici dell'eloquenza civile diffidavano degli oratori popolari capaci di trasformarsi in demagoghi. Per loro, quando la parola pubblica si carica di risentimento e d'invidia è il segno che la vita politica si sta degradando. Che poi è quello che accade oggi un po' dappertutto in Europa".

La funzione politica dell'artista è rendere visibile il pericolo che incombe sulla società?
"L'affresco di Lorenzetti mostra le conseguenze negative del cattivo governo. La creazione artistica è anticipazione, ci mette in guardia sui rischi a venire. L'artista sente il pericolo, come quei gatti che nelle miniere sentivano il grisù prima degli uomini, permettendo di evitare la tragedia. L'artista non è un profeta, ma solo qualcuno che ha una sensibilità più spiccata degli altri".

Dare un volto alle minacce e alle paure, significa conoscerle e quindi un po' combatterle?
"Penso di sì. Quando il pericolo è indefinito e impreciso fa sempre più paura. La forza politica delle immagini è proprio questa capacità di rendere visibile ciò che ancora non lo è, mettendo il risultato a disposizione di tutti. Lorenzetti è come se dicesse ai suoi concittadini, e in fondo anche a noi: "Adesso non potrete mai più dire che non sapevate". Che poi è la stessa intenzione all'origine del mio lavoro".

La sua concezione della storia incrocia diversi filoni di ricerca, dalla storia culturale alla storia economica, dalla storia politica alla storia dell'arte. È il vecchio sogno di una storia totale?
"In parte sì. Soprattutto però difendo l'idea di una storia inquieta e disorientata. A scuola, ci hanno sempre insegnato a orientare la storia secondo la freccia del tempo, costringendoci a pensarla come necessariamente unidirezionale. Io preferisco interessarmi ai momenti di rottura o d'involuzione, quando appunto la storia perde l'orientamento. Come ad esempio la crisi dei comuni medievali. Questa storia disorientata è di conseguenza una storia inquieta, che non è fatta per confortare le nostre certezze o le nostre identità. Non trasmette sicurezze. Al contrario, è una storia che c'interroga e suscita dubbi, ma proprio per questo è molto più interessante. Per me la storia è igiene dell'inquietudine e un esercizio di disorientamento che ci aiuta ad organizzare il nostro inevitabile pessimismo. Ci aiuta a essere lucidi, che significa guardare in faccia il baratro che si avvicina e provare a dominare le nostre paure".


http://www.eutopiamagazine.eu/en/patrick-boucheron/columns/europe-yes-and-no-trail-ambrogio-lorenzetti
http://www.eutopiamagazine.eu/fr/patrick-boucheron/columns/oui-et-non-leurope-dans-le-sillage-d-ambrogio-lorenzetti
http://sciences.blogs.liberation.fr/home/2014/06/sienne-boucheron-hollande-et-lorenzetti.html
http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2014-08-17/fragilita-buon-governo-081401.shtml?uuid=ABeC

Quentin Skinner, Ambrogio Lorenzetti e la raffigurazione del governo virtuoso, pp.53-122 e Ambrogio Lorenzetti sul potere e la gloria delle repubbliche pp.123-154 in Id. Virtù rinascimentali, Il Mulino, Bologna 2006.

domenica 9 giugno 2013

Machiavelli nostro contemporaneo

Marco Geuna


Una volta Eric Weil ebbe ad osservare che si possono distinguere due tipi di presenze di Machiavelli nella nostra cultura, che a volte si succedono le une alle altre, e a volte si sovrappongono: una fase, un momento, in cui gli interpreti discutono con acribia filologica della genesi della sua opera e del suo significato, ed altre fasi, altri momenti, in cui Machiavelli ritorna direttamente sulla scena politica, in cui si guarda alla sua opera per cercare una risposta possibile ai problemi del presente. Machiavelli, in quest’ultimo caso, diventa quasi un contemporaneo di chi lo interroga alla ricerca della natura della politica o di una definizione esigente di libertà. Un momento in cui Machiavelli sta nella sua distanza, dunque, e un momento in cui Machiavelli è nostro contemporaneo. Un momento in cui prevalgono le ragioni della discontinuità, in cui vengono in primo piano gli aspetti storicamente determinati del suo pensiero, e un momento in cui prevalgono le ragioni della continuità, in cui l’attenzione cade sugli aspetti teoricamente ancora attuali e inquietanti del suo pensiero. 



Non è facile dire quale fase stia attraversando la nostra cultura. Forse negli ultimi quattro decenni i due tipi di lettura, i due tipi di approccio, sono stati compresenti e a volte le rispettive argomentazioni si sono sovrapposte e intersecate. Questo, per lo meno, è sicuramente vero nel caso di Quentin Skinner. In una prima fase della sua ricerca, come si è visto, Skinner ha cercato di ricostruire la riflessione di Machiavelli nei contesti che riteneva più significativi, la riflessione storica e filosofica romana e la riflessione pre-umanistica e umanistica. In una seconda fase della sua ricerca è ritornato ad interrogare le pagine del Principe e soprattutto dei Discorsi con intento più teorico, alla ricerca del modo machiavelliano di concettualizzare la libertà, la legge, il rapporto tra legge e libertà. Ha ritenuto che fosse possibile identificare “un terzo concetto di libertà”, che a suo giudizio caratterizza e accomuna tutti gli scrittori che ha via via denominato neo-romani o semplicemente repubblicani. La sua riflessione è stata feconda ed intersecandosi produttivamente con quella di John Pocock e, in particolare, di Philip Pettit, ha contribuito ad alimentare non solo una straordinaria crescita di studi storici sulla tradizione repubblicana moderna, ma anche e soprattutto ha favorito la formazione di una complessiva filosofia politica di tipo repubblicano. Negli ultimi due decenni, in ambiti culturali anche molto diversi, abbiamo assistito, infatti, non solo ad una rivalutazione storica della tradizione repubblicana moderna, ma ad una vera e propria elaborazione di teorie repubblicane della libertà e della partecipazione politica per il nostro presente. Negli anni ottanta e novanta, numerosi filosofi del diritto e filosofi della politica, da Frank Michelman. allo stesso Philip Pettit, hanno tentato di ripensare il repubblicanesimo come una teoria della libertà e del governo per le società democratiche contemporanee. È emerso così un programma di ricerca di carattere normativo, preoccupato anche dei risvolti istituzionali delle sue proposte, un programma di ricerca sempre più spesso definito come neo-repubblicanesimo. In questo più ampio ambito di discussione, le elaborazioni di Skinner a proposito del terzo concetto di libertà, e dell’idea di costrizione ad esso soggiacente, sono state sottoposte a critica da parte di vari filosofi liberali, come ad esempio Ian Carter e Matthew Kramer. E Skinner è stato costretto a riformulare le proprie tesi e a precisare la nozione di libertà, di “Freedom as the Absence of Arbitrary Power”, per citare il titolo di un suo recente saggio. Ma quel che mi preme sottolineare, in questa sede, è che nel contesto del dibattito filosofico-politico contemporaneo la posizione di Skinner si caratterizza sì per una critica penetrante ad alcuni assunti delle filosofie politiche liberali, ma soprattutto per il fatto che la sua proposta si mantiene su un terreno rigorosamente individualistico, senza cedere alle premesse comunitarie, di impronta aristotelica o hegeliana. A suo giudizio, si possono coniugare punti di partenza individualistici e partecipazione politica, concezione negativa della libertà e quella che il vecchio Machiavelli chiamava virtù. Se si guarda ancora una volta, in via conclusiva e sintetica, al lavoro svolto da Skinner su Machiavelli tanto in ambito storico quanto in ambito teorico politico, si deve rilevare che emerge una forte continuità tra i due ambiti di ricerca. Machiavelli è ricondotto sì alla tradizione pre-umanistica e umanistica del repubblicanesimo classico, ma questo non vuol dire che sia considerato un autore premoderno. Perché quella tradizione, a giudizio di Skinner, contiene un “tesoro nascosto”, per usare le sue stesse espressioni. Quella tradizione è stata sì sconfitta con l’avvento della statualità moderna, e con le sue teorie di matrice hobbesiana. Ma contiene concetti di libertà e di cittadinanza di grande interesse che possono essere adeguatamente riformulati nel nostro dibattito contemporaneo. Ancora una volta Machiavelli, un certo Machiavelli, ritorna ad essere un nostro contemporaneo. 






Il Machiavelli repubblicano di Quentin Skinner (parte finale)
Reset, 14 maggio 2013